Divina Commedia - Wikiquote
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Disambiguazione
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La Divina Commedia (disambigua)
Frontespizio dell'edizione giolitina, la prima intitolata
La Divina Comedia
(1555)
Voce principale:
Dante Alighieri
Divina Commedia
, conosciuta anche come
Comedìa
Commedia
, poema allegorico-didascalico di
Dante Alighieri
scritto tra il 1304 e il 1321.
Inferno
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Incipit dell'
editio princeps
(1472)
Incipit
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Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Citazioni
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Allor fu la
paura
un poco queta, | che nel lago del cor m'era durata | la
notte
ch'i' passai con tanta pieta.
I, 19-21
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta | una lonza
[lince o leopardo]
leggiera e presta molto, | che di pel maculato era coverta; | e non mi si partìa dinanzi al volto, | anzi 'mpediva tanto il mio cammino, | ch'i' fui per ritornar più volte vòlto
. (
I, 31-36
Ma non sì che
paura
non mi desse | la vista che m'apparve d'un
leone
. | Questi parea che contra me venisse | con la test'alta e con rabbiosa
fame
, | sì che parea che l'aere ne tremesse. | Ed una
lupa
, che di tutte brame | sembrava carca ne la sua magrezza, | e molte genti fè già viver grame, | questa mi porse tanto di gravezza | con la paura ch'uscìa di sua vista, | ch'io perdei la
speranza
de l'altezza.
I, 44-54
Molti son li animali a cui s'ammoglia | e più saranno ancora, infin che'l
veltro
| verrà, che la farà morir con doglia. || Questi non ciberà terra né peltro, | ma sapïenza, amore e virtute, | e sua nazion sarà tra feltro e feltro. || Di quella umile Italia fia salute | per cui morì la vergine Cammilla, | Eurialo e Turno e Niso di ferute. || Questi la caccerà per ogne villa | fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno | là ove 'nvidia prima dipartilla.
I, 100-111
Intendi me' ch'i' non ragiono.
II, 36
L'anima tua è da viltade offesa.
II, 45
[Su Dante]
[...]
l'amico mio, e non de la ventura
[...]. (Beatrice:
II, 61
Temer si dee di sole quelle cose | c'hanno potenza di fare altrui male; | de l'altre no, ché non son
paurose
II, 88-90
Donna
è gentil nel ciel che si compiange | di questo 'mpedimento ov' io ti mando, | sì che duro giudicio là sù frange.
II, 94-96
Lucia
, nimica di ciascun crudele
II, 100
Per me si va ne la
città dolente
, | per me si va ne l'etterno dolore, | per me si va tra la perduta gente. |
Giustizia
mosse il mio alto fattore; | fecemi la divina podestate, | la somma sapïenza e 'l primo amore. | Dinanzi a me non fuor cose create | se non etterne, e io etterno duro. | Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.
III, 1-9
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa
. (
III, 51
[Su
papa Celestino V
[...]
colui | che fece per viltade il gran rifiuto
. (III, 59-60)
A Dio spiacenti e a' nemici sui
. (III, 63)
Ed ecco verso noi venir per nave | un vecchio
Caronte
, bianco per antico pelo, | gridando: "Guai a voi, anime prave! || Non isperate mai veder lo cielo: | i' vegno per menarvi a l'altra riva | ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. || E tu che se' costì, anima viva, | pàrtiti da cotesti che son morti". | Ma poi che vide ch'io non mi partiva, || disse: "Per altra via, per altri porti | verrai a piaggia, non qui, per passare: | più lieve legno convien che ti porti".
III, 82-93
Vuolsi così colà dove si puote | ciò che si vuole, e più non dimandare.
III, 95-96
Quinci fuor quete le lanose gote | al nocchier de la livida palude, | che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
III, 97-99
Caron
dimonio, con
occhi
di bragia | loro accennando, tutte le raccoglie; | batte col remo qualunque s'adagia.
III, 109-111
«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese, | «quelli che muoion nell'
ira di Dio
| tutti convegno qui d'ogni paese; e pronti sono a trapassar lo rio | ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disìo».
III, 121–125
[Su
Virgilio
Onorate l'altissimo poeta
. (IV, 80)
Mira colui con quella spada in mano, | che vien dinanzi ai tre sì come sire: | quelli è
Omero
poeta sovrano
. (
IV, 86–88
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia, | vidi 'l maestro di color che sanno
Aristotele
| seder tra filosofica famiglia
. (
IV, 130-132
Democrito
, che 'l mondo a caso pone.
IV, 136
E vidi il buono accoglitor del quale, |
Dïascoride
dico
. (
IV, 139-140
Così discesi del cerchio primaio | giù nel secondo, che men loco cinghia | e tanto più dolor, che punge a guaio. | Stavvi
Minòs
orribilmente, e ringhia: | essamina le colpe ne l'intrata; | giudica e manda secondo ch'avvinghia.
V, 1-6
"O tu che vieni al doloroso ospizio", | disse Minòs a me quando mi vide, | lasciando l'atto di cotanto offizio, | "guarda com'entri e di cui tu ti fide; | non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!". | E 'l duca mio a lui: "Perché pur gride? | Non impedir lo suo fatale andare: | vuolsi così colà dove si puote | ciò che si vuole, e più non dimandare".
V, 16-21
«La prima di color di cui novelle | tu vuo' saper» mi disse quelli
[Virgilio]
allotta, | «fu imperadrice di molte favelle. | A vizio di
lussuria
fu sì rotta, | che lìbito fé licito in sua legge | per tòrre il biasimo in che era condotta. | Ell'è
Semiramis
, di cui si legge | che succedette a Nino e fu sua sposa: | tenne la terra che 'l Soldan corregge. | L' altra è colei
[Didone]
che s' ancise amorosa | e ruppe fede al cener di Sicheo; | poi è Cleopatràs lussurïosa
. (
V, 52–63
Siede la terra dove nata fui
[la
Romagna
| su la marina dove 'l Po discende | per aver pace co' seguaci sui.
Francesca da Rimini
: V, 97-99)
Amor
, ch'al cor gentil ratto s'apprende, | prese costui de la bella persona | che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. | Amor, ch'a nullo amato amar perdona, | mi prese del costui piacer sì forte, | che, come vedi, ancor non m'abbandona. | Amor condusse noi ad una morte. | Caina attende chi a vita ci spense.
(Francesca da Rimini:
V, 100-107
E quella
[Francesca]
a me: «Nessun maggior
dolore
| che ricordarsi del tempo
felice
| ne la
miseria
; e ciò sa 'l tuo dottore».
V, 121-123
Quando leggemmo il disïato riso | esser basciato da cotanto amante, | questi, che mai da me non fia diviso, | la bocca mi basciò tutto tremante.
| Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: | quel giorno più non vi leggemmo avante".
V, 133-138
Mentre che l'uno spirto questo disse, | l'altro piangëa, sì che di pietade | io venni men così com'io morisse. | E caddi come corpo morto cade.
V, 139-142
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: | per la dannosa colpa della
gola
, | come tu vedi, alla pioggia mi fiacco
. (Ciacco:
VI, 52–54
Giusti son due, e non vi sono intesi; | superbia, invidia e avarizia sono | le tre faville c'hanno i cuori accesi.
VI, 73-75
Pape Satàn, pape Satàn aleppe!
(Pluto:
VII, 1
Questi fuor cerchi, che non han coperchio | piloso al capo, e
papi
cardinali
, | in cui usa
avarizia
il suo soperchio.
(Virgilio:
VII, 46–48
E quelli a me: Oh creature sciocche, | quanta ignoranza è quella che v'offende!
VII, 70-71
Fitti nel limo dicon:
[gli
iracondi
"Tristi fummo | ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, | portando dentro accidïoso fummo: | or ci attristiam ne la belletta negra". | Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, | ché dir nol posson con parola integra.
(Virgilio:
VII, 121–126
Or se' giunta, anima fella!
(il demone
Flegiàs
a Dante;
VIII, 18
Quanti si tegnon or là sù gran regi | che qui staranno come porci in brago, | di sé lasciando orribili dispregi!
(Virgilio:
VIII, 49-51
Chi è costui che sanza morte | va per lo regno de la morta gente?
(demoni:
VIII, 84-85
Chi m' ha negate le dolenti case!
(Virgilio:
VIII, 120
O voi ch'avete li 'ntelletti sani, | mirate la dottrina che s'asconde | sotto 'l velame de li versi strani.
IX, 61-63
Però a la dimanda che mi faci | quinc'entro satisfatto sarà tosto, | e al disio ancor che tu mi taci. || E io: «Buon duca, non tegno riposto | a te mio cuor se non per dicer poco, | e tu m'hai non pur mo a ciò disposto.
X, 16-21
Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai? | Vedi là Farinata che s'è dritto: | da la cintola in sù tutto 'l vedrai". || Io avea già il mio viso nel suo fitto; | ed el s'ergea col petto e con la fronte | com'avesse l'inferno a gran dispitto.
X, 31-36
D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista, | ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale | o con forza o con frode altrui contrista. | Ma perché frode è de l'uom proprio male, | più spiace a Dio; e però stan di sotto | li frodolenti, e più dolor li assale.
(Virgilio:
XI, 22-27
Puossi far forza ne la deïtade, | col cor negando e
bestemmiando
quella, | e spregiando natura e sua bontade; | e però lo minor giron suggella | del segno suo e Soddoma e Caorsa | e chi, spregiando Dio col cor, favella.
(Virgilio:
XI, 46-51
La
frode
, ond'ogne coscïenza è morsa, | può l'omo usare in colui che 'n lui fida | e in quel che fidanza non imborsa. | Questo modo di retro par ch'incida | pur lo vinco d'amor che fa natura; | onde nel cerchio secondo s'annida | ipocresia, lusinghe e chi affattura, | falsità, ladroneccio e simonia, | ruffian, baratti e simile lordura.
(Virgilio:
XI, 52-60
O sol che sani ogne vista turbata, | tu mi contenti sì quando tu solvi, | che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
(Dante:
XI, 91-93
Da queste due, se tu ti rechi a mente | lo Genesì dal principio, convene | prender sua vita e avanzar la gente | e perché l'
usuriere
altra via tene, | per sé natura e per la sua seguace | dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
(Virgilio:
XI, 106-111
[...]
e 'n su la punta de la rotta lacca | l'infamïa di
Creti
era distesa || che fu concetta ne la falsa vacca; | e quando vide noi, sé stesso morse, | sì come quei cui l'ira dentro fiacca. || Lo savio mio inver' lui gridò: "Forse | tu credi che qui sia 'l
duca d'Atene
, | che sù nel mondo la morte ti porse? || Pàrtiti, bestia, ché questi non vene | ammaestrato da la tua sorella, | ma vassi per veder le vostre pene". || Qual è quel toro che si slaccia in quella | c'ha ricevuto già 'l colpo mortale, | che gir non sa, ma qua e là saltella, || vid'io lo
Minotauro
far cotale; | e quello accorto gridò: "Corri al varco; | mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale"
. (
XII, 11-27
Non han sì aspri sterpi né sì folti | quelle fiere selvagge che 'n odio hanno | tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
XIII, 7-9
Cred
'io ch'ei credette ch'io credesse
[...]. (
XIII, 25
Io son colui che tenni ambo le chiavi | del cor di Federigo, e che le volsi, | serrando e disserrando
. (
Pier della Vigna
XIII, 58-60
L'animo mio, per disdegnoso gusto, | credendo col morir fuggir disdegno, | ingiusto fece me contra me giusto
. (Pier della Vigna:
XIII, 70-72
Siete voi qui, ser Brunetto?
XV, 30
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; | gent'è avara, invidiosa e superba: | dai lor costumi fa che tu ti forbi.
XV, 67-69
Ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora, | la cara e buona imagine paterna | di voi quando nel mondo ad ora ad ora || m'insegnavate come l'uom s'etterna.
XV, 82-85
Poi si rivolse, e parve di coloro | che
corrono
a Verona il drappo verde | per la campagna; e parve di costoro | quelli che vince, non colui che perde.
XV, 121-124
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno | presso a color che non veggion pur l'ovra, | ma per entro i pensier miran col senno!
XVI, 118-120
Sempre a quel ver c' ha faccia di menzogna | de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote, | però che sanza colpa fa vergogna
. (
XVI, 124-126
Ecco la fiera con la coda aguzza, | che passa i monti e rompe i muri e l'armi! | Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!
XVII, 1-3
O Simon mago, o miseri seguaci | che le cose di Dio, che di bontate | deon essere spose, e voi rapaci | per oro e per argento avolterate, | or convien che per voi suoni la tromba, | però che ne la terza bolgia state.
XIX, 1-6
O somma sapïenza, quanta è l'arte | che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, | e quanto giusto tua virtù comparte!
XIX, 10-12
E io: "Tanto m'è bel, quanto a te piace: | tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto | dal tuo volere, e sai quel che si tace".
XIX, 37-39
Ed el
papa Niccolò III
gridò: "Se' tu già costì ritto, | se' tu già costì ritto,
Bonifazio
? | Di parecchi anni mi mentì lo scritto. | Se' tu sì tosto di quell'aver sazio | per lo qual non temesti tòrre a 'nganno | la bella donna
[la Chiesa]
, e poi di farne strazio?".
XIX, 52-57
Nuovo Iasón sarà, di cui si legge | ne' Maccabei; e come a quel fu molle | suo re, così fia
lui
chi Francia regge.
Filippo il bello
(papa Niccolò III:
XIX, 85-87
Deh, or mi dì: quanto tesoro volle | Nostro Segnore in prima da san Pietro | ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa? | Certo non chiese se non "Viemmi retro". [...] E se non fosse ch'ancor lo mi vieta | la reverenza de le somme chiavi | che tu tenesti ne la vita lieta, | io userei parole ancor più gravi; | ché la vostra avarizia il mondo attrista, | calcando i buoni e sollevando i pravi. [...] Fatto v'avete dio d'oro e d'argento; | e che altro è da voi a l'idolatre, | se non ch'elli uno, e voi ne orate cento? | Ahi,
Costantin
, di quanto mal fu matre, | non la tua conversion, ma quella dote | che da te prese il primo ricco patre!
(Dante a papa Niccolò III:
XIX, 90-117
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto | di tua lezione, or pensa per te stesso | com'io potea tener lo viso asciutto
. (
XX, 19-21
Ancor se' tu de li altri sciocchi? | Qui vive la pietà quand'è ben morta; | chi è più scellerato che colui | che al giudicio divin passion comporta?
(Virgilio:
XX, 27-30
Mira c' ha fatto petto de le spalle; | perché
volse veder troppo davante
, | di retro guarda e fa retroso calle.
(Virgilio:
XX, 37-39
Suso in Italia bella giace un laco, | a piè de l'Alpe che serra Lamagna | sovra Tiralli, c'ha nome
Benaco
. (
XX, 61-63
Fer la città sovra quell'ossa morte; | e per colei che 'l loco prima elesse, | Mantüa l'appellar sanz'altra sorte
. (
XX, 91-93
E io: "Maestro, i tuoi ragionamenti | mi son sì certi e prendon sì mia fede, | che li altri mi sarien carboni spenti"
. (
XX, 100-102
Quell'altro che ne' fianchi è così poco, |
Michele Scotto
fu, che veramente | de le magiche frode seppe 'l gioco.
(Virgilio:
XX, 115-117
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche | a quella terra ch'i' ho ben fornita
Lucca
: | Ogn' uom v'è barattier, fuor che Bonturo; | del no, per li
denar
, vi si fa ita.
XXI, 39-42
Ed elli avea
del cul
fatto trombetta
XXI, 139
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa | coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
XXII, 14-15
Tra male gatte era venuto 'l sorco.
XXII, 58
Ahi
Pistoia
, Pistoia, ché non stanzi | d'incenerarti sì che più non duri, | poi che 'n mal fare il
seme
tuo avanzi?
XXV, 10-12
come procede innanzi da l'ardore, | per lo papiro suso, un color
bruno
| che non è nero ancora e 'l bianco more.
XXV, 64-66
Come 'l
ramarro
sotto la gran fersa | dei

canicular, cangiando sepe, | folgore par se la
via
attraversa, | sì pareva, venendo verso l'
epe
| de li altri due, un serpentello acceso, | livido e nero come gran di pepe; | e quella parte onde prima è preso | nostro
alimento
, a l'un di lor trafisse; | poi cadde giuso innanzi lui disteso. | Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse; | anzi, co' piè fermati, sbadigliava | pur come
sonno
febbre
l'assalisse. | Elli 'l
serpente
e quei lui riguardava; | l'un per la piaga e l'altro per la
bocca
| fummavan forte, e 'l
fummo
si scontrava. |
Taccia
Lucano
omai là dov'e' tocca | del misero Sabello e di Nasidio, | e attenda a udir quel ch'or si scocca. | Taccia di Cadmo e d'Aretusa
Ovidio
, | ché se quello in serpente e quella in fonte | converte
poetando
, io non lo
'nvidio
; | ché due
nature
mai a fronte a fronte | non trasmutò sì ch'amendue le forme | a cambiar lor matera fosser pronte. | Insieme si rispuosero a tai norme, | che 'l serpente la coda in forca fesse, | e 'l feruto ristrinse insieme l'orme. | Le gambe con le cosce seco stesse | s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura | non facea segno alcun che si paresse. | Togliea la coda fessa la figura | che si perdeva là, e la sua pelle | si facea molle, e quella di là dura. | Io vidi intrar le braccia per l'ascelle, | e i due piè de la fiera, ch'eran corti, | tanto allungar quanto accorciavan quelle. | Poscia li piè di rietro, insieme attorti, | diventaron lo membro che l'uom cela, | e 'l misero del suo n'avea due porti. | Mentre che 'l
fummo
l'uno e l'altro vela | di color novo, e genera 'l pel suso | per l'una parte e da l'altra il dipela, | l'un si levò e l'altro cadde giuso, | non torcendo però le
lucerne
empie, | sotto le quai ciascun cambiava muso. | Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie, | e di troppa matera ch'in là venne | uscir li orecchi de le gote scempie; | ciò che non corse in dietro e si ritenne | di quel soverchio, fé naso a la
faccia
| e le labbra ingrossò quanto convenne. | Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, | e li orecchi ritira per la
testa
| come face le corna la lumaccia; | e la
lingua
, ch'avëa unita e presta | prima a parlar, si fende, e la forcuta | ne l'altro si richiude; e 'l
fummo
resta.
XXV, 79-135
Godi,
Fiorenza
, poi che se' sì grande | che per mare e per terra batti l'ali, | e per lo 'nferno tuo nome si spande!
XXVI, 1-3
Là dentro si martira |
Ulisse
e Dïomede, e così insieme | a la vendetta vanno come a l'ira; | e dentro da la lor fiamma si geme | l'agguato del caval che fé la porta | onde uscì de' Romani il gentil seme.
(Virgilio:
XXVI, 55-60
Considerate la vostra semenza: | fatti non foste a viver come bruti, | ma per seguir virtute e
canoscenza
[...]
e volta nostra poppa nel mattino, | de' remi facemmo ali al folle volo
[...]. (
Ulisse
XXVI, 118-125
Cinque volte racceso e tante casso | lo lume era di sotto dalla
luna
| poi ch'entrati eravam nell'alto passo
XXVI, 130–132
Romagna tua non è, e non fu mai, | sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni; ma 'n palese nessuna or vi lasciai. | Ravenna sta come stata è molt'anni: | l'aguglia da Polenta la si cova, sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni. | La terra che fé già la lunga prova | e di Franceschi sanguinoso mucchio, | sotto le branche verdi si ritrova. | E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio, | che fecer di Montagna il mal governo, | là dove soglion fan d'i denti succhio. | Le città di Lamone e di Santerno | conduce il lïoncel dal nido bianco, | che muta parte da la state al verno. | E quella cu' il Savio bagna il fianco,
Cesena
| così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte, | tra tirannia si vive e stato franco.
(Dante:
XXVII, 37-54
Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero, | credendomi, sì cinto, fare ammenda; | e certo il creder mio venìa intero, | se non fosse il gran prete
[papa Bonifacio VIII]
, a cui mal prenda!
(Guido da Montefeltro:
XXVII, 67-70
Ch'assolver non si può chi non si
pente
, | né pentere e volere insieme puossi | per la contradizion che nol consente.
(un diavolo:
XXVII, 118-120
Mentre che tutto in lui veder m'attacco, | guardommi e con le man s'aperse il petto, | dicendo: «Or vedi com' io mi dilacco! | vedi come storpiato è
Mäometto

XXVIII, 28-31
Rimembriti di Pier da Medicina, | se mai torni a veder lo dolce piano | che da Vercelli a Marcabò dichina.
XXVIII, 73-75
Coscïenza
m'assicura, | la buona compagnia che l'uom francheggia | sotto l'asbergo del sentirsi pura.
XXVIII, 115-117
«Io fui d'
Arezzo
, e Albero da
Siena
», | rispuose l'un, «mi fé mettere al foco; | ma quel per ch'io mori' qui non mi mena»
. (
XXIX, 109-111
Or fu già mai | gente sì vana come la
sanese
? | Certo non la francesca sì d'assai!
(Dante:
XXIX, 121-123
E io a lui: "Chi son li due tapini | che fumman come man bagnate 'l verno, | giacendo stretti a' tuoi destri confini?". || "Qui li trovai – e poi volta non dierno –", | rispuose, "quando piovvi in questo greppo, | e non credo che dieno in sempiterno. || L'una è
la falsa
ch'accusò
Gioseppo
; | l'altr'è 'l falso
Sinon
greco di Troia: | per febbre aguta gittan tanto leppo".
(XXX, 91-99)
Maggior difetto men vergogna lava
. (Virgilio:
XXX, 142
Ché voler ciò udire è bassa voglia
. (Virgilio:
XXX, 148
Dove l'argomento de la mente | s'aggiugne al mal volere e a la possa, | nessun riparo vi può far la gente
. (
XXXI, 55-57
"Raphèl maì amècche zabì almi", | cominciò a gridar la fiera bocca, | cui non si convenia più dolci salmi. || E 'l duca mio ver' lui: "Anima sciocca, | tienti col corno, e con quel ti disfoga | quand'ira o altra passïon ti tocca! || Cércati al collo, e troverai la soga | che 'l tien legato, o anima confusa, | e vedi lui che 'l gran petto ti doga". || Poi disse a me: "Elli stessi s'accusa; | questi è
Nembrotto
per lo cui mal coto | pur un linguaggio nel mondo non s'usa. || Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; | ché così è a lui ciascun linguaggio | come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto".
(XXXI, 67-81)
Qual pare a riguardar la
Garisenda
| 'sotto 'l chinato, quando un nuvol vada | sovr'essa sí, che ella incontro penda | tal parve
Anteo
a me che stava a bada | di vederlo chinare.
XXXI, 136 – 138
La bocca sollevò dal fiero pasto | quel peccator, forbendola a' capelli | del capo ch'elli avea di retro guasto.
XXXIII, 1-3
[...]
Tu vuo' ch'io rinovelli | disperato dolor che 'l cor mi preme | già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
XXXIII, 4-6
Questi pareva a me maestro e donno, | cacciando il lupo e' lupicini al monte | per che i Pisan veder Lucca non ponno.
XXXIII, 28-30
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli | pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava; | e se non piangi, di che pianger suoli?
(Ugolino:
XXXIII, 40-42
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l
digiuno
. (
XXXIII, 75
Ahi
Pisa
, vituperio de le genti | del bel paese là dove 'l

suona, | poi che i vicini a te punir son lenti, | muovasi la Capraia e la Gorgona, | e faccian siepe ad Arno in su la foce, | sì ch'elli annieghi in te ogne persona! | Che se 'l conte Ugolino aveva voce | d'aver tradita te de le castella, | non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
XXXIII, 79-87
Ahi
Genovesi
, uomini diversi | d'ogni costume e pien d'ogni magagna, | perché non siete voi del mondo spersi? | Che col peggior spirto di Romagna | trovai di voi un tal
[Branca d'Oria]
, che, per sua opra, | in anima in Cocito già si bagna | ed in corpo par vivo ancor di sopra
. (
XXXIII, 151 – 157
Io non mori' e non rimasi vivo: | pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno, | qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
XXXIV, 25-27
Lo
'mperador del doloroso regno
| da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia
[...]. (XXXIV, 28-29)
S'el fu sì bel com'elli è ora brutto, | e contra 'l suo fattore alzò le ciglia, | ben dee da lui procedere ogne lutto.
(XXXIV, 34-36)
Da ogne bocca dirompea co' denti | un peccatore, a guisa di maciulla, | sì che tre ne facea così dolenti. || A quel dinanzi il mordere era nulla | verso 'l graffiar, che talvolta la schiena | rimanea de la pelle tutta brulla. || "Quell'anima là sù c'ha maggior pena", | disse 'l maestro, "è
Giuda Scarïotto
, | che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena. || De li altri due c' hanno il capo di sotto, | quel che pende dal nero ceffo è
Bruto
: | vedi come si storce, e non fa motto!; || e l'altro è
Cassio
, che par sì membruto".
(XXXIV, 55-67)
Explicit
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Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Citazioni sull'
Inferno
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Vittorio Sermonti
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All'inferno nessuno ha rimorsi, fuorché Dante; tutti, semmai, hanno rimpianti.
E se l'Ottocento diffidò di questo canto
[canto VII]
, dove trovava «il descrittivo» ma non «il drammatico», sarà anche perché non praticava le euforiche mortificazioni della società affluente, i processi di identificazione collettiva nei simboli del consumo, e tanto meno (se possiamo permetterci la spudoratezza dell'anacronismo) la coazione all'improperio, alla rissa, allo scontro frontale che tiranneggia il nostro Sisifo di massa negli ingorghi di traffico.
Fatto è, che in nessun altro canto come in questo
[canto III]
(e nel successivo) Dante si tiene tanto addossato al suo Virgilio: Non si contano i versi che meriterebbero di esser letti con il testo del VI libro dell'Eneide a fronte. Meriterebbero: infatti, le variazioni che Dante apporta nel travaso da lingua a lingua, da cultura a cultura, minime spesso, sono sempre, comunque, decisive.
[Sul canto IV]
Non c'è canto della Commedia così gremito di nomi propri: 48, uno ogni tre versi.
Purgatorio
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Incipit
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Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
Citazioni
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Dolce color d'orïental zaffiro,
| che s'accoglieva nel sereno aspetto | del mezzo, puro infino al primo giro, | a li occhi miei ricominciò diletto, | tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta | che m'avea contristati li occhi e 'l petto. |
Lo bel pianeto
che d'amar conforta | faceva tutto rider l'orïente, | velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
I, 13-21
Lo duca mio allor mi diè di piglio, | e con parole e con mani e con cenni | reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.
I, 49-51
Libertà
va cercando, ch'è sì cara, | come sa chi per lei vita rifiuta.
(Virgilio:
I, 71-72
Già era 'l
sole
a l'orizzonte giunto | lo cui meridïan cerchio coverchia |
Ierusalèm
col suo più alto punto.
II, 1-3
Noi eravam lunghesso mare ancora, | come gente che pensa a suo cammino, | che va col cuore e col corpo dimora.
II, 10-12
O dignitosa coscïenza e netta, | come t'è picciol fallo amaro morso!
III, 8-9
E 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?», | a dir mi cominciò tutto rivolto; | «non credi tu me teco e ch'io ti guidi?»
III, 22-24
State contenti, umana gente, al
quia
; | ché, se potuto aveste veder tutto, | mestier non era parturir
Maria
. (Virgilio:
III, 37-39
Ché perder tempo a chi più sa più spiace
. (Virgilio:
III, 78
Come le
pecorelle
escon del chiuso | a una, a due, a tre, e l'altre stanno | timidette atterrando l'occhio e 'l muso; | e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, | addossandosi a lei, s'ella s'arresta, | semplici e quete, e lo 'mperché non sanno
. (
III, 79-84
[Incontro con
Manfredi di Sicilia
Biondo era e bello e di gentile aspetto, | ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
III, 107-108
Poscia ch'io ebbi rotta la persona | di due punte mortali, io mi rendei, | piangendo, a quei che volontier perdona. || Orribil furon li peccati miei; | ma la bontà infinita ha sì gran braccia, | che prende ciò che si rivolge a lei.
(Manfredi:
III, 118-123
Or le bagna la pioggia e move il vento
[...]. (Manfredi, riferendosi al destino delle sue spoglie:
III, 130
Per lor maladizion sì non si perde, | che non possa tornar, l'etterno amore, | mentre che la speranza ha fior del verde.
(Manfredi:
III, 133-135
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
(Virgilio:
V, 12
Vien dietro a me, e lascia dir le genti: | sta come torre ferma, che non crolla | già mai la cima per soffiar di venti; | ché sempre l'omo in cui pensier rampolla | sovra pensier, da sé dilunga il segno, | perché la foga l'un de l'altro insolla.
(Virgilio:
V, 13-18
Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, | ti priego, se mai vedi quel paese | che siede tra
Romagna
e quel di Carlo,
[Carlo II d'Angiò]
| che tu mi sie di tuoi prieghi cortese | in Fano, sì che ben per me s'adori | pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
(Jacopo del Cassero:
V, 67-72
Vid'io |
de le mie vene farsi in terra laco
(Jacopo del Cassero:
V, 83-84
[Su
Pia de' Tolomei
"Deh, quando tu sarai tornato al mondo | e riposato de la lunga via", | seguitò 'l terzo spirito al secondo, | "ricorditi di me, che son la Pia; |
Siena
mi fé, disfecemi
Maremma
: | salsi colui che 'nnanellata pria | disposando m'avea con la sua gemma".
V, 130-136
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando | che ne mostrasse la miglior salita; | e quella non rispuose al suo dimando, | ama di nostro paese e de la vita | ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava | "
Mantüa
...", e l'ombra, tutta in sé romita, | surse ver' lui del loco ove pria stava, | dicendo: "O Mantoano, io son Sordello | de la tua terra!"; e l'un l'altro abbracciava.
VI, 67-75
Ahi serva
Italia
, di dolore ostello, | nave sanza nocchiere in gran tempesta, | non donna di provincie, ma bordello!
VI, 76-78
Ahi gente che dovresti esser devota, | e lasciar seder Cesare in la sella, | se bene intendi ciò che Dio ti nota, | guarda come esta fiera è fatta fella | per non esser corretta da li sproni, | poi che ponesti mano a la predella.
VI, 91-96
Rade volte risurge per li rami
[figli]
| l'umana probitate; e questo vole | quei che la dà, perché da lui si chiami.
(Sordello:
VII, 121-123
Era già
l'ora che volge il disio
| ai navicanti e 'ntenerisce il core | lo dì c' han detto ai dolci amici addio; | e che lo novo peregrin d'amore | punge, se ode squilla di lontano | che paia il giorno pianger che si more
. (
VIII, 1-6
Per lei
10
assai di lieve si comprende | quanto in
femmina
foco d'amor dura, | se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
(Nino Visconti:
VIII, 76-78
Oh vana gloria de l'umane posse! | com' poco verde in su la cima dura, | se non è giunta da l'etati grosse! | Credette
Cimabue
ne la pittura | tener lo campo, e ora ha
Giotto
il grido, | sì che la fama di colui è scura. | Così ha tolto
l'uno
a l'
altro Guido
| la gloria de la lingua; e forse è nato | chi l'uno e l'altro caccerà del nido. | Non è il mondan romore altro ch'un fiato | di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, | e muta nome perché muta lato.
(Oderisi:
XI, 91-102
Colui
[Provenzano Salvani]
che del cammin sì poco piglia | dinanzi a me, Toscana sonò tutta; | e ora a pena in Siena sen pispiglia, | ond'era sire quando fu distrutta | la rabbia fiorentina, che superba | fu a quel tempo sì com'ora è putta.
(Oderisi:
XI, 109-114
[Su Provenzano Salvani]
"Quando vivea più glorïoso", disse, | "liberamente nel
Campo di Siena
, | ogne vergogna diposta, s'affisse.
XI, 133-135
Mostrava come i figli si gittaro | sovra
Sennacherìb
dentro dal tempio, | e come, morto lui, quivi il lasciaro
XII, 52-54
Or
superbite
, e via col viso altero, | figliuoli d'Eva, e non chinate il volto | sì che veggiate il vostro mal sentero!
XII, 70-72
A noi venìa la
creatura bella
, | biancovestito e ne la faccia quale | par tremolando mattutina stella.
XII, 88-90
O gente umana, per volar sù nata, | perché a poco vento così cadi?
(l'Angelo dell'umiltà:
XII, 95-96
Ahi quanto son diverse quelle foci | da l'infernali! ché quivi per canti | s'entra, e là giù per lamenti feroci.
XII, 112-114
Tu li vedrai tra quella gente vana | che spera in Talamone, e perderagli | più di speranza ch'a trovar la Diana
. (Sapìa Salvani:
XIII, 151-153
[...]
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno
[la
Romagna
[...] (
XIV, 92
Oh
Romagnuoli
tornati in bastardi! | Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? | quando in Faenza un Bernardin di Fosco, | verga gentil di picciola gramigna?
(Guido del Duca:
XIV, 99-102
Che volse dir lo spirto di Romagna
[Guido del Duca]
, | e 'divieto' e 'consorte' menzionando?
(Dante:
XV, 44-45
Lume v'è dato a bene e a malizia
. (Marco Lombardo:
XVI, 75
L'anima semplicetta che sa nulla, | salvo che, mossa da lieto fattore, | volontier torna a ciò che la trastulla.
XVI, 88-90
11
Le
leggi
son, ma chi pon mano ad esse? | Nullo, però che 'l pastor che procede, | rugumar può, ma non ha l'unghie fesse; | per che la gente, che sua guida vede | pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta, | di quel si pasce, e più oltre non chiede. | Ben puoi veder che la mala
condotta
| è la cagion che 'l mondo ha fatto reo, | e non natura che 'n voi sia corrotta.
XVI, 97-105
[...] quale aspetta prego e l'uopo vede, | malignamente già si mette al nego.
XVII, 59-60
Ciascun confusamente un bene apprende | nel qual si queti l'animo, e disira; | per che di giugner lui ciascun contende.
XVII, 127-129
Fino a quel punto misera e partita | da Dio anima fui
papa Adriano V
, del tutto
avara
; | or, come vedi, qui ne son punita.
12
XIX, 112-114
Queste parole m'eran sì piaciute, | ch'io mi trassi oltre per aver
contezza
| di quello spirto onde parean venute.
XX, 28-30
Perché men paia il mal futuro e 'l fatto, | veggio
[Carlo II d'Angiò, re di Puglia]
in Alagna
[Anagni]
intrar lo fiordaliso, | e nel vicario suo
[papa Bonifacio VIII]
Cristo esser catto.
XX, 85-87
Ma perché lei che dì e notte fila | non li avea tratta ancora la conocchia | che Cloto impone a ciascuno e compila,
| [...]. (
XXI, 25-27
De l'
Eneïda
dico, la qual mamma | fummi, e fummi nutrice, poetando: | sanz'essa non fermai peso di dramma.
XXI, 97-99
Veramente più volte
appaion
cose | che danno a dubitar falsa matera | per le vere ragion che son nascose.
XXII, 28-30
Facesti come quei che va di notte, | che porta il lume dietro e sé non giova, | ma dopo sé fa le persone dotte
. (
XXII, 67-69
Più pensava
Maria
onde | fosser
le nozze
orrevoli e intere, | ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde. || E le Romane antiche, per lor bere, | contente furon d'acqua; e
Danïello
| dispregiò cibo e acquistò savere. || Lo
secol primo
, quant'oro fu bello, | fé savorose con fame le ghiande, | e nettare con sete ogne ruscello. || Mele e locuste furon le vivande | che nodriro il
Batista
nel diserto; | per ch'elli è glorïoso e tanto grande || quanto per lo Vangelio v'è aperto.
(Stazio:
XXII, 142-154
Io dicea fra me stesso pensando: "Ecco | la gente che perdé
Ierusalemme
, | quando Maria nel figlio diè di becco!".
13
XXIII, 28-30
Tutta esta gente che piangendo canta | per seguitar la
gola
oltra misura, | in fame e 'n sete qui si rifà santa.
XXIII, 64-66
"O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo | che
'l Notaro
Guittone
me
ritenne | di qua dal
dolce stil novo
ch'i' odo! || Io veggio ben come le vostre penne | di retro al dittator sen vanno strette, | che de le nostre certo non avvenne; || e qual più a gradire oltre si mette, | non vede più da l'uno a l'altro stilo"; | e, quasi contentato, si tacette.
XXIV, 55-63
Sì accostati a l'un d'i due vivagni
[orli del cerchio]
| passammo, udendo colpe de la gola | seguite già da miseri guadagni.
XXIV, 127-129
Così per entro loro schiera bruna | s'mmusa l'una con l'altra
formica
, | forse a spïar lor via e lor fortuna.
XXVI, 34-36
La nova gente: "Soddoma e Gomorra"; | e l'altra: "Ne la vacca entra Pasife, | perché 'l torello a sua
lussuria
corra".
XXVI, 40-42
[...]
giovane e bella in sogno mi parea | donna vedere andar per una landa | cogliendo fiori; e cantando dicea: || "Sappia qualunque il mio nome dimanda | ch'i' mi son
Lia
, e vo movendo intorno | le belle mani a farmi una ghirlanda. || Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; | ma mia suora
Rachel
mai non si smaga | dal suo miraglio, e siede tutto giorno. || Ell'è d'i suoi belli occhi veder vaga | com'io de l'addornarmi con le mani; | lei lo vedere, e me l'ovrare appaga".
(XXVII, 97-108)
Non aspettar mio dir più né mio cenno; | libero, dritto e sano è tuo
arbitrio
, | e fallo fora non fare a suo senno: | per ch'io te sovra te corono e mitrio.
(Virgilio:
XXVII, 139-142
Sovra candido vel cinta d'uliva | donna m'apparve, sotto verde manto | vestita di color di fiamma viva.
XXX, 31-33
"Conosco i segni de l'antica fiamma". | Ma Virgilio n'avea lasciati scemi | di sé, Virgilio dolcissimo patre, | Virgilio a cui per mia salute die'mi.
XXX, 48-51
14
Ché pianger ti conven per altra spada.
XXX, 57
Explicit
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Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire a le stelle.
Citazioni sul
Purgatorio
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Nel canto XI, la parafrasi del
Pater
è d'una bellezza che ha del prodigioso; il linguaggio umano si eleva d'un tratto a un'altezza che noi non raggiungiamo più; si direbbe che la grazia
inebbrii
tale linguaggio, ma d'un'ebbrezza divina che conserva tutta la sua lucidità. Manca a Dante il balbettamento del mistico che esce dall'estasi; questo uomo cammina nell'azzurro come su una strada. (
Julien Green
Paradiso
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Incipit
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La
gloria
di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Citazioni
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Poca favilla gran fiamma seconda
. (
I, 34
Trasumanar significar per verba | non si poria; però l'essemplo basti | a cui esperïenza grazia serba.
I, 70-72
Intra due cibi, distanti e moventi | d'un modo, prima si morria di fame, | che liber'omo l'un recasse ai
denti
. (
IV, 1-3
Volontà
, se non vuol, non s'ammorza, | ma fa come natura face in foco, | se mille volte vïolenza il torza.
IV, 76-78
Apri la mente a quel ch'io ti paleso | e fermalvi entro; ché non fa
scïenza
, | sanza lo
ritenere
, avere inteso.
(Beatrice:
V, 40-42
Siate,
Cristiani
, a muovervi più gravi: | non siate come penna ad ogne vento, | e non crediate ch'ogne acqua vi lavi. | Avete il novo e 'l vecchio Testamento, | e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; | questo vi basti a vostro salvamento. | Se mala cupidigia altro vi grida, | uomini siate, e non pecore matte, | sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
(Beatrice:
V, 73-81
[Sulla
Provenza
Quella sinistra riva che si lava | di Rodano poi ch'è misto con Sorga
[...]. (
VIII, 58-59
[...]
e quel
corno d'Ausonia
che s'imborga | di Bari e di Gaeta e di Catona, | da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
15
VIII, 61-63
E la bella
Trinacria
, che caliga | tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo | che riceve da Euro maggior briga, | non per Tifeo ma per nascente solfo, | attesi avrebbe li suoi regi ancora, | nati per me di Carlo e di Ridolfo, | se mala segnoria, che sempre accora | li popoli suggetti, non avesse | mosso
Palermo
a gridar: "Mora, mora!".
16
(Carlo Martello:
VIII, 67-75
E non pur le nature
provedute
| sono in la mente ch'è da sé perfetta, | ma esse insieme con la lor salute: | per che quantunque quest'arco saetta | disposto cade a proveduto
fine
, | sì come cosa in suo segno diretta.
VIII, 100-105
[...]
ma tosto fia che
Padova
al palude | cangerà l'acqua che Vincenza bagna, | per essere al dover le genti crude; | e
dove
Sile e Cagnan s'accompagna, |
tal
signoreggia e va con la testa alta, | che già per lui carpir si fa la ragna.
(Cunizza da Romano:
IX, 46-51
Tu vuo' saper chi è in questa lumera | che qui appresso me così scintilla | come raggio di sole in acqua mera. || Or sappi che là entro si tranquilla |
Raab
; e a nostr'ordine congiunta, | di lei nel sommo grado si sigilla.
(Folchetto di Marsiglia:
IX, 112-117
La tua città
, che di
colui
è pianta | che pria volse le spalle al suo fattore | e di cui è la 'nvidia tanto pianta, | produce e spande il
maladetto fiore
| c'ha disvïate le pecore e li agni, | però che fatto ha lupo del pastore. | Per questo l'Evangelio e i dottor magni | son derelitti, e solo ai Decretali | si studia, sì che pare a' lor vivagni. | A questo intende il
papa
e' cardinali; | non vanno i lor pensieri a Nazarette, | là dove Gabrïello aperse l'ali. | Ma Vaticano e l'altre parti elette | di Roma che son state cimitero | a la milizia che Pietro seguette, | tosto libere fien de l'avoltero.
(Folchetto di Marsiglia:
IX, 127-142
Guardando nel suo Figlio con l'Amore | che l'uno e l'altro etternalmente spira, | lo primo e ineffabile Valore | quanto per mente e per loco si gira | con tant' ordine fé, ch'esser non puote | sanza gustar di lui chi ciò rimira.
X, 1-6
Lo
ministro maggior de la natura
, | che del valor del ciel lo mondo imprenta | e col suo lume il tempo ne misura, | con quella parte che sù si rammenta | congiunto, si girava per le spire | in che più tosto ognora s'appresenta
X, 28-33
E se le
fantasie
nostre son basse | a tanta altezza, non è maraviglia; | ché sopra 'l sol non fu
occhio
ch'andasse.
X, 46-48
Ne la corte del cielo, ond' io rivegno, | si trovan molte gioie care e belle | tanto che non si posson trar del regno; | e 'l canto di quei lumi era di quelle; | chi non s'impenna sì che là sù voli, | dal muto aspetti quindi le novelle.
X, 70-75
O insensata cura de' mortali, | quanto son difettivi silogismi | quei che ti fanno in basso batter l'ali! | Chi dietro a iura e chi ad amforismi | sen giva, e chi seguendo sacerdozio, | e chi regnar per forza o per sofismi, | e chi rubare e chi civil negozio, | chi nel diletto de la carne involto | s'affaticava e chi si dava a l'ozio, | quando, da tutte queste cose sciolto, | con Bëatrice m'era suso in cielo | cotanto glorïosamente accolto.
XI, 1-12
[Su
Francesco
Domenico
L'un fu tutto serafico in ardore; | l'altro per sapïenza in terra fue | di cherubica luce uno splendore.
(Tommaso d'Aquino:
XI, 37-39
Intra Tupino e l'acqua che discende | del colle eletto dal beato Ubaldo, | fertile costa d'alto monte pende, | onde
Perugia
sente freddo e caldo | da Porta Sole; e di rietro le piange | per grave giogo Nocera con Gualdo. | Di questa costa, là dov' ella frange | più sua rattezza, nacque al mondo un sole, | come fa questo talvolta di Gange. | Però chi d'esso loco fa parole, | non dica
Ascesi
, ché direbbe corto, | ma Orïente, se proprio dir vuole.
(Tommaso d'Aquino:
XI, 43-54
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! | Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro | dietro a
lo sposo
, sì
la sposa
piace.
(Tommaso d'Aquino:
XI, 82-84
E questo ti sia sempre piombo a' piedi, | per farti mover lento com' uom lasso | e al sì e al no che tu non vedi: | ché quelli è tra li stolti bene a basso, | che sanza distinzione afferma e nega | ne l'un così come ne l'altro passo; | perch' elli 'ncontra che più volte piega | l'oppinïon corrente in falsa parte, | e poi l'affetto l'intelletto lega. | Vie più che 'ndarno da riva si parte, | perché non torna tal qual e' si move, | chi pesca per lo vero e non ha l'arte. | E di ciò sono al mondo aperte prove |
Parmenide
Melisso
Brisso
e molti, | li quali andaro e non sapëan dove; | sì fé
Sabellio
Arrio
e quelli stolti | che furon come spade a le Scritture | in render torti li diritti volti. | Non sien le genti, ancor, troppo sicure | a giudicar, sì come quei che stima | le biade in campo pria che sien mature; | ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima | lo prun mostrarsi rigido e feroce, | poscia portar la rosa in su la cima; | e legno vidi già dritto e veloce | correr lo mar per tutto suo cammino, | perire al fine a l'intrar de la foce. | Non creda donna Berta e ser Martino, | per vedere un furare, altro offerere, | vederli dentro al consiglio divino; | ché quel può surgere, e quel può cadere.
(Tommaso d'Aquino:
XIII, 112-142
Qual si lamenta perché qui si moia | per viver colà sù, non vide quive | lo refrigerio de l'etterna ploia. | Quell' uno e due e tre che sempre vive | e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno, | non circunscritto, e tutto circunscrive, | tre volte era cantato da ciascuno | di quelli spirti con tal melodia, | ch'ad ogne merto saria giusto muno.
XIV, 25-33
[...]
distinta da minori e maggi | lumi biancheggia tra' poli del mondo |
Galassia
sì, che fa dubbiar ben saggi
[...]. (
XIV, 97-99
Ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso | tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo | de la mia gloria e del mio paradiso.
XV, 34-36
Sempre la
confusion
de le persone | principio fu del mal de la cittade.
XVI, 67-68
E come 'l volger del ciel de la
luna
| cuopre e discuopre i liti sanza posa, | così fa di
Fiorenza
la Fortuna: | per che non dee parer mirabil cosa | ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini | onde è la fama nel tempo nascosa.
XVI, 82-87
Tu proverai sì come sa di
sale
| lo
pane
altrui, e come è duro calle | lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
(Cacciaguida:
XVII, 58-60
[Su Bartolomeo della Scala]
[...] in te avrà sì benigno riguardo, | che del fare e del chieder, tra voi due, | fia primo quel che tra li altri è più tardo.
(Cacciaguida:
XVII, 74-75
E quel che mi convien ritrar testeso
[subito]
, | non portò voce mai, né scrisse
incostro
, | né fu per
fantasia
già mai compreso
. (
XIX, 7-9
Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna, | per giudicar di lungi mille miglia | con la veduta corta d'una spanna?
XIX, 79-81
E quel che vedi ne l'arco declivo, |
Guglielmo
fu, cui quella terra plora | che piagne Carlo e Federigo vivo: | ora conosce come s'innamora | lo ciel del giusto rege, e al sembiante | del suo fulgore il fa vedere ancora.
XX, 61-66
Quale
allodetta
che 'n aere si spazia | prima cantando, e poi tace contenta | de l'ultima dolcezza che la sazia, | tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta | de l'etterno piacere, al cui disio | ciascuna cosa qual ell' è diventa.
XX, 73-78
In quel loco fu' io
Pietro Damiano
, | e Pietro Peccator fu' ne la casa | di Nostra Donna in sul lito adriano. | Poca vita mortal m'era rimasa, | quando fui chiesto e tratto a quel cappello, | che pur di male in peggio si travasa.
XXI, 121-126
L'aiuola che ci fa tanto feroci, | volgendom' io con li etterni Gemelli, | tutta m'apparve da' colli a le foci; | poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
XXII, 151-154
[Sulla
Commedia
[...]
'l poema sacro | al quale ha posto mano e cielo e terra
[...]. (
XXV, 1-2
17
La Chiesa militante alcun figliuolo | non ha con più
speranza
, com' è scritto | nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: | però li è conceduto che d'Egitto | vegna in
Ierusalemme
18
per vedere, | anzi che 'l militar li sia prescritto.
XXV, 52-57
Opera naturale è ch'uom favella; | ma così o così, natura lascia | poi fare a voi secondo che v'abbella.
XXVI, 130-132
Quand' ïo udi': «Se io
San Pietro
mi trascoloro, | non ti maravigliar, ché, dicend' io, | vedrai trascolorar tutti costoro. | Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, | il luogo mio, il luogo mio che vaca | ne la presenza del
Figliuol di Dio
, | fatt' ha del cimitero mio cloaca | del sangue e de la puzza; onde 'l perverso | che cadde di qua sù, là giù si placa».
XXVII, 19-27
La piaga che
Maria
richiuse e unse, | quella ch'è tanto bella da' suoi piedi | è
colei
che l'aperse e che la punse. || Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, | siede
Rachel
di sotto da costei | con Bëatrice, sì come tu vedi. ||
Sarra
Rebecca
Iudìt
colei
| che fu bisava al
cantor
che per doglia | del fallo disse "Miserere mei", || puoi tu veder così di soglia in soglia | giù digradar, com' io ch'a proprio nome | vo per la rosa giù di foglia in foglia.
(Bernardo: XXXII, 4-15)
Vergine Madre
, figlia del tuo figlio, | umile e alta più che creatura, | termine fisso d'etterno consiglio, | tu se' colei che l'
umana natura
| nobilitasti sì, che 'l suo fattore | non disdegnò di farsi sua fattura.
(Bernardo:
XXXIII, 1-6
Nel ventre tuo si raccese l'
amore
, | per lo cui caldo ne l'etterna pace | così è germinato questo
fiore
(Bernardo:
XXXIII, 7-9
La tua benignità non pur soccorre | a chi domanda, ma molte fïate | liberamente al dimandar precorre.
(Bernardo:
XXXIII, 16-18
Explicit
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A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'amor
che move il
sole
e l'altre
stelle
Citazioni sul
Paradiso
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Il paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel purgatorio. Il
Paradiso
è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. È il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del
Web
ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un
Big Bang
ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale
odissea nello spazio
, a lietissimo fine. Se volete, leggete il
Paradiso
anche così, male non potrà farvi e sarà meglio di una discoteca stroboscopica e dell'ecstasy. Perché, quanto a estasi, la terza cantica mantiene le sue promesse. (
Umberto Eco
Subito, nei primi versi del
Paradiso
, nell'invocazione ad Apollo,
Dante
chiarisce perché la sfida sia estrema:
Entra nel petto mio, e spira tue | sì come quando
Marsïa
traesti | de la vagina de le membra sue.
Dio
, l'ispiratore della poesia sacra, viene paragonato ad Apollo, quando spellò vivo Marsia, che aveva osato sfidarlo, e ne estrasse il corpo scorticato dalla pelle – la guaina, la «vagina» delle sue membra. Dunque la poesia sacra, che Dante sta per iniziare, porta con sé l'ombra di un delitto mitico: è essa stessa un delitto; ci distrugge, ci annichila, ci uccide, sia pure per farci uscire da noi e farci conoscere la rivelazione. Dante ci mette sull'avviso: il suo libro sacro sarà tremendo, molto più dell'
Inferno
, e chi oserà leggerlo dovrà contare su un coraggio intellettuale, che nemmeno per un attimo potrà distendersi e rallentare. Tutta quella luce non ci illuda. Tutto quell'amore non ci incanti. Se il libro di Dante è tremendo, se senza fine l'Apollo cristiano spellerà davanti ai nostri occhi il corpo vivo di Marsia, è per una ragione evidente. Dio è tremendo. Come i veri credenti sanno, Dio non è nulla di misurato o tranquillo o ragionevole o pacato: è un «infinito eccesso», una fatale sovrabbondanza rispetto a tutti gli uomini e alle cose create. (
Pietro Citati
Similitudini
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E come quei che con lena affannata | uscito fuor del pelago a la riva | si volge a l'acqua perigliosa e guata, | così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, | si volse a retro a rimirar lo passo | che non lasciò già mai persona viva.
(da
Inferno, I, 22-27
E qual è quei che volontieri acquista, | e giugne 'l tempo che perder lo face, | che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista; | tal mi fece la bestia sanza pace, | che, venendomi 'ncontro, a poco a poco | mi ripigneva là dove 'l sol tace.
(da
Inferno, I, 55-60
E qual è quei che disvuol ciò che volle | e per novi pensier cangia proposta, | sì che dal cominciar tutto si tolle, | tal mi fec'ïo 'n quella oscura costa, | perché, pensando, consumai la 'mpresa | che fu nel cominciar cotanto tosta.
(da
Inferno, II, 37-42
Quali i fioretti, dal notturno gelo | chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca | si drizzan tutti aperti in loro stelo, | tal mi fec'io di mia virtute stanca.
(da
Inferno, II, 127-130
Diverse lingue, orribili favelle, | parole di dolore, accenti d'ira, | voci alte e fioche, e suon di man con elle | facevano un tumulto, il qual s'aggira | sempre in quell'aura sanza tempo tinta, | come la rena quando turbo spira.
(da
Inferno, III, 25-30
Come d'
autunno
si levan le
foglie
| l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo | vede a la terra tutte le sue spoglie, | similmente il mal seme d'Adamo | gittansi di quel lito ad una ad una, | per cenni come augel per suo richiamo.
(da
Inferno, III, 112-117
Io venni in luogo d'ogni luce muto, | che mugghia come fa mar per tempesta, | se da contrari venti è combattuto.
(da
Inferno, V, 28-30
E come li stornei ne portan l'ali | nel freddo tempo a schiera larga e piena, | così quel fiato li spiriti mali | di qua, di là, di giù, di su li mena; | nulla speranza li conforta mai, | non che di posa, ma di minor pena. | E come i gru van cantando lor lai, | faccendo in aere di sé lunga riga, | così vidi venir, traendo guai, | ombre portate da la detta briga;
(da
Inferno, V, 40-49
Quali
colombe
, dal disio chiamate, | con l'ali alzate e ferme al dolce nido | vegnon per l'aere, dal voler portate; | cotali uscir de la schiera ov'è Dido, | a noi venendo per l'aere maligno, | sì forte fu l'affettüoso grido.
(da
Inferno, V, 82-87
Qual è quel
cane
ch'abbaiando agogna, | e si racqueta poi che 'l pasto morde, | ché solo a divorarlo intende e pugna, | cotai si fecer quelle facce lorde | de lo demonio
Cerbero
, che 'ntrona | l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
(da
Inferno, VI, 28-33
Quali dal
vento
le gonfiate
vele
| caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, | tal cadde a terra la fiera crudele.
(da
Inferno, VII, 13-15
Come fa l'onda là sovra Cariddi, | che si frange con quella in cui s'intoppa, | così convien che qui la gente riddi.
(da
Inferno, VII, 22-24
Citazioni sulle similitudini
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La similitudine in Dante, pur nella sua immediatezza e nel suo realismo, si carica sempre di accenti morali. (dalle note curate da Emilio Alessandro Panaitescu a
La Divina Commedia
, Fabbri, Milano, 1982)
Delle similitudini e immagini è me' tacere che dirne poco, perché in queste non ha avuto mai pari; così nell'appropriarle maravigliosamente a proposito, come nell'esprimere felicemente, e secondo la propria natura loro, le
imagini
brevissimamente, quell'altre più largamente, e non però di soperchio. (
Vincenzo Borghini
Citazioni sulla
Divina Commedia
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Gotico
significava goffo, rozzo, informe. Ad un edificio gotico presto s'avvezzarono i Britanni ad eguagliare la «Commedia», ritengo dietro l'esempio dei Francesi, dimentichi delle marmoree commedie sollevate al cielo dagli avi loro, nelle età barbare e caotiche, e spasimanti dietro le forme elleniche, classiche, luminosissime. (
Arturo Farinelli
Il Divino Poema fu ed è anch'oggi per tutti noi codice di civiltà, fulgore di scienza razionale e
dommatica
, dove fede e ragione mostrano al mondo la loro potenza suprema, quando, distinte, pur s'accordano e s'avvalorano a vicenda nell'acquisto del vero e del bene. (
Augusto Alfani
In Dante veggo essere grandissime e bellissime parti, e le principali tutte che si richieggon a un gran Poema. Che vi sia poi qualche difettuzzo o mancamento, io non lo niego: sia dell'uomo o dell'età, non rileva a questo punto di qual sia più perfetto e migliore, se ben serve o per iscusa o per qualche altra cosa: come non servirebbe a fare che una figura di
Giotto
fusse più bella d'una d'
Andrea del Sarto
, il dire che nell'età di colui l'arte della Pittura non era tanto inluminata, quanto ella fu poi; servirà bene a dire che Giotto in tante tenebre fece miracoli, e non ebbe pari; dove questo altro ebbe manco difficultà assai, e de' pari, e forse de' superiori qualcuno. Ma io non credo che il punto in Dante consista qui, se bene questa scusa ci bisognerà in alcune poche voci solamente quanto attiene alla comparazione del Petrarca. Ma il punto vero sarà qual sia di maggior lode degno o un Epico o Eroico poema grande, non interamente perfetto, o un piccolo e minuto che sia perfetto: perché può bene stare che si truovi una cosa piccola bellissima, pogniam caso una cappellina con bellissima proporzione d'architettura e ricchezza di cornici, che nondimeno non
arà
a fare con la
fabrica
d'un gran tempio con pochi ornamenti; e in simili comparazione sogliono dire i nostri uomini a tanto per tanto, o pur del tanto, come disse il Villani... (
Vincenzo Borghini
L'oggetto della Commedia, anche se essa raffigura lo stato delle anime dopo la morte, rimane la vita terrena in tutta la sua ampiezza e il suo contenuto; tutto quanto avviene in alto o in basso nel regno dell'aldilà, si riferisce al dramma dell'uomo nell'aldiquà. (
Erich Auerbach
La «Commedia» è una gran boscaglia, fitta, densa intricata, che sgomenta al primo entrarvi, e dove non risplende sole. Più franco e sicuro è il passo negli orti ameni, offerti dai poemi allegorici di Francia. I cristianissimi di Spagna, quando vanno in sogno all'altro mondo, e vedono e descrivono gli abissi infernali, chiedono, come i fratelli di Francia, soccorso d'immaginazione a Virgilio più che a Dante. (
Arturo Farinelli
La Commedia ha rappresentato l'unità fisica, etica e politica del cosmo scolastico-cristiano in un'epoca in cui essa cominciava a perdere la sua invulnerabilità ideologica: l'atteggiamento concettuale di Dante è quello difensivo di un conservatore e la sua lotta tende alla riconquista di ciò che è già perduto. (
Erich Auerbach
La "Commedia" non è un'opera, è un lungo monologo che mette il lettore di fronte a scelte radicali legate alla tragedia dello stare al mondo e alla speranza di salvezza. (
Vittorio Sermonti
La
divina
Commedia è con ragione chiamata la Bibbia nazionale, è il vero poema cosmopolitico insieme ed italiano. (
Licurgo Cappelletti
La
divina commedia
non è veramente il libro del perdono. (
Raffaele Garofalo
La
Norvegia
è uno dei pochissimi Paesi che non abbiano la
Commedia
di Dante tradotta (esclusa solo un'avara e discontinua antologia del 1965, che mi viene fatta vedere all'Istituto di cultura). Penso a
Gorbaciov
che mi ricordava con una punta di orgoglio le settanta traduzioni di Dante – dico settanta – nelle varie lingue della
federazione
(e capisco il dramma dell'impero sovietico!). (
Giovanni Spadolini
La preferenza dello
Shelley
riguardo al valore estetico delle tre Cantiche, paragonate fra loro, parrebbe rivolta al Paradiso, in cui le immagini radiose, la gemmea colorazione, il perenne fulgore dello sfondo, dovevano particolarmente gradire al suo spirito sì propenso alle vive irradiazioni, agli effetti di luce e di tinte trasparenti. Inoltre egli osserva come, nell'apprezzamento delle Cantiche, i critici più acuti abbiano invertito il giudizio del volgo ammirando assai più i pregi dell'ultima parte di quelli delle altre. La terza Cantica gli offriva insuperabili splendori d'arte; quell'ascensione del poeta di stella in stella apparivagli come la più fulgida manifestazione della poesia moderna. (
Federico Olivero
Nell'origin sua la
poesia
è la scienza delle umane e divine cose, convertita in immagine fantastica ed armoniosa.
La quale immagine noi, sopra ogn'altro poema italiano ravvisiamo vivamente nella Divina Commedia di Dante, il quale s'innalzò al sommo nell'esprimere, ed alla maggior vivezza pervenne, perché più largamente e più profondamente d'ogni altro nella nostra lingua concepiva: essendo la locuzione immagine dell'intelligenza, da cui il favellare trae la forza e il calore. E giunse egli a sì alto segno d'intendere e profferire, perché dedusse la sua scienza dalla cognizione delle cose divine, in cui le naturali, e le umane e civili, come in terso cristallo, riflettono... (
Giovanni Vincenzo Gravina
Officio è del poeta | giovar e dilettar con tal maniera | di stile, che 'l lettore non s'attedia; | e ciò fa Dante ne la sua
Comedia
Teofilo Folengo
Per la Francia, come per la Spagna, la Germania e l'Inghilterra, la lingua di Dante doveva offrire gravissimi ostacoli ad ognuno che voleva pur internarsi in quel singolarissimo mondo della «Commedia». La lingua e l'afflato della poesia medesima; se non l'intendi in ogni sfumatura più delicata, e non l'hai chiara e vibrante nel cuore, non giungerai alla sua anima; e ti fluttuerà innanzi, sempre velata di mistero. I traduttori più abili non suppliscono alla tua propria virtù di penetrazione, e ridanno infiacchito e travisato l'originale, che pur si rispetta. (
Arturo Farinelli
Se si facesse il censimento di quanti dantisti laureati hanno letto la
Divina Commedia
da capo a fondo, senza interruzione, come si legge un romanzo moderno, non sappiamo quanti potrebbero in coscienza rispondere all'appello. Se non fosse così non si sarebbero versati fiumi d'inchiostro per dire tante scempiaggini, attaccandosi ai particolari più insignificanti e trascurando la visione generale del poema.
Perché la
Divina Commedia
– l'immagine è vecchia, ma in fondo esatta – è come una cattedrale gotica piena di simboli e di rappresentazioni di ogni genere, conchiusi tuttavia in una cornice, che dà una potente unità ai particolari, fino al punto che questi perdono gran parte della loro importanza considerati separatamente. Se l'immagine non piace, si potrà non meno esattamente paragonare il poema alla volta della Sistina in cui nessuno si sognerebbe di considerare separate dal tutto le varie figure. Ora i dantisti hanno fatto proprio così. Hanno costruita una impalcatura e ciascuno si è messo col naso su di un particolare, perdendo di vista l'insieme dell'opera. La conseguenza più grave di tutto questo è che essi impediscono agli altri di vedere. Fuori di metafora, tutti esitano ad accostarsi alla
Divina Commedia
tanto è spaventosa la mole dei commenti che l'ingombra. (
Sebastiano Arturo Luciani
Roberto Benigni
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Dante ci fa entrare in quello che solo l'intelligenza è in grado di cercare ma, da sola, non è capace di trovare. La sua forza è essere profondamente laico. Non ha atteggiamenti pappalardeschi, come direbbe lui, da falsi devoti. È religioso senza essere mai pretesco, bigotto. Non si rivolge a Dio, alla Madonna, ai santi. Si rivolge alle Muse, ad Apollo. Il suo universo è la poesia. Si può leggere la Divina commedia senza credere in Dio, ma non senza conoscere il cristianesimo.
Dopo la Divina Commedia c'è di più Dio. C'è proprio, lo si sente, lo si vede. Tutto ciò che è bello è vicino a Dio. È proprio la bellezza che ci porta vicino a Dio. Ci ha portato quasi a guardarlo, a vederlo.
La
Divina Commedia
è il libro più giustificabile, più limpido, più grande, più straordinario di tutte le letterature; ma non di dopo Dante, anche di prima.
Perché non ho scritto
La Divina Commedia
? Perché non c'ho pensato.
Quando si parla della
Divina Commedia
o di Dante, bisogna non tanto capire, perché è semplice anche se non è sempre facile. Come è semplice l'universo, la musica di Bach: semplice ma non facilissima. È tutto vero; siamo lì, è come una rosa.
Note
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La lonza, nella simbologia medievale dantesca, rappresenta la lussuria.
Rappresenta qui la
superbia
La lupa è per Dante il simbolo dell'
avarizia
Cfr.
Giuseppe Fumagalli
Chi l'ha detto?
, Hoepli, 1921,
p. 21
Dante non indica espressamente il nome dell'anima a cui si riferisce. La maggior parte dei critici concorda sul fatto che si tratti di Pietro da Morrone (ovvero Celestino V), ma altre teorie propendono per
Esaù
Ponzio Pilato
. Per approfondire vedi
qui
Secondo
Umberto Saba
Scorciatoie e raccontini
) il verso «
La bocca mi baciò tutto tremante
» è uno dei due più belli della letteratura italiana insieme a «
L'uno buggera l'altro, Santità
», tratto da un sonetto classicamente attribuito a
Giuseppe Gioachino Belli
ma probabilmente apocrifo.
Ita
in latino significa "sì".
Nella settima bolgia delle
Malebolge
sono puniti i
ladri
. La metà di questi ha sembianze di serpente, mentre l'altra metà vanta aspetto umano, e quando un serpente morde un uomo, questo diventa serpente e l'altro diviene uomo, si scambiano i ruoli: nei versi proposti, Dante descrive la raccapricciante metamorfosi di ambedue le specie, definendosi in ciò superiore a
Ovidio
, autore delle celebri
Metamorfosi
, e a
Lucano
, nipote di
Seneca
e autore del
Bellum civile
. Ovidio e Lucano sono già stati visti da Dante e
Virgilio
sua guida nel Limbo (
IV
, v. 90).
Qui Dante si rifà alla credenza medievale che Gerusalemme fosse al centro della terra, sita fra il meridiano del fiume
Gange
e la
Spagna
occidentale e che, ritenendo la terra abitata tutta nell'emisfero boreale, l'isola del paradiso si trovasse al punto opposto rispetto a Gerusalemme, con la quale condivideva quindi l'orizzonte astronomico.
Beatrice d'Este, moglie di
Nino Visconti
Cfr.
Giuseppe Fumagalli
Chi l'ha detto?
, Hoepli, 1921,
p. 11
Secondo molti commentatori qui Dante attribuisce a papa Adriano V, Ottobuono dei Fieschi (conti di Lavagna), papa dal 11 luglio 1276 al 18 agosto (giorno del suo decesso) dello stesso anno, caratteristiche che pare appartenessero invece ad uno dei suoi predecessori ed omonimo, Adriano IV, l'inglese Nicola Breakspear, papa dal dicembre 1154 al settembre 1159.
Qui Dante fa riferimento a quanto
Flavio Giuseppe
narra nella sua
Guerra giudaica
a proposito della guerra di Roma contro gli ebrei: l'assedio di Gerusalemme fu così lungo e duro per gli assediati che una certa Maria avrebbe ucciso il figlio per cibarsi delle sue carni.
cfr.
Adgnosco veteris vestigia flammae
Publio Virgilio Marone
Eneide
).
Vedi
Conosco i segni de l'antica fiamma
su Wikipedia)
il poeta si riferisce alla fortificazione che sorgeva nel quartiere di Catona
Riferimento ai
Vespri Siciliani
Cfr.
Giuseppe Fumagalli
Chi l'ha detto?
, Hoepli, 1921,
p. 5
Qui Dante intende per Ierusalemme la cosiddetta "Gerusalemme celeste", cioè il
paradiso
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