Books by Andrea Di Michele
Qualestoria, 2023
Il presente fascicolo di «Qualestoria» è nato dall’idea di analizzare in chiave comparativa due p... more Il presente fascicolo di «Qualestoria» è nato dall’idea di analizzare in chiave comparativa due processi di transizione da un sistema autoritario a uno democratico, mettendo al centro la questione regionale. I due casi considerati sono quello italiano e quello spagnolo, entrambi caratterizzati dal riconoscimento di forme di autonomia speciale a regioni che la rivendicavano per diverse ragioni e in diverse forme.
Come rendere davvero italiani i territori di cultura tedesca, croata e slovena conquistati dopo i... more Come rendere davvero italiani i territori di cultura tedesca, croata e slovena conquistati dopo il primo conflitto mondiale? Quali furono i piani di ‘conquista del suolo’ elaborati da ambienti nazionalisti e irredentisti prima e dal fascismo poi? La risposta fu nel tentativo di sottrarre almeno una parte delle proprietà terriere agli ‘allogeni’ delle nuove province per impiantarvi famiglie coloniche italianissime. Simili piani videro il coinvolgimento di enti operanti anche nel resto d’Italia e nelle colonie in attività di bonifica e colonizzazione.
L’esito finale sarebbe stato piuttosto deludente. Limiti di bilancio e considerazioni di politica estera frenarono i propositi più ambiziosi. In Alto Adige influì anche il giudizio tutt’altro che negativo che il fascismo aveva dei sudtirolesi, considerati conservatori, cattolicissimi e legati alla terra, quasi un esempio per i rurali delle altre regioni del Regno. La ricostruzione dei propositi fascisti di ‘conquista del suolo’ e del loro sostanziale fallimento consente di cogliere le oscillazioni e le incoerenze della politica del regime verso le minoranze linguistiche, gli elementi di continuità con il nazionalismo prebellico e con quello successivo al 1945, ma anche il modo tutt’altro che lineare attraverso cui il fascismo definì l’identità italiana.
L’esito finale sarebbe stato piuttosto deludente. Limiti di bilancio e considerazioni di politica estera frenarono i propositi più ambiziosi. In Alto Adige influì anche il giudizio tutt’altro che negativo che il fascismo aveva dei sudtirolesi, considerati conservatori, cattolicissimi e legati alla terra, quasi un esempio per i rurali delle altre regioni del Regno. La ricostruzione dei propositi fascisti di ‘conquista del suolo’ e del loro sostanziale fallimento consente di cogliere le oscillazioni e le incoerenze della politica del regime verso le minoranze linguistiche, gli elementi di continuità con il nazionalismo prebellico e con quello successivo al 1945, ma anche il modo tutt’altro che lineare attraverso cui il fascismo definì l’identità italiana.
This edited volume explores the evolution of history education from a transnational perspective, ... more This edited volume explores the evolution of history education from a transnational perspective, focusing on border regions in Europe that are considered on the "periphery" of the Nation-State. By introducing this concept and taking into consideration the dynamics of decentralization and the development of minorities’ teaching practices and narratives, the book sheds light on new challenges for history education policy and curriculum design. Chapters take a comparative approach, dissecting and analyzing specific case studies from school systems in France, Germany, Italy, the UK, and Scandinavian countries. In doing so, the editors and their authors weave a systematic account of the impact of local autonomy on educational culture, on the civic remit of schools, and on the narratives embodied by history school canons.
Монография Андреа Ди Микеле (Свободный университет Больцано) проливает свет на малоизвестный даже... more Монография Андреа Ди Микеле (Свободный университет Больцано) проливает свет на малоизвестный даже в итальянской литературе эпизод – судьбу италоязычных солдат из Австро-Венгрии в Первой мировой войне. Уроженцы так называемых ирредентных, пограничных с Италией, земель империи в основном были отправлены на Восточный фронт, где многие (не менее 25 тыс.) попали в плен. Когда российское правительство предложило освободить тех, кто готов был «сменить мундир» и уехать в Италию ради войны с австрийцами, итальянское правительство не без подозрительности направило военную миссию в лагеря военнопленных, чтобы выяснить их национальные чувства. В итоге в 1916 г. около 4 тыс. бывших пленных были «репатриированы» в Италию через Архангельск, по долгому морскому и сухопутному маршруту. После Октябрьской революции еще 3 тыс. солдат отправились по Транссибирской магистрали во Владивосток в надежде уплыть домой. Однако многие оказались в Китае, другие были зачислены в антибольшевистский Итальянский экспедиционный корпус на Дальнем Востоке, третьи вступили в ряды Красной Армии, четвертые перемещались по России без целей и ориентиров. Возвращение на Родину затянулось на годы, а некоторые навсегда остались в СССР.
This book takes up the stimuli of new international historiography, albeit focusing mainly on the... more This book takes up the stimuli of new international historiography, albeit focusing mainly on the two regimes that undoubtedly provided the model for Fascist movements in Europe, namely the Italian and the German. Starting with a historiographical assessment of the international situation, vis-à-vis studies on Fascism and National Socialism, and then concentrate on certain aspects that are essential to any study of the two dictatorships, namely the complex relationships with their respective societies, the figures of the two dictators and the role of violence. This volume reaches beyond the time-frame encompassing Fascism and National Socialism experiences, directing the attention also toward the period subsequent to their demise. This is done in two ways. On the one hand, examining the uncomfortable architectural legacy left by dictatorships to the democratic societies that came after the war. On the other hand, the book addresses an issue that is very much alive both in the strictly historiographical and political science debate, that is to say, to what extent can the label of Fascism be used to identify political phenomena of these current times, such as movements and parties of the so-called populist and souverainist right.
Egon, 2009
DEUTSCHER TEXT FOLGT
In questo libro vengono presentati i cataloghi di due fondi librari del peri... more DEUTSCHER TEXT FOLGT
In questo libro vengono presentati i cataloghi di due fondi librari del periodo fascista, il “Fondo Fascismo” della Biblioteca civica “C. Battisti” di Bolzano e la
biblioteca della Scuola di specializzazione militare della GIL (Gioventù italiana del littorio) di Bolzano, conservata presso l’Archivio provinciale di Bolzano. Al di là dell’interesse bibliografico, questa pubblicazione apporta un contributo allo studio della politica culturale fascista e della storia della pubblica lettura in Alto Adige, tema quest’ultimo ancora poco frequentato dagli storici locali.
Un saggio introduttivo di Andrea Di Michele offre un inquadramento generale sul tema del rapporto tra fascismo e biblioteche a Bolzano.
Dieser Band enthält die Kataloge von zwei Buchbeständen aus der Zeit des
Faschismus, dem Bestand “Fascismo” an der Bozner Stadtbibliothek “Cesare
Battisti” und der Bibliothek der Schule für militärische Ausbildung der Bozner GIL
(Gioventù italiana del littorio) am Südtiroler Landesarchiv.
Über das rein bibliothekarische Interesse hinaus stellt dieser Band einen
Beitrag zur Erforschung der faschistischen Kulturpolitik und zur Geschichte
des öffentlichen Büchereiwesens in Südtirol dar, ein Thema, das in der lokalen
Geschichtsschreibung bislang noch kaum Beachtung fand.
Im einführenden Essay bietet Andrea Di Michele einen allgemeinen Überblick zu
den Beziehungen zwischen Faschismus und Bibliotheken in Bozen.
In questo libro vengono presentati i cataloghi di due fondi librari del periodo fascista, il “Fondo Fascismo” della Biblioteca civica “C. Battisti” di Bolzano e la
biblioteca della Scuola di specializzazione militare della GIL (Gioventù italiana del littorio) di Bolzano, conservata presso l’Archivio provinciale di Bolzano. Al di là dell’interesse bibliografico, questa pubblicazione apporta un contributo allo studio della politica culturale fascista e della storia della pubblica lettura in Alto Adige, tema quest’ultimo ancora poco frequentato dagli storici locali.
Un saggio introduttivo di Andrea Di Michele offre un inquadramento generale sul tema del rapporto tra fascismo e biblioteche a Bolzano.
Dieser Band enthält die Kataloge von zwei Buchbeständen aus der Zeit des
Faschismus, dem Bestand “Fascismo” an der Bozner Stadtbibliothek “Cesare
Battisti” und der Bibliothek der Schule für militärische Ausbildung der Bozner GIL
(Gioventù italiana del littorio) am Südtiroler Landesarchiv.
Über das rein bibliothekarische Interesse hinaus stellt dieser Band einen
Beitrag zur Erforschung der faschistischen Kulturpolitik und zur Geschichte
des öffentlichen Büchereiwesens in Südtirol dar, ein Thema, das in der lokalen
Geschichtsschreibung bislang noch kaum Beachtung fand.
Im einführenden Essay bietet Andrea Di Michele einen allgemeinen Überblick zu
den Beziehungen zwischen Faschismus und Bibliotheken in Bozen.
Raetia, 2012
Seit einigen Jahren hat die wissenschaftliche Beschäftigung
mit Grenzen Hochkonjunktur. Parallel
... more Seit einigen Jahren hat die wissenschaftliche Beschäftigung
mit Grenzen Hochkonjunktur. Parallel
dazu vollzogen sich komplexe und in vielerlei
Hinsicht widersprüchliche Prozesse: Einerseits
hat Europa teilweise jene Grenzen entschärft und
ihres Sinns entleert, an denen die wichtigsten zeithistorischen
Ereignisse stattfanden, andererseits
hat Europa seine Grenzen zum außereuropäischen
Bereich zunehmend verschärft und »Heimat« als
überschaubaren Raum wiederentdeckt, was zu
einer Überbetonung regionaler und lokaler Identitäten
geführt hat.
Sich mit Grenzen zu beschäftigen, bedeutet, sich
mit komplexen und vordergründig widersprüchlichen
und gleichzeitig faszinierenden Entwicklungen
auseinanderzusetzen. Sich mit Grenzorten zu
beschäftigen, bedeutet auch, sich mit einem wissenschaftlichen
Teilbereich zu befassen, der stärker
als andere Interdisziplinarität einfordert. Dieses
Buch ist aus dem Bedürfnis heraus entstanden,
verschiedene Blickwinkel in einem Forschungsprojekt
zu vereinen: Ethnologen und Historiker
aus Tirol, Südtirol und dem Trentino stimmten
darin überein, dass sich nur durch den »doppelten
Blick« der beiden Disziplinen die Bedeutung und
Entwicklung der Grenzen im regionalen Raum
erschließen lassen. Dabei wurden die kleinen, aber
bedeutsamen Grenzorte zum Gegenstand der Untersuchungen,
indem an und in ihnen die Auswirkungen
der großen zeithistorischen Ereignisse und
europäischen Entwicklungen beobachtet wurde.
Die Aufsätze beschäftigen sich mit den Grenzorten
an nationalen Grenzverläufen – Brenner,
Reschen, Arnbach/Winnebach, mit dem ehemaligen
nationalen Grenzort Ala, der sich am Ende des
Ersten Weltkrieges zu seinem regionalen Grenzort
zurückgewandelt hat, mit der Provinzgrenze
Salurn, die eine starke symbolische Bedeutung hat,
und mit zwei besonderen Grenzorten, die durch
Straßentunnel aus der Abgeschiedenheit geholt
wurden, der Straßentunnel der Proveis und das
deutsche Nonstal mit dem Ultental verbindet und
die Felbertauernstraße, die Osttirol mit Nordtirol
vereint. Die Vielfalt der Grenzorte verdeutlicht die
Vielschichtigkeit und das Potenzial interdisziplinärer
Grenzforschung.
mit Grenzen Hochkonjunktur. Parallel
dazu vollzogen sich komplexe und in vielerlei
Hinsicht widersprüchliche Prozesse: Einerseits
hat Europa teilweise jene Grenzen entschärft und
ihres Sinns entleert, an denen die wichtigsten zeithistorischen
Ereignisse stattfanden, andererseits
hat Europa seine Grenzen zum außereuropäischen
Bereich zunehmend verschärft und »Heimat« als
überschaubaren Raum wiederentdeckt, was zu
einer Überbetonung regionaler und lokaler Identitäten
geführt hat.
Sich mit Grenzen zu beschäftigen, bedeutet, sich
mit komplexen und vordergründig widersprüchlichen
und gleichzeitig faszinierenden Entwicklungen
auseinanderzusetzen. Sich mit Grenzorten zu
beschäftigen, bedeutet auch, sich mit einem wissenschaftlichen
Teilbereich zu befassen, der stärker
als andere Interdisziplinarität einfordert. Dieses
Buch ist aus dem Bedürfnis heraus entstanden,
verschiedene Blickwinkel in einem Forschungsprojekt
zu vereinen: Ethnologen und Historiker
aus Tirol, Südtirol und dem Trentino stimmten
darin überein, dass sich nur durch den »doppelten
Blick« der beiden Disziplinen die Bedeutung und
Entwicklung der Grenzen im regionalen Raum
erschließen lassen. Dabei wurden die kleinen, aber
bedeutsamen Grenzorte zum Gegenstand der Untersuchungen,
indem an und in ihnen die Auswirkungen
der großen zeithistorischen Ereignisse und
europäischen Entwicklungen beobachtet wurde.
Die Aufsätze beschäftigen sich mit den Grenzorten
an nationalen Grenzverläufen – Brenner,
Reschen, Arnbach/Winnebach, mit dem ehemaligen
nationalen Grenzort Ala, der sich am Ende des
Ersten Weltkrieges zu seinem regionalen Grenzort
zurückgewandelt hat, mit der Provinzgrenze
Salurn, die eine starke symbolische Bedeutung hat,
und mit zwei besonderen Grenzorten, die durch
Straßentunnel aus der Abgeschiedenheit geholt
wurden, der Straßentunnel der Proveis und das
deutsche Nonstal mit dem Ultental verbindet und
die Felbertauernstraße, die Osttirol mit Nordtirol
vereint. Die Vielfalt der Grenzorte verdeutlicht die
Vielschichtigkeit und das Potenzial interdisziplinärer
Grenzforschung.
Raetia, 2012
Negli ultimi anni gli studi sui confini hanno conosciuto
un successo straordinario. Ciò è avvenut... more Negli ultimi anni gli studi sui confini hanno conosciuto
un successo straordinario. Ciò è avvenuto
in coincidenza con dinamiche complesse e per
certi versi contraddittorie: da una parte l’Europa
ha parzialmente svuotato di significato quei confini
intorno ai quali si erano sviluppati i drammi del
ventesimo secolo, dall’altra ha rafforzato le barriere
ve-rso lo spazio extraeuropeo e ha conosciuto
fenomeni di riscoperta delle «piccole patrie» e di
esasperazione delle identità regionali e locali.
Studiare i confini significa accostarsi a questi
processi, tanto complessi e apparentemente
contraddittori, quanto affascinanti. Ma studiare i
confini significa anche confrontarsi con un ambito
di ricerca che, più di altri, richiede un particolare
sforzo d’interdisciplinarità. Questo libro nasce
proprio dall’esigenza di moltiplicare e incrociare
le forme di lettura: antropologi e storici di Tirolo,
Alto Adige e Trentino si sono trovati d’accordo
nel ritenere che solo attraverso il «doppio
sguardo» delle due discipline si sarebbero colti
il significato e l’evoluzione dei confini in ambito
regionale, utilizzando le piccole ma significative
località di confine come laboratorio in cui misurare
le conseguenze delle grandi cesure storiche
e delle profonde trasformazioni sociali che hanno
interessato l’Europa.
Oggetto dei saggi sono i confini nazionali di Brennero,
Resia, Prato alla Drava/Arnbach, ma anche
un ex confine nazionale come Ala, «retrocesso»
alla fine della prima guerra mondiale a semplice
frontiera regionale, un confine provinciale avente
un profondo valore identitario come Salorno
e due speciali luoghi di confine contrassegnati
dalla presenza di collegamenti stradali a mezzo di
tunnel, ovvero la galleria stradale che congiunge
Proves e l’alta valle di Non tedescofona alla val
d’Ultimo e la strada dei Tauri, che collega il Tirolo
orientale a quello settentrionale attraverso il
territorio dell’Austria interna. La stessa varietà
tipologica dei luoghi di frontiera analizzati ci aiuta
a cogliere le sfaccettature e le potenzialità di una
ricerca interdisciplinare sui confini come quella
che qui si presenta.
un successo straordinario. Ciò è avvenuto
in coincidenza con dinamiche complesse e per
certi versi contraddittorie: da una parte l’Europa
ha parzialmente svuotato di significato quei confini
intorno ai quali si erano sviluppati i drammi del
ventesimo secolo, dall’altra ha rafforzato le barriere
ve-rso lo spazio extraeuropeo e ha conosciuto
fenomeni di riscoperta delle «piccole patrie» e di
esasperazione delle identità regionali e locali.
Studiare i confini significa accostarsi a questi
processi, tanto complessi e apparentemente
contraddittori, quanto affascinanti. Ma studiare i
confini significa anche confrontarsi con un ambito
di ricerca che, più di altri, richiede un particolare
sforzo d’interdisciplinarità. Questo libro nasce
proprio dall’esigenza di moltiplicare e incrociare
le forme di lettura: antropologi e storici di Tirolo,
Alto Adige e Trentino si sono trovati d’accordo
nel ritenere che solo attraverso il «doppio
sguardo» delle due discipline si sarebbero colti
il significato e l’evoluzione dei confini in ambito
regionale, utilizzando le piccole ma significative
località di confine come laboratorio in cui misurare
le conseguenze delle grandi cesure storiche
e delle profonde trasformazioni sociali che hanno
interessato l’Europa.
Oggetto dei saggi sono i confini nazionali di Brennero,
Resia, Prato alla Drava/Arnbach, ma anche
un ex confine nazionale come Ala, «retrocesso»
alla fine della prima guerra mondiale a semplice
frontiera regionale, un confine provinciale avente
un profondo valore identitario come Salorno
e due speciali luoghi di confine contrassegnati
dalla presenza di collegamenti stradali a mezzo di
tunnel, ovvero la galleria stradale che congiunge
Proves e l’alta valle di Non tedescofona alla val
d’Ultimo e la strada dei Tauri, che collega il Tirolo
orientale a quello settentrionale attraverso il
territorio dell’Austria interna. La stessa varietà
tipologica dei luoghi di frontiera analizzati ci aiuta
a cogliere le sfaccettature e le potenzialità di una
ricerca interdisciplinare sui confini come quella
che qui si presenta.
Böhlau, 2020
Mehr als hunderttausend Soldaten der österreich-ungarischen Armee waren italienischer Muttersprac... more Mehr als hunderttausend Soldaten der österreich-ungarischen Armee waren italienischer Muttersprache. Sie stammten aus dem Trentino oder dem Küstenland und kämpften im Ersten Weltkrieg im Heer des Kaiserreiches.
Sie sprachen die Sprache des Feindes, weshalb sie aus nationaler Sicht als nicht vertrauenswürdig und verdächtig galten. Sie wurden hauptsächlich an die weit entfernte russische Front geschickt, wo Tausende von ihnen in Gefangenschaft gerieten. Den zwischen Österreich und Italien Zerrissenen begegnete man in beiden Ländern mit Misstrauen und in den russischen Gefangenenlagern waren sie gegensätzlichen Beeinflussungen und Versuchen nationaler Umerziehung ausgesetzt. Auf der Grundlage österreichischer und italienischer Quellen sowie von Memoiren von Soldaten werden ihre bewegten Geschichten rekonstruiert, geprägt von jahrelangem Krieg, Gefangenschaft und schwieriger Rückkehr. Anhand der Schicksale der italienischen Soldaten zeigt Andrea Di Michele die komplexen nationalen Dynamiken in den letzten Jahren des österreichisch-ungarischen Kaiserreiches.
Sie sprachen die Sprache des Feindes, weshalb sie aus nationaler Sicht als nicht vertrauenswürdig und verdächtig galten. Sie wurden hauptsächlich an die weit entfernte russische Front geschickt, wo Tausende von ihnen in Gefangenschaft gerieten. Den zwischen Österreich und Italien Zerrissenen begegnete man in beiden Ländern mit Misstrauen und in den russischen Gefangenenlagern waren sie gegensätzlichen Beeinflussungen und Versuchen nationaler Umerziehung ausgesetzt. Auf der Grundlage österreichischer und italienischer Quellen sowie von Memoiren von Soldaten werden ihre bewegten Geschichten rekonstruiert, geprägt von jahrelangem Krieg, Gefangenschaft und schwieriger Rückkehr. Anhand der Schicksale der italienischen Soldaten zeigt Andrea Di Michele die komplexen nationalen Dynamiken in den letzten Jahren des österreichisch-ungarischen Kaiserreiches.
Università di Bolzano, 2020
Più di 100.000 sudditi austro-ungarici di lingua italiana originari di Trentino e Litorale adriat... more Più di 100.000 sudditi austro-ungarici di lingua italiana originari di Trentino e Litorale adriatico combatterono nell’esercito dell’Impero durante la Grande guerra. Parlavano la lingua del nemico e per questo furono considerati inaffidabili e sospetti dal punto di vista nazionale. Inviati soprattutto sul lontano fronte russo, in migliaia caddero prigionieri. Già nel corso della guerra, circa 4.000 furono intercettati da un’apposita missione militare italiana che, dopo averli selezionati e parzialmente «rieducati», li trasportò via nave nel Regno. Altri, sorpresi dalla rivoluzione bolscevica e trasferiti con un viaggio avventuroso nella concessione militare italiana di Tientsin, furono in parte aggregati al Corpo di spedizione italiano in Estremo oriente, inviato a combattere contro i bolscevichi e rimpatriato soltanto nei primi mesi del 1920.
Al di là dei trascorsi avventurosi, vissuti in lunghi anni passati tra guerra, prigionia e complicati ritorni, i soldati di lingua italiana dell’esercito austro-ungarico rappresentano un tema storiograficamente interessante. Le loro vicende ci rimandano alla complessa questione nazionale nella Duplice monarchia, in particolare nelle cosiddette «terre irredente». Ma soprattutto ci spingono a indagare i motivi dello sguardo per certi aspetti egualmente diffidente che su di essi rivolsero sia le autorità austriache, sia quelle italiane, nonché a interrogarci sui sentimenti con cui partirono per il fronte, sulle loro identità culturali, nazionali, regionali e sui modi in cui queste vennero messe in discussione, modificate o ribadite a seguito dell’esperienza di guerra.
Al di là dei trascorsi avventurosi, vissuti in lunghi anni passati tra guerra, prigionia e complicati ritorni, i soldati di lingua italiana dell’esercito austro-ungarico rappresentano un tema storiograficamente interessante. Le loro vicende ci rimandano alla complessa questione nazionale nella Duplice monarchia, in particolare nelle cosiddette «terre irredente». Ma soprattutto ci spingono a indagare i motivi dello sguardo per certi aspetti egualmente diffidente che su di essi rivolsero sia le autorità austriache, sia quelle italiane, nonché a interrogarci sui sentimenti con cui partirono per il fronte, sulle loro identità culturali, nazionali, regionali e sui modi in cui queste vennero messe in discussione, modificate o ribadite a seguito dell’esperienza di guerra.
L'Ufficio per le zone di confine (Uzc), attivo dal 1946 al 1954 sotto la responsabilità politica ... more L'Ufficio per le zone di confine (Uzc), attivo dal 1946 al 1954 sotto la responsabilità politica del giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, rappresenta una fonte di assoluto rilievo per comprendere la storia delle aree italiane di frontiera, nella fase di transizione del secondo dopoguerra. L'ufficio fu infatti il laboratorio in cui si studiarono le politiche relative alle regioni di confine e il terminale incaricato di applicarvi le strategie del governo centrale. L'Uzc operò in contesti complessi come quelli dell'Alto Adige e della Venezia Giulia, regioni connotate dall'emergere di temi che mettevano in discussione la stessa sovranità italiana su quei territori. Sulla base dello studio della documentazione dell'ufficio, recentemente riordinata e messa a disposizione dall'Archivio della Presidenza del Consiglio, le ricerche qui proposte - di studiosi di lingua italiana, tedesca e slovena e provenienti dalle rispettive aree di confine - permettono di evidenziare similitudini e divergenze delle scelte di Roma nella "difesa dell'italianità" delle frontiere.
scute del problema soprattutto come della storia di una minoranza linguistica nell'Italia contemp... more scute del problema soprattutto come della storia di una minoranza linguistica nell'Italia contemporanea. Per troppo tempo gli storici italiani non se ne sono affatto occupati o addirittura ne hanno discusso come si trattasse di un'altra storia, in nulla comparabile con quella di altre regioni o province italiane, caratterizzate al contrario dall'esser abitate da una minoranza linguistica diversa da quella italiana. Ma si può parlare, dal punto di vista storico, di Alto Adige diversamente da come ha fatto Di Michele? Ponendosi cioè il problema della sua gestione amministrativa dal punto di vista della politica svolta dalla classe dirigente nazionale e delle sue conseguenze a livello regionale e provinciale, con i mutamenti che intervengono prima con la fine dell'impero austroungarico e con l'amministrazione militare, quindi con il tentativo assai breve dei governi liberali pressati dall'assalto fascista, quindi dalla vittoria e dalla stabilizzazione del regime dittatoriale? A me pare di no, soprattutto se si sta attenti a saper cogliere dalle fonti adatte risposte non di superficie. Per raggiungere i suoi obbiettivi di fondo, l'autore, rifacendosi a una storiografia di non molti titoli ma che negli ultimi anni, soprattutto grazie a Guido Melis, si è sviluppata, ha svolto una ricerca lunga e di prima mano sugli archivi pubblici dello Stato italiano analizzando, accanto alla normativa provvisoria o definitiva che era prodotta di volta in volta, quelle relazioni conoscitive che sono state alla base delle decisioni più importanti assunte prima dai militari, poi dai politici nel breve periodo liberale. Nei primi due capitoli della ricerca, che sono dedicati appunto a quei quattro anni, Di Michele mostra con chiarezza, che ci fu una limitata capacità della classe dirigente liberale e della pubblica amministrazione, pur tra alcuni errori e spinte nazionalistiche, di tener conto di solito dei problemi di funzionamento e di impianto della pubblica amministrazione nella provincia di Bolzano. Percorsa al suo interno da logiche diverse e a volte divergenti, fortemente conflittuale al suo interno e poco avvertita e sensibilizzata su problemi Bolzano, ottobre 2002
Articles by Andrea Di Michele
Contemporana, 2026
This article reconstructs the timing and modalities of Giacomo Matteotti’s reception in Vienna in... more This article reconstructs the timing and modalities of Giacomo Matteotti’s reception in Vienna in the decade following his assassination, analysing the events that led to important public spaces being named after him. In the Austrian capital, the Italian socialist leader immediately became a symbol of opposition to fascism, but also a warning in the face of the growing fascist threat in Austria itself. The dedications to Matteotti, the consequent Italian irritation and their removal following the authoritarian turn in Austria allow us to reconstruct the evolution of bilateral relations between Italy and Austria, as well as the tensions between the Austrian conservative government and the socialist government of the municipality of Vienna. The appearance and disappearance of references to Matteotti represent a sort of litmus test of Italian-Austrian relations and the replacement of Matteotti’s name with that of a «martyr» of Italian fascism in 1934 appears as a very clear sign of the advance of fascism in Europe and an example of competition for control of the public space.
Journal of Modern Italian Studies, 2022
The Fascist policy towards linguistic minorities has sometimes been compared to that practised in... more The Fascist policy towards linguistic minorities has sometimes been compared to that practised in the colonies, using the categories of racism and internal colonialism. According to some interpretations, Fascism considered members of minorities as something foreign, potentially hostile, if not actually inferior, starting from a clear dividing line between who could be considered Italian and who not. It has also been argued that the “allogeni” were the first targets of radical measures to exclude them from Italian citizenship, the forerunners of the later racist laws implemented against colonial subjects and Jews.
This essay has three aims: to verify whether severe discriminatory actions really were taken against members of linguistic minorities with regard to citizenship rights; to understand whether these persons were perceived as completely alien to the nation on the basis of clear, shared demarcation lines between those who could consider themselves Italian and those who could not; and, finally, to determine whether the view of such minorities was always radically negative and disdainful to the extent that it could justifiably be called racism. The analysis of forms of representation focuses in particular on the German-speaking population of South Tyrol, using various sources (newspapers, institutional correspondence, political speeches, literary accounts).
The answer to the first question posed is negative; as regards the other two, in the first place there is a considerable degree of uncertainty on the part of the Fascists in defining the members of the German-speaking minority, who were sometimes presented as being completely outside the perimeter of Italianità, i.e. Italianness, while more often as being on the margins but undoubtedly capable of integration thanks to their unshakably Italian core. This seems to reveal a certain difficulty in defining who could be considered Italian and who could not when clearly drawing the boundaries of Italianness. Secondly, judgements were made about the South Tyroleans that were in no way characterised by a lack of appreciation or by contempt. The descriptions of the South Tyrolean peasant are, to say the least, flattering: full of exaggerated praise for his many virtues, from his religiosity to his obedience to institutions, from his strong ties to the land to his conservatism. The views regarding the Slovenian and Croatian-speaking populations of Venezia Giulia and Istria were very different, expressing and amplifying the most scornful stereotypes of anti-Slavism developed during the national struggles of the nineteenth and twentieth centuries.
La politica del fascismo nei confronti delle minoranze linguistiche è stata talvolta paragonata a quella condotta nelle colonie, utilizzando le categorie del razzismo e del colonialismo interno. Secondo alcune interpretazioni, il fascismo avrebbe considerato gli esponenti delle minoranze come qualcosa di estraneo, potenzialmente nemico, se non addirittura inferiore, muovendo da una netta linea di demarcazione tra chi potesse essere considerato italiano e chi no. Si è anche sostenuto che gli “allogeni” sarebbero stati i primi destinatari di provvedimenti radicali di esclusione dalla cittadinanza italiana, anticipatori delle successive leggi razziste ai danni dei sudditi coloniali e degli ebrei.
Il presente saggio si pone tre obiettivi: verificare se davvero vi siano stati pesanti interventi discriminatori ai danni degli appartenenti alle minoranze linguistiche sul fronte dei diritti di cittadinanza; capire se questi siano stati percepiti come completamente estranei alla nazione, sulla base di chiare e condivise linee di demarcazione tra chi potesse considerarsi italiano e chi no e infine verificare se effettivamente il giudizio su tali minoranze sia stato sempre radicalmente negativo e sprezzante, tale da rendere giustificato parlare di razzismo. L’analisi sulle forme di rappresentazione si concentra in particolare sulla popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo, utilizzando fonti di varia natura (giornali, corrispondenza istituzionale, discorsi politici, racconti letterari).
La risposta alla prima domanda di ricerca è negativa, mentre per le altre due questioni, in primo luogo si nota da parte fascista una notevole incertezza nella definizione degli esponenti della minoranza di lingua tedesca, talvolta presentati come completamente estranei al perimetro dell’italianità, più spesso come ai margini, ma sicuramente integrabili grazie a un loro irriducibile nucleo italiano. Ciò sembra rivelatore di una certa difficoltà nel definire chi potesse considerarsi italiano e chi no, nel tracciare con chiarezza i confini dell’italianità. In secondo luogo, sui sudtirolesi furono espressi dei giudizi tutt’altro che improntati alla svalutazione e al disprezzo. Le descrizioni del contadino dell’Alto Adige sono a dir poco lusinghiere, colme di lodi sperticate alle sue tante virtù, dalla religiosità all’ubbidienza verso le istituzioni, dal forte legame alla terra al conservatorismo. Molto diversi furono i giudizi nei confronti delle popolazioni di lingua slovena e croata della Venezia Giulia e dell’Istria, che ripresero ed esasperarono i più sprezzanti stereotipi dell’antislavismo sviluppatosi durante le lotte nazionali Otto-Novecentesche.
This essay has three aims: to verify whether severe discriminatory actions really were taken against members of linguistic minorities with regard to citizenship rights; to understand whether these persons were perceived as completely alien to the nation on the basis of clear, shared demarcation lines between those who could consider themselves Italian and those who could not; and, finally, to determine whether the view of such minorities was always radically negative and disdainful to the extent that it could justifiably be called racism. The analysis of forms of representation focuses in particular on the German-speaking population of South Tyrol, using various sources (newspapers, institutional correspondence, political speeches, literary accounts).
The answer to the first question posed is negative; as regards the other two, in the first place there is a considerable degree of uncertainty on the part of the Fascists in defining the members of the German-speaking minority, who were sometimes presented as being completely outside the perimeter of Italianità, i.e. Italianness, while more often as being on the margins but undoubtedly capable of integration thanks to their unshakably Italian core. This seems to reveal a certain difficulty in defining who could be considered Italian and who could not when clearly drawing the boundaries of Italianness. Secondly, judgements were made about the South Tyroleans that were in no way characterised by a lack of appreciation or by contempt. The descriptions of the South Tyrolean peasant are, to say the least, flattering: full of exaggerated praise for his many virtues, from his religiosity to his obedience to institutions, from his strong ties to the land to his conservatism. The views regarding the Slovenian and Croatian-speaking populations of Venezia Giulia and Istria were very different, expressing and amplifying the most scornful stereotypes of anti-Slavism developed during the national struggles of the nineteenth and twentieth centuries.
La politica del fascismo nei confronti delle minoranze linguistiche è stata talvolta paragonata a quella condotta nelle colonie, utilizzando le categorie del razzismo e del colonialismo interno. Secondo alcune interpretazioni, il fascismo avrebbe considerato gli esponenti delle minoranze come qualcosa di estraneo, potenzialmente nemico, se non addirittura inferiore, muovendo da una netta linea di demarcazione tra chi potesse essere considerato italiano e chi no. Si è anche sostenuto che gli “allogeni” sarebbero stati i primi destinatari di provvedimenti radicali di esclusione dalla cittadinanza italiana, anticipatori delle successive leggi razziste ai danni dei sudditi coloniali e degli ebrei.
Il presente saggio si pone tre obiettivi: verificare se davvero vi siano stati pesanti interventi discriminatori ai danni degli appartenenti alle minoranze linguistiche sul fronte dei diritti di cittadinanza; capire se questi siano stati percepiti come completamente estranei alla nazione, sulla base di chiare e condivise linee di demarcazione tra chi potesse considerarsi italiano e chi no e infine verificare se effettivamente il giudizio su tali minoranze sia stato sempre radicalmente negativo e sprezzante, tale da rendere giustificato parlare di razzismo. L’analisi sulle forme di rappresentazione si concentra in particolare sulla popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo, utilizzando fonti di varia natura (giornali, corrispondenza istituzionale, discorsi politici, racconti letterari).
La risposta alla prima domanda di ricerca è negativa, mentre per le altre due questioni, in primo luogo si nota da parte fascista una notevole incertezza nella definizione degli esponenti della minoranza di lingua tedesca, talvolta presentati come completamente estranei al perimetro dell’italianità, più spesso come ai margini, ma sicuramente integrabili grazie a un loro irriducibile nucleo italiano. Ciò sembra rivelatore di una certa difficoltà nel definire chi potesse considerarsi italiano e chi no, nel tracciare con chiarezza i confini dell’italianità. In secondo luogo, sui sudtirolesi furono espressi dei giudizi tutt’altro che improntati alla svalutazione e al disprezzo. Le descrizioni del contadino dell’Alto Adige sono a dir poco lusinghiere, colme di lodi sperticate alle sue tante virtù, dalla religiosità all’ubbidienza verso le istituzioni, dal forte legame alla terra al conservatorismo. Molto diversi furono i giudizi nei confronti delle popolazioni di lingua slovena e croata della Venezia Giulia e dell’Istria, che ripresero ed esasperarono i più sprezzanti stereotipi dell’antislavismo sviluppatosi durante le lotte nazionali Otto-Novecentesche.
Passato e presente, 2021
Fascism, reclamation and colonization in South Tyrol (1920s) The essay describes the land reclama... more Fascism, reclamation and colonization in South Tyrol (1920s) The essay describes the land reclamation and colonization plans elaborated in the 1920s by Fascism as a tool for the Italianization of South Tyrol. These plans, conceived by nationalist and post-irredentist circles, were not actually implemented. This failure can be explained by the regime's need not to compromise international relations with Germany and Austria, by the ability of the South Tyrolean landowners to mobilize against the expropriation plans, and by the existence in Italian institutions of different positions on the best way to nationalize South Tyrol.
Besides the ruralist bias in Mussolini's speeches and writings, motivated both by propagandistic ... more Besides the ruralist bias in Mussolini's speeches and writings, motivated both by propagandistic needs and by an economic crisis that urged to use agriculture as a parking area for surplus labour, ruralism emerges as a recurrent topic in the works of a group of Tuscanian intellectuals (Soffici, Maccari, Malaparte) who actually believed, contradictory as it might sound, in the superiority of peasant life and society.
Ruralist ideology is as well present in segments of the catholic movement willing to restore a hierocratic order of some kind, a prospect inevitably bound to collide with the totalitarian practice of the regime. Remarkable is, besides, the ruralist bent in the works of such an authoritative "technician" as Arrigo Serpieri, who intended to conju gat e the increase in agricultural productivity with the preservation of the traditional social order in the countryside.
The conclusion is that such different and sometimes even antagonistic expressions of ruralism may hardly be reduced to the vague concept of fascist ruralism, suggesting rather a plural declension in terms of "ruralist ideologies".
Il tema del "ritorno alla terra", come recupero degli equilibri sociali e dei valori tradizionali della società contadina, conosce negli anni trenta un notevole successo. La ricerca ha voluto mettere in evidenza come la presenza dell'ideologia ruralista nel nostro paese non si esaurisse nella ben nota propaganda del regime, ma fosse in realtà largamente diffusa in diversi settori della società italiana.
Accanto al ruralismo rinvenibile negli scritti e nei discorsi di Mussolini, motivato, oltre che da esigenze propagandistiche, dalla situazione di crisi economica che suggeriva di utilizzare strumentalmente l'agricoltura come area di parcheggio per la manodopera eccedente, troviamo il ruralismo quale tema ricorrente nell'opera di un gruppo di intellettuali toscani (Soffici, Maccari, Malaparte, ecc.) che, pur tra mille contraddizioni, credevano nella superiorità della vita e della società contadina. L'ideologia ruralista è inoltre presente in settori del mondo cattolico quale sostegno al progetto di ritorno ad una società ierocratica, progetto che, a lungo termine, si sarebbe inevitabilmente scontrato con le aspirazioni totalitarie del regime. Significativa è poi la presenza dell'ideologia ruralista nei lavori di un tecnico di valore quale Arrigo Serpieri, che si proponeva di coniugare lo sviluppo della produttività nelle campagne con il mantenimento del tessuto sociale tradizionale.
Le diverse manifestazioni di ruralismo trattate hanno dimostrato dunque di possedere ognuna caratteristiche e prospettive proprie, anche contrapposte le une alle altre. Tali manifestazioni appaiono difficilmente riconducibili al concetto troppo vago di ruralismo fascista, e giustificano forse il parlare, al plurale, di ideologie ruraliste.
Ruralist ideology is as well present in segments of the catholic movement willing to restore a hierocratic order of some kind, a prospect inevitably bound to collide with the totalitarian practice of the regime. Remarkable is, besides, the ruralist bent in the works of such an authoritative "technician" as Arrigo Serpieri, who intended to conju gat e the increase in agricultural productivity with the preservation of the traditional social order in the countryside.
The conclusion is that such different and sometimes even antagonistic expressions of ruralism may hardly be reduced to the vague concept of fascist ruralism, suggesting rather a plural declension in terms of "ruralist ideologies".
Il tema del "ritorno alla terra", come recupero degli equilibri sociali e dei valori tradizionali della società contadina, conosce negli anni trenta un notevole successo. La ricerca ha voluto mettere in evidenza come la presenza dell'ideologia ruralista nel nostro paese non si esaurisse nella ben nota propaganda del regime, ma fosse in realtà largamente diffusa in diversi settori della società italiana.
Accanto al ruralismo rinvenibile negli scritti e nei discorsi di Mussolini, motivato, oltre che da esigenze propagandistiche, dalla situazione di crisi economica che suggeriva di utilizzare strumentalmente l'agricoltura come area di parcheggio per la manodopera eccedente, troviamo il ruralismo quale tema ricorrente nell'opera di un gruppo di intellettuali toscani (Soffici, Maccari, Malaparte, ecc.) che, pur tra mille contraddizioni, credevano nella superiorità della vita e della società contadina. L'ideologia ruralista è inoltre presente in settori del mondo cattolico quale sostegno al progetto di ritorno ad una società ierocratica, progetto che, a lungo termine, si sarebbe inevitabilmente scontrato con le aspirazioni totalitarie del regime. Significativa è poi la presenza dell'ideologia ruralista nei lavori di un tecnico di valore quale Arrigo Serpieri, che si proponeva di coniugare lo sviluppo della produttività nelle campagne con il mantenimento del tessuto sociale tradizionale.
Le diverse manifestazioni di ruralismo trattate hanno dimostrato dunque di possedere ognuna caratteristiche e prospettive proprie, anche contrapposte le une alle altre. Tali manifestazioni appaiono difficilmente riconducibili al concetto troppo vago di ruralismo fascista, e giustificano forse il parlare, al plurale, di ideologie ruraliste.
Geschichte und Region/Storia e regione, 2020