Districtus civitatis Pistorii. Strutture e trasformazioni del potere in un contado toscano (secoli XI-XIV), Pistoia 2007
BIBLIOTECA STORICA PISTOIESE XIII BIBLIOTECA STORICA PISTOIESE XIII GIAMPAOLO FRANCESCONI DISTRICTUS CIVITATIS PISTORII Strutture e trasformazioni del potere in un contado toscano (secoli XI-XIV) PISTOIA SOCIETÀ PISTOIESE DI STORIA PATRIA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI PISTOIA E PESCIA 2007 Società pistoiese di storia patria Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia Stampa: Editografica, Rastignano (Bologna) © 2007 Società pistoiese di storia patria In copertina: Beato Angelico, Leggenda dei Santi Cosma e Damiano (particolare), 1438-1440, Museo del Louvre (Parigi). Ai miei genitori Non spero mai di abbracciare l’intero, ma semplicemente di dare in ogni frammento isolato, la sensazione dell’intero man mano che procedo... Nell’incessante ricerca si spri- giona una certezza che è più grande della fede e della convinzione Henry Miller Cominciate a fabbricar gente, così, per una necessità tra divina e diabolica. Sta bene. Ma poi pretendete che questa gente faccia per forza qualche cosa, qualche cosa come volete voi, qualche cosa che abbia il capo e la coda, che cominci e finisca. Come se la vita comin- ciasse e finisse. E dopo ... con un atto taumaturgico, ci rompete le scatole per limi- tarci l’esistenza a modo vostro, un modo sim- metrico, sviluppato, logico e idiota Massimo Bontempelli Per la pubblicazione delle immagini contenute nel volume è stata richiesta la seguente autorizzazione: Archivio di Stato di Pistoia (Prot. n. 2540/X.1.1 del 19.11.2007) Si ringrazia, inoltre, Natale Rauty per aver gentilmente concesso la pubblicazione di alcune foto di sua proprietà. L’editore, mentre ringrazia per le autorizzazioni concesse, rimane a disposizione degli aventi diritto per le fonti iconografiche non individuate. Presentazione VII Presentazione L’autore di questo volume lavora, con impegno, da anni alla identificazione e sempre più chiara definizione di quelli che furono i connotati del potere entro i confini del meno esteso fra i contadi toscani, fra il primo manifestarsi dell’identità comunale cittadina, la sua massima evoluzione e il sorgere del contrario e vincente potere della città di Firenze. Giova subito aggiungere, a chiarezza del lettore, che quella città di Pistoia, che seppe estendere o confermare la sua supremazia su quel territorio compreso tra alta montagna, colline e pianura, e si adoperò con successo per bonificare e rendere coltivabili le aree più basse coperte o comunque minacciate dalle acque, godeva anche di un territorio largamente segnato fino ad una certa altezza dalla pianta alimentare del castagno, favorevole, molto spesso, alla coltivazione della vite, segnato talvolta da una qualche presenza dell’olivo. Essa dovette tuttavia fare i conti con una situazione politica generale particolarmente infelice, forse la più infelice tra tutte le città toscane. Pistoia, anche constatando che dopo l’inizio del XIII secolo essa era riuscita a risolvere i problemi connessi con la pressione da nord delle città emiliane (Bologna più che Modena), non era e non fu comunque in grado di vincere nell’impari lotta contro due altre vicine, più potenti e spesso aggressive come Firenze e Lucca. Soprattutto quando esse, unite nell’alleanza dei «neri», si misero insieme, all’inizio del XIV secolo, per domare la resistenza della più piccola e meno potente Pistoia, che fu ed anche si atteggiò a roccaforte dei «bianchi», il feroce assedio e la sconfitta che quella ne ricevette ci appaiono – ma noi giudichiamo comodamente a distanza di secoli – come il momento di un definitivo ridimensionamento. Soltanto le incomprensioni pri- VIII Presentazione ma ed il conflitto poi, che si aprirono tra i vincitori per l’oggettivo divergere degli interessi, rallentarono quello che ci appare lo sbocco naturale della storia pistoiese, il confluire cioè sotto il dominio di Firenze. Ma questa conclusione, già in qualche modo segnalata dagli interventi nel corso del XIII secolo, di quella che andava diventando, o era già diventata, la maggiore città toscana, non impedì che Pistoia vivesse una intensa vita comunale, con caratteri comuni a quelli delle altre città, ma talvolta anche marcati da una specifica e rilevata connotazione particolare (ricordo soltanto, anche se mi è difficile definirlo, un marcato carattere nei conflitti e nelle divisioni politiche interne). E neppure impedì che si manifestassero, con energia, le tendenze politiche dei governi cittadini nei riguardi del territorio, come mostrano con chiarezza queste pagine di Giampaolo Francesconi. In quel territorio il comune si trovò a contendere, soprattutto, ma non soltanto, per ridurre il potere dei conti Guidi e del vescovo della città, che esercitavano in più di un luogo o di un territorio la loro signoria. Questa tematica si intreccia, com’è naturale, con quella che riguarda la storia e la presenza dei castelli in numerose località, dal momento che il castello, cioè il villaggio fortificato, non costituiva soltanto un luogo dell’abitare, ma anche il capoluogo di un distretto, di una quota sempre più chiaramente riconoscibile del territorio. Anche per la presenza di una documentazione adeguata l’autore si spende, in questo caso, con intelligenza e profitto, per ricostruire e descrivere la condizione di specifiche località con i relativi territori, talvolta collegandosi a una tradizione di studi forse non particolar- mente abbondante, ma certamente non ignorabile. Sono questi i casi di Lamporecchio tra signoria vescovile e autorità comunale e di Larciano nel momento di passaggio dai conti Guidi al comune citta- dino. Per il secondo caso c’è, in particolare, da segnalare l’inchiesta ricognitiva dei diritti dei conti. L’autore naturalmente, senza ovvia- mente dimenticare che quel territorio era un’«area di confine strategi- ca e ricca di tensioni», riassume i contenuti che emergono dall’inchie- sta sulla struttura sociale e le attività degli abitanti, su aspetti diversi della vita materiale, sul concreto manifestarsi di alcuni dei diritti esercitati dai conti, sui caratteri del prelievo signorile. Ma un apprez- zamento particolare mi pare giusto dargli, quello cioè di averci offerto anche l’edizione completa dell’inchiesta, che costituisce, almeno per la documentazione di questo tipo relativa ai Guidi, un fatto precoce Presentazione IX (1227), ma anche perché consente valutazioni personali al lettore in un settore in cui gli studiosi sono talvolta costretti dalla modestia dei resti documentari ad avanzare considerazioni approssimative oppure trop- po nette perché basate in primo luogo sulle acquisizioni storiografiche più che sull’uso delle testimonianze dirette. Un interessante contributo, che si collega tra l’altro all’emergere di una storiografia recente o comunque non lontana dall’argomento, sulla quale, come del resto anche per altri casi, l’autore mostra la sua buona informazione (talvolta persino un po’ sovrabbondante), è il saggio sulle terre di proprietà collettiva o di uso comune, che affron- tando un tema di grande rilievo ci dice molte cose nuove. Sul quale una osservazione mi sentirei tuttavia di fare, quella, pur per altri territori evidente e che mi sembrerebbe opportuno chiarire, o chiarire meglio anche per Pistoia, che nel corso dell’età comunale in tutte le aree più segnate dall’affermazione agricola si manifesta una sicura tendenza di quelle terre ad una crescente privatizzazione. Il fenomeno, se provato, mostrerebbe, come credo, anche per Pistoia, non soltanto che nell’età comunale evolvono le forme in cui si presentava la proprietà, ma anche – cosa ovviamente più importante – che quelle forme evolvevano più o meno velocemente, più o meno largamente – e qui più velocemente o più largamente che là – verso una nuova società, sempre più lontana dai caratteri della precedente società signorile e feudale. Del resto per quel contado pistoiese il Francesconi non si limita a raccontare e descrivere soltanto situazioni relative a zone delimitate o emergenti da brandelli, oppure da interi documenti anche cospicui (uno ne ho poco fa ricordato per i conti Guidi). Nella pur quasi generalizzata perdita della documentazione che si verificò, egli ricor- da, infatti, ovviamente anche preziosi registri di cui Pistoia giustamen- te si gloria, come il Liber focorum, il Liber finium ed il Liber censuum, editi da molto tempo, che offrono un quadro complessivo del territo- rio pistoiese, i primi due, per gli abitanti dei comuni rurali pistoiesi ed i loro confini verso la metà del XIII secolo, l’altro l’insieme dei «regesti di documenti inediti» di interesse pubblico tra l’XI e il XIV secolo. Nel volume, in effetti, l’autore non appare soltanto studioso di aree particolari e di castelli, sia pure rilevanti o particolarmente ben documentati, ma ancora più spesso ricostruttore di quadri e di proble- mi generali che devono essere posti giustamente in rilievo. Ho già accennato ai beni comuni, ma posso ricordare anche il saggio sui X Presentazione signori nel comitatus e la società politica precomunale, o quello relativo alla organizzazione di una spazio cittadino fra XII e XIV secolo, che ha per poli di riferimento i castelli, i signori e la conquista cittadina del contado, i comuni rurali e la città, i comuni rurali, le pievi e le parrocchie, il territorio e le podesterie tra Due e Trecento, infine la rete stradale e i castelli di difesa. Altri saggi, altrettanto rilevanti, si susseguono nel volume. Ricordo soltanto quello relativo alle pievi, le parrocchie e i comuni rurali, che si propone di spiegare la nascita delle circoscrizioni civili, dimostrando che nel territorio pistoiese, ma non nella città, le circoscrizioni religiose non furono adottate come modelli di riferimento della distrettuazione amministrativa e fiscale, come avvenne invece nel territorio fiorentino. Una nuova particolarità di Pistoia che mi pare accompagnarsi ad altre che ho in qualche modo richiamato. Chiudo con questa considerazione la presentazione di questo importante e documentato volume dedicato al districtus della città di Pistoia. Giovanni Cherubini Introduzione XI Introduzione Districtus civitatis Pistorii: un titolo a prima vista difficile. Ma a ben vedere, nonostante l’espressione latina, sintetico e di immediata efficacia. E con una ben chiara capacità di inquadrare un processo storico dai contorni definiti. Ma non soltanto questo: in quelle tre parole è racchiuso anche un percorso storiografico, in parte datato in parte più vicino a noi, compiuto per ricostruire i tratti essenziali di quel processo. Districtus civitatis Pistorii: letteralmente significa il distretto della città di Pistoia. Districtus civitatis Pistorii costituisce anche il richiamo, più o meno esplicito, a ciò che sta scritto nel sottotitolo: e, cioè, il senso di quella profonda trasformazione che lungo i tre secoli dell’età comunale, ma con particolare riguardo il XII e il XIII, ha interessato le strutture fondamentali, in primo luogo quelle politiche, di un territorio storicamente connotato come quello di Pistoia. Districtus civitatis Pistorii si presenta come un’identificazione che proviene direttamente dalla pratica e dalla dottrina con cui i contemporanei inquadravano il problema, un’identificazione dal forte valore politico, che obbliga a pensare sì ad un territorio, ma soprattutto ad un territorio politico. Un territorio politico, costruito dalla politica. Uno spazio rurale assemblato dalla città attraverso un processo policromo, che si affidava alle migliori risorse del mondo urbano d’età comunale e che diveniva uno dei nessi forti, uno degli aspetti fondanti della città- stato medievale italiana. Con tutta una gamma di implicazioni demografiche, economiche, culturali e ideologiche. I temi più forti di quel fenomeno storico – la città e il suo contado, le strutture del potere signorile e quelle d’impronta comunale, i XII Introduzione linguaggi politici, e nello specifico i linguaggi ordinanti della burocratizzata civitas duecentesca – hanno dettato le scansioni di oltre un decennio di studio. Ricerche pensate e cresciute in ambiti diversi, a partire dalla tesi di laurea, che si sono sedimentate e incrociate nel tempo, e che si raccolgono ora in questo volume, con qualche inevita- bile sovrapposizione, tenendo fede ad un’idea unitaria: la verifica di una tematica classica come la costruzione cittadina del territorio in una realtà locale ben determinata. E che hanno potuto beneficiare delle suggestioni e delle proposte interpretative che si andavano via via facendo sempre più pressanti nel dibattito storiografico nazionale e internazionale. Differenze e sfumature che si noteranno nell’impostazione dei contributi più recenti e di quelli più datati. Un decennio di lavoro ha rappresentato, d’altra parte, un periodo né troppo breve né troppo lungo per rimanere su un tema unico di ricerca, per quanto ricco di diramazioni e di articolazioni prospettiche. Un periodo che si è, tuttavia, mostrato sufficientemente ampio per imprimere con forza la percezione di attraversare una fase di lento, ma incisivo mutamento della sensibilità storiografica. E lo vedremo: il mutamento e la trasformazione saranno due fili conduttori del nostro percorso, da più punti di vista, non soltanto storiografici1. Un tema classico si diceva, per certi versi saturato dalla medievistica del secolo scorso – basti pensare al rilievo assunto nella scuola 2 economico-giuridica –, ma che ha conosciuto e va conoscendo una nuova vitalità problematica e interpretativa. Con nuove categorie e con interrogativi diversi da sottoporre alla verifica puntuale della prova documentaria e della fenomenologia locale. Con le categorie si è modificato lo stesso vocabolario del rapporto civitas-territorium: non più uno sviluppo scontato e lineare guidato e dominato dalla città, ma un fenomeno più sfumato e complesso. Un fenomeno che è stato declinato, complici probabilmente le acquisizioni della storiografia sugli Stati regionali, all’insegna della negoziazione continua, della concorrenzialità, della convivenza con realtà come quelle signorili e quelle principesche, che si è arricchito di modelli più attenti a cogliere i fenomeni di instabilità, anziché quelli più anacronistici della teleologica 1 Il cambiamento e il mutamento quali esigenze del senso storico sono alcune delle preoccupazioni espresse di recente da CHITTOLINI, Un paese lontano. 2 Basti qui il rimando al saggio monografico di ARTIFONI, Salvemini e il Medioevo. Introduzione XIII e inevitabile conquista urbana. Insomma, lo Stato cittadino, per usare una formula, questa sì, storiograficamente più logora, sembra essersi arricchito e configurato anch’esso come un processo «composito», 3 una costruzione plurale sul piano politico e morfologico . Gli spazi politici locali, secondo una sfumatura semantica e interpretativa meno orientata, hanno consentito una riconsiderazione 4 dei molteplici attori sociali presenti nel gioco politico urbano e rurale . Un gioco dalla fisionomia complessa e dagli esiti non necessariamente preordinati. Ecco, dunque, che è stata avvertita la necessità di rileggere alcune impostazioni eccessivamente ordinanti: la città continuava ad essere un protagonista importante dei processi di riconfigurazione territoriale duecenteschi, ma non più l’unico5. E soprattutto non più l’unico predestinato a vincere, a dominare su tutti gli altri. Lo spazio politico della matura età comunale, in questa prospettiva, ha assunto il profilo di un teatro di battaglia aperto: aperto alla sperimentazione politica, aperto verso interlocutori per lungo tempo dimenticati o cristallizzati, aperto anche verso soluzioni meno comode stroriograficamente e ideologicamente – si prenda il ruolo dell’Impero e della sua azione nel territorio6, si prenda il peso di certe presenze 7 sovraregionali come quella angioina , si prendano tutte quelle forme di solidarietà e di organizzazione della vita associata delle campagne che correvano al di sotto o trasversalmente alle più formalizzate e 8 istituzionalizzate strutture del Comune rurale . Un rimescolamento delle carte problematico e salutare, quand’anche fosse servito a riba- dire o consolidare posizioni già note. E così i territori medievali, i contadi comunali hanno potuto fidare su un retroterra significativo di spunti teorici e di più affinati strumenti interpretativi: dall’esperienza 3 I riferimenti sono quelli al dibattito più recente, cfr. l’applicazione che del modello di Eliott e Koenigsberger hanno fatto FOLIN, Il sistema politico estense; DELLA MISERICORDIA, Lombardia composita; GAMBERINI, Lo stato visconteo, oltre alla discussione di PETRALIA, «Stato» e «moderno». 4 RICHTER, Urbanitas-Rusticitas. 5 Significativi spunti del dibattito si sono avuti nei recenti convegni e seminari di Pisa, di Siena e di Roma sul tema dei territori, tutti ancora in corso di stampa: Campagne dell’Italia centro-settentrionale; Territori e spazi politici; «Comitatus» e l’organizzazione del territorio; Pouvoirs territoriaux en Italie centrale. 6 FIORE, Impero come signore. 7 Angiò nell’Italia nord-occidentale. 8 BORDONE, GUGLIELMOTTI, LOMBARDINI, TORRE, Lo spazio politico locale. XIV Introduzione 9 10 microstorica , all’istanza costruttivista , fino allo «spatial turn» si sono avute – ma citiamo per difetto – altrettante tappe di un cammino col 11 quale si sono progressivamente ridisegnati , nel corso degli ultimi decenni, ambiti spaziali dotati di una loro specifica pregnanza cono- scitiva, la cui fisionomia si veniva plasmando su ben definite pratiche sociali, rappresentazioni politiche, giochi di potere, identità sociali e 12 culturali . La sociologia, l’antropologia, la linguistica e, persino, la psicologia culturale hanno potuto così dare, seppur da lontano, un loro significativo contributo all’analisi della territorialità medievale. La relazione tra città e territorio, non occorre ribadirlo, è un tema molto importante: vasto, condizionante e con tutta una gamma di gradazioni possibili. E con un suo enorme retroterra storico: il fuoco di un binomio che sin dal mondo antico aveva costituito la cellula principale dell’organizzazione politica ed economica dell’Europa mediterranea e non solo di quella. Un binomio che non aveva smesso di essere attivo anche lungo i dieci secoli del Medioevo occidentale, seppur sotto la spinta di cambiamenti continui e di poteri molto diversi che ne avevano complicato il quadro di riferimento: imperi, principati, repubbliche cittadine, signorie laiche e ecclesiastiche, comunità rurali si erano ritagliate nel tempo ambiti egemonici sempre più piccoli, locali e plurali13. Mutamenti e trasformazioni che conducono ai secoli presi in esame in questo volume, nei quali alla complicazione dei protagonisti attivi nel territorio, si sommavano gradi diversi di sogge- zione, prese differenziate dei poteri egemoni, una gamma complessa di oneri cui rispondere e, perfino, rispetto alle età più antiche, una distinzione giuridica tra chi risiedeva in città e chi invece viveva nelle campagne. Lo status giuridico si legava alla residenza: entro le mura si aveva il rango di cives, al di là di districtuales14. Due mondi che erano 9 Per comodità si rimanda al volume Giochi di scala. 10 Il costruttivismo ha conosciuto sviluppi molto complessi e variegati a partire dal reimpiego che ne hanno fatto, ad inizio anni Settanta, Michel De Certeau e Michel Foucault. Si vedano, a questo proposito, le pagine di comoda sintesi di BURKE, Storia culturale, pp. 99 sgg. Un testo chiave della prospettiva costruttivista è quello di ANDERSON, Comunità immaginate. 11 Testi di riferimento dell’analisi spaziale sono quelli di DE CERTEAU, L’invenzione del quotidiano; di SOJA, Postmodern Geographies; di GUNN, The Spatial Turn; TORRE, La produzione storica. Riferimenti importanti nei confronti del problema in GASPERINI, Sociologia degli spazi. 12 SALVEMINI, L’ombra di Otto Brunner, pp. 391 sgg. 13 Cfr. quanto scrive nella sua sintesi MILANI, Città e territorio. 14 Sui problemi della cittadinanza medievale, cfr. COSTA, «Civitas», pp. 3 sgg. Introduzione XV arrivati a separarsi, a slegarsi, ad avere perfino stati giuridici distinti, ma che non avevano mai perduto la capacità di dialogare, di rimanere in contatto. E fu proprio la città a rinsaldare quel contatto, a porre le 15 basi anche teoriche che , a partire dal secolo XII, aprirono un capitolo nuovo in un rapporto secolare, difficile e mai definitivamente risolto. Di quella rinnovata dialettica che fu uno dei motivi forti dell’esperien- za comunale italiana ed europea, ma in Italia con una originalità tutta 16 sua come ci ha insegnato Ernesto Sestan , questo libro intende mostrare i funzionamenti, le logiche e, se possibile, le singolarità di una realtà specifica come quella pistoiese. La città e la campagna, la città e il territorio, la città e il suo spazio. È soprattutto la terza connotazione quella che meglio esprime la complessità della costruzione territoriale cittadina in età comunale. Edward Twitchell Hall ha scritto, in un suo studio ormai classico17, che ogni società imprime una propria impronta allo spazio, stabilisce una relazione spaziale che diviene una componente fondante della più universale identità sociale. E quell’identità è il risultato di ciò che Hall individua come l’esito di una ben precisa prossemica: quell’insieme, cioè, di relazioni che si articolano nell’occupazione, nell’uso e nella rappresentazione del proprio spazio, tanto più quando si tratta, come nel nostro caso, di uno spazio costruito. La struttura del libro, pur con qualche inevitabile elasticità, ha seguito un percorso molto vicino a quella tripartizione. Nella prima parte si sono ripercorse le fasi della costruzione del territorio cittadino, il districtus civitatis: l’occupazione politica, economica e infrastrutturale del vecchio comitatus carolingio. Da quello siamo partiti, dalla situazione precomunale, da quell’assetto plurale e particolaristico dei «poteri» che avevano interessato la diocesi e la vecchia distrettuazione di riferimento pubblico nei secoli X e XI. Un assetto dei poteri complesso e radicato secondo una logica di natura signorile di fronte al quale la città si pose con un atteggiamen- to quasi mai eversore, ma più spesso regolativo, pattizio e integrativo. Di lì sono state declinate le soluzioni di quell’opera di ricomposizione politica avviata dalla civitas. Un processo che aveva i suoi ben preordinati 15 DEGRANDI, La riflessione teorica. Cfr. anche MILANI, Lo sviluppo della giurisdizione. 16 SESTAN, La città comunale italiana dei secoli XI-XIII. 17 HALL, La dimensione nascosta. XVI Introduzione riferimenti teorici nella sistemazione dei giuristi del secolo XII e che ebbe poi una pragmatica e differenziata attuazione lungo quel secolo e quello successivo, seppur tra non poche battute d’arresto ed esiti altrettanto altalenanti nella presa sul territorio. La negoziazione con i soggetti politici locali, la costruzione o ricostruzione di castelli, la cura della viabilità, la gestione dei beni allodiali furono le più frequenti modalità con cui fu costruita quell’occupazione dello spazio politico esterno alle mura: e si trattava di modalità non troppo dissimili a quelle che furono adottate da molte città dell’Italia centrosettentrionale. Quelli che variarono con più intensità furono semmai i tempi: un dato di precocità politica che distinse Pistoia nel contesto toscano e non soltanto. Una precocità, peraltro, che non andò disgiunta dalla forza con cui fu realizzata quella costruzione territoriale: e vengono alla mente le situazioni simili di Perugia, di Bologna, di Verona. La seconda parte è quella in cui lo sguardo è stato condotto «dentro il contado»: quattro capitoli, diversi nella concezione e nella struttura, con i quali sono stati indagati i rapporti interni all’erigendo districtus cittadino. Le circoscrizioni civili e le circoscrizioni ecclesia- stiche, insieme al ruolo dei castelli e dei beni comuni sono state le dorsali d’interesse da cui sollecitare la comprensione del mutamento, della trasformazione imposta dalla città agli assetti sociali, alle forme del popolamento, alla struttura della proprietà fondiaria, alla stretta relazione, quasi genetica, fra strategie del potere e dinamiche dell’in- sediamento. E ancora una volta gli spazi della città e quelli della campagna ne sono usciti con una fisionomia variabile, in cui il peso della vincente progressione urbana – politica, economica, culturale – si tradusse in un imprinting via via crescente delle logiche e delle dinamiche interne alla campagna circostante. La costruzione dello stato cittadino, del territorio di riferimento della città-stato medievale fu un processo, e lo si è detto, faticoso, talvolta lento, talvolta incerto, ma senza dubbio dagli esiti entusia- smanti. Non foss’altro per gli obiettivi che i ceti dirigenti urbani si erano posti già durante la fase consolare, per il dispendio di energie che vi avevano dedicato, per il peso che aveva occupato nelle agende di governo dei reggimenti comunali. E si trattò di una costruzione dal profilo variegato: sia in termini di sperimentalità e di progettualità, sia in termini di investimenti culturali, di pratiche e di linguaggi politici. Ecco: nella terza parte si è cercato di toccare questi aspetti, con un Introduzione XVII occhio di riguardo all’investimento culturale che fu portato avanti nei centri urbani di una qualche consistenza. La città comunale duecentesca vide crescere al suo interno una società sempre più complessa e differenziata che con l’avanzare del secolo maturò, accanto a forme di governo più strutturate, meglio definiti apparati burocratici e ammi- nistrativi. I podestà professionali, i giudici, i notai, i tecnici della misurazio- ne e del calcolo matematico furono i protagonisti, talvolta nascosti, talvolta inafferrabili tra le pieghe del tempo e di una documentazione reticente, della «svolta culturale» cittadina. Furono i protagonisti di quell’«invenzione della politica», per dirla con Élisabeth Crouzet- Pavan18, che dotò la città dell’eloquenza, di costruzioni giuridiche sempre più raffinate, di corpora normativi strutturati e organici, di apparati documentari e archivistici che divennero il volto culturale della pratica politica. I mercanti, gli artigiani, i commercianti furono gli artefici della ricchezza, furono gli uomini avveduti che seppero riconoscere il peso della cultura politica che i nuovi professionisti del diritto seppero tradurre in sempre più aggiornate pratiche di governo. E quella lungimiranza e quella versatilità tipica di chi commerciava e si arricchiva fu messa al servizio anche del territorio esterno alle mura. La gestione del districtus fu uno dei settori in cui si misurarono quelle capacità di governo, in cui con più visibilità furono sperimentate azioni e pratiche politiche che dovevano avere una loro efficacia. Si doveva, del resto, non solo arginare le continue sacche di resistenza signorile sempre vive nel contado, ma anzitutto conoscere, inquadrare e mappare quello spazio per renderne più agevole e uniforme il governo da parte della città: solo così si poteva davvero costruire uno spazio della città. E così il contado fece ingresso nella documentazione comunale: inchieste, liste di luoghi, liste di fuochi, liste di uomini della campagna divennero i canali principali di quella conoscenza, della produzione urbana del territorio. Il governo urbano della campagna assunse nella traduzione scritta i tratti di un «governo delle mappe e delle liste»19. Di questi aspetti trattano, in modo diverso, i cinque capitoli della terza parte. 18 CROUZET-PAVAN, Inferni e paradisi, pp. 102-128. 19 La definizione, seppur con le debite differenze di contesto e concettuali, richiama quella utilizzata da MILANI, Il governo delle liste. XVIII Introduzione L’attenzione si sposta, così, dalle pratiche materiali e infrastrutturali a quelle culturali, alla stessa innovazione di un linguaggio urbano di governo del territorio: un linguaggio che è stato costruito sui modelli della burocratizzata cultura della civitas duecentesca e della più immediata sapienza popolare della campagna. E allora quello sforzo di costruire luoghi scritti, di «cartografare», di listare uomini e comunità dette vita ad una «semantica del territorio» che passava, più di ogni altra cosa, dalla voce stessa di quei contadini, di quei boscaioli, di quei pastori che vivevano e conoscevano la campagna e le «cose» della campagna. La semantica dello spazio urbano divenne il punto d’in- contro tra i linguaggi della città e i linguaggi della campagna e il realismo conoscitivo di quegli uomini il collante fondamentale20. Le pratiche, le azioni, i linguaggi, ma anche i tempi. I dodici capitoli del volume si snodano, non senza più di una sovrapposizione, fisiologica in un lavoro d’insieme come questo, lungo l’arco di quasi quattro secoli: dal primo secolo dopo il Mille, in cui la frammentazione del potere e delle sue logiche pervadevano ogni aspetto della vita sociale, al Trecento, nel quale quella trasformazione complessiva degli assetti e delle strutture politiche condotta dalla città sfumò e si miscelò nella più vasta cornice della costruzione degli Stati regionali. E nel nostro caso doveva patire l’ombra lunga di Firenze: un’ombra che in più parti del volume è stata richiamata. E non poteva essere altrimenti. Quell’ombra aveva condizionato, d’altro canto, una buona parte della stessa vicenda comunale pistoiese, non ultima la vita del suo districtus. L’approdo finale del libro, seppur come una puntata isolata, giunge proprio ai primi decenni del Quattrocento, quando Pistoia era ormai una delle città toscane inglobate nel dominio fiorentino. Le vicende incrociate che si riflettono in un piccolo frammento documentario hanno offerto il destro per una riflessione sul valore del confine politico, del «confine vissuto» dalla gente di campagna, dei rapporti interstatuali – Lucca e Firenze – e sul ruolo della scrittura comunale che, in un mondo ‘altro’ come quello d’inizio secolo XV, aveva ancora un’importanza centrale in sede probatoria e definitoria. 20 Il riferimento alle «cose» della campagna richiama il realismo, quella componente di radicamento ontico nella realtà che era tipico delle categorie interpretative dell’uomo medie- vale. Quella mancanza di astrazione con cui, soprattutto, gli esponenti dei ceti meno colti leggevano e definivano la realtà circostante. Sull’opzione realista, cfr. SEARLE, Realtà e verità. Introduzione XIX La città, il territorio e il senso della trasformazione operata dalla prima sul secondo sono, dunque, alcune delle chiavi d’ingresso al volume e che hanno sotteso tutto il lavoro svolto dal suo autore. Ma non si dovrà dimenticare il fuoco stesso di quella trasformazione: il potere. Un potere che muta sotto la spinta dei cambiamenti indotti dai governi cittadini, un potere che conosce, nello spazio di quei secoli, una parabola di semplificazione che dal particolarismo pronunciato dell’età precomunale giunse alla, seppur discontinua e lasca, ricomposizione comunale. E per di più in una società in cui il «politico» era pervasivo, era tutt’uno con il tessuto e i corpi sociali e territoriali. Quella medievale e così anche quella comunale era una società, infatti, in cui gli spazi e i rapporti assumevano una connotazione politica: così il possesso della terra, così gli intrecci fra le istituzioni laiche e quelle ecclesiastiche, così i legami fra gli uomini, anche quelli più spiccioli ai gradini più bassi della gerarchia sociale, così il filtro sottile che separava le componenti eminenti della società, coloro che esercitavano il potere, dal resto della popolazione. Una società, avreb- be detto Paolo Grossi, ontologicamente politica, in cui la politica risiedeva nelle cose stesse e nella quale i principi di autorità s’incontra- vano senza soluzione di continuità in tutte le forme del vivere civile21. In una società con quelle caratteristiche il potere era ovunque: ovun- que, ma non in ogni luogo, aveva le sue strutture privilegiate. Di quelle strutture si è cercato di parlare, si è cercato di seguire la tenuta e il mutamento. Il «potere» ha lasciato le sue tracce nel linguaggio delle parole e delle scritture, ma anche nel linguaggio delle pietre, dei fiumi, nella logica di una viabilità che al potere doveva essere funzionale, nel linguaggio del paesaggio, se è vero che «la storia del paesaggio è già scritta, è gia narrata»22 da quei segni impressi dai «rapporti di forza che la cultura urbana e la tradizione agreste hanno lasciato secondo un ordine che fosse leggibile e comunicabile. E così con quei segni, con lo sforzo diuturno con cui gli uomini di allora vissero e plasmarono il loro territorio si può toccare l’ultimo aspetto della costruzione del districtus cittadino pistoiese. La conquista cittadina del contado fu un fenomeno più comples- so di quanto lascerebbe, talvolta, intendere una certa progressiva 21 GROSSI, Ordine giuridico. 22 VITTA, Il paesaggio, p. XV. XX Introduzione linearità della sua rappresentazione documentaria. E non solo per ragioni politiche. Conquista del contado, espansione del potere citta- dino significava anche, e aggiungerei in primo luogo, avere a che fare con il dominio fisico del territorio. Uno spazio di campagna i cui ostacoli, il cui controllo poteva essere reso difficoltoso non solo dalla riottosità degli antagonisti politici signorili. Può essere allora significa- tivo il racconto del procuratore comunale Rinforzato. Era il gennaio del 1224 quando, in una fredda e piovosa sera d’inverno, l’ufficiale cittadino fu svegliato per rispondere ad un incarico urgente23: doveva presenziare al lodo arbitrale dell’abate del monastero di Fucecchio per una causa che il Comune aveva intentato contro un tal Corsetto. Durante la sua dichiarazione non mancò di rilevare gli enormi disagi che aveva dovuto patire, lui e il suo seguito, per raggiungere, nel più breve tempo possibile, quella località. La pioggia incessante e le condizioni di impaludamento di tutta la pianura a sud della città, la piana compresa fra le mura e il Montalbano, erano state le cause di un viaggio ricco di pericoli e di difficoltà di ogni tipo. Fu così costretto a fare una deviazione di non poco conto: anziché percorrere la più breve via di fondovalle dovette intraprendere un viaggio di crinale, da Serravalle fino a Vitolini. Arrivò il giovedì davanti all’abate. Alla fine di un viaggio insidioso, iniziato la sera prima dopo aver consumato il primo sonno, Rinforzato e i suoi uomini poterono svolgere le loro funzioni di rappresentanza. Quel tragitto di pochi chilometri compiu- to a cavallo, in una giornata invernale, ci dice quanto fossero vicine e distanti la città e la sua campagna. Ci dice ancora quanto il controllo delle magistrature urbane passasse dalla capacità di gestione e di manutenzione dello spazio rurale. E ci dice vieppiù che le opere di regimazione delle acque, quelle opere che il Comune cittadino aveva già intrapreso per assicurarsi il dominio fisico delle campagne circo- stanti non dovevano ancora garantire un controllo effettivo. La cam- pagna, al di là della cornice istituzionale, di una pur necessaria comoda rappresentazione era ancora un mondo in parte «inafferrato»24. 23 Liber censuum, 194, 1224 gennaio 12. 24 I contributi che sono stati ripensati e, in qualche caso, rielaborati per giungere ad una visione più unitaria sono, nell’ordine, i seguenti con le loro sedi originarie: 1. La signoria rurale nel contado pistoiese (secoli XI-XIII). Geografia, forme, assetti sociali, in Il territorio pistoiese dall’Alto Medioevo allo Stato territoriale fiorentino, Atti del Convegno di Studi (Pistoia, 11-12 maggio 2002), a cura di F. Salvestrini, Pistoia, Società pistoiese di storia patria, 2004, pp. 117- 149; 2. Il «districtus» e la conquista del contado, in Storia di Pistoia, II, L’età del libero Comune, Introduzione XXI Un decennio di lavoro, di ricerche, di riflessioni hanno rappre- sentato una fetta significativa del nostro tempo: un tempo lungo nel quale gli incontri, le amicizie, i consigli e gli insegnamenti non sono mancati. A tutti coloro che hanno anche solo aperto un piccolo varco, ricordato uno spunto va il mio grazie. Non posso ricordarli tutti. Voglio, tuttavia, menzionare quegli amici e quei colleghi con cui, in modo diverso, lo scambio è stato più continuo: Anna Airò, Andrea Barlucchi, Marco Bicchierai, Simone Maria Collavini, Maria Elena Cortese, Mario Bruschi, Antonella Ghignoli, Maria Ginatempo, Renzo Nelli, Francesco Salvestrini, Andrea Zorzi. In questi anni di ricerche su Pistoia e il suo territorio la Società pistoiese di storia patria non è stata solo un punto di riferimento costante, è divenuta una ‘seconda famiglia’: agli amici della Società che mi hanno mostrato, non ancora laureato, apertura e disponibilità, un grazie di cuore. E così al suo Presidente, Giuliano Pinto, che ha accolto questo volume nella collana «Biblioteca Storica Pistoiese». Ringrazio anche Fabrizio Vignali per i disegni che corredano uno dei capitoli di questo libro. Giovanni a cura di G. Cherubini, Firenze, Le Monnier, 1998pp. 89-120; 3. La costruzione del «districtus» comunale a Pistoia (secoli XII-XIV). Cronologia, forme e resistenze di una trasformazione degli spazi del potere, in Territori e spazi politici. Dalla Marca di Tuscia alla Toscana comunale, Atti del seminario di Pisa (10-12 giugno 2004), a cura di M. Ronzani e Giuseppe Petralia, in corso di stampa; 4. Pievi, parrocchie e Comuni rurali nel territorio pistoiese: una comparazione tra distretti ecclesiastici e civili in età comunale, in Ecclesiae baptismales: le pievi della montagna fra Bologna, Pistoia e Modena nel Medioevo, Atti delle giornate di studio (Capugnano, 12-13 settembre 1998), Pistoia, Porretta, Società pistoiese di storia patria, Gruppo di Studi Alta Valle del Reno, 1999, pp. 149-166; 5. L’incastellamento pistoiese tra concorrenza signorile e pianificazione comunale, BSP, CIV, 2002, pp. 27-59; 6. «Pro lignis, aquis et herbis». Comunità di villaggio e beni collettivi nel contado pistoiese (secoli XI-XIV), in Comunità e beni comuni dal Medioevo ad oggi, Atti della giornata di studio (Capugnano, 10 settembre 2005), Pistoia, Porretta Terme. Società pistoiese di storia patria, Gruppo di Studi Alta Valle del Reno, 2007, pp. 61-83; 7. «Episcopus amascitat homines, set civitas punit maleficia». Conflitti di potere e strategie insediative a Lamporecchio tra XII e XIII secolo, BSP, CVIII, 2006, pp. 13-50; 8. «La signoria davanti al Comune». Una sententia del 1223 per la giurisdizione personale del vescovo sugli uomini di Fagno, BSP, CVIII, 2006, pp. 175-186; 9. Una scrittura di censi e diritti del Comune di Pistoia. La comunità di Larciano dal dominio signorile dei Guidi a quello cittadino, BSP, CVI, 2004, pp. 9-62; 10. «Parole fondatrici». I Guidi, il Comune di Pistoia e le terre del Padule in un testimoniale del 1244, BSP, CVII, 2005, pp. 141-160; 11. Il «Liber finium districtus Pistorii»: modelli e scritture del confine in età comunale, in Il confine appenninico: percezione e realtà dall’età antica ad oggi, Atti della giornata di studio (9 settembre 2000), a cura di Paola Foschi e Renzo Zagnoni, Pistoia-Poretta, Società pistoiese di storia patria-Gruppo di Studi Alta Valle del Reno, 2000, pp. 29-61 (soltanto la prima parte di Giampaolo Francesconi; 12. Il confine archiviato. Un frammento lucchese quattrocentesco del «Liber fiunium districtus Pistorii», BSP, CIX, 2007, pp. 155-174. Ringrazio gli editori, i direttori di riviste, i coaturi e i curatori che hanno dato il consenso alla nuova pubblicazione in questa sede. XXII Introduzione Cherubini e Natale Rauty sono coloro che posso considerare i miei ‘maestri’, uno a tutto tondo per avermi seguito sin dai primi passi all’Università, l’altro per avermi aperto il mondo sconfinato delle sue conoscenze di storia pistoiese e non soltanto: sicuramente le due persone i cui insegnamenti sono le cose più preziose che io abbia ricevuto, che tengo come un dono caro e che non sarà possibile ricambiare in alcun modo. Qui colgo l’occasione per ringraziarli di cuore, con la speranza di non averli delusi troppo nei risultati. L’ultimo pensiero di gratitudine, infine, a coloro mi sono stati vicino. E qui non è davvero necessario fare elenchi di nomi: loro sanno. Loro sanno quale frazione del tempo hanno donato, quale incertezza dell’animo hanno placato, quale parola in più hanno speso per rendere meno difficile il mio cammino nella ricerca e nella vita. Il resto lo ha fatto Carolina, le sue corse alla scrivania del babbo, i suoi occhi stupiti e curiosi sono stati la forza con cui guardare avanti, anche nei momenti più difficili. 1 Parte prima Geografia politica di una trasformazione territoriale 2 I.1 I signori nel comitatus 3 I. 1 I signori nel comitatus e la ‘società politica’ precomunale: vescovo, conti e una vassallità polarizzata La signoria rurale costituisce un concetto storiografico ormai acquisito: il risultato di una lunga, e più o meno recente, tradizione di studi che ha riconosciuto nelle forme del potere, nelle relazioni economiche e nei vincoli giuridici espressi dalla società rurale dei secoli centrali del Medioevo alcuni connotati di fondo riassumibili per comodità in quella definizione1. Una definizione al tempo stesso però ambigua, sfuggente che, per quanto di sicura efficacia nella pratica storiografica, non sempre riesce a restituire pienamente i contenuti interni e i funzionamenti reali di quella società e delle sue strutture fondamentali. La signoria, per usare le parole di Dominique Barthélemy, «è uno strumento concettuale dello storico»2, una categoria interpretativa utile, in una qualche misura, per dare una forma leggi- bile e comprensibile, a quell’insieme articolato di poteri e a quel fascio complesso di relazioni personali che segnarono la vita delle campagne europee in età postcarolingia. Un concetto, peraltro, che ha conosciu- to nelle diverse scuole storiografiche altrettante declinazioni e qualifi- cazioni – padronale, locale, fondiaria, immunitaria, bannale, territo- riale e così via – riuscendo molto spesso a determinare la qualità e l’entità di un dominio, fosse esso laico o ecclesiastico, oppure i caratteri della sua origine, allodiali piuttosto che beneficiari3. Riman- 1 Possono tornare utili a questo proposito le osservazioni di SCHREINER, Signoria fondiaria. 2 BARTHÉLEMY, Il mito signorile, p. 61. 3 Il dibattito storiografico, antico e attuale, su questi temi è davvero sterminato. Si rimanda, pertanto, per comodità d’indagine ai recenti interventi d’inquadramento di Sandro CAROCCI (Signoria rurale e I signori). 4 I.1 I signori nel comitatus gono, tuttavia, man mano che si scende dai quadri generali, dalle classificazioni tipologiche e dalle scansioni formalistiche alle concrete vicende dei contesti locali non pochi interrogativi da risolvere, non pochi punti in ombra ai quali non sempre è possibile dare maggiore visibilità, per ragioni di ordine diverso – quello documentario in testa. Quali sono queste zone d’ombra, quali gli strappi di quel tessuto sociale e politico cui si vorrebbe poter dar vita in tutta la sua interezza e complessità? Tanto per fare un po’ di chiarezza e per avvicinarci al nocciolo del problema conviene fare ricorso a Marc Bloch4, sotto la cui penna la signoria acquista tratti e contorni più precisi e concreti: quelli di un quadro di vita e ben presto di una comunità di abitanti, con le proprie regole, le proprie consuetudini, i propri obblighi, i propri ritmi. Al di là dei dibattiti e delle classificazioni, ecco che siamo di fronte agli uomini e agli spazi della loro convivenza civile, della loro organiz- zazione economica e sociale: uno spazio – e ricordiamoci che si tratta di uno spazio di campagna – che per forza di cose si localizza, cosicché le esperienze politiche, la logica del potere, le forme economiche e le relazioni sociali si giocano su un piano locale, entro poche decine di chilometri, o più spesso entro qualche chilometro. Va da sé che la componente locale costituiva soltanto il perimetro, il contenitore di micro-società, di comunità, nelle quali i legami tra le persone erano per lo più gestiti in modo informale, dettati dalle scansioni della potenza, della forza e della ricchezza, e dove gran parte delle relazioni, incluso l’esercizio del potere, vivevano di immediatezza, ai margini di qualsiasi mediazione culturale e, spesso, anche degli strumenti della codificazione e della scrittura5. Una società che si nutriva di contatti diretti, improntati sulla protezione militare, sulla proprietà fondiaria, sul lavoro prestato nelle terre altrui, ma la cui dinamica sociale non si risolveva nell’esclu- sivo e serrato confronto tra signori e contadini, tra proprietari e dipendenti, annoverando spesso al proprio interno anche i margini e le possibilità di una qualche mobilità sociale, per lo più legata al 4 Il riferimento è al testo classico, centrale e determinante per tutta la storiografia successiva, di BLOCH, La società feudale, pp. 273-315, e passim. Per la ricezione della sua interpretazione si veda quanto scrive MASTROGREGORI, Introduzione, pp. 74-93. 5 Qualche utile indicazione sul rapporto tra sviluppi sociali e mediazione scritta in WICKHAM, Lawyers’time, pp. 275-293. I signori nel comitatus 5 servizio militare nella masnada o nei ranghi della ministerialità signo- 6 rile . La signoria rurale, dunque, per riannodare le fila del discorso sembra profilarsi come un topos storiografico, come una definizione folgorante che rimanda ad una complessa architettura sociale, nella quale possesso e potere, fedeltà e dipendenza, ritualità e informalità dovettero formare i tratti costitutivi di una dinamica fluida e dai contorni sfumati. Tutti elementi che su un piano circoscritto d’analisi – in questo caso il contado pistoiese – richiedono un sforzo mirato di decostruzione e ricomposizione di quegli eterogenei frammenti che possano consentirci di recuperare un quadro, il più possibile coerente, della geografia del potere nel territorio, dei loro protagonisti, dei canali della loro eminenza sociale e dei vari livelli nei quali si espres- sero, in una società gerarchizzata, forme differenziate di dominio e di controllo sugli uomini. E infine, nei limiti del possibile, proprio quegli uomini, che in quella società dovettero fornire una massiccia serie di prestazioni obbligatorie ed economiche. Si è accennato ai contesti locali e alle zone d’ombra come alle facce di una stessa medaglia, a quell’impossibilità, cioè, di andare più a fondo nell’indagine del fenomeno signorile, nella sua varia morfologia e nelle sue diverse componenti, prima fra tutte quella economica e, tra le altre, quella della percezione del potere da parte dei residenti, diremmo in altre parole, del punto di vista dei dipendenti, di quei soggetti comuni – servi, contadini, fideles – che vivevano all’interno delle curtes e delle curie signorili, il cui quadro di vita rimane per lo più escluso dalla nostra conoscenza a causa della qualità e della struttura della documentazione disponibile. Una struttura documentaria che anche per il territorio pistoiese, seppur con specificità sue proprie, non si discosta di molto dai più comuni connotati di quella tradizione che vuole, entro il secolo XII, una netta prevalenza ecclesiastica nelle pratiche della scrittura. Ad un panorama rarefatto e forzatamente unilaterale si deve, inoltre, aggiungere, come ha recentemente notato Paolo Cammarosano, la rigidità di modelli e di procedure che non 6 Cfr. la recente messa a punto di PROVERO, Dinamica sociale, in particolare le pp. 454- 456. Si possono inoltre vedere le considerazioni d’insieme svolte da Giuseppe Albertoni e Luigi Provero nel loro volume di sintesi sul feudalesimo in Italia (ALBERTONI, PROVERO, Il feudalesimo, pp. 85-101). 6 I.1 I signori nel comitatus registravano, o soltanto in via eccezionale, quel complesso «ancora sostanzialmente verbale dei rapporti di fedeltà, l’altrettanto lenta adozione dello strumento notarile per le concessioni beneficiarie e la 7 carenza di ricognizioni feudali» . Proprio per queste ragioni le prero- gative interne al mondo signorile sono affidate alla sporadica soprav- vivenza di pochi «massi erratici», per di più quasi sempre riferibili alla parabola discendente di quegli assetti politici; si tratta di una «cono- scenza a valle», a cose fatte, a quella fase, per intenderci, in cui i poteri locali di signori laici ed ecclesiastici furono progressivamente conte- stati da entità collettive – città e comunità rurali – e individuali. In tal senso, sembra necessario procedere con estrema cautela in un reticolo di scritture che ci offrono per lo più informazioni indirette: da una parte quelle di natura economica – fitti, livelli, tenimenti – consentono di seguire per lo più l’andamento della proprietà fondiaria, l’evoluzio- ne delle pratiche agricole e l’insieme dei rapporti di lavoro, lasciando soltanto intravedere in controluce la trama di più vasti legami sociali e di più complesse interazioni clientelari; mentre, quelle di natura processuale – i verbali delle testimonianze, disponibili nella nostra area dal secolo XIII e con caratteri ben connotati8 –, possono celare insidie di vario tipo, per lo più riconducibili alla natura partigiana di 9 fonti maturate in sede conflittuale e giudiziaria . LA SIGNORILIZZAZIONE : TEMPI, DIFFUSIONE E PROTAGONISTI Gli esiti più generali della crisi delle strutture pubbliche produs- sero anche a Pistoia e nel suo territorio, lungo i secoli X e XI, una progressiva frantumazione delle prerogative giudiziarie e degli assetti politici. Una frantumazione che, mentre in città, corrispose ad una prima affermazione del conte in sede placitaria e quindi ad una successiva ben larga preponderanza dell’autorità vescovile10, nel 7 CAMMAROSANO, Storia dell’Italia medievale, p. 252, il quale aveva già espresso questo punto di vista anche in IDEM, Feudo e proprietà, p. 1. Il rimando è poi d’obbligo al lavoro ormai classico di BRANCOLI BUSDRAGHI, La formazione storica, pp. 13-41 e passim. 8 Per più ampie osservazioni su questo problema mi sia consentito rimandare al mio saggio FRANCESCONI, Signoria monastica. 9 In una letteratura, ormai abbondante, sull’uso, il potenziale e i limiti delle fonti giudiziarie mi limito a rimandare al recente intervento di ESCH, Gli interrogatori di testi. 10 L’analisi delle vicende urbane e rurali all’aprirsi del secolo XI è ben ricostruita in La signorilizzazione 7 comitatus dette vita ad una crescente e precoce complicazione del quadro giurisdizionale sin dai primissimi decenni dopo il Mille. La rottura del tradizionale quadro di riferimento del comitato carolingio fu polverizzata con tempi e modalità differenziate da zona a zona. Nonostante il freno costituito dalla buona tenuta della Marca di Tuscia11, ben presto nel Pistoiese fu avviato un processo di capillare riconfigurazione fondiaria e politica del territorio. Una prima fase nella quale le famiglie di rango comitale – Guidi, Alberti e Cadolingi – il vescovado, con il Capitolo e i maggiori monasteri – San Bartolomeo, San Michele in Forcole, San Salvatore di Fontana a Taona – furono i protagonisti di un riassetto delle logiche e delle forme del potere, secondo modelli che prevedevano l’acquisizione de facto delle più tipiche prerogative di natura pubblica. La patrimonializzazione degli uffici e la signorilizzazione di consistenti possedimenti fondiari dovet- tero essere i canali privilegiati di nascenti egemonie su base locale12, per quanto non si disponga di una documentazione tale da consentire una sicura ricostruzione degli esiti e delle modalità secondo cui la deten- zione di una carica pubblica poteva determinare lo sviluppo di poteri signorili. Fu soprattutto attraverso una larga base di possessi fondiari allodiali e beneficiari, in molti casi presidiati da castra, che si crearono domini locali di varia intensità e dimensione. L’attestazione di nove castelli entro il 105013, con una progressione che arriva alla quota di diciannove prima della fine del secolo XI può essere considerato di per 14 sé, al di là delle specifiche caratteristiche dell’incastellamento pistoiese , Storia di Pistoia, I, pp. 285-303. Per il placito del 1006 tenuto infra civitate Pistoria prope ecclesia domui S. Zenonis dal conte Lotario dei Cadolingi, cfr. RCP, Canonica XI, 38, 1006 ottobre. Gli esordi nel secolo X delle famiglie di rango comitale che agirono nel Pistoiese sono state, a più riprese, oggetto di studio da parte di RAUTY (Storia di Pistoia, I, pp. 203-218; I conti Guidi in Toscana, pp. 242-250; I conti Guidi in Toscana. Le origini, pp. 1-11). 11 KELLER, La Marca di Tuscia; NOBILI, L’evoluzione delle dominazioni marchionali. 12 Il tema, a livello generale, è vasto e condizionante tutta la più recente storiografia sui cosiddetti secoli centrali del Medioevo. Per comodità si rimanda qui alla raccolta di saggi di TABACCO, Dai re ai signori e ai vari contributi di SERGI, I confini del potere, con i relativi rinvii bibliografici. Sempre su questi problemi si possono vedere anche i recenti interventi spoletini di CASTAGNETTI, La feudalizzazione degli uffici e di MENANT, La féodalité italienne. 13 I castelli documentati sono quelli di Agliana (1043), Alfiano (Fiano, 1042), Artimino (1026), Batoni (anche se il documento dell’802 è quasi sicuramente un falso e quindi l’attestazione più verosimile è quella del 1086), Groppoli (1043), Pecunia (1042), Ripalta (961), Tizzana (1034), Vincio (1043), cfr. RAUTY, Incastellamento, pp. 55-57. 14 I castelli sicuramente documentati nella seconda metà del secolo XI sono quelli di 8 I.1 I signori nel comitatus un indicatore significativo nel rimandare, con tutta probabilità, ad un assetto territoriale già strutturato secondo una logica signorile. Sono in particolare due carte della fine del secolo XI, relative ad Agliana, ad offrire la testimonianza di un già strutturato processo di territorializzazione della signoria di castello in area pistoiese, con una crescente capacità di controllo politico e militare del centro castrense sul territorio e sugli uomini che lo abitavano15. Tanto più che la quasi totalità delle fondazioni di questa prima fase furono promosse proprio dagli esponenti delle maggiori compagini comitali, con una evidente preminenza della famiglia dei conti Guidi in ambito laico, e del vescovado, in ambito ecclesiastico16. Famiglie comitali, grandi enti ecclesiastici e compagini della 17 media e piccola aristocrazia rurale , come vedremo meglio più avanti, si ritagliarono ambiti di influenza politica, economica e sociale nelle varie aree del contado; settori che, per quanto non seguissero criteri circoscrizionali definiti e razionali, erano comunque in grado di esprimere una logica territoriale nella spartizione degli spazi di pote- re18. Cosicché a grandi linee, fatte salve le compagini di carattere più puntuale, dopo la precoce estinzione nel 1113 della famiglia dei 19 Cadolingi , i conti Guidi costituirono tra XI e XII secolo una delle 20 presenze ‘zonali’ di maggiore importanza , con una larga preponde- Agnano (1070), Celle (1067), Larciano (1096), Montemurlo (1066), Piuvica (1067), Sambuca (1086), Solaio (1065), Torri (1068) e Treppio (1086), ibidem e FRANCESCONI, Incastellamento. 15 RCP, Canonica XI, 227, 1085 giugno 8: intra potestatem de castello de Alliana; ibidem, 257, 1095 dicembre 1-24: infra potestate de castello de Aliana. 16 Cfr. a questo proposito FRANCESCONI, Incastellamento, pp. 38-40. 17 Il ruolo svolto nella proprietà della terra, ma soprattutto nell’esercizio dei poteri signorili da parte degli enti ecclesiastici pistoiesi, con particolare riferimento ai monasteri maggiori – San Bartolomeo e San Michele in Forcole tra quelli urbani e San Salvatore di Fontana Taona tra quelli extraurbani – sarà oggetto di una trattazione specifica sulle forme di potere monastiche. 18 Si vedano, a questo proposito, le recenti considerazioni di Paolo Cammarosano (CAMMAROSANO, La nascita dei ceti, p. 144) sui livelli di saturazione degli spazi politici e di dominio sugli uomini prodottisi nel corso del secolo XI. 19 La famiglia comitale dei Cadolingi, i cui interessi patrimoniali e signorili erano per lo più concentrati nella zona intorno alla città di Pistoia, in vaste aree dell’appennino pistoiese- bolognese e nel Valdarno inferiore intorno a Fucecchio, si estinse nel 1113 con la morte del conte Ugo III. Sulla famiglia comitale oltre ai più datati contributi di Luigi Chiappelli e di Enrico Coturri, sono da vedere il quadro d’insieme di PESCAGLINI MONTI, I conti Cadolingi e, più di recente, il contributo tutto rivolto all’area montana tosco-emiliana di ZAGNONI, I conti Cadolingi nella montagna. 20 Sui Guidi in Toscana, a livello generale, dopo gli interventi di Ernesto SESTAN (SESTAN, I conti Guidi) e Yoram MILO (MILO, Political opportunism) sono da vedere i contributi La signorilizzazione 9 Fig. 1. Terre, castelli e giurisdizioni dei conti Guidi nel contado pistoiese (secc. XI-XIII). 10 I.1 I signori nel comitatus ranza nella valle del Vincio, nel Montalbano centrale da Casale a 21 Larciano e poi nella pianura fino al Valdarno inferiore , nella zona intorno a Montemurlo, in alcune aree della montagna, oltre che in 22 molte località della valle dell’Ombrone ; mentre gli Alberti manten- nero una presenza di carattere più marginale e limitanea, nel settore più orientale del comitatus, nella contea di Mangona verso Prato, nel Montalbano sud-orientale nella zona di Capraia e in alcune porzioni 23 della montagna fra Pistoia, Prato e Bologna . Nel tracciare una geografia del potere del territorio pistoiese nei secoli XI e XII non è difficile scorgere come la compagine di maggiore ampiezza fondiaria, economica e politica fosse quella vescovile: nei primi decenni del secolo XII le rendite, i beni, le circoscrizioni signorili erano diffuse, sebbene anche in questo caso non in modo del tutto coerente, in gran parte del territorio diocesano, dalle propaggini più meridionali del contrafforte del Montalbano con Lamporecchio a sud, Limite e Artimino ad est, alla Valdinievole ad ovest, attraverso una larga estensione di possessi nella valle dell’Ombrone, nelle vallate interne in senso trasversale dal Vincio a quelle della Bure, fino a ben oltre il crinale appenninico a nord24. Un tessuto di curtes, di castelli, in cui l’intreccio fra possesso fondiario ed esercizio di funzioni pubbliche costituì l’ossatura di un blocco di potere che si rivelò il più duraturo e il più condizionante per la vita delle campagne pistoiesi, in qualche caso sino alla fine del secolo XIII25. A queste si devono aggiungere anche minori formazioni signorili di una qualche tenuta territoriale, 26 tra le quali meritano di essere richiamati almeno i signori di Stagno , il cui raggio d’azione si irradiò dai castelli di Torri e di Treppio in un di RAUTY, I conti Guidi in Toscana, pp. 241-264; IDEM, I conti Guidi in Toscana. Le origini, pp. 1-23. 21 Cfr. a questo proposito MALVOLTI, Il castello di Colle di Pietra. 22 Per l’assetto delle proprietà e dei poteri guidinghi in area pistoiese, cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 162-165, e la relativa carta n. 4. 23 Per il Pistoiese, cfr. ibidem, pp. 165-169. A livello più generale sono da vedere i contributi di COTURRI, Della signoria dei conti Alberti di Prato; CECCARELLI LEMUT, I conti Alberti in Toscana; ZAGNONI, I rapporti fra i conti Alberti. Cfr. per il versante bolognese anche LAZZARI, Comunità rurali e potere signorile; EADEM, I conti Alberti in Emilia. 24 Storia di Pistoia, I, pp. 299-311; RAUTY, Possedimenti fondiari; NELLI, La proprietà ecclesiastica, pp. 530-545. 25 FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 170-184; RAUTY, Poteri civili del vescovo. Per i domini vescovili duecenteschi, cfr. PINTO, La Sambuca e i domini vescovili. 26 RAUTY, Storia di Pistoia, I, pp. 281-283; ZAGNONI, I signori di Stagno; TONDI, L’abbazia La signorilizzazione 11 distretto piuttosto omogeneo che comprendeva le alte valli delle due Limentre, sul crinale fra Pistoia e Bologna, e i conti di Pànico, la cui presenza patrimoniale dal castello omonimo si concentrò per lo più nella montagna bolognese, ma i cui legami di dipendenza vassallatica dal vescovo di Pistoia furono importanti almeno dall’inizio del secolo XII27. Se questi possono ritenersi, in estrema sintesi, gli spazi di potere più rilevanti in una geografia tracciata a maglie larghe, per quanto riguarda una cronologia degli sviluppi signorili è ipotizzabile che già la prima metà del secolo XI, pur in assenza di riscontri documentari certi, possa aver costituito la fase di cristallizzazione della cosiddetta «rivoluzione feudale» nella nostra zona28. Una rete castrense in fase di 29 progressivo sviluppo , una serie di concessioni livellarie assimilabili ai 30 grandi livelli lucchesi , gruppi di famiglie che sempre più si muoveva- 31 no nell’orbita dei maggiori poteri locali , lascerebbero intuire i segni di una precoce trasformazione delle strutture portanti della società rurale. Segni, peraltro, che andarono infittendosi ed ampliandosi soprattutto lungo il successivo secolo XII, periodo nel quale il quadro istituzionale del territorio venne ulteriormente complicandosi: ad una crescente diffusione della signoria rurale, infatti, si intrecciò la spinta centrifuga esercitata dalla città e dalle comunità rurali32. Una dialettica di Montepiano, pp. 109-119. 27 FOSCHI, La famiglia dei conti di Panico; EADEM, La famiglia dei conti di Panico: una mancata signoria. Per le origini di questo gruppo familiare e la derivazione dai conti di Bologna si veda anche LAZZARI, I conti Alberti in Emilia, pp. 164-165; EADEM, «Comitato» senza città, pp. 63-95. 28 Per un quadro comparativo con altre realtà territoriali toscane, cfr. WICKHAM, Signoria rurale in Toscana, pp. 361-372. Per un inquadramento della complessa dialettica mutazionista e anti-mutazionista che ha interessato la storiografia degli ultimi anni ci limitiamo a rimandare ai contributi di SERGI, Dalla Francia all’Europa, di CAROCCI, Signoria rurale, passim e, più di recente, di BARTHÉLEMY, Signoria. 29 Cfr. supra le note 13 e 14 e il testo relativo. 30 Cfr. infra le note 66, 67, 69 e il testo relativo. 31 Si vedano le considerazioni svolte nel paragrafo successivo relative agli assetti sociali e ai canali principali di ascesa e mobilità per quella vassallità minore, come l’abbiamo qui individuata, cioè per tutti quei gruppi familiari che all’ombra dei maggiori signori laici ed ecclesiastici assestarono più puntuali, ma non meno significativi poli di egemonia sul territorio. È significativo, a questo proposito, il caso dei filii Rodulfi il cui capostipite Rodolfo di Pietro da Tizzana, come vedremo più avanti, sulla base del raccordo con i conti Cadolingi prima – unico testimone che assistette al placito del 1006 del quale si siano conservate notizie posteriori – e con la cerchia vescovile poi poté assestare già dai primi decenni del secolo XI (1034) una signoria piccola ma compatta nella zona di Tizzana. Cfr. più avanti la nota 47. 32 Mi permetto di rimandare per questi problemi al mio contributo FRANCESCONI, 12 I.1 I signori nel comitatus politica e sociale che nel contado in progressione di tempo fu giocata su tre piani, su tre livelli: i signori nella loro diversa fisionomia, la città alla ricerca di nuovi spazi politici ed economici e le comunità rurali tese 33 alla conquista di una loro dimensione politica autonoma . Un gioco che nella diversa simmetria degli equilibri in campo si risolse, come è ovvio, a favore di una larga preponderanza cittadina nel contado, già 34 dall’ultimo quarto del secolo XII , che divenne invece dominante, se non esclusiva, alla metà del secolo successivo, quando ormai dalla struttura omogenea del districtus comunale mancavano soltanto i domini vescovili della Sambuca – di fatto però sotto il protettorato del Comune cittadino35 – e le aree più prossime al confine orientale controllate dagli Alberti36. Sembrano confermare un assetto di questo tipo le fonti d’inquadramento del territorio della metà del secolo 37 XIII , per quanto agli inizi degli anni Trenta vi fossero ancora comunità come quella di Saturnana che facevano giuramento di 38 fedeltà al vescovo : atti però, questi ultimi, di una natura più formale e rituale, svuotati ormai dei loro contenuti politici; dinamiche che rinviano di per sé ad una crisi delle signorie territoriali pistoiesi dal pieno secolo XIII, le quali non dovettero elaborare, come in altre zone della fascia appenninica toscana, particolari strategie di sopravviven- za39. A ben vedere, per le stirpi comitali la perdita di coesione del lignaggio, la ripartizione, cioè, in quote del patrimonio fra tutti i figli maschi dovette essere altrettanto fatale dell’espansionismo urbano: Districtus (ora infra capitolo I.2). 33 Ibidem, pp. 97-105. Si veda anche RAUTY, Comunità rurali e signorie feudali. 34 Significativo, per quanto non privo di una qualche ambiguità interpretativa, il testo di uno dei capitoli del Breve consulum, datato intorno al 1180, in cui nel disciplinare le scorte per i viandanti si faceva riferimento ad un territorio dipendente dalle magistrature urbane non troppo diverso per estensione geografica da quello duecentesco: a civitate ad castrum Sanbucam et ad plebem de Seiano et usque ad plebem de Lanporechio et usque ad flumen Nebule et usque Montemurlum et usque ad ecclesiam Sancti Martini de Campo (Breve consulum, 60). 35 Cfr. RAUTY, Il castello della Sambuca. 36 Cfr. FRANCESCONI, Districtus, pp. 95 e 102 (ora infra capitolo I.2). 37 Liber focorum; Liber finium. Per l’analisi di queste fonti cfr. FRANCESCONI, Districtus, pp. 102-103 (ora infra capitolo I.2); FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium (ora infra capitolo III.4). 38 ASF, Vescovado, 1230 febbraio 4. Cfr. anche ibidem, 1223 luglio 8; 1230 febbraio 12; 1232 marzo 20; 1240 agosto 8; 1259 marzo 6; 1278 febbraio 2; 1295 marzo 11. 39 Per una valutazione comparativa delle strategie di sopravvivenza elaborate dalle signorie tardomedievali si rimanda ai lavori di CHERUBINI, Signoria dei Cerretani; IDEM, Signoria degli Ubertini; IDEM, Signoria dei Guidi; IDEM, Signori e comunità rurali; MAGNA, Gli Ubaldini Gli assetti sociali 13 ciò che accadde ai conti Guidi, all’inizio del Duecento, può ritenersi 40 da questo punto di vista emblematico . GLI ASSETTI SOCIALI E IL LINGUAGGIO DEL POTERE. LA VASSALLITÀ LAICA ED ECCLESIASTICA Tempi, spazi e protagonisti maggiori hanno consentito di traccia- re con rapidità i contorni di un panorama del potere che mantiene i tratti sfumati di una fotografia scattata dall’alto, capace di mostrare soltanto i fenomeni più macroscopici nella loro staticità. Se proviamo ad avvicinare l’obiettivo e restringere il campo della nostra osservazio- ne, ci troviamo immediatamente di fronte ad una realtà più dinamica, più differenziata, a volte inafferrabile, o soltanto a tratti fra i limiti di una documentazione, è bene ribadirlo, molto reticente a restituire fisionomie nette e definite. Mi riferisco, in particolare, a quell’insieme complesso di relazioni sociali e di legami informali che furono intrat- tenuti, lungo i secoli XI e XII, dai ceti più eminenti della società urbana e rurale pistoiese con l’aristocrazia minore e con quella diversificata compagine sociale ascrivibile alla vassallità laica ed ecclesiastica41. Le modalità con cui furono saldati questi legami, i canali della mobilità sociale di qualche gruppo familiare minore, i raccordi tra le più ampie compagini di potere ‘zonale’ e le più piccole formazioni di carattere consortile e ‘puntuale’ possono rivelarsi i più utili strumenti per ricostruire quel tessuto di fedeltà, di rapporti economici e di obblighi personali e collettivi che sostanziarono la trama territoriale del potere signorile nel contado. Tra i gruppi sociali attivi nel nostro territorio in età precomunale è rintracciabile un ceto medio aristocratico, di incerta definizione, la cui affermazione è per lo più legata a canali di tipo vassallatico42. Si del Mugello; DE LA RONCIÈRE, Fidélités, patronages; BICCHIERAI, Il castello di Raggiolo e i conti Guidi; PIRILLO, Signorie territoriali dell’Appennino; IDEM, Tra signori e città; IDEM, Costruzione di un contado, pp. 39-53. 40 Cfr. a questo proposito le considerazioni di SESTAN, I conti Guidi, pp. 360-362; PIRILLO, Signorie territoriali dell’Appennino, pp. 208-209; BICCHIERAI, La signoria dei conti Guidi in Valdarno. 41 Un punto di riferimento importante per lo studio dei fenomeni sociali urbani e rurali del periodo precomunale e protocomunale è il lavoro di KELLER, Signori e vassalli. 42 Sono da accogliere pienamente le osservazioni di Paolo Cammarosano quando 14 I.1 I signori nel comitatus pensi ai membri di quelle famiglie che dal secolo XI si muovevano nell’entourage vescovile e che costituirono la parte maggioritaria di quei gruppi emergenti, inquadrati per domus – terra de filiis Ugi Manni, terra de filiis Panci, terra Fraolmi vicecomes – che svolgevano funzioni attive nel consilium episcopale e, allo stesso tempo, consoli- davano patrimoni consistenti nel territorio43; alcuni di questi perso- naggi menzionati nella cerchia vescovile saranno, peraltro, i capostipiti di famiglie destinate a collocarsi ai vertici della società cittadina anche 44 in età comunale, come i Panciatichi, gli Ammannati e i Sigibuldi . Sembra di poter dire che, almeno in questa prima fase, fossero soprattutto i fideles episcopi a costituire lo strato emergente della nuova eminenza sociale sia in città, sia in campagna. Acquisizione, questa, che ci consente di riconoscere un forte interscambio nei circuiti aristocratici urbani e rurali pistoiesi: una dinamica sociale, in altre parole, che riconobbe un ruolo di primo piano alle clientele vescovili, i cui esponenti furono in larga parte gli stessi protagonisti delle nascenti istituzioni comunali cittadine45. Così sembrano confer- mare le vicende di alcuni di questi gruppi familiari dei quali è possibile seguire qualche evoluzione. All’atto di livello con il quale, nel 1067, il vescovo Leone concedeva a Signoretto di Gerardo un’ampia parte dei diritti sulla pieve di Celle e su una ventina di località di quella vallata, erano presenti tra i testimoni anche un certo Pietro e un certo Rodolfino del fu Rodolfo46. Questi due fratelli, evidentemente ascrivibili al novero degli uomini degni di fede della clientela vescovile, erano i membri di quel gruppo familiare dei filii Rodulfi, il cui padre era già documentato nel 1034 come detentore di una signoria piuttosto afferma che «non si riesce a cogliere la fisionomia di un ceto vassallatico, di un insieme sociale – cioè – che abbia strutture familiari definite e un determinato assetto sul territorio» (CAMMAROSANO, Feudo e proprietà, p. 3). 43 Storia di Pistoia, I, pp. 294-298. A livello più generale sulla domus come patrimonio o come gruppo di consorti, cfr. BRANCOLI BUSDRAGHI, Genesi e aspetti istituzionali della ‘domus’. 44 RAUTY, Società e istituzioni, pp. 2-8. 45 Una realtà socio-politica quella pistoiese che sembra distante da quella recentemente indagata da Paolo Grillo per Milano, il quale ha proposto per la città lombarda un modello che prevederebbe l’esistenza di due aristocrazie ben distinte, una cittadina e una rurale, con sfere d’azione e ambiti d’interesse ben differenziati (GRILLO, Aristocrazia urbana, aristocrazia rurale). Senza poter richiamare qui i termini di un dibattito storiografico sterminato ci limitiamo a rimandare, in sede comparativa, a BORDONE, «Civitas nobilis et antiqua»; CAMMAROSANO, La nascita dei ceti, pp. 143-145. 46 RCP, Vescovado, 10, 1067 novembre: Petri et Rodulphini germani b.m. Rodulphi et Donati b.m. Petri. Gli assetti sociali 15 omogenea comprendente il castello di Tizzana e il borgo di Bacchereto, 47 sul versante sud-orientale del Montalbano ; per altro verso, i destinatari di quell’ampia concessione livellaria, i discendenti di Signoretto di Gerardo, furono in grado di esercitare un dominio stabile e duraturo sulla località di Celle e il suo comprensorio, nella valle del Vincio di Montagnana, tanto da essere riconosciuti come signori prima e come possidenti poi in quella zona fino alla prima età moderna48. In questo ceto di media e piccola aristocrazia rurale, di variabile configurazione, si possono ascrivere anche i filii bonae memoriae Petroni, i quali attorno al 1040 disponevano di numerosi possedimenti che facevano capo a tre curtes, due delle quali nei castelli di Pecunia e di Alfiano49; i filii Anselmi, i cui interessi consistevano in alcune terre 50 a Lupicciano, nell’alta valle della Bure e nella curtis di Santa Cristina , per i quali la concessione vescovile fu in breve tempo superata in una prospettiva allodiale, così come si evince da una clausola contenuta in una carta del 1065, nella quale si faceva esplicito divieto all’episcopio di interferenze nella loro conduzione51. Come evidenzia quest’ultima testimonianza, appropriazioni de facto da parte dei concessionari di beni ricevuti con patto livellare non dovettero essere estranee alla 47 RCP, Canonica XI, 64, 1034 giugno. Un atto di circa un secolo dopo costituisce, del resto, un ulteriore conferma che il castello di Tizzana era stato di proprietà di Rodolfo: la Mingarda autrice della donazione alla mensa episcopale dichiara, infatti, che i beni erano a lei pervenuti ex cartula qua Rodulfus cum uxore sua Sibilla fecerant de castello et curte de Tizana et burgo, de castello et curte et burgo de Bacareto (RCP, Vescovado, 24, 1138 settembre 20). Cfr. anche la precedente nota 31. 48 Si deve a Natale Rauty, (Storia di Pistoia, I, p. 303) l’individuazione dei signori di Celle, più tardi chiamati Cellesi, come discendenti di Signoretto di Gerardo, per i quali richiama il fatto che il rapporto di vassallaggio e di fedeltà al vescovo è testimoniato, almeno sul piano formale, a distanza di parecchi secoli. Ancora nel Cinquecento poi spettava ai membri di questa famiglia l’onore di accogliere sulla porta della città l’arrivo del nuovo vescovo e di scortarlo fino alla chiesa di San Pier Maggiore e poi fino alla cattedrale (FERI SGUAZZONI, Dal Libro di Ricordi, pp. 150-152). 49 RCP, Canonica XI, 87, ante 1041; 88, 1041 gennaio; 89, ante 1042; 90, 1042 gennaio; 91, 1042 gennaio; 93, 1033-1042 agosto; 94, 1042 agosto; 105, 1045 luglio 2; 112, 1046 ottobre; 113, 1046 ottobre. Cfr. anche, Storia di Pistoia, I, pp. 279-280. 50 RCP, Canonica XI, 5, 923 circa; 6, 923 circa; 940 giugno 24; RCP, Alto Medioevo, 80, 962 giugno; 91, 973 aprile; 100, 985 maggio; RCP, Canonica XI, 52, 1030 dicembre 11; 68, 1035 marzo 1-25. Per questo gruppo familiare di vassalli vescovili, cfr. anche Storia di Pistoia, I, pp. 280-281. 51 RCP, Canonica XI, 139, 1065 agosto 2: namque vero non habeat licentiam nullus episcopus suprascripta petia de terra tollere neque alienare. L’inserimento di questa clausola, come è stato già notato, è tanto più significativa in quanto l’oggetto della transazione era un pezzo di terra a Ponticelli che faceva parte delle pertinenze dell’antica corte di Santa Cristina che la famiglia di Anselmo aveva ricevuto a livello dal vescovo. 16 I.1 I signori nel comitatus logica delle scalate sociali di questo periodo; una logica che dovette presiedere, molto probabilmente, ad una parte consistente di quel variegato fenomeno di consolidamento economico che interessò molti gruppi familiari sullo scorcio del secolo XI, per i quali risultò determi- nante un rapporto beneficiario o livellario con le istituzioni ecclesiasti- che, su tutte il vescovado. Entro una gerarchia sociale mobile e dai caratteri incerti potrebbero collocarsi anche i filii Gerardini, i cui interessi attestati nella pianura intorno a Pistoia dal 1067 al 110052, dovettero assestarsi nella cerchia dei fideles del Capitolo, come mo- 53 strano una consistente concessione di beni in tenimentum del 1083 , e almeno tre menzioni di uno dei loro membri, Guido di Gerardino, in qualità di testimone ad atti di un certo rilievo che interessavano 54 quell’ente . In un analogo contesto sociale e con simili meccanismi di affermazione si possono menzionare i membri di quel gruppo familia- re individuato nelle carte come domus archidiaconi: dovette trattarsi, in questo caso, dei consorti di sangue dell’arcidiacono pistoiese Atto, ricordato fra il 1053 e il 1080, i quali sono in più casi attestati come detentori collettivi di terre55, talvolta addirittura a scapito delle pro- 56 prietà vescovili . Uno spazio più marginale fu quello occupato dai 52 La prima menzione di questo gruppo familiare è contenuta in una cartula iudicati del 1067 con cui Volpe del fu Rodolfo e il figlio Gerardo assegnavano al prete Arnolfo del fu Baronto la quarta porzione di due pezzi di terra nella zona di Bonelle. Nelle confinazioni delle suddette terre si fa riferimento de meridie terra de filii b.m. Gerardini (ibidem, 150, 1067 dicembre 25-31). 53 Ibidem, 205, 1083 febbraio 15. La concessione per tenimentum effettuata dal preposto Ugone ai fratelli Guidone, Rolandino e Lamberto bone memorie Gerardini era di una certa entità: oltre alla metà di sette mansi prevedeva, infatti, anche la quarta parte di due pezzi di terra. Deve essere notato che gli appezzamenti detenuti dal Capitolo dovevano costituire un complesso fondiario per niente trascurabile e, per di più, di una qualche compattezza territoriale così come sembra potersi evincere dalla collocazione di uno dei due quarti di terra, quello posto in loco Prata S. Iohannis, confinante con altri fondi rustici di questo consorzio familiare (cum terra de filiis Gerardini). 54 Ibidem, 258, 1096 gennaio 1; 264, 1096 giugno 6; 299, 1100 novembre. 55 Ibidem, 222, 1085 aprile 11: terra de archidiacono; 286, 1098 dicembre 1-24: terra de nepotibus archidiaconi; RCP, Canonica XII, 313, 1101 settembre: terra de nepotibus archidiaconi; ibidem, 429, 1140 marzo 9: terra nepotibus archidiaconi. Per questo gruppo familiare la cui fortuna patrimoniale e sociale si colloca entro le strutture ecclesiastiche cittadine, con una buona tenuta anche nel secolo XII, Natale Rauty ha ipotizzato che potesse trattarsi di un ramo collaterale della famiglia Tedici (Storia di Pistoia, I, p. 284, nota 86), ipotesi però che non può contare su prove documentarie, al di là della presenza dei nomi di Rolando e di Atto, comuni e frequenti nello stock onomastico delle prime generazioni dei Tedici. Cfr. anche BRANCOLI BUSDRAGHI, Genesi e aspetti istituzionali della ‘domus’, p. 19. 56 RCP, Vescovado, 2124: Et sciendum est quia in plano de Neole habet S. Zeno grandem possessionem que vocatur terra episcopalis quam tenet domus archidiaconi et fere tota fraudolenter est. Gli assetti sociali 17 signori de Maona, compagine familiare tra le più importanti della 57 Valdinievole , che dall’omonimo castello sulle colline a settentrione di Montecatini estese i propri interessi su gran parte di quella vallata e fin oltre il valico di Serravalle in area pistoiese, come rimandano almeno tre carte nell’arco cronologico compreso fra il 1031 e il 1116, in cui sono attestati rapporti con la canonica di San Zenone e con il mona- stero di San Bartolomeo58. Siamo di fronte, dunque, ad una struttura sociale nella quale i motori generatori della mobilità sembrano per lo più da ascrivere, come si è detto, al raccordo col potere episcopale. Un raccordo che non si presenta quasi mai nel contado pistoiese, come del resto in gran parte della Toscana59, secondo una struttura di tipo vassallatico- beneficiaria, ma piuttosto attraverso atti di natura economica, quali il 60 livello prima ed il tenimentum dalla fine del secolo XI in poi . Le concessioni livellarie del vescovo non si limitavano a ottenere, in tal senso, una più semplice amministrazione del patrimonio fondiario, ma puntavano a creare più saldi legami di fedeltà, supportati su base economica anziché su base formalmente beneficiaria. Sono una serie di livelli dei decenni centrali del secolo XI a mostrare una tendenza di questo tipo. Il primo di questi atti, di una notevole consistenza, fu quello con il quale nel 1050 il vescovo Martino concesse a Sigifredi del fu Gerardo, i diritti sulla pieve di Sant’Ippolito in Strada, con tutte le decime, incluse quelle della curtis di Agliana, e sugli uomini ivi residenti: et de illis ominibus qui sunt abitantis infra predicta curte de Alliana, tam de domnicato quam de masariciis61. Ancora più rilevante il tenore di questa ampia concessione se si tiene di conto che il suo destinatario fu, quasi sicuramente, uno dei membri della potente consorteria dei filii Gerardi, discendenti di uno dei due rami dei signori di Stagno, con vasti interessi nella zona di Agliana, e nelle pievi 57 Per questo gruppo familiare si possono utilmente vedere i lavori di PESCAGLINI MONTI, Nobiltà e istituzioni ecclesiastiche, pp. 252-256 e di SPICCIANI, Una signoria rurale nel contado lucchese. 58 RCP, Canonica XI, 54, 1031 aprile 21; ASF, San Bartolomeo, 1046 novembre; ASF, San Bartolomeo, 1116 febbraio. 59 CAMMAROSANO, Tavola rotonda, p. 102. Cfr. anche le recenti messe a punto in ALBERTONI, PROVERO, Il Feudalesimo, pp. 74-75. Cfr. infra la nota 70 e il testo relativo. 60 RAUTY, I contratti pistoiesi di tenimentum. 61 RCP, Canonica XI, 117, 1050 febbraio. 18 I.1 I signori nel comitatus 62 di Furfalo, di Neure, di Creti e di Celleri . Questo gruppo consortile, alcuni dei cui membri sembrano aver avuto interessi anche entro le 63 mura della città di Prato e nei suoi dintorni , poté consolidare all’interno dei circuiti vassallatici e clientelari del vescovo di Pistoia e dei conti Alberti un complesso sistema patrimoniale e di potere che consentì loro di gestire beni, diritti e uomini nell’ampia fascia pianeg- giante fra l’Agna e il Bisenzio e di mantenere il titolo viscontile, con tutta probabilità, fino alla metà del secolo XIII64. Altre due concessioni di notevole rilievo risalgono al 1067: la prima, già richiamata, si riferisce all’imponente trasferimento di diritti 65 nella vallata di Celle a Signoretto di Gerardo , mentre la seconda riguardava l’allivellamento delle decime di due villaggi nel territorio 66 della pieve di Colonica a Bonatto del fu Teuperto . Un altro patto di particolare interesse, anche se di natura un po’ diversa, è quello che fu stipulato nel 1086 tra Sifridi del fu Agighi dei signori di Stagno e il 67 vescovo di Pistoia . Atto con il quale il membro degli Stagnesi cedeva al vescovo tutti i suoi beni nei comitati di Firenze, Fiesole e Pistoia quale garanzia di un rapporto di assistenza militare che questi avreb- bero dovuto offrire al vescovado sul castello e la curtis di Sambuca. L’adiutor militare fornito al vescovo, in questo caso, dagli Stagnesi pare assimilabile a quella tipologia differenziata di pattuizioni de placito et de bisonnio, abbastanza frequenti nella Toscana di questo 62 Ibidem, 44, 1022 gennaio; 97, 1043 settembre 26; 108, 1046 luglio 29; 109, 1046 luglio 30. Cfr. anche RAUTY, Agliana dalle origini, pp. 8-9; Storia di Pistoia, I, pp. 282-283. 63 L’ipotesi di un radicamento fin entro le mura della città di Prato per alcuni personaggi appartenenti a questo consortile sono avanzate da FANTAPPIÉ, Nascita e sviluppo di Prato, p. 101. Per un inquadramento generale delle vicende costitutive del territorio pratese, cfr. PIRILLO, Il Pratese: definizione di un territorio. 64 Sono documentati per questa famiglia anche rapporti di natura beneficiaria e feudale sia per l’area pistoiese sia per quella pratese, così, per Guido di Gerardo che compare con la qualifica di senior, capo e protettore, in un atto di concessione effettuato nel 1044 da un certo Ranieri del fu Albizo a favore della canonica di San Zenone (RCP, Canonica XI, 101, 1044 novembre); così, qualche anno più tardi, in occasione della concessione di un manso da parte di Rodolfo da San Giusto che habuit et tenuit da Ildibrando per feudum (Carte della propositura di Santo Stefano, 29, 1078 giugno 2). Sono molteplici, a partire dal 1112, anche le attribuzioni del titolo viscontile associate a membri di questo gruppo familiare (RCP, Vescovado, 18, 1112; 2122, 1132 circa), ai cui discendenti dovette appartenere anche quel Gerardo vicecomes, primo podestà attestato a Pistoia, (RCP, Canonica XII, 1158 ottobre 12) e alcuni dei nobili aglianesi menzionati ancora in pieno Duecento con questo attributo (Liber focorum, p. 43). 65 Cfr. supra la nota 46. 66 Carte della propositura di Santo Stefano, 18, 1067 agosto. 67 RCP, Vescovado, 12, 1086 giugno 15. Gli assetti sociali 19 68 periodo . Siamo di fronte, in altre parole, a un insieme di transazioni che rimandano almeno sul piano contenutistico alla tipologia dei grandi livelli lucchesi e delle concessioni beneficiali milanesi, ad atti cioè che hanno indotto recentemente Amleto Spicciani a supporre l’esistenza «di rapporti personali e reali – formalmente non feudali – che si vennero stabilendo tra uomini degli strati più alti della società per una garanzia di fedeltà»69. Sembrerebbe di poter dire, dunque, che nel contado pistoiese furono le modalità di strutturazione verticale della società a seguire connotati loro propri, piuttosto che i contenuti interni della dinamica politica. Potremmo osservare, in altri termini, che a mutare fu soprat- tutto la «semantica del potere» e dei suoi attributi, con una caratteriz- zazione dei legami sociali e dei rapporti di fedeltà che trovarono espressione in un linguaggio di natura prevalentemente economica. Si confermerebbe, in tal senso, un «modello toscano» che presenta una scarsa e lenta adozione di espressioni vassallatiche nella terminologia della classificazione sociale70. Una terminologia, peraltro, che seppure in modo discontinuo e indiretto talvolta compare anche nel nostro territorio: la sua adozione dovette essere maggiore in contesti di più spiccata definizione politica, come la signoria del vescovo su Batoni, per la quale nel 1086 fu operata dal presule una concessione in feudum cuidam fedeli della zona71, oppure per legami di natura più militarizzata, così come si evince da un passo di Ildibrando del 1132, nel quale sono descritte le modalità di riscossione dei proventi vescovili nelle curtes e nei castelli, con l’eccezione per quei beni che erano concessi in feudo 72 ai milites: praeter illa que in feudo militibus . Nella stessa direzione va anche il linguaggio più feudalizzato delle dinastie comitali dei Guidi 73 e dei Cadolingi , per le quali potevano, peraltro, giocare un ruolo 68 BRANCOLI BUSDRAGHI, Patti di assistenza giudiziaria, p. 45, nota 35. 69 SPICCIANI, Concessioni livellarie, p. 178. Amleto Spicciani aveva già più volte affrontato, su stimolo di Cinzio Violante (VIOLANTE, Bénéfices vassaliques; IDEM, Fluidità del feudalesimo), il tema delle relazioni informali e non formalmente vassallatico-beneficiarie fra chiese e laici nel corso del secolo XI (SPICCIANI, Concessioni livellarie e infeudazioni; IDEM, Forme giuridiche e condizioni reali). 70 COLLAVINI , I capitanei in Toscana, p. 309. 71 RCP, Canonica XI, 231, 1086 maggio 27. Sul castello di Batoni, cfr. RAUTY, Il castello di Batoni. 72 RCP, Vescovado, 2128, 1132. 73 Si citano, a titolo esemplificativo, RCP, Canonica XII, 317, 1103 agosto; Regestum Volaterranum, 150, 1115 gennaio 26. 20 I.1 I signori nel comitatus specifico anche modelli importati dall’esterno, in un’ottica di più ampia circolazione di un vocabolario condiviso nella classificazione 74 delle pratiche politiche e delle strutture sociali . Significativa, in tal 75 senso, ma gli esempi potrebbero essere molti di più per il secolo XII , la concessione per feudum di alcune terre e case operata dal conte Guido V nel 1100 a favore del suo scutifero Rimondino di Donnuccio, 76 per il servizio da questi prestato nel viaggio a Gerusalemme . Una realtà politica e sociale per molti versi, dunque, che parrebbe non discostarsi molto da quel panorama di «media feudalizzazione» che 77 già qualche anno fa era stato tratteggiato da Paolo Cammarosano . Anche lungo il secolo XII, seppure in un contesto reso più complesso da spinte autonomistiche di diverso segno, i legami di fedeltà con le maggiori compagini del potere laico ed ecclesiastico costituirono uno dei canali privilegiati per l’affermazione di egemonie sociali e politiche di carattere ‘puntuale’. Una delle esperienze meglio documentate, da questo punto di vista, e più significative per l’impor- tanza economica e politica acquisita dal gruppo familiare è quella dei Tedici di Piuvica. Consorzio, questo, che dovette gran parte della sua progressiva ascesa sociale proprio al legame di fedeltà intrattenuto col vescovo, soprattutto a partire dalla fine del secolo XI78. Un legame che consentì di acquisire posizioni di rilievo nella zona di Piuvica, centro 74 Si tratta di un versante, questo, per molti aspetti ancora tutto da indagare e che potrebbe rivelarsi foriero di interessanti acquisizioni soprattutto per quanto attiene al rapporto tra pratiche politiche, strutture sociali e i linguaggi addottati per la loro definizione. Una prospettiva che andrebbe per ovvie ragioni adottata per quelle compagini signorili di vasta portata territoriale – Guidi, Alberti, Aldobrandeschi e più in generale per tutte quelle famiglie in grado di dar vita a dominazioni a carattere regionale – in grado di consentire una valutazione su scala comparativa delle situazioni locali e dei relativi meccanismi di percezione e di codificazione scritta. A mia conoscenza un’attenzione molto spiccata per il vocabolario sociale è stato adottato nella sua ampia ricerca storiografica da Georges Duby (cfr. ARTIFONI, Georges Duby e per il rapporto tra storia dei concetti e delle strutture sociali DELLE DONNE, Introduzione). 75 RCP, Forcole, 10, 1112 marzo; RCP, Canonica XII, 373, 1118 marzo; 462, 1152 agosto; ASF, Pistoia, 1119 ottobre; RCP, Fontana Taona, 81, 1131; RCP, Canonica XII, 514, 1170 agosto 14-31; RCP, Vescovado, 42, 1183 febbraio 26; RCP, Forcole, XIII, 106, 1219 agosto 6. 76 RCP, Canonica XI, 297, 1100 novembre 1-26. Cfr. a questo proposito anche RAUTY, Il testamento di un crociato. 77 CAMMAROSANO, Feudo e proprietà, p. 8. 78 Notizie documentate di questo gruppo familiare sono reperibili a partire dal primo decennio dopo il Mille (RCP, Canonica XI, 39, 1010 maggio) e ancora nel 1026 (ibidem, 48, 1026 dicembre 1-25), tra il 1032 ed il 1034 e così avanti soprattutto dalla fine di quel secolo (ibidem, 136, 1062 agosto 1; 159, 1071 gennaio; 183, 1078 marzo; 233, 1087 luglio 17. Cfr. anche Storia di Pistoia, I, pp. 283-284. Gli assetti sociali 21 79 degli interessi patrimoniali e signorili della famiglia , e che dovette consolidarsi sempre più, se nel 1132 Teudicius de Publica è ricordato nel memoriale di Ildibrando come un personaggio tra i più ragguarde- voli della cerchia vescovile, tanto che a lui spettava la fornitura dei 80 cavalli al presule per recarsi al sinodo . Dovette fondarsi sugli ottimi rapporti con l’entourage episcopale e sulla contestuale politica di acquisizione fondiaria nella zona di provenienza quella rapida crescita che condusse la famiglia nella seconda metà del secolo XII a diversi- ficare i propri interessi – sono attestati per questo periodo prestiti su pegno fondiario81 – e ad inserirsi nel novero dell’aristocrazia consolare urbana, al punto che Teudicio di Ormanno arrivò nel 1178 a ricoprire la carica di console del Comune di Pistoia82. Una eminenza sociale ed economica quella raggiunta dai Tedici che consentì a gruppi familiari come quello dei da Ponti, che si muovevano nella loro clientela di avviare un processo di mobilità sociale tale da consentire ad un membro di quel consortile, Guidotto di Rodolfino, di vantare nel 1189 il patronato su di una cappella rurale83. 79 Già alla fine del secolo XI la famiglia doveva aver raggiunto posizioni di una qualche eminenza sociale ed economica se poteva effettuare un prestito di dieci lire al conte Guido Guerra, garantito da un pegno riscattabile in dodici anni (Ibidem, 289, 1099 maggio 28). 80 Si tratta verosimilmente del nipote di quel Teudicio che aveva dato il nome alla discendenza: et quidam laici solent dare equos episcopo eunti ad sinodum, et adhuc dant si requiruntur, scilicet Tedicius de Puplica (RCP, Vescovado, 2124, 1132 circa). 81 RCP, Canonica XII, 517, 1186 agosto 6-13; 583, 1192 gennaio 12. Per un inquadramento complessivo del problema, cfr. FRANCESCONI, Qualche considerazione, pp. 170-171. 82 Breve consulum, 62. Gli atti di interesse patrimoniale relativi ai Tedici sono numerosi nel fondo del Capitolo della cattedrale tra il 1114 e il 1192 e ancora per il primo decennio del secolo successivo (ASF, Capitolo di Pistoia, 1203 dicembre 5; 1206 novembre 17; 1208 febbraio 5; 1210 luglio 31). Il ruolo esercitato da questo gruppo familiare nella società cittadina pistoiese della seconda metà del secolo XII è ben ricostruito da RAUTY, Una sentenza di separazione. Alla famiglia Tedici, ancora durante i primi decenni del secolo XIII, sarà riconosciuta una connotazione di carattere signorile-‘feudale’: in una pergamena del 1229, infatti, si fa riferimento ad alcuni titolari di diritti su appezzamenti fondiari que eis veniebat de feudo quod ipsi vel eorum antecessores habuerunt de domo Tedicinga de Piuvica (ASF, Capitolo di Pistoia, 1229 agosto 18). Sulle vicende di questo gruppo familiare, davvero significative nella Pistoia comunale, intendiamo tornare con un contributo specifico. 83 Rodolfino da Ponti, che con tutta probabilità dovette essere il padre del nostro Guidotto, è documentato come testimone ad atti in cui erano protagonisti membri della famiglia Tedici nel 1114 (RCP, Canonica XII, 355, 1114 giugno) e nel 1124 (ibidem, 385, 1124 novembre). Nel 1146 Guidotto è attestato come detentore di terre dei Tedici (RCP, Monastero di S. Mercuriale, 27, 1146 febbraio), mentre agli inizi degli anni Novanta dello stesso secolo prima trasferì il patronato sulla cappella di S. Martino a Ponti al monastero pratese di S. Frediano (RCP, Canonica XII, 578, 1189 settembre 1) e quindi dopo la refuta dei suddetti diritti al monastero di San Baronto si offrì, insieme alla moglie, a quest’ultimo come converso (ibidem, 579, 1190 luglio 13; 580, 1190 luglio 13). 22 I.1 I signori nel comitatus Di più modeste dimensioni, ma altrettanto interessante per com- prendere i tratti salienti della dinamica sociale rurale di questo periodo è l’esperienza dei filii Guidonis de Vergiole. Nella zona dell’eponimo castello, sul crinale fra le valli della Torbecchia e del Vincio, dovevano aver concentrato una egemonia di una qualche consistenza a partire dagli anni centrali del secolo XII, dove risultavano attestate da quel momento proprietà fondiarie appartenenti a questa compagine fami- liare84. Dovette, in realtà, trattarsi di un consorzio piuttosto allargato che aveva potuto contare su una sovrapposizione di potere nella sua area di interazione patrimoniale, da parte del vescovado e dei conti Guidi, forti del raccordo con i quali si erano ritagliati precise posizioni di potere. Ferletto di Guidone e suo figlio Gualduccio, del resto, a distanza di una ventina d’anni furono entrambi testimoni ad atti di una certa importanza, il primo per conto del vescovo85, il secondo per 86 conto dei Guidi . L’atto, in ogni modo, che rivela in misura più completa l’entità della loro fisionomia signorile è il breve afficti con il quale nel 1181 concessero a quarantadue homines de Vergiole ed alle loro famiglie tutte le terre che questi avevano già da tempo in godimen- 87 to . La collettività degli uomini aveva fino ad allora garantito, quale corrispettivo per lo sfruttamento delle terre, turni di guardia al 88 castello, quattro di giorno e quattro di notte . In primo luogo, non sembra difficile intuire come i signori di Vergiole – i figli di Guidone e i loro consorti appunto – avessero una consistente dotazione patrimoniale intorno al castrum, tale da consentire loro donazioni fondiarie ad personam di questa ampiezza. In secondo luogo, appare 84 RCP, Monastero di S. Mercuriale, 24, 1142 ottobre 25; ASF, Pistoia, 1151 agosto. Nelle confinazioni di due pezzi di terra venduti alla canonica da Ferletto e Ugicio del fu Guidone, il 7 agosto 1152, sono menzionati anche beni che questi avevano concesso in feudo: terra dei venditori e dei loro nipoti dai quali per pheudum tenent Bertthatici (RCP, Canonica XII, 462, 1152 agosto 7). 85 RCP, Canonica XII, 483, 1159 giugno 22. A questo atto di una notevole importanza, con il quale il vescovo Tracia dava licenza al prete Gerardo della chiesa di S. Maria di Vormingo di costruire un castello sul colle di S. Maria, era presente in qualità di testimone insieme a Ferletto di Guidone da Vergiole anche Signoretto di Tedaldo da Celle, discendente di quel Signoretto di Gerardo, della dinastia dei Cellesi tra i maggiori esponenti della vassallità vescovile. 86 RCP, Convento di S. Lorenzo, 5; 6, 1176 ottobre 1. 87 ASF, Pistoia, 1181 febbraio 14. Il documento è stato pubblicato da FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 146-149. 88 de quibus vel pro quibus, quemlibet familia de Vergiole solebat facere in castro de Vergiole […]quattuor guardias singulis diebus et quattuor guardias singulis noctibus (ibidem). Gli assetti sociali 23 evidente, come il tenore dei rapporti con gli uomini che vivevano nella loro signoria fosse modellato secondo una struttura di prestazioni dal profilo marcatamente militare – i turni di guardia; imposizioni che furono, del resto, superate proprio con la stesura di questo accordo, al quale dovette dare una spinta decisiva proprio quella tendenza autonomistica che segnò le comunità rurali, nella seconda parte del secolo XII89, e di cui la presenza attiva dei consoli in questa comunità sembra essere una preziosa testimonianza – la transazione fu compiu- ta, infatti, in concordia consulum dicti castri. Nella stessa zona, seppur ad un livello politico e sociale minore e senza precise attestazioni di diritti signorili, gravitarono anche i filii Ubaldini de Groppore la cui presenza in due carte degli anni 1155 e 1156 ne rivela un profilo da possessori fondiari di una certa consistenza90, maturata con tutta probabilità nelle fila vassallatiche del Capitolo e nei più ampi circuiti clientelari guidinghi, ben presenti in questa vallata. Un altro consorzio familiare di un qualche interesse, seppur geograficamente più marginale, fu quello dei cosiddetti Lanbardi de Coldilupo, il cui ambito d’azione non andò oltre il lembo collinare e montano fra Prato e Pistoia91. Il consortile, almeno stando alle carte, 89 Lo sforzo autonomistico delle comunità di villaggio trova, per questo periodo, alcuni significativi riscontri documentari, così per le numerose menzioni contenute nel memoriale di Ildibrando del 1132 relative agli uomini di Casale, Piuvica, Boiano, Lamporecchio, Agnano, Montemagno e Agliana (RCP, Vescovado, 21, 1132 circa, passim), così per gli uomini di Sciecta nei confronti del monastero di Forcole nel 1159 (RCP, Forcole, 27, 1159 maggio 17), così per quelli di Agliana nei confronti del monastero di S. Bartolomeo nel 1201 (ASF, S. Bartolomeo, 1201 marzo; 1202 dicembre 24). Accanto a queste attestazioni, non più che esemplificative, del fenomeno comunitario nelle campagne pistoiesi sono da vedere i lavori di RAUTY, Comunità rurali e signori feudali, passim e di FRANCESCONI, Districtus, pp. 97-102 (ora infra capitolo I.2); IDEM, Pievi, parrocchie (ora infra capitolo II.1). 90 La prima delle due carte è relativa ad una donazione dei fratelli Mucciorino e Tedaldino di Ubaldino da Groppoli che rivela come questi fossero concessionari per conto del Capitolo di molte terre nelle colline immediatamente ad ovest della città, in particolare nella zona di Groppoli e del Monte Leonese (RCP, Canonica XII, 468, 1155 dicembre); la seconda carta (ibidem, 469, 1156 marzo 2), un atto di vendita del quale è attore soltanto Tedaldino di Ubaldino oltre ad attestare ulteriori proprietà di pertinenza del consorzio familiare, ci conferma che molto probabilmente costoro dovevano avere proprietà e beni anche all’interno del castello di Groppoli e che quindi potevano essere in un qualche possibile collegamento con i nuclei di potere che avevano diritti su quel castrum, il Capitolo e i conti Guidi (cfr. RAUTY, Documenti per la storia dei conti Guidi, 31, 1043 maggio 22; 226, 1164 settembre 28 e le considerazioni di FRANCESCONI, Incastellamento – ora infra capitolo II.2). 91 Una recente messa a punto su questo consorzio familiare è stata fatta da TONDI, L’abbazia di Montepiano, pp. 125-126. Le menzioni di lambardi per il nostro contado e per le zone più prossime sono abbastanza numerose per i secoli XII e XIII (lambardi di Campo Magio, 24 I.1 I signori nel comitatus dovette la sua fortuna economica e patrimoniale al legame vassallatico con i conti Alberti e al più vasto entourage di relazioni sociali che includeva anche il monastero di Montepiano: Gualdigone di Uguccione, il personaggio della consorteria più presente nella documentazione tra il 1184 e il 120392, sembra profilarsi come il tipico esponente di quel ceto medio di boni homines, i quali sulla base di un solido e continuo rapporto con un senior – in questo caso i conti Alberti – riuscirono a divenire titolari di consistenti patrimoni allodiali e di posizioni di un qualche prestigio all’interno delle società di villaggio in cui agivano. Anche in questo caso il rapporto di fidelitas sembra seguire i consueti canali di natura economica – su base livellaria – piuttosto che su base feudo-vassallatica: in un atto del 1191, infatti, il summenzionato Gualdigone al momento di donare per morgincap la quarte parte di tutti i suoi beni alla moglie Ingenna, poteva dichiarare che una porzione di questi erano a lui pervenuti per successionem vel per quodlibet ingenium sunt pertinentes, libellaria et tenimenta obedias senioribus eiusdem terre et eorum heredibus in vice93. Nella più complessa interazione tra egemonie sociali e spazi politici che caratterizzò la seconda metà del secolo XII, una fase in cui le istituzioni urbane erano ormai in via di progressiva maturazione, si verificarono molteplici commistioni e alternanze di piani tra Comune e signoria rurale; commistioni che, al di là degli elementi di natura giuridica94, produssero effetti concreti nella dinamica sociale. Può essere significativo richiamare, a questo proposito, le vicende di due personaggi che dovettero avere posizioni di rilievo nella società urbana di questo periodo, come i due giudici Guido di Burnetto e Tancredo di Strinato. Entrambi, infatti, attivi nell’ultimo quarto del secolo XII e nei primi anni del secolo successivo avevano legami vassallatici con di Vignole, Agliana e Agiolo, di Tizzana, di Carmignano, di Castiglione, di Torri, di Sambuca, di Boiano, di Montecatini e di Bibiano) per quanto non vi sia stata ancora una individuazione sistematica ed esaustiva delle loro origini, della formazione dei loro patrimoni e delle caratteristiche del loro radicamento territoriale (cfr. a questo proposito FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 269-272). Su quelli di Carmignano si può vedere quanto ha di recente ipotizzato BARLUCCHI, Società e istituzioni. 92 Carte di Montepiano, 189, 1184 settembre 9; 204, 1191 febbraio 6; 213, 1192 febbraio 5; 218, 1193 maggio 11; 219, 1193 agosto 8; 223, 1194 agosto 28; 227, 1196 gennaio 20; 228, 1196 gennaio 20. Cfr. inoltre, TONDI, L’abbazia di Montepiano, pp. 125-126. 93 Carte di Montepiano, 204, 1191 febbraio 6. 94 ROSSETTI, Elementi feudali. Cfr. anche FRANCESCONI, «Signoria davanti al Comune» (ora infra capitolo III.1). Gli assetti sociali 25 95 96 i Guidi il primo , con il vescovado il secondo , interessi patrimoniali con annessi diritti signorili nel contado e nello stesso tempo un ruolo 97 crescente tra i ceti eminenti della città , al punto che Tancredo sarà 98 arbitro di una lite vescovile nel 1193 , attestato come uomo di fiducia del vescovo nel 1199 e a distanza di poco meno di un anno in qualità di membro del collegio consolare99. Si era ormai entrati in una fase, per molti aspetti – regime 100 fondiario , condizione personale degli uomini, fisionomia degli strati superiori della società – in cui il quadro della signoria rurale era sempre più contestato e messo a dura prova nelle sue strutture portanti da forze sociali con nuove prospettive politiche per quanto, ancora lungo il Duecento, i tentativi di resistenza da parte delle compagini signorili fossero capaci di esprimere una loro efficacia; tentativi, il cui episodio più significativo ed eclatante è costituito dalla ben nota vertenza tra vescovo e Comune del 1221, per il controllo delle giurisdizioni sulle comunità di Lamporecchio, Orbignano, Batoni e Montemagno101. Ma del resto, a un livello minore, la sopravvivenza di diritti e di prelievi, di forma e natura diversa, rimase un tratto non infrequente della dialettica politica e sociale nelle terre del contado, per lo più d’area montana, sebbene l’avanzata del Comune cittadino fosse stata molto decisa: a un quadro di questo tipo, seppure a titolo solo esemplifica- tivo, sembrano rimandare le Decime d’Arlotto102, un elenco di decime e fitti riscossi durante il primo o secondo decennio del Duecento nella zona di San Marcello e Gavinana e, ancora, gli oneri versati da molti 95 RCP, Convento di S. Lorenzo, 5, 1176 ottobre 1; 6, 1176 ottobre 1: il conte Guido Guerra concede in feudum Guidoni iudici q. Burnecti unum casamentum quod fuit cellarium comitisse Mactilde. 96 RCP, Canonica XII, 541, 1179 aprile 13; RCP, Vecovado, 42, 1183 febbraio 26; ibidem, 45, 1192 febbraio 26; ibidem, 48, 1193 marzo 30; ibidem, 52, 1199 aprile 3. 97 Per Guido di Burnetto, cfr. RCP, Convento di S. Lorenzo, 13, 1191 agosto 26; per Tancredo di Strinato, cfr. Liber censuum, 43, 1214 novembre 27. Più in generale sul ruolo dei giudici e sulla confusione che riguardava il termine iudex nella società comunale, si veda MAIRE VIGUEUR, Gli «iudices», pp. 161-176. 98 RCP, Vescovado, 49, 1193 agosto 28. 99 Ibidem, 52, 1199 aprile 3; Liber censuum, 9, 1200 novembre 18. 100 IACOMELLI, La proprietà fondiaria. 101 Liber censuum, 136, 1221 settembre 13, per le deposizioni testimoniali. Per seguire tutta la vicenda politica e giudiziaria, cfr. FERRALI, Le temporalità e FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 219-238. Cfr. ora anche IDEM, «Episcopus amasciat homines» (ora infra capitolo II.4). 102 ASF, Convento di San Lorenzo, secolo XII. Su questo testo molto importante anche in una prospettiva di storia della lingua, quale testimone tra i più antichi del volgare pistoiese, è tornato a più riprese CASTELLANI, Le decime d’Arlotto; IDEM, Ancora su le decime. 26 I.1 I signori nel comitatus uomini di quest’ultimo villaggio al monastero di San Michele in 103 Forcole nel 1233 . E lo stesso poteva dirsi per la comunità di Prombialla: nel settembre del 1268, infatti, alcuni monaci e conversi del monastero di Fontana Taona potevano dichiarare di fronte ai giudici comunali che gli uomini di quella comunità prestavano opere sui prati monastici, da almeno trent’anni104. Le deposizioni seguivano, del resto, una lite fra il monastero e la comunità per la definizione degli 105 oneri di dipendenza signorile . Se, insomma, gli spazi e le risorse di quel sistema di organizzazione della società su base locale che si usa definire «signoria rurale» fu col passare del tempo reso sempre più marginale dal potere comunale, ciò non significa che tale processo, anche là dove fu più perentorio e uniformante come in area pistoiese, debba essere interpretato secondo una logica unilaterale e con le categorie della «teleologica» preminenza della città-stato e, sul fronte opposto, della ineluttabile decadenza delle strutture di potere locali; il fenomeno fu senza dubbio ben più complesso, tra rapide trasforma- zioni e più incerte battute d’arresto e sfumate sovrapposizioni106, così come sembra di poter confermare l’assenso con cui, nel 1221, Iacopino di Ildibrandino da Lamporecchio, rispondeva alla domanda si ab illis qui sunt donicati homines aliquorum nobilium de Pistoria civitas vel potestas exigunt datium et faciunt eos prestare laborerium et custodire castra et alia predicta107. LE FORME, I CONTENUTI E I RITUALI Ma quali furono le modalità, gli strumenti, i mezzi con cui i poteri signorili venivano esercitati e quali le forme, i contenuti che ne sostanziavano la struttura interna? Un problema di per sé non facile da 103 RCP, Forcole, 195, 1233 marzo 3. 104 ASP, Taona, 1268 settembre 11. 105 Le dichiarazioni dei testi vanno in quella direzione, per quanto si trattasse di due monaci e di un converso: Giovanni di Arrighetto, sindaco dell’abbazia; il monaco Giusto e il converso Benincasa (ibidem). Tutti e tre rilevarono quod comune et homines de Pronbialla teneantur dare habathie et in servitio habathie VIIII operas ad secandum in pratis habathie. 106 Si vedano, a questo proposito, le recenti considerazioni di COLLAVINI, Le basi economiche, la cui lettura debbo alla gentilezza dell’autore. 107 Liber censuum, 136, 1221 settembre 13, Iacopino di Ildibrandino da Lamporecchio, ad vocem. Le forme, i contenuti e i rituali 27 affrontare che rinvia ai silenzi della documentazione e alle non poche difficoltà che, spesso, ci impediscono di penetrare all’interno di quel mondo di relazioni informali, di obblighi, di prestazioni, di rituali che costituiva il tessuto connettivo della vita di quelle curtes e di quei castelli, entro le cui mura signori, milites, contadini e servi erano i veri protagonisti della signoria rurale. La pratica quotidiana del potere, le competenze più importanti, fiscalità e giustizia, erano amministrate nelle signorie maggiori con l’ausilio di visconti, di nunzi, di castaldi, da un personale che, in molti casi, nei ranghi della ministerialità poté trovare anche gli spazi per qualche ascesa sociale108. E sono, proprio, i poteri più strutturati dei domini vescovili e guidinghi a lasciare intravedere il funzionamento di quegli apparati di governo: così per le menzioni di castaldi nel memoriale di Ildibrando del 1132, con la funzione di riscossione degli 109 affitti e dei proventi delle terre episcopales , così per quegli uomini che amministravano la signoria dei Guidi su Larciano, con l’incarico di effettuare i prelievi dai censuari, di riscuotere i diritti di pedaggio e di svolgere tutti i servizi quando i signori arrivavano nel castello, con i preparativi per l’accoglienza – legna, acqua, letto – e la fornitura di fieno, paglia, verdure e del cinghiale migliore110. Funzioni e pratiche di governo che nelle carte private dei secoli XI e XII trovano espressione in quelle formule che elencano i diritti di 111 placitum, districtum, fodrum, bannum e che è possibile determinare un po’ meglio col ricorso alle testimonianze processuali, con partico- lare riferimento al contenzioso del 1221 e all’inchiesta podestarile del 108 Cfr. supra la nota 6 e gli studi di TABACCO, Nobiltà e potere, di PIRILLO, Famiglia e mobilità sociale, pp. 7-37 e di BRANCOLI BUSDRAGHI, «Masnada» e «boni homines». 109 RCP, Vescovado, 21, 1132 circa: hec omnia supradicta veniunt in manus camerarii episcopi. Cetera vero que dico, in manu gastaldionis eiusdem episcopi. Nam de curtis et casis et castellis debet accipere decem libras praeter illa que in feudo militibus (2128); De Broianico et de S. Pantaleone recipit eam gastaldius pensionem de domibus civitatis et de agris et de vineis in plano et in monte et de libellariis et tenimentis (2129). 110 ASP, Capitoli, 2, cc. 51 sgg. Per un esame dettagliato di questo documento e del contesto nel quale fu prodotto si rimanda a FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo III.2). 111 Alcuni connotati fondamentali dei poteri signorili sono ben evidenziati in una postilla ad un atto di donazione dei Cadolingi al monastero di Fontana Taona del 1088, con il quale il conte Ugo si impegnava a non turbare il possesso degli uomini e delle terre e in più a non foderum tollere, placitum tenere, quirimentum aut studiose quastum facere (RCP, Fontana Taona, 41, 1088 agosto 3). 28 I.1 I signori nel comitatus 112 1227 . La signoria dei Guidi sul castello di Larciano sembrava, ad esempio, caratterizzarsi con i connotati di un potere territoriale ben saldo e capace di condizionare la vita di quella comunità in tutti i suoi aspetti giuridici, economici e quotidiani: obblighi, oneri e doveri che si possono rapidamente riassumere con i termini con cui quel dominio veniva avvertito e descritto: homines et persone de Larciano erant comitis Guidonis datio, placito, districtu, hoste et cavalcata de amasiamento113. Sono numerose poi le menzioni di vicecomes episcopi, di nunzi vescovili, di castaldi che nella sovrapposizione con il Comune cittadi- no esercitavano la giustizia su Lamporecchio e Batoni, così come dichiara Accorso del fu Chiaro si nuntium episcopi precedit nuntium comunis, punit ipse114. Diotifece del fu Baldino, qualificatosi come familiaris domus episcopi, dichiara ancora di aver veduto Tancredo e Omodeo, visconti del vescovo Buono, punire gli uomini di Batoni nel 115 loro castello e riscuotervi una pena di 40 lire . Un esercizio della giustizia che, in qualche caso, è ben declinato per categorie di reato: secondo quanto dichiara un teste, infatti, la giurisdizione del vescovo consisteva nell’imperare bonis et eos regere in iustitia, punire malefactores 116 de furto, adulterio, omicidio et ceteris et amasciare . La facoltà giudiziaria era, del resto, il connotato fondante di qualsiasi potere così come è bene evidenziato dal resoconto di un tal Guittardo di Giandolfino da Batoni nel distinguere che il vescovo amasciat homines in dicto castro, 117 set civitas punit maleficia : un’affermazione, questa, che rimanda peraltro ad una sottile capacità da parte degli uomini che vivevano all’interno di questi villaggi rurali di percepire la gerarchia, le sfuma- ture con cui il potere poteva presentarsi e diversificarsi nei suoi 112 Cfr. supra le note 105 e 108. 113 ASP, Capitoli, 2, c. 53. 114 Liber censuum, 136, 1221 settembre 13: Accorso del Chiaro ad vocem. Sono interessanti nella stessa direzione anche le dichiarazioni di Raniero del fu Vito da Batoni e di Forte di Buongiovanni da Pistoia, il quale, in qualità di visconte vescovile, racconta che in occasione dell’omicidio di un bambino nel distretto di Lamporecchio lui personalmente con messer Bonaccorso punirono l’omicida et fecerunt talliam et incendium e che, successivamente, quando giunse l’ufficiale comunale alla vista dei rappresentanti vescovili recepit ab eis solidos X pro suis expensis et victuris, et recessit. 115 Ibidem, Diotifece del fu Baldino, ad vocem. 116 Ibidem, Accorso del fu Chiaro, ad vocem. 117 Ibidem, Guittardo di Giandolfino da Batoni, ad vocem. Le forme, i contenuti e i rituali 29 connotati più strettamente giudiziari o più latamente economici. Nella indeterminatezza, ancora una volta, delle prerogative poli- tiche e materiali di un nucleo di potere o dell’altro, talvolta, si potevano creare situazioni di sovrapposizione come quella che si desume dalla dichiarazione, secondo la quale la giurisdizione su Lamporecchio spettava al Comune di Pistoia, ma al vescovo dovevano essere ricono- sciute albergaria, pensiones et adfictum118. Introiti economici, che sempre in quella comunità, ad esempio, consistevano de unoquoque 119 focolare unum starium ordei, quando episcopus vadit illuc , mentre nelle terre guidinghe di Larciano avevano una maggiore articolazione, per quanto generalmente calibrate in unam quartinam sagine ad quartinam pistoriensem per ciascun nucleo familiare120. Agli introiti economici si sommavano i cosiddetti oneri signorili che potevano essere di natura diversa, dalla scavatura e pulizia di fossi e argini, alla costruzione di palizzate, alla manutenzione delle mura dei castelli121, servizi di guardia, custodia e vigilanza122 oppure a lavori più esplicitamente agricoli, come per gli uomini di Batoni che un membro della famiglia del vescovo giurava di aver visto ire ad faciendum operas 123 in pratis et vineis et recolligere inde fenum et uvas . Quest’ultimo 118 Ibidem, Buoncompagno di Martinetto da San Baronto, ad vocem. 119 Ibidem, Carone del fu Giannello da San Baronto, ad vocem. 120 ASP, Capitoli, 2, c. 52 e passim. 121 Per questo specifico aspetto degli obblighi signorili si possono vedere le numerose testimonianze rilasciate nel 1221 relative alla scavatura di fossati, costruzione e manutenzione di castelli effettuate per conto del Comune di Pistoia dagli uomini di Lamporecchio e di Batoni (Liber censuum, 136, 1221 settembre 13). In questo caso per quanto il destinatario fosse il Comune di Pistoia siamo convinti che la natura delle prestazioni dovesse mantenere le stesse identiche caratteristiche di quelle garantite ad un signore. 122 Cfr. supra la nota 87 e il testo relativo per la comunità di Vergiole. Sono significative poi, a questo proposito, le dichiarazioni di Vivolo di Rainaldo da Coldilupo e di Buonaccorso di Graziano de Siele, nell’ambito delle testimonianze del 1241 in occasione dell’acquisto di Monte Castiglione da parte del Comune di Pistoia (Liber censuum, 325, 1241). Il primo dichiara che Cristianus Gentilis de Coldilupo faceva ogni anno per sex edogmadas per circulum la guardia del conte apud Cerbariam, per un podere posto ad Sielem, mentre a proposito di Benencasa de Bucignano q. Corbolini dice che oltre alle decime e ai prodotti dava anche IIII custodias pro comite; il secondo dichiarava che i suoi antenati facevano al conte una guardia ogni mese per un podere che essi tenevano da lui. Dello stesso tenore anche la testimonianza di Diotifece del fu Baldino, di una ventina d’anni prima, il quale racconta di aver sentito dire che i castaldi del vescovo erano tenuti a precipere hominibus de Batoni ut irent ad custodiendum Castellinam eiusdem episcopi tempore guerre (ibidem, 136, 1221 settembre 13, ad vocem). 123 Ibidem, Diotifece del fu Baldino, ad vocem; interessante anche la testimonianza di Federico del fu Bunetto, il quale sostiene che i Batonesi sono coloni et homines del vescovo di Pistoia et dant ei operam in prato et vineis et aliis laboreriis e altrettanto afferma de castro et hominibus de Lamporechio (ibidem, Federico del fu Bunetto, ad vocem). 30 I.1 I signori nel comitatus aspetto, rimanda al problema più generale della condizione dei rap- porti di colonato, di quei vincoli personali che legavano gli uomini ai loro signori, a quel fenomeno del ‘servaggio’ che, nelle campagne di questi secoli, fu usato come uno strumento di dominio da parte delle élites sociali sugli strati inferiori della popolazione124. Un fenomeno anche questo che è possibile seguire, nella nostra zona, per lo più nella fase terminale, nel momento in cui i signori andavano formalmente affrancando i loro sottoposti dagli obblighi tipici di quella condizione, resedium, soggezione totale, esplicazione delle corvées. Sono molte le testimonianze che dalla metà del secolo XII fanno luce su una delle forme più invasive del potere signorile e che ancora nel Duecento veniva distinto dalla più generale dipendenza onorevole, nella forma differenziata di espressioni come homines, manentes et fideles, inten- dendo con questa variazione semantica gradi diversi di subordinazione all’interno della gerarchia signorile125, tanto più che l’ereditarietà del rapporto di hominicium era ancora ben presente nel 1241, cosicché a Cotenna de Carmignano, qui est defunctus, e che fuit homo comitis Alberti, successero Pretiosa et Adobata126. Affrancamenti che nella loro ricchezza quantitativa venivano il più delle volte, nel nostro territorio, risolti informalmente senza dover ricorrere, come accadeva altrove, a lunghi e onerosi iter processuali, per cui in una situazione di forte presenza della signoria territoriale come nel contado pistoiese, il «servaggio – come si è di recente fatto notare – si incontra e si fonde 124 In una storiografia vastissima che ha in Gino Luzzatto e Marc Bloch due punti di riferimento sempre importanti, ci limitiamo a rimandare ai lavori recenti, seppur talvolta distanti nelle loro conclusioni, di PANERO, Schiavi, servi e villani e di COLLAVINI, Il «servaggio» in Toscana. Cfr. anche FRANCESCONI, «Signoria davanti al Comune» (ora infra il capitolo III.1). 125 La sfumatura semantica tra homo, manens e fidelis non sempre sembra essere del tutto chiara e definita nel distinguere gradi diversi di dipendenza personale da un signore, per quanto nella risposta negativa di Aldibrandino di Tosco da Coldilupo (Liber censuum, 325, 1241, ad vocem) alla domanda se tenesse terre del conte o fosse suo fidelis, pare sia possibile cogliere nel termine fidelis un grado più onorevole del rapporto di soggezione. Si vedano, a questo proposito, anche le considerazioni di WICKHAM, «Manentes» e diritti signorili; mentre per i riscontri nella dottrina giuridica, cfr. TAVILLA, «Homo alterius»; CONTE, Servi medievali. 126 Liber censuum, 325, 1241, Buonaiuto di Buondie da Carmignano, ad vocem: Cotenna de Carmignano, qui est defunctus, fuit homo comitis Alberti, cui successerunt Pretiosa et Adobata, que est maritata in Cerbaria. Nella stessa direzione va anche Cristiano di Gentile (ibidem): Mellioratus Ianni de Villanuova fuit homo comitis predicti, de quo remanxit quidam filius nomine Johannes e ancora de Clarito Gherardini de eodem loco, de quo remanxit quidam filius nomine Fidanthinus; e lo stesso de Benencasa Corbolini de Bucignano, de quo remanxit quidam filius nomine Pace. Le forme, i contenuti e i rituali 31 con forme di signoria fondiaria, prosperando all’ombra dei domini di grandi enti ecclesiastici e di stirpi comitali … con una dipendenza da più strati signorili: quelli superiori di carattere territoriale e quelli 127 inferiori di carattere fondiario o personale» . Un caso abbastanza significativo, fra i molti possibili, è quello che vide la donazione di quendam suum hominem et colonum, nel 1200, da parte di Guineldo 128 di Ansaldino al monastero della Fontana Taona . La donazione era poi completata dalla rendita annua del colono (reddebat annuatim unam spatulam et mediam quartinam anone et albergariam, datium et operas): si trattava come è facile intuire di un trasferimento di uomini, il cui valore era connesso con le opere e i servizi che erano in grado di offrire ai loro signori129. Gli oneri signorili erano, d’altro canto, un fardello duro da sopportare e tale da provocare episodi di insofferenza da parte dei dipendenti, in una società come quella delle campagne medievali in cui la violenza e la riottosità erano molto diffuse. A quel tipo di insofferenza dovette rispondere Muccio di Donato da Baggio quando, nel giugno del 1287, arrecò danni nei prati del monastero di Fontana Taona con le duecento pecore che pascolava e non contento insultò e attaccò i monaci cum lancea et armata manu ac irato animo130. Una componente fondante, infine, della dinamica signorile fu quella dei rituali di soggezione, nella loro densa e variegata fisionomia. Quell’insieme di gesti, di pratiche, di consuetudini che costituivano il contenuto immediato e visibile di quella sfera di azioni pubbliche che da tutti dovevano essere riconosciute e condivise e il cui significato «percepito così evidentemente da coloro che li praticavano o ne erano testimoni che non era necessaria alcuna spiegazione»131. Così, ad esempio, il rito di raccogliere un po’ di terra e un ramoscello di vite da parte di Ugo di Manno nel donare un pezzo di terra alla canonica nel 132 1068 . Così per i rituali possessori: come mostra la procedura seguita dal monaco Giusto della Fontana Taona, nell’agosto del 1285, al 127COLLAVINI, Il «servaggio» in Toscana, p. 797. 128RCP, Fontana Taona, 139, 1200 agosto 25. Significativa, in questo senso, anche la transazione del 1180 tra Alessio di Uguccione e Teudicio di Ormanno (RCP, Canonica XII, 545, 1180 aprile 29). 129 Per il ruolo del servaggio e, più in generale, del lavoro contadino si vedano le recenti considerazioni di ANDENNA, Il contadino. 130 ASP, Taona, 1287 giugno 21. 131 LE GOFF, Il rituale simbolico, p. 23. 132 RCP, Canonica XI, 153, 1068 marzo 26. 32 I.1 I signori nel comitatus momento di acquisire alcuni beni sull’Appennino, tra cui una casa a Badi e la relativa chiesa di Sant’Ilario: all’ingresso e alla sosta in casa 133 facevano seguito l’ingresso in chiesa e il suono delle campane . Erano altrettanti atti di una ben specifica grammatica del possesso e del potere. Così, anche se con connotati più economici, i diritti di ospita- lità, l’albergaria, vantati dai signori nei confronti dei loro sottomessi, che nel 1162 per gli uomini di Cireglio si concretavano nell’offerta di un pranzo quando il conte Guido fosse passato dal castello134, così l’offerta di carnes vaccinas et porcinas et pullos et turtas et aristas et candelas et ligna et annonam équibus et lectos che gli uomini di Batoni 135 dovevano al vescovo nel 1221 , così l’atto simbolico, ma allo stesso tempo concreto, con cui il vescovo Tracia andava a ricevere la fedeltà dei castellani di Lamporecchio ad dictum castrum et recipere ab omnibus castellanis eiusdem castri fidelitatem pro episcopatu et 136 nominatim de ipsis de Spicchio et de Casorella , così l’offerta che gli uomini di Pratale facevano di polli e uova al conte Alberto degli Alberti 137 nel 1241 . Significativo il punto di vista di Giunta di Pinzo e di Cacciaguerra del fu Tedaldo, entrambi di Batoni, a proposito del concetto di 138 iurisdictio: le risposte furono signoria e facere sacramenta . In fondo per gli uomini che vivevano nelle campagne di quei secoli, signoria doveva significare soprattutto soggezione e obbedienza ai comandi di un altro uomo. 133 ASP, Taona, 1285 agosto 7. 134 ASF, Pistoia, 1162 ottobre 16; edito in FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 144-145. 135 Liber censuum, 126, 1221 settembre 13: Diotifece del fu Baldino, ad vocem. 136 Ibidem, Piero del fu Guglielmo da Lamporecchio, ad vocem. 137 Liber censuum, 325, 1241: Vivolo di Rainaldo da Coldilupo, ad vocem. 138 Ibidem, 126, 1221, settembre 13: Giunta di Pinzo e Cacciaguerra del fu Tedaldo, ad vocem. 33 I. 2 Diocesi, comitatus, districtus. La formazione e l’organizzazione di uno spazio cittadino (secoli XII-XIV) CASTELLI, SIGNORI E CONQUISTA DEL CONTADO Dopo il consolidamento delle istituzioni comunali a Pistoia – la 1 più antica attestazione dei consoli è del 1105 – il problema dell’affer- mazione territoriale dovette rappresentare uno degli obiettivi prioritari perseguiti dal regime consolare. L’espansione nel contado costituì, infatti, un momento fondamentale per il rafforzamento sul piano politico-militare, economico e giurisdizionale dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale nella prima fase della loro esperienza di gover- no2. La ricchezza e la prosperità del centro urbano dipendevano fortemente dal controllo che la città era in grado di esercitare sulle campagne circostanti. Il territorio era indispensabile non solo per creare l’interscambio tra città e campagna, che alimentava il mercato cittadino e favoriva lo sviluppo delle attività economiche3; ma anche per garantire la viabilità ed i collegamenti con altre regioni ed assicu- rare quindi risorse alimentari per i suoi abitanti, materie prime per gli artigiani, soldati per l’esercito e come bacino di prelievo della popo- 4 lazione . La dialettica civitas-territorium era stata, del resto, una com- 1 RCP, Canonica XII, 329, 1105 agosto. Cfr. anche RAUTY, Società e istituzioni. 2 Cfr. in generale su questo argomento, CAMMAROSANO, Campagne nell’età comunale, pp. 16-32; CHERUBINI, Una «terra di città», pp. 21 e sgg; PINI, Comune città-stato, pp. 467-468; MAIRE VIGUEUR, Rapports ville-campagne, pp. 21-26; CHITTOLINI, Signorie rurali, pp. 591-602; IDEM, Organizzazione territoriale, pp. 7-26; VARANINI, Organizzazione del distretto, pp. 133-139; ZORZI, Organizzazione del territorio, pp. 281-286. 3 CRISTIANI, Note sui rapporti, passim; CAMMAROSANO, Città e campagna, passim; FRIEDMAN, Terre nuove, p. 39. 4 Provvedimenti tesi a consolidare movimenti migratori dalla campagna verso la città 34 I.2 Diocesi, comitatus, districtus ponente essenziale del quadro politico-istituzionale e socio-economi- co della penisola italiana sin dall’epoca romana, in un gioco di costanti e reciproci condizionamenti e di relazioni strutturali. Al 1117 risale la più antica testimonianza del districtus comunale pistoiese, del territorio cioè sul quale le magistrature cittadine eserci- tavano dirette competenze giurisdizionali e amministrative. Nel fram- mento più antico del Constitutum consulum risulta che il Comune controllava un’area suburbana, già definita districtus, entro il limite di quattro miglia dalle mura, probabilmente corrispondente all’antico distretto plebano della cattedrale5. Questa primitiva fascia extra- urbana, che si caratterizzava per un’impronta oltre che economica, prevalentemente politica, rappresentò lo stimolo e il modello per la futura espansione nel contado, dal momento che la sua dipendenza dalla città si era consolidata nel corso dell’XI secolo con l’assenza di concorrenze signorili, e probabilmente sulla base di concessioni impe- riali, come è rimasto documentato per Lucca, nel cui spazio di sei miglia intorno alle mura, Enrico IV nel 1081 aveva proibito la costru- zione di castelli6. Se l’eredità della zona suburbana rappresentava, in un certo senso, un legame di continuità con il passato, la posizione mutava completamente nei confronti del più ampio territorio esterno, a causa della complessa articolazione della signoria locale che ancora costitui- va la trama dell’organizzazione politico-territoriale. Il progressivo frazionamento delle grandi proprietà aveva lentamente trasformato, tra XI e XII secolo, l’ordinamento delle strutture agrarie, l’assetto del paesaggio e la gestione del potere nel territorio7. Rimanevano ancora sono contenuti negli statuti del XII secolo: Statutum potestatis 1180, 75: Statuimus ut potestas non reddat parabolam alicui foretano qui iuravit vel iurabit habitare Pistorie. Cfr. più in generale, PLESNER, Emigrazione, passim; COMBA, Dinamica, passim; PINTO, Politica demografica, pp. 42- 43; PANERO, Popolamento, passim; HEERS, Città, pp. 227-232. 5 Constitutum consulum 1117, 1: è confermata la giurisdizione del Comune cittadino usque ad .IIII. miliaria prope civitatem Pistoriam, que sunt nostri districtus...et quod inde consules possint facere quod utile sit nostre civitati. All’inizio dell’età comunale il districtus comunale si estendeva quindi grosso modo fino alle località di Masiano, Piuvica, Pacciana, Chiazzano, San Quirico, Candeglia, San Felice, Piazza, Celle, Groppoli. Cfr. infra capitolo I.3, nota 23. 6 MGH, Heinrici IV diplomata, 438, 1081 giugno 23: A predicta urbe infra sex miliaria non edificerentur et si aliquis munire presumpserit nostro imperio et auxilio destruantur. Cfr. a questo proposito BORDONE, Nascita e sviluppo, p. 455; WICKHAM, Comunità e clientele, pp. 21- 29; RAUTY, Introduzione, p. 101. 7 JONES, Economia e società, passim; CHERUBINI, Campagne italiane, pp. 337-348; PINTO, Città e campagna, p. 229. Per Pistoia cfr. Storia di Pistoia, I, pp. 360-365 e IACOMELLI, La Castelli, signori e conquista del contado 35 Fig. 2. Il districtus pistoiese in età comunale. 36 I.2 Diocesi, comitatus, districtus forti, comunque, i connotati essenziali dell’antica griglia feudale di curtes e castelli, attraverso i quali i signori laici ed ecclesiastici mante- nevano la loro presenza nel comitatus, controllando le terre concesse ai livellari con l’esercizio della giurisdizione civile, criminale e di altri diritti pubblici8. L’affermazione politica del Comune di Pistoia, nel suo tradursi in dominazione territoriale di più vaste dimensioni si scontrava, pertan- to, con la frammentazione signorile del potere e con la volontà di autonomia delle maggiori forze di coordinamento politico ed econo- mico delle campagne circostanti: le signorie di matrice laica rappre- sentate in preminenza dalle famiglie comitali dei Cadolingi, dei Guidi e degli Alberti e i cospicui patrimoni signorili ecclesiastici, del vescovado, del Capitolo di San Zeno e dei principali monasteri cittadini ed extracittadini (S. Bartolomeo9, S. Michele in Forcole10, Abbazia di 11 Fontana Taona) . Se i Cadolingi furono in verità ostacolo di ben poca importanza per la precoce estinzione della casata con la morte del conte Ugo nel 1113 ed il relativo passaggio dei loro beni al vescovado, tra i quali il 12 castello di Ripalta presso le mura urbane e quello di Solaio ; un ruolo proprietà fondiaria, pp. 197-199. 8 Storia di Pistoia, I, pp. 271-284. Cfr. su questo argomento più in generale SERGI, Sviluppo signorile, pp. 377-386; VIOLANTE, Signoria rurale, passim; CAMMAROSANO, Cronologia, pp. 14-16. Cfr. ora supra capitolo I.1. 9 Il monastero di San Bartolomeo si configurò come un importante complesso patrimoniale e signorile attraverso numerose donazioni e con il riconoscimento del marchese Bonifacio del 1048 (ASF, San Bartolomeo, 1048). L’esercizio di giurisdizioni bannali è ricordato in un documento del 1148 (ibidem, 1148 settembre) nel quale la reverentia de curte de filiis Alberti comitis si concreta in un servitium de curte di cinque soldi. Per le vicende medievali del complesso abbaziale, cfr. BRUSCHI, Complesso abbaziale. 10 Il monastero di San Michele in Forcole disponeva di numerosi possedimenti e diritti nelle zone più vicine alla città. L’esercizio dei poteri giurisdizionali è documentato in una bolla papale del 1188, con la quale Clemente III accoglieva il monastero sotto la sua protezione con tutti i suoi beni, tra cui massaritiam de Pecuniis cum vinea, nemore et hominibus ad districtum pertinentibus (RCP, Forcole, 41, 1188 gennaio 20). Per la storia e la struttura patrimoniale, cfr. NELLI, Monastero, passim. 11 Il monastero di Fontana Taona, per la sua posizione geografica in prossimità dello spartiacque appenninico, lungo un itinerario che risaliva la val di Bure, rivestì un ruolo importante sia come hospitium, sia come monastero. Dalla fine dell’XI secolo si consolidò il suo assetto economico-patrimoniale, con possedimenti nella valle della Bure e nelle valli bolognesi dal Reno alla Setta. Dipendevano dall’abbazia anche tutta una serie di chiese e ospizi, cfr. Storia di Pistoia, I, pp. 366-369. 12 REPETTI, Dizionario, II, p. 351; RCP, Vescovado, 216 (1132 circa). Per l’estinzione dei Cadolingi, cfr. CAGGESE, Note, p. 150; CHIAPPELLI, Storia, p. 115; Storia di Pistoia, I, pp. 271- 274. Castelli, signori e conquista del contado 37 ben diverso ebbero i conti Guidi e gli Alberti. I primi, in particolare, avevano consolidato una cospicua forza economico-signorile nel comitatus pistoiese e in altre zone della Tuscia, attraverso una attenta politica di accordi con la contessa Matilde e, quindi, con le nascenti istituzioni cittadine13 al punto che potevano contare su importanti capisaldi come i castelli di Groppoli14 e del Vincio15, di Montemurlo16 e di Larciano, insieme a tutta una serie di possedimenti in val di Lima, 17 nella valle dell’Ombrone e sul Montalbano . La presenza dei conti Alberti, anche se più marginale, – il centro dei loro interessi era nei castelli di Mangona e di Vernio nella val di Bisenzio – si concentrava nel castello di Capraia e in una serie di proprietà nella pianura pistoiese, nelle colline in prossimità del centro urbano e nelle monta- gne fra Pistoia e Bologna18. I poli politico-giurisdizionali, dunque, attorno ai quali gravitavano le più significative espressioni del potere erano rappresentati, da un lato, dalle aristocrazie urbane e rurali e dall’altro, dal vescovo che poteva vantare un radicamento territoriale di notevoli dimensioni, vera figura rappresentativa di quell’ininterrot- to rapporto fra la città e il territorio che caratterizzava sin dall’alto Medioevo la realtà pistoiese19. La componente signorile di maggior rilievo economico e politico- giurisdizionale fu per queste ragioni proprio quella ecclesiastica, sia per la spiccata connotazione politica del potere vescovile sia per lo stretto raccordo che si instaurava tra la presenza cittadina degli enti ecclesiastici e la loro capillare diffusione patrimoniale nelle campa- gne20. In questa prospettiva sarà, tuttavia, necessario evidenziare il carattere unilaterale della documentazione pistoiese, dal momento che la quasi totalità dei fondi superstiti del Diplomatico sono quelli 13 Storia di Pistoia, I, pp. 275-277; RAUTY, I conti Guidi in Toscana; WICKHAM, Signoria rurale in Toscana, pp. 355-356; FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 162-165. L’esercizio di funzioni giurisdizionali è documentato in un atto d’investitura del 1098 con il quale il conte Guido conferiva ad un suo castaldo districtu et usu et placito su una terra posita ad Colle Gerlensem. (RCP, Canonica XI, 285, 1098 dicembre 16). 14 RCP, Canonica XI, 96, 1043 maggio 22. 15 Ibidem. 16 Ibidem, 297, 1100 novembre 1-26; 298, 1100 novembre 26. 17 Ibidem, 260, 1096 gennaio. 18 COTURRI, Alberti, pp. 23-38; Storia di Pistoia, I, pp. 278-279; SANTOLI, Distretto, passim. Cfr. anche supra capitolo I.1, nota 23 e testo relativo. 19 RAUTY, Vescovo e città, passim; IDEM, Palazzo, passim. Cfr. anche CAPITANI, Città, pp. 10-16; KELLER, Signori e vassalli, pp. 1-30. 20 CAPITANI, Età «pregregoriana», pp. 378-386; SERGI, Vescovi, pp. 92-98. 38 I.2 Diocesi, comitatus, districtus degli enti ecclesiastici; essa pertanto sfiora appena processi e fenomeni che furono propri delle signorie laiche, la cui possibilità di conoscenza 21 è affidata a sporadiche emergenze documentarie dei secoli XI e XII . La struttura fondiaria vescovile, dal X secolo in poi – come 22 terminus ante quem si può considerare il diploma ottoniano del 998 – si era progressivamente consolidata attraverso le donazioni pro anima, sino a raggiungere alle soglie del XII dimensioni ragguardevo- 23 li . Un sistema economico-signorile fondato su un tessuto di domini e possessi articolati in tutta l’area della diocesi, che costituivano un asse patrimoniale assai cospicuo, organizzato in piccole proprietà fondiarie gestite secondo varie forme d’affitto. L’insieme dei beni era raccorda- to, attraverso l’ausilio di funzionari – gastaldi e ministeriali – che svolgevano le mansioni vicarie giurisdizionali del vescovo e ne garan- tivano il completo esercizio dei suoi poteri24. Tra XI e XII secolo si ha notizia dell’esistenza di almeno cinque castelli documentati come 25 episcopales – Batoni, Lamporecchio, Sambuca, Casale e Agliana – che, seppur in contesti politici e patrimoniali diversi, dovevano garan- tire una serie di punti fortificati nel territorio per rispondere ad un generale disegno politico di difesa e di conservazione delle strutture economiche delle antiche curtes e per creare nuovi punti di forza ad un potere signorile in espansione26. Il Capitolo della cattedrale di San Zenone si era connotato nella seconda metà del secolo XI come uno degli elementi di punta della riforma ecclesiastica in città che lo aveva posto al centro di un rapporto 27 privilegiato con la popolazione . Fu proprio il ruolo riformatore che 21 RAUTY, Fondi diplomatici, pp. 51-57; IDEM, Carte della canonica, pp. III-IX. 22 RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25. 23 Per i beni vescovili cfr. RCP, Vescovado e FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 51-56. 24 RCP, Vescovado, 211, 2129, 2131, 1132 circa; si veda sul tema in generale, BRANCOLI BUSDRAGHI, «Masnada» e «boni homines», pp. 297-299. Per riferimenti ad un preciso esercizio di poteri bannali da parte del vescovo, cfr. ibidem, 2119, 1132 circa; 32, 1148 ottobre 6; 49, 1193 agosto 28; 50, 1195 maggio-1196 maggio. Cfr. anche FRANCESCONI, Signoria rurale, pp. 143 sgg. (ora infra capitolo I.1). 25 Batoni: RCP, Canonica XI, 231, 1086 maggio 27; Lamporecchio: RCP, Vescovado, 51, 1196, ottobre 28; Sambuca: ibidem, 8, 1055 luglio; Casale: ibidem, 14, 1105 novembre 14; Agliana: RCP, Canonica XI, 97, 1043 settembre 26; cfr. anche RAUTY, Incastellamento, pp. 44- 51. Più in generale si veda TOUBERT, Structures, passim; SETTIA, Castelli e villaggi, pp. 189-286. 26 Cfr. per Firenze DAMERON, Episcopal Power, in particolare il II capitolo. A livello generale si veda ROSSETTI, Signorie di castello, pp. 124-144. 27 RAUTY, Collegio, pp. XXVI-XXX; IDEM, Collegio XII, pp. XXIII-XXX; VANNUCCHI, Institutio, pp. 16-23. Per un’impostazione generale del problema, cfr. FONSECA, Medioevo canonicale, passim; VIOLANTE, Vita comune, passim. Castelli, signori e conquista del contado 39 agì come motore propulsore del notevole flusso di donazioni, che ne arricchirono il complesso fondiario e che nell’arco di circa un secolo 28 e mezzo ne costituirono l’ossatura fondamentale . L’evidente evolu- zione dei canonici verso forme di secolarizzazione, con il riconosci- mento di una loro personalità giuridica e di una autonomia economica ed amministrativa conferì anche a questa istituzione una spiccata tendenza alla gestione patrimoniale, personalistica e signorile del potere; un processo di laicizzazione che introdusse anche il Capitolo nell’articolato contesto socio-politico-istituzionale della prima età comunale, come una delle maggiori signorie fondiarie29. Il processo di espansione territoriale del Comune cittadino, di fronte ad una così articolata e radicata panoramica di ‘poteri’ non dovette essere particolarmente precoce e generalizzato e, soprattutto, all’inizio privo di disegni preordinati, ma frutto piuttosto di sperimentazioni e di risposte pratiche alle esigenze di controllo e di gestione di spazi economici, politici e giurisdizionali. Un fenomeno, per molti versi, lento e graduale con larghi margini di compenetrazione, che probabilmente si servì di quella stretta interdipendenza esistente tra città e campagna nell’economia, nelle attività mercantili e nei protagonisti stessi della vita politica, quel ceto di piccoli signori rurali che svolse un ruolo determinante nella costituzione delle prime istituzioni comunali pistoiesi30. La conquista del contado fu uno dei motivi di fondo della politica comunale, perseguita e impostata per tutto il XII e per buona parte della prima metà del XIII secolo, con l’intento di ricomporre quel- l’unità tra città e territorio diocesano che si era interrotta in età ottoniana, con la concessione di diritti e poteri al vescovo sulla città e con lo sviluppo di un forte particolarismo politico nel comitatus31. Le modalità e i tempi di corrosione del potere signorile furono molteplici e polidirezionali, sia sul piano geografico, con un’espansione a raggiera 28 MILO, Imperial hegemony, passim; FRANCESCONI, Forme di Potere, pp. 56-58. 29 L’esercizio di diritti e poteri di giurisdizione bannale da parte della canonica è confermato da alcune testimonianze dell’XI e XII secolo: RCP, Canonica, XI, 227, 1085 giugno 8; 257, 1095 dicembre 1-24; RCP, Canonica XII, 586, 1195 maggio 15. Cfr. anche SCHWARZMAIER, Lucca und Reich, passim; SAVIGNI, Diocesi lucchese, passim; DAMERON, Capitolo della cattedrale, passim. 30 Breve consulum, 40; Statutum potestatis 1180, 75. Cfr. RAUTY, Società e istituzioni. 31 RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25. Cfr. anche Storia di Pistoia, I, pp. 231-238; PINI, Comune città-stato, p. 468. 40 I.2 Diocesi, comitatus, districtus 32 di cui la città costituiva il centro ed il necessario punto di partenza ; sia per i tentativi di mediazione con le forze in campo, che andavano dalla pressione militare alla strategia diplomatica sino all’acquisto e riscatto di possedimenti e giurisdizioni. La prima fase di espansione – come già notato – oltreché dettata da immediate contingenze politiche e istituzionali, dovette essere anche quella più cruenta. Dalla esigua e talvolta parziale documentazione superstite risulta, infatti, che il territorio pistoiese negli anni attorno alla metà del XII secolo doveva trovarsi in una situazione di instabilità e insicurezza a causa delle frequenti tensioni belliche. Così sembra documentato nel memoriale di Ildibrando del 1132, nel quale il vescovo lamentava le insidie e gli attacchi portati al potere episcopale – pessimi homines diripiunt et furantur res Ecclesie – e denunciava la perdita di alcuni possessi per vim et fraudem33. Di scontri militari con i conti Guidi vi è testimonianza in un breve del 1148, nel quale un magistrato, con incarichi di carattere militare non precisati, dichiarava la sua più completa disponibilità ad aiutare il Comune di Pistoia in quasiasi intervento nel comitatus, con la sola eccezione per la guerra condotta contro i conti Guidi34. Un’ul- teriore conferma della latente conflittualità che la conquista cittadina aveva innescato è attestata da una lettera, databile attorno alla metà del XII secolo, con la quale il conte Alberto di Prato chiedeva aiuto di milizie al conte Guido per far fronte ad un possibile assalto dei pistoiesi35. Nello stesso senso potrebbe essere interpretato anche l’atto di concessione, con il quale nel 1159 il vescovo Tracia rilasciava la licenza per la costruzione di un castello nella zona di Serra, ut ecclesia 36 et castrum semper sint in defensione ecclesie S. Zenonis . Sono attestati, 32 L’espansionismo nel contado fu realizzato con un procedimento concentrico in cui le direttrici stradali furono gli assi portanti per raggiungere i confini del territorio diocesano, nonostante non vi sia mai stata una perfetta coincidenza tra diocesi e districtus. Si veda più avanti il paragrafo Rete stradale e castelli di difesa di questo capitolo e FRANCESCONI, Forme di potere, p. 255. Si veda inoltre infra capitolo I.3. 33 RCP, Vescovado, 211, 1132 circa. In alcune parti del documento il vescovo lamenta una generale ingerenza da parte del potere laico nei confronti dei suoi possedimenti. Ibidem, 217: et est sciendum quia in Publica habet Aecclesia nostra multas terras quas et comes Guido et quidam homines de Pistoria et quidam de Publica et quidam de Casale iniuste et violenter detinent. 34 RCP, Canonica XII, 457, 1148 luglio: quacumque guerram populares Pistorie habuerint et inde invitatus fuero per consules Pistorienses...adiuvabo eos inde per bonam fidem sine fraude...excepto contra comitem Guidonem in sua principali guerra si cum communi populo Pistoriensi habuerit. 35 Il documento è pubblicato in FERRALI, Documento, pp. 83 e sgg. 36 RCP, Canonica XII, 483,1159 giugno 22. Castelli, signori e conquista del contado 41 Fig. 3. Abbazia di San Martino in Campo. Qui arrivava il confine sud-orientale del districtus intorno al 1180. Fig. 4. Abbazia di San Martino in Campo. Parte absidale. 42 I.2 Diocesi, comitatus, districtus poi, atti di natura militare nei confronti dei Comuni di Montecatini, Prato e Bologna con i quali Pistoia dovette confrontarsi a più riprese per la definizione di importanti ambiti territoriali nelle zone di confi- 37 ne . In ogni caso, la procedura più diffusa e generalizzata con la quale il Comune di Pistoia espandeva le prerogative giurisdizionali nel territorio seguiva modalità tendenzialmente pacifiche, con caratteri- stiche mutuate, per buona parte, da istituti feudali quali i patti di accomandigia e di sottomissione38. Si operava, quindi, nel rispetto di un sistema di formule, di procedure e di atteggiamenti che costituisco- no una valida conferma del fatto che, almeno per tutto il XII secolo, Comune e signoria rurale formarono in qualche modo «un unico spazio geografico e politico» fondato sulla coesistenza di due sistemi giuridici e culturali diversi in costante e reciproca assimilazione, quello feudale e quello comunale39. Attorno al 1180 il processo di consolidamento del districtus era in uno stadio assai avanzato, tanto che i confini del territorio controllato, riportati in uno dei capitoli del Breve consulum, corrispondono in linea di massima con quelli che saranno documentati alla metà del secolo XIII40. È in questa parte finale del secolo che il Comune cittadino stringe i tempi della conquista e dà avvio ai primi tentativi di una organica strutturazione istituzionale delle aree acquisite, con la sosti- 41 tuzione effettiva dei rettori locali con giusdicenti cittadini e con la formulazione di accordi o di atti di vera e propria sottomissione nei 37 Per le guerre con altri comuni si veda RAUTY, Società e istituzioni. 38 Un esempio è offerto da un atto del 1158, con il quale alcuni uomini di Vignole fecero atto di sottomissione al Comune cittadino (RCP, Canonica XII, 481, 1158 ottobre 25). Un caso particolarmente significativo è costiuito da una cartula investitionis del 1241 (ASP, Capitoli, 2, 1241 agosto 9) con la quale alcuni uomini della comunità di Usella, già sottoposti all’autorità del conte di Mangona, si sottomisero al Comune cittadino riconoscendogli gli omaggi, le imposte e perfino gli stessi vincoli di fedeltà feudali. Si veda, in generale, SERGI, Istituzioni, pp. 412-415. 39 TABACCO, Banno signorile, pp. 199-201; FASOLI, Feudo, p. 286; RACINE, Ville, pp. 273- 281. 40 Breve consulum, 60: ad castrum Sanbucam et ad plebem de Seiano et usque ad plebem de Lamporechio et usque ad flumen Nebule et usque Montemurlum et usque ad ecclesiam Sancti Martini de Campo. Questa notevole estensione territoriale non deve far pensare, tuttavia, in questi anni ad un già consolidato controllo politico-istituzionale del Comune cittadino quanto piuttosto ad una sorta di influenza in progressiva affermazione (ASCHERI, Istituzioni, pp. 266- 268). 41 Negli statuti cittadini del XII secolo vi sono riferimenti relativi a rectores ed altri Castelli, signori e conquista del contado 43 42 confronti di signori e di comunità rurali . Uno dei primi esempi di questo nuovo corso è documentato in un atto del 1177, con il quale Ciottolo, signore di Bargi, s’impegnava a consegnare il suo castello ai consoli pistoiesi, i quali avrebbero potuto presidiarlo come testa di ponte per estendere l’influenza cittadina ben oltre il crinale appenninico in direzione di Bologna43. Per favorire il raccordo politico-istituzionale tra il centro e la periferia, il governo cittadino conferì più tardi un preciso assetto istituzionale ai Comuni rurali, dando inizio ad una forma di politica territoriale che sarà poi in seguito adottata da tutti i regimi successivi. Più difficili e complessi furono i rapporti con gli organismi soggetti al potere ecclesiastico ed in particolare vescovile. Una cospi- cua documentazione, dalla fine del secolo XII e per buona parte del successivo, consente di ricostruire il lungo conflitto che oppose il vescovo al Comune di Pistoia per la giurisdizione su alcuni castelli del territorio44. Il più noto e per certi versi emblematico di questi scontri fu quello che interessò il castello di Lamporecchio, per il cui controllo, il vescovo pistoiese ed i consoli del Comune aprirono una lunga vertenza che richiese, intorno al 1221, addirittura l’intervento papa- 45 le . Fu questa una contrapposizione che produsse un seguito di lunghe e complesse vicende processuali caratterizzate da alterne risoluzioni, le quali lasciarono se non di fatto almeno de iure larghi margini ufficiali eletti dai magistrati cittadini e consules eletti dalle stesse comunità. Per Serravalle, Statutum potestatis 1180, 42; Breve consulum, 45. Per Carmignano, Statutum potestatis 1180, 52, 40.2. Per Montale, Liber censuum, 17, 1206 marzo 9. 42 Calamecca, Breve consulum, 74; Stagno, Liber censuum, 13, 1204 ottobre 22; 14, 1205 giugno; Capraia, ibidem, 11, 1204 luglio 4; Granaione, ibidem, 21, 1211 settembre 7. 43 Ibidem, 3, 1177 novembre 24. L’atto di sottomissione di Ciottolo costituì materia di interesse anche per i legislatori cittadini, alcuni impegni presi dal Comune nei suoi confronti furono inseriti nel Breve consulum, 55, 57, 58, 64. 44 Il dissidio tra vescovo e Comune per l’esercizio dei poteri di giurisdizione fu una costante per tutto il XII secolo. Dal 1132 (RCP, Vescovado, 21) sono documentate frequenti controversie e rivendicazioni. In una bolla di Urbano III del 1187 al vescovo pistoiese è ribadito questo stato di cose, la conferma dei beni, infatti, avvenne in iure et condicione Pistoriensi episcopi sine alicuius molestia perseverent e più avanti sono ricordati diritti di decima che il vescovo Ildibrando era riuscito a togliere de laicorum manibus (ibidem, 43, 1187 maggio 21). Su questa linea vanno interpretati anche i diplomi imperiali di Federico Barbarossa del 1155 (ibidem, 35, 1155 giugno 2) e di Enrico VI del 1196 (ibidem, 51, 1196 ottobre 28), in particolare quest’ultimo preannuncia il contrasto per i diritti su Buriano, Lamporecchio, Orbignano e Montemagno che, insieme a Batoni, saranno oggetto di contesa per almeno i primi due decenni del XIII secolo. 45 La complessa documentazione relativa a questo scontro tra i due poteri è contenuta nel Liber censuum, 42, 1214 novembre 9 - 178 1223 gennaio 25. Su questo argomento vedi 44 I.2 Diocesi, comitatus, districtus d’incertezza sino al definitivo lodo arbitrale del 1279, che riconobbe al Comune i poteri giurisdizionali e fiscali su Lamporecchio e 46 Orbignano . Il processo di conquista territoriale trovò la sua pressoché com- 47 pleta realizzazione, con una serie di acquisti , attorno al terzo-quarto decennio del XIII secolo – il terminus post quem può essere fissato al 1244, anno in cui con molta probabilità fu redatto il Liber focorum districtus Pistorii. Il Comune aveva tentato un fondamentale sforzo di reductio ad unum politico-amministrativo, con l’estensione della sua giurisdizione sino ai confini della diocesi ed oltre, dimostrando al contempo la capacità e la versatilità politica del proprio ceto dirigente, di fronte ad una realtà signorile frammentaria e difficilmente plasma- bile alla logica comunale48. COMUNI RURALI E CITTÀ Nel quadro delle trasformazioni che interessarono le campagne pistoiesi nel corso del XII secolo le comunità rurali svolsero un ruolo centrale, sia sul piano politico-istituzionale, nell’azione di contestazio- ne dei diritti e dei poteri signorili, sia su quello socio-economico, come forze di coordinamento che attraverso strumenti contrattuali come il tenimentum favorirono una maggiore dinamica sociale e notevoli 49 conquiste per le popolazioni rurali . Le comunità di villaggio e le associazioni fra rustici trovarono il loro fondamento e la loro genesi costitutiva nella salvaguardia di interessi collettivi, tra i quali preminente dovette essere il diritto sul FERRALI, Temporalità, passim; FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 219-237; CAMMAROSANO, Prospettive, pp.64-65. Cfr. FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines» (ora infra capitolo II.4). 46 Liber censuum, 457, 1279 ottobre 30: libera potestas et iurisdictio de causis cognoscendis, de criminibus puniendis, datiis et collectis imponendis. 47 Castello di Larciano, ibidem, 267, 1226 novembre 15 – 273, 1226 novembre 29; complesso ospedaliero di S. Donnino in Cerbaia, ibidem, 297, 1235 marzo 17; possedimenti in val di Bisenzio dai conti Alberti, ibidem, 323, 1240 settembre 16; beni a Larciano e Montevettolini, ibidem, 326, 1241 luglio 6; il più tardo acquisto di Camaione, ibidem, 395, 1270 ottobre 14. 48 Cfr. FRANCESCONI, «Signoria davanti al Comune», (ora infra capitolo III.1). 49 Per un quadro generale del problema, cfr. nel volume Protesta contadina, i lavori di G. Cherubini, B. Andreolli, S. Bortolami, M.G. Nico Ottaviani, A. Cortonesi e J.C. Maire Vigueur. Comuni rurali e città 45 compascuo, lo sfruttamento cioè delle terre comuni, la loro gestione e 50 le relative forme di organizzazione . Per quanto il contado pistoiese si caratterizzasse per una sostanziale continuità insediativa ed 51 organizzativa a partire dall’epoca romana , le prime testimonianze di collettività rurali impegnate in un processo significativo di rivendica- zione dei diritti del signore e di organizzazione territoriale sono ascrivibili ai decenni a cavallo tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. Anche se non si verificò, almeno in una prima fase, una diretta contestazione del potere signorile, è ben documentata la ricerca di un autonomo possesso delle terre, il cui sfruttamento permettesse una maggiore disponibilità di prodotti agricoli. Nel 1095 si ha notizia di una terra a Solaio, nella valle del Vincio, occupata dai villani del conte Ugo52 e qualche anno più tardi nel 1104, sono attestati due appezzamenti di terra Loteringa, la prima detenuta dai Sarloccani e la seconda dai 53 Gesinesi . In assenza di un efficace controllo da parte signorile, le terre in questione erano state occupate e sfruttate dai villani, pur in mancanza di titolo giuridico, con l’obiettivo di costituire una resisten- za che divenne volontà politica mirante ad un più autonomo possesso di diritti e di quote terriere. Sembra questa l’interpretazione da assegnare alla specifica forma verbale detinent, che esprime un posses- so di fatto, piuttosto che un normale rapporto di concessione fondiaria. Nel corso del XII secolo questo fenomeno dovette assumere ben più importanti proporzioni: nel già citato memoriale di Ildibrando del 1132, infatti, sono numerosi i riferimenti a situazioni specifiche di conflitto e di contrasto con gli abitanti del contado per il controllo e la gestione di terre di pertinenza vescovile54. 50 L’uso di proprietà collettive e l’esercizio di diritti comuni, in particolare boschi e prati nei quali gli uomini delle comunità avevano ab antiquo il diritto di tagliare la legna e di far pascolare il bestiame, deve aver creato la spinta iniziale per la costituzione di organismi comunitari (RAUTY, Origine dei Comuni rurali, pp. 14-16). Più in generale cfr. WICKHAM, Società degli appennini, passim; PIRILLO, Beni comuni, pp. 621-623; BORTOLAMI, Comuni e beni comunali, pp. 555-560; FUMAGALLI, Ad Occidente, pp. 354-355. Cfr. anche FRANCESCONI, «Pro lignis, aquis et herbis» (ora infra capitolo II.3). 51 Gli elementi di continuità negli assetti insediativi sono basati sul riscontro dello strato toponomastico etrusco, romano e germanico nella formazione dei nomi dei 124 Comuni rurali elencati nel Liber focorum (FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 267-282). 52 terra quam detinet villani Ughi comitis de Solaio (RCP, Canonica XI, 248, 1095 febbraio 3). 53 terra quam detinent Gesinesi (RCP, Canonica XII, 323, 1104 febbraio); terra Lotteringa quam detinent Sorloccani (ibidem). 54 et multa [bona] ecclesie detinentur ab hominibus de Casale et de Monte Magno...multas 46 I.2 Diocesi, comitatus, districtus Si affermò, pertanto, un fenomeno di notevole rilevanza storica, con importanti conseguenze nella configurazione politica ed econo- mica delle campagne pistoiesi per il quale, nel progressivo declino 55 delle strutture signorili , le comunità del contado ne approfittarono per consolidare i loro possedimenti e sfruttare nuove possibilità di organizzazione del potere e di gestione di spazi economici in ambito rurale. Un episodio ben documentato di occupazione di terre signorili è quello del territorio di Agliana, nel quale vi erano numerosi possessi fondiari del monastero di San Bartolomeo56. Nel marzo del 1201 l’abate si rivolse alle magistrature comunali pistoiesi, dichiarando che gli uomini di Agliana avevano occupato terre del monastero senza corrispondere alcun censo. L’intervento dei consoli cittadini permise, in primo luogo, la registrazione dei centodieci appezzamenti di terra contestati; fu quindi stabilito con un lodo arbitrale che, da quel momento in poi, ciascun possessore dovesse pagare al monastero un regolare canone d’affitto57. Ciò che colpisce maggiormente nella vertenza tra la comunità e il monastero di San Bartolomeo è la soluzione finale, mediata ed ottenuta per mezzo dei magistrati pistoiesi. È evidente come in questa fase il Comune cittadino sollecitasse e sostenesse le collettività rurali, per favorire un complessivo processo di erosione del potere signorile nel comitatus e contestualmente agisse in qualità di supervisore istituzionale già interessato ad una loro tutela giuridica e ad un loro inquadramento politico-amministrativo. Dello terras homines de Publica et Casale iniuste et violenter detinent (RCP, Vescovado, 217, 1132 circa); et decimationes quas tenebant Lambardi de Boiano (ibidem, 2110); medietatem unius boni mansi quem adquisiverunt homines de Agnano per vim in quadam guerra (ibidem, 2119). Anche nell’antica corte de Neole (Nievole), oltre il castello di Serravalle fuori dai confini del districtus comunale, il vescovo vantava ancora diritti su una vasta terra episcopalis, che però nel 1132 era quasi del tutto perduta: fere tota fraudolenter absconsa est (ibidem, 2124). 55 Per i tempi di sviluppo e di declino del fenomeno signorile in Toscana, cfr. WICKHAM, Signoria rurale; CAMMAROSANO, Cronologia. 56 ASF, San Bartolomeo, 1201 marzo: in questa carta è riportato l’inventario con le relative misure delle terre dell’abbazia di S. Bartolomeo poste in territorio di Agliana; ibidem, 1202 dicembre 24: è documentato il lodo arbitrale pronunciato da Cacciaguerra e Visconte a conclusione della vertenza tra il monastero e gli uomini di Agliana. Cfr. anche RAUTY, Agliana, pp. 23-28. 57 ASF, San Bartolomeo, 1202 dicembre 24: Qui arbitri...laudaverunt et per arbitrium dixerunt quod quilibet hominum de Alliana habentium de illa terra teneatur solvere annuatim in mense augusti monasterio S. Bartholomei nomine afficti sex uminas boni frumenti apud Allianam de qualibet cultra. Comuni rurali e città 47 stesso tenore è la lite che nel 1212 contrappose il vescovo Soffredo e gli uomini de Castellum Lambardorum, i quali rivendicarono una maggiore autonomia giuridica, sia personale che collettiva, e acquisi- rono con la formulazione dell’atto scritto una loro indipendenza economica attraverso una regolare concessione di beni e di terreni58. Le strutture collettive di tipo vicinale trovarono motivo di coesio- ne e di affermazione anche in relazione alle mutate condizioni socio- economiche che tra XI e XII secolo segnarono importanti cambiamen- ti nella disponibilità della terra, nel reinvestimento dei capitali da questa derivanti e nel perfezionamento di nuove forme di locazione contrattuale59. In questa prospettiva, con il tenimento – una sorta di affitto perpetuo che prevedeva il pagamento di un censo annuo – le comunità rurali poterono usufruire di maggiori quote della rendita fondiaria e di un più ampio dinamismo socio-economico. Fattori questi che in un contesto in cui dominava la concezione patrimoniale del potere e la divisione dei diritti di proprietà in dominio e possesso, permetteva al titolare della signoria di conservare i poteri supremi e nel contempo gli uomini acquisivano il possesso di spazi pubblici e facoltà più o meno ampie di amministrarli60. Si venne affermando, in un certo senso, quel ceto medio di possessori e concessionari terrieri che ebbe larga parte nel promuovere quella profonda trasformazione dei rap- 61 porti sociali che caratterizzò la prima età comunale . Si trattò di un fenomeno generale di progressiva crescita della mobilità dei capitali legati alla terra che fu alla base di una sempre maggiore differenziazione economica e sociale, che interessò sia singo- li individui, sia interi gruppi di uomini, organizzati secondo varie forme intorno alla gestione di beni e di interessi comuni. Già dalla seconda metà del secolo XII sono documentate nel contado pistoiese 58 ASF, Vescovado, 1212 maggio 1: quod dictus episcopus absolvat et deliberet omnes homines et possessiones...et eorum heredibus de placitu, districtu, habiturio, dominio et omni colonaria condictione. 59 CAMMAROSANO , Campagne senesi, passim; CHERUBINI, Italia rurale, passim; BALESTRACCI, Fattori della produzione, pp. 144-151; PINTO, Mercanti senesi, pp. 140-142; IACOMELLI, Territorio pistoiese, passim. 60 Per le caratteristiche del contratto di tenimentum pistoiese, cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 73-94; IACOMELLI, La proprietà fondiaria; RAUTY, I contratti pistoiesi di tenimentum. Più in generale cfr. CHERUBINI, Considerazione sulle campagne, pp. 51-52; COLLODO, «Vicini», p. 274. 61 Cfr. RAUTY, Società e istituzioni. 48 I.2 Diocesi, comitatus, districtus concessioni di tenimenti a comunità rurali, le quali miravano ad ottenere una maggiore libertà delle persone, più ampie possibilità nella gestione dei beni terrieri e contemporaneamente gli spazi per dare veste giuridica alle trasformazioni dettate dai mutamenti econo- mici e politici. Le tendenze in atto sono confermate da tre carte di concessione. Due di queste sono a carattere collettivo, quella alla comunità di Brandeglio del 116262 e l’altra agli homines della cappella di San 63 64 Romano del 1198 , quella del 1181 agli homines de Vergiole è invece articolata su due piani distinti: gli accordi per l’affitto delle terre stipulati dall’intera comunità per mezzo dei suoi rappresentanti (consules eiusdem castri de Vergiole) con il signore e l’assegnazione delle terre stesse e i relativi obblighi stabiliti con carattere individuale. Non pochi sono i motivi d’interesse offerti da quest’ultimo documen- to, nel quale con la redazione del regolare contratto d’affitto, che prevedeva per ognuno degli abitanti del castello un canone in omine di frumento, veniva superato il precedente rapporto tra possesso delle terre e prestazione militare65. Questo rapporto tra disponibilità delle terre e prestazione di un servizio di guardia al castello potrebbe costituire una non trascurabile testimonianza della presenza di consorterie a carattere militare nel nostro territorio che, indipenden- temente dalla loro identificazione con le numerose attestazioni di lambardi pistoiesi e l’eventuale derivazione dalle arimannie di origine longobarda66, costituiscono una conferma di beni collettivi goduti da gruppi di armati quale possibile nucleo originario nella formazione dei 62 ASF, Pistoia, 1162 ottobre 16, in FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 144- 145. Con questo atto il conte Guido concedeva a tutto il popolo di Brandeglio (Cireglio) la terra dell’Alpe, come corrispettivo per il godimento delle terre la popolazione della comunità doveva corrispondere 40 omine di orzo. 63 ASP, Taona, 1198 luglio 28. Con questa cartula l’abate Tao concedeva agli homines cappelle Sancti Romani (villaggio in val di Brana) tutte le terre che gli stessi già sfruttavano nell’alta valle della Limentra. Il canone doveva essere pagato dal rettore della chiesa di S. Romano a compenso dell’uso dei boschi e dei pascoli. 64 ASF, Pistoia, 1181 febbraio 14, in FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 146- 149. 65 Ibidem: receperunt pro se et pro cunctis personis et pro suis consortibus infra scriptis omnes illas terras...de quibus vel pro quibus, quemlibet familia de Vergiole solebat facere in castro de Vergiole [...] castrum quattuor guardias singulis diebus et quattuor guardias singulis noctibus. 66 Per i lambardi pistoiesi cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 270-271. Più in generale la continuità dell’arimannia longobarda fino ai secoli XII-XIII è stata sostenuta da BOGNETTI, Arimannie di Milano, p. 31 e IDEM, Arimannie e guariganghe, p. 5. La persistenza Comuni rurali e città 49 67 Comuni rurali . È da notare, inoltre, che la comunità del castello di Vergiole nel 1181 si era già data un primo, seppur informale, assetto politico- istituzionale con la nomina dei consoli, ai quali gli stessi signori avevano riconosciuto una qualche autorità, dal momento che si erano impegnati ad esercitare il loro antico potere in concordia consulum dicti castri68. Da questo riferimento e da altri contenuti negli statuti cittadini 69 dello stesso periodo , risulta che negli ultimi due-tre decenni del XII secolo le comunità rurali fossero già avviate in un processo di organiz- zazione istituzionale interna che si consoliderà nel corso del XIII secolo in una dialettica continua con gli organi di potere del Comune cittadino. Proprio nei decenni a cavallo tra XII e XIII secolo il Comune di Pistoia dovette intraprendere uno sforzo significativo di coordina- mento e di inquadramento delle forze di potere che agivano nel territorio, per rispondere ad un complessivo disegno di ricomposizione istituzionale e di riorganizzazione amministrativa. In tal senso, le comunità rurali pistoiesi furono protagoniste di un duplice processo: mentre sul piano interno, infatti, sperimentarono il passaggio da informali collettività unite da interessi economici comuni ad organi con una loro sempre maggiore rappresentatività istituzionale, a livello più generale, furono ben presto coinvolte nei progetti di consolida- mento territoriale del Comune urbano che ne delineò la fisionomia, garantendovi – come vedremo più avanti – il riconoscimento di giurisdizioni insieme all’esercizio di numerose prerogative. I giura- menti di fedeltà rilasciati in questo periodo dai rappresentanti dei Comuni rurali al Comune cittadino sono la conferma più evidente di queste tendenze e l’atto iniziale di un complesso rapporto di carattere politico, militare ed economico-sociale tra città e districtus70. Il ruolo degli insediamenti arimannici come sistema militare limitaneo su terre fiscali ha subito una revisione da parte di TABACCO, Liberi del re, pp. 5-16; IDEM, Dai possessori, pp. 267-268; SERGI, Guerra, insediamenti, pp. 16-18; CASTAGNETTI, Arimanni, passim. Sulla realtà pistoiese si veda ora RAUTY, I «lambardi». 67 SCHNEIDER, Origini, passim. In particolare per l’area pistoiese cfr. RAUTY, Comunità rurali, p. 21. 68 FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, p. 148. Cfr. IDEM, Signoria rurale (ora infra capitolo I.1). 69 rectores castellorum et villarum (Statutum potestatis 1180, 40. 2); consul alicui castelli seu loci vel ville (ibidem, 46); consules de Carmignano (ibidem, 52). 70 Granaione (Liber censuum, 21, 1211 settembre 7); Carmignano (ibidem, 58, 1219 50 I.2 Diocesi, comitatus, districtus centrale che la città andava assumendo quale perno dell’organizzazio- ne territoriale, è attestata dalle formule notarili che sono contenute in questi atti, nei quali il tenore degli impegni era costantemente siglato 71 ad honorem et ad voluntatem civitatis Pistorii . L’interesse crescente di un controllo cittadino nei confronti delle comunità rurali si espresse anche con interventi sul piano economico, attraverso concessioni di 72 beni immobili a favore di alcuni centri del contado . Tra questi sembra significativa una concessione di quarantotto casamenti che il Comune 73 di Pistoia fece nel 1200 agli uomini di Tizzana . La vera finalità dell’atto si concretizzava oltreché in agevolazioni di vario tipo alla comunità, nel perfezionamento di strutture di controllo territoriale da parte del potere centrale, laddove era stabilito che oltre al pagamento di un canone annuo di 3 lire gli uomini della comunità avrebbero dovuto costruire un castello e difenderlo per conto del Comune74. In tal senso, nella prima metà del secolo XIII il Comune rurale divenne espressione delle rinnovate esigenze di una più strutturata organizzazione delle campagne e degli uomini che le abitavano. Ciò non significa che agli inizi la diffusione del termine Comune non sia stato effetto del linguaggio politico urbano, piuttosto che di un reale mutamento delle istituzioni collettive rurali75. La maturazione istitu- zionale fu, infatti, lenta e graduale e se gli elementi sui quali poggiava l’identità giuridica dei Comuni non si differenziavano da quelli esi- stenti nei decenni anteriori – possesso di terre comuni e nesso fra 76 possesso e potere –, ciò che si trasformò fu la struttura giuridico- politica con il riconoscimento della loro capacità di azione in ambito maggio 8); Artimino (ibidem, 59-60, 1219 maggio 8-11); Tizzana (ibidem, 106, 1221 gennaio 5). 71 L’espansione comunale nel districtus e la sottomissione delle comunità del contado al Comune cittadino furono oggetto anche di una giustificazione teorica da parte dei giuristi della fine del XII secolo (DE VERGOTTINI, Origini, pp. 64-65; cfr. ora anche MILANI, Città e territorio, pp. 243-253). Una forma naturale di dipendenza, di reverentia e di honor che le terre del distretto dovevano alla città che si comincia a trovare nella documentazione a partire dalla seconda metà del XII secolo: ad honorem et salvamentum civitatis Pistorie (Statutum potestatis 1180, 41); ad utilitatem et honorem et salvamentum civitatis Pistorie (ibidem, 52). 72 Cfr. ad esempio la concessione del Comune di Pistoia a Pariscio di Ildibrandino, rettore degli uomini de valle Agna, di tutti i casamenti di Montale (Liber censuum, 16, 1206 marzo 9). 73 Ibidem, 9, 1200 novembre 18. 74 Quapropter predictus populus debet murare predictum castellum et facere in eo turrim in ipso castello pro comuni pistorii et defendere castellum et tenere pro comuni (ibidem). 75 Cfr. COLLODO, «Vicini», p. 285. 76 Sono numerose le attestazioni di terre comuni a partire dalla seconda metà del XII Comuni rurali e città 51 77 giurisdizionale e in particolare in sede giudiziaria . Una cospicua documentazione relativa alla comunità di Carmignano – una serie di giuramenti, patti bilaterali e convenzioni che la comunità stipulò tra il 78 1219 e il 1242 con il Comune di Pistoia – offre per questo periodo un quadro denso e articolato della fisionomia politica del Comune rurale pistoiese e dei rapporti politici ed amministrativi tra città e districtus. La dialettica Comune cittadino-Comuni rurali nelle sue linee essenzia- li era già ben delineata in una prospettiva che riconosceva agli organi territoriali margini di autonomia amministrativa 79, politica e giurisdizionale, sia nell’esercizio della giustizia civile sia della bassa 80 giustizia penale , oltreché la possibilità di redigere proprie carte statutarie in linea con quelle cittadine81. Il passaggio da comunità a Comune rurale, dunque, nel territorio pistoiese come in altre realtà comunali, dovette avvenire sotto la spinta e per l’impronta delle istituzioni urbane, entro un complessivo progetto di decentramento delle strutture amministrative che poneva gli organi locali come secolo: ASF, Pistoia, 1162 ottobre 16; 1222 novembre 14; 1226 maggio 13; 1272 aprile 28; 1274 maggio 13; 1274 settembre 30; ASP, Taona, 1198 luglio 28; 1227 novembre 17; RCP, Canonica XII, 503, 1167 luglio 11. Anche nello statuto della Sambuca del 1291, unico e più antico testo statutario rurale del XIII secolo che si sia conservato per il territorio pistoiese (FRANCESCONI, Statuti rurali, pp. 58-59), vi sono molti riferimenti normativi alla gestione e tutela dei beni collettivi (Statuto della Sambuca, 67, 68, 69, 70, 116, 120, 121, 122). Su questo argomento cfr. anche BICCHIERAI, Beni comuni e usi civici, passim. Cfr. ora FRANCESCONI, «Pro lignis, aquis et herbis» (ora infra capitolo II.3). 77 RCP, Forcole XIII, 125, 1224 gennaio 2: i consoli di Cantagallo intervennero per la risoluzione di una lite tra alcuni uomini dello stesso comune in merito alla divisione dei diritti su un mulino; ASP, Taona, 1227 febbraio 22: i consoli di Torri conclusero una lite tra il monastero di Fontana Taona ed il Comune di Cantagallo per il controllo di alcune terre. I consoli esercitarono liberam et plenam potestatem ponendi terminos et distinguendi loca predicta. 78 Liber censuum, 58, 1219 maggio 8; 105, 1221 gennaio 4; ibidem, 227, 1225 gennaio 10; ibidem, 327, 1242 marzo 10. 79 Nel 1234 il Comune di Cantagallo, in alta val di Bisenzio (RCP, Forcole XIII, 206, 1234 dicembre 27) appare già dotato di un consolidato apparato amministrativo con la presenza dei consoli, dei consiglieri e del camarlingo comunale, i quali concedono un privilegio di immunità dal pagamento del datio pro comune a Guerruzo di Domenico. 80 I consoli di Carmignano possint tenere curiam in Carmignano et placitum et districtum, et cognoscere et distringere et exequi tam in civilibus quam in criminalibus (Liber censuum, 227, 1225 gennaio 10) con l’eccezione per le cause seu questiones maleficiorum de Carmignano...sint iurisdictionis civitatis Pistorie (ibidem, 327, 1242 marzo 10). 81 Oltre al già citato statuto della Sambuca, cfr. supra nota 75, la conferma di una produzione statutaria rurale duecentesca è attestata da una norma cittadina relativa all’obbligo dei Comuni del distretto di presentare i propri statuti alle magistrature urbane per l’approvazione (Breve populi, I, 70). 52 I.2 Diocesi, comitatus, districtus 82 interlocutori necessari per il funzionamento della macchina statale . In questa prospettiva, ai consoli che rappresentavano il vertice istitu- zionale dei Comuni rurali fu ben presto affiancata la figura del podestà, il quale dovette esercitare le sue funzioni, soprattutto giudiziarie, su una base territoriale più ampia in raccordo diretto con le magistrature della dominante. Così appare documentato in una lite del 1217 tra alcuni uomini di Cantagallo e i consoli del Comune di Logomano per il possesso di alcune terre, la cui soluzione fu affidata ad un arbitrato del podestà della curia di Luicciana. Il termine curia sembra far riferimento ad un distretto giudiziario, che doveva comprendere diversi Comuni rurali nel quale il podestà funzionava da emissario dei tribunali cittadini83. Tra il terzo ed il quarto decennio del Duecento, inoltre, raggiunse una fisionomia completa il processo di consolidamento delle strutture politico-istituzionali rurali, come risulta documentato da un atto di donazione al monastero di S. Michele in Forcole del 1231, nel quale si fa riferimento ad una terra hominum de Arcilliano84. L’elemento di identità del villaggio ancora legato all’insieme degli uomini e alle loro terre, infatti, nell’arco di circa un decennio fu superato con il ricono- scimento per gli homines del villaggio della dignità di Comune rurale nel Liber focorum del 1244. Questo documento, un elenco di tutti i capifamiglia (fuochi) del contado, redatto a fini fiscali dal Comune cittadino, permette di delineare con una certa precisione la geografia amministrativa, l’asset- to territoriale e la consistenza demografica del districtus pistoiese alla metà del XIII secolo85. La suddivisione del territorio era impostata su base circoscrizionale secondo uno schema che faceva della città 82 Cfr. anche BARLUCCHI, Contado senese, p. 131. 83 Ugolino q. Ugonis tunc potestate curie de Luviciana (RCP, Forcole XIII, 99, 1217 dicembre 24). Da un documento del 1215 (Liber censuum, 46, 1215 settembre 1) relativo alla riscossione di alcuni affitti di beni demaniali nella zona di Agnano e nella zona della Nievole, risulta evidente che le funzioni del podestà (dominus Claritus potestas de Serravalle), nominato dalla città, si estendessero anche sui territori di comunità rurali vicine, come quella di Vinacciano (Agnano). 84 RCP, Forcole XIII, 176, 1231 marzo 14. Per quanto l’uso della locuzione homines si mantenga fino al ’300, in questo caso sembra significativa come elemento di riconoscimento del villaggio. Cfr. ora anche FRANCESCONI, «Pro lignis, aquis et herbis», pp. 74-75 (ora infra capitolo III.2). 85 Per una sintesi dei problemi legati alla datazione del Liber focorum e al suo utilizzo cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 298-299. Cfr. anche FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber fiunium, pp. 32-34 (ora infra capitolo III.4). Comuni rurali e città 53 l’elemento ordinatore della distrettuazione rurale e il punto di riferi- 86 mento per il controllo del contado . I 124 Comuni rurali riportati nel Liber erano, infatti, ripartiti in quattro ambiti territoriali corrispon- 87 denti alle relative porte cittadine . Da questa fonte è possibile ricavare in modo abbastanza preciso il territorio soggetto alle singole comunità e la diversa consistenza demografica nelle varie zone del contado88. La redazione di questo censimento è, in sostanza, la testimonianza più significativa della necessità avvertita dalla città di uniformare sul piano politico ed amministrativo il proprio territorio, con l’obiettivo di facilitarne il controllo e di sfruttarne pienamente tutte le risorse, non ultime quelle fiscali. Proprio per regolare il gettito delle imposte il Comune di Pistoia, oltre ad effettuare periodici censimenti delle famiglie del contado, elaborò una precisa normativa che stabiliva per ciascun Comune rurale il pagamento come «dazio» annuo di una somma prestabilita per ogni famiglia89. La gestione della materia tributaria era organizzata su di uno schema articolato delle competen- ze che prevedeva per gli organi cittadini funzioni di carattere generale e per gli uffici rurali compiti specifici inerenti la comunità. Al Comune cittadino anche in questo settore spettava il controllo complessivo degli introiti fiscali dell’intero districtus90, mentre ai Comuni rurali 86 Per i problemi inerenti la distrettuazione, cfr. CASTAGNETTI, Comunità rurali, passim; CHITTOLINI, Organizzazione territoriale, pp. 21-24; IDEM, Per una geografia, pp. 4-6; ZORZI, Organizzazione del territorio, pp. 318-329; VARANINI, Organizzazione del distretto, pp. 147-152. 87 Alla circoscrizione di Porta Caldatica et S. Petri, appartenevano 21 comuni rurali, a quella di Porta Lucchese 38, a quella di Porta S. Andrea 23 e a quella di Porta Guidi 42. Nell’elenco non è riportato il Comune rurale della Sambuca la cui particolare situazione di feudo vescovile si mantenne de iure sino al XIV secolo inoltrato, anche se di fatto almeno sul finire del XIII le magistrature locali avevano acquisito una sostanziale autonomia (RAUTY, Il castello della Sambuca, pp. 55-56). 88 I Comuni più importanti sotto il profilo demografico erano: Agliana (231 fuochi); Piuvica (264); Carmignano (280); Lamporecchio (245); Casale (343) e Montemagno (431). Cfr. IACOMELLI, La proprietà fondiaria. 89 L’imposizione fiscale, che nella città era fissata in misura proporzionale alla ricchezza, nel districtus era calcolata in modo globale per ciascun Comune rurale, sulla base di una somma prestabilita per ogni fuoco. Già negli statuti pistoiesi del XII secolo erano contenute disposizioni precise per il prelievo fiscale nel districtus: datium ultra .III. solidos per focum, paupere cum divite coequato (Breve consulum, 75 e Statutum potestatis 1180, 69). Nel 1278 l’imposta fu determinata in tre lire e mezzo (Statutum potestatis 1296, p. XLVII), mentre nel 1287 in 5 lire e 15 soldi pro quolibet foco in districtu. Per calcolare con esattezza l’entità dei nuclei familiari comitatini fu istituito il recitator focorum, un ufficiale nominato dalle comunità, che aveva il compito di registrare tutti i capifamiglia e il numero di persone che componevano il nucleo familiare (ibidem, IV, 23). Cfr. HERLIHY, Taxation, passim; BOWSKY, Le finanze, pp. 133-153. Cfr. infra capitolo I.3. 90 Breve populi, II, 222; Statutum potestatis 1296, IV, 10. 54 I.2 Diocesi, comitatus, districtus competeva la ripartizione e la riscossione delle imposte all’interno del 91 proprio territorio . Il Liber focorum consente qualche riflessione anche sulla compo- sizione sociale del contado pistoiese. La finalità fiscale del documento, infatti, richiedeva dove era possibile di accertare le varie classi di appartenenza sociale delle famiglie registrate. Le terre soggette erano abitate da una popolazione differenziata ed articolata al suo interno, che alternava la presenza di nobiles, di pauperes, di nulla tenenti92, ad una enorme maggioranza di nuclei familiari privi di qualsiasi qualifica sociale. Quest’ultima fascia doveva costituire quel largo ceto medio di concessionari, di artigiani e di piccoli proprietari di fondi rustici impegnati nelle più varie attività che nel corso del XIII secolo avevano aperto l’economia rurale all’influenza del mercato cittadino93. La non trascurabile presenza del ceto nobiliare nella struttura sociale di 94 diciassette Comuni rurali potrebbe essere la conseguenza dell’alta densità signorile che aveva caratterizzato il contado tra XI e XII 95 secolo . I nobili di Agliana del Duecento, ad esempio, erano in gran parte i discendenti dei piccoli signori rurali dell’età precomunale: ben sei di loro erano dello stesso lignaggio dei «visconti», il cui capostipite, Ildibrando di Gerardo, era stato insignito per primo del titolo nel secolo XI. Questi nobiles, pur privi degli antichi poteri giurisdizionali, conservavano ancora possedimenti fondiari e soprattutto privilegi economico-sociali96, che permettevano loro in città ed in campagna di 97 distinguersi dai populares . La struttura istituzionale dei Comuni rurali fu modellata, ad un livello gerarchico più basso, su quella del Comune cittadino, con un proprio districtus e con propri magistrati elettivi che svolgevano 91 Ibidem, IV, 13. 92 Indicati nel testo come nihil habet. 93 Cfr. NERI, Attività manifatturiere. Si veda anche DE LA RONCIÈRE, Borghese fiorentino, pp. 67-68. I rapporti tra mercato cittadino e mercati del contado sono ben indagati per il Fiorentino del Trecento da IDEM, Firenze e le sue campagne. 94 Cfr. FRANCESCONI , Forme di potere, pp. 283-284. 95 Ibidem, pp. 274-283, dove per i 124 Comuni rurali del 1244 in circa il 77% è stato riscontrato un precedente possesso signorile. 96 Come risulta dall’estimo del Comune rurale di Piuvica del 1243 (ASF, Pistoia, 1243 agosto 20) i nobili dovevano pagare le tasse in città con gli stessi criteri di accertamento fiscale che vigevano per i residenti urbani (HERLIHY, Pistoia, pp. 207-208) secondo una consuetudine che si era consolidata nel corso del XIII secolo (Statutum potestatis 1296, IV, 22). 97 Cfr. RAUTY, Società e istituzioni. Comuni rurali, pievi e parrocchie 55 98 molteplici compiti di natura giurisdizionale ed amministrativa , di 99 difesa del territorio , di gestione delle terre comuni – boschi, pascoli 100 101 e acque – , di manutenzione delle infrastrutture di uso collettivo , di 102 tutela dell’ordine pubblico e, più in generale, controllavano l’insie- me degli interessi e delle esigenze che imponeva la vita comunitaria. Nella seconda metà del XIII secolo il Comune rurale divenne, a pieno titolo, articolazione periferica delle magistrature urbane, in una prospettiva di progressiva limitazione della sua autonomia e di relativo accentramento delle sue funzioni e competenze. Nel Liber finium, un elenco topografico dei confini dei Comuni del districtus redatto nel 1255, le comunità descritte sono sedici in meno rispetto alle 124 censite un decennio prima nel Liber focorum103. Dal momento che questa diminuzione non può essere attribuita ad una contrazione 104 demografica , la sua giustificazione appare possibile soltanto alla luce di un riordinamento istituzionale in atto nel contado. Un processo che attraverso l’inglobamento delle comunità più piccole da parte dei Comuni di maggiore importanza demica mirava alla costituzione di contesti amministrativi e territoriali più ampi che permettessero un diretto raccordo con la città in senso accentratore. COMUNI RURALI, PIEVI E PARROCCHIE Tra le strutture di inquadramento territoriale del contado pistoiese, la pieve costituì, sin dall’alto Medioevo, il centro della distrettuazione 105 ecclesiastica e della vita religiosa e sociale delle campagne . Come è 98 Liber censuum, 227, 1225 gennaio 10; 327, 1242 marzo 10; Breve populi, Appendice, 12; Statuto della Sambuca, 10, 11, 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 49. 99 Cfr. supra le note 77 e 97. 100 Statuto della Sambuca, 67, 68, 69, 115, 122, 125, 127, 128. 101 Ibidem, 29, 37, 40, 86, 87, 88. 102 Breve populi, II, 223; Statuto della Sambuca, 4, 5, 7, 56, 57, 58, 59; Statutum potestatis 1296, III, 153; III, 163. 103 A titolo di esempio riportiamo il caso di Quarrata, dove oltre al Comune rurale più grande, nel censimento del 1244, vi erano i tre comunelli di Pancole, Luciana e Orio, che complessivamente contavano una popolazione di 87 fuochi e che saranno totalmente inglobati nel Liber finium nella più ampia circoscrizione del Comune di Quarrata. 104 ZDEKAUER, Prefatio, p. LXXIII; SANTOLI, Introduzione, p. 4; HERLIHY, Pistoia, p. 81. 105 FERRALI, Pievi e parrocchie, passim; Storia di Pistoia, I, pp. 244-252; in generale cfr. VIOLANTE, Istituzioni ecclesiastiche, pp. 98-111. 56 I.2 Diocesi, comitatus, districtus noto, infatti, il sistema per pievi rappresentò nell’Italia centro-setten- trionale l’elemento ordinatore delle istituzioni ecclesiastiche rurali, con fondamentali attribuzioni nella cura d’anime: dalla funzione di fonte battesimale, all’amministrazione degli uffici liturgici e dei prin- cipali sacramenti106. Le pievi, fondate come chiese battesimali a servizio della popola- zione rurale, erano dislocate almeno nelle età più antiche non all’inter- no di un villaggio o di un castello, ma isolate nella campagna, in posizione baricentrica rispetto al territorio sul quale esercitavano la giurisdizione spirituale. La pieve costituiva il punto più agevole per la raccolta dei fedeli e per la diffusione dei sacerdoti in ambito rurale: doveva contare, dunque, essenzialmente la sua posizione geografica e topografica, in rapporto con le vie di comunicazione e con i corsi d’acqua107. La prima configurazione dell’assetto plebano pistoiese risale alla fine del X secolo. Nel diploma rilasciato nel 998 dall’imperatore Ottone III al vescovo pistoiese Antonino, infatti, furono confermati possessi fondiari, immunità ed una serie di villae e di curtes insieme a diciannove pievi108. La dislocazione delle pievi nel territorio era con- 109 nessa con il più generale quadro demografico e insediativo . La popo- lazione rurale per lungo tempo, aveva trovato l’unico punto di aggre- gazione nelle chiese matrici, sia in quelle altomedievali, sia in quelle di più recente fondazione al centro di nuove zone abitate. In ambito pistoiese, infatti, l’incastellamento non era riuscito a determinare un accentramento di popolazione, tale da modificare il precedente asset- to territoriale fondato su villaggi e case sparse110. La chiesa plebana costituì in questo senso, un’entità territoriale che superava la sfera religiosa per assolvere anche funzioni di carattere sociale, giuridico ed 111 economico , comprese quelle per la manutenzione delle strade e 106 FORCHIELLI, Pieve rurale, passim; CASTAGNETTI, Pieve rurale, pp. 50-65; VIOLANTE, Sistemi organizzativi, pp. 3-9. Per gli aspetti liturgici e collegiali, cfr. VANNUCCHI, Chiesa e religiosità. 107 Ibidem, pp. 18-19. 108 RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25. 109 SETTIA, Pievi e cappelle, passim. 110 Cfr. RAUTY, Incastellamento, pp. 36-37, dove si rileva che, nella maggior parte dei casi, l’incastellamento in area pistoiese non produsse una rottura drastica delle precedenti forme di popolamento (villa, casale, praedium) come è stato accertato per il Lazio (TOUBERT, Structures, I, p. 330). Cfr. anche IACOMELLI, La proprietà fondiaria. 111 CASTAGNETTI, Strutture ecclesiastiche, pp. 266-267. Comuni rurali, pievi e parrocchie 57 112 dell’assistenza ai viandanti . L’incremento demografico e la nuova mobilità che interessarono le campagne pistoiesi dopo il Mille deter- minarono la proliferazione delle chiese plebane che si prolungò fino al XII secolo. Basti pensare che delle trentadue pievi che sono ricordate nella bolla papale di Innocenzo II del 1133, ben tredici erano state istituite nell’arco di poco più di un secolo113. Una così rapida crescita dovette essere motivata anche dalla mancanza di strutture civili che svolgessero quel ruolo di coordinamento e di organizzazione delle genti del contado, che successivamente saranno proprie del Comune rurale. L’organizzazione plebana nel suo svolgimento storico rivela un costante intreccio di rapporti fra le istituzioni ecclesiastiche e quelle civili, fra le condizioni della vita religiosa e della vita sociale. In questa prospettiva, vi fu un reciproco condizionamento anche nella definizio- ne delle circoscrizioni territoriali: con l’affermazione delle comunità rurali si determinò, infatti, una disgregazione del distretto plebano che spinse ciascun villaggio a costruire in loco un proprio edificio di culto che prese il nome di cappella114. La diffusione delle cappelle entro il preesistente territorio della pieve si affermò nel contado pistoiese in relazione con il passaggio da un sistema di popolamento per abitazioni 115 sparse ad una trama insediativa per villaggi e borghi . La loro fondazione modificò, inoltre, la struttura stessa della geografia eccle- siastica della diocesi, con significative conseguenze sugli assetti terri- toriali e sui rapporti di gerarchia tra le istituzioni ecclesiastiche rurali 116 e il loro raccordo con la città . La comparsa della chiesa entro il villaggio permise, in primo luogo, ad ogni piccola comunità di acqui- 112 Negli statuti del 1296, ad esempio, era stabilito che fossero i rettori delle cappelle a facere exgombrari vias e facere fieri cloacas subterraneas (Statutum potestatis 1296, Tractatus, I, p. 157). Cfr. anche PLESNER, Rivoluzione stradale, passim; SZABÓ, Pievi, parrocchie, pp. 798-800. 113 RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21. Le pievi di recente costituzione sono: Popiglio, Piteglio, Gavinana, S. Marcello, S. Quirico, Groppoli (plebem de Calloria), Vinacciano, Cireglio, Piazzanese, Iolo, Montemagno, Montemurlo e S. Maria de Colonica. 114 RAUTY, Vicende storiche, pp. 10-11. Più in generale cfr. VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 733-735. 115 RAUTY, Vicende storiche, p. 11. Si veda anche SPICCIANI, Istituzioni parrocchiali, p. 197; CHERUBINI, Parroco, p. 351. 116 Lo sviluppo delle parrocchie, nel corso dei secoli XII e XIII, limitò considerevolmente la crescita delle pievi, le quali dalle 32 elencate nella già citata bolla di Innocenzo II del 1133 passarono a 36 in quella di Onorio III del 1219 (ZACCARIA, Anecdotorum, pp. 242-245) e negli elenchi delle decime di fine secolo (Decima 1274-80 e Decime 1295-1304), con un aumento quindi di soltanto 4 pievi in un secolo e mezzo (Bacchereto, Groppoli, Casale, Carmignano). 58 I.2 Diocesi, comitatus, districtus sire una propria autonomia; e facilitò, in secondo luogo, la formazione di minori unità circoscrizionali ecclesiastiche alle quali lo stesso governo cittadino riconobbe ben presto funzioni di carattere ammini- strativo. Gli oneri per la costruzione delle mura di Serravalle, ad esempio, sul finire del XII secolo erano ripartiti per porte e cappelle, secondo uno schema che poneva accanto circoscrizioni ecclesiastiche e circoscrizioni civili117. Contestualmente alla trasformazione dei distretti territoriali, vi fu un fenomeno di più ampia portata, per il quale nel corso del XII secolo si verificò un graduale passaggio di funzioni dalle pievi alle cappelle, che lentamente acquisirono il rango di parrocchie, con una loro autonomia giurisdizionale e liturgica118. In tal senso, sembra significa- tivo il già citato atto di concessione del 1159, con il quale il vescovo Tracia consentiva al rettore della chiesa di S. Maria di Vormingo la fondazione di una parrocchia nella zona di Serra, con annessi diritti di patronato e funzioni liturgiche, con esclusione però del battesimo che rimaneva di competenza della pieve matrice119. Si attuò, dunque, fra XII e XIII secolo, un processo evolutivo che coinvolse le strutture ecclesiastiche rurali in un moto di decentramento che per molti versi fu parallelo e congiunto con quello delle strutture 120 laiche (comunità di villaggio, Comuni rurali) . Il ruolo fondamentale che dovettero svolgere le chiese parroc- chiali, quali centri di aggregazione della popolazione della campagna, è confermato da un capitolo del Breve consulum, che prevedeva un 121 massimo di due rettori laici per ciascuna parrocchia rurale . Questa Cfr. anche NANNI, La parrocchia, pp. 182 sgg; DE LA RONCIÈRE, Ruolo delle confraternite, pp. 91-105; FRANCESCONI, Pievi, parrocchie (ora infra capitolo II.1). 117 Statuimus ut potestas faciat compleri omnes impositas que imposite fuerunt per portam et cappellam ab illis quibus fuit impositum (Statutum potestatis 1180, 42). 118 FERRALI, Pievi e parrocchie, pp. 245-247. Più in generale VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 369 sgg. Cfr. ora anche FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, pp. 154-159 (ora infra capitolo II.1). 119 Ipsa ecclesia nulli alii ecclesie nec persone sit subiecta iure patronatus, et sit in potestate rectorem eiusdem ecclesie S. Marie eam semper officiandi, salvis tamen omnibus usibus quas baptisimalis ecclesia S. Michaelis de Calloria habet in omnibus habitantibus in supradicto colle de suis parrochianis (RCP, Canonica, secolo XII, 483, 1159 giugno 22). Le parrocchie, oltreché di diritti di patronato, furono dotate anche di patrimoni propri per provvedere alla loro indipendenza economica (Ibidem, 568, 1175-1186). Cfr anche MUZZI, Pieve toscana, pp. 83-86. 120 FERRALI, Pievi e parrocchie, pp. 237-238. Più in generale, SANTINI, Comuni di pieve, passim, VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 736-737; CHERUBINI, Parroco, p. 405. 121 Item ego non mittam vel mitti faciam vel consentiam esse ultra duos rectores per cappellam de foretanis nostri districtus (Breve consulum, 91). Comuni rurali, pievi e parrocchie 59 disposizione, oltre a provare un precoce interesse del Comune cittadi- no a controllare le comunità del districtus in epoca anteriore al loro inquadramento istituzionale, attesta – almeno per la seconda metà del XII secolo – l’utilizzo dei distretti parrocchiali come possibili ripartizioni amministrative comunali. Fenomeno questo che in città mantenne inalterate le proprie caratteristiche anche nel secolo successivo, con il riconoscimento alle circoscrizioni parrocchiali di funzioni ammini- strative122, consultive123, fiscali124 e di tutela dell’ordine pubblico125, ma che sembra avere avuto un riscontro soltanto parziale nel districtus, dove divenne preminente invece la distrettuazione civile basata sulle circoscrizioni territoriali dei Comuni rurali prima e delle podesterie in seguito. Sulla base di un confronto tra i Comuni rurali censiti nel Liber focorum e le pievi e le parrocchie registrate negli elenchi delle decime pistoiesi della seconda metà del secolo126, la tendenza appare confer- mata. Nel territorio pistoiese, infatti, non furono adottate le circoscri- zioni ecclesiastiche come distretti amministrativi e fiscali, come avven- ne in altre realtà comunali127, ma furono piuttosto quelle civili che in qualche caso ne furono condizionate. La coincidenza tra distretti ecclesiastici e civili fu un fenomeno non generalizzato, dal momento che la concomitanza del Comune rurale con la pieve si attuò soltanto in 23 casi e con la parrocchia in 60; mentre per 41 Comuni non si riscontra alcuna chiesa parrocchiale o pievana nel rispettivo territo- rio128, segno evidente che questi villaggi, sotto il profilo ecclesiastico, 122 Tra le funzioni di carattere amministrativo che erano demandate ai rettori delle cappelle cittadine, sono ricordate quelle relative alla misurazione dei cereali che venivano portati ai mulini, con uno staio loro in dotazione (Statutum potestatis 1180, 58); oppure, quelle inerenti al controllo delle quantità di fieno e di paglia che potevano essere trattenute presso le abitazioni a causa della loro infiammabilità e i relativi rischi d’incendio (Statutum potestatis 1296, III, 29). Cfr. anche RONZANI, Pievi e parrocchie cittadine, pp. 337-349. 123 Era richiesto il loro parere prima di stipulare accordi di pace (Breve consulum, 70). 124 Breve populi, II, 96. Gli oneri per la costruzione della seconda cinta muraria erano ripartiti tra le porte della città e a loro volta suddivisi per circoscrizioni parrocchiali (ibidem, II, 55). 125 I rettori delle cappelle cittadine erano tenuti a denunziare i reati che venivano commessi nella loro circoscrizione (Statutum potestatis 1296, III, 20). 126 Liber focorum e Decima 1274-80; Decime 1295-1304. 127 Per Firenze, cfr. CONTI, Formazione, III, 2, pp. 237 sgg. 128 Appare significativo il caso della val di Bure dove a fronte di circa venti Comuni rurali vi sono soltanto due parrocchie: Candeglia e Santomoro. Per Chiappore la prima attestazione di una chiesa si avrà soltanto all’inizio del XIV secolo nelle costituzioni del vescovo Ermanno del 1308 (ZACCARIA, Anecdotorum, p. 153). 60 I.2 Diocesi, comitatus, districtus 129 dipendevano dalle chiese di altre circoscrizioni civili . Nel Duecento, dunque, il Comune rurale divenne il punto di riferimento principale della vita amministrativa e sociale del districtus pistoiese, sia come caposaldo della suddivisione territoriale, sia come elemento di aggre- gazione e di appartenenza della popolazione rurale. Soltanto una minoranza, infatti, delle circoscrizioni rurali era costituita da plebes, mentre la maggioranza era inquadrata per comunitates, comunia, terre, ville e castra130. Purtuttavia in almeno 10 villaggi dei 124 Comuni rurali presenti nel Liber focorum era sopravvissuta la suddivione per cappel- 131 le : conferma di una probabile origine della comunità da una preesistente pieve e di una ancora persistente territorialità ecclesiasti- ca minore. In questa prospettiva assumono rilevanza gli esempi dei territori dei Comuni di Agliana e di Piuvica suddivisi, in mancanza di una pieve, tra varie entità parrocchiali. Nella zona di Agliana, tra XII e XIII secolo, si svilupparono nuovi nuclei abitati attorno al castello vescovile, ciascuno dei quali si dotò di una propria chiesa: quella di S. Michele, la più orientale, in località detta Vaccareccia, quella di S. Pietro, già attestata nel 1152132, ed infine quella di S. Niccolò, in posizione centrale rispetto alle altre due. Nonostante l’unità del territorio dal punto di vista civile, sui tre villaggi e le rispettive chiese esercitavano giurisdizione ecclesiastica due pievi diverse: S. Michele e S. Niccolò dipendevano, infatti, dalla pieve di S. Ippolito in Strada (Piazzanese), mentre la chiesa di S. Pietro era soggetta alla pieve di S. Giovanni di Villiano (Montale)133. La divisione della circoscrizione civile tra due distretti plebani derivava, senz’altro, da un più antico assetto territo- riale, del quale i due enti ecclesiastici costituivano, ancora in pieno Duecento, una sicura testimonianza. 129 L’identità tra Comune rurale e chiesa plebana risulta più frequente con le pievi di più antica costituzione. Delle dodici, infatti, che rimasero nell’ambito della diocesi pistoiese in ben nove casi si verificò lo sviluppo di una comunità. Questo dato potrebbe costituire la conferma di un più forte radicamento della popolazione nel territorio dei distretti ecclesiastici di più antica formazione. Cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 319-326. 130 Statutum potestatis 1296, III, 12. 131 Liber focorum: Piuvica, Vignole, Orio, Tizzana, Bacchereto, Carmignano, Lamporecchio, Montemagno, Lizzano, San Marcello, Piteccio. 132 ASF, Pistoia, 1152 ottobre 11. 133 Decima 1274-80, n. 1274: Ecclesia S. Nicolai de Aliana; n. 1330: Ecclesia S. Petri de Aliano. Comuni rurali, pievi e parrocchie 61 Una situazione analoga interessò l’ampio territorio compreso tra Piuvica e Serravalle, nel quale le caratteristiche dell’organizzazione ecclesiastica sembrano ancora più complesse. Per questa zona, tra XI 134 e XII secolo, sono attestate tre pievi: S. Marcello a Vinacciano , 135 Groppoli (Calloria) e Casale . Assai più tarda è, invece, la pieve di S. Stefano di Serravalle, dalla quale nella seconda metà del Duecento 136 dipendeva la sola chiesa di S. Michele . La fascia di territorio a levante di Serravalle, nella quale nel corso del XII secolo erano state costruite le chiese di S. Maria di Vormingo, di S. Martino a Varazano e dei Santi Giacomo e Filippo alla Castellina, dipendeva dalla più antica pieve di Groppoli. Viceversa le pievi di Vinacciano e di Casale estendevano la loro giurisdizione su territori che dal punto di vista amministrativo dipendevano da Comuni rurali diversi: alla prima erano soggette, infatti, le tre parrocchie di Piuvica137, mentre alla seconda erano unite 138 le parrocchie di Collina e di Gabbiano . Il quadro delle circoscrizioni ecclesiastiche pistoiesi della piena età comunale appare, dunque, improntato ai diversi livelli in modo eterogeneo e con non pochi elementi di confusione derivanti, con buona probabilità, da più antiche divisioni territoriali e da continue sovrapposizioni giurisdizionali con la distrettuazione civile139. Così i Comuni rurali non seguirono sempre l’ordinamento per pievi e par- rocchie, ma più complessi criteri di definizione territoriale, connessi con l’andamento delle dinamiche insediative, con la costruzione di castelli e borghi fortificati, con la conquista di nuovi spazi coltivabili e con altre circostanze di natura politico-amministrativa. 134 Carte della propositura di Santo Stefano, 71, 1091 giugno. 135 RCP, Vescovado, 21, 7, 1132 circa. 136 Decima 1274-80, n. 1337: plebs Sancti Stephani de Serravalle; n. 1338: ecclesia Sancti Michaelis de Serravalle. 137 Ibidem, n. 1354: plebs Sancti Petri de Casale; n. 1355: ecclesia Sancte Marie de Comugnano; n. 1357: ecclesia Sancti Sebastiani de Piuvica. 138 Ibidem, n. 1351: Plebs Sancte Lucie de Vinacciana; n. 1352: ecclesia Sancti Petri de Collina; n. 1353: ecclesia S. Michaelis de Cabbiano. 139 Il contenzioso per la nomina del rettore della chiesa di Castellina Molazzani, durato quasi due anni dal maggio 1299 all’aprile 1301, conferma la mancanza di una definizione precisa delle circoscrizioni parrocchiali. Non si spiegherebbe altrimenti la partecipazione all’elezione del parroco di uomini che non ne avevano il diritto in quanto abitanti in altre parrocchie (PINTO, Clero, pp. 126-127). Si veda a questo proposito le norme contenute nelle costituzioni sinodali del vescovo Ermanno Anastasi del 1308 (ZACCARIA, Anecdotorum, pp. 136-149. Cfr. anche TREXLER, Synodal law, pp. 198-200; PICASSO, «Cura animarum» e parrocchie, pp. 74 sgg. 62 I.2 Diocesi, comitatus, districtus TERRITORIO E PODESTERIE TRA DUE E TRECENTO Nell’ultimo quarto del XIII secolo il districtus pistoiese acquisì caratteri più ordinati ed organici sul piano amministrativo, istituziona- le e giurisdizionale. Ciò avvenne in linea con una tendenza diffusa che caratterizzò gli assetti politici e territoriali tardoduegenteschi, secon- do la quale i rapporti tra città e campagna furono riorganizzati in gran parte dell’Italia comunale in modo più stabile, per conferire una organizzazione più sistematica e definita all’ordinamento dei contadi140. Tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento la città di Pistoia e il suo territorio vissero un periodo di cruciali trasformazioni politiche e sociali, nell’intento di conservare l’autonomia, insidiata dall’interfe- renza fiorentina che a partire dal 1296, con alterne fortune, diverrà una costante della storia pistoiese lungo l’intero secolo XIV141. Tali cambia- menti si intrecciarono con processi sociali e istituzionali di più ampia portata che videro coinvolte le grandi famiglie cittadine, le rivendicazioni della media e piccola borghesia e i difficili rapporti con l’esterno, in una prospettiva che doveva tener conto, ormai, di dinamiche politiche e diplomatiche che andavano al di là della ristretta sfera cittadina142. Si consolidarono nuovi assetti sociali e politici che contribuirono ad una crescente concentrazione delle forme di potere in senso oligarchico e 143 ad una più rigida organizzazione del potere e degli assetti territoriali . Una fase di trasformazione, dunque, che di fronte alle tensioni sociali e all’instabilità politica vide svilupparsi istituzioni più forti, che neces- sariamente dovevano distaccarsi dagli interessi dei gruppi e delle fazioni, per rispondere alle esigenze di un più sicuro governo sulla città e sul contado. Contado che, peraltro, andava sempre più distinguen- dosi quale base economica delle forze operanti in città – investimenti 140 CHITTOLINI, Introduzione, passim; VIOLANTE, Presentazione, pp. III-XI; VARANINI, Comune, pp. 693-700; ASCHERI, Istituzioni, pp. 285-296. 141 Liber censuum, 683, 1296 maggio 3. Cfr. anche HERLIHY, Pistoia, pp. 252-254; GAI, Pistoia, pp. 5-6; SAVINO, Strazio, pp. 1-3. 142 SESTAN, Origini, pp. 71-73; CHITTOLINI, Introduzione, p. 8. Cfr. anche CHERUBINI, Apogeo e declino. Per gli aspetti economici, mercantili e bancari delle grandi famiglie pistoiesi cfr. DINI, I successi dei mercanti. 143 GAI, Nobiltà, passim; CIPRIANI, Grandi famiglie, pp. 421-426. Più in generale cfr. CAMMAROSANO, Ricambio, passim, in particolare per i riflessi e la dialettica politica in ambito urbano e rurale. Territorio e podesterie 63 144 fondiari della borghesia mercantile – e come spazio di riaffermazione autonoma di quel ceto nobiliare-signorile rurale che non aveva mai completamente perduto le sue caratteristiche di dominio territoria- 145 le . Le autorità cittadine, in tal senso, risposero alle necessità di un più ordinato controllo del territorio con una serie di provvedimenti che 146 dalla fine del XIII secolo interessarono sia la sfera normativa , sia il rafforzamento e la creazione di più rigorose strutture amministrative e di governo. L’impianto del districtus fu confermato secondo l’ordi- namento delle podesterie e dei Comuni rurali, riconoscendo loro, tuttavia, una maggiore autonomia giurisdizionale, una più articolata divisione delle competenze e più specifici incarichi di gestione e di controllo territoriale. Nello statutum potestatis del 1296 la geografia amministrativa del contado risulta impostata secondo un sistema di circoscrizioni che prevedeva, a livelli gerarchici differenti, undici podesterie147 e circa un centinaio di Comuni rurali. Le podesterie, con sede nelle località più importanti – per rilievo demico e di mercato – e nelle zone di confine, funzionavano come organi periferici del governo cittadino e compren- devano, oltre al Comune capoluogo, altri Comuni rurali sui quali avevano diretta competenza giurisdizionale148. Per ogni podesteria il 144 Per l’analisi di queste tendenze in altre realtà toscane, cfr. CHERUBINI, Signori, contadini, borghesi, pp. 241-252; PINTO, Mercanti senesi, pp. 139-157; IDEM, Storia e struttura sociale, passim. 145 A titolo di esempio si cita un provvedimento del Comune di Pistoia (ASP, Provvisioni e riforme, 1, 1330 settembre 24, c. 25) relativo all’invio di truppe nell’alta valle del Bisenzio per contrastare i conti di Mangona. Più in generale, cfr. CHITTOLINI, Signorie rurali, pp. 621-628; CAPITANI, Comune, pp. 146-151; CORTONESI, «Dominatus castri», pp. 175-182. 146 I provvedimenti normativi furono numerosi e concernenti le più varie materie relative alla custodia dei castelli, alla nomina degli ufficiali rurali e alla gestione generale degli organi territoriali. In tal senso si veda oltre al Breve populi del 1284 e allo Statutum potestatis del 1296, un codice miscellaneo di statuti, ordinamenti e capitoli del Comune di Pistoia del XIV secolo: ASP, Statuti e ordinamenti, 5. 147 Statutum potestatis 1296, I, 14. Le podesterie erano: Sambuca; Montale; Serravalle; Castiglione, Luicciana e Logomano, Cantagallo, Coldilupo e Montecastiglione; Torri, Treppio, Fossato e Monticelli; Artimino; Larciano e Cecina; Lamporecchio, Orbignano e San Baronto; Vitolini, Castra, Conio, Pupigliana e Castellina; Verruca, Marliana, Casore e Ivario; Lizzano e Spignana. Corre l’obbligo di ricordare che nella prima versione a stampa di questo capitolo del 1998 si era parlato di dodici podesterie: l’errore era dovuto al fatto che allora erano state contate come due podesterie diverse quelle di Luicciana e di Montecastiglione. 148 Cfr. in prospettiva comparativa, SHIMIZU, Amministrazione, passim; LEVEROTTI, Popolazione, pp. 173-197. Sul rapporto tra gerarchie e funzioni, cfr. GINATEMPO, Gerarchie demiche, pp. 366-377. 64 I.2 Diocesi, comitatus, districtus 149 Comune di Pistoia nominava ogni sei mesi un podestà il quale, 150 dotato di un proprio cavallo e retribuito con un compenso fisso , esercitava molteplici funzioni di carattere giurisdizionale – civile e penale –, amministrativo, militare e di polizia territoriale. Da un frammento dello statuto del Comune di Casale del 1318 è confermato che l’apparato istituzionale della podesteria era dotato di un’organica struttura amministrativa composta da un consiglio e alcuni ufficiali, tra i quali dovevano avere un ruolo preminente il notaio, il vicario, il camarlingo e i nunzi151. Nel testo dei giuramenti pronunciati all’atto di intraprendere l’incarico, il controllo dei luoghi strategici di difesa e la salvaguardia del territorio avevano un carattere prioritario tra le attribuzioni 152 fondamentali del podestà rurale . Incarichi che questi svolgeva con l’ausilio di uomini armati e che prevedevano, tra le altre cose, la chiusura delle porte del borgo al tramonto e la relativa custodia delle 153 chiavi . Tale preminenza della funzione difensiva, svolta sempre «a 154 onore e salvaguardia della città di Pistoia» , lascia trasparire come, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, gli ufficiali e gli istituti rurali rappresentassero ancora una diretta emanazione del potere centrale, senza aver raggiunto quel grado di autonomia di funzioni e di giurisdi- zioni che saranno proprie degli organi periferici soltanto all’inizio del Quattrocento, con il passaggio nello Stato regionale fiorentino155. In 149 I podestà rurali erano eletti dal Consiglio cittadino secondo il sistema delle polizze, eccetto quelli di Sambuca, Larciano e Vitolini per i quali i criteri elettorali seguivano logiche più complesse: Que quidem potestates eligantur ad apolitias, exceptis potestatibus de Sambuca et Larciano et Vitorino: quod fiat una pulitia, que elevetur in consilio sicut alie pulitie et cui devenerit coram potestate capitaneo et anzianis eligat (Statutum potestatis 1296, I, 14). 150 Il compenso dei podestà rurali veniva stabilito dalle magistrature cittadine e poteva variare in relazione all’importanza dell’incarico e alle responsabilità connesse. Negli statuti del podestà del 1296 (ibidem) l’entità delle somme previste oscillava fra le 16 e le 20 lire, divenendo più oneroso e limitato nel tempo (tre mesi) nelle zone di confine a causa della turbolenza e delle maggiori esigenze difensive che questi territori imponevano. 151 Statuto di Casale, pp. 183-188. In una rubrica è espressamente sancito che il podestà non poteva avanzare alcuna proposta previo consenso del Consiglio comunale (p. 186). 152 Statutum potestatis 1296, I, 15, 16, 19, 21. L’aspetto difensivo era ricordato sempre all’inizio del sacramentum a dimostrazione dell’importanza centrale che tale aspetto assumeva nell’insieme degli impegni podestarili: ego defendam et salvabo cassarum et castrum de Sambuca et Sambuco et eorum munitiones ad salvamentum et honorem civitatis Pistorii (ibidem, I, 15). 153 Item iuro portas castri et cassari singulis noctibus facere serrari per fidelem nuntium; et apud me claves castri tenebo, et portas castri singulis diebus serratas tenebo et faciam stare serratas, nisi quando custodes mutabuntur vel adderentur (ibidem, I, 15). 154 Ibidem. 155 CHITTOLINI, Formazione, pp. 43-51; BENIGNI, Organizzazione territoriale, pp. 157- Territorio e podesterie 65 Fig. 5. Le podesterie pistoiesi fra Due e Trecento. 66 I.2 Diocesi, comitatus, districtus questa direzione sono da interpretare anche altri aspetti dell’ufficio podestarile, come ad esempio l’obbligo di imporre le pene secondo la normativa statutaria cittadina e l’invio mensile dei relativi proventi al 156 camarlingo pistoiese . Il passaggio dall’autogoverno comunitario all’inquadramento in contesti territoriali più ampi e centralizzati si era, comunque, attuato precocemente nel territorio pistoiese, già a partire dagli ultimi decenni del Duecento per consolidarsi definitivamente nel corso del secolo successivo in rapporto dialettico con le esigenze della politica interna comunale e con le necessità imposte dall’esterno dalle costanti minac- ce dell’espansionismo fiorentino. Nei documenti ufficiali e nella cronachistica pistoiese e toscana sono cospicui i riferimenti ai tentativi, più o meno riusciti, che Firenze operò, nel corso della prima metà del Trecento, per conquistare ed estendere la sua influenza su Pistoia e il suo distretto157. A più riprese, infatti, durante i primi decenni del secolo XIV, il contado pistoiese fu oggetto di ingerenze lucchesi e fiorentine, frutto dei delicati equilibri politici e militari di quel periodo, che videro opposti interessi e programmi di più ampia portata rispetto ai ristretti conflitti locali, in una dialettica che interessava le maggiori città toscane e l’Impero158. Una serie di rivolgimenti che culminarono nel 1329 con la sottomissio- ne, sotto la forma della balìa, a Firenze e la perdita della fascia sud- occidentale del territorio, corrispondente ai Comuni di Carmignano, 159 Artimino e Bacchereto . Dal 1331, inoltre, Firenze negoziò la possi- bilità di provvedere alla «sicurezza e pacifico stato» di Pistoia e del suo 160 contado , e dall’anno successivo il Capitano del Popolo pistoiese prese il titolo di «capitano di custodia e conservatore per il Comune di 161 Firenze» . Si instaurò, quindi, una larga preponderanza fiorentina 161; ZORZI, Ordine pubblico, pp. 455-462. 156 Statutum potestatis 1296, I, 21. 157 Gli echi di queste vicende si rintracciano principalmente in: Storie pistoresi; COMPAGNI, Cronica, passim, VILLANI, Cronica, passim. Su questo argomento, cfr. HERLIHY, Pistoia, pp. 252- 257; GAI, Pistoia, passim; SAVINO, Strazio, passim. Sullo stato della documentazione pubblica pistoiese del XIII e della prima parte del XIV secolo e le relative perdite e distruzioni subite dall’Archivio comunale e dalle principali magistrature, cfr. Indice delle fonti, I, II, III, passim. 158 HERLIHY, Pistoia, pp. 253-255; GAI, Pistoia, pp. 7-14. Cfr. CHERUBINI, Apogeo e declino. 159 Capitoli, I, pp. 5-7, 1329 maggio 24. Cfr. anche ALTIERI MAGLIOZZI, Istituzioni, p. 200. 160 Circa securitatem et pacificum statum civitatis et districtus Pistorii (Capitoli, I, p. 8). 161 Capitaneus custodie et balie civitatis Pistorii pro comuni Florentie (ALTIERI MAGLIOZZI, Territorio e podesterie 67 nelle vicende politiche pistoiesi, che, se non annullarono le tradizionali 162 magistrature civiche, di fatto ne ridussero il rilievo istituzionale . Nel territorio, il riflesso delle più generali vicende politiche che interessavano la città, sollecitò una più radicata articolazione dell’as- setto amministrativo che coincise con una più capillare distribuzione dell’ufficio podestarile. Negli statuti del 1344 il numero delle podesterie era passato da undici a trentuno, un aumento che doveva colmare anche l’esigenza di una più organica e peculiare ripartizione dei compiti all’interno della podesteria stesssa, tra il podestà e il notaio rurale163. Gli uffici territoriali furono disposti in tal senso su base gerarchica, in reciproca relazione tra importanza economico-sociale e topografica della località e capacità amministrative e giurisdizionali dell’istituto podestarile. Delle trentuno complessive, infatti, soltanto tredici erano caratterizzate da una maggiore complessità burocratica con la compresenza del podestà e del notaio164, mentre per le rimanenti era prevista la carica del solo podestà, peraltro non obbligato alla 165 residenza continuata in loco . Tra gli ufficiali rurali si distinguevano 166 poi il vicario o sindaco , il quale svolgeva funzioni di raccordo tra il centro e la periferia del distretto ed i fideiussori, una sorta di garanti delle comunità con incarichi di rappresentanza di fronte alle magistra- 167 ture cittadine . Per quanto, come più volte ricordato, col progredire del secolo XIV il decentramento amministrativo e giurisdizionale avesse raggiunto livelli più elevati di autonomia rispetto al passato, permaneva nondimeno una separazione delle funzioni tra il potere centrale e le sue articolazioni periferiche: alle magistrature cittadine Istituzioni, p. 200; IDEM, Capitano di custodia, passim; ZORZI, Ordine pubblico, pp. 457-458). 162 Nel luglio del 1331 venne eliminata dai Consigli del Comune la rappresentanza politica delle otto Associazioni delle Arti e dei rispettivi Priori; nel 1332 furono soppresse le Compagnie civiche (GAI, Pistoia, p. 13). Cfr. anche CHERUBINI, Apogeo e declino. 163 Statutum potestatis 1344, I, 20, cc. 14r-17r. 164 Ibidem. Le podesterie che univano i due uffici erano: Tizzana; Quarrata e Buriano; Casale; Vinacciano; Larciano e Cecina; Brandeglio; Lizzano; Luicciana; Montale; Agliana; Lamporecchio e Orbignano; Montemagno e Valdibure. Cfr. in generale PINI, «Burocrazia» comunale, passim. 165 Statutum potestatis 1344, I, 20. Le podesterie che avevano soltanto il podestà erano: Castellina; Casore; Marliana; Fagno, Montagnana, Celle, Pieve di Celle; Momigno; Serra; Calamecca; Crespole e Lanciole; San Felice e Saturnana; Piteccio e San Mommè; Torri, Treppio e Fossato; S. Marcello e Mammiano; Popiglio, Piteglio e Sicurana; Gavinana; Castra e Conio; Vergiole, Isola, Scarpato, Gello e Sarripoli. 166 Ibidem, I, 56, c. 38r. 167 Ibidem, I, 53, c. 37r. 68 I.2 Diocesi, comitatus, districtus era pur sempre riservata, infatti, la possibilità di emanare provvedi- menti di ordine generale. In tal senso appare significativa una provvisione del settembre 1330, con la quale il consiglio cittadino deliberava la stesura di Capitoli straordinari per la sicurezza del distretto, a causa dell’enorme presenza di malfattori e di ladri, la cui applicazione era invece demandata agli organi territoriali168. Nei decenni successivi i fiorentini si riservarono il diritto di 169 presiedere alcune fortezze del contado , riconoscendone tuttavia la giurisdizione alla città di Pistoia, che per tutto il Trecento mantenne generalmente un certo controllo sulla maggior parte delle fortificazioni del territorio, come attestano le frequenti deliberazioni del Comune cittadino relative alla nomina dei capitani dei castelli e alle spese per la loro manutenzione170. A partire dalla metà del secolo, in ogni caso, il ruolo politico- istituzionale di Pistoia diminuirà progressivamente in una prospettiva di lento ed inesorabile assoggettamento a Firenze e ai suoi disegni di dominio regionale, che determineranno significative trasformazioni anche negli uffici e negli assetti territoriali e più in generale nella configurazione complessiva degli apparati di potere dello stato citta- dino171. RETE STRADALE E CASTELLI DI DIFESA L’esercizio del potere nel districtus e l’obiettivo di uniformare politicamente il territorio sottomesso avevano imposto al Comune di Pistoia, a partire dalla metà del XII secolo, il consolidamento di strutture materiali con funzioni difensive nonché il miglioramento della rete stradale, per garantire una buona viabilità nel contado e quindi migliori collegamenti tra il centro e la periferia del dominio 168 ASP, Provvisioni e riforme, I, 1330 settembre 28, c. 28v. Nel dispositivo si promulgano capitoli straordinari per la protezione del territorio a causa della presenza di numerosi malandrini et robbatores e più in generale homines inique et pessime vite et fame. 169 Capitoli, I, pp. 11-13, 1351, maggio 6, 1365 ottobre 29 e 31. 170 Si citano a titolo di esempio: ASP, Provvisioni e riforme, 1, 1330 settembre 4, c. 9v; 1330 settembre 6, c. 12v; 1330 settembre 25, c. 26r. 171 Cfr. HERLIHY, Pistoia, pp. 259-266; CHITTOLINI, Formazione, pp. 45-51. A livello più generale, cfr. BECKER, Florentine, passim; FASANO GUARINI, Centro, pp. 151-161; MANNORI, Sovrano, pp. 55-73. Rete stradale e castelli di difesa 69 cittadino. La costruzione e la conquista di capisaldi difensivi da un lato e programmati interventi alla rete stradale dall’altro costituirono gli aspetti salienti della politica territoriale comunale, nel più ampio quadro delle iniziative militari, diplomatiche ed economiche che caratterizzarono le complesse vicende dell’egemonia cittadina sul territorio172. Tale processo ebbe due fasi principali di sviluppo: una prima (metà XII-metà XIII secolo) relativa al consolidamento della giurisdizione cittadina nel comitatus o meglio nota come «comitatinanza» ed una seconda, di conservazione delle proprie prerogative politico-istituzionali (fine XIII-fine XIV secolo) nei con- fronti dei Comuni confinanti e dei residui poteri signorili che avevano trovato spazio di sopravvivenza nelle maglie dell’ordinamento comu- nale. Il problema della difesa e della protezione delle aree urbane e rurali, che erano state all’origine dell’incastellamento dei secoli X e XI, rappresentarono gli elementi di fondo della stessa politica comunale, nelle pur differenti condizioni politiche, economiche e sociali del territorio173. Il ceto dirigente cittadino pistoiese avvertì ben presto l’esigenza di individuare sicuri punti d’appoggio militari sui quali impostare l’espansione e il progressivo controllo del contado. In questa prospettiva fu perseguita una politica di acquisizione delle aree strategicamente più importanti per posizione geografica e per rilievo politico174. Già nel XII secolo il Comune cittadino si era assicurato, infatti, la giurisdizione sui castelli di Serravalle, di Carmignano e di Bargi e avrebbe di lì a poco dato avvio alla costruzione di quelli di Tizzana e di Montale ed esteso il suo controllo su Larciano, Lamporecchio e Batoni, attraverso le già ricordate vicende processuali con il vescovo e di acquisto con i conti Guidi175. La fortificazione dei villaggi era stata subordinata, oltre che ad esigenze militari, allo svi- 172 SETTIA, Castelli e villaggi, pp. 467-480; SZABÓ, Strade e potere pubblico, pp. 83-89. 173 RAUTY, Incastellamento, passim; IDEM, Castrum, pp. 10-14. Più in generale, cfr. SETTIA, Castelli, popolamento, pp. 133-140; COMBA, Strutture, pp. 9-12; TOUBERT, Structures, pp. 303-368; IDEM, Incastellamento, pp. 82-96. 174 L’importanza strategica era riferita alle zone limitanee e alle aree di più alta densità signorile, nelle quali i castelli potevano svolgere il ruolo di teste di ponte per l’estensione del potere comunale (CHERUBINI-FRANCOVICH, Insediamenti, pp. 889-893). 175 Il castello di Montale fu costruito nei primi anni del XIII secolo (Liber censuum, 17, 1206 marzo 9 e RAUTY, Montale, pp. 16-17); per gli altri castelli cfr. il paragrafo I di questo capitolo Castelli, signori e conquista del contado e la nota 72 del paragrafo 2. 70 I.2 Diocesi, comitatus, districtus luppo economico, alla situazione politica e alle iniziative della classe dirigente locale, tutti fattori che conferirono specifiche caratteristiche organizzative alle forme del popolamento rurale pistoiese che si mantennero pressoché inalterate dall’età precomunale sino al basso Medioevo176. Un quadro organico delle forme insediative castrensi dell’età 177 comunale si ricava da un tardo inventario di beni del secolo XIV . Il documento, di incerta datazione ma attribuibile nella sostanza del 178 dettato alla prima metà del ’300 , riporta l’insieme dei possessi e dei beni immobili, cittadini e rurali, di proprietà del Comune di Pistoia. L’elenco offre un panorama articolato degli edifici comunali, consen- tendo di distinguere, attraverso la descrizione delle loro caratteristiche tipologiche, le strutture di carattere militare dai più frequenti villaggi fortificati. Dei complessivi quarantadue insediamenti riportati nel testo, infatti, ben ventisei sono descritti come centri abitati circondati da mura179, dieci come villaggi muniti sia di fortificazione esterna sia di 180 rocca interna , in funzione delle prevalenti esigenze difensive cui dovevano rispondere, ed infine sei come nuclei di carattere esclusiva- 181 mente militare . Se i documenti disponibili forniscono pochi partico- lari sui modelli costruttivi dei castelli pistoiesi del XII-XIV secolo, 176 FRANCESCONI, Forme di potere, p. 282; più in generale cfr. SETTIA, Castelli, popolamento, pp. 121-123; WICKHAM, Montagna, pp. 319-322; IDEM, Documenti scritti, passim. 177 Liber censuum, 866, [verso 1382, ma, almeno nella sua redazione originaria, anteriore al 1329]. 178 Santoli aveva datato il documento attorno al 1382 (Ibidem). Alcuni elementi presenti nel testo però, in particolare la presenza dei castelli di Carmignano, Artimino e Bacchereto passati nel 1329 sotto la giurisdizione fiorentina, rendono almeno la sostanza del documento retrodatabile ai primi tre decenni del XIV secolo. 179 La descrizione generalmente adottata per determinare tale tipologia insediativa, pur con qualche variante, è quella di castrum cum muris, merlis et alii muris circumcirca (ibidem): Cecina, Vinacciano, Casale, Montemagno, Castellina vallis Arni, Artimino, Bacchereto, Montale, Torri, Treppio, Fossato, Pratum Episcopi, Montemurlo, Piteccio, San Marcello, Gavinana, Mammiano, Lanciole, Crespore, Serra, Avaglio, Verruca, Momigno, Montagnana, Fagno, Castellina Molazzani. 180 Gli abitati con queste caratteristiche sono: Serravalle, Larciano, Lamporecchio, Tizzana, Carmignano, Sambuca, Piteglio, Calamecca, Marliana e Casore del Monte. Nel documento sono menzionati come castrum cum muris circumcirca et cum berteschis, merlis et turribus, et cum una rocha cum turri (ibidem). 181 Sambucone, Ponte Mezzano, Castrum S. Margarite, Bellosguardo (Piteglio), Sicurana (Popiglio), Castrum de Muris (Lizzano). La spiccata propensione militare di queste costruzioni è confermata, ad esempio, nel caso del Sambucone laddove è descritto come Castrum Sambuchonis, quod est latere superiori pro securo introitu et exitu rocche Sambuce et citernis (ibidem). Rete stradale e castelli di difesa 71 Fig. 6. L’insediamento fortificato di Serravalle. Sulla sinistra il torrione del secolo XII e sulla destra il complesso tardomedievale. Fig. 7. Veduta dal castello di Cecina (Larciano) dei castelli di Montevettolini e di Monsummano. I due insediamenti costituivano l’avamposto lucchese verso il districtus pistoiese. 72 I.2 Diocesi, comitatus, districtus permettono tuttavia di cogliere alcuni tratti fondamentali delle prin- 182 cipali forme insediative , in relazione al più generale contesto geo- politico nel quale interagivano. È da notare, in primo luogo, la forte continuità organizzativa dei nuclei abitativi sin dall’epoca altomedievale 183 e precomunale . Un continuum che dovette interessare sia le forme del popolamento rurale – non si determinò infatti uno sviluppo significativo di nuovi villaggi in età comunale – sia le strutture materiali le quali, probabilmente, derivavano in buona parte dal forte impulso costruttivo che aveva caratterizzato l’incastellamento dei secoli X e XI184. In secondo luogo, sembra dominante nel contado pistoiese la presenza di villaggi che funzionavano da centri organizzativi delle strutture fondiarie185 e, più in generale, da catalizzatori della vita socio- economica delle campagne piuttosto che da siti dal prevalente carat- tere difensivo-militare; quest’ultimi generalmente posti in specifiche 186 realtà territoriali – zone di confine e di presidio viario – e con precise finalità di salvaguardia e di protezione di uomini, cose e poteri. In tal senso appare significativa, ad esempio, la costruzione del «cassero del Ponte Mezzano», un piccolo edificio fortificato, posto sul confine tra il districtus pistoiese e il feudo vescovile della Sambuca in prossimità di una delle due teste del ponte, il quale doveva assolvere, con tanto di corpo armato di guardia, a determinate attività di sorveglianza e di controllo dell’importante via di transito della Sambuca187. 182 Si possono rintracciare accenni alle caratteristiche tipologiche, ma non vi è traccia di riferimenti alle strutture edilizie ed ai moduli costruttivi. Cfr. su questo argomento PIRILLO, Cantieri, passim. 183 RAUTY, Incastellamento, p. 36. 184 È necessario evidenziare i possibili limiti di una ricerca di questo tipo condotta esclusivamente sulle fonti documentarie, non essendo ancora state avviate indagini archeologiche in questo territorio. Cfr. RAUTY, Incastellamento, pp. 31-36. Più in generale cfr. FRANCOVICH, Contributo, pp. 299-301; DELOGU, Introduzione, p. 271. 185 Un elemento corrosivo degli spazi fortificati e comunitativi fu rappresentato dalla proprietà fondiaria cittadina che nella tarda età comunale intervenne nel modificare un sistema di popolamento radicato da secoli. Si veda a questo proposito JONES, Origini medievali, pp. 423- 425; CHERUBINI-FRANCOVICH, Insediamenti, pp. 901-904; KLAPISCH-ZUBER, Villaggi, pp. 324- 327; GINATEMPO, Popolamento, p. 133. 186 I «castra» con evidenti caratteristiche militari sorgevano in contesti particolarmente importanti dal punto di vista strategico, a protezione di zone di confine (Sambuca, Lizzano, Serravalle) o di importanti vie di comunicazione (Bellosguardo, Castrum S. Margaritae). Le funzioni del castrum S. Margaritae sono, ad esempio, ben individuate nella seconda cronaca di ser Luca Dominici: «per tenere il passo che quelli dalla Sambuca non potesseno venire di qua a fare danno» (DOMINICI, Cronaca seconda, p. 37). Cfr. anche RAUTY, Castrum, passim. 187 La prima notizia di questo edificio è contenuta in una provvisione del Comune di Rete stradale e castelli di difesa 73 La politica stradale costituì, come già ricordato, l’altro elemento di fondo sul quale il Comune di Pistoia impostò l’espansione e il successivo governo del districtus. Attraverso il controllo e la tutela della rete stradale le autorità cittadine non solo garantivano più sicuri spostamenti nel territorio alle truppe e agli ufficiali comunali, ma limitavano drasticamente anche le possibilità di resistenza degli anta- gonisti politici, diminuendone in modo consistente le potenzialità dei rifornimenti188. La cura normativa e strutturale con cui le autorità cittadine s’interessavano alla rete viaria era connessa anche con più generali motivi di carattere economico: i lavori di manutenzione e di ammodernamento cui erano sottoposte le più importanti direttrici di traffico locale ed interregionale pistoiesi miravano, infatti, ad assicu- rare più facili rifornimenti di materie prime e di prodotti finiti all’economia cittadina e alle popolazioni del territorio189. La posizione di Pistoia e del suo districtus, al centro di un rilevante nodo di comunicazioni con il nord della penisola, rendevano ancora più capillare l’interesse del Comune per la rete stradale nel suo complesso: la città era, infatti, luogo di passaggio delle principali arterie di collegamento con la Padania, con Firenze e con il medio Valdarno190. Il Comune cittadino manifestò, dunque, un progressivo interesse in materia di sicurezza e di gestione stradale che si esplicò, sia sul piano legislativo sia su quello operativo, in una politica di ampio respiro che comprendeva i più vari settori della manutenzione, della tutela e della sorveglianza191. Fu quella stradale una politica territoriale che ebbe un Pistoia del 1339 (ASP, Provvisioni e riforme, 6, 1339 novembre 12, c. 56r). Cfr. anche RAUTY, San Pellegrino, passim. 188 SZABÓ, Politica stradale, pp. 118-125. 189 IDEM, Strade e sicurezza, p. 214. 190 Vi erano due strade principali che collegavano la Toscana con le regioni settentrionali: l’una portava a Modena, in direzione nord-ovest e l’altra a Bologna, verso nord-est attraverso il passo della Collina (RAUTY, Il castello di Batoni, pp. 74-77; FOSCHI, Viabilità, passim); il collegamento tra Pistoia e Firenze era garantito dall’antico tracciato romano, che attraversando la Bure in località Seiarcole e l’Agna nelle vicinanze della Smilea via Prato, raggiungeva Firenze (Storia di Pistoia, I, pp. 119-120); i rapporti con la Valdinievole meridionale e quindi con il medio Valdarno erano assicurati dal passo del Montalbano (ibidem, p. 371). La localizzazione dei tracciati stradali medievali è favorita dalla presenza degli ospedali – Pratum Episcopi, S. Maria di Montepiano, Fontana Taona, San Salvatore all’Agna, San Baronto –, i quali svolgevano le funzioni di assistenza e ricovero per i viandanti oltre che di manutenzione stradale prima dell’interesse comunale (ibidem, pp. 366-373; cfr. anche VANNUCCHI, Chiesa e religiosità. 191 Tutela e vigilanza: Breve populi, I, 51, I, 111; Statutum potestatis 1296, III. 101, IV. 74 I.2 Diocesi, comitatus, districtus ruolo determinante nel dominio del contado e che nel corso del XIII secolo fu progressivamente demandata alle competenze dei Comuni 192 rurali . Fig. 8. Castello di Capraia. L’insediamento entrò a far parte, nella prima metà del secolo XIII, del districtus pistoiese data la sua posizione strategica a ridosso dell’Arno. 148, V. 22, 24, 41, Tractatus, 7, 59, 61, 121. Manutenzione: Breve consulum, 12, 98; Statutum potestatis 1180, 18, 37; Statutum potestatis 1296, V. 27, 28, 33, 42, 42a. 192 La manutenzione e la gestione delle strade ben presto passò dagli organi centrali a quelli periferici delle comunità rurali come è attestato nelle deposizioni di alcuni testimoni della vertenza tra vescovo e Comune del 1221: Rinforzato, rappresentante del Comune, ad esempio, dichiarò che la comunità di Lamporecchio teneva in ordine strade e fossi già da sessant’anni (Liber censuum, 134, 1221 agosto 19: quod a LX annis hucusque homines de Lamporecchio actaverunt vias et fossata preexunte comune Pistorii); dello stesso tenore furono anche le affermazioni di Ghisello che era stato rettore di quella comunità (ibidem). Cfr. anche Breve populi, I. 53, II. 26, 56; Statuto della Sambuca, 84, 86, 90. 75 I. 3 Il districtus civitatis pistoiese nella geografia territoriale comunale. Costruzione, assetti, instabilità TRA PRECOCITÀ E «BLOCCAGGIO»: PISTOIA SI CONSOLIDA E L’OMBRA DI FIRENZE SI ALLUNGA Ernesto Sestan nel suo saggio sulla città comunale italiana propo- neva, non senza distinguo, almeno due possibilità di metodo e di interpretazione storiografica, evidenziando peraltro per ognuna i rischi connessi: «quello di cadere e di smarrirsi nella infinita moltepli- cità dell’individuale concreto, e quello di scivolare nella generalizzazione tipicizzante, ma astratta nel senso di non essere perfettamente aderen- te a nessun caso concreto»1. Se in quella occasione il grande storico trentino-istriano individuava nella seconda opzione quella meno ri- schiosa dovendo affrontare un problema di vasta apertura comparati- va come quello della città italiana in rapporto con quella europea, in questo caso di ben più limitate ambizioni si tenterà, nei limiti del possibile, di tenere insieme i due piani di analisi. Il processo di formazione del districtus civitatis a Pistoia – e siamo nell’ottica dell’in- dividuale concreto – perderebbe una buona parte delle sue potenzialità euristiche se non tentassimo di valutarne cronologia, morfologia, sistemi di gestione ed esiti sulla base delle acquisizioni della più recente storiografia, per meglio inquadrarne, in una prospettiva più ampia, sincronie, originalità e appiattimenti. I territori e gli spazi politici dei secoli centrali del Medioevo hanno, del resto, conosciuto e vanno conoscendo tutta una serie di 1 SESTAN, La città comunale italiana dei secoli XI-XIII, p. 176. 76 I.3 Il districtus civitatis pistoiese indagini e di riletture che tendono a riconsiderarne le strutture, le fisionomie sociali e le forme del potere. A ben vedere «il topos storiografico del Comune cittadino duecentesco come eversore della feudalità e del mondo signorile e come costruttore di un territorio compatto»2, sembra da qualche tempo rimesso in discussione, secon- do una declinazione più sensibile alla tenuta sociale ed economica degli spazi politici della campagna: è così che si sono venuti correggen- do e integrando modelli più problematici e, di volta in volta, più attenti alle sfumature di un rapporto complesso e non sempre lineare. Debole inquadramento, disciplinamento, assimilazione delle svariate forme di dominatus loci, riconoscimento di fatto e patteggiamento con i poteri presenti nel territorio, come ha di recente ricordato Gian Maria Varanini, si possono considerare i termini più aggiornati del vocabo- lario interpretativo dei rapporti città-campagna nell’Italia comunale3. 4 Pistoia, nella Toscana comunale terra di città , ebbe un ruolo ed uno spazio significativi per importanza politica ed economica, per il dinamismo del proprio ceto dirigente, per il raggio d’azione dei suoi uomini d’affari, per la capacità di maturare una propria identità artistica e culturale, seppur ad una certa distanza, in una ideale gerarchia urbana regionale, da Firenze, Pisa e Siena, ma subito a ridosso di Lucca e ad uno stesso livello di Arezzo, di Prato e di Volterra5. Così almeno per un osservatore di fine Duecento: un secolo prima il quadro sarebbe stato ben diverso e a tutto vantaggio della 6 nostra città . E lo vedremo. Una città di impronta romana, con una consolidata tradizione vescovile ed un territorio diocesano incardinato 7 tra la catena appenninica a nord , quello fiorentino a levante, quello lucchese a ponente, e il corso dell’Arno a sud, la cui collocazione pedemontana ha contribuito, senza eccedere in marcati determinismi, 2 VARANINI, Aristocrazie e poteri nell’Italia centro-settentrionale, pp. 128-129. 3 Ibidem, p. 128. 4 Sull’urbanizzazione toscana duecentesca, in una storiografia vasta e in progressione, si possono vedere le riflessioni di CHERUBINI, Una «terra di città»; IDEM, Città comunali, pp. 7-10 e passim; per un’analisi più serrata sulle tendenze demografiche, cfr. GINATEMPO, SANDRI L’Italia delle città, pp. 105-115, in cui Maria Ginatempo parla di un livello di urbanizzazione per la Toscana senza eguali nell’Europa del tempo. 5 CROUZET-PAVAN, Inferni e paradisi, p. 11. 6 Per queste considerazioni mi permetto di rimandare al mio recente intervento FRANCESCONI, Pistoia e Firenze in età comunale. 7 Per le vicende della Pistoia di età romana e tardoantica, cfr. Storia di Pistoia, I, pp. 12-36. Tra precocità e «bloccaggio» 77 a connotarne l’importanza quale snodo viario per le comunicazioni transappenniniche. Una vocazione viaria quella della Pistoia medieva- le che non mancarono di cogliere anche osservatori contemporanei, esterni alla città, come il fiorentino Dino Compagni, quando nel descrivere la città nella sua Cronica sottolineò che «era nel piano, piccioletta, e ben murata e merlata e con forteze e con porti da guerra e con gran fossi d’acqua»8, ma soprattutto che la sua posizione consentiva ai cittadini di andare «per vittuaglia alla Sambuca, e altri luoghi ed altre castella di verso Bologna, e agevolmente la conduceano 9 in Pistoia» . Una qualità quella di snodo stradale che dovette ben presto favorire la vocazione mercantile della città tanto che, per limitarsi ad un altro osservatore straniero, il geografo arabo Edrisi poté descriverla, per la seconda metà del secolo XII, come città piccola ma 10 con «mura, mercati frequentati e commercio attivo» . Il dinamismo commerciale richiamato nella efficace descrizione di Edrisi sembra davvero sintetizzare al meglio la vivacità che la Pistoia centesca dovette raggiungere sotto il profilo della sperimentazione istituzionale, della crescita economica e dello sviluppo urbanistico e che alcuni indicatori suggeriscono, seppur con prudenza, di inserire tra le città più attive nella Toscana interna del secolo XII11. Sono da interpretare, in questo senso, la menzione di un collegio consolare tra le più alte della Tuscia – riferibile al 1105 e preceduta soltanto da Pisa 12 e da Arezzo –, la più precoce menzione di una magistratura podestarile, 13 sebbene di nomina imperiale, quella del visconte Gerardo del 1158 , un corpus statutario tra i più vetusti dell’Italia comunale dopo quelli di 14 Genova e di Pisa . Si tratta, com’è evidente, di dati indicativi e per 8 COMPAGNI, Cronica, III, XIII. 9 Ibidem, III, XIV. 10 «Libro di re Ruggero» compilato da Edrisi, p. 92. 11 Per queste considerazioni rimando a due miei contributi recenti: FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines», pp. 19-22 (cfr. capitolo II, 4 di questo volume) e IDEM, Pistoia e Firenze in età comunale. 12 Per un quadro comparativo delle prime attestazioni toscane, cfr. WALEY, Le città- repubblica, p. 48. 13 RCP, Canonica XII, 480, 1158 ottobre 12: cum auctoritate domini Gerardi vicecomitis, Pistoriensis potestatis. Cfr. a questo proposito le osservazioni di SESTAN, Ricerche intorno ai primi podestà, pp. 20 e sgg.; per una fase più avanzata si può vedere GUYOTJEANNIN, I podestà imperiali, passim. 14 Statuti pistoiesi del secolo XII. Cfr. inoltre STORTI STORCHI, Intorno ai Costituti pisani, pp. 33 sgg.; ASCHERI, I diritti del Medioevo, pp. 154-167. 78 I.3 Il districtus civitatis pistoiese molti aspetti spuri ai quali andranno, in ogni modo, affiancate le testimonianze che rimandano ad un tessuto urbanistico, economico e sociale di una qualche mobilità, con una forma urbis che nella seconda 15 metà del secolo XII appare in costante crescita , un collegio di mercanti i cui consoli – consules negotiatorum – avevano accesso ai Consigli comunali e lo stesso conflitto sociale, magnates-populares/ maiores-minores, che nello stesso torno di anni, conosceva già una sua 16 strutturata definizione istituzionale . Un insieme di indici, è bene ribadirlo, con un valore relativo e che meriterebbero un più solido ancoraggio, ma che tuttavia sembrano determinare un quadro di precocità politica e sociale per la Pistoia d’età consolare e protopodestarile. Una dinamica sociale quella pistoiese così leggibile che aveva, d’altro canto, consentito a Jean Claude Maire Vigueur di interpretarne le forme della conflittualità interna e le soluzioni adoperate per sanare i contrasti tra nobiltà e popolo nella direzione di una «certa precocità»17. Aggiungeva lo storico francese, per converso, che gli sviluppi politici e sociali della Pistoia duecentesca avrebbero dato prova di un certo arcaismo, di una sorta di «bloccaggio» 18 dei funzionamenti sociali e delle relative pratiche politiche . Un divario quello espresso dalle categorie di «precocità» e di «bloccaggio» che sembra, per la sua bontà euristica, potersi applicare anche al complesso fenomeno della costruzione, organizzazione e gestione del territorium civitatis. È opinione condivisa, del resto, che il secolo XII abbia costituito per Pistoia il momento più alto in termini di crescita complessiva e di sperimentazione istituzionale – e questo anche in una più ampia ottica comparativa toscana – tanto che, è stato scritto, «la città sembra continuasse a crescere anche nel corso del XIII secolo, ma tuttavia meno che nell’età precedente»19. Quel secolo XII che costituì per Pistoia, non diversamente da altre realtà comunali, il periodo chiave della stessa organizzazione territoriale cittadina. Non troppo diversamente da altre città, ma con 15 MORETTI, Le pietre della città, passim; BOTTARI SCARFANTONI, Cantiere di San Giovanni, pp. 15 sgg. 16 Breve consulum, 71, 3. 17 MAIRE VIGUEUR, Osservazioni sugli statuti, pp. 3-4. 18 Ibidem: «mi era parso che in realtà sarebbe stato meglio parlare di bloccaggio piuttosto che di arcaismo per caratterizzare la situazione sociale e politica venutasi a creare a Pistoia a partire dalla fine del XIII secolo» (p. 3). 19 CHERUBINI, Apogeo e declino p. 42. Tra precocità e «bloccaggio» 79 20 caratteri suoi propri di accelerazione. Tra le date estreme del 1105 , infatti, virtuale avvio dell’esperienza comunale con la più antica attestazione di un collegio consolare, e il 1180, punto di approdo della più antica normativa cittadina, gli assi portanti del districtus comunale sembrano sostanzialmente impostati21. Il comitatus di matrice carolingia, ricavato sul territorio diocesano di derivazione tardoantica, per quan- 22 to innervato da una maglia signorile di «media feudalizzazione» , divenne ben presto lo spazio teorico di riferimento e il bacino di progressiva espansione della dominazione territoriale urbana. L’embrionale districtus corrispondente alle quattro miglia attestate nel più antico frammento statutario pistoiese furono rapidamente accresciute, seppur con modalità che almeno in questa prima fase apparivano più legate alla contingenza politica che ad un disegno preordinato23. Il memoriale del vescovo Ildibrando dell’inizio degli anni Trenta è, di fatto, piuttosto preciso nel documentare, non senza una qualche ovvia venatura ideologica, tutto un movimento di laici – con sicuro riferimento al Comune urbano ma non soltanto – che tendevano ad usurpare i beni e le pertinenze dell’episcopato pistoiese, anche con la forza: pessimi homines diripiunt et furantur res ecclesie, per vim et fraudem24. Gli anni centrali del secolo XII videro un confronto serrato con le forze signorili: una progressione di cui si conservano significative 25 conferme in un breve del 1148 , nel quale un magistrato con incarichi 20 RCP, Canonica XII, 329, 1105 agosto. 21 Breve consulum, 60: ad castrum Sanbucam et ad plebem de Seiano et usque ad plebem de Lamporechio et usque ad flumen Nebule et usque Montemurlum et usque ad ecclesiam Sancti Martini de Campo. Cfr. anche FRANCESCONI, Districtus, nota 40 (cfr. supra il capitolo I.2). 22 Per la connotazione signorile del contado, cfr. IDEM, Signoria rurale, p. 136 (cfr. supra il capitolo I. 1). 23 Constitutum consulum 1117, 1: usque ad .IIII. miliaria prope civitatem Pistoriam, que sunt nostri districtus...et quod inde consules possint facere quod utile sit nostre civitati. Durante la prima età comunale, dunque, se dessimo credito alla datazione offerta da Rauty e Savino – così come si era fatto in capitolo I.2, nota 5 e testo relativo – il districtus comunale si sarebbe esteso grosso modo fino alle località di Masiano, Piuvica, Pacciana, Chiazzano, San Quirico, Candeglia, San Felice, Piazza, Celle, Groppoli. Rispetto a dieci anni fa una lettura meno possibilista, insieme all’esito delle discussioni che nel frattempo si sono avute sulla datazione del più antico frammento statutario ci spingono ad un atteggiamento di maggiore cautela nei confronti di una data che, a fronte di elementi di sicura forza, pare essere per più di un aspetto troppo alta (WESTHUES, Beobachtungen; RAUTY, Nuove considerazioni; ASCHERI, I diritti del Medioevo, p. 166 e nota 26; RONZANI, Inquadramento pastorale, pp. 25-26, nota 25). 24 RCP, Vescovado, 211 (1132 circa). Cfr. anche infra capitolo I.2, nota 33 e testo relativo. 25 RCP, Canonica XII, 457, 1148 luglio. Cfr. ancora il capitolo I.2 alla nota 34. 80 I.3 Il districtus civitatis pistoiese di carattere militare si diceva disponibile ad interventi armati nel comitatus, con la sola eccezione per la guerra contro i Guidi, e in una lettera con la quale il conte Alberto di Prato chiedeva aiuto di milizie 26 al conte Guido per far fronte ad un possibile assalto dei pistoiesi . Testimonianze, queste, di sicuro interesse per ragioni di ordine diver- so: in primo luogo, quale residuale conferma del fatto che la fase iniziale e centrale della cosiddetta «conquista del contado» a Pistoia dovette essere anche la più cruenta, con il ricorso all’uso della forza e degli eserciti – anche se in verità mai in una misura troppo rilevante; in secondo luogo, ed è forse il riscontro più interessante, perché, almeno le prime due menzioni, gettano un fascio di luce sui più consistenti poteri locali del comitatus pistoriensis: il Vescovado, in ambito ecclesiastico, e i conti Guidi, in ambito laico. Compagini con fisionomie e caratteri diversi, ma accomunate da un diffuso radicamento patrimoniale nel contado, una vasta gamma di legami clientelari e di fideles, una configurazione del loro dominatus di natura se non territoriale, almeno diffusa ed estesa27: di sicuro i maggiori nuclei di potere con cui fare i conti per arrivare a quella trasformazione degli spazi politici e giurisdizionali che il Comune aveva avviato. Il quadro politico locale era, però, ovviamente più complesso. Insieme ai nuclei di potere più significativi agivano, infatti, altre forze della piccola e della grande aristocrazia signorile, magari più marginali ma ben attive nel territorio: così per i conti Alberti, nella parte più orientale verso Prato e nella montagna più prossima a Bologna, così per alcuni monasteri urbani e rurali e, così, per una cospicua schiera di gruppi familiari e consortili minori, la cui interazione sociale era per lo più da ascrivere alle fila della vassallità vescovile e guidinga28. Quest’ultimo è un aspetto decisivo. La spiccata polarizzazione sociale, il circuito di fedeltà che quei due blocchi maggiori avevano attivato nelle campagne pistoiesi contenevano, infatti, le ragioni stesse della debolezza e della scarsa tenuta degli spazi signorili duecenteschi. La forza di quella struttura di potere portava con sé anche le sue congenite fragilità. E questo perché una volta indebolite le strutture di dominio più forti, implose, e in tempi abbastanza rapidi, anche tutto quel 26 FERRALI, Documento, pp. 83 sgg. 27 FRANCESCONI, Signoria rurale, pp. 123-125 (ora supra capitolo I.1). 28 Ibidem, passim. Tra precocità e «bloccaggio» 81 sistema di potere che vi si collegava, quel pulviscolo signorile che ai legami clientelari doveva la propria stessa sopravvivenza. La penetrazione cittadina nel contado fu, anche per queste ragioni, abbastanza rapida: rapida, ma non senza sofferenza e contrac- colpi. Già negli ultimi due decenni del secolo XII l’area di espansione della giurisdizione urbana fu delineata nelle sue linee perimetrali: non è casuale che proprio in quegli anni il Comune cittadino fosse impe- gnato militarmente con i centri contermini di Prato e di Montecatini29. Parrebbe di poter dire che una volta definiti gli ambiti esterni le magistrature comunali avessero proceduto per riempimento; di fatto, consolidate le linee cardinali di espansione fu dato avvio ad una politica di negoziazione con i soggetti attivi nel territorio, secondo i modelli dei patti di accomandigia e di sottomissione. Furono promossi anche i primi tentativi di strutturazione istituzionale delle aree acqui- site. Gli ultimi decenni del secolo – gli anni ’70-’80 – rappresentarono, del resto, un passaggio significativo sul piano istituzionale, nel ricam- bio del ceto dirigente cittadino e nella definizione di una politica di inurbamento dal contado che ebbe effetti concreti nelle dinamiche sociali e territoriali30: da un lato arrivarono in città forze nuove per la manodopera, ma anche proprietari rurali, notai e mercanti, dall’altro il buon livello di integrazione di alcuni settori dell’aristocrazia comitatina – si prenda il caso dei Tedici su tutti – all’interno dell’élites consolare 31 favorì e mediò l’acquisizione di spazi rurali da parte della città . E proprio a quello scorcio del secolo XII rimandano le prime menzioni di rectores e di altri ufficiali inviati dalla città nelle comunità rurali: a 32 Serravalle, a Carmignano, a Montale . 29 Per i contrasti con Montecatini, Liber censuum, 5, 1179 aprile 20; per i contrasti con Prato, sul confine occidentale, cfr. Statutum potestatis 1180, 52. La fortificazione del castello di Carmignano da parte di Pistoia s’inseriva proprio in questo disegno di consolidamento e di contenimento del confine verso Prato: il tentativo di conquista da parte dei Pratesi è narrato con dovizia di dettagli da DAVIDSOHN, Storia di Firenze, I, p. 668. La battaglia di Carmignano trovò un primo cronista in VILLANI, Cronica, V, 38: «Negli anni di Cristo MCLIIII, avendo guerra i Pratesi co’ Pistolesi per lo castello di Carmignano, e essendovi cavalcati i Pratesi colle masnade e aiuto de’ Fiorentini, sì vi furo sconfitti da’ Pistolesi». 30 Significative le agevolazioni che le magistrature urbane riconoscevano ai nobili che si fossero resi disponibili ad inurbarsi (Breve consulum, 40). 31 Sul ricambio in seno alla società cittadina pistoiese di fine secolo XII, cfr. RAUTY, Una sentenza di separazione; FRANCESCONI, Qualche considerazione, pp. 170-172; IDEM, Signoria rurale, pp. 141 sgg. (ora supra capitolo I.1). 32 Serravalle: Breve consulum, 96; Carmignano: Statutum potestatis 1180, 52; Montale: 82 I.3 Il districtus civitatis pistoiese Il passaggio tra la fase consolare e quella podestarile coincise anche a Pistoia, secondo il modello proposto da Antonio Ivan Pini per 33 l’Italia padana , con l’avvio di una progettualità urbana. Il centro, in altre parole, iniziava a pensare, a impostare e ad organizzare la sua periferia: così nell’arco dei primi tre decenni del secolo XIII il processo di conquista, assestamento e organizzazione del districtus fu impostato nelle sue linee essenziali. Il secondo e il terzo decennio del Duecento furono più specificamente impiegati nella definizione delle aree di confine più instabili: a nord, quella del crinale appenninico attraverso un lungo scontro con Bologna che si concluse con l’accordo di Viterbo del 121934; a sud, verso il Valdarno inferiore, con l’acquisizione dei centri incastellati di Lamporecchio e di Larciano: dopo un lungo conflitto con il vescovado il primo, per acquisto dai conti Guidi il 35 secondo . Fu questa la fase di prima stabilizzazione del districtus civitatis e, con ogni probabilità, il momento migliore, l’apogeo politi- co-territoriale pistoiese: e anzitutto in termini di prospettive politiche ed economiche. Di lì a poco gli scenari sarebbero mutati, e pesante- mente: nei fatti, piuttosto che nella forma, si sarebbero annunciati i primi segni di quel «bloccaggio», di quell’arresto cui si è accennato. Non è fuori luogo, pertanto, individuare le scansioni principali di una cronologia dello state-building pistoiese: un primo periodo, grosso modo fino agli anni 1170-1180, caratterizzato da usurpazioni, contra- sti armati e, per lo più, dettato dai ritmi della contingenza politica, per quanto di sicura efficacia nel disegnare le linee e i punti guida della costruzione cittadina; una fase intermedia – coincidente con gli anni finali del secolo XII e i primissimi del successivo – in cui fu avviata un’organica politica di patteggiamento con le comunità, dando avvio ad una embrionale sistemazione istituzionale delle zone acquisite; infine, una terza fase entro la metà del Duecento, che doveva coinci- dere con la stabilizzazione del dominio urbano, perseguita attraverso una coerente politica di definizione delle aree confinarie più insicure. La precocità e la forza del processo di conquista pistoiese, anche in prospettiva comparativa non devono stupire. E per più di una ragio- Liber censuum, 16, 1206 marzo 9. 33 PINI, La politica territoriale, pp. 142-157. 34 Per la pace di Viterbo, cfr. Liber censuum, 88, 1219 ottobre 16 e FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo II.3), nota 6 e testo relativo. 35 Cfr. infra i capitoli II.4 e III.2. Tra precocità e «bloccaggio» 83 36 ne . Ma soprattutto non devono indurre a ritenere che la formazione del territorium civitatis a Pistoia fosse un monolite compatto e inattac- cabile già alla metà del Duecento: rimanevano le instabilità, legate in primis alle montagne dell’Appennino, e le interferenze delle forze politiche esterne, l’«ombra» lunga e inquietante di Firenze su tutte. Gli anni Venti del Duecento furono, in questo senso, davvero decisivi per le prospettive future della Pistoia duecentesca. E lo furono in tutti i sensi, nel bene e nel male: il ceto dirigente cittadino aveva operato con una tale perspicacia che non solo aveva consentito di saldare, almeno formalmente, le aree più insicure del districtus, ma aveva al contempo assicurato fondamentali possibilità di sviluppo politico ed economico alla città, con il controllo della viabilità dei passi appenninici verso l’Emilia e la pianura Padana e con l’acquisto del castello di Larciano e del contiguo porto di Brugnano, della navigazio- ne nelle paludi della Valdarno inferiore fino al canale dell’Usciana e, quindi, a Pisa e al mare37. Veniva così a crearsi un quadro geo-politico nel quale un unico potere cittadino poteva controllare senza soluzione di continuità un asse viario di primaria importanza che tagliava la Toscana da sud-ovest a nord-est: si trattava di un corridoio commer- ciale dal potenziale straordinario, nel cuore della regione e in grado di collegare il Mar Tirreno alla Pianura Padana38. Pistoia aveva posto le basi per un decollo economico che avrebbe potuto collocarla in una posizione dominante all’interno del ‘policentrismo’ toscano dell’apo- geo comunale. Un ruolo, con tutta probabilità, così significativo che la vicina Firenze nel pieno del suo slancio politico e commerciale non poteva permettersi di avallare: la minaccia pistoiese non doveva essere sottovalutata e così la reazione della città gigliata fu drastica e violen- ta39. Il 1228 segnò lo spartiacque fra una grandezza possibile e un’om- bra inevitabile. Nei primi mesi di quell’anno, infatti, le truppe fioren- tine assaltarono i castelli di Montefiori e di Carmignano e distrussero 36 Basterà qui richiamare due considerazioni su tutte: quello pistoiese era un contado piccolo, di circa 900 kmq., e caratterizzato da un quadro signorile con una buona presa sul territorio ma destinato ad una precoce implosione. 37 Cfr. infra i capitoli II.4 e III.2; per considerazioni sulla politica stradale pistoiese e sull’assetto viario tardomedievale, cfr. SZABÓ, Comuni, pp. 113 sgg e 215 sgg; BARLUCCHI, Mutamenti nella viabilità, pp. 194 sgg. 38 Cfr. FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines», pp. 16-23 (ora infra capitolo II.4). 39 IDEM, Pistoia e Firenze in età comunale, nello specifico il paragrafo Alla ricerca del bivio: le origini del decollo fiorentino e la lenta deriva pistoiese. 84 I.3 Il districtus civitatis pistoiese quelli di Lamporecchio e di Larciano, tutti presidi pistoiesi di notevole valore strategico sulle pendici di quell’area di confine che era il Montalbano. Quelle distruzioni erano l’atto di supremazia sull’asse commerciale fluviale costituito dall’Arno e la base per portare l’asse- dio sotto le mura della città40. Il messaggio inviato da Firenze era forte e chiaro e se può sembrare esagerata l’affermazione di Robert Davidsohn per cui da quel momento in poi Pistoia sarebbe divenuta «una specie di colonia 41 della città sull’Arno» , certo è che la battuta d’arresto, il «bloccaggio» subìto dovette cambiare e di molto le prospettive della crescita interna e della spinta territoriale: non solo mutarono molti degli equilibri in campo, ma soprattutto si contrassero i margini dell’autonomia in politica estera e crebbero a dismisura i condizionamenti della più potente vicina – basti pensare alla pacificazione imposta da Firenze fra la pars militum e la pars populi di Pistoia del 123742. Una ingerenza fiorentina che, se nel corso del Duecento rimase tutto sommato latente, ma presente, dal secolo successivo avrebbe assunto una fisionomia sempre più pressante, con un crescendo di occupazione degli spazi politici, tra il 1331 e il 1373, i cui esiti a livello territoriale, fino al definitivo inglobamento nello Stato regionale, si sarebbero prestati ad una dialettica divaricata: per un verso Pistoia e il suo territorio divennero ben presto oggetto delle mire fiorentine, ma dall’altro, in virtù dell’attitudine gigliata al predominio politico, mili- tare ed economico, piuttosto che all’inglobamento amministrativo dei territori assoggettati, il nostro contado avrebbe mantenuto significa- tivi spazi di autonomia fin dentro la piena età moderna43. Ma su questo torneremo. 40 DAVIDSOHN, Storia di Firenze, II, pp. 214-216 e supra le note 37, 38 e 39. 41 Ibidem, p. 218. 42 Liber censuum, 303, 1237 agosto 3. Per i condizionamenti fiorentini sull’evoluzione politica pistoiese, cfr. anche CHERUBINI, Apogeo e declino, passim; IDEM, Pistoia comune libero, pp. 182-183. 43 CHITTOLINI, La formazione dello Stato, pp. 230-231; ZORZI, Pistoia e il suo territorio, pp. 319 sgg; gli effetti della particolare situazione che vissero Pistoia e il suo territorio entro la cornice fiorentina in età moderna sono stati oggetto di studio da parte di MANNORI, Il sovrano tutore, le pp. 17-43 e 121-123; VIVOLI, Tra autonomia e controllo, in particolare le pp. 154 sgg; IDEM, Cittadini pistoiesi e ufficiali, pp. 5-8. Una più ampia riflessione sul legame, di lunga e persino di lunghissima durata, fra Stato territoriale e città, sui caratteri e i nessi costitutivi dello Stato premoderno è condotta da MANNORI, Il ‘piccolo stato’, pp. 51 sgg. Dal contado verso la città 85 DAL CONTADO VERSO LA CITTÀ: PREROGATIVE SIGNORILI E COMUNITÀ DI VILLAGGIO. LA PERCEZIONE DEL POTERE CITTADINO I territori e gli spazi politici costituiscono i termini di un binomio di sicuro valore interpretativo: in misura ancora più evidente quando si tratti di un processo di coordinamento e di disciplinamento condot- to da una città nei confronti di nuclei di potere locale di scala diversa – borghi, comunità e signorie. Il territorio, inteso come ambito geografico, interagisce con il concetto di spazio politico, la cui fisiono- mia non è data, ma costruita, pensata ed elaborata dalla politica nella sua necessaria reciprocità con la dimensione spaziale44. Una interazione i cui connotati rimandano, peraltro, al dominio giurisdizionale ed 45 economico, al controllo delle risorse, alla disponibilità degli uomini . Un binomio difficile, complesso e problematico quello fra territorio e spazio politico e con tutta una gamma di declinazioni possibili. Ma soprattutto un binomio che richiede precise opzioni metodologiche: dall’osservazione delle asimmetrie politiche del centro e della perife- ria, alle strategie cittadine nella costruzione ‘materiale’ del proprio spazio, fino alla valutazione qualitativa di quella medesima costruzio- ne. Il che implica uno sforzo non banale: quello di condurre lo sguardo al di sotto del politico e del giurisdizionale, alla ricerca della trama più interna delle condizioni reali dei ‘territori’ e dei loro protagonisti. Ora, se le prospettive del centro, quelle della città di Pistoia, sono state a grandi linee enunciate, quelle della periferia si sono appena sfiorate. Una periferia la cui configurazione politica e territoriale era scandita, lo si è in parte visto, da alcuni blocchi di potere di più larghe dimensioni, come il vescovado e i conti Guidi, e da una diversificata congerie di protagonisti minori – monasteri urbani e rurali, media aristocrazia campagnola, élites di castello – i cui legami con i gruppi di profilo zonale erano talmente forti che ne sarebbero stati inevitabil- mente condizionati46. Questi caratteri furono quelli che determinaro- 44 Il rapporto tra ambiti spaziali geografici e politici è trattato, con particolare riferimen- to all’affermazione di un principio di territorialità e di costruzione di uno spazio giuridico, da MARCHETTI, I limiti della giurisdizione, pp. 88-91. 45 Una sintesi delle relazioni economiche fra città e campagna nell’Italia medievale è quella di PINTO, I rapporti economici, passim. 46 Cfr. FRANCESCONI, Signoria rurale, pp. 128 sgg (ora supra capitolo I.1). 86 I.3 Il districtus civitatis pistoiese no il diverso destino di quei poteri nei secoli XI e XII e poi nel XIII: un divario che li contraddistinse per solidità, forza politica e presa sul territorio prima – una forza sia detto per inciso da ricondurre nell’am- bito di una facies toscana comunque più flebile rispetto a quella settentrionale47 – e una loro tenuta molto bassa, successivamente, nel corso del Duecento. Poteri la cui articolazione sul territorio era costituita da una maglia omogenea di castelli di prima generazione e la cui base economica era per lo più legata ai redditi e agli oneri fondiari, con la sola eccezione dei conti Guidi, la cui forza si orientava, prevalentemente, sulla mobilitazione degli uomini e su una diversificazione delle risorse economiche quali i diritti di pedaggio terrestre e fluviale48. Un quadro quello dei soggetti attivi nelle campagne pistoiesi che venne ulteriormente complicandosi lungo il secolo XII sotto la spinta rivendicatoria e autonomistica delle comunità rurali. Collettività di uomini, già attestate in una loro embrionale dimensione comunitaria dallo scorcio del secolo XI, la cui maturazione istituzionale avvenne subito dopo la metà del secolo successivo e la cui fisionomia sociale e demografica non andava oltre quella del piccolo villaggio ad economia agricola e silvo-pastorale, con una popolazione attorno al migliaio di abitanti nel migliore dei casi49. Unica eccezione fu forse quella della comunità di Carmignano: si trattava di un castello sorto in posizione strategica sulle propaggini sud-orientali del Montalbano verso Prato e Firenze, la cui consistenza demografica e la cui articolazione sociale, 50 se non proprio da «quasi città», erano sicuramente di scala maggiore . Ne sono una valida conferma la vitalità della compagine sociale che, già nei primi anni venti del Duecento, era fortemente polarizzata dando vita all’istituzionalizzazione del conflitto tra la pars militum e la pars populi locale e un più generale tratto ‘urbano’ del dinamismo economico che aveva spinto ripetutamente il Comune di Pistoia a negoziare, in quegli stessi decenni, consistenti spazi di autonomia con 47 CAMMAROSANO, Feudo e proprietà, p. 8. 48 COLLAVINI, Le basi economiche. 49 Cfr. in proposito le stime riportate in FRANCESCONI, Una scrittura di censi, pp. 12-13 e note 8 e 9 (ora infra capitolo III.2); IDEM, «Episcopus amasciat homines», pp. 19-20 e nota 18 (ora infra capitolo II.4). 50 BARLUCCHI, Società e istituzioni; SALVESTRINI, Carmignano, Poggio a Caiano e Monte Albano. Dal contado verso la città 87 51 gli uomini di quel castrum . Le forze territoriali, gli assetti sociali del contado erano in una fase di continuo rimodellamento. Di quel processo la città acquisì ben presto il ruolo di attore principale e di interlocutore, magari scomodo ma imprescindibile. E furono proprio le magistrature urbane che avvertirono forte la necessità di disciplinare quel pullulare, anche molto diverso per forza e tradizioni, di esperienze informali che necessitavano di stabilizzazione e formalizzazione52. Fu così avviato un progetto complessivo di ricomposizione istituzionale e di riorganizzazione amministrativa del territorio cittadino, il districtus civitatis, del quale i Comuni rurali divenivano i punti di raccordo e gli interlocutori privilegiati in una serrata dialettica che segnò anche l’inizio di un complesso rapporto di carattere politico, militare ed economico tra città e campagna53. Una fase assai significativa di tale processo è attestata dai giuramenti di fedeltà, con tutta la ricchezza del formulario notarile, che le collettività rurali sottoscrivevano con il Comune di Pistoia: così, tra le prime, quella di Granaione nel 1211, della Sambuca nel 1212, di Carmignano e di Artimino nel 1219 e di Tizzana nel 122154. Erano quei giuramenti anche l’indizio di un più profondo legame culturale che andava segnando le relazioni fra città e campagna: erano l’espressione di un linguaggio politico urbano che andava progressivamente caratterizzando le esperienze di quelle co- munità rurali, in una parabola che da aggregati informali tesi alla tutela di terre e di beni collettivi assumevano la forma di soggetti con una loro identità giuridica e politica55. Fu questo un passaggio significativo nei suoi esiti formali e istituzionali, ma non decisivo: almeno non tale da 51 BARLUCCHI, Società e istituzioni, pp. 35-37. Gli accordi e i patti fra la comunità di Carmignano e la città di Pistoia sono conservati nel Liber censuum, 58, 1219 maggio 8; 105, 1221 gennaio 4; ibidem, 227, 1225 gennaio 10; ibidem, 327, 1242 marzo 10. Cfr. anche supra capitolo I.2, nota 77 e testo relativo. 52 Si veda quanto scrive a questo proposito CAMMAROSANO, La nascita dei ceti dirigenti locali, p. 148. 53 Non mancarono situazioni in cui il Comune cittadino penetrò con capillarità nel tessuto patrimoniale delle comunità rurali, come dimostra la riscossione degli affitti a Serravalle, nelle ripartizioni della Nievole e di Agnano, del settembre del 1215 (Liber censuum, 46, 1215 post settembre 1). Così per gli acquisti di casamenti a Castiglione in Val di Bisenzio (ibidem, 47, 1216 giugno 16). 54 Liber censuum, 21, 1211 settembre 7; 24, 1212, luglio 30; 58, 1219 maggio 8; 60, 1219 maggio 11; 105, 1221 gennaio 4; 107, 1221 gennaio 5. 55 Cfr. supra il capitolo I.2 alla nota 74 e testo relativo; FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, 88 I.3 Il districtus civitatis pistoiese dire tutto il possibile sulla reale connotazione economica e sociale dei castelli e dei villaggi di campagna, di fronte alla trasformazione giurisdizionale operata dalla città. Corre l’obbligo, allora, di porsi alcune domande. Quali potevano essere le prospettive della periferia? Quale la logica reale dei rapporti sociali ed economici nelle campagne? Quale la percezione che si aveva della città nel suo vigore espansivo? Le risposte sono tutt’altro che facili: in primo luogo per la qualità di una documentazione o troppo urbanocentrica o troppo reticente. La comunità di Larciano ci offre, tuttavia, una possibilità. Quel locus collinare del Montalbano sud- occidentale che era stato dominio guidingo dalla fine del secolo XI, quindi incastellato nel secolo successivo fu acquistato dal Comune cittadino nel 1226 nell’ambito di quel più vasto progetto di accesso al mare, cui si è accennato. Fu quella l’occasione, in ragione della complessa situazione di sovrapposizione e di frizione politica che andava interessando tutta la zona di confine fra la Valdinievole, il Padule e il Valdarno, per avviare da parte del podestà pistoiese Guido da Palazzo un’inchiesta conoscitiva relativa all’assetto e alla precisa entità dei diritti giurisdizionali e degli introiti economici che la città si era da poco assicurata56. Un’inchiesta che faceva direttamente ricorso, forte delle pratiche di accertamento della verità affinate nel processo inquisitorio, alla voce dei residenti, al punto di vista degli uomini che 57 avevano vissuto quel trapasso di poteri . Era il 1227 e il tenore di quelle dichiarazioni, oltre che di sicuro interesse per la qualità e la ricchezza delle informazioni, è sorprendente. Le parole pronunciate dai testimoni non sembrano riuscire ad esprimere una cesura netta tra i sistemi di potere che si erano alternati sulla comunità, quello signorile dei Guidi e quello della città di Pistoia; non si coglie, in altri termini, alcuno scarto qualitativo tra quella che era stata la percezione del dominio guidingo e quella allora operante pp. 163-164 (ora infra capitolo II.1). Sul giuramento, la sua funzione identitaria e di motore della solidarietà, cfr. KELLER, La responsabilità del singolo, pp. 70-74; MICHAUD-QUANTIN, Universitas; PRODI, Sacramento del potere. Il linguaggio dell’identità sociale è ben indagato da GEERTZ, Interpretazione di culture; per la sua funzione, le sue forme, il rapporto con la storia delle comunità rurali tardomedievali, cfr. DELLA MISERICORDIA, Divenire comunità, pp. 42 sgg. e passim. 56 Cfr. infra capitolo III.2. 57 Una sintesi delle trasformazioni che subirono le forme del processo duecentesco in VALLERANI, Giustizia pubblica, pp. 19-57. Dal contado verso la città 89 58 di impronta urbana . I prelievi fiscali, gli ufficiali cittadini, l’esercizio della giustizia nell’ottica locale erano avvertiti come una naturale prosecuzione degli oneri e delle soggezioni cui erano stati sottoposti dai ministeriales signorili: la giurisdizione urbana era semplicemente vissuta come successiva a quella comitale. La cultura politica locale, seppur tra qualche filtro, non era in grado di distinguere e di ricono- scere effettive differenze fra due realtà che saremmo naturalmente portati a considerare fondate su principi e strutture di governo molto diverse, se non antitetiche. È questo un aspetto, seppur delicato e riottoso a lasciarsi circoscrivere, che offre utili spunti di riflessione sulla vita reale delle campagne, sul significato che poteva assumere per la cultura di quei villaggi il senso e la rappresentazione del potere: quegli uomini non si lasciavano sedurre da sottili disquisizioni politologiche, non era consentito loro da una struttura mentale che si fondava su categorie pratiche di conoscenza del mondo59. La coscien- za, le idee, il mondo astratto erano per quei contadini un tutt’uno con la realtà oggettiva, con le cose concrete. E il potere non esisteva come idea estranea alle sue manifestazioni: il potere era quello che si viveva e, più spesso, si pativa tutti i giorni in termini di oneri da versare, di ordini da eseguire, di giustizie da rispettare. E così nella comunità di Larciano quell’evento non dovette cambiare di molto la qualità di una vita trascorsa lavorando la terra e pescando nel Padule: le pesanti forme del prelievo fiscale urbano, dell’ammontare di 53 lire e 15 soldi nel 1250 più il versamento di un quarto dei proventi delle terre collettive60, e le gravose forme contrat- tuali introdotte dalla proprietà cittadina non avrebbero di certo agevolato la precarietà economica e sociale di molti contadini, pastori 61 e boscaioli della campagna pistoiese duecentesca . Una medesima sensazione è confermata dalle parole con cui si espressero gli uomini di Lamporecchio nel 1221. Nel conflitto che ebbe per oggetto il controllo di quel castello molti dei terrazzani dettero l’impressione di considerare alla stessa tregua i domini che si erano contesi quella 58 Cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi, pp. 39-40 (ora infra capitolo III.2). 59 IDEM, «Episcopus amasciat homines», pp. 15-16 (ora infra capitolo II.4). Mi limito a segnalare tra i molti rimandi possibili GUREVIC, Le categorie della cultura, passim. 60 ASF, Podesteria di Pistoia (Larciano), 1250 maggio 17. 61 La mezzadria poderale e la penetrazione della proprietà fondiaria cittadina in area pistoiese sono state studiate da RAUTY, Toponimi del contado pistoiese e IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 211-212 sgg. 90 I.3 Il districtus civitatis pistoiese 62 comunità del Montalbano: il vescovo e la città di Pistoia . Per quanto il primo fosse espressione di una logica signorile di dominio, e il secondo di una logica comunale, erano in realtà avvertiti su di uno stesso piano. L’unica preoccupazione dei terrazzani di Lamporecchio era di liberarsi dal doppio giogo: non facevano distinzioni qualitative, ma soltanto quantitative in merito agli oneri da versare e agli impegni da rispettare. Che poi fosse il Comune o il vescovo a governare poco importava. La giurisdizione e il confine, nella sua accezione di limite e di elemento distintivo del potere, avevano anch’essi una lettura in res, che partiva dal basso. Così gli uomini di Montevettolini e di Serravalle che deposero in una disputa confinaria del 1283 ne offrivano una lettura legata alla concreta esperienza del territorio: il riconoscimento delle giurisdizioni passava per i luoghi dove avevano fatto il carbone, per quelli dove avevano pascolato le bestie o, addirittura, attraverso il ricordo e la consuetudine di quel che sin da fanciulli avevano sempre fatto in certe zone e che, invece, era stato loro vietato in altre63. Era il linguaggio stesso dell’esperienza che declinava il senso della politica e del potere. Se volgiamo lo sguardo, invece, all’area di confine fra Pistoia e Prato, nelle alte vallate del Bisenzio, dove erano estesi i domini dei conti Alberti, si nota con chiarezza come alla metà del Duecento la semantica politica fosse ancora impregnata di codici di origine signo- rile: la città era ancora lontana, per quanto già attiva in quell’area64. Le prestazioni economiche in natura, la logica dei rapporti di dipendenza, declinati all’insegna della fidelitas, dell’hominicium e della manentia, il reticolo dei legami fra possesso, proprietà e poteri erano ancora quelli tipici della gestione particolaristica e signorile del potere. La città e la campagna così vicine e così lontane. Non era soltanto il profilo ondeggiante delle mura urbane a separare quelle due realtà: 62 Cfr. infra capitolo II.4. 63 Liber censuum, 474-475, 1283 febbraio 24. Il teste Ranuccio di Masniero, ad esempio, affermò che custodivit et custodiri vidit usque ad dictum locum, et accepit cum sotiis suis cuidam, qui vocabatur Ferrarius de Montevectolini, sacchos et securim, quia facebat carbones infra et citra dictos confines; o ancora significativo il ricordo di Giunta di Piero il quale sostenne che quando erat puer, custodivit ibi bestias cum aliis pueris de Serravalle et finis vallis,et faciebant ibi lapides et glovas cum pueris de Montevectolini, et expellebant eos inde, si veniebant ibi abinde supra. Cfr. anche TORRE, Il bosco della Rama, pp. 60-65; SERENO, Ordinare lo spazio, pp. 47 sgg. Sulle dispute per il controllo del confine con la Valdinievole ONORI, Controversie di confine, pp. 5-8. 64 Liber censuum, 325, 1241. Per il linguaggio signorile, cfr. FRANCESCONI, La signoria davanti al Comune (ora infra capitolo III.1). La costruzione del territorio 91 la città e la campagna che le si estendeva tutta intorno, fino quasi ad avvolgerla, parlavano linguaggi diversi, esprimevano culture politiche 65 e pratiche di riconoscimento dello spazio assai distanti . Con l’avan- zare del Duecento mentre la città maturava ed imponeva un linguaggio nuovo, di ordinamento razionale dello spazio, di inquadramento conoscitivo e amministrativo del territorio, le campagne, pur aperte alla circolazione degli uomini e al dinamismo delle relazioni commer- ciali, mantenevano una ritrosa conservazione, tutta intessuta di un senso del potere sempre estraneo, sempre imposto e calato dall’alto, più subìto che vissuto. Di qui quella sempre strisciante e pervicace reticenza a riconoscersi negli ideali e nella cultura che la città andava esprimendo ed imponendo. E fu proprio la città, semmai, a mutuare il linguaggio della campagna all’interno di un codice espressivo urba- no: le liste, le «parole dei luoghi», la «microtoponomastica vissuta» divennero i lessici di un linguaggio urbano del dominio66. LA COSTRUZIONE DEL TERRITORIO. UNA PLURALITÀ DI PRATICHE POLITI- CHE, MATERIALI E CULTURALI La «costituzione materiale» del dominio urbano, tanto per fare ricorso ad un’espressione adottata da Andrea Zorzi per la formazione 67 dello Stato regionale fiorentino , è un processo complesso che si sostanziava di una pluralità di pratiche politiche, di linguaggi, di risorse finanziarie, di strategie diplomatiche. Superata la prima fase cruenta dell’espansione nel contado, il ceto dirigente cittadino operò secondo uno schema che attribuiva assoluta priorità all’acquisizione delle aree di confine dal forte valore politico ed economico. Un disegno strategico che si esplicò prevalentemente attraverso una 65 Significativo per evidenziare come i linguaggi, così come le cose che rappresentavano, abbiano avuto una lenta sedimentazione possono essere i termini che ancora nel febbraio del 1225 usavano i notai della città per annotare i pagamenti del podestà rurale di Carmignano: occasione signorie et potestarie de Carmignano, in quam fuit electus (Liber censuum, 228, 1225 febbraio 1). La distinzione fra signoria e podesteria era ancora lasca. 66 Alcuni spunti teorici e interpretativi, per quanto su versanti disciplinari e metodologici differenti in TORRE, La produzione storica; GUNN, The Spatial Turn; QUAINI, Rappresentazioni e pratiche. Sulla produzione di località, il passaggio da spazio a luogo, cfr. APPADURAI, Modernità in polvere, pp. 230 sgg. 67 ZORZI, La formazione e il governo. 92 I.3 Il districtus civitatis pistoiese politica di controllo delle forme del popolamento e dei principali assi viari del territorio e che aveva nella fondazione di strutture insediative castrensi il suo punto di forza. Una politica delle infrastrutture, potremmo dire in altri termini, che nell’arco di tempo tra la metà del secolo XII e la metà del successivo, ma con una più forte accentuazione nella prima parte, spinse il Comune cittadino a programmare il reimpiego o la costruzione ex novo dei castelli di Serravalle, Lamporecchio, Montale, Tizzana, Montefiori e Monte Castiglione68. Progetti che riflettevano, com’era naturale, esigenze e necessità poli- tiche ben differenziate. Se per tutti questi castra valeva, infatti, il dato della collocazione strategica in zone di presidio confinario, seppur con sfasature cronologiche anche evidenti, a finalità più complesse, di natura demografica ed economica, rispondeva la fondazione di Mon- tale, il cui esito si risolveva in una importante iniziativa di popolamento sul confine orientale verso Firenze69; diverso era il caso dei siti dal 70 prevalente carattere di presidio militare come quello di Montefiori ; o ancora di quei progetti, non privi di un forte valore simbolico, che furono programmati in contesti in cui la strategia insediativa s’inseriva in un quadro di esplicita conflittualità giurisdizionale, così per 71 Lamporecchio nei confronti del vescovado , così per Monte Castiglione nei confronti dei conti Alberti. A ben vedere, dunque, l’inserimento nel contado fu pensato dalla città come un processo negoziato che poggiava le sue basi su un’occu- pazione fisica e infrastrutturale dello spazio da controllare: a questa stessa idea di fondo si ispirava quella costante attenzione per la politica stradale che aveva costituito uno dei capisaldi principali dell’ideologia territoriale urbana, in un’ottica di controllo delle terre interne al districtus, ma anche di più ampia proiezione verso l’esterno. In una tale prospettiva vanno interpretate le guerre commerciali che Pistoia, a partire dal 1143, condusse con le vicine città di Firenze e di Lucca per il controllo delle più importanti direttrici viarie72; a questo stesso 68 Cfr. FRANCESCONI, Incastellamento (ora infra capitolo II.2). Più in generale sui progetti di nuova fondazione in Toscana e nell’Italia settentrionale, cfr. CORTESE, «Castra» e terre nuove; PIRILLO, Creare comunità; PANERO, Borghi nuovi; GUGLIELMOTTI, Nuove fondazio- ni; EADEM, Genova e i luoghi di nuova fondazione; DEGRASSI, Centri di fondazione. 69 FRANCESCONI, Incastellamento, pp. 43-51 (ora infra capitolo II.2). 70 IDEM, «Episcopus amasciat homines», pp. 32-33 (ora infra capitolo II.4). 71 Ibidem. 72 Ibidem, pp. 16 sgg. La costruzione del territorio 93 disegno rispondeva l’investimento di risorse finanziarie, e si è già visto, 73 per l’acquisizione della struttura portuale di Brugnano del 1226 . Costruire un territorio, e per di più un territorio politico, significa necessariamente attivare pratiche e procedure che ne consentano la difesa, il controllo e, quindi, il governo e l’amministrazione. Fu questo un versante nel quale il ceto dirigente pistoiese offrì soluzioni tecniche e culturali di un certo spessore e di una qualche originalità: gli anni ’30 e ’40 del Duecento, decisivi per più motivi nella vita politica del Comune e in coincidenza con l’affermazione dei governi di «Popolo», furono quelli in cui si avviò, tra le altre, una vasta ed organica selezione e redazione di scritture tese a rafforzare l’identità politica del Comu- ne74. Se, come ha di recente mostrato Paola Vignoli, furono quelli, infatti, gli anni in cui le magistrature urbane progettarono la raccolta degli atti fondanti la vita politica comunale in un liber iurium, noto col 75 nome di Liber censuum , furono anche gli anni in cui la mente di quegli stessi uomini fu attraversata dalla necessità di riversare per scritto il territorio. Scrivere il territorio, in questo caso, significava scrivere per conoscere, per meglio definire gli spazi topografici, fiscali e giurisdizionali via via assemblati dalla città, ma anche scrivere per governare e amministrare. E non era tutto, per quanto non fosse poco. Scrivere significava anche, in una fase delicata e non del tutto struttu- rata, della costruzione cittadina del territorio, «codificare una memo- ria» che funzionasse da identità collettiva76. Il Liber focorum del 1244, i libri memoriales dello stesso anno e il Liber finium del 1255, per quanto legati a funzioni diverse della pratica politica, ci pare potessero assolvere anche a quella precisa funzione identitaria: alla fondamenta- le necessità, cioè, di dare un volto, un assetto riconoscibile ad una realtà politica e istituzionale, come il districtus pistoiese, che proprio allora si andava ritagliando uno spazio nel panorama politico toscano di metà Duecento. La scrittura assumeva, dunque, in questo passag- gio, come del resto in altri contesti, un suo senso pratico e funzionale, ma anche un più ampio valore «monumentale» e ideologico: diveniva un canale di legittimazione e di più sicura riconoscibilità della costru- 73 Cfr. IDEM, Una scrittura di censi, pp. 38 sgg e passim (ora infra capitolo III.2). 74 FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber fiunium (ora la prima parte del saggio infra capitolo III.4); FRANCESCONI, «Parole fondatrici» (ora infra capitolo III.3). 75 VIGNOLI, Il «Liber Censuum», pp. 31-36. 76 Cfr. infra i capitoli III.3 e III.4. 94 I.3 Il districtus civitatis pistoiese zione territoriale cittadina. L’elenco dei fuochi, redatto con finalità fiscali, e il libro dei confini delle comunità costituiscono, inoltre, una significativa testi- monianza del livello di razionalità e della capacità di inquadramento con cui Pistoia, alla metà del Duecento, avesse strutturato il proprio districtus. Un esito di sicura efficacia amministrativa e di grande linearità organizzativa che trovava pochi riscontri anche in una più ampia prospettiva comparativa: né Siena con i libri di Biccherna77, né 78 Bologna con le confinazioni del contado , né Vicenza, Perugia e Orvieto con l’inventario delle proprietà comunali avevano raggiunto una così chiara percezione del proprio territorio e un’altrettanto definita volontà ordinatrice79. Il districtus pistoiese era pensato, anche se nei fatti non era e forse non lo sarebbe mai stato, come un blocco omogeneo, articolato in quattro settori, corrispondenti alle relative porte cittadine, al cui interno si distribuiva una griglia circoscrizionale fondata sui Comuni rurali. Una griglia che in breve progressione di tempo, tra il 1244 e il 1255, aveva già conosciuto una significativa semplificazione del quadro amministrativo con una tendenza all’accorpamento dei soggetti territoriali minori, come mostra il pas- saggio dalle 124 alle 108 comunità rurali. E che aveva nel modello di riferimento civile, il Comune rurale, il perno organizzativo della geografia amministrativa80: anche questo aspetto potrebbe prestarsi per una valutazione di maggiore precocità, o se vogliamo, di più forte radicalità da parte di Pistoia nell’impostazione dello spazio territoria- le, rispetto a realtà come quelle fiorentina o aretina in cui permanevano le circoscrizioni ecclesiastiche nella suddivisione amministrativa e fiscale81. Anche questo aspetto che allinea Pistoia a Pisa e a Siena82 non sembra secondario nella valutazione del grado di coscienza e di consapevolezza con cui le città interagivano, pensavano e rimodellavano il proprio territorio. Non è un dato interpretativo decisivo, ma è 77 REDON, Uomini e comunità, pp. 17-32; EADEM, Lo spazio di una città, pp. 45-48. 78 VENTICELLI, I «libri terminorum» del Comune di Bologna. 79 LOMASTRO, Spazio urbano e potere politico; Il «Regestum possessionum»; VALLERANI, Il «Liber terminationum» del comune di Perugia; CAROCCI, Le «comunalie» di Orvieto. 80 Cfr. infra capitolo II.1. 81 Cfr. ZORZI, L’organizzazione del territorio, pp. 318-319; SCHARF, Potere e società, pp. 69-89, seppur non vi sia una specifica attenzione ai riferimenti circoscrizionali della costruzione territoriale cittadina. 82 LEVEROTTI, L’organizzazione amministrativa, pp. 67 sgg.; SZABÓ, Comuni, pp. 270 sgg. La costruzione del territorio 95 Fig. 9. L’assetto viario del districtus pistoiese in età comunale. 96 I.3 Il districtus civitatis pistoiese comunque un dato da non trascurare. A Firenze, del resto, per avere una prima immagine dell’assetto amministrativo del contado si dovrà 83 attendere il Libro di Montaperti del 1260 : un registro la cui finalità era prevalentemente militare, legato com’era al censimento dei contingen- ti di uomini da fornire all’esercito fiorentino, per quanto vi fossero anche ragioni di prelievo fiscale nel territorio. Come dire: il liber fiorentino rispetto alle operazioni pistoiesi sembrava ancora dettato dalle necessità della contingenza, piuttosto che da ben chiare e pianificate volontà di conoscenza e di inquadramento del contado. Costruire il territorio, lo si è visto sin qui, significava investire risorse, dare avvio a progetti di fondazione o rifondazione di castelli, imponeva il ricorso alle migliori risorse culturali della città – mensuratores, giudici, notai –, ma si traduceva anche in una più organica interazione con la realtà fisica e topografica dello spazio che si andava assemblando. E, dunque, ciò implicava la valorizzazione delle aree meno produttive, insieme al perfezionamento e alla tutela di una efficace rete viaria. Controllo dello spazio e viabilità, penetrazione nel contado e politica stradale furono tappe progressive e inevitabili nella scansione dei rapporti fra la città e la sua campagna. E lo furono in misura ancora maggiore per una realtà strategica dal punto di vista geografico come Pistoia. Già si è fatto cenno all’importanza della collocazione pedeappenninica e al ruolo dell’Arno nelle lotte con Lucca e Firenze fra XII e XIII secolo. Le principali direttrici che tagliavano il territorio pistoiese da sud verso nord – dal Padule attraverso il passo del San Baronto, del Baco e di Montirici e poi verso i valichi appenninici lungo le vallate della Lima e delle Limentre – e da ovest verso est – dal passo del Serravalle verso Pistoia e quindi verso Montale e Agliana – furono ben presto oggetto dell’interesse e della cura delle magistrature urbane sia in termini di controllo, sia in termini di gestione e di manutenzione. Gli statuti cittadini, sin da quelli più antichi del secolo XII fino al pieno Trecento ed oltre, registrarono con minuzia la variegata normativa legata alle strade: con grande precisione furono regolamentate le modalità di gestione, la tutela e la vigilanza delle vie di pianura e di montagna dagli assalti di ladri e malandrini84 , e ancora furono ripartite 83 PAOLI, Il libro di Montaperti. Cfr. le argomentazioni di ZORZI, L’organizzazione del territorio, pp. 320 sgg. 84 Tutela e vigilanza: Breve populi, I, 51, I, 111; Statutum potestatis 1296, III. 101, IV. La costruzione del territorio 97 Fig. 10. Le sistemazioni idrogeologiche della piana di Pistoia. 98 I.3 Il districtus civitatis pistoiese le competenze fra gli organi centrali della città e quelli periferici delle comunità, soprattutto per le strade di interesse più locale, ma non 85 soltanto per quelle . La materia era di assoluto rilievo e l’attenzione fu costante. La legislazione cittadina e la prassi giudiziaria non persero mai di vista un settore tanto importante come quello delle comunica- zioni: la tutela dei commerci, delle relazioni diplomatiche e dei collegamenti con la campagna erano vitali per Pistoia, come per qualsiasi altra città. Un solo esempio significativo, fra i molti possibili. Guido di Enrico da Torri fu condannato nel 1270 dal Capitano del Popolo, messer Andrea de Putrolo, per non aver rispettato il turno di guardia al Ponte Mezzano, poco prima della Sambuca, proprio duran- te il passaggio dell’ufficiale e del suo seguito diretti verso Parma86. Le campagne, ma soprattutto le montagne dell’Appennino, non erano luoghi che potevano essere attraversati senza timori. La vitalità del Comune, e di questo gli ufficiali erano ben consapevoli, passava anche dalla sicurezza delle sue strade: solo così il controllo del territorio poteva dirsi più pieno ed effettivo87. Il controllo delle strade era vitale, ma non era tutto. Il dialogo con la campagna, la relazione con un territorio che si andava costruendo passavano anche dalle concrete condizioni di quello spazio, dall’uso bilanciato delle sue risorse e dal pieno sfruttamento delle sue qualità ambientali. Pistoia aveva, del resto, a che fare con uno spazio prevalen- temente collinare e montano: uno spazio carente di pianure – le poche erano comprese fra la città e il contrafforte del Montalbano – e per di più acquitrinose e dagli incerti equilibri idrogeologici. La particolare posizione di fondovalle, nel sito di quello che era stato un lago post- 148, V. 22, 24, 41, Tractatus, 7, 59, 61, 121. Manutenzione: Breve consulum, 12, 98; Statutum potestatis 1180, 18, 37; Statutum potestatis 1296, V. 27, 28, 33, 42, 42 85 La manutenzione e la gestione delle strade ben presto passò dagli organi centrali a quelli periferici delle comunità rurali come è attestato nelle deposizioni di alcuni testimoni della vertenza tra vescovo e Comune del 1221: Rinforzato, rappresentante del Comune, ad esempio, dichiarò che la comunità di Lamporecchio teneva in ordine strade e fossi già da sessant’anni (Liber censuum, 134, 1221 agosto 19: quod a LX annis hucusque homines de Lamporecchio actaverunt vias et fossata preexunte comune Pistorii); dello stesso tenore furono anche le affermazioni di Ghisello che era stato rettore di quella comunità (ibidem). Cfr. anche Breve populi, I. 53, II. 26, 56; Statuto della Sambuca, 84, 86, 90. 86 Tra le condanne effettuate dal Capitano del Popolo, messer Andrea de Putrolo, compariva un tale Guido di Enrico della cappella di Santa Maria a Torri, il quale con altri si era macchiato del reato di mancata guardia al Ponte Mezzano, quando passò il suddetto capitano (Breve populi, p. XXIX). 87 SZABÓ, Comuni, pp. 198 sgg. La costruzione del territorio 99 pliocenico, aveva imposto storicamente alla città una particolare tensione nei confronti dei problemi di natura idraulica: sia per la difesa, sia per la regolazione dei livelli delle acque nelle zone più 88 prossime all’abitato . Sin dall’età romana si hanno, del resto, notizie di fossati artificiali per migliorare il decorso dei torrenti Ombrone, Brana, Bure e Stella. Di fronte ad un quadro con tali difficoltà strutturali il Comune di Pistoia attuò, fra la metà del secolo XII e i primi decenni del successivo, un piano organico di interventi per regolarizzare il corso difficoltoso di quei torrenti e bonificare, dunque, tutta l’area pianeggiante a sud della città89. Come hanno mostrato le ricerche di Natale Rauty, le magistrature urbane, con un’azione impostata a tavolino, di ampio respiro progettuale, ridisegnarono il corso degli affluenti dell’Ombrone al fine di evitare una troppo elevata 90 concentrazione di acque nella zona tra Ponte alla Pergola e Pacciana : una concentrazione che un unico collettore come l’Ombrone non avrebbe potuto smaltire, con il conseguente impaludamento della pianura. La regimazione di quei torrenti, il loro più razionale deflusso consentirono in progressione di tempo la bonifica della cosiddetta «piana» pistoiese, fra Quarrata e Casale: quelle terre strappate alle acque divennero uno dei bacini cerealicoli più importanti per la nostra città in età comunale91. E lo stesso accadde per le terre a ridosso del Padule, quelle terre che, nel secondo decennio del Duecento, dopo essere state per lungo tempo dominio dei conti Guidi e delle acque, il Comune fece sue e con una precisa pianificazione dello spazio: prima affittò ai contadini della zona e, quindi, destinò alla coltivazione dei cereali92. La costruzione del districtus non fu, come si è visto, soltanto politica: fu anche progettualità, fu il lavoro di ufficiali, di tecnici, di 88 Storia di Pistoia, I, pp. 1-6. 89 Il maestro Renzo da Piteglio giurò di prestare la sua opera per conto del Comune di Pistoia, nell’ambito dei lavori per la costruzione di alcune chiuse sul torrente Vincio: super facto cluse quam facturi sunt pro comuni... iuxta Vincium, vel iuxta seu prope flumen Vincii (Liber censuum, 230, 1225 febbraio 25). 90 RAUTY, Sistemazioni fluviali. Le opere di bonifica e di sistemazione idraulica costitui- vano un aspetto significativo dell’organizzazione dello spazio da parte delle città comunali, cfr. anche CASTAGNETTI, La pianura veronese; IDEM, Energia idraulica e sviluppo urbano; VARANINI, L’espansione urbana, pp. 3-8; GRILLO, Milano in età comunale. 91 L’attenzione nei confronti dei problemi idraulici dei torrenti della pianura era rimasta costante come mostrano alcuni provvedimenti trecenteschi (ASP, Provvisioni e riforme, V, c. 84r, 1335 luglio 26; V, c. 85r, 1335 luglio 28, V, c. 164r, 1336 maggio 3; V, c. 257v, 1337 luglio 8). 92 Cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo III.2). 100 I.3 Il districtus civitatis pistoiese notai e di giudici, di maestri e di muratori, di artigiani e di contadini; fu mediazione, ma fu soprattutto conoscenza e uso razionale dello spazio. Uno spazio che certo sarebbe divenuto funzionale all’econo- mia e allo sviluppo della città ma che, tra molte difficoltà e altrettante instabilità, sarebbe stato reso più fruibile anche per coloro che ci dovevano vivere e lavorare. LA GESTIONE DEL TERRITORIO. ASSETTO AMMINISTRATIVO, FISCALITÀ E GIUSTIZIA Il 28 maggio 1294, nel palazzo pubblico di Pistoia, i procuratori ser Amadino di Guidaloste e ser Bartolo di ser Amadore da Montecuccoli, per conto del Comune e dei conti Alberti di Mangona, ratificarono un accordo per fissare i confini fra le rispettive giurisdizio- ni93. L’accordo confinario seguiva le procedure dell’inchiesta popolare e formalizzava un quadro politico e territoriale da decenni oggetto di contesa e di verifica. Già in occasione, infatti, della fondazione del castello di Monte Castiglione e dell’acquisto delle terre albertinghe di Luicciana e di Croce Agrifoglio, era il 1240, vi erano stati ripetuti tentativi di definire i rispettivi ambiti giurisdizionali94: quegli accordi però non dovevano, evidentemente, aver stabilizzato le tensioni fra le parti per il controllo di tutta la fascia orientale del districtus pistoiese, al confine col Bisenzio. La compattezza politica e territoriale del contado cittadino, come mostra questo episodio, doveva in realtà essere meno forte e coesa, o almeno non così omogeneamente compat- ta, di quanto lascerebbe pensare il continuo sforzo d’inquadramento operato dalla città lungo la seconda metà del secolo XIII. E a Pistoia la costruzione del dominio cittadino aveva seguito, si è visto, procedu- re ed aveva avuto esiti più perentori che altrove. Le aree d’instabilità erano ancora presenti entro le maglie di quella costruzione politica e in maniera più evidente nelle zone di confine e nei territori di montagna. Gli anni finali del Duecento segnarono, in questo senso, l’acme, il momento più alto nei rivolgi- menti sociali della città e del contado. E con più forza in montagna, 93 Liber censuum, 661, 1294 maggio 28. 94 Ibidem, 321, 1240 luglio 8; 322, 1240 luglio 10; 323, 1240 settembre 16. La gestione del territorio 101 dove le divisioni sociali e le lotte di fazione ebbero un riflesso, spesso persino più cruento di quanto non accadde entro le mura urbane. Il bando emesso dal podestà pistoiese messer Ugo di messer Iacopo Rossi, il 18 dicembre 1284, è, da questo punto di vista, assai significa- tivo95. Il giudice dei danni, in quella circostanza, attivò una procedura, poi confermata dal podestà, con la quale si intendeva rispondere alla denuncia del rettore della chiesa di Spignana, relativa ai furti e agli incendi che ignoti avevano commesso nei confronti di quella stessa chiesa. Verificata l’entità dei danni e compiuti gli accertamenti neces- sari, il giudice invitò a rispondere delle malefatte i consiglieri del Comune di Cutigliano, quelli della pieve di Lizzano e, quindi, quelli delle vicinie di Pratale, Lizzano e Spignana96. Le violenze, le spoliazioni in questione erano però solo uno dei tanti episodi che dovettero segnare il continuo e ripetuto stato di tensione che vissero i villaggi della nostra montagna sullo scorcio del Duecento e nei primi decenni del Trecento. Erano il frutto di un più generale clima d’incertezza e di lotta sociale che nemmeno la promulgazione degli Ordinamenta sacrata et sacratissima del 1296 dovette placare97. I territori e le popolazioni di quelle contrade erano, dunque, al di là della rappresentazione urbana, difficili da governare e da contenere entro le maglie ben disegnate, ma altrettanto versate allo ‘scollamento’, del contado cittadino. La comu- nità di Lizzano, del resto, fu solo quella più evidente per la forza delle divisioni che videro opporsi i due capi-parte ser Guido di Iacopo e ser Fiumalbo Tedeschi98, ma nel complesso il quadro era di fragile tenuta. Gli equilibri economici e politici della parte montana del districtus, e si trattava di una porzione consistente del territorio costruito dalla città, furono ben presto resi precari da uno stato di endemica instabi- lità. Le lotte e le divisioni sociali, la vischiosità dei legami con le partes cittadine, l’incertezza e la fragilità delle comunità di confine, sia sul 95 CHIAPPELLI, Un notevole documento, p. 191 e passim. 96 Ibidem: omnes predicti missi sunt in banno mandato potestatis quia requisiti ... super dampnis datis rationem facturi presbitero Johanni rectori ecclesie de Spignana occasione incendi ruberie sibi facte in territorio Comunis de Lizano, nisi hinc ad VIII dies venerint, sunt in banno. 97 ASP, Opera di S. Iacopo, 24, cc. 98v sgg. Cfr. anche BIAGINI, San Marcello, pp. 21-25; EADEM, Piteglio, pp. 15 sgg.; EADEM, Cutigliano, pp. 13 sgg. 98 «e tanto multiplicò la guerra, che no rimase in Pistoia né nel contado persona che non tenesse o con l’una parte o con l’altra; e spesso per questa cagione combattea l’uno vicino con l’altro in città e in contado. E levaronsi nella montagna di Lizzano due parti: l’una fue quella di ser Guido e quella tenea con la parte bianca; e l’altra fue quella di ser Fiumalbo» (Storie pistoresi, p. 6). 102 I.3 Il districtus civitatis pistoiese versante orientale verso Prato, sia sul versante occidentale verso Lucca, furono tutti fattori che per forza di cose resero più laschi e problematici i rapporti fra il centro e la parte montana del contado pistoiese. E non si trattò di un breve passaggio congiunturale. Fu una instabilità politica e territoriale di più vaste proporzioni, che si protras- se ben dentro il Trecento e che impose al Comune di Pistoia il ricorso ad una politica più stringente proprio nei confronti di quelle comuni- tà. I decenni centrali del secolo XIV, nello specifico quelli a cavallo degli anni Trenta e Quaranta, coincisero con un’attenzione crescente, quasi diuturna, delle magistrature urbane. Fu condotta una «politica di emergenza» e così si infittirono i provvedimenti di ordine ammini- strativo, fiscale, infrastrutturale, e di sostegno economico nei confron- ti di quelle terre99. E per converso quelle comunità non mancavano di lamentare, con assidua frequenza, uno stato di strutturale povertà, i frequenti danni procurati dagli eserciti – su tutti quello lucchese –, l’impossibilità di coltivare con continuità, la diffusa insicurezza per la presenza di ladri e malandrini, i sussidi economici e le immunità fiscali, il consolidamento delle strutture fortificate e così via. I consigli cittadini discutevano e deliberavano senza posa su questi temi. Era tutto un continuo: da Calamecca, a Crespole, a Lanciole, a Popiglio, a Cutigliano, a Mammiano, a Lizzano, a San Marcello, a Gavinana e poi sul versante opposto da Torri fino a Luicciana e Montalto quasi non passava giorno senza che si levassero grida di dolore e di aiuto100. La città avvertiva la debolezza e la fragilità delle sue montagne, la friabilità interna di una costruzione del territorio che nel Duecento si mostrava solida e che, ora, lasciava trasparire invece i segni di una insidiosa discontinuità. I provvedimenti ordinari si sommavano a quelli straor- dinari: e così l’assetto amministrativo del districtus, la gestione della fiscalità e della giustizia, si resero ancor più stringenti. Lo spazio cittadino che a fine Duecento si articolava in una struttura circoscrizionale fondata su undici podesterie alla metà del secolo successivo era quasi triplicata con una distribuzione che ne 99 ASP, Provvisioni e riforme, I, c.4v; I, c. 25r; III, c. 5r; I, 97r; I, c. 122r; IV, 24r; IV, c. 145v; V, c. 14r; V, c. 41v; V, c. 148r; V, 158r; V, c. 315r. 100 Ibidem, I, c. 38r; I, c. 86v; I, c. 96r; I, c. 98v; I, c. 100r; I, c. 102v; I. c. 106r; I, c. 110v; I, c. 113r; IV, c. 22r; IV, c. 31v; IV, c. 44r; IV, c. 51r; IV, c. 64v; IV, c. 103r; IV, c. 120v; V, c. 11v; IV, c. 143v; V, c. 15v; V, c. 89v; V, c. 141r; V, c. 162v; V, c. 182r; V, c. 218r; V, c. 252v; V, c. 266r; V, c. 286v; V, c. 300v; V, c. 319r; V, c. 333r; V, c. 346r; V, c. 372v. La gestione del territorio 103 101 prevedeva trentuno , seppur non tutte di uno stesso livello gerarchico e non tutte officiate con continuità. Una maggiore densità circoscrizio- nale che, a ben vedere, doveva rispondere proprio alle esigenze di una più serrata presenza di ufficiali cittadini nelle zone di più chiara fluidità politica: e così nelle aree più instabili – la montagna appenninica dalla val di Forfora, attraverso le valli della Lima e delle Limentre, fino alla val di Bisenzio – erano state ritagliate ben dodici delle nuove circoscrizioni podestarili attestate nello Statutum Potestatis del 1344102. E, ad una osservazione ancor più attenta, non è difficile cogliere la relazione stretta fra importanza strategica delle località e impianto circoscrizionale: un numero elevato di podesterie era stato ritagliato, infatti, in comunità o territori di confine e di queste, seppur la maggior parte fosse presidiata saltuariamente, sei avevano garantita la presenza del solo notaio (Lamporecchio, Larciano, Agliana, Quarrata, Montale e Lizzano) e due del notaio e del podestà (Cireglio e Luicciana). All’irrobustimento della griglia circoscrizionale per podesterie dove- va, nondimeno, corrispondere una progressiva razionalizzazione del- l’inquadramento per comunità rurali, come lasciano intuire le liste fiscali o di altra natura compilate dalla città fra il 1244 e il 1361: dalle 124 iniziali si passò, infatti, alle 108 del 1255, alle 54 del 1330 per arrivare alle 50 del 1361103. Era questa la risposta di Pistoia alla crescente vischiosità giurisdizionale del contado. Quella trama amministrativa rimase, peraltro, attiva anche nel secondo Trecento, fin tanto che Firenze non ridisegnò la struttura del 104 contado dopo la definitiva sottomissione di Pistoia . E non era tutto: le istanze politiche urbane e quelle locali si fondevano in un quadro ben più composito che correva al di sotto dello schema delle podesterie 101 Statutum potestatis 1296, I, XIIII; I, XV; I, XVI; I, XVIIII; I, XX; I, XXI; Statutum potestatis 1344, I, XX, De officialibus civibus civitatis et comitatus Pistorii. Et eorum electionibus et salario. 102 Statutum potestatis 1344, I, XX: le nuove podesterie attestate negli statuti trecenteschi erano quelle di Tizzana; Quarrata e Buriano; Casale; Vinacciano; Castellina; Fagno, Montagnana e Pieve di Celle; Momigno; Serra; Calamecca; Crespole e Lanciole; Cireglio; Saturnana e San Felice; Piteccio e San Mommè; Popiglio, Piteglio e Sicurana; San Marcello e Mammiano; Gavinana; Valdibure; Agliana; Vergiole; Montemagno; Santomato, San Quirico, Capannelle e Chiazzano; Vignole. 103 Liber focorum; ASP, Provvisioni e riforme, I, 1330 settembre 28, c. 28v; Libra totius comitatus 1361. 104 CHITTOLINI, La formazione dello Stato, pp. 230-231; ZORZI, Pistoia e il suo territorio, pp. 333-336. 104 I.3 Il districtus civitatis pistoiese e dei Comuni rurali. E se l’addensamento circoscrizionale non riuscì a sanare quello stato di latente conflittualità che complicava la vita delle comunità montane pistoiesi, segnò tuttavia lo spazio cittadino di un groviglio di diritti e di pretese da parte dei corpi sociali strutturati che, con diversa proiezione territoriale, convivevano all’interno del contado. La vita locale, la vita delle campagne era qualcosa di più complesso della ordinante lettura cittadina105: senza contare le solida- rietà parentali, le coesioni parrocchiali, i legami trasversali di vario tipo sarà sufficiente notare che nel già citato bando del 1284 si faceva chiaro riferimento alle vicinie e che i Capitula pro repellendis malandrinis, robatoribus et malefactoribus promulgati dal Comune cittadino nel settembre del 1330 prevedevano la suddivisione delle competenze fra il centro e la periferia106, secondo un modello che riconosceva accanto alle comunità una distrettuazione di scala minore per ville et contrate. In quest’ultimo caso, data anche la natura poliziesca del provvedimen- to, lo schema seguito era di minuziosa capillarità e pervasività: si cercava di sfruttare appieno qualsiasi forma di solidarietà collettiva per limitare la violenza, le ruberie e i soprusi. Che la città, del resto, avesse bisogno e tutto l’interesse a mantenere un contado pacificato non è affatto difficile comprenderlo107. Il dominio cittadino sul contado, ormai è ben noto, aveva evidenti finalità politiche ed economiche. Era, in altri termini, una politica espansiva, una politica che mirava al controllo delle risorse: si trattasse 108 di risorse umane, di risorse alimentari, di risorse economiche . Gli uomini delle campagne, pur superando certi rigidi ideologismi della 109 scuola economico-giuridica , erano indispensabili braccia da lavoro, 105 Gli studi più recenti hanno destrutturato o almeno ridimensionato di molto il peso istituzionale ed effettivo dei villaggi e delle comunità nel quadro di articolazione della società rurale dei secoli centrali e tardi del Medioevo. Si vedano a questo proposito gli interventi di BORDONE, GUGLIELMOTTI, LOMBARDINI, TORRE, Lo spazio politico locale, pp. 10-11, 17-18; di PROVERO, Le comunità rurali, pp. 335-337. 106 CHIAPPELLI, Un notevole documento, p. 191; ASP, Provvisioni e riforme, I, 1330 settembre 28, c. 28v 107 Cfr. a questo proposito anche le considerazioni di BERENGO, L’Europa delle città, pp. 113-118. 108 Il rapporto città-campagna è stato a più riprese indagato, soprattutto nei suoi aspetti economici, da PINTO, Città e campagna; IDEM, I rapporti economici. Cfr. anche MAIRE VIGUEUR, Les rapports ville-campagne. 109 Il riferimento va alle opere di Salvemini, di Caggese e di Volpe, seppur per la connotazione ideologica con più forza, almeno per questi problemi, a quelle di Caggese. Cfr. a questo proposito ARTIFONI, Salvemini e il Medioevo, passim. La gestione del territorio 105 erano il piedistallo agricolo della crescita urbana, erano un bacino fiscale cui ricorrere per qualsiasi necessità. E proprio la fiscalità ebbe, sin dall’inizio, un’importanza centrale, se non determinante, nella complessa dialettica fra città e territorio. Già dallo scorcio del secolo XII, nelle più antiche statuizioni del Breve consulum e dello Statutum potestatis, era ben chiara la politica fiscale di Pistoia: si prevedeva, infatti, per le comunità del distretto un tributo annuale, calcolato per nuclei familiari – i «fuochi» –, non superiore ai tre soldi e proporzio- nale tra ricchi e poveri110 . La struttura del prelievo rimase definita e distinta nella sua complessità fra la città e le sue campagne, anche lungo il Duecento: proporzionale alla ricchezza nella prima, con una massa estimale globale nelle seconde: si seguiva il criterio dell’allibramento nei quartieri cittadini, nei borghi e nei sobborghi e del computo per «fuochi» nelle terre del distretto111. Di questo sistema sopravvive quell’esemplare straordinario che è il Liber focorum districtus Pistorii del 1244. Una fortuna nella conservazione documentaria che è stata, di contro, pagata con la falcidia di tutte le fonti estimali cittadine: con la sola eccezione di qualche minimo frammento. E così qualsiasi discorso sulla fiscalità pistoiese è costretto a patire il «dazio» di una restituzione problematica delle fonti. Ad ogni buon conto le poche informazioni disponibili ci dicono che nel 1278 l’imponibile era di tre lire e dieci soldi per ogni nucleo familiare comitatino e di cinque lire e quindici soldi nel 1287112. Non è molto, ma è pur sempre qualcosa. E anche se a Pistoia non si giunse ad una riforma fiscale compiuta e organica come quella che il governo dei Nove attuò a Siena 113 nel 1291 , il sistema tributario fu tuttavia di buona presa per qualità 110 Breve consulum, 75; Statutum potestatis 1180, 69. 111 Statutum potestatis 1296, IIII, VIIII, De libra nova facienda, datio inponendo et focis reinveniendis. 112 Statutum potestatis 1296, p. XLVII, 1278: Infrascripta sunt comunia terrarum et locorum districtus civitatis Pistorii, que non solverunt datium ad terminum eis datum per dictum potestatem, eis et cuilibet ipsorum inpositum, ad rationem trium librarum et X sol. pisanorum pro quolibet foco; ibidem, p. XLVIII, 1287 maggio 5: Orlandectus Acconciati et Montinus Benvenuti camerarii publici comunis Pistorii, habuerunt et receperunt pro ipso comuni a Factuccio Alberti, casorano domini Gherardini domini Ranuccii Bonifazii apud Sanctum Matum, in loco, dicto Celle, pro datio inposito tempore domini Matthei de Corrigia, potestatis Pistoriensis, ad rationem lib. III et sol. pro centonario in civitate; et ad rationem lib. V et sol. XV pro quolibet foco in districtu. 113 BOWSKY, Finanze, pp. 314 sgg.; IDEM, Un comune italiano, pp. 262 sgg. Si veda anche l’esito delle ricerche sulla fiscalità nella zona di Asciano condotte da BARLUCCHI, Contado senese, pp. 230 sgg. Interessante per ricchezza delle fonti e struttura della fiscalità anche il caso perugino, GROHMANN, Città e territorio, II, pp. 667 sgg e 867 sgg. 106 I.3 Il districtus civitatis pistoiese e per continuità. L’apparato della normativa fiscale prevedeva tutta una serie di accorgimenti che andavano dalle distinzioni fra città, campagna e 114 abitanti del suburbio entro due miglia dalle mura urbane , al divieto di imporre tributi da parte dei rettori dei castelli e delle ville del contado alle proprietà fondiarie dei cittadini115, all’allibramento (libram singularium personarum) per quelle comunità del distretto che erano 116 trattate alla stregua dei cittadini , fino all’applicazione del computo 117 per fuochi nel resto delle comunità rurali . Quest’ultime erano fissate con dovizia di dettagli per quel che riguardava le modalità di conteg- gio, le procedure di rilevamento, ad opera dei cosiddetti recitatores focorum e le pratiche di scrittura in altrettanti registri pubblici. Si trattava di una serie di misure fiscali la cui validità era confermata quasi per intero dallo Statutum potestatis degli anni 1344-46 e alle quali si sommava il quadro piuttosto variegato delle imposte indirette. Su tutte, quelle più gravose erano costituite dal pedaggio sulle merci e dalla gabella delle bocche: un balzello, questo, che veniva imposto a tutti gli abitanti delle comunità rurali di età superiore ai quattro anni, il cui computo veniva fissato di volta in volta sulla base delle necessità della città e che nel 1350, ad esempio, ammontava a 3000 lire da pagare in due rate annue e da ripartire fra le varie comunità del contado118. L’assetto tributario aveva, dunque, una struttura ben definita e un suo regime particolare nel territorio: le imposte dirette e quelle indirette erano vissute dalla gente delle campagne e delle montagne come un giogo davvero troppo duro da sopportare. E pertanto erano assai frequenti le richieste di esenzioni o di prestiti proprio per il pagamento di quelle imposizioni: così a Calamecca e Lanciole nel luglio del 1333119, così a Popiglio nel marzo del 1340 quando fu avanzata una 120 protesta per un imponibile di 55 lire ritenuto inadeguato , e, poco dopo, a Cutigliano furono accesi prestiti per 1600 lire per evadere il 114 Statutum 1296, IIII, XIIII, Qui solvant datium et non sicut suburbani; IIII, XX, Quod omnes persone, habitantes extra civitatem et non in territorio alicuius comunitatis, solvant datium sicut foretani. 115 Ibidem, IIII, XIII, De sacramento rectorum terrarum super datio civibus non inponendo. 116 Ibidem, IIII, XXII, Ut comunitates seu terre nostri districtus, que tractantur ad modum civium, habeant libram. 117 Ibidem, IIII, XXIII, De focis terrarum veraciter recitandis et de pena contrafacientis. 118 ASP, Provvisioni e riforme, X, c. 54r, 1350 settembre 24. 119 Ibidem, IV, c. 64v, 1333 luglio 22. 120 Ibidem, VI, c. 78v, 1340 marzo 20. La gestione del territorio 107 121 pagamento di quelle tasse . E si tratta di esempi isolati, tra i molti possibili. La Libra totius comitatus et districtus Pistorii del 15 luglio 1361 delinea un quadro completo degli imponibili delle comunità del contado pistoiese e, allo stesso tempo, conferma inequivocabilmente le diverse possibilità contributive dei villaggi della pianura e della montagna: a fronte delle comunità di Lamporecchio allibrata per 590 lire, di Agliana per 460 e di Larciano per 440, quelle della montagna non andavano oltre le 160 lire a Lizzano, le 75 a Popiglio e le 60 a San Marcello122. Le differenze erano evidenti, così come era ormai palese il progressivo spopolamento del contado, soprattutto nelle sua parte montana: le ripetute immunità che il Comune cittadino fu costretto a riconoscere a coloro che fossero andati a lavorare nel territorio di Pistoia ne sono una conferma sicura. E vieppiù dopo la Peste Nera, quando la popolazione del districtus era diminuita di ben tre volte rispetto a quella di un secolo e mezzo prima, dalle circa 32.000 persone del 1244 alle 11711 del 1383123. Le cause di questa drastica riduzione erano, non c’è dubbio, molte, complesse e di difficile comprensione: a quelle più strettamente legate al decremento seguito alla mortalità, si dovrà sommare il pesante quadro imposto dalla fiscalità urbana. Sulle nostre montagne, insomma, come su quelle fiorentine studiate da Paolo Pirillo124, la crisi economica e la crisi demografica si intersecaro- no pesantemente dando vita a quegli scenari che la realtà appenninica avrebbe vissuto in termini di risorse, di isolamento, di povertà per una 125 buona parte della successiva età moderna . Pistoia mantenne, dunque, lungo il Trecento un controllo effet- tivo, persino eccessivo, della fiscalità nel territorio. Un controllo che 121 Ibidem, VI, c. 102r, 1340 agosto 7. 122 Libra totius comitatus 1361. 123 Liber focorum, passim; HERLIHY, Pistoia, pp. 297-305; IACOMELLI, Territorio pistoiese, pp. 216-231. I dati relativi alla popolazione sono contenuti in una delibera del 1 aprile 1383 relativa alle somme imponibili di tutte le comunità del districtus pistoiese (ASP, Provvisioni e riforme, XX, c. 7r, 1383 aprile 1). 124 PIRILLO, Il popolamento. Da vedere, seppur su una linea interpretativa diversa, anche COHN, Insurrezioni contadine, pp. 1023 sgg. 125 BRAUDEL, Civiltà e imperi, pp. 9-38. Sulla ricezione e sul significato della ricerca braudeliana, cfr. ROMANO, Braudel e noi, pp. 18-26 e 27-38. Le tesi classiche della povertà e dell’isolamento montanaro sono già da qualche decennio oggetto del cosiddetto «paradigma revisionista», volto a restituire sulla base dell’antropologia e della demografia, una dignità economica, sociale e culturale agli spazi della montagna, cfr. VIAZZO, Comunità alpine; ROSENBERG, Un mondo negoziato. 108 I.3 Il districtus civitatis pistoiese non andava disgiunto, nella presa urbana sul contado, dall’esercizio della giustizia. Tanto più in un contesto di marcata fluidità e instabilità politica come quello cui abbiamo accennato. L’assetto amministrativo imposto dalla seconda metà del Duecento rispondeva, del resto, alla necessità di governare e di rendere operativi proprio quei due ambiti a tutto lo spazio giurisdizionale urbano. E così le attribuzioni furono da subito molto chiare: seppur anche in questo caso non ci sia di aiuto la qualità di una documentazione mancante quasi per intero della sua parte procedurale e giudiziaria. Ad ogni buon conto l’esercizio della giustizia era graduato tra le magistrature urbane e quelle periferiche: i podestà locali accanto ad una ampia gamma di attribuzioni ammini- strative, difensive, di polizia locale potevano, infatti, svolgere anche funzioni giudiziarie126. Così lo Statutum potestatis del 1296 prevedeva, ad esempio, che alla curia di Carmignano spettasse la giustizia civile e la bassa giustizia penale, mentre i più importanti reati penali, de feritis sanguinolentis, captura personarum, raptu mulierum, homicidio, pace rupta et rubaria, fossero di competenza del podestà e dei giudici cittadini127. E tale si mantenne la divisione delle competenze anche nel corso del Trecento, dando vita ad un assetto equilibrato e funzionale 128 della giurisdizionalità urbana nel districtus . La giustizia fu, anzi, l’ambito che più di altri avvicinò la città alle sue terre, il tramite per il quale l’ordine della civitas e quello delle campagne furono più simili, certo fra smagliature e scollamenti, ma all’insegna di una sostanziale equità. L’ordinamento giudiziario è anche quello, tuttavia, in cui più marcata può rivelarsi la distanza fra la teoria e la pratica, fra il disegno programmatico e la sua reale applicazione. La giustizia della città non dovette essere amata nel contado, ma fu allo stesso modo, pur fra vuoti e reticenze, attiva ed efficace. Manca purtroppo, come si è detto, la continuità delle fonti. La continuità, ma non gli esempi isolati. Assai significativi sono a questo proposito i frammenti degli atti di condanna 126 Già dai primi decenni, seppur in modo episodico, si trovano tracce dell’esercizio cittadino della giustizia nel contado: così a Tizzana nel 1223 (Liber censuum, 189-190, 1223 novembre 2). 127 Statutum 1296, IIII, XXI, De concordia habita inter Pistorienses et Carmignanenses. 128 Tra le attribuzioni che venivano riconosciute alle comunità rurali si dovrà ricordare quella della cattura dei malfattori, omicidi su tutti, che avessero commesso reati nel territorio comunitario (ibidem, III, CLIII, Quod quelibet comunitas teneatur capere malefactores in suo territorio sub infrascripta pena). La gestione del territorio 109 emanati dalle magistrature pistoiesi, fra il 1295 e il 1296: di particolare importanza la condanna emessa dal podestà Manetto nei confronti di alcuni uomini della comunità di San Marcello, per aver attaccato con 129 lance e spade, nei pressi di quel castello, un cavaliere cittadino ; oppure, a un livello più basso, quella emessa contro un certo Puccio di Compagno da Larciano e un certo Puccio del fu Privado da 130 Lamporecchio per le ingiurie e le offese che avevano arrecato ad altri . E ancora quella emessa contro Nuto di Bellemprimo, anch’egli di Lamporecchio, per le percosse che aveva rifilato al suo compaesano 131 Corsino di Cecco . In un settore diverso è da menzionare l’inquisitio generalis promossa, nel 1333, dal giudice dei danni dati, Merlino, nei riguardi di tutti coloro che conducevano le bestie nel piano contrav- 132 venendo le disposizioni statutarie . Lampi isolati, va ribadito, ma capaci di illuminare la capillarità con cui le magistrature urbane imponevano il diritto cittadino agli uomini dei castelli e dei villaggi rurali. E, qualora ce ne fosse bisogno, anche la conferma ulteriore di quella latente violenza che dominava i rapporti sociali a tutti i livelli e, più nello specifico, le non mai facili relazioni tra le genti della montagna e gli ufficiali inviati dalla città. La politica territoriale del Comune di Pistoia si espresse, dunque, lungo l’arco dei secoli XII, XIII e XIV, con un ventaglio di modalità sicuramente accostabili, in una qualche misura, con quella di molti altri centri dell’Italia centrale e settentrionale, seppur non si disponga di una solida geografia comparativa dei contadi comunali133. Accostabile, certamente, ma con declinazioni e soluzioni, come si è cercato di mostrare, sue proprie. Il confronto militare con le signorie lasciò il passo ad un largo processo di mediazione e di patteggiamento con quegli stessi nuclei di potere, al quale si associò in rapida progressione un investimento importante nel controllo dei collegamenti stradali e nella fondazione di nuovi ‘borghi’. Un fenomeno, quest’ultimo, non paragonabile per importanza alle fondazioni piemontesi o alle più 129LARSON, Ingiurie e villanie, doc. 4, p. 352. 130Ibidem, doc. 5, p. 352; doc. 9, p. 353. 131Ibidem, doc. 16, p. 354. 132Atti del podestà di Pistoia, 2, cc. 8-10. 133Non può considerarsi tale la pur utilissima proposta interpretativa di CHITTOLINI, Per una geografia. 110 I.3 Il districtus civitatis pistoiese 134 tarde «terre nuove» fiorentine , ma che ebbe tuttavia una sua ricaduta strategica nell’orientare le forme del popolamento e nel creare sicuri punti d’appoggio al potere cittadino nel territorio. La formalizzazione scritta, per quanto si è visto, costituì il momento conclusivo e il codice espressivo di una costruzione complessa e, allo stesso tempo, compres- sa dalla vicina potenza fiorentina. La Pistoia comunale, se ne valutiamo la consistenza in un’ottica Toscana, assume, in primo luogo, la fisionomia di una realtà dagli «sviluppi possibili». E non fa eccezione a questo quadro la costruzione del territorio cittadino. Sviluppi possibili, ma sostanzialmente manca- ti: nelle fasi di decollo potenziale, infatti, Pistoia è stata frenata prima, in età longobarda e carolingia, ad opera di Lucca e successivamente dall’accelerazione fiorentina dei primi decenni del Duecento. In secondo luogo, se volgiamo lo sguardo all’interno del contado, si può osservare che il Comune cittadino riuscì ad operare a largo raggio raggiungendo in tempi anche relativamente rapidi i confini della diocesi – uno spazio di circa 900 kmq – e con una progressione di maggiore forza rispetto ad altre realtà, anche vicine, per quanto permanessero vuoti ed aree d’instabilità. E se è vero, riprendendo le iniziali proposte interpretative di Gian Maria Varanini135, che furono ben pochi quei Comuni cittadini in grado di azzerare o ridurre la presenza signorile entro il Duecento agli spazi marginali delle aree montane e periferiche, ecco che Pistoia può essere inserita, seppur con qualche cautela, tra quelle più rapide ed efficaci accanto a Firenze e Perugia nell’Italia centrale e a Bologna e Verona in quella settentrio- nale136. La forza e la precocità furono due aspetti che caratterizzarono la conquista del contado a Pistoia: così come lo furono, in una misura assai minore, in realtà di media corposità territoriale come Padova, Vicenza, Arezzo e Siena e conviene tacere delle realtà più deboli, addirittura «assediate» dalle forze signorili, come Treviso, Reggio e le altre le città dell’Emilia137. L’opera di ricomposizione territoriale 134 Per una prospettiva comparativa si vedano gli atti dei convegni Le Villenuove nell’Italia comunale e Borghi nuovi e borghi franchi; per la realtà toscana, cfr. Le Terre nuove e il recente volume di PIRILLO, Creare comunità. 135 Cfr. supra nota 2 e testo relativo. Si veda anche il recente intervento di GRILLO, Comuni urbani e poteri locali. 136 ZORZI, L’organizzazione del territorio; PIRILLO, Costruzione di un contado; GROHMANN, Città e territorio; VARANINI, Organizzazione del distretto; PINI, La politica territoriale. 137 Cfr. la nota precedente e poi REDON, Lo spazio di una città; LEVEROTTI, L’organizza- La gestione del territorio 111 cittadina fu senz’altro favorita dalle dimensioni ridotte del contado – il più piccolo fra quelli delle città vescovili, e superiore solo ai distretti dei centri di origine non cittadina come San Miniato, Prato, San 138 Gimignano e Colle – e dalla stessa fisionomia dei poteri locali: si trattava di compagini dalla forza limitata e limitanea come quelle dei signori di Stagno o dei conti di Pànico oppure di fisionomie signorili di radicamento zonale, o addirittura interzonale, come i Guidi che ebbero tuttavia per le loro difficoltà interne una scarsa tenuta nel tempo139. Le resistenze e le difficoltà di integrazione tra il centro e la periferia rimasero, ciononostante, in più di un caso latenti e non colmate: basti pensare a quelle comunità che ancora in pieno Duecen- 140 to rilasciavano giuramenti di fedeltà al vescovo , che avevano forti legami con alcuni potenti monasteri o che addirittura erano inquadra- te nel dominio episcopale, come accadde alla Sambuca fino a inizio 141 Trecento . Che in fondo permanessero significative continuità anche nei rapporti sociali interni al contado lo attestano, ancora in pieno secolo XIV, le procedure per l’elezione dei consoli della comunità di Piuvica, nella pianura a sud-ovest della città. Così una delibera comunale del 22 dicembre 1332 prevedeva che i membri della famiglia Tedici, generalmente presente e attiva nella scelta e nella convalida degli ufficiali della comunità, fossero in quella circostanza sostituiti da altri rappresentanti del Comune di Pistoia, in quanto ascritti fra i ribelli142. Ecco: quella pratica proseguita ininterrottamente lungo tutta l’età comunale sanciva il legame profondo, e più tenace di molti formalismi legislativi, che quel gruppo familiare aveva mantenuto con quella porzione della campagna pistoiese. Un percorso sicuramente contrassegnato, dunque, più da pieni che da vuoti, il cui coefficiente zione amministrativa; SCHARF, Potere e società; ONORI, Il Comune di Lucca e le Vicarìe. Per uno sguardo più generale CHITTOLINI, Per una geografia; il caso reggiano è stato studiato da GAM- BERINI, La città assediata. 138 ZORZI, L’organizzazione del territorio, pp. 284-285. 139 Cfr. supra capitolo I.1. 140 Saturnana: ASF, Vescovado, 1230 febbraio 4; Fagno: ibidem, 1230 febbraio 12; Buriano; ibidem, 1232 marzo 20; Bacchereto, ibidem, 1232 novembre 24; Montemagno: ibidem, 1240 agosto 8 e 11; Castellina: ibidem, 1295 marzo 12. 141 Il caso eccezionale della Sambuca è stato studiato da RAUTY, Il castello della Sambuca. Per i domini vescovili duecenteschi, cfr. PINTO, La Sambuca e i domini vescovili. 142 ASP, Provvisioni e riforme, IV, c. 117v, 1332 dicembre 22. 112 I.3 Il districtus civitatis pistoiese di resistenza e di integrazione nel dominio cittadino fu alterato dall’incipiente «bloccaggio» fiorentino, dalla esasperata competitività di un’area dalla forte presenza urbana, come la Toscana settentrionale, e dalla latente instabilità delle aree confinarie e delle montagne dell’Appennino che, per quanto estranee al condizionamento di signorie forti e resistenti, rimasero protagoniste fin dentro il Trecento di una talvolta eclatante, talvolta più oscura riottosità nei confronti del dominio della città. 113 Parte seconda Lo spazio di una città: circoscrizioni, villaggi e beni collettivi 114 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali 115 II. 1 Pievi, parrocchie e comuni rurali. Una geografia circoscrizionale civile Il rapporto tra circoscrizioni ecclesiastiche e circoscrizioni civili coinvolge direttamente il problema più generale dell’assetto istituzio- nale, amministrativo ed organizzativo delle aree rurali nella loro evoluzione storica. Le vicende delle strutture territoriali e degli assetti circoscrizionali consentono così di seguire il processo di umanizzazione e di organizzazione del paesaggio, di meglio inquadrare, cioè, la correlazione fra le vicende dell’insediamento, dei distretti pubblici e dei territori plebani1. La relazione fra distretti civili e circoscrizioni ecclesiastiche risente, infatti, dei mutamenti indotti dalle grandi tra- sformazioni economico-sociali e politico-istituzionali con le tappe della cristianizzazione e della sempre più capillare distribuzione delle 2 chiese per l’amministrazione del culto . La definizione degli ambiti circoscrizionali, sia di matrice civile che ecclesiastica, ha comportato per questo insieme di ragioni uno svolgimento tra «espansioni e resistenze», che a partire dall’alto Medioevo si è protratto fino alla piena età comunale. Uno svolgimento che è ruotato attorno all’obiettivo di ricomporre quell’unicum politi- co-ecclesiastico costituito dal binomio diocesi-comitatus, interrotto in 1 Su questi temi, nonostante il proliferare di studi sulla storia delle campagne e delle strutture agrarie degli ultimi decenni, i molti lavori di Cinzio VIOLANTE (ora confluiti nel volume Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche), di Andrea CASTAGNETTI (Pieve rurale; L’organizzazione del territorio; Il peso delle istituzioni) e di Aldo A. SETTIA (alcuni saggi ora riuniti nel volume Chiese, strade e fortezze) costituiscono solidi punti di riferimento sul piano storiografico e metodologico. Cfr. anche MERLO, Inquadramento ecclesiastico, pp. 399-402. 2 TABACCO, Alto Medioevo, pp. 11-346 e pp. 213-215; VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 267-447, alle pp. 273-279. 116 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali età ottoniana e ricostituito con difficoltà anche in seguito agli sforzi compiuti dal Comune cittadino di porsi quale cardine dell’organizza- 3 zione territoriale . E reso tanto più faticoso dalla complicazione dei quadri di natura pubblica con l’introduzione di rapporti sociali e 4 politici di profilo locale : partendo da quel «particolarismo signorile», nel quale le esperienze istituzionali provenienti dal basso si sono incontrate con il potere ufficiale, generando una proliferazione ed una frammentazione di rapporti personali e di commistioni tra ordinamen- to pubblico e circoscrizioni signorili. L’assetto del territorio fu così disgregato in microrealtà socio-politiche, entro le ormai discontinue strutture periferiche del Regno italico, e vieppiù in un contesto in cui non esisteva un sistematico ordinamento per circoscrizioni pubbliche minori5. PIEVI E PARROCCHIE: UN MUTAMENTO NELLO SPAZIO DELLE CAMPAGNE Sulla base dei problemi individuati, a noi interessa verificare la geografia circoscrizionale del territorio pistoiese in età comunale: per comprendere, in primo luogo, il contributo delle istituzioni ecclesia- stiche – pievi e parrocchie – nella genesi e nella formazione delle comunità rurali e, in secondo luogo, la misura e le modalità con le quali la circoscrizionalità ecclesiastica influì nella definizione dell’ordina- mento amministrativo del districtus comunale del secolo XIII. E ciò nella convinzione che gli ambiti spaziali abbiano svolto un ruolo importante nella coesione delle strutture sociali, nell’inquadramento demico delle popolazioni della pianura e della montagna e nella costituzione del senso di appartenenza ad una collettività civile o religiosa, dal momento che gli assetti territoriali costituiscono pur sempre «lo spazio di vita e l’orizzonte mentale degli uomini»6. Tra i capisaldi dell’organizzazione territoriale pistoiese, la pieve 3 Cfr. DE VERGOTTINI, Origine, I, pp. 3-122; PINI, Comune città-stato, pp. 467-471 e 478- 481. Il rapporto fra comitati e diocesi in età comunale è stato ripensato e reinterpretato partendo dal caso veneto da BORTOLAMI, Frontiere politiche, pp. 23 sgg. 4 WICKHAM, Montagna, pp. 354-355. 5 VIOLANTE, Introduzione. Problemi aperti, p. 5. Su questi temi la storiografia è abbondantissima; si rimanda pertanto ai più recenti contributi di inquadramento generale: SERGI, Sviluppo signorile; PROVERO, Italia dei poteri; CAROCCI, Signori, castelli. 6 VIOLANTE, Primo contributo, p. 169. Pievi e parrocchie 117 Fig. 11. Resti della pieve di Sant’Andrea di Furfalo (Foto di N. Rauty). Fig. 12. Pieve vecchia di Piteglio. 118 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali costituì, sin dall’alto Medioevo, il fulcro della distrettuazione 7 ecclesiastica e della vita religiosa e sociale delle campagne , le cui prime 8 attestazioni documentarie risalgono agli inizi dell’VIII secolo . Come è noto, infatti, il sistema per pievi rappresentò nell’Italia centro- settentrionale l’elemento ordinatore delle istituzioni ecclesiastiche rurali9, con fondamentali attribuzioni nella cura animarum e nell’impianto di una territorialità circoscrizionale, di cui la plebs già a 10 partire dal VII-VIII secolo, divenne il punto di riferimento . Le pievi, fondate come chiese battesimali a servizio della popolazione rurale, erano dislocate generalmente non all’interno dei villaggi, o più in generale dei nuclei abitativi, ma isolate nella campagna, in posizione baricentrica rispetto al territorio sul quale esercitavano la giurisdizione spirituale11. La chiesa plebana costituiva essenzialmente il punto più agevole per la raccolta dei fedeli, per l’amministrazione degli uffici liturgici e dei principali sacramenti e per la propagazione dei sacerdoti in ambito rurale: doveva contare, dunque, la sua dislocazione geografica e topografica, in relazione con le vie di comunicazione, con i corsi d’acqua e con le dinamiche del popolamento12. Di frequente sorgevano nei fondovalle, come si riscontra per le pievi di Celle, di S. Lorenzo in Val di Bisenzio e di S. Andrea di Furfalo; mentre nell’ampia Valle dell’Ombrone, la cui pianura era in gran parte impaludata, le pievi occuparono una posizione pedemontana, lungo le principali vie di collegamento: Villiano (Montale) e Montemurlo a nord, Quarrata, 7 Per il Pistoiese, il contributo fondamentale sul tema è ancora il bel saggio di FERRALI, Pievi e parrocchie. Si veda anche Storia di Pistoia, I, pp. 244-252. 8 RCP, Alto Medioevo, 3, 700 maggio 21; 4, 716 febbraio. Cfr. inoltre RAUTY, Valdinievole tra Lucca e Pistoia, pp. 8-14; IDEM, Valdinievole, territorio di confine, pp. 42-44; SPICCIANI, Istituzioni parrocchiali, pp. 163-167. 9 Per il sistema plebano e parrocchiale nei suoi rapporti con le strutture politiche e territoriali, si vedano i volumi degli atti dei Convegni di Firenze e di Spoleto del 1980 e del 1981: Cristianizzazione ed organizzazione; Pievi e parrocchie in Italia. Cfr. in particolare VIOLANTE, Strutture organizzative, pp. 189 e 244-255; si veda inoltre TOUBERT, Structures, pp. 855 sgg. e in particolare p. 859. 10 Da questo periodo è documentato l’uso del termine plebs non soltanto quale indicazione del popolo dei fedeli legati ad una parrocchia, ma anche nel senso di circoscrizione ecclesiastica e questo in particolare per individuare la collocazione delle chiese minori all’interno di un distretto, in occasione della loro fondazione o consacrazione da parte del vescovo (CASTAGNETTI, L’organizzazione del territorio, pp. 11-18). 11 Cfr. FORCHIELLI, Pieve rurale, passim; VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 268-273. In particolare per il contesto pistoiese, cfr. FERRALI, Pievi e parrocchie, pp. 222-225. 12 Ibidem, p. 240. Più in generale, cfr. VIOLANTE, Strutture organizzative, pp. 107-108; SETTIA, Strade romane; IDEM, Pievi e cappelle. Pievi e parrocchie 119 13 Seano, Artimino a sud . La prima configurazione generale dell’assetto plebano pistoiese risale alla fine del X secolo. Nel diploma rilasciato nel 998 dall’impe- ratore Ottone III al vescovo pistoiese Antonino, infatti, furono confer- mati possessi fondiari, immunità ed una serie di villae e di curtes insieme a diciannove pievi14. La dislocazione delle pievi nel territorio 15 era connessa con il più generale quadro demografico ed insediativo . La popolazione rurale aveva trovato per lungo tempo, l’unico punto di aggregazione nelle chiese matrici, sia in quelle altomedievali, sia in quelle di più recente fondazione al centro di nuove zone abitate. In ambito pistoiese, infatti, l’incastellamento non era riuscito a determi- nare quell’accentramento di popolazione, o almeno non in modo così generalizzato come nel Lazio meridionale16, tale da modificare il 17 precedente assetto insediativo fondato su villaggi e case sparse . La chiesa plebana costituì, in questo senso, un’entità territoriale che superava la sfera religiosa per assolvere anche funzioni di carattere sociale, giuridico ed economico, comprese quelle per la manutenzione delle strade e dell’assistenza ai viandanti18. È interessante notare, a questo proposito, che le due pievi altomedievali poste a monte della città, Saturnana e Lizzano, si trovavano proprio lungo l’antico itinera- rio che in epoca longobarda da Pistoia conduceva a Modena e che costituiva l’unica via di collegamento con la pianura padana19. Oppure, come risulta dai più tardi statuti cittadini del XIII secolo, ai rettori delle cappelle era ancora demandato l’obbligo di facere exgombrari 13 RAUTY, Vicende storiche, p. 8. Cfr inoltre IDEM, Pieve di Furfalo; IDEM, Montale. 14 ASF, Vescovado, 997 febbraio 25 (ma 998); cfr. anche RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25: plebes de Tobiano, de S. Stefano in Cerbaria, in Creti, in Artimino, Seiano, in Quarrata, de S. Paulo, de S. Iusto, de Lecore, de Burgo, de S. Laurentio, de S. Ypolito, que vocatur Visia, de Saturnana, de S. Georgio, de Celle, de Massa, de Furfalo, de Lizano, de S. Iohanne de Villiano. 15 Per un inquadramento complessivo delle dinamiche insediative del territorio pistoiese in questi secoli, cfr. IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 195-202. 16 TOUBERT, Structures, p. 330. 17 Cfr. RAUTY, Incastellamento, pp. 36-37; FRANCESCONI, Districtus, pp. 105-107. Si veda per gli sviluppi del problema nell’Italia centrale e settentrionale VIOLANTE, Sistemi organizzativi, pp. 461-465 e TOUBERT, Monachisme et encadrement religieux. 18 FERRALI, Pievi e parrocchie, pp. 223 e 240-242; PUCCINELLI , La viabilità nel contado pistoiese, pp. 203-211. Più in generale si vedano le considerazioni di VIOLANTE, Strutture organizzative, pp. 106-108 e di LE GOFF e TOUBERT, Une histoire totale, i quali hanno interpretato l’ordinamento della cura d’anime come una «struttura globalizzante» della società altomedievale. 19 RAUTY, Vicende storiche, p. 8. 120 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali 20 vias e facere fieri cloacas subterraneas . Seppur in quest’ultimo caso si tratti di competenze delle cappelle urbane non sembra aleatorio il rapporto fra chiese e lavori pubblici. L’incremento demografico poi e la nuova mobilità sociale ed economica che interessarono le campagne pistoiesi dopo il Mille dovettero essere le ragioni principali della proliferazione di chiese plebane che si ebbe fino al secolo XII21. Basti pensare che delle trentadue pievi che sono ricordate nella bolla papale di Innocenzo II del 1133, ben tredici erano state istituite nell’arco di poco più di un 22 secolo e mezzo . Una tendenza analoga, peraltro, a molte zone dell’Italia padana, come mostra ad esempio il caso reggiano studiato da Castagnetti, dove alle ventisei pievi dell’anno 960 fanno riscontro 23 le quaranta del 1144 . Tale crescita dovette essere motivata anche dalla mancanza di strutture civili che svolgessero quel ruolo di coor- dinamento e di organizzazione delle genti del contado che successiva- 24 mente saranno assunte dal Comune rurale . L’organizzazione ecclesiastica delle campagne nel suo svolgi- mento storico rivela, dunque, un costante intreccio di rapporti fra le strutture ecclesiastiche e le civili, fra le condizioni della vita religiosa e della vita sociale. In questa prospettiva, si verificò un reciproco condizionamento anche nella definizione delle circoscrizioni territo- riali: si determinò, infatti, nel corso del secolo XII un processo parallelo per il quale, congiuntamente alla disgregazione dell’unità plebana attraverso la formazione delle parrocchie, vi fu un progressivo consolidamento delle comunità rurali25. Un fenomeno che non si 20 Statutum potestatis 1296, Tractatus offitii judicis deputati super dannis datis, I: Et teneantur cappellani cappellarum facere fieri ibi cloacas subterraneas. Cfr. anche SZABÒ, Pievi e parrocchie, pp. 275-277; IDEM, Strade e sicurezza, pp. 195-234. 21 Cfr. CHERUBINI, Parroco, p. 219; VASINA, Pievi e parrocchie, pp. 727-728. 22 ASF, Vescovado, 1134; cfr. anche RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21. Le pievi di più recente fondazione sono quelle di Popiglio, Piteglio, Gavinana, San Marcello, San Quirico, de Calloria, Vinacciano, Cireglio, Piazzanese, Iolo, Montemagno, Montemurlo e S. Maria de Colonica. 23 CASTAGNETTI, Comunità rurali, p. 9. 24 FRANCESCONI, Districtus, pp. 97-105. Più in generale, e in prospettiva comparativa, si possono vedere le considerazioni di WICKHAM, La montagna, pp. 147-161 e 332-363 sulle vallate appenniniche della Garfagnana e del Casentino. 25 Ibidem, p. 354. Sul rapporto tra struttura insediativa ecclesiastica e relativa territorializzazione e comparsa del Comune rurale si possono vedere altri lavori di CH. WICKHAM, tra cui Frontiere di villaggio; Comunità e clientele, pp. 64-92 e Dispute ecclesiastiche. Cfr. inoltre PROVERO, Italia dei poteri, pp. 152-153 e 195-203. Pievi e parrocchie 121 Fig. 13. L’assetto plebano della diocesi di Pistoia (secoli X-XIII). 122 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali 26 esaurisce in uno «pseudo-problema di precedenze» , ma che va altresì valutato nel complesso delle condizioni sociali, economiche e agrarie della prima età comunale – liberazione dai vincoli di dipendenza, perfezionamento di migliori strumenti contrattuali, maggiore disponi- bilità della terra, gestione di beni collettivi, processo di territorializzazione della signoria e contestazione dei diritti signorili – per comprendere l’insieme dei fattori interdipendenti che dovettero contribuire alla formazione del Comune rurale nelle campagne pistoiesi e non soltanto in quelle27. La diffusione delle chiese parrocchiali entro i preesistenti territori plebani avvenne, infatti, in relazione con il passaggio da un sistema di popolamento per abitazioni sparse ad una trama insediativa per villaggi e borghi con significative conseguenze sugli assetti territoriali, sui rapporti gerarchici tra le istituzioni eccle- siastiche rurali e il loro raccordo con la città e sulle dinamiche socio- politiche comitatine28. La comparsa della chiesa entro il villaggio, in primo luogo, permise ad ogni piccola comunità di acquisire una propria autonomia, di riconoscere precisi quadri di riferimento terri- toriale e di saldare una identità di villaggio29 – sulla quale torneremo – precondizione comunque necessaria all’individuazione di comuni interessi economici e alla successiva maturazione amministrativa ed istituzionale. In secondo luogo, le parrocchie favorirono la formazione di minori unità circoscrizionali ecclesiastiche alle quali lo stesso governo cittadino riconobbe ben presto funzioni di carattere ammini- strativo30. Gli oneri per la costruzione delle mura di Serravalle, ad esempio, sul finire del XII secolo erano ripartiti per porte e cappelle, 26 VIOLANTE, Pievi e parrocchie, p. 281. 27 Cfr. RAUTY, Comunità rurali e signorie feudali, pp. 21-38; FRANCESCONI, Districtus, pp. 97-102 (ora supra capitolo I.2). A livello generale cfr. TABACCO, Banno signorile, pp. 197-213; CHERUBINI, Campagne italiane, pp. 56-64; CAPITANI, Storia dell’Italia, pp. 372-378; PANERO, Servi e rustici, pp. 165-215. Si veda anche VAUCHEZ, La parrocchia. 28 Lo sviluppo delle parrocchie, nel corso dei secoli XII e XIII, limitò pesantemente la crescita della struttura plebana, la quale dalle 32 pievi elencate nella già citata bolla di Innocenzo II del 1133 passò a 36 in quella di Onorio III del 1219 (ZACCARIA, Anecdotorum, pp. 242-245) e negli elenchi delle decime di fine secolo (Decima 1274-1280; Decima 1295-1304), con un aumento quindi di soltanto quattro pievi in un secolo e mezzo (Bacchereto, Groppoli, Casale e Carmignano). Cfr. anche FERRALI, Pievi e parrocchie, pp. 236-237. Per un inquadramento generale del problema si veda, NANNI, La parrocchia, pp. 182 sgg; VIOLANTE, Pievi e parrocchie, pp. 369-377; IDEM, Sistemi organizzativi, pp. 462-473. Per un approccio comparativo si veda, CHERUBINI, Parroco, pp. 217-220 e SPICCIANI, Le istituzioni parrocchiali, p. 197 e sgg. 29 FOURQUIN, Strutture di socialità, p. 264; DE SANDRE GASPERINI, Aspetti di vita religiosa. Cfr. inoltre un lavoro ormai classico come quello di LE BRAS, La chiesa, pp. 69 sgg. 30 Gli ambiti di competenza territoriale di ciascuna parrocchia, per quanto di non facile Pievi e parrocchie 123 Fig. 14. Pieve di San Giusto. Fig. 15. Pieve di San Giusto. Parte absidale. 124 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali secondo uno schema quindi che poneva accanto circoscrizioni eccle- 31 siastiche e circoscrizioni civili . COMUNITATES, COMUNIA, TERRE, VILLE E CASTRA: UN ASSETTO CIRCOSCRI- ZIONALE CIVILE I 124 Comuni rurali pistoiesi registrati negli elenchi fiscali del Liber focorum alla metà del Duecento ebbero in ben 60 casi una 32 corrispondenza con una chiesa parrocchiale . Un dato, questo, che non rappresenta certo una conferma automatica della costituzione della comunità civile dalla comunità religiosa, per quanto quest’ultima debba aver comunque contribuito, come si accennava, a rafforzare il legame tra gli uomini e il villaggio di appartenenza. E questo, in misura crescente, nei borghi con una minore consistenza demica, un’altret- tanto limitata articolazione interna ed una relativa mobilità sociale. Non sarà inutile, inoltre, richiamare che per almeno 10 comunità delle 124 censite nel Liber si è mantenuta la formula identificatoria o la ripartizione territoriale interna al Comune rurale con il nome della cappella locale33: così nel caso di Vignole, nella pianura vicino a Pistoia, dove la popolazione era suddivisa nelle quattro cappelle di San determinazione e spesso motivo di controversia per i diritti di sepoltura o l’appartenenza di edifici privati, disgregarono progressivamente il più antico territorium plebis. La nomina del rettore delle chiese parrocchiali spettava al pievano, il quale affidava al sacerdote prescelto, in funzione simbolica, le chiavi dell’edificio, le funi delle campane e il panno dell’altare (clavibus et funibus campanarum et pannis altaris: ASF, Pistoia, 1242 maggio 30). 31 Statuimus et censemus ut potestas faciat compleri murum castri Serravallis…et faciat ibi antea compleri omnes impositas que imposite fuerunt per portam et cappellam ab illis quibus fuit impositam (Statutum potestatis 1180, r. 42). 32 Liber focorum. Per una sintesi dei problemi relativi alla datazione del Liber, cfr. FRANCESCONI, Forme di potere, pp. 298-299. Sono da accogliere alcuni correttivi proposti da Mauro Ronzani, nel suo lavoro sull’inquadramento pastorale della diocesi, relativi ad una divaricazione, con tutta probabilità, meno larga di quella indicata (RONZANI, Inquadramento pastorale, pp. 66-67 e note 140-144). Correttivi, peraltro, difficilmente verificabili nel dettaglio, salvi i pochi casi richiamati dallo stesso Ronzani per il piviere di Serra (cfr. ASF, Pistoia, 1243 febbraio 16, dove è attestata la lite per il diritto di patronato sulla chiesa di S. Michele di Vorno o Avaglio, contesa fra i Lambardi di Montecatini e la universitas hominum de Ivaio plebatus plebis de Serra) e per quello di Montecuccoli, e che ad ogni buon conto non cambierebbero di molto le considerazioni d’insieme sui rapporti fra parrocchie e Comuni rurali nel nostro territorio. Su Montecuccoli, cfr. BRUSCHI, Pieve di San Giovanni. 33 Le comunità censite nel Liber il cui elemento identificativo risulta determinato dalla suddivisione plebana o parrocchiale sono: Piuvica, Vignole, Orio, Tizzana, Bacchereto, Carmignano, Lamporecchio, Montemagno, Lizzano, San Marcello e Piteccio. Cfr., ad esempio, Comunitates, comunia, terre, ville e castra 125 34 Donato, San Biagio, San Pietro e San Michele , così nel caso di Piazza, nelle colline immediatamente a nord della città, dove la comunità era addirittura identificata con il nome stesso della parrocchia S. Angelo 35 in Plaza, quest’ultima già attestata dal 940 . Contestualmente alla trasformazione dei distretti territoriali, vi fu anche un fenomeno di più ampia portata, per il quale nel corso del secolo XII si verificò un graduale passaggio di funzioni dalle pievi alle cappelle, che lentamente acquisirono il rango di parrocchie, con una loro autonomia giurisdizionale e liturgica36. Appare significativo, in tal senso, un atto di concessione del 1159, con il quale il vescovo Tracia consentiva al rettore della chiesa di S. Maria di Vormingo la fondazio- ne di una parrocchia nella zona di Serra, con annessi diritti di patronato e funzioni liturgiche, con esclusione però del battesimo che rimaneva di competenza della pieve matrice37. Si attuò, dunque, fra i secoli XII e XIII un processo evolutivo che coinvolse le strutture ecclesiastiche della campagna in un moto di decentramento che fu, per molti aspetti, parallello e congiunto con quello delle strutture laiche (comunità di villaggio e Comuni rurali appunto)38. Il ruolo delle chiese parrocchiali, quali centri di aggrega- zione della popolazione rurale è confermato da un capitolo del Breve consulum, che prevedeva un massimo di due rettori per le parrocchie 39 extraurbane . Questa disposizione, oltre a provare un precoce inte- resse del Comune cittadino per il controllo delle comunità del districtus per il Piemonte SETTIA, Crisi e adeguamento, pp. 341-343. 34 La comunità di Vignole, nella pianura a sud-est di Pistoia, era parte della circoscrizione amministrativa di Porta Caldatica e contava un totale di 97 fuochi, di cui 90 registrati come appartenenti al ceto popolare e 7 a quello nobiliare. I nuclei familiari sono censiti e strutturati secondo il quadro parrocchiale del territorio comunale: capella Sancti Donati, capella Sancti Brasii, capella Sancti Petri, capella Sancti Michaelis (Liber focorum, pp. 53-56). 35 La comunità di Piazza, parte della circoscrizione di Porta Sant’Andrea, contava 49 fuochi ed era identificata ancora nel XIII secolo come Sancto Angello in Piaza (Liber focorum, pp. 208-209), dal nome della chiesa parrocchiale di S. Angeli qui dicitur Plaza, già ricordata in una cartula offertionis del 24 giugno 940 (RCP, Alto Medioevo, 62, 940 giugno 24). 36 Per un quadro completo delle parrocchie della diocesi di Pistoia, cfr. Schede storiche delle parrocchie. 37 ASF, Capitolo di Pistoia, 1159 giugno 22; RCP, Canonica XII, 483, 1159 giugno 22: Tracia sancte Pistoriensis ecclesie episcopus…consensum et licentiam dedit Gerardo presbitero et rectori ecclesie S. Marie de Vormingo…ut edificaret in predicto colle [qui dicitur Serra] ecclesiam ad honorem SS. Apostolorum Philippi et Iacopi…et sit in potestate rectorum eiusdem ecclesie S. Marie eam semper officiandi, salvis tamen omnibus usibus quas baptismalis ecclesia S. Michaelis de Calloria habet in hominibus habitantibus in supradicto colle de suis parrochianis. 38 Si veda a questo proposito, CHERUBINI, Parroco, p. 241. 39 Item ego non mittam vel mitti faciam vel consentiam esse ultra duos rectores per 126 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali in epoca anteriore al loro inquadramento istituzionale, attesta, almeno per la seconda metà del XII secolo, l’utilizzo dei distretti parrocchiali 40 come possibili circoscrizioni dell’assetto amministrativo comunale . Fenomeno questo che, mentre in città mantenne inalterate le proprie caratteristiche anche nel secolo successivo con il riconoscimento alle circoscrizioni parrocchiali di funzioni amministrative41, consultive42, 43 44 fiscali e di tutela dell’ordine pubblico , sembra avere avuto nel districtus un riscontro soltanto parziale, dove divenne preminente la distrettuazione civile basata sulle circoscrizioni territoriali dei Comuni 45 rurali prima e delle podesterie in seguito . Sulla base di un confronto fra i Comuni rurali censiti nel Liber focorum e le pievi e le parrocchie registrate negli elenchi delle decime 46 della fine del Duecento la tendenza appare confermata . Nel contado pistoiese, infatti, le circoscrizioni ecclesiastiche non furono adottate come modelli di riferimento della distrettuazione amministrativa e 47 fiscale, come avvenne in altre realtà comunali , ma furono piuttosto quelle civili che in qualche caso ne furono condizionate. La coinciden- za fra distretti ecclesiastici e civili fu un fenomeno non generalizzato, dal momento che la concomitanza tra pieve e Comune rurale si attuò soltanto in 23 casi e quella – già citata – con la parrocchia in 60, mentre cappellam de foretanis nostri districtus (Breve consulum, r. 91). Il termine cappella è da intendere come territorio parrocchiale. In questo periodo il centro di aggregazione di ogni comunità era costituito dalla chiesa parrocchiale. Sulla nomina dei due rettori per ciascuna parrocchia, cfr. anche il successivo Statutum potestatis 1296, I, 47. 40 Per una panoramica generale si rimanda a BOYD, Tithes and parishes, pp. 178 sgg. 41 Tra le funzioni di carattere amministrativo che erano demandate ai rettori delle cappelle cittadine, sono menzionate quelle relative alla misurazione dei cereali che venivano portati ai mulini, con un staio loro in dotazione (Statutum potestatis 1180, r. 58); oppure, quelle relative al controllo delle quantità di fieno e di paglia che potevano essere trattenute presso le abitazioni a causa della loro infiammabilità con i connessi rischi d’incendio (Statutum potestatis 1296, III, 29). Cfr. anche RONZANI, Pievi e parrocchie cittadine, pp. 337-349. 42 Era richiesto il parere dei rettori delle parrocchie prima di stipulare accordi di pace, insieme ai consiglieri del Comune, ai cento uomini del Comune ed ai rettori delle arti (Breve consulum, r. 70). 43 Breve populi, II, 96. Gli oneri per la costruzione della seconda cinta muraria erano ripartiti tra le porte della città e a loro volta suddivisi per circoscrizioni parrocchiali (ibidem, II, 55). 44 I rettori delle cappelle cittadine erano tenuti a denunziare i reati che venivano commessi nella loro circoscrizione (Statutum potestatis 1296, III, 20). 45 Cfr. FRANCESCONI, Districtus, pp. 110-115 (ora supra capitolo I.2). 46 Liber focorum e Decima 1274-1280, Decima 1295-1304. 47 Per Firenze, cfr. CONTI, Formazione, pp. 237 sgg. e più di recente ZORZI, L’organizzazione del territorio, pp. 318-319. Per altri riferimenti comparativi vedi CHERUBINI, Parroco, parrocchie, p. 242, dove sono riportati esempi piemontesi, umbri e veneti. Cfr. supra capitolo I.3. Comunitates, comunia, terre, ville e castra 127 Fig. 16. Pieve di San Michele a Calloria (Groppoli). Fig. 17. Pieve di San Leonardo a Artimino. 128 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali per 41 villaggi non risulta alcuna attestazione di chiesa parrocchiale o 48 pievana nel loro territorio : segno che quelle comunità dipendevano, sotto il profilo ecclesiastico, da chiese collocate in altre circoscrizioni civili. Nel Duecento, dunque, il Comune rurale divenne il punto di riferimento principale della vita amministrativa e sociale del districtus pistoiese, sia come caposaldo della suddivisione territoriale, sia come elemento di aggregazione e di appartenenza della popolazione rurale. Soltanto una minoranza, infatti, delle circoscrizioni rurali era costitui- ta da plebes, mentre la maggioranza era inquadrata per comunitates, comunia, terre, ville e castra49. Purtuttavia vorrei soffermarmi di nuovo sul fatto che nel Liber focorum del 1244, in un periodo cioé in cui l’organizzazione amministrativa del districtus comunale era molto avanzata, si ricorreva ancora per l’identificazione di 15 Comuni rurali ad elementi distintivi di tipo ecclesiastico, tra cui il già citato riferimen- to alle cappelle50 e in almeno altri 10 casi alla pieve, come risulta 51 52 53 documentato per Quarrata , Carmignano , Lamporecchio , 54 55 56 57 58 Montemagno , Groppoli , Lizzano , San Marcello , Gavinana , 59 60 Popiglio e Cireglio . E per tre di queste comunità come unico fattore 61 62 di riconoscimento: Plebe de Quarrata , Groppoli de plebe , plebe de 48 Risulta assai eloquente, a questo proposito, il caso della val di Bure dove a fronte di circa venti Comuni rurali vi sono soltanto due parrocchie: Candeglia e Santomoro. Per la comunità di Chiappore, ad esempio, la prima attestazione certa di una chiesa si avrà soltanto all’inizio del XIV secolo, nelle costituzioni sinodali del vescovo Ermanno Anastasi del 1308 (ZACCARIA, Anecdotorum, p. 153). 49 Statutum potestatis 1296, III, 12. 50 Cfr. supra nota 33 e testo relativo. 51 Liber focorum, pp. 61-63: de plebe de Quarrata, de Pancole de Quarrata, de Luciana de Quarrata, de Orio de Quarrata. 52 Ibidem, pp. 74-82: la popolazione del territorio comunale era suddivisa nelle circoscrizioni parrocchiali di capella Sancte Marie de Bonostallo, capella Sante Christine, capella Sancti Rolenci, de Plebe, de Abbatia. 53 Ibidem, pp. 88-95: i fuochi erano registrati secondo la ripartizione circoscrizionale de Plebe, de abbatia Sancti Baronti, capella Sancti Georgii. 54 Ibidem, pp. 99-111: capella de Campillio, de Plebe, Sancta Maria de Valenzatico, capella Piuntis, capella Sancti Gregorii. 55 Ibidem, pp. 137-139. 56 Ibidem, pp. 166-172: de Plebe, capella Sancti Andree. 57 Ibidem, pp. 172-175: de Plebe, capella Sancti Michaelis. 58 Ibidem, pp. 175-178. 59 Ibidem, pp. 178-183: de Quirico de Valle (la zona attorno alla nuova pieve costruita nel XIII secolo ai piedi della rocca di Sicurana costituiva una suddivisione territoriale del Comune rurale), de Quirico de Castro, de Quirico Canelle. 60 Ibidem, pp. 199-201. 61 Cfr. supra nota 51. 62 Cfr. supra nota 55. Comunitates, comunia, terre, ville e castra 129 Fig. 18. Le circoscrizioni civili ed ecclesiastiche nella seconda metà del secolo XIII. 130 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali 63 64 Brandellio e Sancta Maria de Cavinana . 65 Poiché non pare verosimile, come è stato sostenuto , che tali formule ubicatorie siano attribuibili alla consuetudine di demandare le procedure di compilazione degli elenchi dei fuochi ai parroci locali, potrebbe trattarsi di una ulteriore conferma della probabile origine della comunità da una preesistente struttura di natura ecclesiastica, sebbene non sia possibile stabilirne un diretto ed univoco rapporto di filiazione. La coincidenza tra Comune rurale e chiesa plebana risulta, inoltre, frequente anche con le pievi di più antica costituzione: delle dodici che in seguito sarebbero rimaste comprese entro i confini del districtus pistoiese in ben nove casi si ebbe lo sviluppo di un aggregato comunitario66. Un dato che potrebbe lasciar pensare ad un più forte radicamento della popolazione nel territorio dei distretti ecclesiastici di più antica formazione. Il caso più significativo, a questo proposito, è tuttavia quello costituito dall’identità pieve-Comune rurale per i villaggi dell’alta Val di Lima, sulla montagna pistoiese. Per le nove pievi di più recente fondazione, tutte di area collinare o montana, le cui attestazioni oscillano tra la fine dell’XI e i primi decenni del XII secolo67, si ha la particolare circostanza per cui ben otto di esse sono dislocate all’inter- no del villaggio, mentre per cinque è confermata un’identificazione del 68 nome del Comune con il titolo de plebe . È da notare poi che per San Marcello, Gavinana, Popiglio, Piteglio e Cireglio si ha l’attestazione della pieve in un periodo in cui l’istituzione della chiesa avrebbe 63 Cfr. supra nota 60. 64 Cfr. supra nota 58. 65 SANTOLI, Introduzione, pp. 16-17. 66 Sono le comunità rurali di Quarrata, Artimino, Lamporecchio, Celle, Serra, Lizzano, Saturnana, Montale, Usella. 67 Popiglio: infra plebe S. Marie et S. Iohannis sito Pupillio: RCP, Canonica XI, 168, 1074 settembre; Piteglio: infra plebe de Pitellio (ibidem); Gavinana: RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21; San Marcello: in una cartula del 7 aprile 1085 è ricordato il territorium de plebe S. Marcelli (RCP, Canonica XI, 221, 1085 aprile 7), mentre la stessa pieve è riconosciuta al vescovo di Pistoia con la bolla di Innocenzo II del 1133 (RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21); Cireglio: infra territorio de plebe S. Pancratii et S. Iohannis Baptista de Brandellio (RCP, Canonica XI, 39, 1010 maggio); San Quirico: territorium de plebe S. Quirici (ASP, Taona, 1036 gennaio 13); Montemagno: de plebe de Montemagno (RCP, Vescovado, 216, 1132 circa); Vinacciano: RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21; Collina: ibidem. 68 I Comuni la cui identificazione è annotata nel Liber focorum con il titolo de plebe sono Montemagno, San Marcello, Gavinana, Popiglio e Cireglio. Cfr. a questo proposito CHERUBINI, Parroco, p. 219; GROHMANN, Città e territorio, II, pp. 639 sgg. Comunitates, comunia, terre, ville e castra 131 potuto sortire l’effetto di un motore propulsore e di un coagulo sociale 69 per la collettività degli uomini . Tali elementi, se valutati insieme all’incastellamento della chiesa plebana per le comunità di San Marcello, 70 Piteglio e Popiglio , ci inducono a ipotizzare che le istituzioni plebane e parrocchiali, soprattutto nelle zone di montagna dove le caratteristi- che ambientali favoriscono la persistenza delle strutture territoriali71, possano aver contribuito a cementare quell’identità collettiva che costituì il germe iniziale di quel complesso processo che avrebbe condotto le comunità rurali, tra Due e Trecento, alla maturazione di una più compiuta identità amministrativa e politica72. È bene ribadire che questa non può essere più di un’ipotesi, da valutare nel quadro più generale dei fattori e delle dinamiche socio-economiche cui si è accennato, e da interpretare come possibile soluzione intermedia tra la rigida ed ormai superata tesi dello stretto rapporto genetico tra Comuni e pievi elaborata da Giovanni Santini e la più tenue proposta di Andrea Castagnetti che individuava una semplice «affinità» nel rapporto tra pievi e Comunità rurali73. Le istituzioni pievane e parrocchiali avevano esercitato, dunque, una qualche influenza nella creazione di uno spirito comunitario, con importanti conseguenze sull’evoluzione sociale e politica della vita 69 Cfr. BIAGINI, San Marcello, pp. 16-18; EADEM, Piteglio, pp. 8-12; EADEM, Cutigliano, pp. 9-13. 70 FERRALI, Pievi e parrocchie, p. 244; BIAGINI, Piteglio, p. 11. Questo fenomeno dell’«incastellamento delle pievi» ricorre nella diocesi pistoiese anche per la pieve di Furfalo che si trasferì nel castello della Serra e per quella Vinacciano. Cfr. anche il caso, recentemente rivisitato criticamente, delle chiese di San Michele e Sant’Ippolito a Serravalle e di San Michele di Nievole (AZZINI, La controversa origine, pp. 27-34). 71 La limitata area dell’alta valle della Torbecchia, con la presenza di due Comuni rurali di circa trenta famiglie – Fabbrica e Cupano – e delle rispettive chiese di San Vito e di San Frediano conferma una tendenza peculiare del contado pistoiese che vede, nei secoli centrali del Medioevo, privilegiare gli insediamenti nelle zone collinari (RAUTY, La chiesa di San Frediano). 72 REYNOLDS, Kingdoms and Communities, pp. 101-154; WICKHAM, Montagna, pp. 354- 355; IDEM, Comunità e clientele, pp. 65 e 82-92. È significativo, inoltre, quanto sostiene lo stesso Wickham (Aspetti socio-economici, pp. 291-292) a proposito della formazione del Comune rurale di Villa Basilica in Valdinievole, il quale per le sue caratteristiche di insediamento di montagna, con i suoi piccoli proprietari terrieri dediti ad una circoscritta economia locale, ebbe una coerenza ed un precoce senso della collettività, tale da essere documentato come il primo Comune rurale dell’intera vallata. Cfr., inoltre, TORRE, Il consumo di devozioni, pp. XV-XIX e 73-103, nel quale si evidenzia il ruolo dei simboli e delle strutture religiose quali elementi fondanti dell’aggregazione sociale e collettiva delle comunità civili. 73 SANTINI, I comuni di valle; IDEM, I comuni di pieve; CASTAGNETTI, L’organizzazione del territorio, passim, e in particolare p. 101. 132 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali delle campagne, ma non furono tuttavia in grado di imporsi come modelli di riferimento della distrettuazione periferica comunale. La spazialità della costruzione territoriale cittadina fu tutta di impianto civile. E la radicale distanza dal preesistente assetto di impronta ecclesiastica può essere interpretato con la volontà urbana di conferire un imprinting completamente rinnovato al contado comunale. Po- trebbe essersi trattato, a ben vedere, di un taglio col passato che ben si accorderebbe con quel tratto di precocità della progettualità urbana pistoiese. Su questa linea appaiono significativi gli esempi di Agliana e di Piuvica, dove nel distretto comunale, in mancanza di una pieve, sono documentate una pluralità di chiese rurali. Nella zona di Agliana, tra XII e XIII secolo, attorno al castello vescovile si svilupparono nuovi nuclei abitati, ciascuno dei quali si dotò di una propria chiesa: quella di S. Michele, la più orientale, in località detta Vaccareccia, quella di S. Pietro, già attestata nel 115274, ed infine quella di S. 75 Niccolò, in posizione centrale rispetto alle altre due . Nonostante, l’unità del territorio dal punto di vista civile, sui tre villaggi e le rispettive chiese esercitavano la giurisdizione ecclesiastica due pievi diverse: S. Michele e S. Niccolò dipendevano, infatti, dalla pieve di S. Ippolito in Strada (Piazzanese), mentre la chiesa di S. Pietro era soggetta alla pieve di S. Giovanni di Villiano (Montale)76 . La divisione della circoscrizione civile tra due distretti plebani derivava, senz’altro, da un più antico assetto territoriale, del quale i due enti ecclesiastici costituivano, ancora in pieno Duecento, una sicura testimonianza. Una situazione simile interessò l’ampia porzione di territorio compresa fra Piuvica e Serravalle, nella quale le caratteristiche dell’or- ganizzazione ecclesiastica erano, se possibile, ancora più complesse. Per questa zona, tra XI e XII secolo, sono attestate tre nuove pievi: S. Marcello a Vinacciano77, Calloria78 e Casale79. Assai più tarda è, invece, la pieve di S. Stefano di Serravalle, dalla quale nella seconda metà del 74 ASF, Pistoia, 1152 ottobre 11: ecclesia S. Petri constructa in loco Alliana prope Agna. 75 Per le due chiese di S. Michele e di S. Niccolò, cfr. Schede storiche delle parrocchie, pp. 61-63. 76 Decima 1274-80, n. 1274: Ecclesia S. Nicolai de Aliana; n. 1330: Ecclesia S. Petri de Aliano. 77 Carte della propositura di Santo Stefano, 71, 1091 giugno: infra territurio de plebe Sancti Marcelli sito Vinacciano. 78 Cfr. supra nota 67. 79 RCP, Vescovado, 217, 1132 circa: in plebe de Casale. Comunitates, comunia, terre, ville e castra 133 80 Duecento dipendeva la sola chiesa di S. Michele . La regione a levante di Serravalle, nella quale nel corso del Millecento erano state costruite 81 82 le chiese di S. Maria di Vormingo , di S. Martino a Varazano e di S. 83 Giacomo e S. Filippo alla Castellina , dipendeva dalla più antica pieve di Groppoli. Viceversa le pievi di Vinacciano e di Casale estendevano la loro giurisdizione su ambiti territoriali che dal punto di vista amministrativo dipendevano da comunità diverse: alla prima erano 84 soggette, infatti, le tre parrocchie di Piuvica , mentre alla seconda 85 erano unite le parrocchie di Collina e di Gabbiano . Si può concludere, dunque, che il tema dell’organizzazione della cura d’anime e dell’articolazione civile del territorio abbiano cono- sciuto, nei secoli centrali del Medioevo, continue interrelazioni e non pochi punti di contatto, evidenziando una chiara corrispondenza tra quelli che dovettero essere i motivi della pratica religiosa, della mentalità e della spiritualità dei fedeli, con le esigenze di un migliora- mento economico, sociale ed in ultima istanza politico delle loro condizioni di vita. Per il contado pistoiese il risultato di questo processo produsse, per la piena età comunale, un panorama secondo il quale il quadro delle circoscrizioni ecclesiastiche risultava struttura- to in modo eterogeneo86, e con non pochi elementi di sovrapposizione derivanti, con buona probabilità, dall’esistenza di più antiche unità territoriali e da continue interferenze con le giurisdizioni e le funzioni della distrettuazione civile. Lo stesso motivo per cui i Comuni rurali non seguirono sempre l’ordinamento per pievi e parrocchie, ma più complessi criteri di definizione territoriale, connessi con l’andamento delle dinamiche insediative, con la costruzione dei castelli e con la conquista di nuovi spazi coltivabili87. Una molteplicità di piani interseca, come si è visto, il tema della 80 Decima 1274-80, n. 1337: plebs Sancti Stephani de Serravalle; n. 1338: ecclesia Sancti Michaelis de Serravalle. 81 RCP, Canonica XI, 282, 1098 ottobre. 82 Ibidem, 14, 1105 novembre 14. 83 Cfr. supra nota 37. 84 Ibidem, n. 1354: plebs Sancti Petri de Casale; n. 1355: ecclesia Sancte Marie de Comugnano; n. 1357: ecclesia Sancti Sebastiani de Piuvica. 85 Decima 1274-1280, n. 1352: ecclesia S. Petri de Collina; n. 1353: ecclesia S. Michaelis de Cabbiano. 86 Cfr., a questo proposito, PINTO, Clero. 87 FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 141-149; IDEM, Districtus, pp. 97-100 (ora supra capitolo I.2). A livello più generale, cfr. TABACCO, Egemonie sociali, pp. 250-257. 134 II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali circoscrizionalità minore nelle campagne: una molteplicità in cui l’identità delle collettività civili e religiose sembrava risolversi in una continua composizione e scomposizione dei quadri istituzionali e 88 territoriali . In quei casi in cui, cioè, fu preminente l’elemento eccle- siastico nel processo di aggregazione sociale della comunità, tale componente sembrerebbe aver inciso anche sui riferimenti circoscri- zionali; nei casi, invece, in cui le dinamiche costitutive del cemento comunitario erano state di natura diversa sembrerebbe aver avuto il sopravvento il riferimento civile anche in un’ottica di inquadramento amministrativo. Un’alternanza di profili che ha contribuito a rendere mutevole la logica identificativa degli spazi comunitari del pieno Duecento pistoiese. È evidente, in questa prospettiva, che i processi sociali, generatori di movimenti dal basso, possano aver esecitato una loro influenza anche sulle dinamiche del potere e delle istituzioni nel plasmare la filosofia dell’ordinamento pubblico comunale e di quello ecclesiastico, per quanto quella sovrapposizione di piani non sia stata in grado di condizionare il modello progressivamente vincente della distrettuazione civile imposta dal dominio urbano. 88 Per i rapporti tra identità e modelli istituzionali, cfr. ZORZI, Le Toscane del Duecento. 135 II. 2 Castelli signorili e castelli comunali: luoghi del potere, centri di popolamento e guardiani della città Castelli e incastellamento costituiscono da almeno un venticinquennio gli aspetti centrali di un dibattito critico tra i più animati e fecondi nel panorama storiografico italiano. Un settore della medievistica che a partire dalla monumentale monografia di Pierre Toubert del 1973, sulle strutture del Lazio meridionale, si è arricchito di continue acquisizioni e di altrettante revisioni sul piano euristico e metodologico1. Con l’opera dello storico francese si crearono i presup- posti, infatti, per una svolta determinante nello studio delle strutture castrensi e del complesso e multiforme rapporto con il territorio sul quale insistevano: la révolution castrale dei secoli X-XI costituiva, in tal senso, il risultato composito di un insieme di fattori strutturali di natura demografica, sociale, politica ed economica2. «Rottura rivolu- 1 TOUBERT, Structures. Dopo il Lazio medievale di Toubert si sono create le condizioni per un continuo e proficuo dibattito storiografico sul rapporto tra castelli, habitat rurale e strutture economiche e politiche nelle quali le fortezze si svilupparono: tra i contributi più importanti, in una bibliografia vastissima, sono da menzionare quelli di Aldo SETTIA (Castelli e villaggi; Proteggere e dominare), di Chris WICKHAM (L’incastellamento ed i suoi destini; Il problema dell’incastellamento; Castelli e incastellamento; Documenti scritti) insieme alle numerose ricerche di R. Francovich e del suo gruppo aperte agli apporti metodologici dell’archeologia (su questo punto sono interessanti le riflessioni generali e di metodo di CAMMAROSANO, Problemi di convergenza). Numerose sono state anche le tavole rotonde, i convegni e le ricerche che hanno progressivamente presentato e discusso modelli di funzionamento e casistiche regionali, tra i quali meritano una menzione gli studi P. Delogu, di M. Del Treppo, di R. Licinio, di R. Comba, per citarne soltanto alcuni. 2 L’incastellamento per Pierre Toubert n’est pas un simple fait d’habitat, de Siedlungsgeschichte, c’est aussi, au premier chef, un fait économique puisqu’autour de ces habitats s’est construit un espace agricole complexe e ancora è un fait d’habitat, fait économique, l’incastellamento apparaît enfin comme un fait social capital (TOUBERT, La terre et les hommes). Per un’analisi del ruolo svolto dall’opera di Toubert sulla medievistica italiana e, più in 136 II.2 Castelli signorili e castelli comunali zionaria» oppure «processo evolutivo», secondo la più tenue lettura di 3 Aldo Settia, l’incastellamento – com’è ben noto – da quel momento assunse nuove connotazioni di fronte alle tradizionali spiegazioni difensive divenendo, attraverso numerose indagini regionali che con il modello laziale in qualche modo dovevano fare i conti, il punto di incontro delle più importanti trasformazioni agrarie, politiche ed economiche che caratterizzarono i secoli centrali del Medioevo4. I castelli, in qualità di trait d’union disciplinari, hanno consentito così di ampliare le possibilità delle indagini territoriali ai contesti socio-economici e alle forme del potere nei quali si sono sviluppati, ma anche alle caratteristiche fisiche ed architettoniche, sino alle progres- sive modificazioni imposte ai quadri insediativi. Una sorta, dunque, di «proiezione della società» o di «strutture globalizzanti» che divennero ben presto motori generatori di profondi cambiamenti nelle campa- gne tra alto e basso Medioevo5, con una spiccata capacità di attrazione demografica e con un ruolo determinante nelle più generali dinamiche del popolamento rurale. Sulla base di queste premesse lo studio di una regione omogenea dal punto di vista politico e territoriale come il districtus pistoiese, nella fase di passaggio tra età signorile e età comunale può rappresentare, oltre che un’interessante verifica di più generali modelli di funziona- mento, l’occasione per delineare il ruolo dei castelli nel quadro complessivo delle vicende politiche, economiche e insediative che caratterizzarono questa specifica realtà locale, in una fase di profonda trasformazione e ricomposizione delle strutture portanti di un’intera società. Una trasformazione che introdusse un nuovo paradigma: dalla frammentarietà e dalla dispersione politica dei primi due secoli dopo il Mille alla sostanziale, seppur non completa, uniformità giurisdizionale della piena età comunale. L’obiettivo principale di questo intervento, generale, europea, cfr. SERGI, Il medioevo di Pierre Toubert e la rassegna-discussione a più voci condotta da FUMAGALLI ET ALII, Agricoltura, incastellamento, società. 3 TOUBERT, Structures; IDEM, Incastellamento, p. 67 e passim; SETTIA, Castelli e villaggi, pp. 263-266 e p. 492. 4 Così si esprimeva Ottorino Bertolini nella prefazione al volume di Toubert, «il castrum appare qui nei secoli X-XII non soltanto il successore della curtis e la forma normale dell’habitat rurale. Assume, rispetto alla curtis ed alle domuscultae, strutture nuove, che ne fanno il carrefour e la colonna portante di tutto l’edificio, sociale e politico locale del tempo» (BERTOLINI, Prefazione, citato in NOBILI, Le trasformazioni nell’ordinamento agrario, p. 180). 5 LE GOFF, P. TOUBERT, Une histoire totale; SETTIA, Proteggere e dominare, pp. 9-13. Castelli, curtes e signori 137 pertanto, dovrebbe essere il ruolo dei castelli come fattori di controllo politico dello spazio comitatino: in una prima fase come espressione della presa signorile sul territorio e, successivamente, in qualità di pedine dell’organico «sistema» strategico comunale, nel processo di affermazione nel contado. CASTELLI, CURTES E SIGNORI Natale Rauty in un uno studio del 1990 sull’incastellamento nel territorio pistoiese nei secoli X e XI aveva potuto rilevare come i tratti essenziali di questo fenomeno, nella nostra area, fossero in linea con i meccanismi costitutivi di molte regioni dell’Italia centro-settentriona- le, ed in particolare secondo una tipologia abbastanza diffusa in Toscana, piuttosto che con il modello laziale proposto da Pierre Toubert6. Il processo di costruzione dei castelli nel nostro territorio non produsse, cioè, nei decenni successivi al Mille, quella spaccatura netta delle forme insediative e del popolamento altomedievali, secon- do le dinamiche laziali dell’amassamentum hominum e della congregatio fundorum. Il comitatus pistoiese si connotava già, com’è noto, nei secoli X e XI con un insediamento rurale ben definito e condizionato dalle caratteristiche orografiche di un territorio prevalentemente collinare che aveva imposto un’organizzazione per villaggi e case sparse, e con una prima, seppur approssimativa, suddivisione in distretti plebani7. Una struttura insediativa, quella altomedievale, documentata per lo più nei declivi fra le due valli della Bure e nelle vallate con migliore esposizione solare, e caratterizzata in massima parte da case rurali dotate di piccoli appezzamenti di terra, definiti nelle pergamene come casa massaricia, casa et res sorte, casa cum 6 RAUTY, Incastellamento. Sembra verificarsi per il caso pistoiese una significativa convergenza con il modello proposto da Elio Conti che delineava, a grandi linee, l’incastellamento toscano come il risultato della fortificazione di insediamenti rurali già costituiti in posizione centrale rispetto al territorio agrario (CONTI, Formazione, pp. 49-79). Cfr. inoltre in sede comparativa, FRANCOVICH, I castelli del contado, pp. 19-23; WICKHAM, Montagna, pp. 311-324; BOGLIONE, L’organizzazione feudale, pp. 164-165; DELUMEAU, Arezzo. Espace et sociétés, I, pp. 164-187; CORTESE, L’incastellamento; CAMMAROSANO, PASSERI, Città, borghi e castelli; CECCARELLI LEMUT, Terre pubbliche, pp. 90-98; SALVESTRINI, Castelli e inquadramento politico, p. 58. Si veda ora anche CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 153 sgg. 7 Cfr. IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 195-202; FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, pp. 152-155 (ora supra capitolo II.1). 138 II.2 Castelli signorili e castelli comunali solamentis, oppure da piccoli villaggi che facevano capo ad altrettante 8 aziende curtensi . Un assetto topografico-insediativo ed economico, dunque, che costituì una griglia organizzativa rigidamente strutturata sulla quale l’incastellamento non riuscì, in linea di massima, a determi- nare un accentramento di popolazione tale da modificare un habitat rurale fortemente caratterizzato dalla presenza di villaggi e di abitazio- ni sparse (vici e villae)9. Così sembra, ad esempio, confermare una charta libelli del 1067, nella quale è dettagliatamente descritta la distribuzione abitativa della valle del Vincio dove, a fronte di tre castelli, Vincio, Groppoli e Celle, permaneva la presenza di una ventina di abitati sparsi: testimonianza precisa, questa, di un popolamento diffuso, senza alcuna convergenza demografica nei tre castra10. Sempre su questa linea, risulta coerente con un quadro di lenta e progressiva evoluzione delle strutture insediative piuttosto che di netta trasformazione, il dato che si ricava dall’esame delle trentaquattro località attestate prima del Mille come toponimi riferibili a centri abitati: per soltanto nove di essi è stato, infatti, riscontrato il successivo incastellamento11. L’esame complessivo dei 29 castelli pistoiesi attestati entro il secolo XII sembra confermare ulteriormente, seppur in mancanza di riscontri archeologici, i lineamenti di un sostanziale continuum organizzativo, laddove appare preminente il rapporto con una curtis o con una pieve, centri produttivi ed ecclesiastici tipici dell’organizza- zione territoriale altomedievale12. In alcuni casi il castello sorse come 8 IACOMELLI, Proprietà fondiaria, p. 195. 9 Cfr. ad esempio FRANCOVICH, CUCINI, PARENTI, Dalla ‘villa’ al castello, pp. 54-57. Si veda a livello più generale anche SERGI, Villaggi e ‘curtes’, pp. 17-20. 10 ASF, Vescovado, 1067 novembre; regesto in RCP, Vescovado, 10, 1067 novembre. I beni allivellati dal vescovo pistoiese Leone a Signoretto di Gerardo concernevano redditum et oblationem, offertionem et mortuorum exitum et introitum atque cimiteriis primitiam et decimationes de villis nuncupate Celle, Vingnano, Petriolo, S. Iusto, Montagnana, Campillia, Mumigno, Fagno, Rofana, Rovace, Fabrica et Arcilliano resorti duo, Casole, Presciano, Copano, Lugnano, Gulliano, Vithano oltre a beni di pertinenza della pieve in altre località della vallata (cfr. anche FRANCESCONI, Signoria rurale, p. 130 e nota 48, ora supra capitolo I.1). Sono, inoltre, documentati per la stessa zona nello stesso periodo i castelli di Celle (ibidem, actum in castro de Celle), di Groppoli e di Vincio (quest’ultimi due attestati in una cartula iudicati del 22 maggio 1043, con la quale il conte Guido III dei conti Guidi donava una serie di beni e di diritti nella valle del Vincio, tra cui la quarta portionem de castello quod vocatur Groppole; l’atto era stato dettato dal conte Guido nel castello curte qui dicitur Vincio, in predicto loco Vincio, cfr. ACP, Libro Croce, c. 1v; regesto in RCP, Canonica XI, 96, 1043 maggio 22). 11 RAUTY, Incastellamento, p. 34, nota 18 e testo relativo. 12 In questo caso non si tratta di seguire come ha sostenuto SETTIA (Castelli, popolamento, Castelli, curtes e signori 139 Fig. 19. L’incastellamento pistoiese di prima e seconda fase. 140 II.2 Castelli signorili e castelli comunali villaggio fortificato in rapporto con una struttura plebana, così come risulta documentato per Artimino, Piteglio, Popiglio, Lizzano, Cireglio, 13 Serra ed altri . Il dato, comunque, più significativo riguarda la coin- cidenza proprio con la struttura curtense: per ben 19 castelli – oltre i due terzi di quelli documentati – è, infatti, attestata la specifica locuzione di castellum et curtis, segno evidente che in questi casi il castello doveva costituire il centro dell’organizzazione amministrativa di un complesso fondiario signorile, con una precipua funzione economica di riferimento per proprietà frazionate e disperse nel territorio14. Così come risulta, ad esempio, per la curtis di Pecunia (sulla sinistra della Bure di Santomoro) dalla quale dipendevano terre poste nella valle della Bure, presso i villaggi di Santomoro, Ciliegiano e Galliorana, ma anche appezzamenti più lontani, come quelli di 15 Chiazzano, nella pianura vicino a Pistoia . L’esigenza di un più sicuro raccordo, in questo caso tra possesso e potere, dovette dettare la necessità di fortificare l’azienda curtense che nel 1042 è già attestata 16 come castello Pecunie e nel 1046 come castello et curte de Picune . p. 341) l’idea di una mitica continuità delle strutture castellane; si tratta piuttosto di rilevare i caratteri specifici di un contesto territoriale nel quale le cellule fondamentali dell’organizzazione insediativa sembrano non avere conosciuto drammatiche cesure, ma semmai processi di tenuta o tutt’al più di riconfigurazione in linea con la più generale trasformazione delle dinamiche di localizzazione del potere e di ridefinizione delle componenti economiche e gestionali della proprietà fondiaria. Per l’area appenninica si vedano le considerazioni di MONTANARI, I documenti scritti, pp. 211-213. Cfr. TABACCO, Allodialità del potere; SERGI, Sviluppo signorile, pp. 377-382. 13 RAUTY, Incastellamento, pp. 33-34. Come ha rilevato lo stesso Rauty rimane, comunque, nel complesso incerta la presenza di centri abitati in quelle località dove, tra XI e XII secolo, furono costruiti i castelli in prossimità delle pievi. È in ogni modo possibile sostenere che il castello si sia generalmente inserito nell’ambito di una circoscrizione ecclesiastica già definita dalle istituzioni del sistema plebano, senza profonde alterazioni nei confronti dell’assetto territoriale preesistente (FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, pp. 154-155, ora supra capitolo II.1). Cfr. inoltre RAUTY, La pieve vecchia; IDEM, Pieve di Furfalo; FIASCHI, L’antica pieve di S. Giovanni. 14 Si tratta dei castelli di Agliana, Agnano, Alfiano, Artimino, Bacchereto, Brandeglio (Cireglio), Casale, Celle, Furfalo (Serra), Groppoli, Lamporecchio, Lizzano, Montemurlo, Pecunia, Piteglio, Popiglio, Tizzana, Treppio, Vincio (RAUTY, Incastellamento, p. 54). In questi casi la costruzione del castrum, dovette rispondere tra le varie istanze di natura politica e insediativo-territoriali anche a precise funzioni di ordine economico, di presidio ed organizzazione della struttura fondiaria curtense, cfr. TOUBERT, Il sistema curtense; WICKHAM, Paesaggi sepolti, pp. 104-105. 15 RCP, Canonica XI, 110, 1046 settembre; ibidem, 112, 113, 1046 ottobre. Cfr. RAUTY, Incastellamento, pp. 37-38. 16 RCP, Canonica XI, 94, 1042 agosto; ibidem, 112, 1046 ottobre. Dopo la presentazione di questo contributo, in occasione del Convegno di Capugnano nel settembre 1999, è stato pubblicato uno studio di MILLEMACI, MAGNO, L’abitato preromano, nel quale i due Autori Castelli, curtes e signori 141 L’assoluta prevalenza del rapporto tra castrum e curtis sembra confer- mare, dunque, oltre alla già citata continuità insediativa della nostra area, la natura prevalentemente signorile del castello, il quale rispon- deva senz’altro ad un insieme complesso di funzioni, ma di cui rimaneva preminente «il controllo centralizzato del territorio sul piano politico, economico e sociale»17. Un elemento prioritario, quest’ultimo, che conferiva alle fortezze un ruolo importante per l’esercizio di diritti di signoria fondiaria sugli uomini residenti e, quindi, per la gestione di un potere redditizio in quanto tale, ma che poteva ampliare, come spesso accadde nel comitatus pistoriensis, le proprie prerogative di controllo del territorio e delle popolazioni che lo abitavano, in una prospettiva dai chiari connotati politici e giurisdizionali18. Castelli e curtes costituirono così, insieme alle fondazioni monastiche e alle chiese private, i poli politici ed economici attorno ai quali si articolò, in età post-carolingia, la trama delle strutture fondiarie, della signoria locale e della gestione del potere nel territorio. E attraverso cui i signori laici ed ecclesiastici mantenevano la loro presenza nel comitatus, controllando le terre concesse ai livellari con l’esercizio della giurisdizione civile, criminale e di altri diritti pubblici19. 20 Le famiglie di rango comitale – Guidi, Alberti e Cadolingi – e gli enti ecclesiastici – Vescovado, Capitolo di San Zeno e monasteri integrando alcuni dati archeologici di superficie e della già nota documentazione d’archivio hanno potuto confermare, con un’analisi di lungo periodo, anche per questo sito fortificato quella continuità insediativa cui sopra si faceva riferimento. 17 RAUTY, Incastellamento, p. 41. 18 FERRALI, Le temporalità; Storia di Pistoia, I, pp. 271-284, 299-311; FRANCESCONI, Districtus, pp. 91-93 (ora supra capitolo I.2). Cfr. in generale TABACCO, Egemonie sociali, pp. 194-218 e 236-257; SERGI, La feudalizzazione delle circoscrizioni. 19 Cfr. Storia di Pistoia, I, pp. 271-311; FRANCESCONI, Districtus, pp. 90-93 (ora supra capitolo I.2). Il contado pistoiese, pur facendo parte geograficamente di quella fascia urbanizzata e densamente popolata definita da WICKHAM (Signoria rurale in Toscana, pp. 348-349, 355-356) a media concentrazione signorile, fu caratterizzato anche in ragione delle particolari caratteristiche ambientali di un territorio prevalentemente collinare, da una struttura signorile abbastanza diffusa ed omogenea lungo i secoli XI, XII e solo in parte XIII, con riferimento per quest’ultimo periodo ai domini montani vescovili (RAUTY, Il castello della Sambuca, pp. 43-63; PINTO, La Sambuca e i domini vescovili). 20 Per un quadro complessivo, seppur non definitivamente esaustivo, delle compagini comitali che agirono nel territorio pistoiese, cfr. CHIAPPELLI, I conti Cadolingi; SESTAN, I conti Guidi; COTURRI, Ricerche e note d’archivio; IDEM, Alberti; PESCAGLINI MONTI, I conti Cadolingi; Storia di Pistoia, I, pp. 203-218, 271-279; IDEM, I conti Guidi in Toscana. Cfr. inoltre, infra le note 33 e 34. 142 II.2 Castelli signorili e castelli comunali 21 urbani e suburbani – accanto a qualche famiglia di piccoli signori 22 rurali – tra cui i filii bonae memorie Petroni , i consorti di Rodolfo del 23 24 25 26 fu Piero , la famiglia Tedici , i signori di Stagno , i conti di Pànico – costituirono le più significative espressioni del potere nel contado pistoiese dei secoli dal X al XII. Tutti esponenti, questi, di quella aristocrazia signorile maggiore e minore, che a diverso titolo e con diverse procedure, una volta venuti meno i rapporti con il potere centrale trovarono lo spazio, attraverso il possesso di terre, il controllo di fortificazioni e la formazione di clientele, per consolidare egemonie 21 Per questi aspetti si rimanda a Storia di Pistoia, I, pp. 219-238, 299-311; NELLI, Monastero; IDEM, La proprietà ecclesiastica; RAUTY, Poteri civili del vescovo; TORELLI VIGNALI, Introduzione, pp. 1-13 anche se rivolto per lo più alla sola indagine di carattere patrimoniale. 22 Attorno alla metà del secolo XII i castelli di Pecunia e di Alfiano sono cospicuamente documentati nelle carte della Canonica come centri detenuti dal gruppo familiare attestato come filii bonae memorie Petroni (RCP, Canonica XI, 87, 88, 89, 90, 91, 93, 94, 105, 112, 113). Tale gruppo familiare poteva contare oltre che sui castelli menzionati anche su numerosi possedimenti, non è chiaro se detenuti a titolo allodiale o beneficiale, in molte aree del territorio pistoiese, tra cui le curtes nei relativi castelli di Pecunia, di Alfiano e di Piazzanese (Storia di Pistoia, I, pp. 279-280). 23 La consorteria dei discendenti di Rodolfo del fu Piero è documentata dal 1034 come detentrice di possessi nella zona di Tizzana e del relativo castello, castello de Titiana (RCP, Canonica XI, 64, 1034 giugno). Da una carta di circa un secolo posteriore è possibile evincere che questi beni, insieme al vicino castello di Bacchereto, erano stati per lungo tempo dei consorti del suddetto Rodolfo: in una donazione di alcuni beni al Vescovado di Pistoia risulta, infatti, che questi erano pervenuti al concedente ex cartula qua Rodulfus cum uxore sua Sibilla fecerant de castello et curte de Tizzana et burgo, de castello et curte et burgo de Bacareto (RCP, Vescovado, 24, 1138 settembre 20). Cfr. anche FRANCESCONI, Signoria rurale, pp. 130-131 (ora supra capitolo I.1). 24 La famiglia Tedici è documentata nel castello di Piuvica dal 1067, castro de Publica (RCP, Canonica XI, 148, 1067 febbraio 17). La cospicua documentazione di questa famiglia, conservata nel fondo della Canonica di San Zenone, farebbe pensare ad uno di quei numerosi gruppi consortili, di milites o comunque di membri dell’entourage ecclesiastico, i quali sulla base di donazioni beneficiali e possessi allodiali riuscirono a dotarsi di notevoli beni patrimoniali e a ritagliarsi spazi di dominio signorile. Condizioni politico-economiche, attraverso le quali furono successivamente in grado di raggiungere posizioni di prestigio in ambito urbano ed in particolare ai vertici del primo Comune consolare, Storia di Pistoia, I, pp. 283-284; IDEM, Società, istituzioni, pp. 2-4; FRANCESCONI, Qualche considerazione, pp. 170-171; IDEM, Signoria rurale, pp. 136-138 (ora supra capitolo I.1). 25 Per i signori di Stagno si rimanda ai lavori Storia di Pistoia, I, pp. 281-283 e ZAGNONI, I signori di Stagno. Questo gruppo consortile, di probabile origine longobarda secondo le ipotesi di Rauty e di Zagnoni, esercitò cospicui poteri di natura signorile nella zona montana della Limentra orientale, estendendo però il suo potere sui due versanti dell’Appennino, sulla base del controllo dei castelli di Stagno, che dette il nome alla stessa consorteria, di Torri e di Treppio (RAUTY, Incastellamento, p. 48, nota 99). Cfr. inoltre P. FOSCHI, La famiglia dei conti di Pànico). 26 Per questa compagine si rimanda ai lavori di Paola FOSCHI (La famiglia dei conti di Pànico e La famiglia dei conti di Pànico: una mancata signoria). Castelli, curtes e signori 143 Fig. 20. Il castello di Larciano. Fig. 21. Cecina. Particolare del circuito murario. 144 II.2 Castelli signorili e castelli comunali 27 informali che divennero ben presto progetti politici su base locale . Si attuarono anche nel nostro territorio quei processi di complessa e progressiva frammentazione del potere che aprirono spazi di afferma- zione ad una minore aristocrazia rurale della quale non è peraltro possibile seguire pienamente, a causa delle evidenti «porosità» docu- mentarie28, quali fossero stati i canali, le modalità e i reali connotati con 29 cui aveva consolidato un potere dai chiari connotati giurisdizionali . Se vi fossero state cioè possibilità e spazi di crescita all’interno della vassallità laica ed ecclesiastica o se piuttosto, ancora una volta, il binomio possesso della terra e dominio fossero connessi e intrecciati, nel costituire quell’asse portante del potere fondato su basi allodiali30. La costruzione di strutture fortificate nel comitatus rispondeva, in ogni modo, alle esigenze dei domini loci di realizzare un preciso disegno politico: conservare le strutture economiche delle antiche curtes e creare sicuri punti d’appoggio ad un potere signorile in espansione e con un discreto tasso di concorrenzialità. La stima quantitativa del possesso di castelli da parte dei maggiori poteri locali può costituire, in questa prospettiva, anche un indizio di natura qualitativa, nella misura in cui il rapporto tra possesso di castelli e peso politico può sostanziare l’efficacia e la presa con cui i diversi gruppi di 27 La riconfigurazione e la frammentazione dei poteri locali nel Pistoiese, come del resto più in generale in gran parte della Tuscia, deve collegarsi al forte ridimensionamento subìto dal potere marchionale, cfr. KELLER, La marca di Tuscia; NOBILI, L’evoluzione delle dominazioni marchionali. Si veda, inoltre, SCHNEIDER, Ordinamento pubblico, pp. 69-141. 28 In una disamina di tali fenomeni che pretenda di essere il più possibile onesta, sembra doveroso accogliere le precisazioni avanzate da parte di CAMMAROSANO (Cronologia, pp. 13-15) sui limiti imposti dalla struttura della documentazione disponibile; un quadro i cui caratteri di rarefazione, casualità e discontinuità sono pienamente condivisibili anche per l’area oggetto di questo lavoro. Cfr. FRANCESCONI, Signoria rurale, pp. 119-120 (ora supra capitolo I.1). 29 Sulla base della proprietà fondiaria, del resto, si possono individuare nel corso del secolo XI alcuni gruppi familiari e consortili che anche in virtù di rapporti di fidelitas con il Vescovado o la Canonica riuscirono a inserirsi nel novero di quelle élites sociali che, in un contesto di spiccata localizzazione degli spazi politici, riuscirono a sviluppare prerogative di controllo del potere. Cfr. anche VIOLANTE, Strutture familiari, pp. 24-35; CAMMAROSANO, Feudo e proprietà. Fanno eccezione al quadro per maggiori informazioni documentarie i già citati casi dei signori di Stagno e della famiglia Tedici di Piuvica, per la quale ancora durante i primi decenni del secolo XIII sarà riconosciuta una connotazione di carattere signorile-‘feudale’: in una pergamena del 1229, infatti, si fa riferimento ad alcuni titolari di diritti su appezzamenti fondiari que eis veniebat de feudo quod ipsi vel eorum antecessores habuerunt de domo Tedicinga de Piuvica (ASF, Capitolo di Pistoia, 1229 agosto 18). Cfr., più in generale, BRANCOLI BUSDRAGHI, «Masnada» e «boni homines»; IDEM, Genesi e aspetti istituzionali della ‘domus’. 30 TABACCO, Allodialità del potere, pp. 41-66; VIOLANTE, Signoria rurale, pp. 18-23; SERGI, I confini del potere, pp. 378-395. Castelli, curtes e signori 145 potere si erano radicati nel territorio. È in questo contesto, peraltro, che le reti castrensi assunsero un rilievo crescente anche nella defini- zione delle strutture insediative e circoscrizionali, spesso sovrapponendosi e in qualche caso affiancandosi alla griglia ammini- strativa ecclesiastica e curtense31. Dalla fine del secolo XI e soprattutto dall’inizio del XII si coglie abbastanza chiaramente nelle carte pistoiesi la trasformazione semantica dei criteri di individuazione topografica: è il momento in cui nella pratica notarile fece la sua comparsa il termine curia castri, da intendere come distretto castrense dotato di una sua spiccata capacità di territorializzazione legata alle dinamiche insediative ed espressione di un potere locale di cui il castello costituiva il fondamentale polo di irradiazione32. Pur nella disparità di una tradizione documentaria che privilegia- va palesemente le strutture ecclesiastiche è, tuttavia, possibile cogliere come la maggior parte dei castelli fosse, direttamente o indirettamen- te, sottoposta alle grandi famiglie comitali, con particolare riferimento ai Guidi33: i più incisivi in area pistoiese rispetto alle presenze più marginali dei conti Alberti e dei Cadolingi34. Mentre tra le signorie 31 Cfr. FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, pp. 163-164 (ora supra capitolo II.1), in particolare per la situazione dell’alta Val di Lima. 32 Per l’individuazione di alcuni beni oggetto di una vendita a favore di Ormanno di Teudicio da Piuvica si dice che sono posti in curia et in districtione castri de Montemagno (RCP, Canonica XII, 385, 1124 novembre); mentre in una donazione al monastero di Fontana Taona del 1135, si ricorre all’espressione in curia et in districtione castri de Vico, vel in territorio plebis de Guthiano et de Verçioni (RCP, Fontana Taona, 84, 1135 ottobre 12); come unico fattore di localizzazione è fatta ancora menzione in una pergamena di poco posteriore, nella quale i beni donati allo stesso monastero da Signoretto di Lambertuccio sono indicati in curia castri de Picune (ibidem, 86, 1137 gennaio); in curia de Stagno (ibidem, 101, 1160 febbraio). Cfr. VACCARI, La territorialità; FASOLI, Feudo, pp. 272-273; VIOLANTE, Signoria rurale, pp. 44-52; per il territorio fiorentino, cfr. BOGLIONE, L’organizzazione feudale, p. 164; ora anche CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 153 sgg. 33 Per il periodo analizzato quattro sono i castelli documentati con certezza come appartenenti ai conti Guidi: Vincio e Groppoli nella valle del Vincio (RCP, Canonica XI, 96, 1043 maggio 22), Montemurlo (ibidem, 297, 1100 novembre 1-26) e Larciano (ibidem, 260, 1096 gennaio 21). Cfr. inoltre RAUTY, Incastellamento, p. 41; IDEM, I conti Guidi in Toscana, pp. 253-257, nel quale è delineato il ruolo dei castelli dei Guidi nel Pistoiese, quali centri di un potere che non aveva nella nostra zona i caratteri della continuità territoriale, come nel Casentino e nel Mugello, bensì una struttura di proprietà fondiarie disperse e spesso frammiste con quelle di altri proprietari fondiari e domini loci. 34 I Cadolingi, presto estinti con la morte del conte Ugo nel 1113, furono in possesso soltanto dei due castelli suburbani di Ripalta (RCP, Alto Medioevo, 78, 961 febbraio) e di Solaio (RCP, Canonica XI, 138, 1063-1064); cfr. RAUTY, Incastellamento, p. 42; FRANCESCONI, Districtus, p. 91 (ora supra capitolo I.2). La situazione dei conti Alberti, per quanto anch’essa sostanzialmente marginale in area pistoiese, fu più complessa con una presenza aggirante che 146 II.2 Castelli signorili e castelli comunali ecclesiastiche spiccava di gran lunga il vescovado. E fu proprio l’episcopio a connotarsi in questi secoli come la componente signorile di maggior rilievo, con una struttura di domini e di possessi articolati in tutta la diocesi, nei quali l’intreccio tra componente fondiaria e giurisdizionale costituiva il tratto dominante di un potere di vaste dimensioni che si mantenne solido e diffuso almeno fin dentro il pieno secolo XIII. Un blocco di potere che affidava al possesso dei castelli la possibilità di conservare le strutture fondiarie e di esercitare i poteri bannali35. Tra i secoli XI e XII sono attestati come sicuramente vescovili almeno quattro castelli, Batoni, Sambuca, Casale e Agliana e 36 un quinto, Lamporecchio , le cui complesse vicende – e ci torneremo – costituiscono un caso assai significativo per comprendere le dinami- che della penetrazione cittadina nel districtus e il ruolo dei castelli in 37 questo processo . Tutte fondazioni, queste, che senza scendere nello specifico delle singole situazioni rispondevano alle più varie esigenze di presidio di vasti possessi curtensi, di contrapposizione ad altri gruppi signorili e di consolidamento egemonico locale. IL SECONDO INCASTELLAMENTO E LA POLITICA URBANA DI CONTROLLO DELLO SPAZIO I castelli, però, come è stato recentemente notato, non rappresen- tano un elemento fisso e immutabile del paesaggio medievale, sono interessava i margini nord-orientali e sud-occidentali: il centro più importante dei loro interessi si estese, infatti, nella pianura di Prato e nella val di Bisenzio, zona di confine tra il territorio pistoiese e quello fiorentino-fiesolano. La famiglia ebbe interessi patrimoniali consistenti però anche in Valdinievole e nelle alte valli bolognesi della Setta e del Sambro, oltre che sulle propaggini più orientali del Montalbano, segnatamente nel castello di Capraia (Storia di Pistoia, I, pp. 278-279). Sui caratteri e la diffusione politica e patrimoniale di questa famiglia, cfr. COTURRI, Alberti, pp. 221-238; T. LAZZARI, I conti Alberti in Emilia; CECCARELLI LEMUT, I conti Alberti in Toscana; ZAGNONI, I rapporti fra i conti Alberti. 35 Per il radicamento territoriale e la fisionomia della signoria vescovile pistoiese, cfr. RAUTY, Rapporti tra vescovo e città; IDEM, Possedimenti fondiari; IDEM, Poteri civili del Vescovo. 36 Batoni: in loco Batoni prope castellum episcopale (RCP, Canonica XI, 231, 1086 maggio 27); Sambuca: in castro de Sambuca iudicaria Pistoriense (RCP, Vescovado, 8, 1055 luglio); Casale: curtem donicatam et castellum (episc.) in plebe de Casale (ibidem, 217, 1132 circa); Agliana: prope castello de Alliana (RCP, Canonica XI, 97, 1043 settembre 26). Cfr. inoltre, RAUTY, Incastellamento, pp. 44-51. Sui singoli castelli, cfr. IDEM, Il castello di Batoni; IDEM, Sambuca; IDEM, Serravalle, pp. 8-11; IDEM, Agliana; COTURRI, Lamporecchio. Si veda anche FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines» (ora infra capitolo II.4). 37 Ibidem. Il secondo incastellamento 147 piuttosto «reti mobili», e, così come vivono processi di incastellamento e di decastellamento, possono conoscere anche mutamenti funzionali in rapporto alle più varie evoluzioni economiche, politiche, 38 demografiche e insediative . Le strutture fortificate conobbero, in questa prospettiva, dalla metà del secolo XII in poi un mutamento funzionale che si collegava con la trasformazione degli organismi politici e sociali di quel tempo: un processo tra i più importanti che abbiano conosciuto durante l’intera età medievale. I castra svolsero, infatti, in quella che si suole definire come la fase del «secondo incastellamento» un ruolo determinante per la realizzazione della conquista del contado39: il processo attraverso il quale il Comune urbano mirava all’acquisizione di un ampio territorio esterno con l’intento di rafforzare la struttura economica, politico-militare e giurisdizionale dello stato cittadino in via di formazione. Le tappe di questo processo, che nel Pistoiese ebbe la durata di circa un secolo dalla metà del XII alla metà del XIII40, con qualche oscillazione in alto e in basso, sono strettamente connesse con il mutamento funzionale sul piano politico e territoriale dei complessi castrensi, i quali si trasformarono da centri di un potere signorile autonomo, gerarchizzato e concorrenziale a quello più organico di poli strategici del «sistema» difensivo e fortificatorio comunale. Le modalità, del resto, con cui il Comune di Pistoia attuò la sua politica di penetrazione nel contado, dovendosi confrontare con una panoramica di poteri a medio-alta densità signorile, furono molteplici e polidirezionali: sia sul piano geografico, con una diffusione a raggiera di cui la città costituiva il centro ed il necessario punto di partenza, sia sul piano dei rapporti con le forze in campo, con un modus operandi differenziato che prevedeva operazioni di strategia diplomatica, di pressione militare fino al riscatto di possedimenti e di giurisdizioni. Strategie e soluzioni, è bene notarlo, che non ebbero quasi mai i caratteri della sistematicità, ma che 38 PROVERO, Italia dei poteri, p. 65. 39 Si è manifestato negli ultimi anni un rinnovato interesse da parte degli studiosi nei confronti di quel complesso di fenomeni che generarono, tra XII e XIV secolo, la nascita di nuovi insediamenti legati a fenomeni di accentramento insediativo, cfr. COMBA, «Ville» e borghi nuovi; PIRILLO, Borghi e terre nuove; per l’area senese il saggio di FARINELLI, GIORGI, «Castellum reficere vel edificare» e il recente tentativo di sintesi per la Toscana di CORTESE, «Castra» e terre nuove. Si veda da ultimo per la Toscana e non solo Semifonte in Val d’Elsa. 40 Per il processo di estensione del potere comunale nel territorio, cfr. FRANCESCONI, Districtus (ora supra capitolo I.2). 148 II.2 Castelli signorili e castelli comunali furono anzi quasi sempre dettate, come ogni progetto politico, da 41 motivazioni particolari e contingenti . In un panorama simile la pianificazione di strutture strategico-difensive e la programmazione di interventi alla rete stradale costituirono due degli aspetti centrali della politica adottata dalle magistrature comunali nell’intento di garantire stabilità e uniformità giuridica al territorio sottomesso. Fu questo un fenomeno che si dispiegò in due fasi principali: una prima – dalla metà del XII alla metà del secolo XIII – relativa al consolidamento della giurisdizione cittadina nel comitatus, ed una seconda – dalla metà del XIII alla fine del secolo XIV – di conserva- zione delle prerogative giurisdizionali urbane nei confronti dei Comu- ni limitrofi e dei poteri signorili sopravvissuti nelle maglie dell’ordina- mento comunale42 . Il ceto dirigente cittadino avvertì ben presto, come abbiamo notato, l’esigenza di individuare sicuri punti d’appoggio militari e nuovi centri di popolamento sui quali impostare l’espansione 43 e il progressivo controllo del contado . Fu così perseguita una politica di acquisizione delle aree strategicamente più importanti per posizio- ne geografica e per rilievo politico ed economico: un’attenzione prioritaria fu accordata alle zone limitanee e di maggiore presenza 41 Ibidem, pp. 94-97. Non si verificò, ad esempio, nel contado pistoiese quanto avvenne nel caso di Vercelli studiato da Panero, dove il ricorso all’affrancamento collettivo di comunità (ben 21 casi in circa settant’anni) divenne il tratto dominante della politica comunale nella formazione del districtus (PANERO, Comuni e borghi franchi, pp. 43-64). In chiave comparativa Toscana, con i casi di Firenze e di Siena, cfr. ZORZI, L’organizzazione del territorio, pp. 313-323 e REDON, Lo spazio di una città, pp. 131-146 e passim. 42 La scansione cronologica che proponiamo, per quanto schematica, ci pare che possa ritrarre in modo abbastanza chiaro le fasi principali della politica territoriale del Comune di Pistoia. Detto questo dobbiamo tenere di conto che attorno al terzo-quarto decennio del Duecento l’assetto del districtus, ad eccezione del feudo vescovile della Sambuca, sembra essere in fase molto avanzata e che tutto sommato i pericoli maggiori per la tenuta giuridico-politica dello spazio esterno alla città, durante la fase successiva, non fossero dovuti tanto ai residui signorili endogeni, che avevano mostrato una tenuta nel tempo piuttosto bassa rispetto ad esempio a quanto avvenne nel territorio fiorentino con gli Ubaldini nel Mugello o gli Ubertini e i Pazzi del Valdarno, quanto alle insidie che dalla fine del Duecento portarono le città confinanti ed in particolare la vicina Firenze, sempre più proiettata verso un dominio di ampie dimensioni. 43 A fianco della predisposzione di una «scacchiera» insediativo-militare furono attuate anche misure che andavano nella direzione di un drenaggio delle risorse comitatine, come dimostrano alcune norme degli statuti della fine del secolo XII che favorivano l’inurbamento di ceti rurali, quelli nobiliari in primo luogo, ma poi anche quelli dei possessori agiati e dei ceti medi (Breve consulum, 40: Nobiles homines Pistorienses districtus qui videbuntur mihi convenientes et idonei faciam iurare habiturium civitatis Pistorie sine fraude et, ex quo habiturium civitatis Pistorie iuraverint, eis faciam rationem et laudatos usus nostre civitatis observabo; Statutum potestatis 1180, 75). Il secondo incastellamento 149 Fig. 22. Il castello di Stagno del quale oggi rimangono poche case e la chiesa (Foto N. Rauty). Fig. 23. Il castello di Bargi di cui rimangono oggi poche tracce (Foto N. Rauty). 150 II.2 Castelli signorili e castelli comunali signorile, nelle quali i castelli potevano svolgere il ruolo di teste di ponte per l’affermazione del potere comunale. Il Comune cittadino aveva operato, già dalla seconda metà del secolo XII, secondo uno schema che riconosceva priorità ai territori con un forte potenziale strategico, con l’acquisizione di castelli posti in importanti zone di confine come Carmignano44, Bargi45, Larciano46 47 e Batoni e dando avvio, allo stesso tempo, ad opere di fondazione come avvenne per Serravalle, Tizzana, Montale, Lamporecchio e 44 Cfr. FRANCESCONI, Districtus, pp. 89-97 (ora supra capitolo I.2). Carmignano dovette essere uno dei primi castelli del contado ad essere incorporati nel districtus pistoiese, attorno alla metà del secolo XII. Di particolare interesse è il caso di questo centro del Montalbano, in quanto da una rubrica dello Statuto del Podestà degli anni 1162-1180 (Statutum potestatis 1180, 52) non solo si arguisce una prima organizzazione istituzionale della comunità, ma siamo addirittura a conoscenza di un progetto da parte del Comune urbano di rafforzamento delle strutture edilizie del castrum. Nella norma citata, infatti, le magistrature pistoiesi s’impegnavano a far giurare i consoli di Carmignano per il reclutamento e la nomina di otto sapienti con l’incarico di rilasciare una perizia in merito alla ristrutturazione di edifici e di infrastrutture castellane: VIII homines de Carmignano… ad dandum eis consilium melius quos Deus eis dederit cognoscere de edificiis petrarum vel lignaminum factis vel faciendis in Carmignano vel destruendis ad utilitatem et honorem et salvamentum civitatis Pistorie. Nell’ambito del rafforzamento delle difese, il castello dovette anche essere ampliato: in una carta di qualche decennio posteriore, infatti, si fa riferimento ad un burgus novus (ASF, Monastero dei SS. Michele e Niccolao, 1219 novembre 9, actum in Carmignani in burgo novo). Per l’evoluzione politica e istituzionale della comunità, cfr. BARLUCCHI, Società e istituzioni. 45 Nel novembre del 1177 Ciottolo, signore di Bargi in val di Limentra, aveva affidato ai consoli di Pistoia il suo castello, con facoltà di usarlo in pace e in guerra (Liber censuum, 3, 1177 novembre 24). Nella stessa occasione Ciottolo, della stirpe dei signori di Stagno o in ogni modo legato ad essi da vincoli consortili, donava al Comune di Pistoia un terreno di 24 braccia per 40, intus castellum Bargi, sul quale edificare una nuova e più efficiente torre, ancora in costruzione tra il 1177 e il 1180 (Breve consulum, 55, 56, 57, 58, 64). Le azioni militari cui si faceva riferimento nel menzionato trattato con Ciottolo erano dirette contro i conti Alberti ed i conti Guidi, alleati di Firenze e di Bologna, per la conduzione delle quali dovette rivelarsi di grande utilità al Comune di Pistoia una testa di ponte come il castello di Bargi. Ancora agli inizi del secolo XIII è attestato un altro patto di assistenza militare tra il Comune di Pistoia ed i signori di Stagno, con l’obiettivo di difendere lo stesso castello donec hec guerra duraverit inter Pistoriam et comitem Guidonem et Florentiam et Bononiam (Liber censuum, 12, 1204 ottobre 22). 46 Il castello di Larciano, pertinenza dei conti Guidi e attestato dal 1096 (RCP, Canonica XI, 260, 1096 gennaio 21) fu riscattato per acquisto dal Comune di Pistoia nel 1226 per una somma di 6000 libre di denari pisani, con la quale acquisirono castrum Larciani sive de Larciano et eius curtem totam et districtus et iurisdictionem eiusdem castri oltre alle possessiones vel datia seu albergarie… vel afficta vel obsequia vel servitia seu prestationes vel redditus e altri diritti sulle acque e sui pedaggi (ibidem, 267, 1226 novembre 15-27, 1226 novembre 29). Cfr. supra la nota 33. Cfr. anche FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo III.2). 47 Le vicende del castello di Batoni, possesso vescovile e attestato come tale dal 1086 (RCP, Canonica XI, 231, 1086 maggio 27) sono legate con quelle di Montemagno, Lamporecchio e Orbignano nell’aspra disputa che, tra lo scorcio del secolo XII e i primi decenni del successivo, vide opporsi il Comune di Pistoia ed il vescovado per il loro controllo, cfr. infra nota 52. Il secondo incastellamento 151 48 Monte Castiglione . Acccanto alla riutilizzazione di vecchie fortezze signorili furono programmate, dunque, anche significative imprese di costruzione ex novo che, se non ebbero certo né il respiro architettonico e urbanistico, né le finalità politico-economiche e demografiche dei «borghinuovi» piemontesi o delle più tarde «terrenuove» fiorentine49, mantennero, comunque, un ruolo rilevante per contrapporsi alle forze signorili, per la difesa dei confini, per la gestione della proprietà oltre 50 che per dettare le linee guida delle strategie territoriali cittadine . L’arco di tempo in cui furono pianificate le nuove fondazioni coincise con quella che abbiamo individuato come la prima fase di consolida- mento del potere urbano nel territorio: dalla metà del XII ai primi decenni del XIII secolo. E, seppur inserite in contesti politici, econo- mici e sociali differenti, l’analisi della loro genesi può essere utile per comprendere anche fenomeni di più ampia portata, connessi con le trasformazioni funzionali dei castra comunali51. Di particolare interesse appare il caso di Lamporecchio: curtis vescovile al centro di vasti possessi fondiari già dall’XI secolo e di annessi poteri giurisdizionali, questa località fu oggetto di una delle 48 Cfr. più avanti nel testo e nelle relative note, i riferimenti alle singole casistiche. 49 Cfr. in generale, FASOLI, Ricerche sui borghi. Per l’area piemontese si rimanda ai lavori di COMBA, Le villenove del principe, pp. 123-141 e di PANERO, Comuni e borghi franchi, con particolare riferimento alla fondazione della villanova di Cherasco da parte del Comune di Alba, e Villenove e villefranche; per l’area fiorentina, cfr. MORETTI, Le «terre nuove»; PIRILLO, Borghi e Terre nuove; FRIEDMAN, Terre nuove, pp. 4-51; CORTESE, «Castra» e terre nuove, oltre ai contributi di PINTO, Il Comune di Firenze e di PIRILLO, Le terre nuove. Sono da vedere anche i contributi del recente convegno Borghi nuovi e borghi franchi e Villenove nell’Italia comunale. 50 Le fondazioni cui dette avvio il Comune di Pistoia in questa fase si collocano sotto il profilo tipologico in una posizione intermedia tra il castello con funzioni strettamente militari ed i modelli più propriamente urbani delle «terre nuove», unendo quasi sempre la dimensione strategica con la prospettiva socio-demografica. Cfr. a questo proposito le considerazioni di PIRILLO, Borghi e terre nuove, pp. 84-85 e della CORTESE, «Castra» e terre nuove. È necessario tenere presente, infatti, accanto agli aspetti di carattere più squisitamente militare anche quelli che miravano ad una destabilizzazione delle giurisdizioni signorili attraverso precisi modelli di popolamento; iniziative queste che facevano parte di una più ampia «strategia giurisdizionale» adottata dal Comune urbano (PINTO, Politica demografica, pp. 42-44). 51 Sulla funzione strategica di queste fondazioni e sulle relative iniziative di popolamento si veda il saggio di SETTIA, Pedine e la scacchiera, il quale nell’analizzare questi fenomeni per l’Italia padana rileva come nel loro studio vi siano state a lungo distorsioni interpretative da parte della storiografia, a cominciare dall’idea che molte di queste realizzazioni fossero successive alla Pace di Costanza del 1183. Conclusione questa, continua l’Autore, facilmente smentibile da una verifica sulle fonti scritte precedenti a quell’evento e che trova conferma certa nel nostro territorio almeno in due casi: Carmignano e Serravalle e una situazione meno definita in un terzo, Lamporecchio. 152 II.2 Castelli signorili e castelli comunali contese più aspre e controverse tra Comune cittadino e vescovado, per il cui controllo si trovò, peraltro, una soluzione formale e definitiva 52 soltanto nell’avanzato secolo XIII . Ma seguiamo i termini della vicenda. Nella seconda metà del XII secolo due diplomi imperiali, del 1155 e del 1196, erano stati rilasciati per confermare al vescovo di Pistoia il pieno possesso della zona: nel primo con riferimento a 53 Lampareclo cum omni iure suo , mentre nel secondo si confermava al 54 presule pistoiese il pieno possesso del castro Lamporeckio . L’aspetto più significativo di questa compresenza di poteri è costituito dal fatto che, con ogni probabilità, il castello attestato per la prima volta come vescovile nel succitato diploma di Enrico VI non fosse stato costruito dal vescovo a presidio dei suoi possedimenti, ma dal Comune cittadino in un arco di tempo senz’altro compreso tra il diploma federiciano e il diploma enriciano55. Una rubrica dello Statutum potestatis, attribuibile agli anni intorno al 1190, costituisce in tal senso la conferma più sicura: nel dispositivo statutario si legge, infatti, che il podestà di Pistoia si sarebbe impegnato a far giurare gli uomini di Lamporecchio di costruire, entro tre anni, un castello, per il cui onere finanziario la stessa comunità doveva essere esentata dal pagamento di qualsiasi tributo comunale56. Un progetto, peraltro, a cui il Comune doveva 52 FERRALI, Le temporalità; FRANCESCONI, Districtus, p. 96 (ora supra capitolo I.2). A livello più generale questa contrapposizione tra Comune di Pistoia e vescovado è stata trattata per l’interesse oggettivo della vicenda anche da CAMMAROSANO, Toscana nella politica imperiale. 53 RCP, Vescovado, 35, 1155 giugno 2: in questo diploma l’imperatore Federico I Barbarossa accoglie sotto la sua protezione omnes possessiones episcoptatus et ecclesie SS. Zenonis, Rufini atque Felicis, tra i quali Lampareclo cum omni iure suo. 54 Ibidem, 51, 1196 ottobre 28: Enrico VI conferma al vescovado il castro Lamporeckio concedendogli anche i pieni diritti di controllo giurisdizionale su tutte le località menzionate nel testo del diploma: ius et potestatem ut terras et homines ecclesie sue de predictis locis distringat, datas ab eis accipiat et plenam inter eos de causis suis faciat iusticiam. 55 È difficile stabilire con certezza se l’iniziativa costruttoria del Comune di Pistoia in questa zona s’inserisse su una preesistente struttura castrense, di matrice vescovile, oppure fosse stata interamente progettata ex novo. In mancanza di una adeguata documentazione al riguardo l’unica cosa certa che possiamo dire consiste nel fatto che la prima menzione di un castello di Lamporecchio risale soltanto al momento dell’inziativa comunale (RCP, Vescovado, 50, 1195 maggio-1196 maggio: Lamporechium cum sua curia; ibidem, 51, 1196 ottobre 28: castro Lamporekio) mentre tutte le attestazioni precedenti del toponimo sono legate ad elementi di altra natura: plebs S. Stefani [de L.] nel 998 (RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25); decimationes de Lamporechio nel 1105 (RCP, Vescovado, 14, 1105 novembre 14) ed ancora in plebe de Lamporeclo nel 1132 (ibidem, 2112, 1132 circa). Su tutta questa vicenda insediativa e il relativo quadro politico cfr. ora FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines» (qui infra capitolo II.4). 56 Statutum potestatis 1180, r. 93: Statuimus ut potestas dehinc ad proximas kalendas Il secondo incastellamento 153 attribuire un ruolo rilevante, sia perché inserito al centro di una zona dove erano estesi gli interessi del maggiore antagonista politico nel comitatus, sia perché a presidio del confine sud-occidentale di quello che sarebbe divenuto il futuro districtus comunale. Ci spingono, inoltre, a conferire un valore particolare a questa fondazione anche le peculiarità tecniche e tipologiche che erano state fissate per la realiz- zazione del futuro castrum: si sarebbe dovuto, infatti, utilizzare mate- riali da costruzione come petris et calce bona e innalzare una cinta muraria di dimensioni variabili tra le cinque e le sei braccia57. Per quanto, dunque, ancora alla fine del secolo XII al vescovado fossero 58 riconosciuti diritti di datio, placito et districtu sulla zona , il Comune cittadino doveva esplicarvi un potere se non di diritto almeno di fatto, dal momento che aveva dato avvio ad un progetto oneroso ed impor- tante di fortificazione del vecchio centro curtense, al quale attribuiva un preciso compito di scardinamento e di contrapposizione nei confronti delle prerogative e delle pertinenze vescovili. Agli stessi anni della fortificazione di Lamporecchio, seppur con altre motivazioni di fondo, risaliva la creazione del castrum di Serravalle, la cui costruzione dovette rispondere, più che a ragioni di contrasto con gruppi signorili comitatini, a necessità strategiche di controllo di un importante passo del Montalbano occidentale che divideva il districtus pistoiese dalla Valdinievole. Sebbene, come è stato notato59, l’impianto del centro fortificato non nascesse probabilmente dal nulla, ma piuttosto da un preesistente insediamento difensivo bizantino, siamo ancora una volta certi, grazie ad alcuni capitoli dello Statutum 60 potestatis, dell’epoca della sua fondazione , delle sue caratteristiche tipologiche, tecniche e organizzative. Ci troviamo, in questo caso, di februarii faciat omnes homines de Lamporekio et eius curte iurare ut infra .III. annos proximos murent castrum de Lamporekio novum… et statuimus ut infra illos tres annos civitas remittat eis omne datium. 57 Sempre nella stessa rubrica erano fissati altri provvedimenti relativi ai criteri tecnici: de petris et calce bona sine fraude, et in iis locis ubi melius videbitur utile faciant murum altum .VI. brachiis et in aliis .V. brachiis (ibidem). 58 RCP, Vescovado, 50, 1195-1196: in una lettera inviata al podestà di Pistoia, Filippo di Svevia, fratello dell’imperatore Enrico VI, in qualità di dux Tuscie ordinava che non fosse molestato il vescovo in datio, placito, districtu, terras episcopatus silicet Montemagnum cum sua curia, Lamporechium cum sua curia. 59 RAUTY, Serravalle, p. 13. 60 La prima notizia offerta dagli Statuti cittadini della fine del secolo XII è relativa al provvedimento dei consoli pistoiesi di fare acquistare tutta la terra all’interno del nuovo fossato 154 II.2 Castelli signorili e castelli comunali fronte ad una tipica costruzione di presidio confinario, dal forte potenziale difensivo, ma con connotazioni non esclusivamente militari avendo costituito anche un importante polo di attrazione per la popolazione della zona. Le due funzioni, difensive ed abitative, per Serravalle sono chiaramente percepibili dalla struttura dell’impianto fortificatorio: il castrum, infatti, si costituiva di una cinta muraria merlata61, al cui interno si distinguevano le parti abitate i cui affitti 62 erano di spettanza del Comune, unitamente ai redditi del mulino , e da una parte più specificamente difensiva formata dalle due torri di guardia elevate sopra le porte di Nievole e di Sant’Andrea e dal 63 dongione – dunkionem turris – posto nella parte più interna dello spazio fortificato. Il dongione, in particolare, la cui documentazione nelle fonti dell’Italia centrosettentrionale inizia dal 1145, rappresenta l’elemento architettonico di maggior spicco in prospettiva difensiva e di mutamento funzionale dei siti castrensi. Come è stato, invero, notato da Aldo Settia la sua introduzione segnò il passaggio dell’inizia- tiva fortificatoria dai piccoli signori locali ai grandi Comuni cittadini, la cui prima preoccupazione era quella di conferire maggiore efficien- za alle fortezze, per rispondere alle nuove esigenze richieste dalle più affinate tecniche della difesa e dell’attacco64. L’importanza strategica, comunque, che il Comune riconosceva a questi castra è pienamente confermata dallo sforzo economico profuso: significativa a questo riguardo fu l’imposizione di una tassa straordinaria a carico di tutti i cittadini di Pistoia per finanziare i lavori di fortificazione del suddetto del castello di Serravalle (totam terram que est infra foveas novas castelli de Serravalle, Breve consulum 1142-1180, 54). Dello stesso torno di anni è la rubrica che sanciva la costruzione delle mura: Statuimus et censemus ut potestas faciat compleri murum castri Serravallis...dehinc ad proximas kalendas iunii (Statutum potestatis 1180, 42). Non abbiamo con precisione la data di costruzione del castello, ma siamo comunque certi dell’arco temporale in cui fu avviata, lo stesso di redazione del documento. 61 Nella già citata rubrica 42 dello statuto del Podestà (ibidem) è stabilito l’obbligo per il podestà di far completare le mura del castello di Serravalle undique ex omni circuitu et merlari. 62 Il podestà nel suo giuramento dichiara, tra le altre cose: Item recolligam vel faciam recolligi omnia afficta et pensiones et redditus molendini que recolliguntur apud Serravallem pro Comuni Pistorie (ibidem, 41.2). 63 Item faciam quod in Serravalle per Comune omnes murent et murabunt… duos pontes super his qui ibi sunt in porta de Nevore et quod faciant altum duobus pontibus cum tribus faciebus murum inter dictam portam S. Andree (ibidem, 41). Ego non permittam domum fieri nec aliquod edificium circa dunkionem turris de Serravalle ex aliqua parte sicut trahit porta de Castellina usque ad domum Comunis (Breve consulum, 82). 64 SETTIA, Castelli e villaggi, p. 378. Il secondo incastellamento 155 65 castello di Serravalle . Le altre fondazioni di questa prima fase organizzativa della geografia castrense comunale sono quelle di Tizzana e di Montale, ascrivibili entrambe ai primissimi anni del secolo XIII. Nel caso di Tizzana, il Comune di Pistoia effettuò, si era nel 1200, una concessione di quarantotto casamenti agli uomini di questa comunità affinché provvedessero alla costruzione di un castello e lo difendessero per conto della città, come si legge nella clausola contenuta nell’atto di cessione predictus populus debet murare predictum castellum et facere in eo turrim in ipso castello pro comuni Pistorii66. Appare esplicita la volontà di disporre una scacchiera territoriale, composta da fortificazioni che costituissero i tasselli dell’espansione urbana in settori chiave del territorio, come in questo caso specifico, in cui il castrum fu eretto su una collinetta del versante sud-orientale del Montalbano, con il compito specifico di contenimento e di protezione rispetto alle direttrici espansionistiche del vicino Comune di Firenze. Con analoghe funzioni e sullo stesso fronte territoriale fu proget- tata la fondazione del castello di Montale. Con il castellum Montalis, però, alle funzioni di protezione del confine orientale del districtus si univa, in primo luogo, il precipuo intento di contrapporsi al vicino castello di Montemurlo, roccaforte dei conti Guidi dalla quale essi dominavano una larga fascia di territorio fino al corso del torrente Agna67; in secondo luogo, era evidente l’obiettivo di favorire un processo di popolamento in un’area dall’alto valore strategico: come si evince chiaramente dall’atto di fondazione col quale il podestà di Pistoia consegnava al rettore degli uomini della val d’Agna alcuni piccoli appezzamenti di terra destinati alla costruzione di nuovi casamenta, con l’uso di un orto e di un’esenzione fiscale per gli homines qui venturi sunt ad habitandum in Montalem68. Nelle due realtà appena descritte di Tizzana e di Montale fu seguito con tutta probabilità 65 Et faciat ibi antea compleri omnes impositas, que imposite fuerint per portam et cappellam, ab illis quibus fuit impositum (Statutum potestatis 1180, 42). 66 Liber censuum, 9, 1200 novembre 18. Con questo strumento i consoli pistoiesi concessero in tenimento al Comune e popolo di Tizzana 48 casamenti, que casamenta populus de Tithana solebat tenere et in illis habitare antiquitus, con la finalità precipua che predictus populus debet murare predictum castellum undique et facere in eo turrim et habitare in ipso castello pro comuni Pistorie et defendere castellum et tenere pro comuni. 67 RAUTY, Montale, p. 16. 68 Liber censuum, 16, 1206 marzo 9. Nel documento erano previste anche le misure dei 156 II.2 Castelli signorili e castelli comunali quello schema di progettazione poi tipico delle «terre nuove» fioren- tine: ci troviamo di fronte, in altre parole, ad opere di pianificazione territoriale che avevano come obiettivo anche l’organizzazione degli spazi interni al castrum; fondazioni le cui finalità tenevano di conto, evidentemente, sin dalla loro progettazione degli aspetti strategico- politici insieme alle più generali esigenze di ristrutturazione dell’habitat rurale e di controllo delle forme del popolamento69. Più tarda e da riferirsi ad un contesto di forte tensione territoriale era la costruzione di Monte Castiglione. Si trattava di un castello pensato come testa di ponte in un’area di grande valore strategico, nell’alta Val di Bisenzio. In quella sub-regione, quasi per intero controllata dai conti Alberti, il Comune cittadino avvertì la necessità di inserirsi con un insediamento che potesse, se non minare, almeno contenere il sistema di potere albertingo sottraendogli uomini, risorse e terre. E così su quelle montagne di confine fra Prato e Pistoia fu dato avvio all’edificazione del castello. Era l’8 luglio del 1240 quando il giudice messer Iacopo di Omnebuono, vicario del podestà Ugone da Castello, con un cerimoniale dall’alto valore simbolico pose la prima pietra di quel castrum di presidio confinario: volens dictum locum, scilicet Montecastillionem, incastellare et castrum noviter hedificare pro jam dicto comuni Pistorii. E, quindi, presa la zappa dette un colpo in terra e pronunciò le parole che dovevano inaugurare i lavori: Ego, in nomine Domini et beati Jacobi apostoli, incipio edificare castrum Montis Castilionis. Simbolo e rituale si fondevano per dare pieno significato all’iniziativa comunale in questo lembo di montagna: il potere cittadi- no si traduceva in gesti codificati che avevano il compito di pubbliciz- zare un’azione di forte impatto politico che da tutti doveva essere riconosciuta. Era quella, del resto, una zona di accentuata instabilità e lo sarebbe rimasta a lungo. Il controllo degli uomini e gli ingenti acquisti di beni e giurisdizioni effettuati dal Comune e testimoniati dal singoli lotti, ciascuno dei quali misurava 30 piedi di lunghezza e 24 di larghezza ad pedes hominis mensuratos. Era inoltre previsto per ogni singolo abitante della nuova terra ortum et aream ibi extra castrum, dal che si evince che dovette esserci una complessiva organizzazione degli spazi, sia interni che esterni al costruendo castello. 69 Per certi versi i due casi in questione, pur con evidenti differenze di contesto, richiamano quella tipologia di fondazione che seguiva il modello urbano della lottizzazione «a casolari»: cfr., in tal senso, i possibili parallelismi con il caso di Casaglia nel territorio fiorentino, studiato da PIRILLO, Un caso di pianificazione, pp. 184-186. Più in generale, cfr. SETTIA, Proteggere e dominare, pp. 50-57. Il secondo incastellamento 157 libro delle terre, dei redditi e delle pensioni del 1241 non furono sufficienti a determinare il quieto controllo delle vallate di crinale da Luicciana a Croce Agrifoglio. Ma c’è un altro aspetto importante su cui è possibile fare luce grazie alla documentazione di alcune delle fondazioni promosse dalle magistrature urbane, e cioè il sistema adottato dal Comune per far fronte alla realizzazione di queste importanti opere costruttorie. Dalle deposizioni processuali rese dagli uomini di Lamporecchio e di Batoni, nel corso del 1221, in occasione della già richiamata controver- sia tra vescovo e Comune, si ricava che questi avevano lavorato, tra gli altri, alla costruzione del castello di Montale70. Doveva essere, dunque, la precettazione, insieme al regolare reclutamento di manodopera 71 specializzata , il metodo che Pistoia adottava per compiere i grandi lavori pubblici: nelle stesse testimonianze si fa riferimento, infatti, 72 anche alla costruzione dei castelli di Montefiori , di Capraia, di 73 Serravalle e di Sambuca , oltre all’imponente opera di scavo e di 74 arginatura del nuovo alveo della Bure . Un impulso costruttivo che, se non si caratterizzò per dimensioni quantitative di grande eccezionalità, rivelò, in ogni modo, la versatilità e la capacità organizzativa del primo ceto dirigente comunale che, nell’intento di costituire solide basi ad un’affermazione politica e territoriale in larga espansione, aveva intuito la necessità di agire in modo dinamico alternando la costruzione di nuovi capisaldi comunali 70 Liber censuum, 136, 1221 settembre 13. Belluccio di Uguccione da Batoni dichiarò di aver fatto ostem et murum civitatis et castra, videlicet Sambucam et Monteflori et Montale (b. 24); anche Cacciaguerra del fu Tedaldo da Batoni rilasciò dichiarazioni analoghe, nel dire che egli interfuit ad murandum Casale et Monteflori et Montale pro comuni Pistorii (b. 30). 71 È significativa, a questo proposito, una norma dello Statutum potestatis 1180, 76, nella quale erano disposte le modalità che il podestà doveva seguire per il pagamento dei capomastri pistoiesi che avevano lavorato per conto del Comune in Cerbaia, a Bargi e a Serravalle. 72 Per il castello di Montefiori in assenza di una documentazione tale da permetterci di fornire un’identificazione sicura, si può fare riferimento al toponimo di Montefiore, tuttora identificabile in un’altura a sud-est del passo del Montalbano. Una posizione questa che avrebbe potuto costituire una collocazione ideale per la costruzione di un sito fortificato del Comune di Pistoia, per esercitare funzioni di controllo dei due versanti del Montalbano (quello nord verso Pistoia e quello sud verso Lamporecchio e la Valdinievole) ed a presidio della strada che univa Pistoia con Lamporecchio. Cfr. ora FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines», pp. 32-33 (qui infra capitolo II.4). 73 Liber censuum, 136, 1221 settembre 13: Giannetto del fu Bando da Batoni dichiarò di aver lavorato ad elevandum supradicta castra di Casale, Serravalle, Montale, Montefiori e Capraia (b.32). 74 Ibidem, b. 10, b. 19, b. 24 e altri (calcem de Bura). 158 II.2 Castelli signorili e castelli comunali nel districtus, alla risistemazione e all’ampliamento dei ‘castelli di 75 prima fase’ . È necessario notare, poi, che la costruzione di fortezze e la fortificazione di villaggi era determinata dalle circostanze più varie: e in una prospettiva di individuazione delle componenti più importan- ti potremmo rintracciare le ragioni di natura politica, le esigenze militari, il potenziamento economico, il controllo del popolamento e la ristrutturazione agraria di alcune porzioni del contado: così come abbiamo visto per Serravalle, Montale e Tizzana e come avvenne ad Agliana, dove il castello funzionò da polo di attrazione demografica, nelle cui vicinanze si formarono tre piccoli villaggi con le rispettive chiese parrocchiali76. Erano tutti fattori che conferirono specifiche caratteristiche organizzative all’habitat e alle forme del popolamento rurale pistoiese dell’età comunale che mantennero, pur in presenza di progetti di fondazione o di potenziamento di nuovi centri connessi alle esigenze di controllo di un territorio unitario, i lineamenti di una sostanziale continuità dall’età precomunale sino al basso Medioevo, con la presenza a fianco dei castra di borghi e di villaggi aperti77. CASTELLI E BORGHI: L’HABITAT E IL POPOLAMENTO TARDOMEDIEVALE Castelli, borghi e villaggi aperti. Come si è da più parti osservato nelle linee di sviluppo dell’insediamento rurale si sono verificate spesso complesse fenomenologie di accentramento e di dispersione che in alcuni casi possono aver prodotto il mancato assorbimento dell’abitato preesistente all’interno della cinta castellana, in altri pos- sono aver dato vita a fenomeni di sdoppiamento fra castelli e agglome- 75 Per un confronto con il Senese, cfr. FARINELLI, GIORGI, «Castellum reficere». 76 Cfr. RAUTY, Agliana, p. 10 e FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, pp. 164-165 (ora supra capitolo II.1). 77 FRANCESCONI, Districtus, pp. 119-120 (ora supra capitolo I.2). Possono essere signi- ficative a questo proposito alcune notazioni documentarie della seconda metà del secolo XII, redatte con intenti di inquadramento delle unità circoscrizionali e insediative del territorio: in particolare una rubrica dello Statutum potestatis 1180, 40, nella quale erano fissate le norme per la ripartizione dei carichi di lavoro per la costruzione delle mura urbane, il cui testo riferendosi al territorio esterno alla città inquadrava gli uomini inter castella et villas; ed ancora il podestà cittadino era tenuto a far giurare i rettori delle porte cittadine e castellorum et villarum, ut infra eumdem terminum imponant per homines et personas sue ville et castelli et cappelle cuilibet partem. Castelli e borghi 159 Fig. 24. Resti del castello di Capraia. 160 II.2 Castelli signorili e castelli comunali 78 rati aperti, portando alla giustapposizione di burgi e di castra . Il risultato di questo processo è il complesso castello-borgo, attestato con certezza nella nostra zona, fra XI e XII secolo, per 79 Montemurlo, Bacchereto, Tizzana e Piuvica ; un modello, questo, piuttosto diffuso, e ben studiato, tra gli altri, per l’Italia settentrionale da Rinaldo Comba e da Aldo Settia80, che costituisce una struttura insediativa in cui i processi di aggregazione possono arrivare a conno- tare i contesti abitativi al punto da dare origine in qualche caso a borghi 81 di dimensioni semiurbane . È bene notare, comunque, che evoluzioni analoghe a quelle di Carpi o di Monza, cioè di borghi che arrivarono ad assumere la fisionomia di «quasi-città», non si verificarono nel nostro territorio. Una visione d’insieme organica e completa delle forme insediative del periodo comunale si può ricostruire, in ogni modo, grazie a un inventario trecentesco dei beni comunali82. Il documento, di incerta datazione ma attribuibile nella sostanza del dettato alla prima metà del secolo XIV, passa in rassegna e descrive l’insieme dei beni immobili, cittadini e rurali, di proprietà del Comune cittadino83. L’elenco offre 78 SETTIA, Sviluppo degli abitati rurali; BORTOLAMI, Castelli e «terre murate»; CHIAPPA MAURI, Terra e uomini, pp. 3-26. 79 Per Montemurlo sono numerose le testimonianze del castello e del borgo per i secoli XI e XII: munte et poio de castello de Munte Murlo (RCP, Canonica XI, 145, 1066 febbraio 5; 228, 1085 giugno 19; 277, 1098 gennaio); infra curtem et castrum et burgum de Montemurlo (ibidem, 297, 1100 novembre 1-26; 298, 1100 novembre 26; RCP, Canonica XII, 337, 1107 luglio); per Piuvica vi è menzione, per lo stesso periodo, del castello (infra castro de Publica, RCP, Canonica XI, 148, 1067 febbraio 17) e della villa (villa de Publica, RCP, Vescovado, 2118, 1132 circa); per Tizzana e Bacchereto, cfr. ibidem, 24, 1138 settembre 20, castello et curte de Tizana et burgo, de castello et curte et burgo de Bacareto. Per la determinazione dei termini villa e burgus, cfr. anche CHERUBINI, FRANCOVICH, Insediamenti, pp. 878-883. 80 Si vedano in particolare, COMBA, Dinamica; IDEM, Contadini, signori, pp. 5-20; SETTIA, Da villaggio a città. 81 Cfr. IDEM, Proteggere e dominare, pp. 215-229. 82 Liber censuum, 866, [verso 1382]. 83 Il documento, un inventario completo dei beni urbani e del territorio di pertinenza del Comune, fu pubblicato da Quinto Santoli e attribuito, in quanto acefalo, al 1382 per quanto riferibile nella sostanza del dettato ai primi decenni del Trecento, dal momento che vi erano riportati anche i castelli di Carmignano, Bacchereto e Artimino passati nel 1239 a Firenze. A rendere più complesso il quadro interpretativo però è stato il confronto con una delibera del Comune (ASP, Provvisioni, 21, cc. 113-118v), datata 27 giugno 1382, perfettamente coinciden- te nel testo con l’inventario sopradetto. La compresenza di un provvedimento ufficiale del Comune, datato e con lo stesso contenuto, pone a questo punto una serie di dubbi non facilmente risolvibili con la retrodatazione del documento stesso; si tratterebbe di capire le ragioni per cui i tre castelli del Montalbano orientale fossero presenti ancora alla fine del secolo XIV in un elenco di beni del Comune di Pistoia. Un quesito di non facile soluzione e che Castelli e borghi 161 Fig. 25. I castelli comunali secondo l’inventario del 1382. 162 II.2 Castelli signorili e castelli comunali un panorama articolato degli edifici e delle pertinenze comunali, consentendo di distinguere, attraverso la descrizione delle loro carat- teristiche tipologiche, le strutture di carattere militare dai più frequen- ti villaggi fortificati. Dei complessivi quarantadue insediamenti ripor- tati nel testo, infatti, ben ventisei sono descritti come villaggi circon- dati da mura – generalmente definiti come castrum cum muris, merlis et alii muris circumcirca84 –, dieci come centri abitati muniti sia di fortificazione esterna sia di rocca interna, in funzione delle prevalenti esigenze difensive cui dovevano rispondere – castrum cum muris circumcirca et cum berteschis, merlis et turribus, et cum una rocha cum turri85 –, ed infine sei come nuclei di carattere esclusivamente milita- re86. Dall’esame dell’inventario, in primo luogo, si può ribadire una continuità organizzativa relativamente diffusa dei nuclei abitativi pistoiesi sin dall’età precomunale: su un totale, infatti, di quarantadue insediamenti circa il 35% risultano già attestati a partire dai secoli X e XI; una percentuale, peraltro, che tende ad aumentare se consideria- mo soltanto i castra con una popolazione residente e non le strutture specificamente militari87. In secondo luogo, sembra emergere con una certa evidenza un tratto caratterizzante dei quadri insediativi di questo periodo, nel senso che risulta dominante la presenza di villaggi che funzionavano da centri organizzativi delle strutture fondiarie e, più in generale, da catalizzatori della vita socio-economica delle campagne piuttosto che da siti dal prevalente carattere difensivo-militare88. meriterebbe una seria riflessione, che non è però possibile svolgere in questa sede. 84 I siti con queste caratteristiche sono quelli di Cecina, Vinacciano, Casale, Montemagno, Castellina vallis Arni, Artimino, Bacchereto, Montale, Torri, Treppio, Fossato, Pratum episcopi, Montemurlo, Piteccio, San Marcello, Gavinana, Mammiano, Lanciole, Crespole, Serra, Avaglio, Verruca, Momigno, Montagnana, Fagno, Castellina Molazzani. Questa tipologia doveva interessare per lo più comunità rurali, le quali una volta definitivamente inquadrate nel corso del XIII secolo nel districtus comunale, furono dotate di proprie cinte murarie. 85 Serravalle, Larciano, Lamporecchio, Tizzana, Carmignano, Sambuca, Piteglio, Calamecca, Marliana e Casore del Monte. 86 Sambucone, Ponte Mezzano, Castrum S. Margaritae, Bellosguardo (Piteglio), Sicurana (Popiglio), Castrum de Muris (Lizzano). La spiccata vocazione militare di queste costruzioni è confermata, ad esempio, nel caso del Sambucone descritto come castrum Sambuchonis, quod est latere superiori pro securo introitu et exitu rocche Sambuce et citernis. 87 Per il confronto si sono utilizzate le stime contenute in RAUTY, Incastellamento, pp. 54-57 e i dati offerti dall’inventario del 1382 (Liber censuum, 866, [verso 1382]. 88 Cfr. a questo proposito le considerazioni in FRANCESCONI, Districtus, p. 119 (ora supra capitolo I.2). È necessario richiamare il ruolo svolto dalla proprietà fondiaria cittadina nell’orientamento delle dinamiche insediative e del popolamento bassomedievali. La presenza dei nuovi proprietari cittadini, oltre a istituire nuove forme contrattuali con l’introduzione del Castelli e borghi 163 Questi ultimi erano posti in specifiche realtà territoriali – zone di confine e di presidio viario – e con precise finalità di salvaguardia e di protezione di uomini, cose e poteri. I castelli con funzioni militari ebbero una diffusione soprattutto nei territori di montagna, in connessione con le prevalenti esigenze di consolidamento di un saldo sistema di torri di avvistamento che dovevano costituire i poli privilegiati per la difesa dei confini territo- riali e per garantire la sicurezza alle principali arterie della viabilità transappenninica. Una serie di fondazioni dalle caratteristiche prettamente difensive che coincidevano con la fase del mantenimento del potere comunale nel territorio e con le turbinose vicende politico- sociali che dalla seconda metà del secolo XIII interessarono le medie e alte vallate dell’Ombrone, della Lima e della Verdiana da Popiglio, a Piteglio fino a Cutigliano89. Senza scendere nello specifico delle singole realtà territoriali è possibile ritenere che queste strutture – Castrum Sancte Margaritae, Bellosguardo, Sicurana, Castel di Mura – rispondessero alle precise esigenze di un più stabile controllo di territori distanti dal centro cittadino e, per questo, più facilmente esposti all’espansionismo dei Comuni contermini, in particolare di Firenze e di Bologna e di garantire, allo stesso tempo, sicurezza alle direttrici viarie che costituivano il tramite commerciale della città con le grandi metropoli dell’Italia centrosettentrionale90. In questa pro- spettiva è significativo, ad esempio, il caso di Castel di Mura, eretto, probabilmente, nella prima metà del Duecento su un’altura circonda- ta dalle profonde gole del Verdiana e della Lima, con la duplice funzione appena richiamata; distrutto fu poi ricostruito per la sua importanza strategica agli inizi del quarto decennio del secolo XIV91. contratto mezzadrile, influì anche sugli assetti abitativi con la diffusione del sistema poderale (CHERUBINI, FRANCOVICH, Insediamenti, pp. 901-904; KLAPISCH-ZUBER, Villaggi, pp. 324-327). 89 HERLIHY, Pistoia, pp. 222-266. 90 I castelli con specifiche caratteristiche militari sorgevano in contesti di particolare importanza strategica, a protezione di zone di confine (Sambuca, Lizzano, Serravalle) o di importanti direttrici viarie (Bellosguardo, Ponte Mezzano, Castrum S. Margaritae). Le funzioni del castrum S. Margaritae sono, ad esempio, ben individuate nella seconda cronaca di ser Luca Dominici: «per tenere il passo che quelli della Sambuca non potevano venire di qua a fare danno» (DOMINICI, Cronaca seconda, p. 37). Cfr. anche RAUTY, Castrum. 91 Mentre le vicende iniziali del castello sono difficilmente ricostruibili per la mancanza di una sufficiente documentazione, è possibile seguire la fase di ricostruzione da parte del Comune di Pistoia nei primissimi anni Trenta del secolo XIV. In una delibera del Consiglio generale del Comune, infatti, del giugno 1332 fu stabilita la costruzione di una nuova rocca a 164 II.2 Castelli signorili e castelli comunali Fu inserito, infatti, in una cintura organica di fortezze e di torri di avvistamento a presidio del confine con la Lucchesia con i castelli di Lizzano, di Cutigliano, la torre del Partitoio e con la Sicurana di Popiglio. E per controllare, inoltre, l’itinerario per il Modenese, come si evince da una rubrica dei Capitula capitanei montanee superioris del 1361, nei quali era disposto che qui dovesse risiedere il capitano per garantire la sicurezza della strata qua itur Lombardia92. Durante la piena età comunale la scacchiera dei castra disposti dalle magistrature urbane costituiva, dunque, una struttura insediativa e territoriale funzionale al mantenimento degli spazi giurisdizionali nel districtus. La documentazione normativa comunale consente, a partire dalla fine del Duecento e lungo il successivo, di seguire tutta la serie dei provvedimenti che venivano presi dagli organi di governo della città per garantire il regolare funzionamento delle strutture difensive93. Numerosi, in questo senso, furono gli interventi che miravano alla gestione degli ufficiali incaricati, alla custodia dei castelli e alla loro organizzazione interna: si può citare, a titolo di esempio, una delibera comunale del marzo 1335, con la quale si stabiliva una ricognizione completa delle torri e delle rocche del Comune, per verificarne lo stato di conservazione e la dotazione militare94. Ma era questo un singolo episodio all’interno di una tensione costante da parte della città. I processi di incastellamento e di organizzazione dello spazio abitativo nelle campagne pistoiesi, pur avendo fatto ricorso alla sola 95 documentazione scritta in assenza di dati archeologici , sembrano rivelare dinamiche e modelli di sviluppo tipici di molte aree dell’Italia centro-settentrionale, evidenziando naturalmente quelle che furono le specifiche evoluzioni politiche, economiche e sociali di questo conte- sto territoriale. Ciò detto, va altresì notata la stretta interdipendenza esistente fra le forme del potere e le dinamiche con cui i castelli si Castel di Mura con una torre dell’altezza di 25 braccia (ASP, Provvisioni, I, c. 113r, 1332 giugno 9; I, c. 113v, 1332 giugno 16). Cfr. anche BIAGINI, Cutigliano, p. 22. 92 ASP, Provisioni, XII, c. 12r, 1361 aprile 14. Cfr. anche BIAGINI, Piteglio, pp. 19-22. 93 Si può citare una delle rubriche più significative dello Statuto del podestà del 1296 per il controllo del territorio: quella che disciplinava il reclutamento dei custodi dei castelli di Serravalle, Montale, Sambuca, Castiglione e Larciano (Statutum potestatis 1296, I, 28). 94 ASP, Provvisioni, V, c. 29r, 1335 marzo 24: con questa delibera fu dato incarico a ser Guglielmo di Deo di redigere un inventario completo di tutte le munizioni in dotazione ai singoli castelli del contado. 95 A livello generale si rimanda, nonostante la vasta produzione storiografica degli ultimi anni, al citato lavoro di CAMMAROSANO, Problemi di convergenza. Castelli e borghi 165 svilupparono e si radicarono nel contado: fu una relazione, prevalen- temente, di carattere politico e territoriale che con il lento e graduale passaggio dal particolarismo signorile all’agognata uniformità giurisdizionale comunale modificò il loro apparato funzionale e il rapporto con le altre cellule insediative dell’habitat rurale. Si dovrà anche aggiungere che la natura stessa dei poteri signorili, con un radicamento diffuso e consistente fino all’inizio del secolo XIII, ma con una scarsa capacità di tenuta per il periodo successivo, in un contado piccolo come quello pistoiese, orientarono gli stessi processi fortificatori, in una misura per la quale il Comune cittadino dovette certo ricorrere a progetti di fondazione ma non in misura sistematica e massiccia come avvenne per certi Comuni dell’Italia padana96. Anche in precedenza, del resto, il controllo e la detenzione di un castello non sempre avevano costituito l’unico ed effettivo viatico per il consolida- mento di una egemonia signorile, fosse essa laica o ecclesiastica: la territorializzazione di un potere, la sua concreta attuazione seguirono, talvolta, più complessi fenomeni di natura economica, politica e sociale. Anche da questi elementi non è difficile intuire che i castelli costituirono solidi punti di riferimento dell’organizzazione politica e sociale dei secoli centrali del Medioevo, ma allo stesso tempo molti e più complessi fattori interagirono insieme nel plasmare e nel configurare la società e il potere signorile di quei secoli. Un fenomeno per molti aspetti, dunque, complesso ed articolato i cui tratti generali, pur nell’ambito di una sostanziale continuità organizzativa attraverso i secoli, non risposero a semplicistiche rela- zioni di causa-effetto. 96 Cfr. supra nota 41. 167 II. 3 I comunia tra identità di villaggio e costruzione politica cittadina POSSEDERE E CONDIVIDERE Pro lignis, aquis et herbis sono i termini con cui erano indicate le terre di uso collettivo nelle clausole della notissima carta di franchigia rilasciata dai conti Tignosi agli uomini di Tintinnano, in Val d’Orcia, 1 nel 1207 . Prima Lodovico Zdekauer e successivamente Gaetano Salvemini hanno contribuito, in modo determinante, a rendere giusta- mente famoso questo accordo tra una consorteria signorile e un villaggio rurale: la negoziazione degli spazi politici ed economici lì definiti e le modalità con cui erano espressi hanno costituito e costitui- scono ancora oggi un paradigma dei rapporti tra signori e rustici nelle campagne italiane d’età comunale2. Nella dettagliatissima panoramica dei diritti che venivano con- certati tra i domini e il resto della popolazione di quel castello valdorciano un ruolo ben preciso, e allo stesso tempo autonomo, era riconosciuto ai cosiddetti beni d’uso comune: quelle terre extramurarie, cioè, nelle quali poteva essere tagliata la legna, falciata l’erba e raccolta l’acqua, secondo le esigenze degli uomini e delle bestie del villaggio, senza il versamento di nessuna prestazione aggiuntiva3. La chiara 1 ASS, Riformagioni, 1282 agosto 18. Una versione tradotta e commentata del testo è in CAMMAROSANO, Campagne nell’età comunale, pp.49-53. L’edizione integrale in REDON, Signori e comunità, pp. 136-143. 2 ZDEKAUER, La «carta libertatis»; SALVEMINI, Un comune rurale. Cfr. anche le conside- razioni comparative di WICKHAM, Comunità e clientele, pp. 11-17 e 199 sgg. Cenni anche in CASTAGNETTI, Potere sui contadini, pp. 232 sgg. 3 Et a Rigo ultra, liceat hominibus de Titinano pro lignis et aquis et herbis, existentibus in 168 II.3 I comunia distinzione con cui in quella carta venivano individuate le terre produttive di uso privato, allodiali o tenute in affitto, da quelle non coltivate e d’uso comune segna una ben definita linea di demarcazione tra due diversi modi di possedere e di sfruttare la terra nelle campagne d’età medievale: due possibilità la cui importanza e il cui rilievo furono variamente interpretate dagli uomini dei villaggi rurali, dalle stesse comunità in via di definizione istituzionale e dai poteri urbani nel loro processo di espansione nel contado. Il ruolo delle proprietà collettive delle comunità di villaggio e dei maggiori Comuni cittadini sono state, del resto, ben studiate nel corso del secolo scorso, seppur con quella mancanza di continuità che non ha consentito di chiarirne sempre e fino in fondo il peso economico, il ruolo politico e la funzione di coesione identitaria4. Temi e suggestio- ni questi che se avevano goduto di una qualche attenzione da parte della scuola economico-giuridica, tra fine Otto e inizio Novecento, erano poi stati, se non accantonati, almeno ridimensionati dalle successive tendenze della storiografia medievistica5. Solo di recente il dibattito storiografico ha ripreso a confrontarsi sulla funzione econo- mica e politica delle terre collettive nella vita delle comunità e delle 6 città comunali : Paola Guglielmotti, Franco Panero e Luigi Provero 7 per il Piemonte e l’area ligure , Sante Bortolami, Andrea Castagnetti, 8 Gerard Rippe e Gian Maria Varanini per il Veneto , Luisa Chiappa terris non laboratis, ad usum hominum et bestiarum, sine aliquo servitio denominato (REDON, Signori e comunità, p. 138). Nella traduzione offerta da Cammarosano si legge alla fine della prima clausola, relativa al versamento dei canoni per le terre e le vigne comprese tra i torrenti Rigo e Orcia, che «al di là del Rigo gli uomini di Tintinnano potranno andare sulle terre non coltivate a provvedersi della legna, dell’acqua e dell’erba necessarie agli uomini e alle bestie, senza dovere per ciò alcuna prestazione» (CAMMAROSANO, Campagne nell’età comunale, p. 51). 4 Per uno sguardo d’insieme sulla storiografia italiana fra Otto e Novecento, e in particolare sul lavoro e le scelte di storici come Salvemini, Volpe, Caggese e Luzzatto, si rimanda al volume di ARTIFONI, Salvemini e il Medioevo, pp. 11-47. 5 CORTONESI, Storia agraria; per uno sguardo d’insieme e organizzato per aree regionali cfr. Medievistica italiana e storia agraria. 6 Basti qui il rimando ai numeri monografici Beni comuni e Risorse collettive. Ancora il lavoro di rassegna regionale per la Toscana curato da BICCHIERAI, Beni comuni e usi civici. Ed è recente l’apertura di un apposito repertorio tematico nel portale medievistico Reti medievali dedicato a Le risorse collettive, con segnalazioni di archivi, edizioni di fonti, studi e siti specialistici. 7 GUGLIELMOTTI, Comunità e territorio; EADEM, Ricerche sull’organizzazione; PANERO, Strutture del mondo contadino; IDEM, Consuetudini, carte di franchigia; PROVERO, Comunità contadine e prelievo signorile. 8 BORTOLAMI, Territorio e società; IDEM, Comuni e beni comunali; CASTAGNETTI, Arimanni Possedere e condividere 169 Mauri, François Menant e più di recente Massimo Della Misericordia 9 e Riccardo Rao per la Valtellina e Lombardia occidentale e orientale , Bruno Andreolli, Patrizia Cremonini, Massimo Montanari e Vito 10 Fumagalli per l’Emilia e la Romagna , Marco Bicchierai e Paolo Pirillo 11 per la Toscana , Maria Teresa Caciorgna, Sandro Carocci e Massimo Vallerani per l’Umbria e la Marittima12, per citarne soltanto alcuni, hanno affrontato aspetti anche molto diversi legati all’uso dell’incolto nell’organizzazione economica e politica dei villaggi rurali d’età comu- nale. Il contributo, ad ogni buon conto, più stimolante e innovativo è stato quello apportato da Jean Claude Maire Vigueur, quando nel ricordare l’importanza delle risorse collettive tra i privilegi accordati ai milites cittadini non ha mancato di cogliere l’importanza delle proprietà comuni nella vita economica e nelle lotte politiche duecentesche dei grandi centri urbani della penisola13. E nel far questo ha inteso individuare anche precise vie da seguire, quali l’inventariazione sistematica di tutti i beni, diritti e monopoli detenuti dai Comuni maggiori, l’esame delle modalità di gestione e i connessi benefici economici14. Una strada, questa, appena avviata e per lo più ancora da battere nella prospettiva di chiarire come questi beni, almeno per i centri più grandi, non rispondessero alle esclusive esigenze di una economia di sopravvivenza, ma anche di un’economia largamente speculativa. Per le legna, per le erbe e per le acque: queste si è detto, in estrema sintesi, le connotazioni con cui s’identificavano le terre comuni, quei beni di uso collettivo che tanta parte hanno avuto nella storia dei in ‘Romania’; IDEM, Arimanni; RIPPE, Padoue et son contado; VARANINI, Descrizione del manoscritto. 9 CHIAPPA MAURI, Popolazione, popolamento; MENANT, Campagnes lombardes; DELLA MISERICORDIA, Divenire comunità; RAO, La proprietà allodiale civica; IDEM, Beni comunali; IDEM, I beni del comune. 10 ANDREOLLI, Le basi storico-giuridiche; IDEM, L’uso del bosco; CREMONINI, Dispute di Nonantola; EADEM, Comunità rurali e uso dell’incolto; FUMAGALLI, Le partecipanze agrarie; MONTANARI, La foresta come spazio. 11 Beni comuni; BICCHIERAI, Una comunità; PIRILLO, Beni comuni. Sull’uso e il valore dell’incolto nella Toscana medievale e moderna si vedano i recenti atti del convegno Incolti, fiumi, paludi. 12 CAROCCI, Le «comunalie» di Orvieto; CACIORGNA, Marittima medievale; VALLERANI, Il «Liber terminationum» del comune di Perugia. 13 MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, pp. 209-241. Lo stesso Maire Vigueur era tornato a più riprese sul tema per alcune realtà rurali dell’Italia centrale: IDEM, Féodalité montagnarde; IDEM, Défense; IDEM, Les rapports ville-campagne; IDEM, Un système de culture. 14 IDEM, Guerrieri e cittadini, p. 211. 170 II.3 I comunia villaggi rurali d’ancien régime, almeno fino alle riforme settecentesche e, talvolta, anche più avanti in coincidenza con quel passaggio epocale 15 definito da Marc Bloch come la nascita dell’individualismo agrario . Un passaggio che non segnava soltanto una trasformazione nelle strutture del possesso fondiario e della produzione agricola e che investiva, invece, quelle mentali e culturali, il modo stesso con cui gli uomini concepivano la loro organizzazione sociale e le possibilità della convivenza civile16. Le terre comuni, i cosiddetti usi civici, in questa prospettiva, si prestano a divenire una struttura storica aperta e dinamica, attraverso la quale penetrare sì nel tessuto economico e politico di quelle comunità, ma anche nel sostrato mentale e culturale che animava le collettività rurali d’età preindustriale: la gestione, lo sfruttamento, l’organizzazione di spazi collettivi implicava, infatti, un forte senso della solidarietà, una capacità di condivisione che doveva se non prevalere almeno armonizzarsi con l’idea del possesso – ben presente beninteso anche negli uomini di quel periodo –, e, infine, un nitido e naturale senso della comunità. Il gruppo e la comunità erano, del resto, l’orizzonte di vita dell’uomo medievale17, il vero antidoto psicologico contro quella insicurezza, materiale e morale, che dominava la sensi- bilità di quel periodo: non è un caso, come è stato scritto, che il villaggio come «corpo vivo e che esiste veramente solo quando si struttura attorno a nuclei di raggruppamento» sia una creazione medievale18. E non bisogna sottacere che proprio quei beni, quelle terre collettive, devono aver svolto una ben precisa funzione generatrice: come dire, quei villaggi, quelle comunità dovettero saldarsi anche per 15 BLOCH, La fine della comunità. 16 In una prospettiva tutta rivolta all’attualità una serrata riflessione sulla linea di demarcazione tra una concezione possessoria e una concezione solidaristica dei beni è quella condotta da CASSANO, Homo civicus. 17 LE GOFF, Civiltà, p. 349: «l’unico rimedio consiste... nell’appoggiarsi alla solidarietà del gruppo, della comunità di cui si fa parte, nell’evitare la rottura, per ambizione o per disgregazione, di questa solidarietà». Il dibattito recente, anche in ambito sociologico e filosofico, si è interrogato sul senso, i limiti, la struttura e le possibilità della comunità: ci limitiamo a rimandare tra i molteplici fuochi di una discussione molto ampia al volume di ESPOSITO, Communitas, nel quale sono ripercorsi anche i punti salienti di un confronto avviato molti anni fa da Georges Bataille e poi ripreso da Jean-Luc Nancy e Maurice Blanchot. 18 FOSSIER, Terra, p. 1167. Così scriveva Marc Bloch nel 1952: «Le società antiche erano composte di gruppi più che di individui. L’individuo isolato non contava quasi nulla. Solo associato ad altri uomini egli lavorava e si difendeva, ed erano gruppi, di varia entità, che i padroni, signori o principi, erano abituati a trovarsi di fronte, e che essi censivano e tassavano» (BLOCH, I caratteri originali, p. 176). Al di qua delle mura 171 tutelare quegli interessi comuni legati al pascolo, alla legna per riscal- darsi e per costruire le abitazioni, alle acque per dissetarsi, per dissetare gli animali e per irrigare. Terre, dunque, quelle di uso collettivo che assumono un valore complesso sotto il profilo economico, sociologico e che assunsero, nondimeno, nelle intricate dinamiche della costruzione cittadina del territorio anche un valore strategico e politico. Spazi che, in qualche caso, come vedremo, svolsero una funzione di cuscinetto, una sorta di camera di decompressione nei conflitti tra signori e città e tra città e comunità rurali. AL DI QUA DELLE MURA: I BENI COLLETTIVI DELLA CITTÀ TRA INTEGRAZIO- NE ECONOMICA E DOMINIO POLITICO Il 13 febbraio 1287 fu affidato l’incarico ad un procuratore di arbitrare la lite che opponeva il Comune di Pistoia ai figli del fu Niccolò di Moscacchia19. La contesa fra le parti era dovuta al controllo delle terre et possessionum alpium, dei pascoli, delle selve e dei boschi che i suddetti fratelli – Upizino, Gualando, Gualanduccio e Vallino – sostenevano di avere in comuni et terreno comunis de Treppio. A distanza di otto mesi dall’avvio della procedura, il 14 ottobre di quello stesso anno, fu pronunziato il lodo che imponeva ai quattro fratelli di vendere tutti i possedimenti contesi per una somma di 2250 lire a Gilio Donosdei, agente per conto del Comune urbano20. Il Comune cittadino, alcuni personaggi eminenti del villaggio montano di Treppio e, sullo sfondo, gli interessi di quella stessa comunità appenninica furono i protagonisti di un contenzioso che attraverso la scrittura di un notaio comunale si è salvato dall’oblio del tempo. Un conflitto, peraltro, che al di là della sua leggibilità, – molti altri sono rimasti purtroppo anonimi e irrimediabilmente perduti – non deve e non può evocare motivi di stupore per la sua eccezionalità: 19 Liber censuum, 505, 1287 febbraio 13. 20 Ibidem, 508, 1287 ottobre 14: «che i figli di Moscacchia vendano entro otto giorni al procuratore Gilio Donosdei omnes terras et possessiones, redditus et pensiones, alpes, prata, silvas, nomora, servitia, operas et omnia iura et actiones et rationes nel comune di Treppio et maxime iura patronatus, que ipsi vel alter predictorum fratrum habent vel habere videntur in comuni de Treppio et eius territorio il tutto per il prezzo di libre 2250». 172 II.3 I comunia siamo, infatti, di fronte ad una delle tipologie documentarie più diffuse e ricorrenti quando s’intenda reperire informazioni sui cosiddetti comunia, i patrimoni collettivi di piccoli e grandi Comuni medievali. Altre e non del tutto scontate considerazioni si possono, tuttavia, trarre da un conflitto che conteneva in sé motivi di oggettivo interesse. In primo luogo appare chiaro quale dovesse essere il livello di concorrenzialità intorno alla gestione e allo sfruttamento dei beni collettivi e dei loro proventi. Un dato questo sul quale occorre riflettere anche in virtù della fisionomia politica di quei contendenti: se per un verso, infatti, può sembrare del tutto naturale il coinvolgimento nella contesa della comunità rurale e di alcuni esponenti di rilievo di quella società valligiana, assai meno scontata è l’attiva e determinata partecipazione della città. Quei beni, in altre parole, parrebbero rispondere, oltre che alle tipiche esigenze integrative della sussistenza contadina, alle meno consuete mire speculative di un organismo di maggiore complessità come il Comune di Pistoia. Un organismo, ad ogni buon conto, le cui strutture economiche avevano sempre avuto nel serrato interscambio tra mercato cittadino e campagna circostante uno dei principali motori generatori21. I beni comuni, i pascoli, l’uso delle risorse boschive – legna per il riscaldamento e da costruzione – troverebbero, dunque, secondo la convincente proposta di Jean Claude Maire Vigueur un ruolo non secondario anche tra le voci di entrata delle economie cittadine22. Significativo seppur sporadico, a questo proposito, è il provvedimento con cui nel marzo 1230 il podestà di Pistoia, messer Iacopo da Borgo, concedeva a messer Sigeri da Suvereto la facoltà di condurre le bestie 23 al pascolo intorno alla città e sulle montagne pistoiesi : una concessio- ne che non doveva evidentemente essere effettuata a titolo gratuito, bensì dietro la corresponsione di un tributo non meglio specificato. I pascoli alti dell’Appennino assumevano per la città, secondo questa testimonianza, la fisionomia di una risorsa remunerativa. Per quanto la sporadica attestazione non consenta di capire l’entità del movimen- 21 FRANCESCONI, Qualche considerazione, pp. 177-179. 22 Cfr. supra la nota 13. 23 ASP, Taona, 1230 marzo 15: cunctis sit manifestum quod dominus Iacobus de Burgo Pistoriensis potestas... summa consilii per dominos Rainerium iudicem, Bonifatium et Berlingerium est quod bestie domini Sigerii de Suvereto veniant et stent sane et secure per civitatem Pistorii et districtum salvo si essent alicuius Senensis vel districtu de Senis. Al di qua delle mura 173 to e l’importanza di questa entrata nel bilancio comunale siamo 24 convinti che dovesse trattarsi di una pratica diffusa e redditizia . L’importanza che i beni collettivi assunsero nella politica econo- mica del Comune pistoiese sono, altresì, ben evidenti dall’osservazio- 25 ne delle terre basse a ridosso del padule di Fucecchio . In un contesto ambientale e territoriale molto diverso, sul fronte meridionale del districtus, nei primi decenni del Duecento fu dato avvio ad una imponente opera di bonifica di quell’ampia cintura di lotti fondiari che cingevano da nord le acque palustri della Valdinievole e del Valdarno inferiore. L’acquisizione di quelle terre pianeggianti, anche se non è chiaro fino in fondo chi ne avesse promosso il risanamento idraulico, dovette costituire per il Comune cittadino, in seguito all’acquisto del castrum di Larciano del 1226, un fondamentale bacino cerealicolo per l’approvvigionamento granario della città. Si trattava di terre pubbli- che di pertinenza delle autorità comunali e da queste affittate a contadini, secondo un modello pattizio che prevedeva il versamento di un terratico del quarto al concedente26: una procedura, peraltro, piuttosto diffusa e generalmente adottata in molte realtà comunali 27 della penisola . Terre pubbliche, queste, che una volta strappate alle acque furono rese coltivabili divenendo espressione, con molte analo- gie con quanto aveva rilevato Massimo Vallerani per le comunanze del Chiugi perugino, «di un preciso disegno di pianificazione da parte del Comune nell’utilizzo delle proprietà recentemente inglobate e di diversificazione del loro sfruttamento: in questo caso cereali, colture arbustive, oltre ai prodotti della pesca e dell’incolto palustre»28. Risulta ancora una volta difficile stabilire con esattezza, con le fonti a nostra disposizione, quale fosse la destinazione di quei proventi: se rispon- 24 Basti il rimando alle considerazioni di MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, pp. 210- 211. Di particolare interesse il ruolo che i monti Lessini ebbero per la città di Verona, cfr. VARANINI, Una montagna per la città. 25 Su questa fascia di territorio e quanto avvenne lungo i primi decenni del Duecento attorno al suo controllo e sfruttamento, cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi e IDEM, «Parole fondatrici» (ora infra capitoli III.2 e III.3). Con riferimento a questa stessa zona ha lavorato sul rapporto tra risorse naturali e utilizzo e gestione comunale MALVOLTI, Le risorse del Padule; IDEM, I proventi dell’incolto. Sulla conflittualità per le risorse di questa zona si veda anche SPICCIANI, Terre di Lucca, pp. 95-118. 26 FRANCESCONI, «Parole fondatrici», pp. 146-147 (ora infra capitolo III.3). 27 MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, p. 210; per Verona, cfr. CASTAGNETTI, Bonifica della «palus comunis Verone»; per Brescia, cfr. RAO, Beni comunali, pp. 180-194. 28 VALLERANI, Il «Liber terminationum» del comune di Perugia, p. 651. 174 II.3 I comunia dessero, cioè, ai bisogni reali della cittadinanza pistoiese o se costitu- issero, invece, il risultato di una specializzazione agraria speculativa per il ceto dirigente urbano. Quel che pare non lasciare adito a molte incertezze è l’ampia disponibilità di comunanze controllate dalla città, se nel 1284 si ricorreva ai beni comunali per il risarcimento delle ambasciate svolte dagli Anziani del Popolo e si poneva una particolare attenzione nell’affidare l’incarico ad un apposito ufficiale per tutte le questioni concernenti le finanze pubbliche, nello specifico de bonis et possessionibus comunis Pistorii29. Uno spazio più qualitativo è quello che ci riserva, invece, la normativa podestarile di un decennio più tarda con un peculiare impegno nel disciplinare le modalità del taglio della legna in alpibus per i cives pistoiesi30, quelle per la raccolta del terriccio nei prati pubblici in prossimità delle mura urbane, quelle per la regolamentazione del pascolo delle bestie nei prati del piano oltre le tre miglia dalla città e, infine, le pene per tutti coloro che usurpassero, a qualunque titolo e in qualsiasi forma, de terreno Comunis Pistorii31. Che le risorse collettive avessero, del resto, avuto una funzione significativa sin dai primi tempi di affermazione del Comune cittadino pare confermato dalla menzione di una terra comunale attestata sin dal 32 1098 nella zona dell’Ombroncello, nei pressi della città ; e ancora, merita di essere richiamato lo scrupolo con cui nei più antichi testi statutari pistoiesi erano disciplinate la custodia e la gestione della selva 33 dell’Orsigna , la tutela del prato intramurario di Piunte e le procedure per l’investitura e la concessione dei beni pubblici, con tanto di 29 Breve populi, I, 61, De expensis et vecturis equorum percipiendis; II, 52, Quod dictus sindicus sit in omni consilio, ubi tractatur de expendendo aliquo casu vel donando de avere comunis. 30 Statutum potestatis 1296, T. d. d., L, De lignis incidendis sine pena: cuilibet civi sit licitum incidere vel incidi facere ligna in alpibus sine pena pro reducendis ipsis lignis Pistorium et in aliis locis, ubi consueverunt cives Pistorii incidere vel incidi facere de lignis. 31 Ibidem, T.d.d., 126, Quod nulla persona cavet terraccium in terreno comunis, causa facendi ibi letamen; ibidem, T.d.d., 102, De bestiis non pascendis in pratis; ibidem, IIII, 40, Quod omnes, qui superhaprenderint de terreno comunis, illud dimictere teneantur. 32 ASF, Capitolo di Pistoia, 1098 ottobre (regesto in RCP, Canonica XI, 282, 1098 ottobre): terra comunale inter medio via currente. 33 Et statuimus ut maiores consules Pistorie mittant custodes et faciant custodire silvam que vocatur vulgo Ursinia, ne incidatur nec comburatur nec aliquatenus deguastetur in consulatu. Et sic faciant iurare suos successores, et ipsi similiter suos usque ad terminum .XV. annorum, nisi comuni consilio consulum et consiliarorum omnium vel maioris partis inmutatum fuerit (Statuto dei consoli, r. 17). Per una contestualizzazione della norma statutaria, cfr. ZAGNONI, Selva dell’Orsigna, p. 108. Al di qua delle mura 175 34 consenso esplicito da parte del consiglio comunale . Si nota, insom- ma, come gli spazi dell’incolto a conduzione comunitaria avessero rivestito anche per i centri maggiori una funzione integrativa impor- tante sin dalle origini, dando vita ad un modello misto con le più produttive terre coltivate. Un modello del quale è bene ribadire la difficoltà di individuarne gli equilibri che ne sostenevano la tenuta e il funzionamento: non è possibile in sostanza arrivare a conclusioni analoghe a quelle cui è potuto giungere Maire Vigueur per Perugia grazie ad un ricco dossier pontificio risalente agli anni 1214-122335. Ciò che invece si può almeno approssimativamente ritenere è che anche per la nostra città la prima formazione del Comune e quindi l’estensione della giurisdizione sul territorio – la cosiddetta «conquista del contado» – avessero avuto come conseguenza il potenziamento dei diritti delle magistrature urbane sui beni di origine pubblica36. Un processo, quest’ultimo, che dovette essere condotto con grande consapevolezza programmatica un po’ in tutte le città comuna- li di una certa consistenza e il cui livello di progettualità è ben osservabile nello sforzo messo in atto dalle magistrature e dagli ufficiali urbani per la redazione di scritture che ne facilitassero la gestione, l’amministrazione e l’inquadramento politico37. Pistoia, in questo senso, va a collocarsi tra le realtà più significative: gli anni centrali del Duecento videro, infatti, una propulsione documentaria in cui erano ben evidenti gli intenti di descrivere, di inquadrare e di meglio definire il districtus cittadino, il territorio cioè di competenza del Comune urbano38. Accanto alla raccolta degli atti giurisdizionali più significa- tivi che andarono a confluire nel Liber censuum, accanto alla 34 Breve consulum, 30: Quicquid de prato Plunte deminutum fuerit ab aliquo a .XXX. anni retro in p[ri]stinum statum faciam restitui; excipio novam foveam civitatis nostre secundum quod per sacramentum idoneorum hominum potero invenire; et in toto meo dominio [non] diminui nec deteiorari permittam me sciente; Statutum potestatis 1180, 15: Et statuimus ut potestas non faciat investitionem neque concessionem de bonis civitatis Pistorie nisi comuni concordia omnium consiliariorum electorum vel maioris partis, habito per sacramentum. 35 MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, pp. 216-231. 36 Ibidem, p. 239. 37 Su questo tema in rapida evoluzione e incremento negli ultimi anni si vedano i lavori, per molti versi ormai classici, di BARTOLI LANGELI, La documentazione degli stati e di MAIRE VIGUEUR, Forme di governo. Con più esplicito riferimento ai Libri terminationum, cfr. FRANCESCONI, SALVESTRINI, La scrittura del confine. 38 Si veda ancora FRANCESCONI, Districtus, pp. 102-103 (ora supra capitolo I.2); IDEM, «Parole fondatrici», pp. 142-144 (ora infra capitolo III.3). 176 II.3 I comunia predisposizione delle inchieste podestarili sulle terre padulinghe, fu allestita un’operazione dall’alto valore concettuale e pratico come il 39 Liber finium districtus Pistorii del 1255 . Un documento unico nel suo genere alle cui finalità il podestà Colombo da Pietrasanta, che ne commissionò la realizzazione, doveva attribuire un’importanza politi- ca e amministrativa notevolissima: la confinazione delle 108 comunità rurali dipendenti dalla città non rappresentava, infatti, soltanto una mappatura dettagliata della realtà giurisdizionale del distretto, ma consentiva di fare chiarezza e di mettere mano a quella latente conflittualità campagnola che aveva proprio nello sfruttamento e nella gestione delle proprietà indivise e collettive una delle componenti di massima frizione. Seppure il liber non faccia che pochi espliciti riferimenti ai beni comuni, con l’eccezione per alcune sporadiche menzioni di selve delle comunità di Montemagno, di Staggiano, di Piteglio e di Momigno, sono i confini irregolari e tracciati a notevole distanza dal nucleo demico dei villaggi montani a costituire la più probabile conferma che si trattasse di una pianificazione effettuata dalla città per consentire una più regolare fruibilità di terreni boschivi e di alpeggi40. La convenzione, siglata il 13 maggio del 1226, tra gli uomini della comunità di Piteccio e la città per regolamentare i pascoli nella zona tra le Falde e Monteacuto sembrerebbe confermare un quadro di rapporti che alla metà del secolo si sarebbe tentato di rendere sistematico41. L’interesse cittadino per le terre comuni costituì, peraltro, il risultato di una tensione continua che si mantenne viva nel tempo, non circoscritta, in altri termini, a ben determinate congiunture politiche ed economiche come potevano essere state le fasi nevralgiche della conquista del contado cui abbiamo accennato. Gli elementi di una tale continuità sono ben visibili nello sforzo teso e mirato con cui le autorità comunali urbane gestirono, controllarono e registrarono per scritto, anche in pieno Trecento, le risorse collettive. L’esatta trascrizione 39 Ibidem; FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium; VIGNOLI, Il «Liber Censuum», pp. 13-32. 40 Ibidem, pp. 41-42. Seppur concepito con una struttura e con finalità non del tutto analoghe a quello pistoiese può essere utile un confronto con l’analoga operazione vicentina, compiuta all’indomani della caduta del terribile regime ezzeliniano, cfr. Il «Regestum possessionum». 41 ASP, Pistoia, 1226 maggio 13. Al di qua delle mura 177 quantitativa e topografica di tutti i boschi, i prati e gli alpeggi, per lo più concentrati nelle comunità della media collina e della montagna, erano l’espressione più chiara del serrato «dialogo» e della integrazio- ne politica ed economica che si mantenne intensa, per tutta l’età comunale, fra la città e il suo contado. Se ne trovano alcune conferme: così nella delibera del 16 ottobre del 1332 con cui si decideva la redazione di un inventario di tutte le proprietà e dei redditi comunali42; così nell’incarico affidato, il 28 luglio del 1334, al notaio ser Mazzeo di ser Giovanni Bellebuoni di organizzare le proprietà cittadine in Val di 43 Bisenzio ; così ancora per la nomina, nel gennaio del 1355, di due notai delegati alla trascrizione su tre registri pergamenacei, uno per la sacrestia di San Iacopo e gli altri due per la cancelleria e per la Camera 44 del Comune, di tutti i beni civici . Un episodio assai significativo, in questo senso, fu poi quello con cui Baldoccio del fu Maso da Pistoia, in qualità di Anziano del Popolo, prendeva possesso del poggio di Montalto, tra Gavinana e San Marcello45. In quella circostanza, ed era l’11 agosto 1335, il magistrato pistoiese si recò nelle terre che erano state oggetto di contesa fra le due comunità dell’alta Val di Lima e con un gesto dall’alto valore simbolico e rituale le assicurava al controllo del Comune urbano: dopo avervi camminato sopra, infatti, si sedette, tenne stretta fra le mani qualche zolla di terra e quindi ponendosela in grembo vi pose tre lapidi che ne fissassero i limiti certi della nuova giurisdizione cittadina46. Un inter- vento quello della città che era stato favorito dai continui contrasti fra le due comunità montane: e così la gestione di quei poggi e di quei terreni era stata prima discussa e, quindi, deliberata nella seduta del 17 luglio di quello stesso anno. Il dibattito consiliare, avviato da messer Vanni di messer Gualando, era stato decisivo per assicurare il diretto controllo di quei beni alla città; a due commissioni locali fu dato, invece, incarico di gestirne il trasferimento47. Simbolo e rituale diveni- 42 ASP, Provvisioni, IV, c. 14r, 1332 ottobre 16. 43 Ibidem, 4, c. 160r, 1334 luglio 28. 44 Ibidem, 5, c. 77v, 1355 luglio 17. 45 Liber censuum, 833, 1335 agosto 11. 46 Ibidem: Baldoccius condam Maxii de Pistoria... eundo per dictum podium et terrenum et quodlibet eorum accipiendo et sibi ipsi in gremium nominibus antedictis mictendo, et tres lapides de certo numero lapidum mangnorum actenus in terminos ut dicitur fissorum et immissorum in dictis et super dictis terreno. 47 ASP, Provvisioni, V, c. 77v, 1335 luglio 17. 178 II.3 I comunia vano, in questo caso, la semiotica di un potere che si affermava in un contesto dall’alta conflittualità ed evidentemente dall’alto valore eco- nomico: doveva trattarsi di uno di quegli alpeggi, di quelle terre da adibire al pascolo così remunerative e così costantemente appetite per rimpinguare le casse comunali e per soddisfare le esigenze della popolazione che viveva in città con un occhio sempre rivolto alla terra e all’allevamento48. OLTRE LE MURA: ORIGINI, IDENTITÀ E SUSSISTENZA RUSTICA NEI VILLAGGI DI PIANURA E DI MONTAGNA Il rapporto tra i villaggi rurali e i beni di uso collettivo affonda però molto più indietro rispetto a quella fase duecentesca in cui la città intervenne con un atteggiamento regolatore. Si tratta di una storia per molti versi più nota, forse anche più scontata, ma sicuramente più determinante quando si voglia tentare di capire il valore dei beni comuni nella vita delle campagne e delle montagne medievali e, per di più, in un’area a struttura fortemente mezzadrile come la Toscana fiorentina e pistoiese49. Non è il caso di ripercorrere qui l’annoso e ormai quasi secolare dibattito sulle origini delle comunità rurali: se, per intendersi, queste fossero una creazione puramente medievale o la sopravvivenza di agglomerati già presenti sin dall’età antica, se vi avesse svolto un ruolo più aggregante il quadro di riferimento dei distretti signorili, la nascita della parrocchia incastellata o, invece, proprio la condivisione tra gli abitanti delle terre comunitarie50. Un dibattito difficile, anche per le difficoltà documentarie entro cui si 48 Sul valore semiotico del segno di confine e della presa di possesso si rimanda alle riflessioni di metodo e comparative di BOTTIROLI (La semiotica del conflitto) e di MARTONE (Conflitto fra codici). Sulla componente simbolica e distintiva del confine, cfr. CELLA, Tracciare confini, pp. 13 sgg; più specificamente per la realtà medievale MARCHETTI, «De iure finium», pp. 74 sgg. Ricco di spunti e di sollecitazioni molto diverse il numero monografico Distinguere, separare, condividere. Cfr. anche i contributi raccolti in Confini e frontiere. 49 Per la realtà pistoiese si veda IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 210-212; per un quadro più generale e sul fiorentino, cfr. CHERUBINI, Mezzadria toscana; PINTO, Mezzadria delle origini; IDEM, Agricoltura; Contratto di mezzadria, II. 50 Una sintesi del quasi secolare dibattito sulle origini dei Comuni rurali, anche in una prospettiva comparativa, è ripercorso da WICKHAM, Comunità e clientele, pp. 11-20 e 199-254. Cfr., inoltre, le recenti discussioni storiografiche sollecitate dal modello Wickham: GINATEMPO, Alle origini dei comuni; PROVERO, Dalla realtà locale; più direttamente spostato sulla realtà toscana TADDEI, Comuni rurali toscani. Oltre le mura 179 muove, tra tracce residuali e poche volte riconducibili a funzionamenti lineari e unitari; un dibattito allo stesso tempo, tuttavia, che non ha mai smesso di esercitare un fascino sugli storici e questo perché come ha di recente ricordato Robert Fossier «la terra – ha costituito per gran parte del Medioevo – la fonte del potere, l’origine della ricchezza, il quadro di vita ... e il villaggio, in tutte le forme che può assumere, il nucleo fondamentale della società»51. Ciò premesso andrà subito dichiarato che le prime attestazioni che rimandano a forme di vita comunitaria nelle campagne pistoiesi sono da riferirsi ad un quadro di informalità, il cui cemento potrebbe essersi fondato proprio sulla necessità di condividere e di gestire quegli spazi e quegli interessi comuni. Così per la menzione di alcune terre che i villani del conte Ugo dei Cadolingi avevano usurpato nel 1095 al loro signore – terra quam detinet villani Ughi comitis de Solaio52; così per le terre che detenevano gli uomini di Gesino e di San Rocco, 53 nella pianura ad est della città, nel 1104 ; così per l’imponente trasferimento di terre – totam terram alpis sicuti Batonenses habebant a Serobio in antea usque Renum et usque ad terram Montagutese et usque ad terram Granaiose – che Guido e Adaleita dei conti Guidi 54 concessero per tenimentum toti populo Brandillianensi nel 1162 ; così per la terra de Gropulensibus attestata nelle confinazioni di una concessione di due pezzi di terra effettuata dall’arciprete della catte- 55 drale, Omodeo, nel 1167 ; così, ancora, per la regolarizzazione delle terre che gli uomini della cappella di San Romano tenevano, già da tempo, dal monastero di Fontana Taona: omnia prata que predicti homines habebant vel tenebant ab abbatia a flumine Limenta usque ad 51 FOSSIER, Terra, p. 1157. 52 ASF, Capitolo di Pistoia, 1095 febbraio 3 (reg. in RCP, Canonica XI, 248, 1095 febbraio 3). 53 ASF, Capitolo di Pistoia, 1104 novembre (reg. RCP, Canonica XII, 326, 1104 novembre): nella cessione a livello da parte dell’arciprete della canonica Bonuto di un mulino e di alcune terre a Gesino alle due sorelle Berta e Bona del fu Coffo compaiono nelle confinazioni alcuni lotti fondiari individuati come terra quam detinent Gesinesi e terra quam tenent Sarloccani. 54 Del documento conservato in più esemplari dei secoli XIII e XIV ne sono state recentemente date due edizioni quella di FRANCESCONI (Documenti del XII secolo) basata sulla copia esemplata da Niccolò di ser Antonio il 4 luglio 1380 in ASF, Pistoia e quella di RAUTY (Documenti per la storia dei conti Guidi, 224) basata sulla copia trascritta verso la fine del secolo XIII nel cartulario detto Nicchio rosso, in ASP, San Iacopo, 30, c. 125r. Su questi temi in rapporto alle comunità di Cireglio e di Batoni ha scritto anche ZAGNONI, Selva dell’Orsigna, pp. 106 sgg. 55 ASF, Capitolo di Pistoia, 1167 luglio 11 (reg. in RCP, Canonica XII, 503, 1167 luglio 11). 180 II.3 I comunia 56 viam publicam de Collina versus Pistoriam . Si tratta, come non è difficile intuire, di poche, frammentarie ed eterogenee informazioni, per lo più estrapolate al margine di transazioni di natura anche molto diversa, che costituiscono i segni più lontani, i prodromi di quelle forme di vita comunitaria che tanta parte hanno avuto nella storia delle campagne fino ai nostri giorni57. Iniziali e indistinte forme di vita associata il cui denominatore comune sembra essere stato quello di legare gli uomini alle terre, di saldare un insieme di contadini ai loro campi: terre, peraltro, fossero prati, boschi o lotti coltivabili, non condotte individualmente ma gestite collettivamente. E vivere e lavo- rare insieme, si sa, comporta l’inevitabile necessità di darsi delle regole, di autogovernarsi per il bene dei singoli e del gruppo; al di là dell’idolo delle origini sempre difficile da individuare58, siamo davvero, dallo scorcio del primo secolo dopo il Mille, di fronte alla comunità rurale, al villaggio di campagna in via di formazione. Quell’iniziale gestione informale di terre, di beni, di spazi comuni si sarebbe risolta nel giro di qualche decennio in una progressiva ricerca di autonomia e di sperimentazione istituzionale: un processo che nel contado pistoiese coincise con l’ultimo quarto del secolo XII59. Ma ancora lungo sarebbe stato il tragitto che avrebbero dovuto percorrere le comunità della campagna per acquisire la compiuta definizione del commune in termini politici e giuridici: ecco così che ancora in pieno Duecento i notai continuavano a fare ricorso all’insie- me degli uomini e alle loro terre per individuare gli aggregati rurali. Gli uomini erano, dunque, nella percezione notarile indissolubilmente legati alle loro terre nel conferire un’identità al villaggio: una comunità rurale, in ultima istanza, si costituiva degli uomini che la componevano e delle terre che questi lavoravano e da cui traevano il collettivo sostentamento. Il ricorso a formule di questo tipo è piuttosto frequen- 56 ASP, Taona, 1198 luglio 28 (reg. in RCP, Fontana Taona, 136, 1198 luglio 28). Una conferma, se ve ne fosse bisogno, che si trattasse di terreni monastci usufruiti collettivamente dalla comunità è data da una nota dorsale di una delle copie più tarde di questo documento in cui si legge Charta del paschuo [... ne]l Chomune di S. Romano (ibidem, p. 250). 57 Mi limito a ricordare, in un dibattitto infinito e mai davvero concluso, le pagine illuminanti di BLOCH, I caratteri originali, pp. 196 sgg. 58 La suggestione è ancora una volta legata al notissimo passo blochiano sull’«ossessione delle origini» (IDEM, Apologia della storia, pp. 24-27). 59 FRANCESCONI, Documenti del XII secolo, pp. 141 sgg.; IDEM, Districtus, pp. 89 sgg. (ora supra capitolo I.2); notazioni significative sulle prime forme di vita associata rurale pistoiese anche in RAUTY, Comunità rurali e signorie feudali. Oltre le mura 181 Fig. 26. Il toponimo «Comunali» verso Castellina, a nord di Serravalle. Probabile derivazione da antichi possessi collettivi. Fig. 27. I pascoli alti dell’Appennino al confine tra Pistoia e Modena. 182 II.3 I comunia te nelle carte del secolo XIII: in un atto di vendita al monastero di San Michele di Forcole del 1218 si fa, ad esempio, riferimento ad una terra 60 hominum de Lumgomano ; in un’ampia donazione allo stesso ente monastico del 1231, per la confinazione di un querceto, ad una terra 61 hominum de Arcilliano . Mentre di lì a qualche decennio le menzioni diverranno più strutturate: così per la menzione di un boschus comunis de Sanbuca nelle confinazioni di una lite, del 1261, tra il monastero di 62 Fontana Taona e la pieve di Succida ; così nella locazione quinquen- nale operata dall’abate dello stesso ente, nel 1266, in cui compaiono espressioni come res Comunis de Torri, nemora Comunis, nemus sive 63 cerretum Comunis, bona et res Comunis ; così ancora, nel 1294, in una donazione a favore di un converso dello stesso monastero si leggono analoghe identificazioni dei patrimoni di alcuni villaggi del contado bolognese, con il richiamo alle possessiones comunis Kaxi, comunis Rocche Pitilliani e comunis Kapugnani – gli informali aggregati appenninici si erano ormai consolidati nei Comuni di Torri, di Casio, di Pitigliano e di Capugnano con i loro boschi, i loro prati e i loro beni pubblici64. Questi patrimoni così importanti per l’identità stessa delle comu- nità campagnole e, in misura ancora maggiore, di quelle montane, assumevano poi un valore determinante nella vita quotidiana, nella stessa organizzazione economica del villaggio: mentalità solidale e senso di appartenenza ad uno stesso luogo divenivano i collanti fondamentali che consentivano lo sfruttamento di quelle risorse, si trattasse di condurre le bestie al pascolo, di tagliare la legna nei boschi, di falciare le erbe nei prati. E vieppiù in montagna, nei villaggi appenninici nei quali il valore economico di quelle risorse se non era totalizzante, era di certo preponderante: appare del tutto evidente, come più volte ricordato, che intorno a beni di quella importanza si originassero conflittualità frequenti, talvolta latenti, talvolta più eclatanti fra comunità e comunità, fra comunità e signori, fra membri della stessa comunità. È per queste ragioni che i villaggi di Paterno, Casta- 60 ASP, Forcole, 1218 marzo 28 (reg. in RCP, Forcole, 101, 1218 marzo 28). 61 ASF, Forcole, 1231 marzo 14 (reg. in RCP, Forcole, 176, 1231 marzo 14: unum petium terre quod est quercetum seu boscum positum in Vigna Vechia sive ad Scianum confinato da via, terra hominum de Arcilliano, forra. 62 ASP, Taona, 1261 novembre 5. 63 Ibidem, 1266 giugno 11. 64 Ibidem, 1294 maggio 21. Oltre le mura 183 gno, Bailatico e Sicceto nel novembre del 1222 giunsero ad un accordo con l’ospizio di Pratum Episcopi per la turnazione delle «guardie» sulle 65 terre di uso collettivo . E, ancora, entro questo stesso clima di usurpazione e di costante rivendicazione si possono inquadrare alcune liti scaturite sulle nostre montagne. Così per quella che nel febbraio del 1227 i consoli di Torri furono chiamati ad arbitrare per il controllo di alcune terre poste a Le Valli e che il Comune di Cantagallo diceva essere di sua pertinenza rispetto alle pretese del monastero di Fontana Taona66; così per l’intervento che il nunzio pistoiese, Salvo di Bonaiuto, dovette garantire nel giugno del 1293 ai Comuni di Torri e Monticelli per liberarsi dalle pretese che il taverniere Cecco di Aldobrandino e Bencivenne di Paolo avanzavano sui pascoli e sui prati comunalium de Turri e, in particolare, su quella porzione che era stata acquistata dalla comunità di Cantagallo67; così, seppur spostato verso una risorsa diversa come l’acqua, il conflitto che nell’agosto del 1203 aveva visto contendersi l’uso del torrente Vincio: in quel caso l’esito della contro- versia dovette accontentare tutti con un utilizzo alternato nei vari giorni della settimana68. Dalle più vaste implicazioni politiche era stata, invece, la lite che aveva visto opposte, nel 1240, le comunità di Popiglio e di San Marcello da una parte e quelle di Vico Pancellorum e Limano dall’altra: il podestà di Pistoia, in quella circostanza, fu costretto a recarsi personalmente in quei villaggi dell’alta Val di Lima, per riassegnare «le alpi e le selve» oggetto della controversia69. Sui rilievi dell’Appennino Ugo Ugolini da Città di Castello ratificava con un cerimoniale dall’alto valore simbolico, il bacio fra i contendenti – in primis quod comune et homines de Pupilio obsculo interveniente faciant et teneant proprio comunitatis et hominibus de Vico et comunitati et hominibus de Limano firmam pacem – un’azione legale che si legava a ben definite pratiche di possesso dello spazio comunitario e di costru- zione del territorio, in quel caso del territorio cittadino. Le comunità in conflitto, infatti, non mettevano in gioco soltanto il reciproco controllo collettivo delle risorse del bosco, ma anche, e direi soprattut- to, la definizione della frontiera come spazio giurisdizionale fra Lucca 65 ASF, Pistoia, 1222 novembre 14. 66 ASP, Taona, 1227 febbraio 22. 67 Ibidem, 1293 giugno 14. 68 ASF, Pistoia, 1203 agosto 5. Cfr. anche il volume miscellaneo Acque di frontiera. 69 ASL, Tarpea, 1240 giugno 3. 184 II.3 I comunia 70 e Pistoia . E le liti scaturite lungo quella linea di confine ne sono una diretta conferma: basti qui ricordare quella fra le comunità di Lanciole 71 e di Pontito del dicembre 1295 . Le azioni locali, le pratiche dell’eco- nomia montana, le contese fra gli uomini assumevano il contorno di una «grammatica» del dominio, della quale il momento rituale e le pratiche connesse erano rivelatrici di un quadro giuridico, economico 72 e culturale . Ma si tratta di esempi isolati in un contesto di ben altra frequenza e densità: quel che va notato, infatti, è che solo una minima parte di questi episodi è giunto sino a noi; anche e soprattutto perché le comunità rurali pistoiesi mostrano, almeno entro il Duecento, un ricorso minimo alla scrittura; e ciò nonostante si fossero, ormai da tempo, avviati processi di istituzionalizzazione e di sperimentazione collettiva della vita associata. Sono i canali della documentazione comunale e monastica a fornire le principali chiavi di accesso alla conoscenza della società montana, ai ritmi e alle necessità dei villaggi e delle loro proprietà. I boschi, gli erbatici, i terreni di uso collettivo ebbero durante tutta l’età preindustriale e, spesso, anche dopo una funzione primaria nella vita delle comunità della pianura e, in modo ancora più marcato, della montagna: il pascolo, il taglio della legna, la raccolta dei frutti spontanei delle selve ricoprivano un ruolo centrale per la sussistenza di quegli uomini e di quelle donne il cui orizzonte non andava oltre la pastorizia e gli spazi limitati di un’agricoltura costantemente strappata 70 Per il confine fra i contadi di Lucca e di Pistoia, cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi; l’elaborazione e l’attenzione culturale per la conservazione del confine è oggetto di un mio studio recente: IDEM, Confine archiviato (ora infra capitolo III.5); per la Valdinievole, cfr. i contributi di N. Rauty, A.M. Onori e G. Pinto negli Atti del convegno su L’identità; ONORI, Controversie di confine e da ultimo dello stesso autore Il Comune di Lucca e le vicarìe, per quanto l’attenzione sia più rivolta al Valdarno inferiore e alla Valdinievole. 71 Liber censuum, 682, 1295 dicembre 12: in questo caso dopo aver definito il confine con l’apposizione di una lapide que traversat boscum Pontiti e stabilito che gli appezzamenti di terra posseduti iure proprietatis nei territori delle rispettive comunità potevano essere mantenuti purché ci si assoggettasse alla fiscalità della comunità di appartenenza, i punti finali della sentenza arbitrale prevedevano il divieto per gli uomini delle due comunità di condurre bestie al pascolo nelle terre dell’altra e così di effettuare furti di erba, feno, felcibus, frondibus seu calocchiis, seu virgis, aut aliis quibuscumque lignis aut castaneis, vel aliquibus fructis sive blava. Per la continuità nel tempo di quelle dispute e un inquadramento più ampio, cfr. FRANCESCONI, Confine archiviato (ora infra capitolo III.5). 72 Alcuni di questi spunti interpretativi sono presenti nei contributi di GIANA, Intrecci giurisdizionali, di TORRE, Il bosco della Rama e di RAGGIO, Annotazioni su boschi. Oltre le mura 185 all’incolto. Beni, quelli di uso collettivo, non va dimenticato, il cui valore poteva assumere anche un riscontro economico molto alto qualora le necessità comunitarie richiedessero di dover monetizzare, di reinvestire quei capitali, di risolvere situazioni debitorie oppure, più semplicemente, di alienare una parte in esubero di quei patrimoni. Queste dovevano essere le ragioni più frequenti che inducevano, in alcune eccezionali circostanze, alcuni villaggi alla vendita di quegli stessi beni: talvolta gli unici dai quali si potevano ricavare introiti spendibili. Fu così che il 26 maggio del 1246 Bonsignore del fu Parigi, Vita di Graziano e Iacopo di Bonaguida, in qualità di sindaci e di consoli della comunità di Spignana, vendettero ai rappresentanti dei villaggi di Lizzano, di Pratale, dell’Ancisa e di Cutigliano la sesta parte «delle alpi», poste nel territorio di Lizzano, per una somma di 200 denari pisani73. Più chiare dovettero essere, invece, le ragioni che spinsero il comune di Batoni a disfarsi, tra il 1272 e il 1274, di tutto l’erbatico del «Ronco di Ranieri» e delle alpes et loca silvestra, sive foresta: in quel caso la cessione fu effettuata per saldare alcuni debiti pregressi della comunità. La decisione di cedere beni così importanti per la collettività non poteva non avere un riscontro dal forte valore pubblicistico: sotto il portico della chiesa di San Michele, cuore pulsante della vita associata locale, il podestà messer Filippo di messer Goffredo fece convocare la popolazione e nel rispetto di tutto il cerimoniale pubblico fu istituita un’asta dei beni in questione – omnia bona que sunt comunis Batonis scilicet pascua et erbatica hinc ad sex annos proximos –, fu quindi formalizzata la vendita e furono rogati gli atti74. A pochi mesi di distanza, era il 30 settembre, anche gli uomini della comunità di Sarripoli vendettero la decima parte dell’alpe, con gli annessi usi e diritti di taglio, di pascolo e di raccolta delle acque ad un certo Meo di Ranieri: decimam partem alpis de Orsigna pro indiviso et omnia alia iura quas ipsum comune et universitate habet vel videtur habere in dicta alpe et arboribus et aqua dicte alpis et cum omnibus aliis suis iuribus et actionibus75. In modo non troppo diverso agirono, 73 ASL, Archivio di Stato, 1246 maggio 26: sextam partem pro indiviso alpium et locorum positorum in districto de Lizzano intra hos fines a prima flumen Volate, a II forra del Girlo, a III alpes seu terra comunis et hominum de Fanano et a IIII comunis et hominum de Pupillio et Controne et Corellia. 74 ASF, Città di Pistoia, 1272 aprile 28; Ibidem, 1274 maggio 13. 75 Ibidem, 1274 settembre 30. 186 II.3 I comunia qualche anno dopo, gli uomini delle comunità di Paterno e di Casta- gno: il 29 maggio 1278, infatti, il podestà Civano di Cetto fece convocare il consiglio locale, com’era consuetudine nella casa di Bonaiuto di Bonaccorso, dove fu stabilito di vendere la metà di un cerreto, posto nel territorio comunale76. E non si deve dimenticare, poi, la funzione economica, sociale e politica che un grande monastero come quello di San Salvatore di Fontana Taona ebbe per le alte vallate delle Limentre, della Bure e 77 della Lima . Una funzione accentratrice, di grande catalizzatore sociale che non poteva non avere una ricaduta importante anche nell’organizzazione, nella gestione e nella distribuzione delle proprie- tà collettive: oltre a fornire una parte consistente delle carte sopravvis- sute, grazie alla cura con cui i monaci ne curavano la redazione e l’archiviazione, il cenobio vallombrosano di San Salvatore fu anche uno dei più significativi detentori di beni boschivi, di alpeggi e di pascoli della fascia appenninica compresa tra Bologna e Pistoia. Questa è la ragione delle molte transazioni – cessioni, acquisti, liti – che lo videro agire da protagonista lungo i secoli XI, XII e XIII: tra queste meritano almeno una citazione l’ampia donazione che l’abate Mosè operò nel 1227 a favore delle comunità di Terriole, Fabiana, Sariccione e Fermiano di una parte consistente delle sue terre collettive78; o, ancora, dell’affitto dei prati che gli uomini di San Romano, riuniti nella 79 piazza della chiesa, rinnovarono dai monaci nel 1288 e la vendita che, nel 1291, quegli stessi monaci dovettero effettuare di tutto l’erbatico 80 e dei pascoli alti per il pagamento di debiti usurari . 76 Ibidem, 1278 maggio 29: medietatem pro indiviso cerreti et loci uni est positum dictum cerretum, positum in territorio dicti comunis Paterni et Castagni. In quello stesso contesto non mancavano neppure casi in cui quelle stesse comunità ricorressero all’affitto di terre di uso collettivo: così, ad esempio, fecero gli uomini di Casore per alcune terre poste ad Avaglio (ASP, Pergamene di varia provenienza, 20, 1399 novembre 25). 77 In mancanza di uno studio complessivo sulle vicende patrimoniali, economiche e signorili del monastero di San Salvatore di Fontana Taona si rimanda agli studi settoriali sin qui svolti da Renzo Zagnoni e confluiti nel saggio Monasteri toscani e montagna bolognese. 78 ASP, Taona, 1227 novembre 17. 79 Ibidem, 1288 agosto 29: Lapo di Simone di Bartolomeo, podestà del comune di San Romano, con il consenso dei consiglieri nella piazza della chiesa rinnovò il contratto d’affitto con i monaci de pratibus que dictum Comune et homines tenet ab abbatia. Cfr. supra nota 55. 80 Ibidem, 1291 gennaio 21. L’abate Bartolomeo vendette a Dabbene di Alessino da Novelleto pro solvendis certis debitis usurariis, totum herbaticum et pascuum alpium et locorum territorii monasterii; torum fenum pratorum et locorum monasterii; et totum terraticum cuiuslibet blade quod exinde recolligetur hinc ad quatuor annos. Oltre le mura 187 Ma i protagonisti di quella società montana e gli stessi monaci non mancavano di scontrarsi, e persino con durezza e tenacia. È così che, nel luglio del 1292, arrivarono ai ferri corti gli uomini di San Romano e la Badia a Taona. Uno scontro, per molti versi cruento, quanto inaspettato, dal momento che quella comunità aveva un legame saldo e duraturo con quei vallombrosani81: un legame che affondava addirit- tura alla fine del secolo XII e che ne aveva certamente segnato la sopravvivenza e lo stesso imprinting comunitario, così legato a doppio filo alla patrimonialità monastica. Purtuttavia il contenzioso ebbe origine, nonostante il periodico rinnovo dei contratti d’affitto dei pascoli, proprio in seguito alla rivendicazione da parte del sindaco Bonaiuto delle terre e dei prati che questi diceva spectare pleno iure alla Badia e che, invece, gli uomini della comunità dicevano di possedere quiete et pacifice82. La sentenza, affidata ad arbitri delle due parti, riconobbe che l’università di San Romano avrebbe dovuto versare nel mese di luglio di ogni anno un canone di cinque soldi de terrenis 83 supradictarum terrarum, pratorum et possessionum . I villaggi appenninici delle Limentre, come non è difficile intuire, così anche 84 quello di Uzzo ad esempio , avevano nei beni, nelle ricchezze, nelle terre monastiche un referente imprescindibile, talvolta scomodo e pretenzioso, ma quasi sempre vicino per assolvere ai bisogni del quotidiano, non ultimi la protezione politica e il sostegno economico. Le terre comuni, nella loro diversificata fisionomia produttiva, videro, insomma, attorno alla loro gestione e al loro utilizzo la parte- cipazione di protagonisti anche molto diversi. E se per le comunità ebbero un ruolo economico e politico imprescindibile, nondimeno furono importanti anche per i grandi monasteri e per alcune consorterie signorili di media importanza: è questo il caso dei signori di Stagno, i quali nel 1175 sono attestati quali possessori di una buona fetta di possessi montani detenuti pro indiviso85. Un ruolo altrettanto attivo dovettero avere anche i conti Alberti dei quali, seppur più indiretta- 81 Cfr. supra le note 55 e 78 e il testo relativo. 82 ASP, Taona, 1292 luglio 26. 83 Ibidem, 1292 luglio 31. 84 Ibidem, 1292 luglio 26: nelle confinazioni delle terre contese compaiono le terras hominum de Guçço quas tenent a monasterio. 85 Ibidem, 1175 marzo 27 (reg. in RCP, Fontana Taona, 1175 marzo 27). Sui signori di Stagno, cfr. RAUTY, Possedimenti fondiari; Storia di Pistoia, I, pp. 77-83 e 279-283; ZAGNONI, I signori di Stagno. 188 II.3 I comunia mente, si ha notizia della risoluzione di un contenzioso nel 1233 fra le 86 comunità di Baragazza e di Castiglione, nel contado bolognese . LA DISCIPLINA DELLO SPAZIO: LA COMUNITÀ REGOLA I BENI E GLI USI DELLA COMUNITÀ Una conferma significativa, infine, del ruolo preminente che le risorse e le terre collettive avevano per i villaggi rurali è fornita dall’attenzione con cui la cultura notarile locale ne disciplinò l’uso, la gestione e l’inventariazione nelle carte statutarie: tra le più antiche conservatesi per il contado pistoiese un rilievo eccezionale deve essere accordato a quella del Comune di Sambuca, redatta per stesure successive tra il 1291 e il 134087. In quel testo le proprietà collettive trovano uno spazio di sicuro rilievo: dalle norme per la restituzione dei 88 beni dopo lo sfruttamento , al diritto per gli abitanti del villaggio di 89 ottenere l’assegnazione di una quota dell’erbatico comunale , alla nomina quadriennale di ufficiali che garantissero l’applicazione delle 90 norme sui comunia , alle pene per tutti coloro che violassero il corretto 91 utilizzo dei boschi e dei pascoli dell’Alpe , al divieto per i forestieri di 92 tagliare legname e pascolare le bestie nei terreni della comunità . Una stessa sensibilità mostra il non troppo più tardo statuto del comune di Fucecchio degli anni 1307-1308 il quale, seppur di una comunità esterna ma limitanea al districtus pistoiese, rimandava allo stesso contesto ambientale ed economico delle terre del padule cui abbiamo accennato per Larciano. Anche in questo caso, a differenza delle comunità montane, l’interesse prevalente era rivolto all’uso delle acque, alla bonifica di terreni per la semina, alla sistemazione di aree 86 ASB, Pepoli, 1233. Il documento è edito in ABATANTUONO, RIGHETTI, I conti Alberti, pp. 232-233. 87 Statuto della Sambuca. I problemi relativi alla stratificazione testuale erano già stati affrontati ed esposti da SAVINO, Preliminari ad una nuova edizione; una contestualizzazione storica l’aveva offerta CHERUBINI, Lo statuto della Sambuca. 88 Statuto della Sambuca, r. 67, De presis in comunale; r. 68, De tenute comunali vendite ab aliqua persona. 89 Ibidem, r. 69, De presis in comunale pro faciendum pratum. 90 Ibidem, r. 155, Sindici ad vindendum et manutenendum omnia iura comunis. 91 Ibidem, r. 21, De custodiendo tallium alpis. 92 Ibidem, r. 116, Si quis dederit licentiam ab aliquo forensem laborandi in alpe Sambuce; r. 118, De bestias forensium. La disciplina dello spazio 189 da adibire al pascolo: così la rubrica XXVI del libro I stabiliva la nomina di quattro ufficiali per il recupero delle terre prossime alla Guisciana utili per il pascolo delle bestie della comunità, le quali dovevano essere puntualmente registrate in un apposito quaderno e salvaguardate da eventuali usurpazioni93. Sempre sui margini di quella depressione paludosa, nella sua porzione più occidentale la comunità di Monsummano stabiliva, nel 1331, di punire chiunque incendiasse il bosco e le terre pubbliche comunali, con la nomina di specifici 94 ufficiali per svolgere tale incarico . Allo stesso modo il comune di Pescia, nel 1339, prevedeva pene diverse per chiunque occupasse o 95 usurpasse i beni comunali , per coloro che facessero pascolare le bestie nel Campo nei giorni festivi96 e decretava l’obbligo di custodire 97 il Bosco della Cauda e il Rio dell’Asino . Ci limitiamo a pochi rimandi normativi perché la grande stagione della produzione legislativa rurale si sarebbe aperta per le nostre comunità solo con l’ingresso nella più ampia cornice statuale fiorentina all’inizio del Quattrocento. I comunia pistoiesi dei secoli centrali del Medioevo non presen- tano nell’insieme caratteri di eccezionale originalità per quel che attiene alle loro funzioni, alle modalità di sfruttamento e alle caratte- ristiche strutturali – si tratta pur sempre di pascoli, di boschi, di erbatici, di paludi. Dunque anche da noi, come in molte altre realtà della nostra penisola, valeva fino in fondo quel che recitava la carta di Tintinnano nel 1207: quelle terre servivano essenzialmente pro lignis, aquis et herbis. E attorno a quelle funzioni primarie ed elementari i 93 Statuto di Fucecchio, I, XXVI, De inveniendo et investigando terras de pratalibus et lamis: Quoniam consueta ab antiquo et debita comunis Ficecchii pasqua, que consueverunt esse in partibus Guisciane, a singularibus personis eorum auctoritate propria usurpata et occupata sunt, taliter quod bestie et animalia personarum et hominum de Ficecchio quo vadant ad pasturandum more solito non habent, et ideo, ad recuperandum iura Ficecchii statuimus et ordinamus quod regimen comunis predicti teneatur et debeat, vinculo iuramenti, facere eligi, infra unum mensem postquam iuraverit suum officium... quactuor bonos viros et unum notarium, qui de mense maii et iunii perquirant et scribant, per capita et latera ac mensuras, omnes et singulas petias terrarum et nomina quorum sunt, positas prope flumen Guisciane et usque flumen Iusciane. 94 Statuto di Monsummano, r. CXXIV, De pena mictentis ignem in aliquo publico Comunis vel locum alterius. 95 Statuto di Pescia, II, r. 18, De pena occupantis vel apprehendentis publicum Piscie. 96 Ibidem, V, r. XIV, De pena bestiarum euntium diebus festivis ad pascendum in campo Piscie. 97 Ibidem, V, r. 39, De custodiendo boschum Caude et rivi Asini; V, r. 41, Quod custodes de Cerreto habeant custodire boscum Caude et rivum Asini. 190 II.3 I comunia villaggi e i castelli del nostro contado avevano costruito la loro stessa esistenza, la loro stessa identità e una parte consistente della loro sopravvivenza. Ma anche questo non deve stupire più di tanto. Quello che semmai merita di essere richiamato è il ruolo eminente che in questa vicenda, spesso tutta giocata nelle campagne e sulle montagne, ebbe a svolgere la città di Pistoia: un ruolo importante, seppur tra i tanti limiti della restituzione documentaria, sia per ciò che quei beni dovettero rappresentare sul piano economico, sia per quei tratti che resero una società cittadina della piena età comunale così strettamente legata alla terra, e non solo alla terra poderale, mezzadrile e produttiva, ma anche a quella collettiva e indivisa dei boschi, dei pascoli appenninici e delle paludi del Valdarno inferiore. In fin dei conti la città di Pistoia non potè mai davvero fare a meno delle sue montagne e quand’anche i suoi cittadini più o meno eminenti avessero la testa ai commerci e alle grandi distanze le fortune di molti si dovevano ai possedimenti fondiari e, spesso, «a un altro modo di possedere»98, quello comunita- rio ancora ben armonizzato con l’individualismo, con la spinta capita- listica, in una società e in un’epoca fortemente segnate dal senso della 99 solidarietà e dell’universitas . 98 GROSSI, Un altro modo di possedere. 99 Non mancano casi di continuità, di «lunga durata» dei beni e delle risorse collettive: per la zona oggetto del convegno si può rimandare al caso degli utilisti di Capugnano (CARBONI, MIGLIORINI, Utilisti a Capugnano), oppure ai fenomeni davvero interessanti delle Partecipanze agrarie emiliane (FUMAGALLI, Le «Partecipanze agrarie». Dai Longobardi) e del bosco della Partecipanza di Trino, in Provincia di Vercelli (BARBERO, Terre d’acqua). 191 II. 4 Due castelli, due poteri e una comunità. Lamporecchio tra signoria vescovile e autorità comunale LA COMUNITÀ SI PREPARA A DEPORRE Al tempo in cui Sighiboldo era podestà di Pistoia, gli uomini di Lamporecchio giurarono di costruire un castello, per la cui edificazio- ne avrebbero potuto usufruire di un’esenzione fiscale di otto anni. Più o meno con queste parole, era il settembre del 1221, Iacopino di Ildebrandino rispondeva ai legati pontifici incaricati di condurre l’inchiesta per stabilire a chi spettasse la giurisdizione su quella località tra il vescovado e il Comune di Pistoia che se la contendevano1. La giustizia tentava di mettere ordine là dove la politica aveva fallito. E Iacopino non fu il solo: altri suoi compaesani riferirono cose analoghe. Gli uomini di Lamporecchio furono chiamati a deporre in numero consistente: i loro racconti lasciavano intendere che nei decenni finali del secolo XII quella comunità doveva essersi animata in un gran fervore di lavori, di carri che trasportavano pietre, di operai impegnati nell’escavazione di fossati, nella costruzione di palizzate di legno, nell’innalzamento di strutture in muratura sulla sommità del poggio detto del «Castellaccio», la collinetta immediatamente anti- stante il castello del vescovo. Il cantiere, diretto da maestri di pietra e di legname ai cui ordini lavoravano muratori, carpentieri e manovali, doveva essere rumoroso, in un via vai di uomini che provenivano da tutte le contrade vicine: da Orbignano, da San Baronto, ma anche da 1 Liber censuum, 136, 1221, Jacobinus filius Ildebrandini, ad vocem: dice che Sighiboldus olim potestas Pist. fece giurare gli uomini di Lamporecchio ut murarent dictum castrum pro comuni Pist. 192 II.4 Due castelli, due poteri 2 altre terre del contado . In quegli stessi anni, d’altro canto, si lavorava a ritmi serrati in varie zone della campagna pistoiese alla costruzione e ristrutturazione di castra, alla scavatura di alvei, al contenimento di argini: l’estensione del potere comunale nel territorio si traduceva, insomma, non soltanto in una trasformazione degli assetti politici e sociali, ma anche e più concretamente nella realizzazione di molte opere murarie e idrauliche, nel compimento di un piano organico di interventi strutturali3. Le autorità cittadine erano state, però, in questo caso molto precise. I tempi, le modalità di costruzione, il reclutamento della mano d’opera dovevano essere fissati con molta chiarezza: vi sarebbe stata una totale immunità fiscale per gli uomini di quel villaggio se il nuovo castello fosse stato eretto in un arco di tempo di otto anni4. Un impegno così ben definito sotto il profilo architettonico e con i caratteri dell’urgenza non poteva che rispondere ad obiettivi specifici ed impellenti. Non c’era evidentemente tempo da perdere. Il Comune cittadino, e si era nell’ultimo quarto del secolo XII, voleva stringere i tempi nell’estromettere il potere vescovile dalle terre che dal passo del San Baronto digradavano lentamente fino alla pianura, acquitrinosa e malsana, della Cerbaia, ormai prossima alle acque lacustri del Padule di Fucecchio. Nella comunità si avvertiva tutta l’eccezionalità del momento che si stava vivendo. Dopo anni di tensioni e di scontri si trattava, tra le altre cose, di lasciare per qualche giorno le consuete attività dei campi e dei boschi, di vestire i panni migliori e di andare a testimoniare di fronte al notaio e ai legati del Papa. Il compito era gravoso: ma sarebbe stato vile tirarsi indietro. E, per molti aspetti, impossibile: viste le reti di solidarietà che in modo diverso legavano la popolazione di Lamporecchio ai due contendenti. La vita della comunità, il bene comune di quegli uomini passava proprio da quelle testimonianze: le loro voci potevano essere decisive per capire quale potere si sarebbe, di lì in avanti, esercitato su quel castello. Quello del vescovo che da tempo immemorabile ne era stato signore? Oppure quello del Comune di Pistoia che da oltre mezzo 2 Ibidem, Dulce f. Gherardi de S. Baronto, ad vocem. 3 Si vedano, tra le altre, le programmatiche imprese di sistemazione idraulica della pianura dell’Ombrone intraprese dal Comune cittadino dalla fine del secolo XII (RAUTY, Sistemazioni fluviali). Cfr. anche supra capitolo I.3. 4 Statutum potestatis 1180, r. 93. La comunità si prepara a deporre 193 secolo si era fatto avanti con sempre maggiori pretese politiche e fiscali? Era in gioco il futuro della comunità: si stabiliva l’autorità alla quale si sarebbero dovuti prestare gli omaggi, versare i canoni, fornire le prestazioni e rispondere in sede giudiziaria. Il momento era delicato. Quegli uomini ne erano consapevoli anche se in modo diverso da quanto saremmo indotti a pensare con le nostre moderne categorie. E la differenza non sta soltanto nel tempo trascorso. È una differenza mentale e psicologica: l’immaginario e il bagaglio interpretativo di cui erano in possesso era ben diverso dal nostro. Una differenza che si declina in termini di qualità e di intensità5. Le confessioni, le testimonianze rese davanti al giudice rivelano una grande concretezza nella lettura della realtà: le cose e, nello specifico, le cose che riguardavano la vita dei singoli e della comunità, ma i singoli erano sempre espressione di una coralità, erano vissute e restituite in tutta la loro densità semantica, una semantica viva e vissuta. I nomi e le cose erano, del resto, avvertiti come un tutt’uno: res et nomina si potevano sovrapporre, erano del tutto coincidenti6. È così che i segni del vissuto si caricavano di un forte valore simbolico: e i simboli quali che fossero – parole, gesti, rituali, oggetti – non riman- 7 davano a qualcos’altro, erano colti nella carnalità del loro significato . La comunità come orizzonte quotidiano entro cui si dipanavano quelle stesse esistenze si faceva così voce corale, seppur divisa, in difesa dei propri interessi, dei propri privilegi e della propria identità. 5 In una letteratura che si è accresciuta, negli ultimi decenni, in misura esponenziale sui temi della mentalità, della cultura e delle categorie interpretative dell’uomo medievale si rimanda ad alcuni pochi lavori essenziali: BACHTIN, L’opera di Rabelais e la cultura popolare; GUREVIC, Le categorie della cultura; IDEM, Contadini e santi; LE GOFF, Un Autre Moyen Âge; SCHMITT, Religione, folklore e società; IDEM, Le «superstizioni» nel villaggio, pp. 87-132. 6 Significative sono le considerazioni di Michel Foucault sulle rotture epistemiche che hanno segnato il passaggio tra mondo medievale e mondo moderno (FOUCAULT, Le parole e le cose: «Sino alla fine del XVI secolo, la somiglianza ha svolto una parte costruttiva nel sapere della cultura occidentale. È essa che ha guidato in gran parte l’esegesi e l’interpretazione dei testi; è essa che ha organizzato il gioco dei simboli, permesso la conoscenza delle cose visibili ed invisibili, regolato l’arte di rappresentarle (p. 31); ... nel tesoro che l’antichità ci ha trasmesso, il linguaggio ha infatti il valore di segno delle cose» (p. 47). 7 Cfr. a questo proposito SCHMITT, Il gesto nel Medioevo; Simboli e simbologia; PASTOUREAU, Medioevo simbolico. 194 II.4 Due castelli, due poteri VERSO IL MARE Il 2 giugno 1155 l’imperatore Federico I Barbarossa, in una sosta nella campagna senese, concesse al vescovo pistoiese Tracia un privi- legio col quale, oltre a riconoscere i diritti su una pluralità di curtes e di villaggi, donava a quell’episcopio Montem Magnum cum Lampareclo 8 cum omni iure suo insieme alla vallem de Celle cum omni iure suo . Nel testo del diploma federiciano compaiono, dunque, per la prima volta, tra le pertinenze della mensa episcopale, le località di Montemagno, Lamporecchio e della Val di Celle. Niente di cui stupirsi. I poteri minori, fossero signorie, principati o Comuni cittadini, ricorrevano abitualmente alla conferma di beni e di diritti da parte delle più alte potestà universali. E vi ricorrevano, vieppiù, quando quei beni erano contesi o contestati da qualche potere concorrente. Quella consuetu- dine assai diffusa nei rapporti fra i protagonisti politici medievali diviene meno scontata, e con un significato meno ovvio, se andiamo a valutare le origini dello scontro che vide opposti, tra la fine del secolo XII e i primi decenni del XIII, il vescovado pistoiese e il Comune cittadino. I tratti iniziali di quel contenzioso che sarebbero divenuti evidenti lungo i primi due decenni del Duecento sembrano essere già palesemente annunciati da due scritture di matrice imperiale dell’ul- timo decennio del secolo precedente: una lettera del duca di Tuscia 8 ASF, Vescovado, 1155 luglio 4. Edizione in MGH, Friderici I Diplomata, 109, 1155 giugno 2: Preterea donamus atque largimur memorate ecclesie et dilecto nostro Tratiano episcopo suisque successoribus Montem Magnum cum Lampareclo XII solidos et duas turtas singulis annis persolventem, vallem de Celle reddentem in uno loco solidos XXIIII eiusdem Lucensis monete, in altero XXVIII, quicquid iuris et iusticie in Massa habere debet, libere in perpetuum possidendum. L’edizione testé citata è condotta sull’originale conservato in ASF, Vescovado, 1155 luglio 4. Dello stesso diploma si conserva una copia imitativa (ibidem) attribuita da N. Rauty allo stesso secolo XII (RCP, Vescovado, 35, 1155 giugno 2). Una copia che seguiva quella pratica molto diffusa in età medievale di redigere documenti in più esemplari, tanto più quando si trattava di atti «pesanti», confermativi di diritti e di giurisdizioni e che rivela come all’origine di quei duplicati vi fossero, spesso, intenti manipolativi. La redazione di questo esemplare specifico assume un valore, se possibile, anche più determinante e confermativo della nostra ipotesi: e, cioè, che proprio gli anni del diploma federiciano fossero quelli in cui aveva preso avvio la contrapposizione tra il vescovado e il Comune di Pistoia. La copia – citata nel testo – reca, infatti, rispetto all’originale un’aggiunta di non secondaria importanza e non scevra da ben precise finalità utilitaristiche: subito dopo la menzione delle località di Montemagno e di Lamporecchio fu aggiunta dal notaio estensore la formula cum omni iure suo. Una formula che intendeva ribadire, con forza, la titolarità giurisdizionale dell’episcopio su quelle comunità evidentemente già contestate dal Comune. Verso il mare 195 Filippo di Svevia e un diploma di Enrico VI. Con la lettera il legato imperiale in Toscana, in una data non meglio specificata ma riferibile al periodo in cui svolse quell’incarico tra il maggio 1195 e il maggio dell’anno successivo, ordinava al podestà di Pistoia di non molestare in datio, placito, districtu le terre episcopali di Montemagno e di Lamporecchio, con le loro curie e il castello di Celle9. A distanza di pochi mesi, era il 28 ottobre 1196, l’imperatore da Montefiascone rilasciava un privilegio col quale accoglieva sotto la sua protezione il vescovo Buono e, nello specifico, i diritti su Montemagno, sui villaggi di Buriano e di Orbignano e sui castelli di Lamporecchio e di Celle10. Lo scenario politico sembra farsi improvvisamente chiaro. Si era evidentemente nel bel mezzo di uno scontro giurisdizionale fra il vescovo di Pistoia e il Comune di quella città per il controllo di alcuni 11 villaggi e castelli del contado . Uno scontro che sullo scorcio del secolo doveva essere divampato in tutta la sua intensità. Ma che doveva venire da lontano. La qualità e l’asprezza del confronto dipendevano, infatti, anche dalla sua durata nel tempo. Quando il vescovo Buono fece ricorso all’ausilio imperiale le sue risorse dovevano essere già state logorate da un lungo stillicidio: tra i suoi predecessori, del resto, lo stesso Tracia si era rivolto all’alto riconoscimento imperiale per le stesse ragioni12. Il Barbarossa nel 1155 aveva, non casualmente, confer- mato al presule pistoiese le stesse località di Lamporecchio, Montemagno e Celle. In un contesto, peraltro, in cui le richieste dei poteri locali si incontravano con le esigenze imperiali di creare solidi raccordi sociali con l’aristocrazia del regno e con le città comunali attraverso lo strumento feudale13. La contesa per quei beni doveva aver avuto così inizio nel cuore del secolo XII, ben prima di quanto per 9 RCP, Vescovado, 50, 1195 maggio-1196 maggio. 10 ASF, Vescovado, 1196 ottobre 28, regesto in RCP, Vescovado, 51, 1196 ottobre 28. 11 In prospettiva comparativa sono assai significative, tra le altre, la vicenda parmense e quelle piemontesi. La prima, nello specifico, aveva rispetto a quella pistoiese molti punti di contatto sia per quanto concerneva la cronologia del confronto, sia per la sua condotta, sia per le modalità adottate (GUYOTJEANNIN, Conflits de jurisdiction; sempre sullo stesso contesto territoriale si veda ora anche GUARISCO, Il conflitto attraverso le norme, pp. 36-43). I casi diversi di contenzioso tra vescovo e Comune di Vercelli, Ivrea e Alba sono ben ricostruiti nel saggio di BORDONE, GUGLIELMOTTI, VALLERANI, Definizioni del territorio e reti di relazione. 12 Cfr. supra la nota 8 e il testo relativo. 13 Per la politica italiana del Barbarossa e il raccordo con le città italiane, cfr. HAVERKAMP, Herrschaftsformen; TABACCO, Orientamenti feudali; più di recente si veda la sintesi di ALBERTONI, PROVERO, Feudalesimo, pp. 122 sgg. 196 II.4 Due castelli, due poteri lungo tempo si fosse pensato e assai prima che quei contendenti mettessero in campo risorse e strategie di ampia portata politica e di 14 notevole impegno economico . Una personalità, del resto, come quella del vescovo Tracia, sul soglio vescovile di Pistoia tra il 1154 e il 15 1175 , non dovette avere difficoltà a ottenere diplomi di conferma dall’imperatore. Egli ebbe, infatti, un profilo di spicco, che andava ben al di là dei confini della diocesi pistoiese, e fu spesso – come ha recentemente messo bene in evidenza Mauro Ronzani – accanto a Federico Barbarossa, sia in occasione della sua prima discesa in Italia, sia in altre circostanze successive16. Un legame stretto e organico che dovette certamente favorire i rapporti tra la curia pistoiese e l’Impero, che potrebbe vieppiù aver agevolato la nomina, nel 1158, del visconte Gerardo come podestà della sua città, attraverso quel solido ancorag- gio che univa le autorità civili ed ecclesiastiche cittadine alla politica imperiale17. Seppur vi siano, dunque, le tracce per quegli anni di buone relazioni con le magistrature consolari, non ci sembra, tuttavia, plau- sibile che quella collaborazione tra i due domini potesse essere stata continua e a largo raggio. E le contese per le comunità del contado stanno lì a dimostrarlo, con tutta l’asprezza possibile. Le ragioni di un conflitto così lungo, complesso e giocato su più fronti non potevano essere né troppo semplici, né confinate al control- lo di qualche villaggio di campagna, seppur tra i più popolosi del contado pistoiese di quel periodo18. Le ragioni risiedevano altrove: 14 Si tratta di una delle questioni di raro disaccordo con la ricostruzione e la lettura che di questi fenomeni aveva dato Sabatino Ferrali in un saggio divenuto per molti versi un classico della storiografia pistoiese (FERRALI, Le temporalità). Egli riteneva, infatti, che il secondo cinquantennio del secolo XII fosse trascorso «senza urti gravi fra vescovado e Comune e che solo con Soffredo Soffredi (1208-1223) lo scontro tra le due autorità fosse divamapato in tutta la sua asprezza» (pp. 139-140). 15 Per gli estremi cronologici dell’episcopato di Tracia, cfr. RAUTY, Antico palazzo, p. 355. 16 Una approfondita lettura di questo periodo e dei legami tra il vescovo Tracia e l’Impero sono stati l’oggetto della relazione presentata da Mauro RONZANI (Pistoia, il Papato) al recente convegno organizzato dalla Società pistoiese di storia patria sul tema La Pistoia comunale. 17 RCP, Canonica XII, 480, 1158 aprile 28. Cfr. anche SESTAN, Ricerche intorno ai primi podestà, pp. 20-23. Più di recente RAUTY (Società, istituzioni, p. 23, nota 108) è tornato sull’argomento riassumendo le diverse interpretazioni relative alla più antica menzione toscana di un podestà cittadino. 18 La comunità di Lamporecchio è censita, nel Liber focorum del 1244, come una delle più popolose del contado pistoiese. Era composta da 245 fuochi, che sommati ai 42 di San Baronto e ai 63 di Orbignano ammontavano a 350 fuochi, i quali, sulla base di un rapporto di 1 a 4,65 tra capifamiglia e nuclei familiari davano vita ad una popolazione di circa 1625 abitanti (Liber focorum, pp. 88-89). Verso il mare 197 Fig. 28. Riquadro della Tavoletta 1:25.000 dell’IGM, relativo al territorio di Lamporecchio. Con il cerchio verde è evidenziato il castello del vescovo – noto come «Torre del Vitoni» – e con il cerchio rosso il castello comunale, identificato nella vulgata come «Castellaccio». 198 II.4 Due castelli, due poteri accanto alla preminente necessità di espandere la propria giurisdizio- ne nel territorio, il Comune doveva puntare, già nei primi decenni di vita, alla costituzione di una rete infrastrutturale che consentisse alla città di potenziare in modo significativo la propria vocazione artigia- nale, commerciale e mercantile19. La posta su cui il ceto dirigente consolare andava scommettendo e investendo tante risorse era pro- prio quella, a nostro avviso, di dotare Pistoia di uno sviluppo di scala più ampia che l’avvicinasse al dinamismo di città costiere come Pisa. Di qui la ricerca di un accesso al mare, di qui la strenua competizione con il vescovo per mettere le mani su quei castelli e quei villaggi che attraverso il Montalbano – Montemagno sul versante nord e Lamporecchio su quello sud – aprivano una via d’accesso ai porti palustri del Padule20. Che il Comune di Pistoia andasse sperimentando, del resto, sullo scorcio del secolo XII, una politica di consolidamento delle aree di confine dall’alto valore strategico e viario sembra confermato dalla guerra con Bologna per il controllo del crinale appenninico e dall’ac- quisto, qualche anno più tardi, del castello di Larciano dai conti Guidi21. Questa forte sensibilità verso la passpolitik non nasceva dal nulla e si era dispiegata in mirati e ripetuti investimenti economici e militari da parte del ceto dirigente urbano sin dai primi decenni di vita delle magistrature comunali. Già dal 1143 i pedaggi richiesti da Lucca per la navigazione sull’Arno avevano provocato una guerra commer- ciale tra Pisa e Firenze da una parte e Lucca e Pistoia dall’altra22. Primi segni di un’instabilità politica e di un’altalena di alleanze intercittadine che avrebbero portato, di lì a breve, nel 1155, Pistoia ad allearsi con Pisa e con l’impero e a beneficiare della concordia imposta alle città della Tuscia da parte di Federico Barbarossa23. Un provvedimento 19 Cfr. a questo proposito HERLIHY, Pistoia, pp. 38-43; FRANCESCONI, Districtus, pp. 115- 120 (ora supra capitolo I.2); IDEM, Costruzione del «districtus» (ora supra capitolo I.3); BARLUCCHI, Mutamenti nella viabilità, pp. 194-197. 20 FRANCESCONI, Una scrittura di censi, pp. 10-11 (ora infra capitolo III.2). 21 Liber censuum, 25, 26, 1212 settembre 7; 27, 28, 29, 30, 1212 settembre 11. Cfr. su questo episodio RAUTY, Il castello della Sambuca, pp. 45-46; cenni anche in ZAGNONI, Sintesi del confine, pp. 21-22. Per Larciano, cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo III.3). 22 Cfr. DAVIDSOHN, Storia di Firenze, I, pp. 668 sgg.; da ultimo FRANCESCONI, Pistoia e Firenze in età comunale. 23 DAVIDSOHN, Storia di Firenze, I, p. 669. Per seguire da vicino le discese in Italia, i legami e, più in generale, le vicende dell’imperatore Federico Barbarossa si rimanda a OPLL, Federico Barbarossa, pp. 55 sgg. Verso il mare 199 quello imperiale che aveva avuto come esiti, tra gli altri, la rinuncia da parte dei Lucchesi alla riscossione dei pedaggi sul porto di Fucecchio, spostando così nuovamente l’attenzione dal porto di Viareggio a quello pisano, attraverso le più convenienti canalizzazioni del lago- padule del Valdarno. L’interesse nei confronti di quest’area di cerniera posta al centro della Toscana interna, sul confine tra i contadi di alcune delle maggiori città comunali della regione come Firenze, Pisa e Lucca doveva rivelarsi uno spazio sensibile per misurare gli equilibri economici di quei centri urbani che in quel corridoio commerciale potevano mette- re alla prova una parte significativa dei loro rapporti di forza24. Di qui nascevano gli sforzi dei Pistoiesi per assicurarsi i castelli di Lamporecchio e di Larciano: quelle due comunità del Montalbano meridionale rappresentavano i corridoi naturali per aprire le porte di quel complesso gioco politico ed economico. Il loro interesse era sovralocale, dalla fisionomia complessa e dalle imprevedibili conse- guenze. Il controllo dell’Arno e del suo sistema economico e infrastrutturale – diritti di navigazione, strutture portuali, riscossione dei pedaggi – assunse, dunque, all’alba del Duecento, nella fase del decollo urbano, un peso notevolissimo per le città toscane dell’inter- no: il fiume significava, in altre parole, una maggiore proiezione verso l’esterno, un vettore fondamentale della produzione artigiana, una possibile supremazia sulle economie concorrenti e, da ultimo ma non per importanza, un simbolico punto di forza per quei centri che avevano da sempre guardato alle città litoranee con un inconfessato senso di inferiorità25. 24 Su questo aspetto, cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi (ora infra capitolo III.3) e a livello più generale, cfr. CHERUBINI, Città comunali, in particolare l’introduzione e i saggi su Lucca e Pistoia. Per il sistema delle comunicazioni fluviali in questa area cuscinetto della Toscana interna da vedere anche ONORI, Abbazia di San Salvatore, pp. 39-41. 25 Per il ruolo dell’Arno come via di comunicazione in età medievale e per la sua più complessa funzione economica e simbolica si rimanda, tra gli altri, a FRANCESCHI, Arno in città, pp. 17-37; FRANCESCHI, MANCINI, Ambiguo numen; MORELLI, La navigazione fluviale, pp. 95- 104; SALVESTRINI, Libera città. Considerazioni più generali sull’importanza del fiume nell’eco- nomia toscana del Duecento in CHERUBINI, Città comunali, p. 39 e passim. Riflessioni di metodo nel contributo di SYDOW, Le vie d’acqua, e sul rapporto tra i fiumi e l’espansione urbana nel territorio in quello di RACINE, Poteri medievali e percorsi fluviali. 200 II.4 Due castelli, due poteri CASTELLI PER DOMINARE, CASTELLI PER VINCERE Statuimus ut potestas [...] faciat omnes homines de Lamporekio et eius curte iurare ut infra .III. annos proximos murent castrum de Lamporekio novum undique de petris et calce bona sine fraude et in iis locis ubi melius videbitur utile faciant murum altum .VI. brachiis et in aliis .V. brachiis. Così iniziava il dettato statutario con cui il podestà di Pistoia obbligava gli uomini di Lamporecchio a giurare l’impegno di costruire un nuovo castello, nel luogo che avrebbero ritenuto più idoneo, con murature di pietra e di buona calcina26. Un impegno che nella comples- sa stratificazione del testo legislativo risulta difficile datare con preci- sione. Il racconto degli antichi legislatori cittadini, infatti, tanto preci- so per i dettagli costruttivi rimane purtroppo vago nella definizione di una cronologia certa: una indeterminatezza dei tempi che trova, tuttavia, un riscontro possibile nelle parole con cui i Lamporecchiani che deposero di fronte alle autorità papali ricordavano quell’evento. E quell’evento nell’ambito della causa per cui erano stati invitati a testimoniare non aveva un ruolo secondario. Iacopino di Ildebrandino e Ghisello del fu Riccio, entrambi di Lamporecchio, ricordavano che i loro compaesani avevano garantito il loro impegno alle autorità urbane durante la podesteria di Sighiboldo27. Ora l’unico podestà pistoiese documentato con questo nome si trova menzionato in una carta del 27 novembre 1190 all’atto di dare il proprio assenso alla liberazione di un servo, Gianni di Albino da Periano, effettuata da 28 Tao, abate del monastero di Fontana Taona . Niente esclude che vi possano essere stati altri ufficiali cittadini, podestà o consoli, con questo nome, ma questo è l’unico riscontro oggettivo di cui disponia- mo e costituisce l’unico frammento certo di un mosaico assente cui 29 dobbiamo affidare il nostro discorso . Sighiboldo sarebbe stato, dunque, podestà di Pistoia nel secondo semestre del 1190 e quello 26 Statutum potestatis 1180, r. 93. 27 Liber censuum, 136, 1221, Iacopinus f. Ildebrandini, ad vocem; Ghisellus f. q. Ricci, ad vocem. 28 ASP, Taona, 1190 novembre 7, regesto in RCP, Fontana Taona, 122, 1190 novembre 7: de consensu monachorum et conversorum suorum, Boni re ac nomine Pistoriensis episcopi, Capituli Canonice Pistoriensis, Sigiboldi potestatis Pistoriensis. 29 Effettivamente tra i più antichi magistrati pistoiesi del secolo XII si trova menzione Castelli per dominare 201 l’arco di tempo in cui la comunità di Lamporecchio avrebbe sottoscrit- 30 to il proprio impegno con le magistrature della città . Da qui aveva preso le mosse la nostra storia. Una storia che s’intreccia con le parole di uomini molto lontani da noi, con le scritture delle istituzioni, con i resti solitari e confusi delle pietre. Una storia che deve fare i conti con la memoria e, come spesso accade, con la scrittura della storia: con la scrittura, per dirla con Michel De Certeau, di qualcosa che è altro da noi e, per di più, assente31. Altro da noi e concepito secondo un ‘ordine’ che spesso ci sfugge e che siamo costretti ad allestire, a ri-costruire in modo del tutto artificiale: insom- ma intendiamo conoscere la storia, le storie, questa storia in partico- lare senza che quegli stessi protagonisti, quegli uomini fossero interes- sati a noi32. Noi pensiamo loro, vogliamo conoscere le loro storie, ma loro non avevano alcun interesse nei nostri confronti, loro non pensa- vano noi. Una constatazione, anche banale, ma che sta all’origine dello sforzo stesso con cui rimettiamo insieme i segni di un passato sfuggente e caotico: più caotico di quanto non si evinca dall’ordinato procedere di un racconto33. di un Sigiboldus consul, ma sia la carica di console, sia l’attribuzione cronologica al 1160 circa fanno propendere decisamente per l’attestazione più tarda (RAUTY, Società, istituzioni, p. 25). 30 Un elenco dei più antichi magistrati pistoiesi – consoli e podestà – è stato redatto in ibidem, alle pp. 25-27. 31 DE CERTEAU, L’altro nella scrittura. 32 Sulla distanza storica e l’indifferenza tra i protagonisti di una qualsiasi storia e lo sforzo compiuto per ri-costruirla, per interpretarla e farla rivivere si rimanda ad alcuni saggi raccolti in volume di GINZBURG, Occhiacci di legno, in particolare Distanza e prospettiva. Due metafore alle pp. 171-193 e Uccidere un mandarino cinese. Le implicazioni morali della distanza, pp. 194-209. La storiografia come allestimento è al centro delle dense riflessioni di FÖGEN, Storie di diritto romano, pp. 9-17 e passim. Sul lavoro dello storico come ricerca di segni e di tracce, di indizi alla stregua del metodo medico e giudiziario, cfr. le note introduttive al suo recente saggio di PROSPERI, Dare l’anima, pp. 5-19, in particolare laddove afferma che «noi abbiamo davanti parole fissate sulle carte del processo. Attraverso quelle carte entriamo in contatto con fatti, opinioni, ambienti: li ricostruiamo dentro di noi fino a farcene un’idea, come se invece delle parole avessimo davanti persone. Attraverso le parole, persone morte da secoli si muovono, parlano e agiscono come se fossero vive. È inevitabile che così sembri. Ma è giusto ricordare che così non è» (p. 14). Si tratta di considerazioni che avevano già trovato spazio nella riflessione, di grande portata metodologica, di GINZBURG, Spie, pp. 170-171. 33 La storiografia degli ultimi due decenni è stata vivacemente condizionata dalle discussioni sul ruolo della scrittura storiografica, sul rapporto tra racconto e verità storica, sugli aspetti retorici e letterari della storiografia. Si vedano, tra i molti possibili rimandi di un dibattito lungo, fecondo e controverso, i contributi fondamentali di WHITE, Metahistory; IDEM, The Content of the Form; IDEM, Forme di storia. La risposta più agguerrita e meglio argomentata allo scetticismo di White è venuta, a più riprese, da parte di Carlo Ginzburg, in vari saggi ora raccolti in volume GINZBURG, Ancora su Aristotele; e altri raccolti in IDEM, Filo e le tracce, in 202 II.4 Due castelli, due poteri Un racconto che ha tratto e potrà trarre alimento dalle parole con cui i campagnoli di Lamporecchio si pronunciarono di fronte agli organi inquirenti, i giudici e i notai apostolici. E proprio quelle parole, quello scavo nella memoria di uomini poco avvezzi agli strumenti e alle strategie del potere sono il pretesto e il tessuto discorsivo della nostra ri-costruzione, del nostro allestimento storiografico lontano di secoli. Un racconto nel racconto che si alimenta delle voci sommerse dei testimoni nel loro intreccio linguistico-scritturale con il sapere dei giudici. La narrazione di parte di quegli uomini, anche se non sapremo mai quanto genuina e quanto alterata dalla contaminazione giudiziaria, sarà l’intelaiatura narrativa di quello scontro politico e, allo stesso tempo, il punto di vista ‘straniato’ di coloro che quella vicenda vissero dall’interno, come protagonisti interessati34. Ma torniamo alle nostre pietre. Quelle pietre tenute insieme con buona calcina che avrebbero dato vita – sullo scorcio del secolo XII – al castrum comunale di Lamporecchio e di cui oggi rimane qualche solitario resto in un pianoro, situato a nord-est del moderno abitato a circa 178 metri sul livello del mare, conosciuto nella vulgata locale come «Castellaccio»35. Ecco: quelle pietre che attualmente costituisco- no il terrazzamento di un uliveto dovevano allora formare la pianta 36 rettangolare delle mura castellane . Così come parrebbe confermare la nitida e informata prosa di Emanuele Repetti riferibile alla prima metà dell’Ottocento: seppure non si debba credere avanzo di un debole fortino un pianeg- giante recinto di 70 braccia lungo, 40 largo, e 2 grosso, murato sopra una particolare Descrizione e citazione, alle pp. 15-38; «Unus testis». Lo sterminio degli ebrei e il principio di realtà, pp. 205-224; Prove e possibilità. Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, pp. 295-315. Sugli stessi temi, cfr. anche BERTELLI, Velocità storiche e, più di recente, VERRA, Le ragioni della storia; BENIGNO, Gli storici e la svolta ‘ermeneutica’. 34 FOUCAULT, La verità e le forme giuridiche; IDEM, Potere e sapere, pp. 207-209. Sulla asimmetria dei linguaggi tra chi deteneva il potere giudiziario e il sapere degli interrogati, cfr. DE CERTEAU, Il linguaggio alterato. Sul procedimento dello «straniamento», cfr. GINZBURG, Straniamento. Le relazioni tra «alto» e «basso» sono state oggetto di alcune riflessioni di BERTELLI, CALVI, L’Alto e il Basso. 35 Il poggio detto del «Castellaccio» si trova lungo il tracciato di una strada comunale che collega, attraverso la borgata di Ceppeto, il moderno abitato di Lamporecchio al paesetto collinare di Porciano. 36 Una situazione analoga nella rioccupazione delle strutture castellane dismesse è quella studiata per Massa, in Valdinievole, da MILANESE, Dal castello all’uliveto, pp. 53 sgg. Castelli per dominare 203 eminenza sovrastante alla chiesa di Lamporecchio... Fa d’uopo peraltro avvertire, che costà dal lato rivolto a ponente, quasi a fior di terra, sussistono tuttora due feritoie; e che nei casi di aver dovuto lavorare il sottostante terreno ad una certa profondità, vi fu scoperta una piuttosto spaziosa cisterna37. Quel che oggi non è più possibile vedere, in seguito alle continue opere di scasso, coltivazione e risistemazione agricola della zona doveva essere ancora in parte percepibile ai tempi in cui scriveva Repetti. La precisione con cui l’erudito ottocentesco descrive, infatti, la forma e le dimensioni dello spazio costruito, la presenza di feritoie sul tratto occidentale delle mura e la notizia di una spaziosa cisterna ci convincono che doveva trattarsi di una struttura di tutto rispetto. Un complesso architettonico, se diamo credito alla descrizione ottocentesca e al testo statutario, che doveva occupare – secondo il calcolo del braccio fiorentino – uno spazio abbastanza regolare, rigorosamente geometrico, della lunghezza di metri quaranta per venticinque di larghezza, con un’altezza media delle mura tra i tre metri e i tre metri e mezzo. Non molto dissimile, peraltro, almeno nei materiali da costruzione – blocchi o ciottoli di macigno sbozzato – e, in qualche caso, anche nell’impianto architettonico alle pressoché coeve e vicine fondazioni signorili del Montalbano sud-occidentale di Monsummano, di Larciano e di Porciano38. Le recenti indagini archeologiche e la valutazione aereofotografica della zona sembrano fornire ulteriori 39 conferme in questa direzione . Ragioni di preminenza politica ed economica erano, evidente- mente, all’origine di una fondazione che aveva grandi ambizioni. E con ben connotate funzioni militari e simboliche. Ragioni, lo abbiamo visto, che spinsero il Comune di Pistoia a investire in modo consistente in un territorio dall’alto valore strategico; una striscia di terra – tutto il fronte sud-occidentale del Montalbano da Lamporecchio a Larciano – che apriva un varco naturale verso il mare, un varco verso le 37 REPETTI, Dizionario, II, p. 635. 38 RAUTY, Monsummano; Castello di Monsummano; GURRIERI, Il castello di Larciano; BERTI, Larciano; Larciano: museo e territorio. Sulla comunità di Porciano, cfr. CERBONI, Porciano di Lamporecchio. 39 Si vedano i contributi raccolti nel volumetto di CIAMPOLTRINI, PIERI, La fornace, il castello, in particolare quelli di CIAMPOLTRINI, Il Castellaccio e di COSCI, SPATARO, I castelli del territorio di Lamporecchio. 204 II.4 Due castelli, due poteri possibilità di uno sviluppo economico a gradazione differenziata, 40 verso una circolazione di scala potenzialmente mediterranea . Ma certo non erano sufficienti le risorse e gli investimenti economici. Progettare, fondare e costruire un castello richiedeva anche la dispo- nibilità di ingenti risorse umane: di muratori e di maestri da impiegare nel cantiere. Qui, come altrove, il Comune di Pistoia adottò un metodo che dovette essere frequente, in quegli anni, per l’esecuzione delle opere pubbliche: il ricorso, cioè, alla popolazione residente, con l’ausilio di qualche maestranza specializzata41. Tanto più che l’impiego delle popolazioni locali aveva almeno due vantaggi: in primo luogo, consentiva alle magistrature cittadine un contenimento degli oneri finanziari e, in secondo luogo, favoriva la formazione di una manovalanza qualificata, con un patrimonio di conoscenze e di saperi che rimanevano fruibili per qualsiasi necessità all’interno del contado. La cronologia e le fasi costruttive appaiono piuttosto nitide nel ricordo degli uomini di Lamporecchio e di Batoni. Ghisello del fu Riccio era sicuro, ad esempio, che quel castello era stato costruito venticinque anni prima – intorno al 1195 – e che, almeno, dodici dei suoi compaesani vi avevano lavorato per dodici giorni42. Alcuni, con tutta probabilità, erano gli stessi che un paio di decenni prima avevano 43 murato il castello di Serravalle e il castrum Caninum . Siamo di fronte a testimonianze ben circostanziate seppur non prive, talvolta, di qualche contraddizione. Sono le parole di Piero del fu Guglielmo da Lamporecchio a rendere meno univoco il contesto cronologico della fondazione: ebbe a dichiarare, infatti, che una prima parte del castrum sarebbe stato murato su mandato di Lazzaro e di Guittoncino44. Evidentemente doveva trattarsi di due consoli pistoiesi i cui uffici sono 40 Cfr. supra le precedenti note 19 e 20. 41 Cfr. le testimonianze relative alla costruzione dei castelli del contado pistoiese e di Lamporecchio, in particolare, nell’ambito della nostra disputa (Liber censuum, 136, 1221, passim). Per le maestranze specializzate si veda una norma degli statuti del secolo XII relativa ai pagamenti dei capimastri che avevano lavorato in Cerbaia, a Bargi e a Serravalle (Statutum potestatis 1180, r. 76). A livello più generale sul problema delle maestranze e dell’organizzazio- ne e della vita dei cantieri medievali, cfr. PINTO, Organizzazione del lavoro; CORTONESI, Maestranze; sul rapporto tra progettazione e maestranze TOSCO, Gli architetti e le maestranze; sul mondo corporativo GRECI, I cantieri: le corporazioni; sul rapporto tra maestranze e sedi civili del potere GUGLIELMOTTI, Sedi e funzioni civili. Per uno sguardo d’insieme sui soggetti costruttori e le tecniche costruttive, cfr. TOSCO, Il castello, la casa, la chiesa. 42 Liber censuum, 136, 1221, Gisellus f. q. Ricci, ad vocem. 43 Ibidem. 44 Ibidem, Pierus f. olim Guilielmi, ad vocem. Castelli per dominare 205 Fig. 29. Panoramica del Montalbano vista dall’abitato moderno di Lamporecchio. Indicati con le freccette, sulla sinistra il poggio di Collececioli, con il castello vescovile, e sulla destra il poggio del «Castellaccio», con il sito dove sorgeva il castello comunale. Fig. 30. Il poggio del «Castellaccio» ripreso dalle alture di Porciano. Si scorgono alcuni resti murari e il pianoro dove si estendeva il castrum, oggi adibito ad uliveto. Sullo sfondo la pianura, con il padule di Fucecchio, e all’orizzonte i monti pisani. 206 II.4 Due castelli, due poteri 45 rispettivamente riferibili agli anni 1184 e 1187-1188 . Piero del fu Ildebrandino anch’egli di Lamporecchio disse, con altrettanta chia- rezza, che alcuni uomini della sua comunità avevano murato, oltre al 46 loro, anche i castelli di Casole e di Fucecchio . Altri furono anche più precisi: così alcuni uomini di San Baronto. Mainetto del fu Bostolo, fra questi, menzionò, oltre agli obblighi militari e a quelli fiscali che gli uomini di Lamporecchio dovevano al Comune di Pistoia, anche l’escavazione dell’alveo del torrente Bure e la muratura di alcuni castelli47. Buncompagno di Martinetto aggiunse dettagli relativi ai 48 lavori compiuti sul letto del torrente Ombrone . Paterno di Buldrone ribadì l’impegno che gli homines di Lamporecchio avevano garantito per la costruzione di Fucecchio, aggiungendo inoltre le opere prestate 49 a Cerreto e a Montefiore . Quest’ultima dichiarazione, accanto a 50 quella di Cacciaguerra del fu Tedaldo da Batoni , getta qualche luce sull’erigendo castello di Montefiore. Una fondazione, questa di Montefiore, di cui si sa poco o nulla e che solo un’accurata indagine archeologica potrebbe far riemergere dall’oblio del tempo e di una documentazione scritta davvero avara. Quel che si può dire è che dovette sorgere, più o meno negli stessi anni in cui si lavorava al Castellaccio, sul crinale del Montalbano, in un’altura a sud-est del passo del San Baronto dove tuttora sopravvive il toponimo, con specifiche funzioni di controllo dei due versanti e a presidio dell’asse viario che univa la città alla comunità di Lamporecchio51. Si tratterebbe di un ulteriore tassello all’interno di 45 RAUTY, Società, istituzioni, p. 25. 46 Liber censuum, 136, 1221, Pierus f. q. Ildibrandini, ad vocem: i Lamporecchiani custodierunt castra, scilicet Montale et Montefiori et Sanbucam, et muraverunt Casole et Fotechium et Lamporecchium. 47 Ibidem, Mainectus f. q. Bostoli: dice che gli uomini di Lamporecchio erano soliti dare datium et facere ostem et cavalcatam et fossatum Bure et murare castra per il comune di Pistoia. 48 Ibidem, Buoncompagnus f. q. Martinecti, ad vocem: sa che il comune di Pistoia ha condotto i Lamporecchiani ad Umbronem et Buram. 49 Ibidem, Paternus f. Buldronis: racconta che ha veduto gli uomini di Lamporecchio ire ad Ficechium et Cerretum et Montefiori pro comuni Pistorii. 50 Ibidem, Cacciaguerra f. q. Tedaldi, ad vocem. 51 L’assenza quasi completa di documentazione scritta sul castello di Montefiore, se si eccettuano le nostre testimonianze, non ci consente di poter andare oltre qualche ipotesi in merito ai tempi della sua costruzione e alle sue specifiche funzioni. Per questa fondazione si vedano anche DAVIDSOHN, Storia di Firenze, II, p. 215; FRANCESCONI, Incastellamento, pp. 27- 59, nota 71 (ora supra capitolo II.2). Per l’ipotesi, invece, di un precoce decastellamento da riferirsi alla distruzione fiorentina del 1228 dei castelli del Montalbano si veda PINTO, Montalbano, nota 11. Si dovrà notare la difficoltà di datare con esattezza le fasi di abbandono Castelli per dominare 207 Fig. 31. Ipotesi di ricostruzione, a matita, dei due castelli, quello vescovile sulla sinistra e quello comunale sulla destra. Fig. 32. Ipotesi di ricostruzione, a matita, dei due castelli, in una vista dall’abitato di Spicchio. 208 II.4 Due castelli, due poteri quell’organico sistema strategico e territoriale a cui il Comune di Pistoia, tra la fine del secolo XII e l’inizio del successivo, andava lavorando, con una ben chiara progettualità, per consolidare il fronte meridionale del districtus cittadino. Un progetto chiaro e dalla strut- tura complessa che aveva, però, un solo grande ostacolo da superare: la tenacia e la presa di un potere radicato come quello episcopale su quelle terre di confine. Il vescovo di Pistoia esercitava, d’altro canto, il suo dominio spirituale e temporale sulla nostra comunità da almeno più di un secolo. Se si eccettua, infatti, l’attestazione di una plebs Sancti Stefani nel diploma ottoniano del 99852, già a partire dalla bolla papale del 1105 di Pasquale II al vescovo Ildebrando compaiono fra le pertinenze dell’episcopio una cappella de Cerbaria – con ogni probabilità la chiesa di Santo Stefano – e il controllo dei diritti di decima; strappati, 53 peraltro, dalle mani di alcuni laici – laicorum manibus . Un quadro quello della presenza episcopale su Lamporecchio che non avrebbe subito sostanziali alterazioni e modifiche lungo la prima metà del secolo XII: così, almeno, come sembrano confermare le bolle pontifi- 54 cie del 1133, del 1144 e del 1154 . Ma l’equilibrio politico si sarebbe presto interrotto: un equilibrio delicato che proprio alla metà di quel secolo avrebbe attirato l’attenzione espansiva del Comune cittadino. Ma di questo si è già detto e rimane una chiara testimonianza nel diploma federiciano del 1155. Non mancano, dunque, per la prima metà del Millecento le tracce di una significativa presenza vescovile sulla nostra comunità e, più in generale, su tutta la fascia di territorio a mezzogiorno dei declivi del Montalbano, inclusa la villa di Orbignano. Niente, però, che riman- di un complesso castrense, così come risulta ben difficile identificare la sopravvivenza della menzione di castello al suo venire meno come centro fortificato: ad ogni buon conto, nell’individuazione dei confini tra le comunità di Lamporecchio e di Montemagno, nel Liber finium del 1255, fu stabilito che una parte di questi passava proprio a dicto Morbello usque ad cassarum de Monteflori sicut trait setam montis et a dicto cassaro usque ad vallem que vocatur Vallis Frapinte (Liber finium, p. 273). 52 ASF, Vescovado, 998 febbraio 25. L’edizione in MGH, Ottonis II et III diplomata, 284, 998 aprile 27; regesto in RCP, Alto Medioevo, 105, 998 febbraio 25. 53 ASF, Vescovado, 1105 novembre 14; regesto in RCP, Vescovado, 14, 1105 novembre 14. 54 Della bolla del 1133 di Innocenzo II si conservano alcune copie del secolo XII e del secolo XIII: ASF, Vescovado, 1134; regesto in RCP, Vescovado, 22, 1133 dicembre 21; RCP, Canonica XII, 411, 1133 dicembre 21. La bolla del 1144 di papa Celestino II si conserva in originale in ASF, Vescovado, 1143; regesto in RCP, Vescovado, 1144 febbraio 17; ASF, Vescovado, 1154 febbraio 14, regesto in RCP, Vescovado, 34, 1154 febbraio 14. Castelli per dominare 209 Fig. 33. La «Torre del Vitoni» dal poggio del «Castellaccio». Fig. 34. Particolare dei resti della struttura muraria, sul lato sud-occidentale, del «Castellaccio». 210 II.4 Due castelli, due poteri dasse ad una stretta cogenza di diritti giurisdizionali; niente che attestasse l’inquadramento degli uomini entro una signoria struttura- ta; niente, vieppiù, che lasciasse sospettare la presenza di un castello del vescovo. Niente di tutto questo perché nella quiete di un potere dato per scontato, di un potere di fatto da nessuno contestato non si era, con tutta probabilità, avvertita la necessità di ricorrere ad alcun atto o gesto probatorio che ne definisse la fisionomia. Quando s’intaccò quell’ordine politico, vennero meno tutti gli altri equilibri. La concorrenza giurisdizionale, l’aprirsi e il protrarsi di un conflitto aspro e dispendioso, le turbolente relazioni dei conten- denti con le popolazioni locali furono tutti aspetti che condizionarono pesantemente le dinamiche sociali e politiche della zona. E insieme a quelle politiche e sociali, anche quelle insediative. Il conflitto politico a Lamporecchio ebbe un riflesso importante anche sull’assetto terri- toriale: lo spazio del conflitto divenne lo spazio di un nuovo ordine topografico. Le evidenze archeologiche55, del resto, nel pieno silenzio dei documenti d’archivio, ci inducono a ritenere che nello stesso contesto in cui le autorità cittadine promuovevano la costruzione del «Castellaccio», quelle vescovili rispondessero con un progetto perfet- tamente antagonista. È così che ci pare debba essere considerato il cosiddetto «Castel Vitoni»56, un torrione, cronologicamente riferibile nei materiali e nelle tecniche costruttive allo scorcio del secolo XII, che dovette costituire la parte interna di una più ampia struttura castellana adagiata sul poggio di Collececioli. Una struttura dalle dimensioni limitate e dalla fisionomia mista tra il militare e il residenziale. Era questa, se non c’inganna l’evidenza di quelle pietre che sono ancora lì a dominare i tornanti del san Baronto, la risposta del vescovo all’offen- siva comunale. Ed era una risposta murata. Una risposta che si giocava 55 CIAMPOLTRINI, Il Castellaccio, pp. 54-56. 56 REPETTI, Dizionari, II, p. 635. La torre vescovile che tuttora si erge sul poggio di Collececioli assunse in progressione di tempo l’epiteto di «torre o castel Vitoni» perché, con tutta probabilità, dovette far parte del patrimonio fondiario della suddetta famiglia. Una famiglia, questa, della nobiltà comitatina che ebbe anche personaggi di rilievo come l’architetto Ventura (1442-1522) e il medico Bernardino (1740-1811). Per notizie, seppur non organiche, su questo gruppo familiare, cfr. RAUTY, Pistoia tra Sette e Ottocento; IDEM, Introduzione Vitoni, p. 3. Una significativa conferma di proprietà terriere detenute dai Vitoni in prossimità di quello che era stato il castello vescovile ci vengono da un campione di beni delle compagnie e delle opere ecclesiastiche della diocesi pistoiese datato al 1570 (AVP, Campione de’ beni, c. 297v), in cui sono censiti beni di Ventura di Domenico Vitoni e di Iacopo di Matteo Vitoni. Debbo la segnalazione archivistica e la notizia alla cortesia dell’amico Mario Bruschi. Castelli per dominare 211 con la prontezza di chi intendeva opporsi a viso aperto e senza alcun timore. I due castelli sorgevano, infatti, a non più di trecento metri in linea d’aria, l’uno dirimpetto all’altro, sulla sommità di due poggetti disposti, anche morfologicamente, alla sfida. La disputa politica e la strategia insediativa assumevano, dunque, a Lamporecchio un significato di grande rilevanza, per quanto non sempre di piena leggibilità. Il confronto per il potere divenne tutt’uno con lo spazio fisico, con il teatro reale e simbolico della contesa. I castelli riuscirono, così, come i naturali baluardi militari dello scontro e, insieme, i referenti simbolici, i segni tangibili di due poteri alla ricerca di una piena e completa legittimazione57. Una legittimazione che non poteva non passare da una semantica forte e immediata come quella del castello: un segno che per gli uomini di quel tempo, e qui con più evidenza che altrove, era il simbolo stesso della forza, della potenza, la sede del potere e del comando. Perché le cose si temono più da lunge che da presso, e pensa l’uomo molte cose; sì come quando una forteza o uno castello si fa, molti sono che per diversi pensieri la temono, e poi che è fatta e compiuta, gli animi sono rassicurati e niente la temono. 58 Sono queste parole del cronista fiorentino Dino Compagni , di qualche decennio posteriori ai nostri eventi, a confermare la nostra argomentazione. E a fornire la chiave di lettura di un fenomeno complesso come quello che vide nello spazio di pochi anni e di poche centinaia di metri fiorire due castelli, combattersi due poteri e crescere una comunità divisa, insoddisfatta e ribelle. A Lamporecchio, in fondo, i due antagonisti affidarono ai loro castelli la possibilità di dominare sugli uomini e sulle cose, com’era naturale che fosse, ma anche, e soprattutto, l’opportunità di vincere la contesa, di superarsi 57 Per una riflessione specifica sulla semantica dei contesti conflittuali si rimanda al volume di atti MANETTI, BERTETTI, PRATO, Guerre di segni. Sul valore simbolico del castello come centro di potere, cfr. SETTIA, Castelli e villaggi, pp. 351 sgg. e in particolare pp. 399-406; una significativa riflessione metodologica in SETTIA, Proteggere e dominare, pp. 15-23. Sono da vedere, poi, anche se non del tutto coincidenti con la dinamica delle fondazioni di Lamporecchio i saggi di A.I. Pini, S. Tiberini e P. Guglielmotti in Borghi nuovi e borghi franchi; utili anche i più recenti atti del convegno Semifonte in Val d’Elsa, con particolare riferimento al saggio di CORTESE (Aspetti insediativi) e alle Conclusioni di MAIRE VIGUEUR. 58 COMPAGNI , Cronica, III, 15. 212 II.4 Due castelli, due poteri di fronte agli occhi di una popolazione che attendeva ansiosa di avere un solo signore da servire e omaggiare. Che l’incastellamento bipolare della nostra comunità avesse una natura e un’origine da ricondursi all’«emergenza», alle ragioni sovralocali di una competizione politica che qui ebbe luogo sembra, del resto, essere confermato dalle successive vicende di quelle struttu- re, dal loro precoce processo di abbandono e di decastellamento. In un inventario di beni del Comune di Pistoia, datato al 1382 ma ascrivibile nella sostanza del dettato alla prima metà di quel secolo, si trova menzione di un castrum vetus Lamporecchii situm in loco dicto Castello Vecchio59: il fatto stesso che non vi siano altri elementi descrittivi, così come per gli altri castra comunali, alimenta più di un sospetto che si trattasse di un complesso ormai in disuso. A corroborare l’ipotesi di una maglia insediativa tardomedievale del tutto sfaldata si può richia- mare il quadro di evidente dispersione testimoniato dal catasto del 1427-28: se ne desume, infatti, una struttura abitativa che non aveva poli di riferimento e che era disarticolata in ben cinquanta micro- località diverse60. Come dire la funzione di quei castelli d’età comunale era ben presto venuta meno, con il mutare degli scenari politici ed economici che col progredire del Duecento avrebbero visto decollare la potenza fiorentina e ridursi le velleità espansive pistoiesi; quelle stesse velleità che erano state il motore generatore della strategia insediativa lamporecchiana. 59 Liber censuum, 866, verso 1382; altro esemplare in ASP, Provvisioni e riforme, 21, c. 113r, 1382 giugno 17. Per i problermi relativi alla datazione di questo documento, cfr. quanto si è già scritto in FRANCESCONI, Incastellamento, p. 55, nota 82 (ora supra capitolo II.2). Il precoce decastellamento di Lamporecchio era stato notato anche da Sabatino Ferrali, il quale aveva avanzato l’ipotesi che il castello fosse andato distrutto nelle guerre, d’inizio Trecento, tra Pistoia e Firenze. Ferrali faceva ancora notare che nelle vicinanze del «Castellaccio» doveva sorgere anche la chiesa plebana: luogo di culto che dovette rimanere a lungo impresso nella memoria popolare, ben oltre la costruzione dell’edificio tre-quattrocentesco nel sito dell’attua- le chiesa di impianto neoclassico. E una conferma di questo ininterrotto legame dei Lamporecchiani con quella antica struttura sembra venire dall’uso ben vivo, fino agli anni Cinquanta del Novecento, di recarsi al «Castellaccio», sia per le allegre merende dell’Ascensio- ne, sia per la processione delle Rogazioni che si teneva in quello stesso giorno (FERRALI, Le temporalità del vescovado, p. 146, nota 100). Sulle Rogazioni medievali nella città e nel territorio di Pistoia si veda ora RAUTY, Rogazioni. 60 MUZZI, Insediamenti e società rurale, pp. 218-219. Lo stesso Repetti nella prima metà dell’Ottocento parlava a proposito di Lamporecchio di «villaggio spicciolato ch’ebbe pur esso il titolo di castello... essendo il paese di Lamporecchio ridotto piuttosto alla sua chiesa plebana e ad una villa ad uso di fattoria con molti annessi e varie case coloniche sparse per tutto il territorio comunitativo» (REPETTI, Dizionario, II, p. 635). Dai castelli all’inchiesta giudiziaria 213 DAI CASTELLI ALL’INCHIESTA GIUDIZIARIA Le colline di Lamporecchio erano state, dunque, per qualche decennio a cavallo dei secoli XII e XIII il teatro di uno scontro duro, prolungato e condotto su più versanti. Uno dei quali, lo si è appena visto, aveva impegnato consistenti risorse politiche e umane, nonché ben mirati investimenti di capitale. Ma quando la posta in gioco è molto alta, o almeno la si ritiene tale, è difficile che si lasci campo all’avversario. Si battono tutte le strade per raggiungere lo scopo. E così fu. Dopo qualche anno, invero, in cui le asperità sembravano essersi placate la controversia si riaccese in tutta la sua intensità. Fu il diploma rilasciato dall’imperatore Ottone IV al vescovo di Pistoia, l’8 novembre 120961, a segnare la riapertura di una ostilità che, forse, non si era mai sopita del tutto e che ora dimostrava, una volta di più, come il potere vescovile non fosse disposto ad arretrare di fronte a quello comunale. E lo faceva alzando il tiro, con il ricorso all’alto riconosci- mento dell’Impero. Quel diploma, infatti, non faceva altro che ribadi- re la piena potestà episcopale sulle comunità contese, secondo uno schema che già si era seguito con Enrico VI62. La guerra combattuta, poi, da Pistoia con Bologna – a partire dal 1212 – per il controllo del confine appenninico dovette aprire una 63 tregua temporanea nei rapporti fra le due autorità . Il vescovo tenne in quell’occasione le parti della sua città e il giuramento di fedeltà degli uomini della Sambuca – terra vescovile a tutti gli effetti – al Comune 64 cittadino costituisce una prova sicura . La difesa dei beni montani dell’episcopio doveva essere stata affidata, in quella circostanza, alle autorità comunali. Ma tanti erano i motivi di instabilità politica che ben presto la scena sarebbe nuovamente mutata. E questa volta in modo radicale e fino alle estreme conseguenze. Già nel febbraio del 1214 una lettera del papa Innocenzo III affidava al vescovo di Firenze 61 ASF, Vescovado, 1209 novembre 8. Il momento delicato che viveva l’episcopio pistoiese in questi anni, e su più fronti, è ulteriormente dimostrato da un diploma posteriore di poco meno di un mese, datato 3 dicembre, in cui l’imperatore, oltre a confermare la sua protezione alla Chiesa pistoiese, ne ribadiva la titolarità anche su quella di Prato (ibidem, 1209 dicembre 3). 62 Cfr. supra la nota 10 e il testo relativo. 63 Cfr. supra la nota 21. 64 Per il giuramento si veda quanto scrive RAUTY, Il castello della Sambuca, pp. 45-46. 214 II.4 Due castelli, due poteri e all’abate di Santa Trinita l’incarico giudiziario in una causa che il 65 vescovo di Pistoia aveva portato davanti al tribunale apostolico . Il dado era tratto, lo scenario della disputa assumeva ormai una fisiono- mia che andava ben oltre le colline del Montalbano. Il salto di qualità era stato compiuto: anche se, tra passi avanti e passi indietro, tra minacce e ripiegamenti il contenzioso avrebbe ristagnato ancora per qualche anno66. Ma non conviene dilungarsi oltre nella rievocazione delle complesse vicende che portarono, nell’autunno del 1221, al- l’apertura della vertenza vera e propria: si può rimandare per la progressione degli eventi alla vivida ed elegante descrizione che già quarant’anni fa aveva fornito monsignor Sabatino Ferrali67. Solo di un aspetto non conviene tacere. E cioè che in quegli anni di tensione costante, si era lungo il secondo decennio del Duecento, a complicare e a rendere più mossa la scena ci pensarono i campagnoli di Lamporecchio. Furono proprio quei contadini, quegli uomini per lo più impegnati nelle attività della terra e del bosco, che un loro conterraneo qualche secolo più tardi avrebbe definito «gente fiera e rubesta e poco tenera per la Chiesa»68, a irrompere prepotentemente sulla scena, a levare la propria voce in una situazione che più di ogni altro penalizzava proprio loro. Erano, infatti, e da tempo doppi gli oneri che dovevano pagare, le prestazioni che dovevano fornire, le giustizie e gli ordini che dovevano rispettare. Una combinazione di poteri talmente insopportabile che fece deflagrare la pazienza di quegli uomini: così prima minacciarono di incendiare il castello e, quindi, ingiuriarono, inseguirono e colpirono a sassate il vescovo mentre si recava nella comunità a ricevere gli omaggi signorili69. 65 ASF, Pistoia, 1214 febbraio 13. 66 Uno snodo ulteriore nello sviluppo del contenzioso si ebbe intorno al 1216 quando il vescovo fu in conflitto diretto con la popolazione di Lamporecchio: e tale situazione dovette essere particolarmente aspra e difficile se sotto la podesteria di Gilio da Parma quegli uomini tentarono addirittura di incendiare il castello (cfr. infra la nota 69). 67 FERRALI, Le temporalità, pp. 145-147. 68 Ibidem, p. 145. 69 Il racconto dell’episodio di insubordinazione è riferito con ricchezza di dettagli dai testimoni che deposero nell’ambito della nostra inchiesta. Cenni all’assalto che il vescovo Soffredo ricevette in Lamporecchio sono presenti in non poche testimonianze, ma quella più ricca e articolata fu fornita da Guidaloste di Vitacchino, che accanto a quelle di due uomini di Casale – tali Infangato di Monte e Rinforzato di Alcheruolo – ci offrono il quadro più completo di quelle vicende. Furono, anzi, proprio questi ultimi due a tratteggiare il racconto più mosso. Il primo dichiarò che mentre si trovava nel suo campo a Casale, in un giorno di gennaio, sentì rumori e grida che il vescovo era costretto a Lamporecchio e che homines de Lamporechio Dai castelli all’inchiesta giudiziaria 215 Giunti alla fine del 1220 la situazione, più volte sul punto di esplodere, avrebbe presto trovato la via della risoluzione giudiziaria. E proprio i contadini di Lamporecchio si ripresero la scena: non appena fu istruita l’inchiesta dal tribunale ecclesiastico, sotto la guida del vescovo di Firenze Giovanni, questi furono invitati a riferire la loro versione dei fatti, a raccontare la loro verità. E lo fecero in misura massiccia: tredici per conto del vescovo e quarantadue per conto del Comune. Le divisioni interne, le reti di solidarietà, i legami trasversali che univano la popolazione del villaggio ai due avversari si riproponevano ora di fronte ai banchi dei giudici e dei notai apostolici. Una larga parte della risoluzione dei conflitti passava ormai, del resto, attraverso le pratiche dell’inchiesta giudiziaria70. Si era entrati nella fase aurorale di un nuovo ordo iuris, con l’affermazione di un rapporto più organico tra elaborazione giuridica e procedura inquisitoria ex officio: un modello processuale che diveniva, insieme, uno strumento importante di affermazione del potere pubblico e di ricerca della verità71. Il processo assumeva la fisionomia di un grande teatro sociale: i giudici forestieri, le parti in conflitto, i notai mediatori erano gli attori di un micro-evento sociale, di un «dramma» collettivo preliabantur contra eum. Disse ancora che accorse insieme ad altri suoi compaesani e che trovarono il presule extra Lamporechio ad San Baronto e che si offrirono di aiutarlo, finché non giunse il podestà di Pistoia e allora si ritirarono (Liber censuum, 136, 1221, Infangatus f. Montis de Casale, ad vocem). Rinforzato aggiunse che all’arrivo degli uomini di Casale il vescovo era nascosto in abatia de S. Baronto (ibidem, Rinforthatus f. Alcheruoli, ad vocem). Guidaloste andò oltre. Riferì, infatti, che in qualità di castaldo comunale si trovava in città, dove giunse voce che il vescovo era interfectus et talliatus in Lamporechio. Corse, quindi, dal podestà che lo spedì a Lamporecchio, ma giunto a San Baronto trovo l’ecclesiastico prope boscum abbatie de S. Barunto. Appena fu visto dal vescovo ne ricevette informazioni di quanto era successo e insieme al podestà scesero tutti verso il castello, dove trovarono gli uomini di quella località armati, molto irati e, comunque, disposti a giurare gli ordini podestarili. Così, riportata la pace, il castaldo Guidaloste rimase per due giorni nel castello per punire coloro che si erano macchiati di quella colpa e di quell’ingiuria (ibidem, 137, 1221, Guidaloste Vitachini, ad vocem). Altri riferirono di aver tirato sassate contro il vescovo e di essere accorsi con mazze, coltelli ed altre armi quando sentirono ciò che stava accadendo. 70 Quello dell’inchiesta è un tema di recente indagato anche dai medievisti, sia nel rapporto con l’elaborazione giuridica, sia come pratica amministrativa nella costruzione degli stati cittadini e territoriali: BOYER, Construire l’etat; IDEM, Représentations spatiales; LAZZARINI, L’enquête et la construction. 71 Sull’affermazione di una giustizia pubblica di natura inquisitoria, fondata su pratiche totalmente rinnovate di ricerca della verità si vedano, in una letteratura in costante progressione, i lavori raccolti in volume di VALLERANI, Giustizia pubblica e i saggi di sintesi di CORDERO, «Criminalia» e di ALESSI, Il processo penale, alle pp. 23-64. Importanti contributi al tema sono anche quelli di SBRICCOLI, «Vidi communiter observari» e di ZORZI, Giustizia criminale; IDEM, Negoziazione penale. Da ultimo si veda il saggio recente di MAFFEI, Dal reato alla sentenza. 216 II.4 Due castelli, due poteri in cui le posizioni diverse, le argomentazioni degli avvocati si alterna- vano con la voce dei testimoni, con quella fama – publica fama – che diveniva l’elemento probatorio e fondante di un rinnovato impianto 72 procedurale . Era l’avvio, come ha scritto Michel Foucault, di un paradigma conoscitivo rivoluzionario, di una modalità del sapere che poggiava sulla pratica dell’inchiesta73. Una pratica che, attraverso l’indagine, si affidava alla verità del testimone, verità vista e udita che sulla base del ricordo, dell’enunciato di un discorso, entrava in 74 rapporto diretto col potere . Le voci dei rustici di Lamporecchio acquistano, di conseguenza, in quanto discorsi per la verità e sulla verità, un significato complesso e decisivo. E in parte lo abbiamo già ricordato. Rivelano lo stretto rapporto esistente tra la costruzione retorica di un discorso e la costruzione della realtà75. Le pratiche discorsive, la loro struttura retorica mostrano – come ha fatto notare Jerome Bruner – che gli uomini hanno una modalità narrativa di conferire un senso alle cose, alla vita stessa, per cui la narrazione diviene una modalità del pensiero, la possibilità stessa di esprimere una visione del mondo e i contenuti di una cultura76. Quei discorsi pronunciati davanti al giudice per quanto forzati, per quanto il prodotto di una griglia prestabilita sono 72 Il processo come «dramma sociale» è stato interpretato da TURNER, Dramas. L’uso più largo di categorie interpretative derivate dall’antropologia giuridica e dalla sociologia è stato fatto per il Medioevo toscano da WICKHAM, Legge, pratiche, conflitti. La fama pubblica come elemento probatorio della procedura ex officio è al centro del saggio di MIGLIORINO, Fama e infamia; si veda anche il volume miscellaneo Fama. La pratica della tortura, collegata, al nuovo procedimento giudiziario è indagata da FIORELLI, La tortura giudiziaria e da SBRICCOLI, «Tormentum idest torquere mentem». 73 FOUCAULT, La verità e le forme giuridiche, pp. 115 sgg. 74 Ibidem, p. 113. Sul rapporto tra memoria e testimonianza si vedano, inoltre, le riflessioni di RICOEUR, La memoria, la storia. 75 Il vasto problema del rapporto tra rappresentazione e narrazione ha avuto negli ultimi decenni un’attenzione crescente da parte di filosofi, linguisti, sociologi e critici letterari: se ne può vedere una rassegna argomentata in ibidem, pp. 340-375. In un panorama ampio, difficilmente dominabile, si rimanda a BARTHES, Il miraggio della struttura, pp. 196 sgg. per una valutazione del senso e del luogo comune come produttori di realtà e di discorso sulla realtà. L’idea che la realtà sia socialmente costruita e legata alla produzione di un discorso che oggettivizza si deve in larga parte a BERGER, LUCKMANN, La realtà; il rapporto tra «fatti istituzionali» e «fatti bruti», tra una realtà costruita dalla mente umana e una realtà oggettiva è indagato da SEARLE, La costruzione della realtà. 76 BRUNER, L’interpretazione narrativa, pp. 145-173; dello stesso autore si dovrano citare anche IDEM, La ricerca del significato e IDEM, La fabbrica delle storie. Una lettura del rapporto tra racconto e organizzazione della conoscenza e dell’esperienza in Jerome Bruner è stata offerta da GEERTZ, L’atto sovversivo. Dai castelli all’inchiesta giudiziaria 217 un modo primario di conoscenza, un modo di indagare le categorie mentali di coloro che ponevano le domande e di coloro che davano le 77 risposte . Il testimone, oggi come allora, una volta seduto di fronte agli organi inquirenti, non può che fare appello a pochi ancoraggi: la memoria personale, il patrimonio di conoscenze collettive udite e condivise con il gruppo, il senso comune di cui è tramite e portatore78. Ma vediamo come si giunse all’istruzione dell’inchiesta di Lamporecchio. Il tutto si svolse in modo piuttosto convulso nei primi mesi del 1221. In un primo momento il vescovo di Pistoia si rivolse alle autorità imperiali. E il 5 gennaio di quell’anno il procuratore del Comune fu invitato a presentarsi di fronte alla curia del legato Corrado, nel chiostro dell’abbazia di Fucecchio79. Il procuratore Rinforzato doveva rispondere ad una denuncia avanzata dalle autorità vescovili: il prete Giovanni, infatti, aveva portato un libellus col quale s’intendeva dimostrare che nelle curie di alcuni castelli, tra cui Lamporecchio, il vescovo e i suoi nunzi non potevano comandare gli uomini, far rispettare la giustizia, riscuotere i dazi80. Erano impediti nelle attribuzioni fondamentali di ogni potere. Il 30 aprile successivo, nella cattedrale di Pistoia, fu dato incarico a messer Tederico del fu Rosone di nominare un procuratore che gestisse la causa contro il vescovo Soffredo, di fronte ad una commis- sione guidata da Everardo da Lutra81. Di lì a pochi giorni, il 5 maggio, dopo alcuni appelli rimandati, il giudice Rinforzato per conto del legato imperiale restituiva le comunità contese e tutti i diritti connessi 82 nelle mani del procuratore comunale . Proprio quando il contenzioso sembrava avviarsi alla conclusione il vescovo Soffredo tirò fuori la sua ultima carta: la scomunica delle autorità cittadine. Il guanto di sfida era stato lanciato. Il vescovo di Ostia e Velletri dette comunicazione a quello di Firenze che aveva confermato la sentenza comminata dall’episcopio pistoiese contro le autorità civili di quella città; il giorno 77 Si vedano le considerazioni di MAIRE VIGUEUR, Giudici e testimoni; IDEM, Représentation et expression. 78 DE LEO, SCALI, CASO, La testimonianza, pp. 14 sgg. e passim. La testimonianza come confessione all’interno del processo è stata studiata da CHIFFOLEAU, Avouer l’inavouable. Sul senso comune, cfr. la recente sintesi di SANTAMBROGIO, Il senso comune. 79 Liber censuum, 106, 1221 gennaio 5. 80 Ibidem. 81 Ibidem, 124, 1221 aprile 30. 82 Ibidem, 127-128, 1221 maggio 5. 218 II.4 Due castelli, due poteri 11 maggio il rappresentante del vescovo Leonardo elencava le ragioni 83 di quell’ultimo atto dirompente . Erano riassunte in tre punti: l’accusa di omicidio avanzata contro il vescovo; l’impedimento per i nunzi vescovili di esercitare la giustizia; l’impossibilità per il vescovo di vendicare le ingiurie ricevute dai Lamporecchiani. UNA COMUNITÀ DIVISA DAVANTI AL GIUDICE: LA NARRAZIONE DEL CON- FLITTO Le posizioni erano chiare. Il contraddittorio tra le parti ebbe inizio. I giudici e gli avvocati lavorarono tutta l’estate. E il 13 settembre 1221 iniziò l’escussione dei testi: gli uomini iniziarono a sfilare con i loro racconti. Furono stabiliti i capitula che si volevano dimostrare: da ricon- durre al concetto di giurisdizione e alle sue concrete applicazioni. Il fuoco dell’inchiesta si assestò attorno a pochi nuclei tematici: a quegli argomenti giuridici e a quei fatti che costituivano gli assunti probatori delle due positiones. Un questionario che seguiva, a ben vedere, gli stessi tratti costitutivi di ogni dominio politico. Il confronto giudiziario si profilava, d’altro canto, in questo caso come l’atto conclusivo di un conflitto per il potere84. In primo luogo fu sottoposto a verifica il concetto di giurisdizione e, quindi, il dispiegarsi concreto di quel concetto, la sua fattualità: i tempi, i modi e gli spazi del suo esercizio, la condizione degli uomini dipendenti, la declinazione delle facoltà giudiziarie, la distinzione delle prestazioni economiche e personali, gli obblighi militari, i caratteri del prelievo fiscale, il livello di invasività e di controllo sulla vita dei singoli. Per primi sfilarono i testimoni a favore del vescovo, di seguito quelli a favore del Comune. Le risposte, nella loro ovvia brevità, sono assai significative. Accorso del fu Chiaro dette una definizione essen- ziale di giurisdizione, da manuale. Una sintesi perfetta, quasi tautologica, di come venisse percepito un potere: e cioè governare sui buoni e 83 Ibidem, 134, 1221 maggio 11. 84 In sede di confronto, seppur in contesti politici e cronologici diversi, si possono richiamare il già citato caso che oppose negli stessi anni il vescovo e il Comune di Parma (GUYOTJEANNIN, Conflits de jurisdiction) e quello, più tardo, tra i Caminesi e il Comune di Treviso per il controllo del castello di Oderzo (I documenti del processo di Oderzo). Una comunità divisa 219 amministrarli secondo giustizia; e, nello specifico, punire i ladri, gli adulteri e gli omicidi – imperare bonis et eos regere in iustitia, punire 85 malefactores de furto, adulterio, omicidio, et ceteris . Un’immagine 86 «ontica» della giustizia, direbbe Paolo Grossi , in cui il pensiero non discendeva da un’immagine teorica, ma risiedeva nella cosa stessa. Più sfumata, ma altrettanto concreta la rappresentazione offerta dai testi- 87 moni comunali: obbedire ai precetti del podestà ; ordinare i consoli e 88 89 punire i reati ; e, infine, rilasciare giuramenti . Un’assonanza ancora più labile si ravvisa nelle dichiarazioni relative all’esercizio effettivo della giurisdizione. Se le testimonianze di parte vescovile, infatti, sembrano legate a un linguaggio pienamente signorile, quelle di parte cittadina, seppur timidamente, lasciano intravedere un uso via via più largo di nozioni e di istituti tipici dei regimi comunali90. Ma qui il filtro notarile potrebbe aver giocato un qualche ruolo. I primi, in ogni modo, sottolinearono il concetto del «possesso», possesso di cose e di uomini, come condizione imprescin- 91 dibile per l’esercizio del potere ; i secondi, insistettero su pochi nodi dirimenti: l’invio degli ufficiali cittadini nelle terre contese92, la riscos- sione dei dazi, la fornitura di prestazioni e l’esercizio della giustizia. Molte furono anche le testimonianze che rilevarono situazioni di condominio, di sovrapposizione o di spartizione delle competenze politiche ed economiche93. Quelle voci, come pare evidente, erano il 85 Liber censuum, 136, 1221, Accorsus f. q. Clari, ad vocem: interrogato quid sit iurisdictio, optime respondit; scilicet imperare bonis et eos regere in iustitia, punire malefactores de furto, adulterio, omicidio, et ceteris et amasciare. 86 GROSSI, Ordine giuridico, pp. 5, 31 e passim. 87 Liber censuum, 136, 1221, Ghisellus f. q. Ricci, ad vocem: interrogato quid sit iurisdictio, risponde obedire preceptis potestatis. 88 Ibidem, Giunta f. Pinzi, ad vocem. 89 Ibidem, Cacciaguerra f. q. Tedaldi, ad vocem. 90 COSTA, «Iurisdictio»; per una riflessione sui linguaggi del potere signorile e comunale nel nostro territorio, cfr. FRANCESCONI, «Signoria davanti al Comune» (ora infra capitolo III.1). 91 Liber censuum, 136, 1221. Si vedano le dichiarazioni di Diotifece del fu Baldino, di Ranieri del fu Vito, di Batognano del fu Gherardo, di Federico del fu Burnetto, di Aiuto del fu Canuto, di Bonaiuto del fu Benevieni. Sul ruolo del «possesso» come contenuto del potere, cfr. PARADISI, Il pensiero politico, pp. 272-277. 92 Liber censuum, 136, 1221. Sono molti i testi che dichiararono di aver svolto l’incarico di rettori o di ufficiali per conto della città nelle comunità contese: così, ad esempio, Iacopino di Ildebrandino da Lamporecchio e Ugolino di Bettuccio da Batoni, i quali dichiararono, tra le altre cose, di aver annualmente registrato i fuochi dei rispettivi villaggi (et reducunt in scriptis focolares eiusdem loci). 93 Cfr. infra la note 110 e 111. 220 II.4 Due castelli, due poteri risultato di culture politiche di parte. Ed erano, allo stesso tempo, il risultato di un argomentare collettivo che si fondava su valori e su pratiche sociali condivise: la tradizione e la cronaca, le solidarietà e le ostilità sospettose andavano a formare un discorso paesano che rive- lava l’atteggiamento dei potenti nello psicodramma di una comunità94. Senza entrare nel dettaglio delle singole deposizioni, nella trama di ciascuno di quei racconti si può dire che a dominare erano quasi sempre i fatti. Ogni concetto, ogni immagine, ogni rappresentazione era ridotta al vissuto, a quell’orizzonte minimo dell’esperienza singola e collettiva da tutti riconoscibile. Così, tra gli altri, Deodato di Passamonte da Lamporecchio quando affermò che quel castello dipendeva dalla giurisdizione del vescovo facendo, tuttavia, notare che la città ne era domina95. Alla richiesta di precisare meglio quelle affermazioni Deodato fu conciso: puntualizzò, infatti, che i Lamporecchiani fornivano opere al vescovo, davano lui carne e pane 96 e per questo erano da lui controllati . Ma non mancò di ricordare che il quadro era anche più complesso. E che al tempo del podestà Tederico (1211) lui stesso era stato rettore di quella comunità per un anno, che aveva ricevuto i brevia dall’ufficiale cittadino, e li aveva 97 successivamente fatti giurare agli homines di quel castello . Piero del fu Guglielmo non si discostò da quel racconto, ricordando che anch’egli era stato rettore di Lamporecchio al tempo del podestà 98 Guittoncino, fra il 1187 e il 1188 . Allo stesso modo, Michele del fu Villano sostenne di aver ricoperto quell’incarico e di essersi recato dal 94 GRENDI, La pratica dei confini, p. 160. Cfr. anche DE CERTEAU, L’invenzione del quotidiano, pp. 125-140. 95 Liber censuum, 136, 1221. Deodatus f. Passamonti, ad vocem: interrogato si publica fama est, che il castello e gli uomini di Lamporecchio sieno sotto la giurisdizione del vescovo, dicit quod sic; dicit tamen quod civitas est domina. 96 Ibidem: riferisce ex auditu che alcuni Lamporecchiani faciunt et prestant episcopo servitia et dant panem et carnes e che il vescovo amasciat quosdam. 97 Ibidem: dice che tempore Tederici potestatis Pistoriensis egli cum Benedicto fu rettore di Lamporecchio per un anno pro comuni Pistorii e ricorda che insieme giurarono i precetti del detto podestà et reciperunt brevia, ad que juraverunt homines eiusdem castri postea. Item dicit quod postea portinarius de porta Lucese fecit precipere huic ut iret cum socio suo et cum aliis hominibus de eodem castro, quos volebat mittere camparios. 98 Ibidem, Pierus f. olim Guilielmi: dice che ha veduto venire episcopum Tracciam ad dictum castrum et recipere ab omnibus castellanis eiusdem castri fidelitatem pro episcopatu, et nominatim de ipsis de Spicchio et de Casorella... Dice che egli è stato eletto due volte rettore dagli uomini di Lamporecchio e che tempore Guittoncini potestatis Pistoriensis giurò e fece giurare i precetti di lui, come ha veduto far sempre, da 50 anni in qua. Una comunità divisa 221 99 podestà Paganello da Porcari (1206) per ricevere i precetti cittadini . La muratura e la custodia dei castelli per conto della città costituirono un altro capitolo importante per provare la dipendenza dalle autorità comunali. E anche se di questo si è già parlato a lungo, pare significativa la deposizione di Buoncompagno di Martinetto da San Baronto: egli voleva, infatti, dimostrare la soggezione al Comune cittadino dei suoi compaesani asserendo che questi andavano a fare i turni di guardia alla Sambuca, a Calamecca, a Serra, oltre a Fucecchio e Monterappoli100. I prelievi fiscali, i servizi militari e le facoltà giudiziarie furono altri ambiti ai quali giudici e testimoni dedicarono uno spazio significativo. E ancora una volta le risposte nascevano sul terreno della conoscenza diretta, di ciò che si era vissuto, visto o udito e la leggibilità di quelle attribuzioni era colta e restituita con immediata semplicità. Iacopino di Ildebrandino, già più volte citato nel nostro racconto, disse di aver riscosso il dazio per il Comune a Lamporecchio e di aver pagato lui stesso una somma di ottanta lire101; disse, anche, che i suoi compaesani pagavano più per timore che per devozione alla città. Molti altri riferirono cose simili: tra i quali Piero del fu Ildebrandino, disse di aver anch’egli riscosso i tributi comunali in quel castello e di averli versati 102 ad alcuni cambiatori pistoiesi . Così come gli era stato ordinato, evidentemente, per saldare debiti pregressi delle autorità pubbliche cittadine. Ancora più mossa fu la cornice relativa alle prestazioni obbliga- torie. Così se Federico del fu Burnetto poté sostenere che gli homines 99 Ibidem, 137, 1221, Michele f. q. Villani: racconta che egli fu rettore di Lamporecchio per il comune di Pistoia per duas vices e che impose la [prima] volta, 14 anni fa, un dazio e accatto di libre 30, per ordine di Realis, qui tunc temporis erat consul Pist. cum aliis suis sociis, de quibus non recordatur... Rieletto tre anni dopo, si recò insieme ad altri due coram domino Paganello de Porcharia, tunc potestatis Pist., et ipse fecit eos iurare precepta sua et breve eis dedit, a quo iuraverunt postea homine de Lamp. 100 Ibidem, Buoncompagnus f. q. Martinecti: dice che i Lamporecchiani vanno ad custodiendum castra, scilicet ad Sambucam et Calamecham et ad Serram et ad Ficecchium et ad Monterappolim et ad Pisas. 101 Ibidem, Iacobinus f. Ildibrandini: ricorda che egli fu rettore tempore Renuccii de Mula potestatis e fece giurare i Lamporecchiani ad dictum breve et recollegit datium; il quale era il medesimo che quello degli altri uomini del contado pistoiese. Il teste solvit pro ipso comuni libre 80. Dice però che i Lamporecchiani non pagarono di loro volontà, ma propter timorem quem habebant de civitate. 102 Ibidem, Pierus f. q. Ildibrandini: dice che egli, essendo stato 5 volte rettore di Lamporecchio, fece giurare ai Lamporecchiani il breve ricevuto dal podestà di Pistoia et imposuit eis datium et recollegit, et solvit cambiatoribus, come gli era stato comandato. 222 II.4 Due castelli, due poteri di Batoni e di Lamporecchio raccoglievano fieno e uva nei prati e nelle 103 vigne vescovili , Forte di Buongiovanni da Pistoia non mancò di richiamare che aveva visto quegli stessi uomini fare guerra e cavalcate per conto del Comune, soprattutto quando erano obbligati dal pode- 104 stà . Tra gli altri, se Diotifece del fu Baldino ricordò che i dipendenti del vescovo corrispondevano albergarie105, tre volte all’anno, costituite da carne di vacca e di maiale, polli, arista e candele e, in più, offrivano l’ospitalità e custodivano la Castellina in tempo di guerra, Ghisello del fu Riccio replicò che quelli di Lamporecchio avevano aiutato il Comune nei conflitti contro i conti Guidi e che in cambio106, aggiunse Michele del fu Villano, avevano ricevuto esenzioni fiscali, biade e castagne107. Fu questa una linea oppositiva nel tenore delle affermazio- ni, talvolta perfettamente speculare, che contraddistinse un pò tutta l’inchiesta. L’esercizio della giustizia costituì, ad ogni buon conto, l’ambito nel quale maggiore fu la convergenza fra le deposizioni e in cui si espressero le certezze più tenaci. Più tenaci e più dirimenti: quello sembrava essere, in altre parole, il cuore stesso di un dominio politico, l’attributo che meglio qualificava la iurisdictio sugli uomini. Certezza che non sempre, è bene notarlo, si traduceva in una precisa divisione di quelle competenze. Giovannetto del fu Guglielmo rilevò, in quel senso, una non infrequente alternanza anche nell’esplicazione di quelle funzioni, fino a sostenere che se arrivava per primo il nunzio vescovile era lui a punire e viceversa se lo precedeva quello comunale 108. 103 Ibidem, Fredericus f. q. Bunecti, ad vocem: afferma che i Batonesi sono coloni et homines del vescovo di Pistoia, et dant ei operam in prato et vineis et aliis laboreriis; e altrettanto afferma de castro et hominibus de Lamporechio. 104 Ibidem, Forte, frater dicti Melioris et filius eiusdem Bongianni, ad vocem: afferma che gli uomini di Lamporecchio e di Batoni faciunt per vim ostem et cavalcatam comuni Pist., quando coacti sunt a potestate. 105 Ibidem, Deotifeci f. q. Baldini: ha veduto poi gli uomini di Batoni dare sine aliqua contradictione al vescovo di Pistoia carnes vaccinas et porcinas et pullos et turtas et aristas et candelas et ligna et piper, et annonam equibus, et lectos. Le quali cose, che si dicevano albergarie, venivano date ai detti vescovi de tertio in tertio anno, in tribus comestionibus. 106 Ibidem, Ghisellus f. q. Ricci: racconta poi che, tempore guerre quam habebant cum comite Guidone, comune Pist. pascebat eos. 107 Ibidem, 137, 1221, Michele f. q. Villani: set propter guerram quam habebant cum comite Guidone, il podestà nulla impose, anzi diede ai Lamporecchiani castaneas et bladas. 108 Ibidem, 136, 1221, Giovannectus f. q. Guilielmi: item dicit quod, si nuntius episcopi est prius in Lamp., quando ibi aliquod maleficium committitur vel postea, punit eum vel eos qui commiserint, et si tunc quando ibi est venit nuntius potestatis aut consulum Pist., recipit expensas a nuntiis episcopi et victuras et non aliut, et recedit; verumtamen, si prius venerint castaldiones Una comunità divisa 223 109 Così fece, seppur con riferimento a Batoni, Ranieri del fu Vito . Gli altri furono molto chiari, andarono fino in fondo. Qualcuno, se possibile, fino a definirne con precisione la gradazione e i contorni. Con una tale capacità di distinzione, anche semantica, si espressero Buoncompagno di Martinetto e Guittardo di Giandolfino: il primo riferì che al vescovo toccavano gli affitti, i censi e l’albergaria, ma che al Comune spettava la giurisdizione110. Un dominium che nasceva dalla facoltà stessa delle magistrature cittadine di giudicare gli homines di Lamporecchio. Ancora più efficace e sintetico il punto di vista del secondo: Guittardo sottolineò, infatti, che il vescovo controllava gli uomini, ma che la città puniva i malefici – episcopus amasciat homines, set civitas punit maleficia111. Questa distinzione, evidentemente, così diffusa nella percezione della gente comune, rappresenta il viatico più efficace per inquadrare al meglio la cornice politica della contesa per dominare su Lamporecchio. Una contesa che coinvolse pesantemente la popolazione locale, che richiese ingenti investimenti finanziari, che fece della strategia insediativa e dell’inchiesta giudiziaria i suoi cardini centrali, e che costituì, in ultima istanza, una chiave di volta fondamen- tale nell’assetto delle strutture politiche e sociali del contado pistoiese. E le parole di Guittardo ebbero un riflesso più generale in quel che successe dopo la fine della seduta giudiziaria. Nella mancanza di una sentenza che sancisse gli esiti di quel procedimento assumono un significato importante alcuni atti di poco posteriori. Il 24 dicembre 1222 il podestà di Pistoia Gerardo di Guglielmo Rangoni si impegnò, col castaldo vescovile, a convocare tutti gli uomini di Lamporecchio che avevano ingiuriato il vescovo Soffredo, con la pena del bando per gli inadempienti112. Ancor più eloquente, se vogliamo, fu l’impegno sottoscritto dal castaldo comunale, l’11 aprile 1224, di far giurare ai Lamporecchiani la fedeltà all’episcopio, fatta salva però la giurisdizio- ne che rimaneva di competenza cittadina – salva iurisdictione et ratione aut nuntii civitatis, ante quam puniatur, punit eum vel eos pro comuni Pist., et nichil inde habet episcopus. 109 Ibidem, Rinieri f. q. Viti, ad vocem. 110 Ibidem, Buoncompagnus f. q. Martinecti, ad vocem: dice che la giurisdizione di Lamporecchio è del Comune di Pistoia, quia iudicat eos; ma il vescovo vi riceve albergarias et pensiones et adfictum e admasciat. 111 Ibidem, Guittardus f. Giandolfini, ad vocem: afferma che il castello di Batoni è del Comune. Infatti il vescovo amasciat homines in dicto castro, set civitas punit maleficia. 112 Ibidem, 174, 1222 dicembre 24. 224 II.4 Due castelli, due poteri et usu et consuetudine quam ibi vel in eis civitas Pistorii habet vel habere 113 consuevit . Una ratifica formale che non mancò di avallare, il 26 114 agosto 1226, anche l’imperatore Federico II . Si trattava di passaggi, in verità, di una natura più formale e compromissoria che politica: il vento era cambiato, le popolazioni avvertivano chiaramente, a quel punto, che il potere reale era di fatto nelle mani della città. Le vicende di Lamporecchio, con il suo incastellamento strategi- co e il suo precoce decastellamento, con le reazioni, talvolta scompo- ste, talvolta accorate, di una collettività stressata dalla condivisione di un conflitto ampio e policromo, furono un terreno di verifica decisivo dei rapporti di forza interni al districtus. Fu quella una tappa significa- tiva nella costruzione dello spazio politico comunale: si definì lì, e con più chiarezza che altrove, chi avrebbe assunto il ruolo ordinatore del territorium civitatis. E il tutto nonostante si fosse atteso il 30 ottobre 1279 per conoscere una soluzione definitiva di quella disputa115: a quell’epoca gli scenari erano davvero mutati e se il vescovado esprime- va ancora un’egemonia economica e una capacità di coinvolgimento sociale, talvolta anche capillare all’interno dei villaggi rurali116, certo non poteva, e in nessun modo, intaccare il dominio politico della città sulle sue campagne. 113 Ibidem, 201, 1224 aprile 11. Un impegno questo che seguiva nella sostanza quello già preso precedentemente, il 23 dicembre 1223, dal podestà Alberto Cattaneo con le comunità di Lamporecchio, di Orbignano e di Batoni (ibidem, 192, 1223 dicembre 23). 114 ASF, Vescovado, 1226 agosto 26. 115 Liber censuum, 456, 1279 ottobre 30. 116 Anche se riferibile al 1221 può essere significativa una parte della dichiarazione di uno dei testi favorevoli al vescovo, Federico del fu Burnetto: ad un certo punto della sua testimonianza egli fece riferimento, appunto, al fatto che alcuni Batonesi pagavano somme al vescovo pro intramento di alcuni poderi (ibidem, 136, 1221, Fredericus f. q. Burnecti, ad vocem). Una conferma ulteriore di quanto fosse diffusa la proprietà fondiaria vescovile e capace di condizionare e legare le popolazioni della campagna pistoiese. 225 Parte terza Pratiche e linguaggi del potere: scrivere per possedere, scrivere per dominare, scrivere per governare 226 III.1 I ribelli di Fagno 227 III. 1 I ribelli di Fagno. Il vescovo davanti al Comune (1223) Il Duecento segnò a Pistoia, e un pò dovunque nell’Italia centro- settentrionale, uno snodo e un momento di passaggio fondamentale fra due paradigmi del potere: quello signorile e quello comunale. Un passaggio, però, più lento, articolato e graduale di quanto spesso si sarebbe indotti a pensare sulla scorta di talune letture storiografiche, dettate dalla precomprensione e dalla semplificazione1. Se è ormai sufficientemente acquisito che il Comune non fu, dovunque e secondo meccanismi consequenziali, l’organismo politico che seguì e cancellò 2 la cosiddetta «età feudale» , non sono, tuttavia, altrettanto chiare le strutture interne, sociali e politiche, delle istituzioni comunali e i loro legami col mondo signorile. Legami, non sarà mai inutile ribadirlo, di natura complessa, sfumata, ma pur sempre forti e duraturi nel tempo 3 fin dentro il pieno Duecento e, in qualche caso, anche oltre . Legami che avevano la loro tenuta nella connotazione signorile di molte delle 4 componenti sociali del primo Comune ; legami, ancora, che in un 1 Per l’accezione con cui si è fatto uso del termine precomprensione, cfr. HESPANHA, Storia delle istituzioni, pp. 9 e sgg. 2 Il rapporto tra acquisizioni della ricerca e senso storico comune è stato indagato, nei suoi risvolti problematici e nei suoi esiti deformanti da SERGI, Idea di Medioevo, pp. 9-17 e 89- 97. Sul concetto di feudalesimo, sulla sua fortuna nella medievistica dell’ultimo secolo e sul rapporto specifico fra «età feudale» e mondo comunale si vedano le recenti considerazioni nella sintesi fornita da ALBERTONI, PROVERO, Feudalesimo, pp. 19-26 e 103-115. 3 Si vedano, a titolo esemplificativo, gli atti di un recente convegno su questo tema anche se quasi interamente dedicati all’Italia settentrionale: Poteri signorili e feudali. Per la Toscana cfr. CHERUBINI, Signori, contadini, borghesi, pp. 177-228. 4 All’interno di una letteratura vastissima e di una discussione che ha a lungo travagliato la storiografia più o meno recente sull’età comunale, si vedano i contributi di BORDONE (I ceti dirigenti urbani, pp. 39-65) e di MAIRE VIGUEUR (Cavalieri e cittadini, pp. 269-357). 228 III.1 I ribelli di Fagno contesto fluido e dalla labile definizione istituzionale e formale, si saldavano nella compenetrazione delle esperienze politiche, nella permeabilità delle prerogative patrimoniali, nella indeterminatezza, talvolta anche marcata, delle competenze giurisdizionali e delle prero- gative di controllo sugli uomini5. Si dovrà notare che un tale quadro di relazioni e di sovrapposizioni fra mondo signorile e mondo comunale, abbia inciso con più forza, per qualità e per durata, nelle strutture sociali, politiche e patrimoniali delle campagne. Il mondo signorile e quello comunale dovrebbero essere visti, allora, come due paradigmi del potere ben distinti, ma per lungo tempo in serrato dialogo e proficuo interscambio. Due paradigmi del potere che poggiavano su pilastri interpretativi della realtà sociale e dell’immaginario politico molto diversi e che avevano al loro fondo idee del dominio, del comando sugli uomini e della giustizia assai distanti. Una distanza che si declinava anche nei termini di saperi, di culture politiche, di linguaggi della conflittualità6. Dall’immediatezza delle relazioni al ruolo della dottrina giuridica, dall’informalità delle pratiche di potere al ruolo della scrittura e della formalizzazione delle procedure politiche, dall’uso della violenza all’affermazione della 7 prassi giudiziaria e processuale . Non sarà difficile intuire che siamo in presenza di questioni molto grandi e dalle vaste implicazioni: questio- ni che se affrontate en passant inducono al rischio della semplificazio- ne eccessiva. Rischio che, tuttavia, vale la pena di correre. Ad ogni buon conto è proprio in un tale contesto di larga compenetrazione di sistemi di potere e di linguaggi politici che si colloca la sentenza documentata dall’instrumentum pistoiese, redatto dal notaio Chiaro e conservato nel fondo Diplomatico, Vescovado di Pistoia che qui di seguito pubblichiamo integralmente8. E qui si mostra con sufficiente chiarezza come quella relazione si sia fatta, in qualche 5 Le molte questioni di natura sociale, politica e giuridica che emergevano nel contatto fra realtà feudale-signorile e comunale sono affrontate in un saggio, prevalentemente rivolto ai casi di Pisa e di Milano, da ROSSETTI, Elementi feudali. 6 Qualche spunto, sebbene non siano trattazioni sistematiche, su questi aspetti in WICKHAM, Lawyers’ time; per la Toscana l’emergere di saperi legati al diritto e lo sviluppo di procedure di regolazione dei conflitti sono stati indagati in IDEM, Legge, pratiche, conflitti. 7 Ibidem, pp. 26-27 e 113; Settlement of Disputes; Giustizia nell’Alto Medioevo; PADOA SCHIOPPA, Italia ed Europa, pp. 53-81 e 83-99; VALLERANI, Giustizia pubblica. Si vedano anche, in una più ampia prospettiva culturale i contributi di GUREVIC, Le categorie della cultura, pp. 163-223 e i saggi raccolti nel volume Cultures of Power. 8 ASF, Vescovado, 1223 gennaio 24. Il documento è pubblicato più avanti. I ribelli di Fagno 229 caso, addirittura dialogo aperto e costruttivo. E in questo caso speci- fico non si trattò del vago riconoscimento di un quadro mentale o di un universo politico ‘altro’ e in via di progressiva affermazione, come quello comunale. Ma di più, della piena legittimazione di un sistema procedurale e delle sue concrete applicazioni positive. Il 23 gennaio 1223 il sindaco del vescovo, Burnello, si recò di fronte al giudice del Comune di Pistoia, Egidio de Carettis, per denunciare il comportamento tenuto da alcuni uomini del castello di Fagno. Il tenore del libellus, le ragioni della denuncia erano chiare e concise. Tre uomini della comunità di Fagno – Benedetto, Castellano e Martino – non volevano riconoscere il vescovo, da poco eletto, come loro signore: non intendevano, pertanto, sottostare ai diritti di giusti- zia e di comando avanzati dal dominus e, vieppiù, si rifiutavano di rendergli gli omaggi dovuti e di versargli il canone annuo monetario e in natura. Un onere che ammontava a sedici denari più una quartina e un terzo di castagne. Non sono, invece, specificati nel documento gli omaggi, se non per il fatto che dovevano rientrare nelle prestazioni tipiche della condizione colonaria. Così si esprime la lettera della protesta vescovile: tanquam coloni colonaria conditione detenti et districti et prestent ipsi episcopio et eius nuntiis albergariam pro parte eos contingenti et faciant ambaxatas pro episcopio. Un quadro nella sostan- za tutto sommato non eccezionale, allineato a molti dei contrasti che interessavano i rapporti tra signori e contadini, tra proprietari e dipendenti nelle campagne toscane di questo periodo9. Gli elementi di originalità se vogliamo risiedevano altrove. Su quelli occorrerà soffer- marsi, di quelli si dovranno precisare i contorni: si tratta di elementi che rimandano con forza ai rapporti tra signoria e Comune, e ancora, alla gradazione tra la giurisdizione personale e la giurisdizione territo- riale sugli uomini. 9 Cfr. i contributi contenuti negli Atti del Convegno pisano La signoria rurale, II, con tutta la bibliografia di riferimento. Ma sono da vedere anche CONTI, Formazione; CHERUBINI, Signori, contadini, borghesi; KOTEL’NIKOVA, Mondo contadino, pp. 143 sgg. e 231 sgg; JONES, Origini medievali, pp. 371-433; CORTONESI, Contratti agrari e proprietà ecclesiastica. All’interno del contado pistoiese, significativa fu la disputa che oppose, il 10 aprile 1208, l’ospizio di Pratum Episcopi e Gisletto del fu Giovanni da Prombialla. Il contenzioso, portato di fronte al console di Pistoia Schiatta di Cotennaccio, verteva proprio sulla condizione giuridica del suddetto Gisletto: il rettore Andrea dichiarava, infatti, che questi era homo hospitalis e che tutti i beni, mulini e gualchiere, che gestiva erano dell’hospitium (ASF, Pistoia, 1208 aprile 10). 230 III.1 I ribelli di Fagno Il primo degli elementi appare di particolare interesse. All’alba del terzo decennio del Duecento sembra di poter dire, infatti, che un potere forte come quello esercitato dal vescovo di Pistoia, uno dei più stringenti nel quadro toscano e dei più condizionanti gli equilibri interni al districtus pistoiese10, avesse di fatto e di diritto riconosciuto piena legittimità agli organi giudiziari del Comune cittadino. Una piena legittimità che diveniva addirittura soggezione alla curia giudiziaria comunale. Quel che colpisce non sta tanto nel fatto che, qui come altrove, le competenze giudiziarie dei Comuni fossero progres- sivamente dominanti, ma semmai che lo fossero proprio sul terreno che aveva per lungo tempo visto quei poteri opposti e concorrenti. E opposti con tenacia e dispendio notevole di energie e di risorse. Il pensiero non può non correre, a questo punto, al lungo conflitto che aveva diviso quei contendenti per la giurisdizione su alcuni castelli e comunità del contado11. E, potrà sembrare ancora più strano ma il castello di Fagno era per giunta proprio una delle località, anche se non probabilmente la più importante, per cui si era generato e protratto nel tempo quel conflitto fino al giudizio dei legati pontifici12. Su questa località della valle del Vincio, del resto, già attestata tra le pertinenze vescovili nel grande livello con cui nel 1067 il vescovo Leone aveva concesso a Signoretto di Gerardo i diritti di sepoltura e le decime su alcune ville di quella vallata13, il potere episcopale si era dispiegato, insieme a quello del Capitolo di San Zenone e di alcuni 14 gruppi signorili minori, fino alle soglie del secolo XIII . Proprio fino al momento in cui il Comune cittadino non ne aveva rivendicato con forza la titolarità. Il secondo degli elementi, strettamente connesso al primo, non è 10 Per un quadro comparativo a livello toscano, cfr. a Vescovo e città nell’Alto Medioevo; per il ruolo del vescovado nel panorama signorile pistoiese mi sia consentito rimandare ad alcuni miei lavori FRANCESCONI, Districtus (ora supra capitolo I.2); IDEM, Signoria rurale (ora supra capitolo I.1). 11 Cfr. FERRALI, Temporalità; e adesso anche FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines» (ora supra capitolo II.4). 12 Le località per cui si era generato quel vasto conflitto fra vescovo e Comune erano quelle di Montemagno, Quarrata, Buriano, Lamporecchio, Orbignano, Vinacciano, Momigno, Celle, Vignano, Petriolo, Saturnana, Batoni e, appunto, Fagno. 13 RCP, Vescovado, 10, 1067 novembre. 14 Qui di seguito si elencano le più antiche menzioni legate a beni, possedimenti e poteri esercitati dai vari gruppi signorili, ecclesiastici e laici, su Fagno: RCP, Canonica XI, 17, 957 settembre 1 – dicembre 14; RCP, Canonica XII, 367, 1088 maggio – 1117 febbraio; ibidem, 380, 1121 luglio 28; ibidem, 509, 1168 agosto 12. I ribelli di Fagno 231 certo di minore importanza. Un aspetto che richiama, nondimeno, un problema da sempre al centro dell’interesse dei medievisti e fortemen- te rinvigorito di recente da una nuova attenzione storiografica: quello delle condizioni giuridiche dei contadini, delle reali situazioni dei dipendenti all’interno delle signorie rurali15. Homines, coloni, manentes, fideles sono i termini più frequenti con cui le fonti tracciano un vocabolario della dipendenza signorile: termini, peraltro, la cui decli- nazione semantica sembra variare in rapporto alla qualità e all’inten- sità stessa di quella soggezione. Come ha di recente scritto Simone Collavini «la stessa persona poteva essere entrambe le cose – fidelis o colonus –, ma la differenza tra le due qualità era chiara e i termini non erano equivalenti e intercambiabili – e ancora – che le due aree semantiche rimandano rispettivamente alla sfera della signoria territo- riale e a quella della signoria fondiaria»16. Difficile poter dire se la linea di divisione tra queste due qualità della soggezione personale fosse sempre così netta e riconoscibile: quel che appare, tuttavia, certo è che si trattava di gradi diversi di subordinazione, l’uno più onorevole, legato alla giurisdizione e politicizzato, l’altro più inerente al dominio terriero e alle servitù rustiche17. La denuncia avanzata dal sindaco del vescovo di Pistoia Burnello parrebbe andare in questa precisa direzione. Come è già stato ricorda- to, infatti, il castello di Fagno era una delle comunità che le magistra- ture cittadine avevano conteso al vescovo e che, di fatto, erano passate sotto il loro controllo dopo l’aspra disputa discussa dai legati apostolici nell’autunno del 1221. Fagno e la sua curia, dunque, erano entrate a far parte della giurisdizione territoriale cittadina: ne sono un riscontro attendibile, anche se più tardo, le attestazioni nel Liber focorum del 15 Si tratta di un tema classico di ricerca a partire dai lavori di BLOCH, Servitù nella società, di LUZZATTO, Dai servi della gleba e di VACCARI, Affrancazione dei servi fino alle più recenti rivisitazioni e reimpostazioni di PANERO, Schiavi, servi e villani e di COLLAVINI, Il «servaggio» in Toscana; Condizione dei rustici/villani sul versante strettamente storico e di TAVILLA «Homo alterius» e CONTE, Servi medievali su quello storico-giuridico. Una recente sintesi sul problema in PASQUALI, La condizione degli uomini. 16 COLLAVINI , La condizione dei rustici/villani, rispettivamente alle pp. 353 e 355. 17 Cfr. a questo proposito le sottili considerazioni svolte da BARBERO, Vassalli, nobili e cavalieri fra città e campagna, consultabile in formato digitale nella Biblioteca di Reti Medievali a partire dalle carte processuali relative a due vassalli del vescovo d’Ivrea, residenti ad Albiano. Criteri di divisione sociale che erano già presenti nella famosa convenzione del 1102 fra il monastero di S. Sisto e gli uomini di Guastalla, nel piacentino: CAMMAROSANO, Campagne nell’età comunale, pp. 36-37. Si veda anche PANERO, Terre in concessione, pp. 271 sgg. e PIRILLO, Famiglia e mobilità sociale, pp. 7-37. 232 III.1 I ribelli di Fagno 18 1244 e nel Liber finium del 1255 . Ecco che allora quella protesta avanzata dal vescovo doveva, a soli due anni di distanza da quell’aspro contenzioso, riferirsi alla sfera dei diritti della signoria fondiaria e personale. E, in effetti, quel che si chiedeva dovessero riconoscere Benedetto, Martino e Castellano da Fagno al vescovo era il ruolo di signore fondiario: soggetti non come fideles, ma tanquam coloni colonaria conditione detenti et districti. Ma non è tutto. C’è di più. Ed è persino più complesso, se non addirittura contraddittorio. Subito prima di avanzare la richiesta esplicita che i tre fagnesi fossero considerati coloni vescovili parrebbe, infatti, che Burnello avesse reclamato anche un ruolo più politico per il vescovo: e cioè che fosse considerato sicut dominum et sint – i tre in questione – sub eo de placito et districtu et revereantur in habitent pro episcopio apud Fagnum. Placito, distretto e l’omaggio di riverenza all’arrivo del seguito episcopale lasciano effettivamente pensare ai tratti più qualificanti di un qualsiasi nucleo di potere signorile, ai connotati fondamentali di ogni egemonia politica e territoriale. Benin- teso che la morfologia della dipendenza contadina poteva assumere, non di rado, attributi di giurisdizionalità e di invasività ben definiti. Non erano infrequenti, per l’appunto, i casi in cui la condizione colonaria o di manentia – come è ben evidente nella Lucchesia studiata da Wickham – includeva la soggezione ad obblighi di più spiccato carattere signorile come il placitum, l’albergaria, la fidelitas19. La signoria vescovile su Fagno presenta, però, una situazione più artico- lata e controversa. Un quadro più complesso, si diceva, aggiungerei fino all’incoe- renza. E almeno per due motivi. In primo luogo, non si capisce come una richiesta di questo tenore, di natura politica, potesse essere presentata alla curia giudiziaria comunale, alle magistrature, cioè, giurisdizionalmente concorrenti. Alle quali, per di più, si chiedeva di tutelare un diritto della parte avversa e con cui, fino a poco prima, vi era stato aperto conflitto proprio su quello stesso terreno. In secondo 18 Liber focorum, alle pp. 145-146 e Liber finium, alle pp. 287, 288, 291. 19 WICKHAM, «Manentes» e diritti signorili, pp. 1068, 1075, 1078. Gli elementi che connotavano il signore di un villano sono efficacemente ricordati da COLLAVINI, Il «servaggio» in Toscana, nota 12 e testo relativo. Assai eloquenti fra le altre, in tal senso, le risposte che furono date dai testi invitati a deporre nel contenzioso che opponeva il monastero di San Salvatore all’Isola e il senese Dono per i diritti di signoria sui figli del rustico Guglielmo Faloppa (CAMMAROSANO, Abbadia a Isola, n. 104, 1191-1197, pp. 384-394). I ribelli di Fagno 233 luogo, non è chiaro come possa accordarsi la richiesta dei diritti di giustizia e di comando con la qualifica di coloni invocata per i tre uomini «ribelli» al dominio vescovile. Siamo, invero, venuti ripetendo che la qualifica di colonus si legava ad una situazione di dipendenza personale, di soggezione assimilabile al servaggio piuttosto che a quella di suddito di una signoria politica. E, seppur con qualche forzatura concettuale, questa parrebbe essere la ragione di tanta apparente incoerenza. Il linguaggio del libellus potrebbe rimandare alle ragioni di una denuncia del vescovo per la giurisdizione personale sugli uomini di Fagno: una denuncia spinta fino alle estreme conseguenze linguistiche da parte del querelante e del notaio redattore della carta. Burnello e Chiaro, insomma, nell’intento di riportare con forza gli uomini di quella comunità ai loro doveri di soggezione personale all’episcopio, doveri che potevano sommarsi a quelli della soggezione territoriale al Comune cittadino20, potrebbero aver fatto uso di una terminologia più forte, di argomenti che conferissero più peso al senso di una rivendi- cazione che si inseriva, per di più, in un quadro dai fragili equilibri21. Il ricorso ad un linguaggio politico di chiara ascendenza signorile rivela la volontà vescovile di affermarsi senza timore. Ma non solo. Ci sono altri aspetti significativi. Da un lato, la maturazione lenta di un codice espressivo di impronta comunale e, dall’altro, l’intensità performativa di un messaggio che, fondato sui concetti centrali della 20 La complessa articolazione dei diritti sugli uomini all’interno delle signorie territoria- li, con contadini che potevano dipendere da signori o, comunque, da poteri diversi è resa in modo quasi paradigmatico da un accordo lucchese, degli anni 1075-1080, relativo a Moriano. Il testo di quella concordia riconosceva, infatti, al vescovo la giurisdizione su tutti gli abitanti della curia di Moriano, con la sola eccezione per un gruppo di contadini individuati come manentes che erano invece dipendenti dai Montemagno (WICKHAM, «Manentes» e diritti signorili, p. 1067). La casistica potrebbe allargarsi considerevolmente anche ad altre aree della Toscana, soprattutto quella guidinga, se facessimo ricorso alle liti per la spartizione personale degli uomini e per la definizione del loro status (PANERO, Schiavi, servi, villani, pp. 213-214; COLLAVINI, La condizione dei rustici/villani, p. 360; per un caso specifico relativo al monastero di Rosano rimando al mio FRANCESCONI, Signoria monastica, pp. 50 e 58-60. 21 Il rapporto tra il linguaggio, il suo uso e il collegamento tra un contesto storico e la forza di una comunicazione sono state approfondite proprio nel rapporto con i processi di mutamento del potere medievale da COSTA, «Iurisdictio», passim e le pp. 48-59. Un quadro problematico dei rapporti tra il linguaggio e la sua forza illocutoria, tra azione e atto linguistico è in SKINNER, Significato, atti linguistici; la relazione tra controversia ideologica e disaccordo linguistico, sulla base delle ricerche di Raymond Williams, è invece discussa in IDEM, Linguaggio e mutamento sociale, pp. 155-175. Tra i moltissimi richiami che potremmo fare da Austin a Searle a Pocock ci limitiamo a rimandare al volume collettaneo Atti linguistici. 234 III.1 I ribelli di Fagno semantica politica signorile, cercava di instaurare uno scontro lingui- stico con le magistrature comunali, nell’intento di rivendicare la più piena autonomia da un ordinamento sociale e giuridico fondato su idee contrapposte. Il linguaggio stesso diveniva antagonistico. E non solo e non tanto per il recente contrasto che aveva visto opposto il vescovado al Comune. Anche se quel conflitto aveva verosimilmente allentato la coesione dei legami fra l’episcopio e gli uomini delle comunità sfuggite al suo controllo politico. Vi erano in gioco altre questioni. La delicata transizione interna alla curia vescovile doveva aver avuto un ruolo non meno importante. La morte del combattivo vescovo Soffredo alla fine del 1222 lasciava aperte molte questioni irrisolte, sia nella gestione pastorale della diocesi, sia nei rapporti con le autorità cittadine, sia, e direi soprattutto, negli assetti politici del territorio22. Dovette essere quel clima di generale incertezza che caratterizza- va l’ambiente vescovile a condizionare il comportamento del suo rappresentante e a forzare la richiesta rivolta agli ufficiali comunali. Una richiesta che aveva prodotto la confessione dei tre uomini e la successiva sentenza del giudice del Comune. Quell’esplicito riferi- mento ai doveri che gli uomini di Fagno dovevano al nuovo eletto lasciano intendere che l’eredità raccolta da Graziadio Berlinghieri non doveva essere affatto comoda e semplice. Di qui, con tutta probabilità, l’accento marcato di una denuncia che rivelava tutta la forza, anche eccessiva, di chi si sente venire meno il terreno sotto i piedi. Di qui il gesto non del tutto consueto della signoria vescovile, una signoria ancora attiva come quella pistoiese, di «sedersi davanti al Comune». 22 In mancanza di uno studio organico delle vicende storiche, patrimoniali e pastorali del vescovado pistoiese in età comunale, l’analisi più completa è ancora, seppur rivolta prevalentemente alla valutazione delle trasformazioni architettoniche del palazzo episcopale, quello di RAUTY, Antico palazzo, pp. 41-135 e p. 356. Notizie, per quanto di sfuggita, sul vescovo Graziadio Berlinghieri in FERRALI, Temporalità, p. 152. Più in generale sulle attività dei vescovi medievali si può ancora consultare con profitto il classico lavoro di BRENTANO, Due chiese; più di recente l’interesse nei confronti di questa tematica classica è stata riproposta da alcune pubblicazioni miscellanee: Difficile mestiere di vescovo; Vescovi medievali. I ribelli di Fagno 235 INSTRUMENTUM 1223 gennaio 24 Il sindaco del vescovo di Pistoia, Burnello, avanza una denuncia al giudice del Comune, Egidio de Carettis, affinché alcuni uomini di Fagno riconoscano gli omaggi, i censi e i tributi consueti anche al vescovo da poco nominato. Originale in ASF, Diplomatico, Vescovado di Pistoia [A]. La pergamena di irregolare forma trapezoidale, misura circa 290 mm in altezza e circa 230 mm in larghezza. La parte superiore e destra della cartapecora è interessata da chiazze di umidità che non ne pregiudicano, comunque, la lettura; la parte inferiore del margine sinistro è interessata da piccole rosure. In Christi nomine amen. Burnellus sindicus episcopii Pistoriensis, nomine ipsius episcopii, reclama|vit mihi Egidio de Carettis, iudici comunis Pistoriensis, de Benedicto et Ca|stellano et Martino petens ab eis nomine ipsius episcopii ut recognoscant | dominum electum in episcopum Pistoriensis et eum [...], pro tempore fuerit episcopus, pro domino et | sicut dominum et sint sub eo de placito et districtu et revereantur in ha|bitent pro episcopio apud Fagnum, in castello de Fagno, tanquam coloni, | colonaria conditione detenti et districti; et prestent ipsi episcopio et eius | nuntiis albergariam pro parte eos contingenti et faciant ambaxatas pro | episcopio et annuam pensionem XVI denariorum et annuum affictum unius quarti|ne castanearum passarum et tertiam partem alterius quartine, salvo iure in | aliis propositis conditionibus ex lege sub titulo ‘De agriculis’ et censo vel tritico vel ex stipulatu | vel prescriptis verbis et officium iudicis et omnia iura facientia ad causam et | hec petente salva possessione vel quasi omnium predictorum, non renuntiando possessioni | vel quasi. Qui prefati Benedictus [et] Castellanus et Martinus venientes coram me | in curia predictam petitionem receperunt tandem habita deliberatione super predictis | omnia et singula suprascripta se facere et prestare debere dicto episcopio et Burnello sindico | suprascripto pro episcopio confessi fuerunt. Unde ego dictus iudex, auditis suprascriptis 236 III.1 I ribelli di Fagno confessionibus, | prefatos Benedictum et Castellanum et Martinum ad facienda et prestanda omnia et sin|gula suprascripta suprascripto episcopio et Burnello pro ipso episcopio et episcopo, qui pro tempore fuerit, senten|tialiter condempno. Lata Pistorii in palatio comunis Pistoriensis, presentibus dominis Iohanne et Rainerio | iudicibus et Octavante notarius et Ugolino artefici et multis aliis, dominice nativitatis | anno Millesimo ducentesimo vigesimotertio, nono kalendas februarii, indictione undecima.| Ego Clarus sacri palatii notarius atque tabellio prelationi huius interfui et eam suprascripti | iudicis mandato fideliter scribens in publicum redegi. 237 III. 2 L’inchiesta e il potere. Larciano dai conti Guidi al Comune cittadino I GUIDI, IL CASTELLO E IL PADULE Il 23 novembre 1226, in confinibus de Aliana, messer Guittoncino di Sigiboldo e Schiatta di Pugliese, in qualità di procuratori del Comune di Pistoia, acquistarono dai conti Guidi il castello di Larciano con tutte le sue pertinenze, il suo distretto e gli annessi diritti 1 giurisdizionali, per una somma pari a seimila lire pisane . La transazio- ne, perfezionata nei giorni successivi con atti rogati nelle residenze più 2 significative della grande dinastia comitale tosco-romagnola , segnava di fatto e ormai anche de iure la progressiva, se non definitiva, perdita 3 di terre, uomini e diritti della famiglia guidinga nel contado pistoiese . 1 Liber censuum, 269, 1226 novembre 23. L’acquisto, dopo la nomina dei procuratori da parte del Podestà Ardeicus de Posterla (ibidem, 267, 1226 novembre 15) ed effettuato dai figli di Guido Guerra III, i conti Marcovaldo e Aghinolfo, comprendeva Larcianum et castrum Larciani sive de Larciano et eius curtem totam et districtum et iurisdictionem eiusdem castri e degli uomini sive sint homines vel inquilini aut coloni aut amasiamenta vel dismasiamenta, sive terre vel vinee aut possessiones, più villam de Cecina et villam de Casi et villam de Collecchio. 2 Ibidem, 270, 1226 novembre 23, in civitate Pistoria, apud hospitale S. Johannis Jerosolimitani; 271, 1226 novembre 24; 272, 1226 novembre 26, Florentie, in palatio comitum filiorum quondam comitis Guidonis; 273, 1226 novembre 29, in palatio de Popio. 3 Le origini e i primi secoli di radicamento dei conti Guidi in Toscana sono stati recentemente oggetto di studio da parte di RAUTY, I conti Guidi in Toscana; I conti Guidi in Toscana. Le origini. Le vicende duecentesche della dinastia, in particolare per il Valdarno di Sopra, sono state studiate da BICCHIERAI, La signoria dei conti Guidi, il quale afferma, riprendendo alcune osservazioni di Ernesto Sesatan, «che i tentativi di rafforzare le basi signorili cedendo alle città – Firenze, Pistoia – ciò che non era più difendibile e costruendo quadri territoriali più compatti, vengono frustrati dalla caduta con la morte di Federico II di ogni prospettiva imperiale e dal sorgere di contrasti che portano al frantumarsi dell’unità del comitato», p. 88 e nota 11. Tutto incentrato sulle basi materiali e sulle modalità di formazione del comitatus guidingo è invece il contributo di COLLAVINI, Le basi economiche. 238 III.2 L’inchiesta e il potere Un passaggio che costituiva, per altro verso, un tassello importante di quella costruzione del districtus cittadino che il Comune di Pistoia aveva avviato lungo il secolo XII e che ormai nel terzo decennio del Duecento, se non poteva dirsi conclusa, andava di certo assumendo i contorni della completezza territoriale, con l’acquisizione di centri demici di particolare importanza politica ed economica4. Con l’acqui- sto del castrum Larciani, del resto, così come era avvenuto qualche anno prima con il recupero dei diritti sul vicino castello di 5 Lamporecchio, a lungo conteso con l’episcopio , si definiva il fronte meridionale del comitatus Pistoriensis, oltre il crinale del Montalbano verso la Valdinievole. Il consolidamento del territorio cittadino non aveva seguito, d’altro canto, uno schema organizzativo ben definito sin dall’inizio: soltanto dallo scorcio del secolo XII le strategie territoriali andarono acquisendo più nitide finalità programmatiche, accordandosi con le esigenze della politica urbana e, quindi, con la necessità di razionalizzare le forme del popolamento, di scardinare le concorrenti compagini signorili, di pianificare le risorse fiscali del dominio cittadino e di accrescere il potenziale infrastrutturale di una città con una pronun- ciata vocazione mercantile e finanziaria. I primi decenni del Duecento furono così impegnati nella realizzazione di un piano organico di strutturazione delle aree confinarie a nord e a sud del contado: in una prima fase, dovette essere avvertita come prioritaria la sistemazione dell’area appenninica di crinale verso Bologna6, mentre in un secondo momento le energie furono rivolte al versante meridionale al di là del Montalbano, verso la Valdinievole, il Valdarno inferiore e, attraverso 4 Per la formazione del districtus comunale pistoiese mi permetto di rimandare al mio saggio FRANCESCONI, Districtus (ora supra capitolo I.2). 5 Per le complesse vicende legate al conflitto del Comune con il vescovado per la definizione dei diritti sulla comunità di Lamporecchio si vedano FERRALI, Le temporalità; FRANCESCONI, Incastellamento (cfr. supra capitolo II.2) e IDEM, «Episcopus amasciat homines» (ora supra capitolo II.4). 6 L’attenzione pistoiese verso la sistemazione del confine appenninico si può far risalire all’acquisto del castello di Bargi del 1177 dal dominus locale Ciottolo (Liber censuum, 3, 1177 novembre 24. Una situazione d’instabilità politica e militare quella tra le città di Bologna e di Pistoia che si giocò tutta sul controllo del crinale e delle vallate delle Limentre e che, a più riprese, le vide fronteggiarsi in operazioni belliche fino alla pace di Viterbo del 1219 che segnò una linea di confine rimasta inalterata fino ad oggi e che riconobbe a Pistoia i territori di Treppio, Fossato, Torri e Monticelli e riconfermò al vescovo i diritti sulla Sambuca (Ibidem, 88, 1219 ottobre 16 e i lavori di RAUTY, Il castello della Sambuca, pp. 45-46 e ZAGNONI, Sintesi del confine). I Guidi, il castello e il Padule 239 il padule di Fucecchio, verso il mare. In questa prospettiva si dovranno interpretare tutte quelle risorse politiche, diplomatiche e finanziarie che il Comune cittadino investì durante i primi decenni del secolo XIII per acquisire, oltre il passo del San Baronto, i centri murati di Lamporecchio e di Larciano7. Il castrum di Larciano con il suo relativamente ampio e variegato 8 territorio , che dalla sommità del Montalbano digradava fino alla pianura acquitrinosa a ridosso del padule, non solo poteva costituire un significativo bacino di prelievo fiscale con i suoi oltre 9 duecentocinquanta fuochi se vi sommiamo anche il villaggio di Cecina , ma soprattutto consentiva alle magistrature urbane di ampliare e diversificare i loro introiti economici su un versante come quello delle 10 aree umide e dei loro proventi . Ed economia delle aree umide, in questo caso, non si traduceva esclusivamente nella consueta riscossio- ne dei diritti di pesca e nel connesso sfruttamento dell’incolto e delle risorse ittiche da immettere nel mercato urbano, ma significava gettare lo sguardo, ampliare le prospettive di crescita verso più ampi scenari che soltanto i vasti orizzonti del mare potevano preservare11: acquista- re Larciano, in altre parole, investirvi cospicue risorse finanziarie, poteva voler dire sì estromettere un’importante famiglia signorile di origine comitale come i Guidi, poteva significare anche contenere l’avanzata del Comune lucchese verso oriente12, ma rappresentava più di ogni altra cosa, a nostro modo di vedere, il possibile accesso ad una economia di scala più ampia, ad un’economia che solo il mare con i suoi traffici, attraverso i porti palustri e la navigazione fluviale, poteva 7 Cfr. supra la nota 5. La particolare situazione che il conflitto tra vescovo e Comune produsse a Lamporecchio è stata affrontata in uno studio specifico, FRANCESCONI, «Episcopus amasciat homines» (ora supra capitolo II.4). 8 Per una descrizione duecentesca del territorio di Larciano, seppur incompleta date le finalità del documento, si vedano le confinazioni contenute nel Liber finium del Comune di Pistoia del 1255 (Liber finium). Per un esame di questa fonte si rimanda a FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium (ora infra capitolo III.4). 9 Liber focorum. I dati demografici alla metà del Duecento (1244) sono rilevabili calcolando, secondo il moltiplicatore utilizzato da David Herlihy (HERLIHY, Pistoia, p. 79), un rapporto di 1 a 4,65 tra ogni capofamiglia e il suo nucleo familiare: per cui secondo queste stime Larciano doveva contare una popolazione di circa 925 abitanti, mentre Cecina di circa 290, per un totale complessivo che si aggirava attorno alle 1215 persone. 10 A livello generale su questo tema si rimanda al recente volume Incolti, fiumi, paludi. 11 Il rapporto dell’Occidente medievale con il mare è sinteticamente ricostruito nella recente voce di BRESC, Mare. 12 Cfr. infra le note 83-85 e il testo relativo. 240 III.2 L’inchiesta e il potere 13 garantire . Che poi questa prospettiva per Pistoia si sia o meno realizzata è un altro discorso, persino scontato da valutare col senno di poi, ma non allora in un contesto politico ed economico che non aveva ancora decretato che con l’avanzare del Duecento Firenze sarebbe decollata al rango di metropoli14, e per di più di metropoli troppo vicina. Va detto, inoltre, che l’acquisizione di un porto palustre – ed era il caso del porto di Brugnano – non poteva garantire quell’agevole sistema di comunicazioni fluviali in cui si era sperato; in altri termini, non permetteva l’accesso diretto con la barca e le navicelle alle mura cittadine, ma obbligava l’allestimento di un complesso tragitto fluviale e terrestre che si fermava ad una distanza di circa venticinque chilome- tri dal centro cittadino, così come avveniva con Ponte a Signa per Firenze15. Ragioni politiche, fiscali, di strategia economica furono alla base di un disegno territoriale che i pistoiesi dovevano avere in animo di realizzare da tempo e che le divisioni interne al comitatus guidingo proprio di quegli anni indubbiamente dovettero agevolare, facendo rapidamente ripiegare i vecchi antagonisti verso scelte politiche di altra natura16. Si aprivano, a questo punto, per il ceto dirigente pistoiese, sebbene le difficoltà non mancassero, nuove prospettive di sviluppo economico per una città che aveva nel serrato interscambio tra mercato urbano e campagna, nel credito a medio e largo raggio e nelle attività artigianali e commerciali i suoi principali motori di crescita17. Queste prospettive, possiamo oggi affermarlo con una certa sicurezza, non furono sicuramente còlte e potenziate al meglio, com- plici probabilmente troppi fattori contrari e forse anche qualche sopravvalutazione, tanto che Pistoia mantenne inalterati quelli che erano stati i suoi più tradizionali canali produttivi. 13 Cfr. a livello generale TANGHERONI, Commercio e navigazione, pp. 261-270. 14 Cfr. M. GINATEMPO, Toscana; CHERUBINI, Firenze di Dante e da ultimo IDEM, Città comunali, in particolare la premessa e i saggi su Firenze e Pistoia. Sulla Pistoia tardo- duecentesca e la sua fisionomia nella Toscana del tempo, cfr. la sintesi di PINTO, Pistoia alla fine del XIII secolo. 15 MORELLI, La navigazione fluviale, pp. 102-103. 16 Su questo passaggio decisivo nella storia della famiglia comitale guidinga, cfr. a livello più generale PIRILLO, Signorie territoriali dell’Appennino e, nello specifico, BICCHIERAI, La signoria dei conti Guidi in Valdarno, p. 88 e COLLAVINI, Le basi matriali, testo relativo alla nota 57. 17 HERLIHY, Pistoia, pp. 171-196; FRANCESCONI, Qualche considerazione. Scrivere il territorio 241 SCRIVERE IL TERRITORIO, SCRIVERE I DIRITTI La politica, in ogni modo, attraverso le più importanti cariche istituzionali del Comune, si mosse con i mezzi che le erano più propri per ratificare, registrare e legittimare un passaggio giurisdizionale, la formale presa di possesso della terra di Larciano con i relativi diritti e tutti i suoi uomini, che avrebbe davvero potuto cambiare la fisionomia della Pistoia duecentesca. Fu in questa circostanza, poco dopo l’esbor- so della somma concordata e le relative registrazioni notarili, che il podestà in carica nel secondo semestre del 1227, il bresciano Guido da Palazzo18, ordinò al visconte Mezzovillano di istituire un’inchiesta ricognitiva di tutti i diritti, gli oneri e gli introiti che i precedenti signori, i conti Guidi, avevano esercitato da oltre un secolo su quella 19 comunità . Si faceva ricorso ad un personale qualificato, ai mezzi che la cultura probatoria dell’epoca consentiva, alla scrittura su pergame- na per costruire una «memoria» che doveva sanzionare la legittimazione di un trasferimento di uomini, cose e poteri. Il tempo della diplomazia, degli accordi e delle strategie lasciava ormai, dunque, spazio all’azione e alle pratiche della burocrazia comunale: ufficiali, camerlenghi e notai con gli strumenti del loro mestiere – penne, calami, fogli di pergamena – furono inviati nella comunità appena acquisita per certificare e rafforzare, attraverso l’uso della scrittura, il dominio della città su questo centro incastellato del Montalbano sud-occidentale. Scrivere il territorio, scrivere gli uomini che lo abitavano, i diritti vantati da vecchi e nuovi signori, i prelievi cui erano sottoposti significava davvero conferire publicitas, attribuire cioè un valore pubblico e condiviso, ad un atto economico e giuridico che acquistava grande importanza politica. Significava, in altri termini, conoscere i 18 Sulla famiglia da Palazzo e la sua specializzazione nella professione podestarile, cfr. MAIRE VIGUEUR, Nota sugli ufficiali, p. 110 e IDEM, Flussi, circuiti e profili, p. 1025 e più in generale MENANT, Campagnes lombardes, pp. 656-657. 19 Stando alle carte disponibili almeno a partire dal 1096 è documentato un legame tra i Guidi e la nostra comunità, da quell’atto di donazione col quale Guido IV concedeva tre coltre di terra alla canonica pistoiese il cui datum topico reca actum in castro de Larciano (RAUTY, Documenti per la storia dei conti Guidi, 89, 1096 gennaio 21). Sono molte altre, anche per il secolo successivo, le menzioni dei legami, dei rapporti signorili tra i conti e Larciano: ibidem, 124, 1100 novembre; 130, 1103 agosto; 152, 1114 ottobre 29; 165, 1121 dicembre 12; 226, 1164 settembre 28; fino al diploma rilasciato nel 1220 da Federico II (LAMI, Sanctae Ecclesiae Florentinae, I, pp. 673-675). Si veda anche BERTI, Larciano, pp. 9-11. 242 III.2 L’inchiesta e il potere contenuti giurisdizionali e patrimoniali di un nuovo dominio per certificarne l’esatta entità e circoscriverne la sovranità politica. Il funzionariato comunale pistoiese mostrava, in questa precisa circo- stanza, di aver già pienamente assimilato il significato politico e ideologico della scrittura, il ruolo preminente che l’attività di notai e cancellieri andava assumendo nelle pratiche di governo, nella quoti- diana attività amministrativa e nella costruzione di un linguaggio del potere ormai codificato20. Le pratiche e i linguaggi della politica furono, del resto, uno dei canali privilegiati di quell’ampia circolazione delle esperienze che caratterizzò il mondo comunale, secondo una logica di condivisione dei metodi di governo della quale gli ufficiali itineranti – podestà e capitani del Popolo con le loro curie – costitui- rono uno dei tramiti più importanti e la produzione di documenti uno dei settori più rivelatori21. Per trovare conferme, in questo senso, basterebbe accostare la nostra inchiesta alle operazioni non troppo dissimili, e si tratta soltanto di esempi, effettuate nel 1185 a Cremona con la ricognizione dei beni in Castronovo d’Adda, a quella piacentina del 1192 sulla comunità di Monticello e a quelle fiorentine di metà Duecento realizzate in occasione delle acquisizioni dei castelli guidinghi22, sebbene queste ultime con caratteri meno organici. I podestà Guido da Palazzo e Monaldo Suppolini da Gubbio, il visconte messer Mezzovillano, i notai Bonaccorso di Manno, Grandone di Bellebuono e Iacopo Trincamusti, con il giudice Rainaldo e i giurisperiti Niccolò e Riccomo furono gli uomini, gli ufficiali comunali che, a più riprese tra il 1227 e il 1244, lavorarono, più o meno direttamente, alla redazione di quel ricco dossier documentario – un elenco di censi, prelievi e affitti23, l’inchiesta ricognitiva dei diritti 20 In una letteratura su questi temi che è in progressiva crescita si vedano le considera- zioni di BAIETTO, Elaborazione di sistemi documentari e gli atti di due recenti convegni Comuni e memoria storica e «Libri iurium» e organizzazione del territorio. Da ultimo e a livello più generale, cfr. BATANY, Scritto/orale. 21 FRANCESCONI, SALVESTRINI, La scrittura del confine. Sono da vedere anche le riflessioni di LAZZARINI, Italia degli Stati territoriali, in particolare la parte relativa alla Geografia e al linguaggio delle scritture. 22 Carte cremonesi, n. 629, pp. 4-14; Registrum Magnum, III, n. 770, p. 217; Documenti dell’antica Costituzione, pp. 65 sgg. Si vedano, inoltre, le considerazioni per l’area padana di VARANINI, Organizzazione del distretto, pp. 138-145 e di VALLERANI, Affermazione del sistema podestarile, pp. 414-419. 23 Si tratta di un elenco nominativo di redditi e affitti redatti contestualmente all’inchie- sta ricognitiva dal visconte Mezzovillano sulla comunità di Larciano: Incipiunt redditus et afficta Scrivere il territorio 243 24 comitali e un quaderno di deposizioni testimoniali relative alle terre 25 padulinghe della Guisciana – in grado di restituire una fotografia piuttosto dettagliata della realtà politica, sociale ed economica del castello di Larciano e delle terre del suo distretto nella fase di passaggio tra il dominio signorile guidingo e quello cittadino. Una produzione documentaria di questa consistenza, per certi aspetti eccezionale se pensiamo al piccolo centro di campagna che ne costituisce l’oggetto e per di più concentrata nell’arco di una quindicina d’anni, non può non indurci a cercare risposte oltre i confini del modesto castrum collinare, magari in quelli che dovettero essere i delicati equilibri politici di questa porzione di territorio che si affacciava sulle vie d’acqua del padule e dell’Arno e nella quale si sovrapponevano in un groviglio complesso gli interessi dei Comuni maggiori di Pistoia e di Lucca e di signorie laiche ed ecclesiastiche. Ma intanto cerchiamo di entrare nelle scritture e in quel mondo di poteri, di uomini, di pietre, di terre, di acque che ci lasciano intravedere, anche se talvolta soltanto in controluce. Il documento di maggiore originalità all’interno di quel vasto processo di scritturazione comunale che interessò il nostro villaggio, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Quaranta del secolo XIII, è costituito dall’inchiesta ricognitiva – di cui si dà l’edizione integrale in appendice – condotta dal visconte Mezzovillano. L’inda- gine, tramandataci da una copia del 1241 del notaio Grandone di Bellebuono ed esemplata sull’originale di ser Bonaccorso di Manno26, inventi pro Comuni Pistorii per Meçovillanum vicecomitem pro comuni Pistorii in Larciano et eius curte. L’elenco nominativo, comprendente 131 famiglie, è redatto anche questo in copia per mano del notaio Grandone di Bellebuono (ASP, Capitoli, 2, cc. 46-51). Dello stesso testo si conserva nello stesso codice anche un altro esemplare, incompleto, la cui intestazione reca Quaternus iste continet memoriam reddituum et iurium quos et que comune Pistorii recepit in castro Larciani et a quibusdam hominibus dicti castri, secundum memoriam que reperitur in registro seu memoriali comunis Pistorii (ibidem, cc. 5-8). 24 Cfr. infra nota 26. 25 Cfr. infra le note 77-79 e il testo relativo. 26 Il testo, vergato con i caratteri della corsiva documentaria su pergamena di media qualità, è contenuto in uno dei fascicoli di un codice membranaceo di 46 carte, noto come Memoriale (Libro chiamato Memoriale del Comune di Pistoia segnato Croce, dei pagamenti da farsi dal Comune di Larciano e da altri Comuni al pubblico di Pistoia dal 1174 al 1252), attualmente conservato nell’Archivio di Stato di Pistoia (in seguito ASP), Capitoli, 2. Il codice, che tramanda documentazione comunale riferibile al secolo XIII, si compone di quattro unità principali la cui attuale struttura è il risultato di un assemblaggio moderno, non privo di errori. La terza unità documentaria, costituita dai fascicoli quarto e sesto, corrispondenti rispettiva- mente alle cc. 41-56 e 77-92, entrambi per mano di Grandone di Bellebuono, tramanda 244 III.2 L’inchiesta e il potere 27 vide sfilare davanti agli ufficiali pistoiesi undici testimoni , ai quali 28 secondo la tecnica dell’interrogatorio per articula , fu posta una griglia prestabilita di domande che andavano nella direzione di accer- tare e di registrare per scritto la tipologia dei diritti politici e giurisdizionali, il tenore del prelievo, i caratteri dell’ospitalità riservata alla famiglia dei domini, e più in generale di tutti quegli aspetti che potessero rivelare i tratti e le consuetudini che avevano regolato nel tempo il funzionamento della signoria guidinga. Le parole degli uomini – alcuni dei quali avevano rivestito incarichi di responsabilità per conto dei vecchi signori29 – ci consentono così di penetrare nel tessuto connettivo della vita del castello, dei suoi ritmi, delle sue regole. Le testimonianze, l’affondo nella memoria personale diviene 30 così «luogo della parola» : gli individui al di là della loro preparazione culturale e della loro provenienza sociale sono chiamati ad esprimersi; le loro voci, per quanto soggette a filtri di natura diversa, lasciano intravedere, anche se qui meno che altrove, categorie mentali, modi di vivere, di pensare, di sentire e di vedere le cose. Gli uomini che sfilano nel nostro documento raccontano le vicende di una comunità di abitanti in cui la quasi totalità delle persone era dedita al lavoro dei campi, in parte su terre proprie e in parte su terre del signore, rigidamente inquadrata entro un dominio territoria- le ben definito, i cui ritmi erano segnati dall’alternarsi delle stagioni e l’insieme delle scritture qui in esame. Per tutti i riferimenti diplomatistici e per la struttura di questo codice in rapporto al più importante liber iurium pistoiese, il Liber censuum Comunis Pistorii, si vedano le considerazioni di VIGNOLI, Il «Liber censuum», pp. 31-33. La conferma che il notaio esemplatore dell’originale fosse Bonaccorso di Manno la si ricava da uno degli interrogatori del 1244. A Guerriero di Corso di Bentivenga, figlio di uno dei testi dell’inchiesta del 1227, fu chiesto infatti se la deposizione di suo padre fosse stata veritiera e nel porre la domanda si richiamavano l’esecutore della stessa e il notaio: patri suus dixit veritate in eo quod testificatus fuit super iuribus comunis Pistorii coram Meçovillano electo pro comuni Pistorii et Bonaccurso Manni eius notario (ASP, Capitoli, 2, c. 66). 27 I testimoni chiamati a deporre nell’inchiesta sono Marthinothus quondam Thiethi de Larciano, Corsus Bentivengne de Larciano, Bonfiliolus Ribellocti, Biancardus Ildibrandini, Guido Bosscori, Provincianus de Larciano, Ghiandorus Vernacii, Aringerius quondam Francardelli de Larciano, Uguiccione Viventi, Thorellus Francesschi, Deomeldiede Tomarelli. 28 Sulla diffusione delle tecniche inquisitorie e sui legami con la prassi giudiziaria, cfr. MAIRE VIGUEUR, Giudici e testimoni e, più di recente, VALLERANI, I fatti nella logica. Sulle dispute giuridiche, le loro modalità e le loro risoluzioni nella Toscana del secolo XII, cfr. WICKHAM, Legge, pratiche e conflitti. 29 Martinothus quondam Thiethi e Corsus Bentivengne erano stati entrambi castaldi dei Guidi in Larciano (dicit quod a sex anno retro huc usque ipse fuit castaldus in Larciano pro filiis Guidonis, ASP, Capitoli, 2, cc. 51-52). 30 In sintesi si può vedere GEARY, Memoria. Scrivere il territorio 245 Fig. 35. Elenco nominativo dei censi e degli affitti prelevati in Larciano, prima dai Guidi e poi dal Comune di Pistoia (ASP, Capitoli, 2, c. 46). 246 III.2 L’inchiesta e il potere dalle ore di luce e di oscurità e la cui settimana, tra tempo del lavoro 31 e tempo della chiesa , era certamente scandita dalle campane della 32 parrocchia di San Silvestro. Le case dei contadini – molte delle quali costruite in legno con coperture di paglia si distinguevano da quella 33 sicuramente in pietra che il conte aveva al confine con la carbonaia – dovevano trovarsi, salvo poche eccezioni, entro il perimetro del castello, le cui strutture costituite dalla cerchia muraria, dal palatium e dal dongione in pietra di «macigno», spaccata e sbozzata, presentano 34 la morfologia tipica dei castelli d’età comunale (secoli XII-XIII) . Il paesaggio collinare nei declivi rivolti a mezzogiorno che dal centro 35 fortificato arrivavano al villaggio aperto di Cecina , doveva essere prevalentemente ricoperto di ulivi e di vigne, almeno fino ai margini della pianura a ridosso del padule, nella quale prevalevano invece le 36 colture cerealicole . Ai margini della pianura si apriva poi l’altra 31 Si è fatto evidentemente riferimento al titolo di un saggio ormai entrato nel linguaggio comune di LE GOFF, Tempo della Chiesa. Cfr. anche PIPONNIER, Quotidiano. 32 Per una visione d’insieme delle strutture abitative d’età medievale si rimanda alle recenti sintesi di GALETTI, Abitare nel Medioevo; EADEM, Uomini e case, pp. 31-63. 33 L’insieme delle testimonianze rilevano, con qualche piccola variazione non sostanzia- le, che i Guidi possedevano una loro casa all’interno del castrum: ad esempio Biancardus Ildibrandini affermò che al tempo in cui fu effettuata la vendita al Comune di Pistoia il conte habebat unam domum in castello de Larciano, finis ad I filiis Melecti, a II filii Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli (ASP, Capitoli, 2 c. 54). 34 Per le caratteristiche insediative e strutturali del castello di Larciano si vedano i vari contributi riuniti nel volume miscellaneo Larciano. Museo e territorio, pp. 16-129. Della descrizione che offre l’inventario comunale del 1382 (castrum Larciani cum muris circumcirca cum duabus portis, quarum una vocatur Porta da Bangno, et alia Porta S. Marci, et cum berteschis, merlis et turribus, et cum una rocha cum turri et uno palatio et domibus actis ad abitandum pro capitaneo dicte roche cum citerna et furno. Unum palatium pro habitatione dominus potestatis dicti comunis Larciani situm in dicto castro, fulcitum de hedifitiis pro habitatione ipsius potestatis ad sufficientiam, Liber censuum, 866, verso 1382) non si trovano tracce di merli, bertesche e torri nella piuttosto ben conservata struttura del circuito murario, per quanto in una delibera consiliare del febbraio 1334, con cui si disponeva un finanziamento di duecento lire per la ricostruzione delle mura, si faccia esplicito riferimento ai merli di pietra (ASP, Provvisioni, 4, c. 110v, 1334 febbraio 15). Per questo documento e i relativi problemi di datazione e inquadramento, cfr. FRANCESCONI, Incastellamento, p. 55, nota 82 (cfr. supra capitolo II.2). 35 L’abitato di Cecina dovette essere fortificato in età più tarda – molto probabilmente lungo la seconda metà del Duecento o al più tardi agli inizi del secolo successivo – così come risulta dall’atto di vendita al Comune di Pistoia del 1226 nel quale si fa sempre riferimento alla villa di Cecina (cfr. supra la nota 1), mentre in una più tarda menzione del 1336 si parla di un castello di Cecina (ibidem, 846, 1336 gennaio 27), la cui descrizione è invece piuttosto dettagliata nell’inventario dei beni comunali del 1382: castrum Ciecine cum muris, merlis et una turri et una domo et aliis muris circumcirca, in quo moratur potestas dicte terre (ibidem, 866, verso 1382). 36 Si desume un ordinamento colturale di questo tipo, oltre che dal naturale uso dei terreni collinari e pianeggianti, dalle molte dichiarazioni di censi in saggina e in grano che non Scrivere il territorio 247 importante risorsa economica di questo territorio, quella costituita dalla pesca e dagli introiti legati all’incolto e all’uso delle acque: aque, piscarie e paludes, cui si legavano gli insediamenti di Brugnano e 37 l’hospitium di San Donnino . Quando i conti Guidi, una volta all’anno, arrivavano nel castello, le viuzze in pietra e in terra battuta al suo interno, ma più in generale anche negli altri borghi di Cecina, Casi e Collecchio, dovevano animarsi in un via vai di donne e di uomini indaffarati per offrire la migliore accoglienza ai signori, per sistemare e ripulire i cigli e le vie che attraverso le due porte del Bagno e di San Marco consentivano l’accesso all’abitato38. La piazzetta tra la chiesa e il torrione, cuore pulsante della vita associata39, con l’arrivo del seguito comitale assume- va sicuramente una fisionomia solenne e, allo stesso tempo, di grande vivacità e movimento: qui saranno state radunate le migliori primizie 40 da offrire al conte , e ancora qui, i castaldi comitali avranno riscosso i canoni monetari, ritirato le molte quartine di saggina che ciascun 41 focolare doveva corrispondere come censo annuo e le rendite deri- potevano che provenire dai terreni pianeggianti a ridosso del padule. In generale si rimanda, in una storiografia ormai divenuta sterminata, ai lavori di PINTO, Toscana nel tardo Medioevo, pp. 93-204; CORTONESI, Agricoltura e tecniche. 37 Cfr. BERTI, Larciano, pp. 11-16; ricco di dati, seppur rivolto ad un’epoca più tarda, è il saggio di GUARDUCCI, Le vie di comunicazione; EADEM, I mulini e gli altri opifici, pp. 49-50. 38 Liber censuum, 866, verso 1382: duarum portis, quarum una vocatur Porta a Bagno, et alia Porta S. Marci. 39 Per il ruolo della piazza nella vita sociale delle comunità e dei castelli nel Medioevo, cfr. MILLET, Assemblee, pp. 79-80 e più in generale BOURIN, DURAND, Vivre au village, pp. 171- 183. 40 Tra le primizie da offrire al conte oltre, a paglia e fieno (item dicit quod quando veniebat unus ex comitibus vel omnes similiter eorum nuntius petebant sibi dari fenum et paleam a quibusdam hominibus et ipsi cui petita erat palea vel fenum dabat petenti et aliquando nuntii accipiebant eorum voluntate), vi erano le migliori verdure degli orti (item dicit quod quando comites veniebant omnes vel unus eorum seu eorum nuntius ad Larcianum castaldus eorum qui erat ibi adquirebat porros et caules a personis de Larciano et Sancto Donnino et unumcumque poterat ita quod curia habebat. Et ipsemet Martinothus sepius adquisivit donec fuit pro eis castaldus in Larciano et aliunde) e un cinghiale (item dicit quod quotienscumque caperetur aliquod porcum silvestrem dabatur curie capud), ASP, Capitoli, 2, c. 51. Poi alcuni degli abitanti, difficile dire se quelli che avessero un rapporto più stretto con la curia o quelli con una qualche eminenza economica e sociale all’interno del castello, offrivano carne porcina secca e pani di frumento: tra questi Buithus Aliocti, Barone Nerbocti, Ghisloctorus quondam Bardelloni, Montalectus Dattali, Thorellus Francesschi, Pandolfus Corborini, Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini, Rainerius quondam Pagni, Petrus Scappati, Bonavollia Borgognonis, Guerrerius filius Corsi. 41 Le dichiarazioni dei testimoni sono, con poche variazioni di contenuto, uniformi nell’affermare che all’arrivo del conte ciascun fuoco era tenuto al versamento di una quartina di saggina: ad esempio Bonfiliolus Ribellocti raccontò che quillibet focus suprascripte terre de 248 III.2 L’inchiesta e il potere 42 vanti dai diritti di pedaggio . Lo stesso fervore, non senza presumibilmente qualche ansia, doveva animare i contadini che lavo- ravano le terre signorili, e così anche il sacerdote della parrocchia di San Silvestro al quale spettava l’obbligo di ricevere il conte la sera del suo arrivo, con tanto di vitto e di alloggio a base di pane di frumento e di carne porcina, di ricovero per i cavalli e di candele43 e il pievano di San Lorenzo di Vaiano, al quale spettava il versamento di XL panes 44 frumentinos e di XL brachia candele . La presenza della curia comitale entro le mura castellane costitu- iva, ne siamo convinti, un momento eccezionale nella vita della comunità, di rottura profonda del tempo ordinario e delle normali attività di boscaioli, di contadini e di pescatori. Un momento di festa, di accoglienza, ma anche di un qualche timore e di riverenza nei confronti di chi deteneva tutti i poteri sugli uomini, liberi o servi, piccoli allodieri o coltivatori, e su una gran parte delle terre. Come ci riportano le parole di chi viveva nel castrum, infatti, gli uomini e le persone di Larciano erano soggette al potere di comando, alla giusti- zia, al fisco e alla chiamata alle armi del conte (homines et persone de Larciano erant de pracito et districtu et banno dictorum comitum et datio atque admasiamento et cavalcata)45; mentre sull’hospitium di San Don- nino dovevano esercitarsi diritti assimilabili al patronato, coerente- mente con i lineamenti della politica adottata dai Guidi nei confronti 46 degli enti ecclesiastici . Un dominio che sicuramente condizionava la Larciano tantum de castello de Larciano semel in anno in adventu comitis dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam pistoriensem (ibidem, c. 53). 42 Item dicit quod recolligebatur pedagium pro ipsis comitibus de Larciano et Cecina (ibidem, c. 51 e passim). Si deve notare però che non è possibile quantificare la portata dei diritti di pedaggio nel più ampio contesto del prelievo guidingo sulla comunità. 43 Item presbiter Jordanus ecclesie Sancti Silvestri de Larciano pro ipsa ecclesia lectum quandocumque veniebant comites et annonam uni equo semel in anno et unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos semel in anno et tantam candelam que sufficeret primo sero (ibidem, c. 53 e passim). 44 Item dicit quod semel in anno quando comes veniebat ad Larcianum plebanus de Vaiano pro ipsa plebe dabat ei XL panes frumentinos, XL brachia candele (ibidem). 45 Le deposizioni dei testi sono piuttosto uniformi nel riconoscere i tratti qualificanti della signoria guidinga sulla nostra comunità, con pochi e non sostanziali elementi di differenziazione tra l’una e l’altra. 46 In una direzione di questo tipo vanno la maggior parte delle deposizioni lasciando intuire che il rapporto di patronato dovesse essere la forma entro la quale inserire le relazioni tra la curia comitale e l’ospizio (item dicit quod comes mittebat dominum in hospitale Sancti Donnini quando moriebatur et capiebat inde servitia cum eius voluntas erat tanquam dominis) – Biancardus Ildibrandini, ibidem, c. 54 –, ma è poi la più dettagliata dichiarazione di Aringerius Scrivere il territorio 249 Fig. 36. Il castrum di Larciano: veduta della cinta muraria ben conservata, del castello e della chiesa di San Silvestro. Fig. 37. Il Padule di Fucecchio ai margini sud-orientali del bosco di Brugnano: area, con tutta probabilità, dovevano trovarsi le strutture portuali duecentesche. Sullo sfondo le colline del Montalbano, con il castello di Larciano. 250 III.2 L’inchiesta e il potere vita delle persone, ma che allo stesso tempo consentiva loro di ricevere protezione, di sfruttare buoni terreni in cambio di un giuramento di 47 fedeltà , di assestare anche qualche scalata sociale come quella che dovettero tentare il giudice Rinforzato e suo fratello, i quali a un certo punto si rifiutarono di facere fidelitatem, de podere de Larciano che avevano in concessione dai Guidi48. Le forme e le ragioni del prelievo signorile sembrano, in ogni modo, assumere un significato e uno spazio non secondario nella connotazione del potere guidingo sulla zona: una legittimazione i cui meccanismi paiono essere riconosciuti nella consuetudine, nella pro- tezione militare e politica e nella concessione della terra, tenendo di conto che quest’ultima componente è sicuramente quella più evidente nelle maglie strette delle nostre deposizioni testimoniali49. Prelievo che quondam Francardelli a togliere anche gli eventuali dubbi residui, quando affermava quod comites erant patroni et domini de hospitali Sancti Donnini et quando dominus ipsius hospitalis moriebatur mittebant ibi alium dominum et capiebant de rebus ipsius hospitalis quiquid eis placebat (ibidem, c.56). Più in generale per la politica dei Guidi nei confronti degli enti ecclesiastici, cfr. FRANCESCONI, Signoria monastica; IDEM, Il Principato. 47 Sono da considerare in questo ambito le cosiddette fedeltà rustiche, quei rapporti di fidelitas, cioè, il cui legame si fondava sulla concessione di terra in beneficio. Vanno in questa direzione varie testimonianze (ASP, Capitoli, 2, passim) rilevando il rapporto che si creava pro podere: Provinçanus Rolandi pro podere quod fuit Melelai totidem; socrus Roberti Pandolfi pro podere Gualandelli unam focacciam annuatim quando curia veniebat quod podere tenet ipse Rubertus; particolarmente significativo è l’esplicito richiamo al rapporto di fedeltà item dicit quod filii quodam Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Relazioni che potevano, peraltro, sfociare anche in situazioni conflittuali come quelle che videro opposti alla curia comitale il giudice Rinforzato e suo fratello (item dicit quod Rinforçatus iudex et eius frater pro podere eorum de Larciano devenerunt ad litem cum comite et pro ipsa lite castaldi curie interdixerunt eis omne et totum podere quod ipsi habebant in Larciano ita quod exinde non haberent aliquid, cfr. anche la nota successiva e il testo relativo) e i figli del fu Ranieri di Gottolo (item dicit quod filii quondam Rainerii Gottoli pro podere eorum quod habent ad Larcianum devenerunt ad litem cum curia pro qua lite curia interdixit eis ipsum podere et fecit ipsa curia aufferri Ianni Arriguccii pro filiis Rainerii ipsius X quartinas milii quod retulit Uguiccione ad domum Marthinothi). 48 Un Rinforthatus iudex et notarius è attestato tra le date estreme 1211 settembre 7 (Liber censuum, 21, 1211 settembre 7) e 1225 maggio (ibidem, 245, 1225 maggio) con compiti anche di una certa importanza in qualità di procuratore del Comune di Pistoia. Risulta difficile poter dire se si tratti dello stesso personaggio menzionato nel nostro documento per quanto il nome non fosse molto in uso nella Pistoia primoduecentesca (FOSCHI, Note di onomastica, p. 77): quel che non sembra troppo probabile è che una carriera come quella di giudice si sia potuta consolidare in una realtà socio-culturale come quella larcianese. Potrebbe trattarsi, piuttosto, di un membro di una famiglia inurbata o, comunque, in grado di mantenere un ruolo nella comunità di provenienza e nell’élite professionale cittadina. 49 Si ricava ad esempio che per ogni presa di terra signorile locata dai castaldi comitali alla curia andavano 26 denari, dei quali 2 soldi ai conti e 2 denari ai castaldi stessi (ASP, Capitoli, 2, c. 52). Scrivere il territorio 251 Fig. 38. Il castrum di Larciano: particolare della struttura difensiva, con il cassero e il dongione (Foto N. Rauty). 252 III.2 L’inchiesta e il potere si presenta, peraltro, con una fisionomia ben articolata tra censi in natura, in denaro e in servizi derivanti da introiti patrimoniali e diritti signorili – amasiamenta vel dismasiamenta, afficta vel obsequia vel 50 servitia seu prestationes vel redditus –, la cui integrazione doveva fondarsi sulla ricerca di un equilibrio possibile tra le esigenze del signore e le possibilità contadine, equilibrio che in Larciano si esplica- va in una rendita di 30 soldi e 3 denari, 113 quartine di saggina e una di frumento più 8 fercula carnis e 14 pani per le 131 famiglie di dipendenti nominalmente censite51. Un sistema così complesso di esazione fiscale imponeva, d’altra parte, anche l’ausilio di mediatori, di rappresentanti in loco del signore che ne garantissero la concreta gestione: ufficiali minori, nel nostro caso castaldi, i quali generalmente devono identificarsi con personaggi non aristocratici, ma, come ha recentemente rilevato Luigi Provero52, di un qualche rilievo locale, che in queste vesti miravano alla ricerca di un’opportunità per arricchirsi o per acquisire quote di potere locale, per quanto la loro funzione non li esentasse dagli obblighi nei confronti del fisco, come mostrano i casi di Martinothus quondam Thiethi e di Corsus Bentivengne53. Un discor- so un po’ diverso meritano gli scarii, i quali, per quanto meno noti e documentati a livello generale, sembrano profilarsi in Larciano come agenti signorili con funzioni di minore rilievo legate soprattutto a compiti di polizia e, probabilmente, anche per questo esentati dagli oneri fiscali54. 50 Liber censuum, 269, 1226 novembre 23. 51 Incipunt redditus et afficta inventi pro comuni Pistorii per Meçovillanum vicecomitem pro comuni Pistorii in Larciano et eius curte (ASP, Capitoli, 2, cc. 46-51). Il prelievo, articolato tra proventi derivanti dai censi fondiari – pensiones, afficta – e da quelli generali – annona –, era suddiviso tra canoni in natura e monetari di cui si trova una significativa conferma in un resoconto di poco più tardo riportato nello stesso codice (ibidem, 2, c. 59). L’elenco dei fuochi nominalmente censiti al 1227 evidenzia una differenza di 68 nuclei in meno rispetto a quelli che saranno inclusi nel Liber focorum del 1244: uno scarto difficile da poter spiegare in un così ristretto arco cronologico e che, in mancanza di più precisi riscontri documentari, è difficile da comprendere appieno. È evidente, inoltre, che il quadro offertoci dal documento fotografa la realtà immediatamente successiva all’acquisto del Comune di Pistoia: una situazione, nondi- meno, che doveva rimandare alla precedente realtà che aveva caratterizzato il prelievo signorile dei Guidi. Così come è riportato, infatti, al termine di ciascuna dichiarazione ciò che adesso si doveva al Comune coincideva con quanto in passato si soleva versare ai conti. 52 PROVERO, Comunità contadine e prelievo signorile, testo intorno alle note 65 e 66. 53 ASP, Capitoli, 2, cc. 51-52. 54 Martinothus quondam Thiethi, castaldo comitale, nella sua deposizione fa riferimento al fatto che Uguiccione Viventi erat scarius curie et faciebat servitia quando comes veniebat deferendo lingna et aquam et lectum et huiusmodi et quare predictam faciebat non dabat datium (Ibidem, c. 51). Alla qualifica di scario, sicuramente non la più nota dell’apparato signorile, fa Scrivere il territorio 253 Una signoria territoriale compatta, dunque, quella guidinga sul distretto larcianese, o per dirla con le parole di Chris Wickham una 55 «signoria forte» , parte di un più ampio sistema territoriale che i membri della grande casata comitale avevano consolidato in una regione che dalle pendici del Montalbano si estendeva, attraverso Vinci, Collegonzi, Cerreto, Musignano, Monterappoli, Empoli e Colle 56 di Pietra, fino al Valdarno di Sotto . Una signoria, ancora una volta 57 còlta a cose fatte , al suo tramonto e sicuramente invasiva – di carattere personale, fondiario e territoriale – per quanto ci sfugga l’effettivo peso della proprietà fondiaria contadina che sola avrebbe potuto offrire un quadro più esatto delle reali condizioni di vita e di presa sugli uomini58, la cui amministrazione ordinaria era, come si è già visto, nelle mani dei castaldi comitali, i quali durante tutto l’anno ne garantivano il regolare funzionamento: arrestare e punire i malfattori, giudicare le liti, locare le terre, riscuotere i pedaggi, prelevare la quarta parte dei proventi delle terre que aqua Guisciane reliquid in siccum59. Una signoria che qui probabilmente più che altrove nel comitatus guidingo sembra assumere i lineamenti di un sistema di dominio territoriale – la qualche riferimento BRANCOLI BUSDRAGHI, «Masnada» e «boni homines», p. 298. 55 La tripartizione a partire dagli idealtipi weberiani è stata applicata da Chris Wickham (WICKHAM, Signoria rurale in Toscana) all’intensità con cui i poteri signorili esercitarono la loro presa nella Toscana dei secoli centrali del Medioevo ed ha consentito di individuare tre grandi sub-regioni con altrettante gradazioni signorili: «inesistente», «debole», «forte». La bontà euristica del modello deve, com’è naturale, fare i conti con la realtà molto variegata dei funzionamenti a livello locale e quindi di una necessaria ridiscussione del modello stesso. Una signoria forte corrisponde secondo la proposta di Wickham ad un potere «addirittura totalizzante» (p. 348). 56 Per un’analisi dei poteri guidinghi nel Valdarno inferiore, con particolare riferimento al castello di Colle di Pietra, cfr. MALVOLTI, Il castello di Colle di Pietra. 57 CAMMAROSANO, Feudo e proprietà, p. 2. Queste considerazioni per il contado pistoiese sono state di recente messe a punto in un mio saggio, FRANCESCONI, Signoria rurale, p. 120. 58 Una ricerca a livello locale che volesse verificare l’effettivo stato delle condizioni di vita, del dinamismo economico, del mercato della terra può rendersi possibile soltanto con un contesto di analisi – castello o sub-regione – con una particolare, direi straordinaria, ricchezza tipologica e quantitativa di fonti. Quel che si può dire nel nostro caso, sulla base degli elementi disponibili, è che molti indizi lasciano propendere per un potere signorile piuttosto invasivo, per quanto la lontananza del signore, le forme del prelievo – in questo caso a nostro avviso più legate al complesso di risorse viarie e fluviali dell’intero sistema territoriale affacciato sul Valdarno che alla comunità stessa, cfr. più avanti la nota 60 – potessero nonostante i segni tipici della signoria «forte», consentire un dinamismo interno alla comunità forse più marcato di quanto le nostre informazioni non ci lascino intendere. Sul mercato della terra, cfr. le recenti discussioni di MENANT, Marché de la terre e di CAROCCI, Il mercato della terra in Italia. 59 Sono significative le dichiarazioni dei due castaldi comitali Martinothus quondam Thiethi e Corsus Bentivengne (ASP, Capitoli, 2, cc. 51-53). 254 III.2 L’inchiesta e il potere cintura dei castra del Valdarno inferiore – connesso con il controllo strategico di settori con un discreto potenziale economico, le cui basi materiali dovevano connotarsi con forme piuttosto originali, quali gli introiti legati ai diritti di pedaggio terrestre e fluviale, alle comunica- zioni e all’uso delle acque60. E furono proprio le terre basse della pianura, le terre strappate alle acque, ma soprattutto le acque e le comunicazioni che consentivano, l’oggetto di conflitti, di scontri tra signori, ma anche – lo abbiamo visto e lo vedremo – degli investimenti e delle strategie territoriali dei Comuni maggiori. UN’AREA DI CONFINE STRATEGICA E RICCA DI TENSIONI L’acquisto di un castello, con i suoi uomini e le sue terre poteva significare risorse fiscali e annonarie, anche diversificate se pensiamo alle esigue terre di pianura su cui Pistoia poteva contare nel suo 61 districtus , ma, lo abbiamo ripetuto e lo ribadiamo ancora una volta, le seimila lire pisane investite nel 1226 erano indirizzate al controllo di un’area strategica, palustre e fluviale, il cui potenziale economico risiedeva altrove e con prospettive che potevano rivelarsi davvero straordinarie. Un’area di confine, peraltro, con una specifica vocazio- ne viaria, e non soltanto fluviale, da qui passava anche un ramo secondario della via Francigena62, che costituiva da tempo il luogo di naturale espansione di poteri signorili laici ed ecclesiastici, di comuni- 60 Barone Franchi nell’inchiesta di fine Duecento affermava che Bagniolus vocabatur Pescaria de Comitibus, et ipse vidit ibi piscare pluries et naves ire per dictum Bangniolum, et ipse idem navigavit usque ad locum ubi est modo nemus in loco ubi dicitur Brungniano (Liber censuum, 829-830, 1297-1335). Un’ipotesi quella formulata che non ha precise ed oggettive attestazioni positive ma che parrebbe non del tutto incoerente con la particolare realtà dell’area che convergeva attorno al Padule di Fucecchio e che, per quanto il prelievo in Larciano fosse piuttosto modesto, potrebbe essersi caratterizzata con forme di dominio non soltanto legate alla mobilitazione di risorse militari come quelle recentemente richiamate in modo convincente da COLLAVINI, Le basi economiche, in particolare il paragrafo 5. 61 HERLIHY, Pistoia, pp. 65-68; IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 197-199. La particolare situazione orografica del territorio pistoiese fu all’origine di quel vasto progetto di bonifica della pianura che le autorità comunali realizzarono fra XII e XIII secolo (RAUTY, Sistemazioni fluviali, pp. 49-52. 62 MORETTI, La viabilità medievale; MORELLI, La Francigena. L’importanza viaria di questa zona è messa in rilievo anche nelle novelle di Giovanni Sercambi, per le quali si rimanda a CHERUBINI, Vita trecentesca, pp. 22-24. Sulla Valdinievole come area di confine e il suo significato dall’alto Medioevo sino alle vicende d’inizio Trecento, cfr. RAUTY, Valdinievole tra Lucca e Pistoia; FRANCESCONI, Comunità della Valdinievole, pp. 71-74. Un’area di confine strategica 255 tà rurali e che diveniva adesso, in pieno Duecento, il terreno di confronto di città come Lucca e Pistoia, che qui potevano misurare una parte dei loro rapporti di forza e sperimentare il ruolo e la scala che avrebbero potuto occupare all’interno del «policentrismo» toscano dell’apogeo comunale63. Sembrano da interpretare, in questa direzio- ne, le numerose controversie che nei secoli del medioevo centrale e comunale opposero, a più riprese e in modo diverso, i vari poteri che si contesero il controllo di questa zona, che aveva nelle chiuse di Cappiano ad est, nelle alture delle Cerbaie a sud e nell’ampio cerchio delle colline della Valdinievole a nord-ovest i suoi confini naturali: poteri con mire e interessi diversi sulle sue risorse naturali e di transito64, dalla pesca, all’uso dell’incolto, dalla vegetazione palustre, 65 alle vie della navigazione fluviale . Porti, mulini, pescaie e ospizi furono non casualmente le tipiche strutture insediative che ne punteg- 66 giarono il paesaggio . Nella parte più orientale del Padule, e nello specifico in quella inclusa nel distretto di Larciano e nelle sue vicinanze, le giurisdizioni signorili si sovrapponevano in un intreccio articolato di diritti al punto che, almeno a partire dal secolo XI, andarono complicandosi gli spazi della convivenza politica tra gruppi di potere diversi come quello della famiglia da Buggiano, con dietro l’episcopato lucchese e l’abbazia familiare di Santa Maria67, dei conti Cadolingi prima e Alberti succes- 68 69 sivamente , dei Guidi, dell’episcopato pistoiese , dei monasteri di 63 CHERUBINI, Città comunali, pp. 7-10 e i saggi dedicati a Pistoia, Lucca e Firenze. 64 Sul padule sono da vedere: COTURRI, Il «padule» di Fucecchio; SPICCIANI, Il padule di Fucecchio; MALVOLTI, Le risorse del Padule; ROMBAI, Il lago-padule di Fucecchio. Per l’assetto istituzionale dell’area paludosa e della vallata, cfr. OPLL, Gli imperatori svevi; PESCAGLINI MONTI, Vicende politiche; ONORI, Organizzazione territoriale. 65 Per la pesca si veda ZAGLI, L’attività di pesca; IDEM, Oscure economie. Per l’uso dell’incolto si vedano PINTO, Incolti nella storia della Toscana; MALVOLTI, I proventi dell’incolto; GARZELLA, «In silva Tumuli». 66 MALVOLTI, Fondazioni ospedaliere; IDEM, Mulini medievali; COTURRI, Ospedali della Valdinievole; GUARDUCCI, I mulini e gli altri opifici. Per l’area del basso Valdarno fino a Pisa, cfr. PESCAGLINI MONTI, Strade, castelli, chiese, pp. 41-58. 67 SPICCIANI, Le vicende economiche; IDEM, Una signoria rurale nel contado lucchese; IDEM, La signoria dei «da Buggiano»; PESCAGLINI MONTI, Nobiltà e istituzioni ecclesiastiche; SAVIGNI, Episcopato e società cittadina, pp. 183-240. 68 PESCAGLINI MONTI, I conti Cadolingi; COTURRI, I conti Cadolingi; IDEM, Alberti; CECCARELLI LEMUT, I conti Alberti in Valdinievole. 69 RAUTY, Potere temporale. Per la pieve di Massarella e l’ospedale di Rosaio sono da vedere: RAUTY, Per una storia della pieve; COTURRI, Ospedale di Rosaio. 256 III.2 L’inchiesta e il potere 70 San Salvatore di Fucecchio e di San Pietro di Pozzeveri , oltre ai consorzi familiari della minore aristocrazia rurale come i lambardi di Montecatini e alle comunità di villaggio di Buggiano, Monsummano, 71 Montevettolini e appunto Larciano . Di questo tessuto nevralgico di scontri, liti, interessi che convergevano sui margini di questa depres- sione paludosa si trovano echi significativi anche nelle nostre scritture, al punto che uno dei principali motivi che dovettero indurre le magistrature comunali pistoiesi ad intraprendere un così vasto e puntuale sforzo di registrazione di diritti doveva risiedere proprio in questo continuo stato di incertezza, di rivendicazione e di appropriazione senza titolo giuridico. Uno stato di tensione che aveva già prodotto duelli giudiziari, come quello tra l’abate di Buggiano e gli uomini di Montevettolini per i diritti di pesca del 121572, oppure come quello tra il vescovo di Pistoia e la comunità di Monsummano, dell’anno successivo, per il mancato versamento da parte di quegli 73 uomini della terza parte dei proventi delle terre di colmata . Poco tempo prima, inoltre, altri contrasti dovevano aver opposto proprio l’abbazia di Buggiano ai Guidi per il possesso o l’uso di un’isola, probabilmente nei pressi di Castelmartini, alla confluenza della Borra 74 con il Rio di Cecina . Una conferma o, comunque, un indizio delle possibili cause di quest’ultimo conflitto si può desumere dalla depo- sizione di Biancardo di Ildibrandino, quando affermava di aver inter- detto, insieme al conte Ruggero e al duca Bertoldo, gli uomini di Montevettolini dalla possibilità di lavorare e di pescare in loco Ysora, e questo perché l’abate di Buggiano solita servitia quando debebat non prestabat comitibus75 . Una dichiarazione che lascerebbe intuire la 70 MALVOLTI, Abbazia di San Salvatore; SEGHIERI, Pozzeveri. 71 Per i lambardi di Montecatini si vedano le essenziali informazioni di WICKHAM, Aspetti socio-economici, pp. 285-286. Per le comunità rurali, cfr. i relativi fascicoli, con l’eccezione di Montevettolini, della collana «Quaderni del territorio pistoiese» della Società pistoiese di storia patria, ora confluiti nel volume Comuni medievali. 72 Questo conflitto, di cui si conservano le escussioni dei testi (ASF, Capitani di Or San Michele, 1215 agosto 2), è stato studiato da SPICCIANI, Testimoniale del 1215. 73 RAUTY, Terre di colmata, p. 74; IDEM, Monsummano, pp. 9-13 e 25-27. 74 ASF, Capitani di Or San Michele, 1215: Interrogatus si de lacu et terra unde lis est fuit briga inter comitem Guidus Guerra et abbatiam. Respondit nescit, nisi de insula, ut audivit dici (c. 6r). Cfr. inoltre, SPICCIANI, Testimoniale del 1215, p. 187. 75 Et dicit hic testis quod ivit cum comite Rugerio et duga Bertoldo ad Montevectorini causa interdicendi eis ut non laborarent terram positam in loco Ysora neque pisscarent et hoc ideo quare abbas de Bugiano solita servitia quando debebat non prestabat comitibus et hoc interdictum fuit ipsis de Montevettorino factum (ASP, Capitoli, 2, c. 54). Un’area di confine strategica 257 Fig. 39. Il territorio della comunità di Larciano, con le terre padulinghe e gli accessi al Padule di Fucecchio. 258 III.2 L’inchiesta e il potere presenza di oneri consueti che l’abbazia di Santa Maria avrebbe 76 dovuto prestare alla famiglia comitale e che , in mancanza di più solidi riscontri documentari, è difficile capire se esclusivamente limitati a questa porzione di territorio o ad una più fluida situazione che poteva investire i rapporti tra il monastero, i da Buggiano e la compagine guidinga. Ecco, dunque, che il Comune di Pistoia non appena ebbe definito l’acquisto dei diritti dai conti Guidi volle mettere «nero su bianco», definire e con certezza ciò che era in suo possesso: i suoi diritti politici, le sue risorse economiche, in altre parole, quello che gli uomini di quella terra avevano in precedenza versato alla famiglia comitale adesso lo dovevano alla città, senza che altri potessero pretendervi qualcosa. Si trascrissero, così, tutti i censi monetari e in natura, si fecero parlare direttamente quegli uomini per dichiarare la loro dipendenza politica e fiscale e data l’importanza riconosciuta alle terre padulinghe di Capalle, San Donnino, Brugnano, Bagnolo, Portoris e Pratovecchio si istruì, nel 1244, anche l’inchiesta per sancire diritti e poteri de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana, quanto queste avessero reso ai vecchi domini, da quanto tempo fossero state strappate alle acque77. Si voleva pubblicamente e formalmente mani- festare che quelle località erano ormai sotto la giurisdizione del districtus pistoiese. E dalle dichiarazioni dei molti testimoni chiamati a deporre davanti al giudice, quasi tutti contadini che avevano vissuto, 78 lavorato e lavoravano su quelle terre , si evince che la quarta parte dei 76 Altri due dei deposti del 1227 ci aiutano a definire un po’ meglio i solita servitia cui faceva riferimento Biancardo di Ildibrandino e a circoscriverne il possibile legame proprio con le terre e le pescaie poste in loco Ysora: Bonfiliolus Ribellocti dichiarò, infatti, quod audivit dici et frequens fama inde est quos abbas dabat curie annuatim XXV falces anguillarum siccarum de terra et piscaria quam habet in pallude (ibidem, c. 54), mentre Guido Bosscori precisò con maggiore dettaglio che audivit dici Bosccoro patri suo multotiens quod abbas predictus erat solitus dare curie annuatim L falces anguillarum de terra de Ysora (ibidem, c. 55). E ancora Thorellus Francesschi che aveva raccolto i censi per conto dei castaldi comitali ricordava che Petrus Mucciori, Vivianus Piccinecti et Ubertollus Cusci gaudebant, tenebant atque possidebant pro ipsis comitibus terras de Ysora et pisscaria: evidentemente le terre dovevano essere concesse ai contadini, che le lavoravano e ne pagavano i censi ai Guidi e in una qualche forma di sovrapposizione probabilmente anche all’abbazia di Buggiano (ibidem, c. 77). 77 Il documento che tramanda le deposizioni super terris padulinghis è anch’esso conservato nel cosiddetto Memoriale del Comune di Pistoia (cfr. supra nota 26), ibidem, alle cc. 64-74. L’inchiesta, avviata per ordine del podestà Monaldo Suppolini da Gubbio, fu eseguita dal giudice Rainaldo con l’apporto dei giurisperiti Niccolò e Riccomo e trascritta dal notaio Iacopo del fu Trincamusti (ibidem, c. 65). 78 I testimoni chiamati a deporre erano Romettus quondam Bencipari de Ciecina, Un’area di confine strategica 259 loro proventi, il cosiddetto terratico, doveva essere corrisposto al 79 signore , che quegli appezzamenti fondiari erano stati bonificati da circa una trentina d’anni e che tutti i diritti erano appartenuti alla 80 signoria guidinga . Le risposte, talvolta, potevano fornire anche notizie storiche di un qualche interesse come quella riferita da un certo Benamato del fu Guiscardo, il quale nel fissare i limiti temporali dei suoi ricordi diceva di riandare con la memoria a quando Pistoia cepit Calameccam ed inoltre de tempore in quo a comuni Pistorii castrum de Serravalle fuit constructum81: sembra però improbabile che il teste possa aver personalmente assistito alla costruzione di quel castello che doveva risalire alla metà del secolo precedente; con ogni probabilità doveva aver visto qualche più tardo lavoro di ristrutturazione. Il resoconto di Dicco del fu Piero sembra, invece, confermare lo stato di permanente fluidità politica della zona, là dove racconta che le terre del Padule solo in parte erano sotto il controllo dei Guidi, spettando le altre ad lanbardos82: evidentemente i lambardi di Montecatini. Guerrerius quondam Corsi Bentivengne, Borgongnone quondam Gouthi de Larciano, Bonamicus quondam Ascolini de Larciano, Iuncta Guittoncini, Bonaguardia quondam Pieri, Bonavere quondam Ciuffardi, Sanguingnus Quintavallis de Larciano, Beniaminus Dimandi de Larciano, Parente quondam Pensori de Larciano, Dimoldiede Guarnerii de Larciano, Romeus Bandini de Larciano, Arrigus de Lariccia, Preite Bonappressi, Allamannus Guilielmi, Dolceamaro quondam Vernacci, Lupardus quondam Provinthani, Adactus quondam Provinçani, Tana relicta Cremonensis, Nerbottus Bottegani, Diccus quondam Pieri, Iacobus Dimandi de Larciano, Biancardus quondam Aldibrandini, Torsellus Alcheruoli de Larciano, Benenatus quondam Guiscardi de Larciano, Callarinus quondam Bonaccursi de Larciano, Bonfiliolus quondam Bellocti (ibidem). 79 Le dichiarazioni, strutturate ancora una volta secondo una griglia prestabilita sul modello per articula (cfr. supra nota 28), sono spesso appiattite salvo particolari aggiunte sulle affermazioni del primo teste, in questo caso Romettus quondam Benciparis de Ciecina: il quale disse sotto giuramento quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris (ibidem, c. 66). Bonfigliolo di Ribellotto da Larciano precisò che ipse laboravit de dictis terris et quando laboravit reddidit semper recollectoribus comunis Pistorii pro comuni terraticum, hoc est quartam partem fructuum et dicit quo est etatis LXX annis alias nescit set terram de Pratovecchio vidit cooperta usque ad Brungnanam (ibidem, c. 74). 80 Sulle terre in questione, la loro bonifica e i loro domini Rometto rispose così: item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnuolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XVIII annis citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis (ibidem, c. 66). 81 Benamatus quondam Guiscardi dichiarò, tra le altre cose, quod recordatur quo comune Pistorii cepit Calameccam et etiam de tempore in quo a comuni Pistorii castrum de Serravalle fuit constructum. Item dicit quod habet duas presas in dictis terris in Pratovecchio de quibus reddidit quartam partem tanquam domino (ibidem, c. 74). Per la costruzione del castello di Serravalle, cfr. FRANCESCONI, Incastellamento, pp. 47-48. 82 Diccus quondam Pieri… dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina, 260 III.2 L’inchiesta e il potere Il ruolo della città di Lucca rimane sullo sfondo della nostra documentazione per quanto la sua ombra fosse palpabile in questa area e già dal secolo precedente, stando alla narrazione del cronista 83 Tolomeo : basti pensare, poi, che negli stessi anni in cui Pistoia assestava la sua presenza su Lamporecchio e Larciano, la città del Volto Santo andava consolidando la propria presenza sui distretti di Montecatini, Monsummano e Montevettolini, castelli sui quali aveva- 84 no vantato diritti il vescovo di quella città e i conti Alberti . Le mani su Larciano e sulle sue terre, in ogni modo, le mise la città dell’Ombrone: è ben difficile poter dire se il tempismo, se la continuità di rapporti con la dinastia guidinga avvantaggiassero i Pistoiesi sui Lucchesi, di certo si può dire che per questi ultimi le chances di uno sbocco al mare potevano giocarsi anche altrove, sia negli altri centri della Valdinievole, sia, e forse in modo anche più agevole, attraverso il sistema lacustre di Sesto-Bientina85. La politica di controllo, di potenziamento economico e l’investi- mento di risorse sono la migliore conferma dell’alto livello di attenzio- ne con cui Pistoia in progressione di tempo dovette gestire questo lembo sud-occidentale del suo districtus. Si possono interpretare come atti significativi di questa continua presenza l’acquisizione dell’ospizio di San Donnino nel 123586, l’acquisto di beni e diritti dai lambardi di 87 Montecatini inter terreno de Larciano et terrenum de Montevectorini , set de padule dicit quod pertinebat ad comitem due partis reliqua ut audivit spectabat ad lanbardos (ibidem, c. 72). 83 TOLOMEO DA LUCCA, Annales: invenitur collatio facta Lucensi Communi de terris relictis a palude in Lavano, et de Guisciana et terrae colmatae ab aqua Piscie, et Cerbaria et palude Sexti et quod totum locum da Lucense Commune pertinet. Cfr., più in generale, su questo problema quanto scrivono PESCAGLINI MONTI, Le vicende politiche e per il periodo più tardo CHERUBINI, Lucca nello statuto, pp. 101-112. 84 TIRELLI, Lucca; CECCARELLI LEMUT, I conti Alberti in Valdinievole, pp. 35-38. 85 ONORI, Abbazia di San Salvatore, pp. 39-41 e 115; PELÙ, Le risorse economiche; CHERUBINI, Lucca nello statuto, p. 106. 86 Liber censuum, 297, 1235 marzo 17, con gli atti connessi 298, 1235 marzo 18; 299, 1235 marzo 28; 300, 1235 marzo 28; 301, 1235 marzo 28. 87 Ibidem, 326, 1241 luglio 6. Questo acquisto potrebbe veramente costituire la conferma di quello stato di sovrapposizione di diritti tra i conti Guidi e i lambardi di Montecatini come si ricavava dalla dichiarazione di Dicco del fu Piero (cfr. supra la nota 82). Di questo acquisto si conserva una memoria anche nel Libro detto Memoriale del Comune del 1244 (ASP, Capitoli, 2, c. 58 e poi cfr. supra nota 26), nel quale sono riportati, con molta precisione, in una nota a margine anche i nomi dei lambardi di Montecatini protagonisti della cessione: Homini illorum lanbardorum que venditionem predicta fecerunt seu pro quibus facta fuit infra per singula denotantur, Guido Soffredelli, Arriguccius Riguccii, Arrigus Stancolli, Bernardus Riccardini, Arrigus quondam Aliotti, Lanfrancus Gherardini, Thoringus Ubertini, Un’area di confine strategica 261 la precisione con cui i partitorores terrarum padilingarum comunali periodicamente attribuivano ai locatari le terre del padule che, ad 88 esempio, nel 1245 corrispondevano a diciannove prese e mezzo , alla ciclicità con cui furono trascritti censi e diritti fino agli anni 1297- 89 1335 , alla cura con cui nel Breve Populi del 1284 si affidava agli uomini di Larciano, Cecina, Casale e Castelnuovo l’incarico di mante- nere in buono stato il Porto di Brugnano, pro evidenti utilitate et statu comunis et populi Pistorii et districtus et ad hoc, ut ubertas et fertilitas 90 et copia sit maior in civitate Pistorii mercium et mercantiarum . E ancora affinché gli uomini e i mercanti pistoiesi potessero andare 91 piacevolmente e sicuri ad partem Ficechii et Pisarum : la ragione principale per cui la comunità di Larciano all’inizio del Duecento divenne pistoiese, e torniamo a quanto detto in apertura, sembra davvero tutta racchiusa in queste parole del legislatore. Che poi fossero gli uomini delle comunità di Larciano, Cecina, Casale e Castelnuovo a dover provvedere alla manutenzione ordinaria della struttura portuale costituisce la conferma di quella consuetudine che imponeva una ripartizione delle competenze tra Comune urbano e Comuni rurali nella gestione delle strutture pubbliche e della viabili- tà92: non è del resto casuale che in questa precisa circostanza fossero Sherbolus Tedici, Upitthinus quondam Upithini, Gualfreduccius Albertini, Guido quondam dicti Albertini, Ormannus quondam Guidocti, Fredericus et Bungnus fratres quondam Aldimaris, Marroncinus Aliotti. 88 Ibidem, 329, 1245 maggio 28. 89 Ibidem, 829-830, 1297 ottobre-dicembre/1335 giugno-luglio. Nella parte iniziale di questa lunga inchiesta ricognitiva di censi e diritti del Comune di Pistoia in Larciano, Cecina, Vaiano e San Donnino si richiama un primo registro – perduto – redatto nel 1237: la struttura non troppo dissimile e l’arco cronologico potrebbero rimandare alla nostra o ad una analoga inchiesta di poco posteriore. Di questi documenti si conservano anche altre copie trecentesche una per mano del notaio Perfetto del fu Paolo di Goccio Bottingori (ASP, San Iacopo, 30, detto Nicchio Rosso, cc. 107-114) e una per mano del notaio Iacopo di ser Giovanni di Bertino (ibidem, cc. 33-40). 90 Statutum potestatis 1296, 65, Quod portus de Brugnano Cerbarie aperiatur et exgomboretur. 91 Et homines et mercatores pro eis libentius et securius ad partem Ficechii et Pisarum ire et redire possint, quod portus seu locum Cerbaio loco dicto Brugnano, in districtu Pistorii et territorio de Larciano, aperiatur et scomboretur, et circa ipsum portum, taliter quod cives Pistorii et alii ire et redire volentes ad civitatem Pistorii ultra cum eorum mercatantiis ad dictum portum et ibi morari (ibidem). 92 Et quod dictus portus producatur et mittatur iuxta vel prope ecclesiam Sancti Donnini, ita quod navicelle et alia lignamina, quibus homines utuntur, cum mercatanthia possint ire et redire. Et predicta fiant et fieri debeant per homines de Larciano, Ciecina, Casale et Castelnovo (ibidem). Cfr. SZABÓ, Comuni, pp. 195-234. 262 III.2 L’inchiesta e il potere proprio i villaggi posti lungo l’asse viario che dalla città di Pistoia, attraverso il passo del Baco, conduceva a Brugnano a dover svolgere 93 tali funzioni . Si è così cercato di percorrere l’arco della parabola politica e sociale vissuta da un castello del contado pistoiese e dai suoi uomini, in una fase di importante trasformazione delle forme del potere nelle campagne: da un’organizzazione di tipo signorile, gerarchizzata e della quale possesso e potere, fedeltà e dipendenza, ritualità e informalità costituivano alcuni dei tratti costitutivi94, ad un assetto nel quale il potere comunale, espresso dalla città-stato, diveniva il referente unico sul piano giurisdizionale, fiscale e giudiziario, in un’ottica di garantismo e di uniformità istituzionale dettati dall’ordinamento giuridico della 95 respublica cittadina . Un passaggio indubbiamente molto significati- vo sul piano delle condizioni politiche che soltanto in parte, tuttavia, riuscì a produrre un effettivo cambiamento nelle reali condizioni sociali ed economiche degli uomini. In una prospettiva di storia dal basso potremmo, infatti, sostenere che per coloro che erano stati i dipendenti del potere signorile, di un signore con tutti i poteri ma comunque lontano, gravati da corvées, da obblighi e da censi non cambiò poi molto continuando ad essere soggetti, da un lato, alle pesanti forme del prelievo fiscale cittadino che si traducevano, nel 125096, in 53 lire e 15 soldi per i duecentoquindici focolari censiti nella comunità e, dall’altro, alle non facili condizioni che vennero a crearsi, dal Duecento inoltrato, con l’affermazione della proprietà fondiaria cittadina e della mezzadria poderale, di cui gli acquisti dei figli di Vinciguerra Panciatichi del decennio 1329-1339 formano soltanto un 93 Su quale fosse l’asse viario principale che collegava la città di Pistoia ai porti palustri non c’è stato il più completo accordo, se quello di Montirici, quello del Baco o quello del San Baronto. Sono dell’avviso che i due ultimi abbiano svolto un ruolo importante nelle comunicazioni tra la pianura dell’Ombrone e la Valdinievole più orientale nel corso del Medioevo, anche se in questo caso specifico il coinvolgimento della comunità di Cecina potrebbe far propendere per il percorso del Baco, mentre gli altri dovevano di preferenza essere utilizzati per arrivare a Montevettolini e a Lamporecchio. Si vedano, comunque, anche le considerazioni di MORETTI, La viabilità medievale, pp. 52-53 e di GUARDUCCI, Le vie di comunicazione, pp. 35-48. 94 Mi sia consentito rimandare per il contado pistoiese alla mia recente messa a punto FRANCESCONI, Signoria rurale, testo corrispondente alle note 6 e 7 (ora supra capitolo 1.1). 95 È difficile poter rimandare ad una bibliografia specifica su un tema come questo, dal momento che costituisce un nodo nevralgico di molta storiografia di questo secolo. Per una discussione sui rapporti tra città e contadi in età pieno e tardo-medievale, cfr. MANNORI, Il sovrano tutore, pp. 17-73. 96 ASF, Podesteria, 1250 maggio 17. Un’area di confine strategica 263 piccolo spaccato e il crescente indebitamento dei ceti rurali un dato in 97 progressione incontrovertibile . Furono semmai le condizioni perso- nali dei singoli a mutare più sensibilmente con la possibilità di ricorrere ad una giustizia meno arbitraria di quanto potessero garan- tire i tribunali signorili. Quel che è certo è che la comunità di Larciano nel momento in cui diviene una comunità «scritta» assume una sua fisionomia, non sapre- mo mai quanto fedele o quanto manipolata, una sua identità, una fuoriuscita dall’oblio che nel suo ‘spessore ideologico’ si fa rappresen- tazione di un trapasso di poteri e dei loro codici di riconoscimento. Allo stesso tempo, però, questa rappresentazione consente a distanza di secoli di leggere un’immagine, sì alterata dal tempo, ma comunque in grado di trasmettere una realtà delle campagne e, nello specifico, dei castelli e dei villaggi che le costellarono durante i secoli centrali e tardi del Medioevo più complessa, stratificata e ricca di sfumature di quanto, anche in un recente passato, si sia creduto. Insomma, gli uomini con le loro terre, gli uomini con la loro resistenza ai signori, gli uomini con le loro solidarietà comunitarie e le loro conflittualità ne escono come un quadro pulsante di relazioni, di sentimenti, di conqui- ste che non possono esaurirsi, anche se può sembrare una constatazio- ne banale, in quella semplicistica dicotomia tutta urbanocentrica per cui «al di là delle mura non c’era storia, ma – soltanto – natura»98. 97 Per la mezzadria poderale e la penetrazione della proprietà fondiaria cittadina, cfr. RAUTY, Toponimi del contado pistoiese e IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 211-212. Per l’indebitamento sono da vedere i vari atti contenuti nel fondo Podesteria di Pistoia conservato nell’Archivio di Stato di Firenze, di cui il più significativo è un prestito di 436 lire, 17 soldi e 2 denari contratto dall’intera collettività di Larciano (ASF, Podesteria, 1278 marzo 5). Cfr. su questo tema a livello più generale DE LA RONCIÈRE, Borghese fiorentino, pp. 49-68 e da ultimo BARLUCCHI, Il credito alle comunità del contado. 98 ARGAN, FAGIOLO, Premessa all’arte. Scrivendo queste pagine il pensiero è andato alla memoria dei miei nonni materni che nelle terre a ridosso del padule hanno arato campi e falciato erbe palustri. 264 III.2 L’inchiesta e il potere APPENDICE 1227 Inchiesta ricognitiva condotta dal visconte Mezzovillano, su mandato del podestà Guido da Palazzo, di tutti i redditi, le pensioni, gli affitti e i diritti che il Comune di Pistoia aveva acquisito sul castello di Larciano dopo l’acquisto dai conti Guidi. Sono interrogati undici testimoni. Copia in ASP, Comune, Capitoli, 2, nel Libro chiamato Memoriale del Comune di Pistoia segnato Croce, dei pagamenti da farsi dal Comune di Larciano e da altri Comuni al pubblico di Pistoia dal 1174 al 1252, cc. 51-56/77-78. Il documento, riferibile al podestariato di Guido da Palazzo, tempore domini Guidonis de Palatio potestas Pistoriensis – secondo semestre del 1227 – che ne ordinò la compilazione, fu esemplato nel 1241 per mano del notaio Grandone di Bellebuono sull’orginale di ser Bonaccorso di Manno. Testes recepti a predicto Meçovillano Sancti Spiritus adsit nobis gratia. Anno Domini MCCXXVII, indictione XV. (c. 51) In nomine Domini amen. Hii sunt redditus, pensiones, afficta et rationes qui et que et quas a domino Meçovillano [supradicto] vicecomite de Larciano sunt reinvente pro comuni Pistorii, tempore domini Guidonis de Palatio potestatis Pistoriensis, ab ominibus et personis de Larciano de eo quod dabant et faciebant filiis comitis Guidonis seu debent. ¶ Martinothus quondam Thiethi de Larciano iuravit precepta ipsius potestatis et ipsius Meçovillani de dicenda veritate suo sacramento dicit quod a sex annis retro huc usque ipse fuit castaldus in Larciano pro filiis comitis Guidonis. Item dicit quod homines et persone de Larciano erant de pracito et districtu et banno dictorum comitum et datio atque admasiamento et cavalcata. (c. 52) Item dicit quod semel in anno quando aliquis ex comitibus veni | ebat ad Larcianum quillibet focus dabat unam quartinam sagine ad quartinam Appendice 265 Pistoriensem ipsi comiti vel nuntio eius et ipsemet Martinothus donec fuit castaldus collegit et percepit pro ipsis comitibus verumtamen dicit quod si volebat ipse Martinothus dimitere alicui de Larciano quod poterat hoc facere pro suo officio. Item dicit quod quando veniebat unus ex comitibus vel omnes similiter eorum nuntius petebant sibi dari fenum et paleam a quibusdam hominibus et ipsi cui petita erat palea vel fenum dabat petenti et aliquando nuntii accipiebant eorum voluntate. Item dicit quod quando comites veniebant omnes vel unus eorum seu eorum nuntius ad Larcianum castaldus eorum qui erat ibi adquirebat porros et caules a personis de Larciano et Sancto Donnino et unumcumque poterat ita quod curia habebat. Et ipsemet Martinothus sepius adquisivit donec fuit pro eis castaldus in Larciano et aliunde. Item dicit quod Buithus Aliocti dabat comitibus vel eorum castaldo semel in anno quando veniebant comites prefati unum ferculum carnis porcine sicce et duos panes frumentinos bonos et magnos et convenientes. Item Barone Nerbocti cum suis consortibus totidem. Item presbiter Jordanus ecclesie Sancti Silvestri de Larciano pro ipsa ecclesia dabat quandocumque veniebant comites lectum et annonam uni equo semel in anno et unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos semel in anno et tantam candelam que sufficeret primo sero. Item Ghisloctorus quondam Bardellonis cum suis consortibus semel in anno unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Vethosus Stuffaldi cum filiis Baldi et Bononsengna Guidi et Bonconpagnus Mongii unum ferculum carnis et duos panes. Item Montalectus Dattali cum suis consortibus totidem. Item Thorellus Francesschi totidem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus totidem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini totidem. Item Provinthanus Rolandi cum suis consortibus totidem. Item Bonavollia Borgongnionis qui moratur Pistorio cum cognata sua et cum filiis Rainerii Gottoli et cum Guerreri filius Corsi totidem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quondam Vallecti totidem. Item Manierius quondam Pagni cum suis consortibus totidem. Item Provinçanus Rolandi pro podere quod fuit Melelai totidem. Item suo iuramento dicit quod ipse Martinothus pro ipsis comitibus recollegit pro pensione in Larciano usque in XXIIII solidos seu in XXV annuatim et ideo posuit ita generaliter pro eo quod non recordatur quantam pensionem pro quollibet solvere debeat. Item dicit quod semel in anno quando comes veniebat ad Larcianum, 266 III.2 L’inchiesta e il potere plebanus de Vaiano pro ipsa plebe dabat ei XL panes frumentinos et XL brachia candele. Item credit dictus Martinothus quod Rinforçatus iudex et eius frater habebant in feodum podere de Larciano eorum ab ipisis comitibus et pro ipso podere debebant facere eis fidelitatem et de hoc fuit litigium inter eos unde propter hoc vicecomes fecit aufferri eis usque in decem seu usque in XI quartinas milii. Item dicit quod comites habebant unam domum in castello de Larciano, fines ab I domus filii Melecti, a II carbonaria ipsius castelli, a III via. Item dicit quod Uguiccione Viventi erat scarius curie et faciebat servitia quando comes veniebat deferendo lingna et aquam et lectum et huiusmodi et quare predictam faciebat non dabat datium. Item dicit quod quotienscumque caperetur aliquod porcum silvestrem dabatur curie capud. Item dicit quod recolligebatur pedagium pro ipsis comitibus in Larciano et Cecina. Interrogatus si pisscatores dabant pro ipsa pisscatione aliquid curie. Respondit non, quod ipse sciat. Item interrogatus de lingnamine quod colligebatur in pallude si dabatur aliquid curie. Respondit non, quod ipse sciat. Item Rainerius Pagni cum nepotibus suis dabat annuatim unam quartinam grani curie ad quartinam Arcianensem. Item dicit quod terre que aqua Ghuisciane reliquid in siccum dabatur curie quartam partem totius fructus quod recolligebatur in ipsis terris, scillicet in Sancto Donnino et Pratovechio. Item quotienscunque castaldi curie locabant terram alicui scillicet presam habebant ipsi castaldi pro curia de quallibet presa XXVI denarios, de his vero XXVI denarios habebat curia II solidos et castaldi II denarios et est presa duas lanceas. Interrogatus si ipse habet aliquid de rebus que debuissent pervenire. Respondit non, nisi unum pingnus quod habet a filiis Johannis de Collechio pro XL solidos quod promisit sibi comes pro debito quod pro eo tenebatur. Item dicit quod quando comes volebat servitium aliquod de bonis hospitalis Sancti Donnini, quod habebat exinde sua voluntate et quando moriebatur dominus ipsius hospitalis ipse comes mittebat ibi dominum ad suam voluntatem vel aliquis pro eo eius nomine. Corsus et Martinothus predicti eorum sacramento dicunt quod audiverunt dici indiferenter per Larcianum quod masia de Munerano dabat annuatim unum barilem vini de una meçaiuola, quando castaldus curie volebat. Item dicunt quod masia de Valle totidem. Appendice 267 Item dicunt quod masia de Cambiaticcio totidem. Interrogatus si scit aliud. Respondit non modo. ¶ Corsus Bentivengne de Larciano suo sacramento dicit quod a sex annis retro huc usque ipse fuit castaldus in Larciano pro filiis comitis Guidonis. Item dicit quod homines et persone de Larciano erant de pracito et districtu et banno dictorum comitum et datio atque amasiamento et cavalcata. Item dicit quod semel in anno, quando aliquis ex comitibus veniebat ad Larcianum, quillibet focus dabat unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem ipsi comiti vel nuntio eius. Item dicit quod quando veniebat unus ex comitibus vel omnes semel vel eorum nuntius petebat sibi dari fenum et paleam a quibusdam hominibus et ipsi cui petita erat palea vel fenum dabat petenti et aliquando nuntii accipiebant eorum voluntate. Item dicit quod, quando comites veniebant omnes vel unus eorum seu eorum nuntii ad Larcianum, castaldus eorum qui erat ibi adquirebat porros et caules a personis de Larciano et Sancto Donnino et unumcumque (c. 53) poterat | ita quod curia habebat. Item dicit quod Buithus Aliocti dabat comitibus vel eorum castaldo, semel in anno, quando veniebant comites prefati unum ferculum carnis porcine sicce et duos panes frumentinos bonos et magnos et convenientes. Item Barone Nerbocti cum suis consortibus totidem. Item presbiter Jordanus ecclesie Sancti Silvestri de Larciano, pro ipsa ecclesia, lectum quandocumque veniebant comites et annonam uni equo semel in anno et unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos semel in anno et tantam candelam que sufficeret primo sero. Item Ghisloctorus quondam Bardelloni cum suis consortibus semel in anno unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Montalectus Dattali cum suis consortibus totidem. Item Thorellus Francesschi totidem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus totidem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini totidem. Item Provinçanus Rolandi cum suis consortibus totidem. Item Vethosus Struffaldi cum filiis Baldi et Bonensegne Guidi et Boncompagnus Congii unum ferculum carnis et duos panes. Item Bonavollia Borgongnonis qui moratur Pistorio cum cognata sua et cum filiis Rainerii Gottoli et Guerreri filius Corsi totidem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quondam Vallecti totidem. Item Mainerius quondam Pagni cum suis consortibus totidem. Item Provinthanus Rolamdi pro podere quod fuit Melai totidem. 268 III.2 L’inchiesta e il potere Item suo sacramento dicit quod Martinothus predictus pro ipsis comitibus recollegit pro pensione in Larciano usque in XXIIII solidos seu in XXV annuatim et ideo posuit ita generaliter pro eo quod non recordatur quanta pensio pro quollibet solvere debeat. Item dicit quod, semel in anno, quando comes veniebat ad Larcianum, plebanus de Vaiano pro ipsa plebe dabat ei XL panes frumentinos, XL brachia candele. Item credit dictus Corsus quod Rinforçatus iudex et eius frater habebant in feudum podere eorum de Larciano ab ipsis comitibus et pro ipso podere debebant eis facere fidelitatem; et de hoc fuit litigium inter eos, unde propter hoc vicecomes fecit aufferri eis usque in X seu usque in XI quartinas milei. Item dicit quod comites habebant unam domum in castello de Larciano, fines ab I domus filii Melecti, a II carbonaria ipsius castelli, a III via. Item dicit quod Uguiccione Viventi erat scarius curie et faciebat servitia quando comes veniebat deferendo lingna et aquam et lectum et huiusmodi et quare predictam faciebat non dabat datium. Item dicit quod quotienscumque caperetur aliquod porcum silvestrem dabatur curie capud. Item dicit quod recolligebatur pedagium pro ipsis comitibus in Larciano et Cecina. Interrogatus si piscatores dabant pro ipsa piscatione aliquid curie. Respondit non, quod ipse sciat. Item interrogatus de lingnamine quod colligebatur in pallude si dabatur aliquid curie. Respondit non, quod ipse sciat. Item Mainerius Pagni cum nepotibus suis dabat annuatim unam quartinam grani curie ad quartinam Arcianensem. Item dicit quod terra que aqua Guisciane reliquid in siccum dabatur curie quartam partem totius fructus quod colligebatur in ipsis terris, scillicet in Sancto Donnino et Pratovechio. Item quotienscumque castaldi locabant terram alicui scillicet presam habebant ipsi castaldi pro curia de quallibet presa XXVI denarios, de hiis vero XXVI denarios habebat curia II solidos et castaldi II denarios et est presa duas lanceas per testam. Interrogatus hic testis si habet aliquid de rebus que debuissent pervenire comitibus. Respondit non, nisi pingnus unum quod habent filii Johannis de Collechio pro XL solidos quod promisit sibi comes pro debito quod pro eo tenebatur. Item dicit quod quando comes volebat servitium aliquod de bonis et rebus hospitalis Sancti Donnini quod habebat exinde et capiendo exinde de ipsis bonis sua voluntate et quando moriebatur dominus ipsius hospitalis Appendice 269 ipse comes mittebat ibi dominum ad suam voluntatem vel aliquis pro eo eius nomine. ¶ Bonfiliolus Ribellocti suo sacramento dicit quod homines et persone de Larciano erant comitis Guidonis datio, placito, districtu, hoste et cavalcata de amasiamento dicit tantum de hominibus comitis. Item dicit quod quillibet focus suprascripte terre de Larciano tantum de castello de Larciano semel in anno in adventu comitis dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit quod sacerdos ecclesie Sancti Silvestri pro ipsa ecclesia dabat eidem comiti lectum et candelas quantum primo sero ei sufficeret et unam quartinam ordei equo suo et hoc semel in anno et unam menestram carnis et duos panes. Item dicit quod plebanus de Vaiano pro ipsa plebe erat solitus dare eidem comiti in adventu suo, quando veniebat semel in anno, XL panes frumentinos et XL brachia candele. Item Petrus Scappati cum suis consortibus unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Buithus Aliocti totidem. Item Barone Nerbocti totidem. Item Ghislottorus Bardelloni totidem. Item Mottalectus Dattali cum suis consortibus totidem. Item Thorellus Francesschi idem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus totidem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus Rolandi cum suis consortibus idem. Item Bonavollia Borgongnionis de Pistorio cum cognata sua et cum filii Rainerii Gottoli idem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quodam Vallecti idem. Item Mainerius Pangni cum suis consortibus idem. Item Guerrerius filius Corsi pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus Rolandi pro podere quod fuit Melelai idem. Item quare Uguiccione Viventi deferebat lingna, aquam et lectum et ortum si castaldus adquirebat et huiusmodi comiti quando veniebat ad Larcianum non dabatur datium comiti. Item dicit quod quando veniebat comes ad Larcianum nuntii eius accipiebant fenum et paleam ubicumque inveniebant et quandoque dabatur eis ab hominibus illius terre de Larciano. Item quandocunque caperetur aliquem porcum silvestrem habentem tres annos vel circa capud illius porci dabatur curie. Item dicit quod pedagium quod aufferebatur in Larciano et Ciecina 270 III.2 L’inchiesta e il potere aufferebatur pro comite. Item dicit quod de piscatione nichil dabatur curie neque de lingnamine paludis. (c. 54) Item dicit quod Mainerius Pagni cum nepotibus suis annuatim dabat | curie unam quartinam grani ad quartinam larcianensem. Item de terris Sancti Donnini et Pratovechio dabatur curie quartam partem totius fructus. Item dicit quod quandocumque castaldi curie locabant aliquam presam alicui homini vel persone pro quallibet locatione habebant XXVI denarios, ita tamen quod solidos II erant curie et II ipsorum castaldorum. Item dicit quod comes mittebat dominum in hospitali Sancti Donnini quando moriebat et capiebata inde servitia et de bonis ipsius loci cum sibi placebat tanquam dominum, de masiis predictis nichil scit nisi auditu. Item socrus Roberti Pandolfi pro podere Gualandelli unam focacciam annuatim quando curia veniebat quod podere tenet ipse Rubertus. Item dicit quod filii quodam Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quare ipsi filii Rainerii non faciebant comiti fidelitatem ipse comes fecit interdici eis podere eorum de Larciano et insuper vicecomes pro eo fecit eis aufferri XI quartinas milei tempore signorie Fantolini. Item dicit quod, quando venditio facta fuit de Larciano Pistoriensibus, comes habebat una domum in castello de Larciano, fines: ab una filii Melecti, ab II Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli. Pensionem vero dicit illam esse usque in XXV solidos seu usque in XXVI de orto vero dicit quod quando curia veniebat nuntii ipsi curie pro ipsa curia adquirebant ad hominibus de Larciano. Item dicit quod audivit dici et frequens fama inde est quos abbas de Bugiano dabat curie annuatim XXV falces anguillarum siccarum de terra et piscaria quam habet in pallude. ¶ Biancardus Ildibramdini suo sacramento dicit quod homines et persone de Larciano erant comitis Guidonis datio, placito, districtu, hoste et cavalcata de amasiamento dicit tantum de hominibus comitis. Item dicit quod quillibet focus suprascripte terre de Larciano tantum de castello de Larciano semel in anno in adventu comitis Guidonis dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit quod sacerdos ecclesie Sancti Silvestri pro ipsa ecclesia dabat eidem comiti lectum et candelas quantum primo sero ei sufficeret et a capiebat è ripetuto nel testo. Appendice 271 Fig. 40. Inchiesta podestarile del 1227 (ASP, Capitoli, 2, c. 55). 272 III.2 L’inchiesta e il potere unam quartinam ordei equo suo et hoc semel in anno et unum ferculum carnis et duos panes. Item dicit quod plebanus de Vaiano pro ipsa plebe erat solitus dare eidem comiti in adventu sui, quando veniebat semel in anno, XL panes frumenti et XL brachia candele. Item Petrus Scappati cum suis consortibus unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Buithus Aliocti totidem. Item Barone Nerbocti totidem. Item Ghislottorus Bardelloni totidem. Item Montalectus Dattali cum suis consortibus idem. Item Thorellus Francesschi idem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus idem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus Rolamdi cum suis consortibus idem. Item Bonavollia Borgongnioni de Pistorio cum cognata sua et cum filiis Rainerii Gottoli idem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quondam Vallecti idem. Item Mainerius Pagni cum suis consortibus idem. Item Guerrerius filius Corsi pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus Rolamdi pro podere quod fuit Melelai idem. Item quare Uguiccione Viventi deferebat lingna, aquam et lectum et huiusmodi si castaldi adquirebant comiti quando veniebat ad Larcianum non dabat datium comiti. Item dicit quod comes veniebat ad Larcianum nuntii eius accipiebant fenum et paleam ubicumque inveniebant et quandoque dabatur eis ab hominibus illius terre de Larciano. Item quandoque caperetur aliquem porcum silvaticum habentem tres annos vel circa illud capud curie deferebatur. Item dicit quod passagium quod aufferebatur in Larciano sive Cecina aufferebatur pro comite. Item dicit quod de pisscatione nichil curie dabatur neque de lingnamine paludis. Item dicit quod Mainerius Pangni cum suis nepotibus curie dabat annuatim unam quartinam grani ad quartinam Arcianensem. Item de terris Sancti Donnini et Pratovechio dabatur curie quartam partem fructus. Item dicit quod quandocumque castaldi curie locabant aliquam presam alicui persone pro ipsa locatione habebant XXVI denarios de hiis autem curia habebat II solidos et II denarios castaldi de masiis superius dictis dicit auditu scire et non aliter. Appendice 273 Et dicit hic testis quod ivit cum comite Rugerio et duga Bertoldo ad Montevectorinim causa interdicendi eis ut non laborarent terram positam in loco Ysora neque pisscarent et hoc ideo quare abbas de Bugiano solita servitia quando debebat non prestabat comitibus et hoc interdictum fuit ipsis de Montevettorino factum. Item dicit quod comes mittebat dominum in hospitali Sancti Donnini quando moriebatur et capiebat inde servitia cum eius voluntas erat tamquam dominis. Item socrus Ruberti Pandulfini pro podere Gualamdelli unam focacciam annuatim quando curia veniebat quod podere tenet ipse Rubertus. Item dicit quod filii Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quare ipsi filii Rainerii non faciebant comiti fidelitatem ipse comes fecit eis interdici podere eorum de Larciano et insuper vicecomes fecit eis auferri XI quartinas milei tempore signorie Fantolini. Item dicit quod, quando venditio facta fuit in Larciano Pistoriensibus, comes habebat unam domum in castello de Larciano, fines ab I filiis Melecti, a II filii Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli. Pensionem dicit esse usque in XXV vel XXVI solidos. (c. 55) ¶ Guido Bosscori suo sacramento dicit quod de masiis predictis nichil scit, nisi ex auditu, ita videlicet quod quellibet earum masia dabat annuatim comiti unum barilem vini de una meçaiuola de focaccia quam dixit Provinçanus nichil scit et hoc plus quod non dixit dictus Provençanus, quod audivit dici Bosscoro patri suo multotiens quod abbas predictus erat solitus dare curie annuatim L falces anguillarum siccarum de terra de Ysora; et quod homines et persone de Larciano erant comitis Guidonis datio, pracito, districtu, hoste et cavalcata de amasiamento dicit tantum de hominibus comitis. Item dicit quod quillibet focus suprascripte terre de Larciano, semel in anno, in adventu comitis dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit quod sacerdos ecclesie Sancti Silvestri pro ipsa ecclesia dabat eidem comiti lectum et candelas quantum primo sero eis sufficeret et unam quartinam ordei equo suo et hoc semel in anno et unum ferculum carnis et duos panes. Item dicit quod plebanus de Vaiano pro ipsa plebe erat solitus dare eidem comiti, in adventu suo in anno, XL panes et XL brachia candele. Item Petrus Scappati cum suis consortibus unum ferculum carnis porcine et duos panes frumenti. Item Buithus Aliocti totidem. 274 III.2 L’inchiesta e il potere Item Barone Nerbotti totidem. Item Ghislottorus Bardellonis totidem. Item Montalectus Dattali cum suis consortibus idem. Item Thorellus Francesschi idem. Item Pandolfus Corborini idem cum suis consortibus. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus Rolandi cum suis consortibus idem. Item Bonavollia Borgongnonis de Pistorio cum cognata sua et cum filii Rainerii Gottoli idem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quondam Vallecti idem. Item Mainerius quondam Pangni cum suis consortibus idem. Item Guerrerius filius Corsi pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus Rolamdi pro podere quod fuit Melelai idem. Item quare Uguiccione Viventi deferebat lingna, aquam et lectum et ortum et huiusmodi comiti si castaldus adquirebat quando veniebat ad Larcianum non dabat datium comiti. Item dicit quod quando comes veniebat ad Larcianum nuntii eius adcipiebant fenum et paleam ubicumque inveniebant et quandoque dabatur eis ab hominibus illius terre de Larciano. Item quandocumque caperetur aliquem porcum silvaticum habentem tres annos vel circa capud illius porci dabatur curie. Item pedagium quod aufferebatur in Larciano et Cecina pro comite aufferebatur. Item de piscatione et lingnamine paludis nunquam aliquid curie dabatur. Item dicit quod Mainerius Pagni cum nepotibus suis annuatim dabat curie unam quartinam grani ad quartinam arcianensem. Item dicit quod de terris de Sancto Donnino et Pratovechio dabatur curie quartam partem totius fructus. Item dicit quod quandocumque castaldi curie locabant aliquam presam alicui persone pro quallibet locatione habebant XXVI denarios, ita vidit quod solidos II dabantur curie et II denarios castaldi. Item dicit quod quando dominus hospitalis moriebatur ipse comes pro suo arbitrio mittebat ibi dominum et capiebat de rebus ipsius loci ut dominus. Item dicit quod filii Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quare ipsi filii Rainerii non faciebant comiti fidelitatem ipse comes fecit eis interdici podere eorum de Larciano et insuper vicecomes fecit eis aufferri XI quartinas milei tempore signorie Fantolini. Item dicit quod, quando venditio fuit facta de Larciano Pistoriensibus, comes habebat ibi unam domum in castello de Larciano fines, ab I filii Appendice 275 Melecti, a secunda Mainerii, a tertia via, a IIII carbonaria castelli. Pensionem dicit esse que recolligi debet pro comite XXV solidos seu usque in XXVI. ¶ Provincianus de Larciano quondam Rolamdi iuravit de veritate dicenda suo sacramento dicit quod homines et persone de Larciano erant comitis Guidonis de datio, placito et districtu et hoste et cavalcata de amasiamento dicit tantum de hominibus comitis. Item dicit quod quillibet focus suprascripte terre de Larciano tantum de castello de Larciano, semel in anno, in adventu comitis dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit quod sacerdos ecclesie Sancti Silvestri pro ipsa ecclesia dabat eidem comiti lectum et candelas quantum primo sero ei sufficeret et unam quartinam ordei equo suo et hoc semel in anno et unam menestram carnis et duos panes. Item dicit quod plebanus de Vaiano pro ipsa plebe erat solitus dare eidem comiti, in adventu suo semel in anno, XL panes frumentinos et XL brachia candele. Item Petrus Scappati cum suis consortibus unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Buithus Aliotti totidem. Item Barone Nerbotti totidem. Item Ghislottorus Bardelloni totidem. Item Montalettus Dattali cum suis consortibus idem. Item Thorellus Francesschi idem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus idem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus Rolandi cum suis consortibus idem. Item Bonavollia Borgognonis de Pistorio cum cognata sua et cum filiis Raineri Gottoli idem. Item Corsus Bentivengne cum Ugolino suo cognato quondam Vallecti idem. Item Mainerius quondam Pagni cum suis consortibus idem. Item Guerrerius filius Corsi pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus Rolandi pro podere quod fuit Melelai idem. Item quare Uguiccione Viventi deferebat lingna, aqua et lectum et ortum si castaldus adquirebat et huiusmodi comiti quando veniebat ad Larcianum non dabat datium comiti. (c. 56) Item dicit quod quando comes veniebat ad Larcianum | nuntii eius accipiebant fenum et paleam ubicumque inveniebant et quandoque dabatur eis ab hominibus illius terre de Larciano. Item quandocunque caperetur aliquem porcum silvestrem habentem tres 276 III.2 L’inchiesta e il potere annos vel circa capud illius porci dabatur curie. Item dicit quod pedagium quod aufferebatur in Larciano et Ciecina aufferebatur pro comite. Item dicit quod de pisscatione nichil dabatur curie neque de lingnamine palludis. Item dicit quod Mainerius Pagni cum nepotibus suis annuatim dabat curie unam quartinam grani ad quartinam Arcianensem. Item de terris Sancti Donnini et Pratovechio dabatur curie quartam partem totius fructus. Item dicit quod quandocunque castaldi curie locabant aliquam presam alicui homini vel persone pro quallibet locatione habebant XXV denarios, ita tantum quod solidos II erant curie et denarios II ipsorum castaldorum. Item dicit quod comes mittebat dominum in hospitali Sancti Donnini quando moriebatur et capiebat inde servitia quando erat eius voluntas. Item dicit quod masia de Munerano et masia de Valle et masia de Cambiaticcio quellibet earum dabat curie unum barile vini de una meçaiuola annuatim; hoc idem dabat masia de Quarthano, quam masiam de Munerano tenet Biecus Raldinelli cum suis consortibus et illa de Quarthano tenet Iacopus Silicari cum suis consortibus et illa de Valle tenet Iuncta de Clara cum suis consortibus et alia vero non recordatur modo. Item socrus Ruberti Pandolfini pro podere Gualandelli unam focacciam annuatim, quando curia veniebat quod podere tenet ipse Robertus. Item dicit quod filii quondam Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quia ipsi filii Rainerii non faciebant comiti fidelitatem ipse comes fecit interdici eis podere eorum de Larciano et insuper vicecomes fecit eis aufferri XI quartinas milei tempore singnorie Fantolini. Item dicit quod, quando venditio facta fuit de Larciano Pistoriensibus, comes habebat unam domum in castello de Larciano fines ab I filii Melecti, a II Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli. Pensionem vero dicit illam esse usque in XXV solidos seu usque XXVI. Interrogatus si scit aliud. Respondit non modo. ¶ Ghiandorus Vernaccii suo sacramento dicit idem quod Provinçanus predictus de datio, placito et districto, oste et cavalcata et amasiamento et foco et candelis et de plebano idem; et de predictis omnibus et singulis dicit se auditu scire et frequens fama est in Larciano quod predicta servitia fiebant comiti et suis nuntiis. Interrogatus si scit aliud. Respondit non modo. ¶ Aringerius quondam Francardelli de Larciano suo sacramento dicit quod Appendice 277 b Larcianum et eius curia erat de pracito et districto et hoste et cavalcata comitis Guid[onis] atque admasiamento. Item dicit quod comes predictus inponebat datium, quando sibi placebat in Larciano et habebat illud. Item dicit quod homines de Larciano quando comes veniebat in Larciano, homines ipsius terre dabant ei quillibet focus unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit, se auditu scire, quod erant XII domus in castellare de Larciano quod quellibet earum dabat curie annuatim XII fercula carnis porcine et XXIIII panes frumentinos. Item dicit quod Thorellinus Framcesschi fecit se castellanum sub hac conditione. Item dicit quod quando comes veniebat ad Larcianum nuntii eius accipiebant paleam et fenum undecumque poterant. c d Item dicit quod […] nuntii ipsius comitis eiusque castaldus quando comes veniebat ad Larcianum adquirebant porros et coquinam in Larciano et exinde habebat comes. De capite vero porci quando capiebatur deferebatur capud curie. Iterrogatus de pensione quantam comes recolligebat. Respondit quod nescit, dicit tamen quod audivit dici quod recolligebatur in Larciano annuatim usque in XX solidos seu in XXIIII. Item dicit quod plebanus de Vaiano, pro ipsa plebe, quando veniebat ibi comes ipse plebanus dabat ei XL panes et XL brachia candele. Interrogatus de presbitero de Larciano quantum dabat curie. Respondit quod nescit, dicit tamen quod domus ipsius sacerdotis erat una domus de hiis XII hominibus et quando veniebat ibi comes ipse sacerdos dabat ei unam quartinam ordei ut audivit. Item dicit quod Rinforçatus iudex et eius frater pro podere eorum de Larciano devenerunt ad litem cum comite et pro ipsa lite castaldi curie interdixerunt eis omne et totum podere quod ipsi habebant in Larciano ita quod exinde non haberent aliquid. Item dicit quod, eo tempore quo emptio facta de Larciano a Pistoriensibus fuit, audivit dici Martinotho castaldo curie in ecclesia de Larciano quod si quis deberet dare aliquid filii Gottoli de podere eorum quod daretur eis et hoc ideo quare ipsi erant [concii] cum comitibus. Interrogatus si aliquis ex ipsis filiis Gottoli erat tunc presens in ipsa ecclesia. Respondit quod non recordatur. Item dicit quod quando castaldi curie locabant terram alicui de quollibet b una macchia nella pergamena rende difficoltosa la lettura della parola cavalcata. c una macchia nella pergamena rende illeggibile la parola. d una macchia nella pergamena rende difficoltosa la lettura della parola comes. 278 III.2 L’inchiesta e il potere staioro habebant XXVI denarios et habebant quartam partem fructus ipsarum terrarum que in ipsis terris colligebantur. Item dicit quod comites erant patroni et domini de hospitali Sancti Donnini et quando dominus ipsius hospitalis moriebatur mittebant ibi alium dominum et capiebant de rebus ipsius hospitalis quicquid eis placebat. Item dicit quod Mangiadore et eius thius reddebant curie annuatim unam broccam vini. Interrogatus si scit aliquid aliud quod debuisset reddi curie. Respondit quod nescit modo aliud. (c. 77) ¶ Uguiccione Viventi suo sacramento dicit de placito, districtu, oste, cavalcata et amasiamento et de datio idem quod Aringerius predictus. Item dicit quod quando curia veniebat ad Larcianum quillibet focus dabat castaldi curie unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem et castaldi promittebant cuicumque volebant ab his qui reddebant panem et carnem, idem cum Provinciano predicto. Item dicit quod audivit dici quod masia de Valle reddebat curie, quando comes veniebat, unam meçaiuolam vini que masia tenet modo Thebaldus Pieri et Personaldus Ardenghi et eorum consortes. Item dicit quod ipsemet Uguiccione recollegit de masia de Munerano unum meçaiolum vini que masia tenent modo filii Sostegni quondam Pieri et Corbolanus et Angelerius et eorum consortes. Item dicit quod masia de Quarthano tenent Ianni Locterii et eius consortes. Item dicit quod quando capiebatur porcus dabatur curie capud. Item dicit, quod audivit dici castaldis curie, quod recolligebatur pensionem in Larciano pro comitibus usque in XXIIII solidos seu usque in XXV solidos. Item dicit quod presbiter Sancti Silvestri, quando veniebat comes, ipse sacerdos dabat ei unam quartinam ordei equo comitis et candelas uni sero ad sufficientiam et lectum comiti. Item dicit, quod audivit dici et frequens fama inde est, quod abbas de Bugiano dabat curie annuatim XXV falces anguillarum siccarum de terra et piscaria quam habet in pallude. Item dicit quod plebanus predictus quando veniebat comes ipse plebanus dabat ei, pro ipsa plebe, XL panes et XL brachia candele. Item dicit quod quandocumque curia veniebat nuntii curie aufferebant paleam et fenum unumcumque poterant et quandoque petebant sibi dari ab hominibus illius terre. Item dicit quod quando curia veniebat castaldi curie adquirebant ortum ab hominibus de Larciano et quandoque ab hospitali Sancti Donnini et quandoque emebant. Appendice 279 Item dicit quod de terris locatis curia habebat quartam partem fructus et ab unoquoque homine pro locatione terre habebat curia XXVI denarios. Item dicit quod Martinus Glamdolfi cum suis consortibus dabat curie annuatim unam quartinam grani ad quartinam Arcianensem. Item Mainerius Pagni cum suis fratribus tantumdem. Item dicit quod comes mittebat dominum in predicto hospitali quando moriebatur et capiebat de bonis et rebus ipsius hospitalis cum eius voluntas erat. Item dicit quod filii quondam Rainerii Gottoli pro podere eorum quod habent ad Larcianum devenerunt ad litem cum curia, pro qua lite curia interdixit eis ipsum podere et fecit ipsa curia aufferri Ianni Arriguccii pro filiis Rainerii ipsius X quartinas milii quod retulit Uguiccione ad domum Marthinothi; et eo tempore quando emptio facta fuit a Pistoriensibus audivit dici a Martinotho in ecclesia de Larciano quod filii quondam Rainerii erant [concii] cum curia. Interrogatus si vidit eis reddi possessionem. Respondit non. Interrogatus si scit aliud. Respondit non, modo. ¶ Thorellus Francesschi suo sacramento dicit quod de masiis predictis nichil scit, nisi ex auditu. Item dicit hic testis quod tempore quo Berlingerius de Mula, Sighibuldus Arriduri et Traiectus Gottifredi habebant in pignus iura et actiones ab ipsis comitibus que et quas ipsi habebant in Larciano ipse testis pro ipsis Berlingerio et Sighibuldo et Traiecto recollegit fercula carnis, panem et annonam et candelas in Larciano et panem et candelas a plebano de Vaiano et dicit quod Petrus Mucciori, Vivianus Piccinecti et Ubertollus Cusci gaudebant, tenebant atque possidebant pro ipsis comitibus terras de Ysora et pisscaria et dicit [Tegnente] quod Vivente quodam tempore fecit quoddam furtum pro quo a curia fuit missus in banno. Item dicit quod homines et persone de Larciano erant curie pro comitibus datio, placito, districtu, hoste et cavalcata de amasiamento dicit tantum de hominibus comitis. Item dicit quod homines et persone de Larciano [...] Item dicit quod quillibet focus suprascripte terre, semel in anno in adventu comitis, dabat ei unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Item dicit quod sacerdos ecclesie Sancti Silvestri, pro ipsa ecclesia, dabat eidem comiti lectum et candelas quantum primo sero ei sufficeret et unam quartinam ordei equo suo et hoc semel in anno et unam menestram carnis et duos panes. Et dicit quod plebanus de Vaiano, pro ipsa plebe, erat solitus dare eidem comiti in adventu suo semel in anno XL panes et XL brachia candele. 280 III.2 L’inchiesta e il potere Item Petrus Scappati cum suis consortibus unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item dictus Buithus totidem. Item Barone Nerbocti totidem. Item Ghisloctorus Bardelloni totidem. Item Montalettus Dattali cum suis consortibus idem. Item de se ipso hic testis dicit idem. Item Pandolfus Corborini cum suis consortibus idem. Item Tralingnatus et Ranuccinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus Rolamdi cum suis consortibus idem. Item Bonavollia predictus cum cognata sua et cum filiis Corsi pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus Rolamdi pro podere quod fuit Melelai idem. Item quare Uguiccione Viventi deferebat ligna et aquam et lectum et ortum et huiusmodi comiti si castaldus adquirebat non dabat datium comiti. Item dicit quod quando comes veniebat ad Larcianum nuntii eius accipiebant fenum et paleam ubicumque inveniebant et quandoque dabatur eis ab hominibus de Larciano. Item quandocunque caperetur aliquem porcum silvaticum habentem tres annos vel circa capud illius dabatur curie. Item dicit quod illud pedagium quod aufferebatur in Larciano et Cecina pro curia aufferebatur. Item de lingnamine et piscatione palludis nichil curie dabatur. Item dicit quod Mainerius Pangni cum nepotibus suis dabat annuatim curie unam quartinam grani ad quartinam Arcianensem. Item dabatur curie quartam partem fructus de terris Sancti Donnini et Pratovechio. Item quotienscumque castaldi pro curia locarent aliquam presam alicui quod de unaquaque habebant XXVI denarios, duos solidos erant curie et duos denarios castaldi. (c. 78) Item dicit quod comes accipiebat de bonis ipsius hospitalis ut dominus et ut eius voluntase erat et ibi mittebat dominum quando dominus ille tranxiret de hac vita. Item dicit quod soclus Ruberti Pandolfini pro podere Gualandelli unam focacciam annuatim quando curia adventura erat quod podere ipse Rubertus tenet. Item dicit quod filii Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quare ipsi filii Rainerii Gottoli non faciebant comiti fidelitatem ipse comes fecit interdici podere eorum de Larciano et insuper vicecomes e eius voluntas è ripetuta due volte nel testo. Appendice 281 fecit eis aufferri XI quartinas milei tempore signorie Fantolini. Item dicit quod quando Pistorienses emerunt Larcianum a comitibus, ipsi comites habebant in suprascripto Larciano unam domum in ipso castello fines ab una filii Melecti, a II Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli. ¶ Deomeldiede Tomarelli suo sacramento dicit de masiis auditu et de focaccia nichil. Item dicit quod homines et persone de Larciano erant comitis predicti datio, hoste, placito et districtu, de amasiamento tantum dicit de hominibus comitis et dicit quod quillibet focus suprascripte terre, in adventu comitis semel in anno, dabat unam quartinam sagine ad quartinam Pistoriensem. Et sacerdos de Larciano lectum et candelas quantum primo sero sufficeret et equo suo unam quartinam ordei et unam menestram carnis et duos panes et plebanus de Vaiano XL brachia cendele et XL panes. Item Petrus Scappati cum consortibus suis unum ferculum carnis porcine et duos panes frumentinos. Item Buithus, Barone et Ghisloctorus predicti quillibet eorum unum ferculum carnis et duos panes. Item Montalectus predictus cum consortibus idem. Et Thorellus Francesschi idem. Item Pandolfus cum consortibus suis idem. Item Tralingnatus et Angiorinus filii Cicorini idem. Item Provinçanus cum consortibus suis idem. Item Bonavollia predictus cum cognata sua et cum filiis Rainerii predicti idem. Item Corsus predictus cum Ugolino predicto suo cognato idem. Item Mainerius Pangni cum consortibus suis idem. Item Guerrerius predictus pro podere Servite uxoris sue idem. Item Provinçanus predictus pro podere quod fuit Melelai idem. Item Uguiccione predictus nichil curie dabat datium comiti pro eo quod deferebat lingna, lectum et huiusmodi si castaldus adquirebat. Item quandocumque caperetur aliquem porcum silvaticum habentem tres annos vel circa capud illius curie dabatur. Item dicit quod pedagium de Larciano et Ciecina pro curia aufferebatur et dicit quod de lingnamine et piscatione paludis nichil dabatur. Item Mainerius predictus cum nepotibus suis dabat curie annuatim unam quartinam grani ad quartinam arcianensem. Et dicit quod de terris Sancti Donnini et Pratovechio dabatur curie annuatim quartam partem fructus. 282 III.2 L’inchiesta e il potere Et dicit quod de unaquaque presa castaldi habebant XXVI denarios, duos videlicet solidos erant curie et II denarios castaldorum. Item dicit quod comes mittebat dominum in hospitali predicto cum moriebatur et capiebat de bonis ut dominus. Item soclus Ruberti predicti pro podere Gualandelli unam focacciam annuatim quando curia veniebat et ipse Rubertus tenet podere. Item dicit quod filii Rainerii Gottoli erant fideles curie pro podere de Larciano. Item dicit quare ipsi filii Rainerii non faciebant fidelitatem comiti ipse comes fecit eis interdici podere eorum de Larciano et insuper vicecomes fecit eis interdici XI quartinas milei tempore signorie Fantolini. Et dicit quod quando Pistorienses emerunt a comite Larcianum, ipse comes habebat in castello de Larciano unam domum fines ab una filii Melecti, a II Mainerii, a III via, a IIII carbonaria castelli. Ego Bonaccursus imperiali auctoritate notarius et tunc scriba in Larciano pro Comuni Pistorii iuramentis et examinationi dictorum testium, scillicet Martinothi, Corsi, Bonfilioli, Biancardi, Guidonis, Provinthani, Ghiandori, Aringherii, Uguiccionis, Thorelli et Deomeldiedi suprascriptis interfui et ut superius in hac pagina omnia suprascripta sunt de mandato Meçovillani vicecomitis pro Comuni Pistoriei tunc in Larciano fidelitatem scribens signo meo proprio communivi. Ego Gramdonus Bellebuoni autenticum huius exempli scriptum et singnatum manu Bonaccursi notari vidi et legi ipsi et que tenore superius fideliter transcripsi et exemplavi et ad maiorem rei evidentiam singnum mee manus apposui de mandato et auctoritate mihi prestitis et concessis Pistorie in palatio sub annis Domini MCCXLI, indictione XIIII, VII kalendis agusti coram Niccolao Persichelli et Parmisciano Jenovesi a domino Bergondio iudice Comunis Pistorie. 283 III. 3 La «comunità che racconta»: le terre «padulinghe» di Larciano nel 1244 Il podestà di Pistoia Monaldo Suppolini da Gubbio nei mesi di settembre e ottobre del 1244 dette incarico ad una commissione formata da giudici, camerlenghi e notai di avviare un progetto di accertamento e di registrazione di quei diritti, redditi, pensioni e 1 crediti che il Comune deteneva in città e nel territorio . La commissio- ne, formata dai giudici Riccomo e Niccolò insieme ai camerlenghi Corso e Gottolo e al notaio Iacopo del fu Trincamusti, redasse un fascicolo suddiviso in varie rubriche nell’intento di sistemare, attraver- so il recupero di memorie documentarie e orali, un complesso diver- sificato di iura comunali2. Si era fatto ricorso alle migliori risorse della burocrazia cittadina per definire diritti patrimoniali e politici di pertinenza delle magistrature urbane: così per gli acquisti effettuati, 3 tra il 1225 e il 1226, nella comunità di Carmignano , così per il rinvenimento dei diplomi imperiali che riconoscevano la giurisdizione 1 Del periodo in cui Monaldo da Gubbio fu podestà di Pistoia rimane una conferma in una lettera del 1 giugno 1245 con cui i consoli del Comune di Treppio rispondevano alle massime autorità pistoiesi in merito ad una richiesta forzosa di denaro (Liber censuum, 330, 1225 giugno 1). 2 ASP, Capitoli, 2, cc. 64-74. Nel prologo del documento sono individuate le motivazioni della compilazione e le sue stesse modalità compositive: ... Hic est liber inquisitionum et rationum, reddituum et pensionum, affictorum et rerum debitarum comunis Pistoriensis, inventarum et repertarum a dominis Riccomo et Niccolo, iudicibus, positis pro predictis agendis cum Corso et Gottolo, camerariis comunis Pistorii, ab ipso comuni Pistorii, tempore dominii seu potestarie nobilissimi viri domini Munaldi de Eugubio, Dei et imperiali gratia Pistoriensis potestatis, a me Iacobo notario cum eis existentibus visis, ut infra per singula declaratur, et recitatis in comuni consilio civitatis Pistorii ad sonum campane more solito adunato (ibidem, c. 57). 3 Ibidem, c. 61, Memoria instrumentorum de emptionibus factis in Carminiano. 284 III.3 La «comunità che racconta» 4 cittadina sul territorio , così per il giuramento prestato dagli abitanti della Sambuca, così per il recupero dei diritti sulle comunità contese 5 con il vescovo , così per la raccolta delle testimonianze relative alle 6 terre del padule che qui di seguito pubblichiamo integralmente . Si era entrati, del resto, in una fase cruciale della costruzione del districtus cittadino: le operazioni militari – che a dire il vero non avevano mai svolto la parte del leone – e le mediazioni politiche andavano sempre più lasciando spazio al lavoro dei tecnici del diritto, del fisco, della misurazione e della scrittura. La metà del Duecento coincise a Pistoia con una significativa, e per certi versi eccezionale, realizzazione di progetti documentari orientati da una minuziosa conoscenza e riproduzione scritta del territorio sin lì acquisito dal Comune cittadino. Non sembra, d’altra parte, necessario insistere sul valore paradigmatico e sulla ricchezza che le fonti d’inquadramento del contado pistoiese assumono nel quadro dell’Italia comunale7. Quello che semmai colpisce è la sincronia con cui quel fenomeno fu concepito dal ceto dirigente di quella città, in una fase nevralgica dello sviluppo politico e istituzionale come la transizione tra il regime podestarile e quello popolare. Una sincronia così evidente che deve essere per lo più ricondotta ad un anno che ebbe un ruolo e un significato ‘cruciali’ nella storia documentaria, ma aggiungerei anche politica e diplomatica, della Pistoia comunale: il 1244. Nell’arco di pochi mesi, infatti, fu messo mano alla redazione del Liber focorum districtus Pistorii e fu dato avvio alla compilazione di quel liber iurium minore che fu il cosiddetto Liber de iuribus et actionibus perpetuis comunis Pistorii. Memoria8. Furono quelli gli anni, del resto, in cui le magistrature urbane, oltre ad avvertire l’esigenza di un organico inquadramento del territorio, puntarono a rafforzare l’autonomia e l’identità del Comune pistoiese di fronte ai precari e complessi scenari 4 Ibidem, c. 62, Memoria privilegii imperatoris de districtu et iurisdictione comunis. 5 Ibidem. 6 Ibidem, De sacramento prestito a Sanbucanis. 7 Per una messa a punto del dibattito critico su queste fonti d’inquadramento del territorio pistoiese, mi permetto di rimandare ai miei saggi FRANCESCONI, «Districtus», pp. 102- 103 (ora supra capitolo I.2) e FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium, pp. 33-34 e nota 23 (ora infra capitolo III.4). 8 Ibidem, pp. 33-38. Sull’uso della scrittura da parte degli organi politici del Comune di Pistoia in questo periodo, cfr. IDEM, Una scrittura di censi, pp. 14-20 (ora supra capitolo III.2). Su questo liber iurium in rapporto anche al maggiore, il Liber censuum, si possono ora vedere le considerazioni di VIGNOLI, Il «Liber Censuum», pp. 31-36. La «comunità che racconta» 285 politici che interessavano la Toscana: da un lato l’eco minacciosa della crescente potenza fiorentina e dall’altro il ravvivarsi della compagine imperiale, in seguito alla nomina del capitano generale della Tuscia 9 Pandolfo di Fasanella . Iniziative, d’altro canto, come la compilazione del Liber Censuum, che proprio in quel torno di tempo visse uno slancio decisivo, vanno interpretate come l’essenza stessa dell’identità cittadina, come l’espressione più autentica «dell’anima della città, o 10 almeno dei suoi ceti di governo» . La scrittura, intesa come processo di fissazione delle competenze giurisdizionali, fiscali e patrimoniali di un corpo politico, acquisiva un ruolo centrale, divenendo il punto di arrivo, l’esito finale di una costruzione amministrativa e diplomatica che a quel passaggio ricono- sceva tutta la sua dirompente forza legittimante e fondativa. La scrittura da pratica amministrativa corrente diveniva strategia e me- moria della politica11. Le forme della politica e le forme della scrittura politica erano ormai i volti complementari di un percorso del quale le 12 istituzioni e i notai costituivano i dinamici e mutevoli protagonisti . Ma c’è di più: una parte consistente dei documenti realizzati all’inizio degli anni ’40 del secolo XIII erano rivolti alla scritturazione del territorio. Quando, infatti, il contado andava assumendo i tratti di una struttura amministrativa dalla fisionomia ben riconoscibile si pensò di definirne, da parte della città, la sovranità politica e fiscale, oltre che la sua stessa identità territoriale: lo spazio comunale doveva essere controllato e governato e venne così semantizzato e raccontato13. 9 DAVIDSOHN, Storia di Firenze, II, pp. 345 sgg. Sulla Toscana politica dell’inizio e della prima parte del Duecento, cfr. ZORZI, Toscana politica; CAMMAROSANO, Toscana nella politica imperiale. 10 CHERUBINI , Cultura pistoiese, p. 341. Ad un primo e del tutto cursorio sondaggio comparativo sembrerebbe che i primi anni ’40 del Duecento avessero segnato un momento di snodo importante, un salto di qualità significativo di un nuovo rapporto tra le realtà comunali e la scrittura, una scrittura che diveniva registrazione dell’attività giurisdizionale interna e territoriale: al solo 1244 si devono ricondurre, ad esempio, oltre alle iniziative pistoiesi, la redazione delle comunalie di Orvieto (CAROCCI, Le «comunalie» di Orvieto) e la confinazione e successiva assegnazione delle selve della Valdichiana da parte del Comune di Arezzo (PASQUI, Documenti, 548, 1244 maggio 20 – novembre 18). Mi permetto, su questo ultimo punto, di rinviare a FRANCESCONI, SALVESTRINI, La scrittura del confine. 11 La valorizzazione delle pratiche della scrittura come una delle pratiche di governo dei Comuni italiani sono state richiamate con forza da BARTOLI LANGELI, La documentazione degli Stati; MAIRE VIGUEUR, Révolution documentaire. Da ultimo si possono vedere anche le recenti considerazioni di sintesi di MILANI, I comuni italiani, pp. 75-82. 12 Basti qui il rimando alle recenti considerazioni di BARTOLI LANGELI, Prefazione, pp. 8-9. 13 Sul valore attribuito a questi due termini si vedano, tra i molti rimandi possibili, le 286 III.3 La «comunità che racconta» Semantica e racconto del territorio erano divenuti due canali impre- scindibili della costruzione cittadina del districtus. Il ricorso ai contadini che lavoravano le terre del padule, poste nel lembo più meridionale della comunità di Larciano, costituisce un esempio significativo di quanto la voce degli uomini, il loro racconto potesse acquisire un ruolo probatorio e diventare, dunque, parte integrante di questo processo. Dopo l’acquisto, infatti, del castello di Larciano dai conti Guidi nel 1226 il Comune di Pistoia intese conso- lidare il complesso variegato dei diritti che si era appena assicurato14. Si trovava, d’altra parte, ad agire in un’area di frontiera, in una zona cuscinetto dall’alto valore strategico su cui, accanto all’interesse di alcune importanti signorie laiche ed ecclesiastiche, si appuntavano anche le mire espansionistiche di Comuni concorrenti come quello di Lucca15. Fu la consapevolezza di aver messo le mani su di un’area politicamente ed economicamente molto appetita che dovette spinge- re le istituzioni urbane a predisporre un corpus documentario ricco e dettagliato, in grado di attestare con chiarezza la giurisdizione politica di Pistoia sui beni e sugli uomini che erano stati fino a quel momento dominio della signoria guidinga. E tra quei beni un significato del tutto eccezionale assumevano le terre basse a ridosso delle acque del Padule di Fucecchio16, quelle terre identificate come «padulinghe» all’interno delle nostre scritture. Dopo aver dedicato spazio, infatti, ai diritti di giurisdizione e ai caratteri del prelievo signorile l’interesse si concentrò proprio su quelle terre. I membri della commissione cui fu affidato l’incarico di condurre l’inchiesta probatoria fecero ricorso alla tecnica dell’interro- gatorio per articula. Sfilarono così davanti agli ufficiali inviati dalla riflessioni di ZUMTHOR, La misura del mondo, pp. 21-27 e 67-78 e di DE CERTEAU, L’altro nella scrittura. 14 FRANCESCONI, Una scrittura di censi. 15 Ibidem, pp. 30-36. Cfr. anche i saggi recentemente raccolti e riveduti da SPICCIANI, Terre di Lucca, pp. 95-118. 16 Per la connotazione geografica ed economica del Padule di Fucecchio nel Medioevo si rimanda al recente contributo di MALVOLTI, Nel Padule, pp. 11-20. Nello stesso volume, seppur rivolti ad un’età a noi molto più vicina, si possono vedere saggi fondati sulla storia orale e sulla rielaborazione e costruzione di quella memoria quale modello culturale di un passato filtrato attraverso l’immaginazione (LUCCI, VESCOVI, Voci e ricordi; ROSATI, Il Padule che pensa noi). Questi ultimi contributi possono essere, in qualche modo utili, per ricostruire attività, scansione del tempo e delle funzioni lavorative che nonostante il passare dei secoli non dovevano essere così diverse da quelle di quegli uomini che lavoravano in quell’area all’inizio del Duecento. La «comunità che racconta» 287 città ventisette testimoni, tutti residenti in loco, ai quali fu posta una griglia prestabilita di domande, con le quali si intendeva mostrare quale fosse il peso dei proventi a carico degli uomini che lavoravano quelle terre – il cosiddetto terratico –, quali i tempi e le modalità con cui quei poderi erano stati bonificati e sottratti alle acque e, infine, chi avesse esercitato i diritti di comando e di proprietà su quella fetta di territorio prima dell’acquisto da parte del Comune. Il tenore delle risposte, come spesso accadeva in questo genere d’inchieste, rivela un andamento relativamente ripetitivo, per lo più modellato sulla struttu- ra di una dichiarazione tipo: in questo caso dovette essere la prima testimonianza, quella fornita da Rometto del fu Bencipare da Cecina a costituire il riferimento base cui il notaio si attenne17. Si deve, tuttavia, fortunatamente notare che non mancarono le varianti a quel modello ricorrente: fortunatamente perché sono proprio le varianti quelle in grado di rendere questa tipologia documentaria più vivace e dinamica, di offrire i dettagli più interessanti, di vincere la monotonia di una materia narrativa sacrificata dalla inevitabile mise en ordre compiuta dal notaio18. La diffusione degli articuli nella procedura giudiziaria del XIII secolo, con l’estensione di questa pratica anche al processo civile, aveva, del resto, spesso indotto gli storici a guardare ai verbali delle 19 testimonianze come a prodotti ‘manipolati’ . La spontaneità del racconto, il fluire genuino della narrazione sarebbero andati inevita- bilmente compromessi dall’intervento notarile, dal suo filtro, da quella mediazione fatta di trasposizione dal volgare al latino e di successiva trascrizione: sono, altresì, d’accordo su questo punto con Jean Claude Maire Vigueur quando affermava che la maggiore rigidità e articolazione degli articuli non doveva costituire una limitazione alla libertà espressiva del testimone, ma poteva semmai favorire una più spiccata mobilitazione delle sue facoltà cognitive, lo stesso affondo nella sua memoria personale20. 17 ASP, Capitoli, 2, c. 66. 18 Sui caratteri di questa tipologia documentaria ci limitiamo a rinviare ai saggi di LAZZARINI, Atti di giurisdizione; di ESCH, Gli interrogatori di testi. 19 Sulla procedura giudiziaria duecentesca, cfr. VALLERANI, Procedura e giustizia; sui rapporti, invece, tra procedura e produzione documentaria si veda IDEM, Conflitti e modelli procedurali. 20 MAIRE VIGUEUR, Giudici e testimoni, pp. 118-119. Per un utilizzo di queste fonti in contesti e tempi diversi si possono citare i lavori di DELUMEAU, La memoire des gens d’Arezzo; WICKHAM, Gossip and Resistance; BISSON, Tormented voices. 288 III.3 La «comunità che racconta» Le dichiarazioni dei contadini di Larciano offrono qualche con- ferma di questo tipo. Se la maggioranza, infatti, mostrava una forte omogeneità espressiva, potremmo dire una visione collettiva e condi- visa da parte della comunità, vi furono, ad ogni buon conto, anche voci isolate portatrici di un racconto altro e fuori dal coro. Per la maggio- ranza degli uomini le terre della Guisciana rendevano ai loro signori la quarta parte dei proventi, erano state bonificate da circa ventotto anni, probabilmente dunque attorno al 1215 con la sola eccezione per Capalle solo più di recente resa coltivabile e vi avevano esercitato i poteri più pieni21, di comando e di proprietà, i conti Guidi. Il quadro era, però, destinato ad assumere sfumature e tonalità meno uniformi. Guerriero, figlio di quel Corso di Bentivenga che aveva già testimonia- 22 to nell’inchiesta del 1227 , affermò che non tutte le terre di quella zona rendevano un terratico del quarto, lasciando così intendere tra le pieghe delle sue parole che poteva esservi un quadro meno omogeneo 23 della proprietà fondiaria in quell’area ; una dichiarazione alla quale fece da controcanto quella di Dicco di Piero, l’unico ad usare l’espres- sione padule, il quale disse senza mezzi termini che soltanto una parte di quelle terre era stata di pertinenza guidinga, spettando le altre ad 24 lanbardos – con tutta probabilità i lambardi di Montecatini . Preite di Bonapresso dichiarò di versare il ‘quarto’ dei suoi prodotti al Comune, ma che in quell’annata era stato inadempiente perché non aveva 25 potuto falciare la biada nel suo lotto di Bagnolo . Assai significative sono poi quelle dichiarazioni che consentono di aprire squarci interessanti sull’importanza di quelle terre pubbli- che, di quei beni collettivi che erano entrati a far parte del patrimonio 26 demaniale del Comune cittadino e delle relative modalità di gestione . 21 Se dobbiamo riconoscere una qualche attendibilità, anche cronologica, alle dichiara- zioni dei testimoni si dovrà datare quell’opera di bonifica in età guidinga: difficile poter dire, a questo punto, se quell’iniziativa fosse stata condotta in totale autonomia dai membri della famiglia comitale o se non vi fosse, invece, già attiva ed operante la spinta del Comune cittadino che da qualche decennio aveva dato avvio ad un’imponente opera di regimentazione delle acque nella pianura dell’Ombrone a sud di Pistoia (RAUTY, Sistemazioni fluviali, pp. 49-52). Pianificazioni di controllo dello spazio territoriale connesse con opere di regimentazione delle acque e di bonifica di beni comuni sono stati studiati per Verona tra XII e XIII secolo, cfr. CASTAGNETTI, Bonifica della «palus communis Verone»; IDEM, La pianura veronese. 22 Cfr. FRANCESCONI, Una scrittura di censi, p. 19, nota 26. 23 ASP, Capitoli, 2, c. 66. 24 Ibidem, c. 72. 25 Ibidem, c. 70. 26 Sulle terre pubbliche e i beni comuni si rinvia al numero monografico Beni comuni; La «comunità che racconta» 289 Sembra probabile che accanto alle preminenti ragioni di uno sbocco al mare, che avevano indotto i Pistoiesi a spingersi in questa striscia di terra tra la Valdinievole e il Valdarno, vi fosse anche l’interesse ad accaparrarsi una quota non del tutto insignificante di terre produttive, pianeggianti e quindi molto adatte alla coltivazione dei cereali27; terre che potevano assumere per Pistoia, il cui territorio concedeva davvero 28 poco spazio alla pianura, un’importanza non secondaria . Terre pubbliche la cui gestione era però affidata a terzi, a privati ai quali era consentito di acquistare dal Comune il diritto di riscossione di quegli introiti erariali: sono rivelatrici di una procedura di questo tipo le testimonianze di Beniamino e Giacomo di Dimando, di Adatto di Provenzano e di Torsello di Alcheruolo. L’inchiesta stessa, facendo un passo indietro, era stata di fatto avviata per determinare anche le modalità con cui i filii Pelavicini avevano proceduto alla locazione dei lotti di terreno della Guisciana: appare questa la conferma inequivocabile che quelle terre, una volta sottratte alle acque, doveva- no essere state ripartite in lotti e allocate a privati insieme ai diritti di riscossione dei loro proventi. Le voci di quegli uomini, di quei lavoratori abituati al sole cocente dell’estate e al freddo umido dell’inverno, non erano sempre così facili da contenere entro gli schemi – pur importanti – loro imposti dagli ufficiali comunali: talvolta si lasciavano andare a qualche considera- zione libera e personale e di sicuro interesse per lo storico. Così Bonamico di Ascolino chiarisce il senso di quella stessa inchiesta nell’affermare che i giudici erano stati inviati nella comunità pro iuribus et actionibus comunis reinveniendis29; così Benamato di Guiscardo dichiarò di condividere tutto quanto era stato espresso da Rometto, ma volle aggiungere che i suoi ricordi affondavano fino al tempo in cui Pistoia aveva preso Calamecca e, ancora, al tempo in cui 30 si lavorava al castello di Serravalle ; così Lupardo di Provenzano era Beni comuni e usi civici. Sul ruolo tra beni comunali e monopolio economico da parte dei milites si veda quanto scrive MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, pp. 210 sgg; da ultimo sulla proprietà allodiale dei Comuni urbani dell’Italia centro-settentrionale ha lavorato RAO, Proprietà allodiale civica; IDEM, Beni comunali. 27 Per le colture cerealicole nella Toscana medievale, cfr. PINTO, Toscana nel tardo Medioevo. 28 L’assetto del territorio pistoiese, le caratteristiche orografiche e le principali possibilità colturali sono ricostruite per l’età comunale da IACOMELLI, La proprietà fondiaria, pp. 197-199. 29 ASP, Capitoli, 2, c. 67. 30 Ibidem, c. 74. 290 III.3 La «comunità che racconta» stato molto attento a distinguere tra la terra di Pratovecchio, non totalmente occupata dalle acque, e quella di San Donnino che ne era stata, invece, completamente ricoperta e della quale doveva versare il 31 tributo annuale . Il senso del tempo per l’uomo di quei secoli era vago e soggettivo, percepito e misurato sulla base di poche decisive esperienze biografi- 32 che ; il senso delle cose, delle cose che riguardavano il lavoro e gli interessi di chi doveva vivere un’esistenza dura e difficile era, invece, ben vivo e presente: era quello il terreno in cui quegli uomini esprime- vano le certezze più tenaci, affidando al proprio racconto la speranza di garantirsi migliori condizioni di vita e orizzonti sempre più larghi. Un racconto che poi, attraverso la catarsi della scrittura, si faceva voce del potere: entro un medesimo contesto cognitivo si incontravano, così, le prospettive delle istituzioni e dei loro interessi pubblici e quelle dei contadini con il loro bisogno di terre da lavorare. Siamo di fonte, in altre parole, ad uno spaccato in cui chi raccontava e chi poneva le domande davano la chiara sensazione di essere parte di un medesimo processo culturale, il cui modo di vivere e di interpretare la realtà doveva essere costruito su concetti condivisi, espressi attraverso mo- dalità del discorso cui veniva riconosciuto uno stesso significato33; la distanza tra le posizioni era, semmai, marcata da una diversa colloca- zione di natura politica e sociale. La comunità era in grado di esprime- re, per dirla con Edoardo Grendi, un’azione collettiva, dando vita ad un «discorso paesano», ad un «corale argomentare» sulle terre del padule i cui fondamenti erano la consuetudine e la conoscenza diretta dei fatti34. Niente dell’esistenza collettiva e nemmeno della realtà circostante, dunque, poteva essere percepito se non in quanto veicolato 35 da quelle voci che assumevano il significato di «parole fondatrici» . 31 Ibidem, c. 71. 32 Per il senso del tempo dell’uomo medievale, cfr. i lavori di LE GOFF raccolti in Tempo della Chiesa; di BORST, «Computus»; di BORDONE, Memoria del tempo; un caso circoscritto di uso e senso del tempo è quello studiato da PAUL, Expression et perception. Per i tempi della narrazione si rimanda ad un classico della linguistica testuale, WEINRICH, «Tempus». 33 Ci limitiamo di fronte alla ricchezza dei possibili rimandi teorici e delle notevoli implicazioni di carattere sociologico e antropologico alle recenti considerazioni sulla psicologia culturale di BRUNER, La ricerca del significato, pp. 27 sgg. e passim. Sulla testimonianza e le sue implicazioni in termini di costruzione e di archiviazione della memoria e di successiva ri- costruzione storiografica sono illuminanti le ricerche di RICOEUR, La memoria, la storia, pp. 226-257. 34 Il riferimento è al saggio di GRENDI, La pratica dei confini, alle pp. 160 e 166. 35 ZUMTHOR, La lettera e la voce, pp. 101-128. Sul valore politico della memoria, cfr. GRAVA, La memoire; sul ruolo della «voce» nel mondo medievale e nella società comunale si sofferma MANCINI, I guardiani della voce, pp. 73-100. La «comunità che racconta» 291 ATTESTATIONES 1244 settembre - ottobre Su mandato di Monaldo Suppolini da Gubbio, podestà di Pistoia, gli ufficiali del comune raccolgono le testimonianze degli uomini di Larciano intorno ai prelievi sulle terre del Padule di Fucecchio. Copia in ASP, Comune, Capitoli, 2, nel Liber de iuribus et actionibus perpetuis comunis Pistorii. Memoria (Libro chiamato Memoriale del Comune di Pistoia segnato Croce, dei pagamenti da farsi dal Comune di Larciano e da altri Comuni al pubblico di Pistoia dal 1174 al 1252), cc. 64-74. Il documento, riferibile al podestariato di Monaldo Suppolini da Gubbio, fu esemplato per mano del notaio Iacopo del fu Trincamusti. Memoria quam invenerunt predicti et dicta testium receptorum super terris padulinghis et qualiter singulariter iuraverunt (c. 64) Item invenerunt predicti homines predicta et testificationes quarumdam personarum de Larciano et Ciecina quorum nomina primo per singula et postea nomina et dicta per singula denotantur quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum ab hominibus laborantibus in ipsis terris; et quod terra de Capalle, de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovechio fuerunt occupate a dicta aqua Guisciane et quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis a matiori parte testium infrascriptorum: Romettus quondam Bencipari de Ciecina Guerrerius quondam Corsi Bentivengne Borgongnone quondam Gouthi de Larciano Bonamicus quondam Ascolini de Larciano Iuncta Guittoncini 292 III.3 La «comunità che racconta» Bonaguardia quondam Pieri Bonavere quondam Ciuffardi Sanguingnus Quintavallis de Larciano Beniaminus Dimandi de Larciano Parente quondam Pensori de Larciano Dimoldiede Guarnerii de Larciano Romeus Bandini de Larciano Arrigus de Lariccia Preite Bonappressi et alii qui subsecuntur (c. 65) Allamannus Guilielmi Dolceamaro quondam Vernacci Lupardus quondam Provinthani Tana relicta Cremonensis Nerbottus Bottegani Diccus quondam Pieri et his Çaparonis Iacobus Dimandi de Larciano Biancardus quondam Aldibrandini Torsellus Alcheruoli de Larciano Benenatus quondam Guiscardi de Larciano Callarinus quondam Bonaccursi de Larciano Bonfiliolus quondam Bellocti Memoria qualiter filii Pelavicini locaverunt pro se ipsis de terris padulingis Item renuntiant vobis dicti invenitores quod filii Pelavicini de predictis terris relictis a Guisciana in sicco eo tempore quo emerunt redditus a comuni Pistorii quos Pistoriensis comunitas debet recipere in Larciano, et steterunt ibi pro ipsis redditis recolligendis locaverunt eorum nomine quibusdam personis de Larciano de dictis terris ut patet per quedam instrumenta scripta a Bonodito notario. Dicta suprascriptorum testium infra per singula denotantur super terris padulinghis In Christi nomine amen. Testes infrascripti quorum cuiuslibet dicta per singula ac nomina denotantur inferius recepti fuerunt ex officio super iuribus et actionibus Comunis Pistorii que et quas Comune Pistorii habet in Larciano et Ciecina et eorum iurisdictionibus recepti et iurati seu iurati et recepti coram dominis Rainaldo iudice, domini Munaldi Suppelini de Egubio Dei La «comunità che racconta» 293 gratia ac imperiali auctoritate Pistoriensium potestatis ac Niccolao et Riccomo iuribus peritis positis pro Comuni Pistorii super iuribus et actionibus Comunis Pistorii reinveniendis vel iurati atque recepti a me et coram me Iacobo notario quondam Trincamusti deputato a dicta potestate pro comuni Pistorii cum dictis iudicis et camerariis pro his que reperirentur scribendis. Que quidem ut prenotantur agitata ac facta fuerunt in palatio episcopali civitatis Pistorii in quo dicta potestate moratur pro Comuni sub anno Domini MCCXLIIII, indictione III, mense octubris vel septembris. In numero testes sunt XXVII (c. 66) Romettus quondam Benciparis de Ciecina iuratus paret mandatis potestatis et dictorum iudicum et dicere veritatem dicit suo sacramento quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, Bangnuolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII annis citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis. Guerrerius quondam Corsi Bentivengne iuratus dicit et interrogatus si de terris relictis a Guisciana in siccis reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Respondit de quibusdam sic et quibusdam non. Interrogatus de quibus debebat reddi domino quarta pars. Respondit a Ramone usque ad Fontanam de Stabio. Interrogatus si Comune de Larciano et Ciecina et eorum districtus fuerunt de iurisdictione comitis Guidonis et si fuerunt eiusdem comitis. Respondit sic. Item interrogatus si locus qui appellatur Capalle et Santus Donninus, Brungnana, Portoris, Bangnolo et Pratovecchio sunt in districtu de Larciano et Ciecina. Respondit sic. Item interrogatus si Corsus Bentivengne, olim pater suus, dixit veritatem in eo quo testificatus fuit super iuribis Comunis Pistorii coram Meçovillano electo pro Comuni Pistorii et Bonaccurso Manni eius notario super testificatis ab eo. Respondit quod dixit veritatem. 294 III.3 La «comunità che racconta» Borgongnone quondam Gouthi de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ad aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII annis citra. Respondit sic, excepto de terra de Pratovecchio de qua non recordatur quod fuerit cooperta ab aqua Guisciane in totum vel in parte. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et de aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Iusciana et terris ab ea relictis. IIII testis (c. 67) Bonamicus quondam Ascolini de Larciano iuratus paret mandatis dicte potestatis et dicere veritatem de his que interrogabitur a dictis iudicibus vel etiam si non interrogaretur a dominis Niccolao et Riccomo, qui positi sunt pro Comuni Pistorii pro iuribus et actionibus Comunis reiveniendis, dicit suo sacramento quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XVIII citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis, set dicit quod predicta non vidit cooperta de dicta aqua. Iuncta quondam Guictoncini iuratus dicit quod homines de Larciano et de Ciecina erat comitis Guidonis et territorium totum de Larciano et de Ciecina et dicit quod terre de predictis locis, videlicet de Capalle, Sancto Donnino, Brungnano, Bangnolo, Portoris et de Pratovecchio sunt in territorio de Larciano et de Ciecina et de predictis terris reddebatur quarta pars domino de fructibus. La «comunità che racconta» 295 Fig. 41. Inchiesta podestarile sulle terre padulinghe (ASP, Capitoli, 2, c. 64). 296 III.3 La «comunità che racconta» VI testis Item Bonaguardia quondam Pieri iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicebatur Guisciana in sicco reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Bangnolo, Brungnana, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII annis citra. Respondit sic. Itam dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus et pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et nominatim de Guisciana et terris ab ea relictis. Testis septimus (c. 68) Bonavere quondam Ciuffardini iuratus dicit suo sacramento quod de terris relictis ab aqua que publice dicebatur Guisciana in sicco reddebatur quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Santo Donnino, de Bagnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII citra. Respondit sic. Item quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis. Octavus testis Sanguineus Quintavallis de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in sicco quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris domino reddebatur. Item quod terra de Capalle et de Sancto Donnino, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio a XX annis huc usque fuit cooperta aliquo tempore aque dicte Guisciane etiam pluries ut vidit. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt La «comunità che racconta» 297 in Larciano et Ciecina et nominatim de Guisciana et de terris ab ipsa Iusciana relictis. Nonus testis Beniaminus Dimandi de Larciano iuratus dicit et interrogatus per singula, idem quod supra dixit Romettus in sua testificatione, excepto quod dixit quod nesciebat si quartum debebat consequi dominus de aliis terris quam de terris de Bangnolo, de quibus dominus debet consequi quartum et quod credit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus eorumdem; et dicit quod ipse hoc anno laboravit de dictis terris et reddidit quartum Freduccio, cum parabola Ranuccii, qui emit dictos redditus a comuni pro se ac quidam alii secum sui socii pro se ipsis. (c. 69) Decimus testis Chiarente quondam Pensori de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in sicco reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnolo et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a dicto tempore citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et terris ab ea relictis. Testis XI Dimoldiede Guarnieri de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in sicco quarta pars a personis laborantibus in ipsis terris domino reddebatur et dicit quod terre de Capalle et de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnolo, Portoris et Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque prout ipse vidit. Item dicit quod Guido comes fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus ad Larcianum et Ciecinam pertinentibus et de aliis omnibus ad Larcianum et Ciecinam pertinentibus et nominatim de terris predictis de Guisciana et de his que relinquebatur a Guisciana predicta. 298 III.3 La «comunità che racconta» Testis XII Romeus Bandini de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicebatur Guisciana in sicco reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris et dicit quod terre de Capalle, de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XX annis citra aliquo tempore prout dicit vidisse. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et nominatim seu specialiter de Guisciana et de terris ab ea relictis. (c. 70) XIII testis Henricus de Lariccia iuratus dicit suo sacramento quod de terris relictis ab aqua que dicebatur publice Guisciana in sicco reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore. Respondit sic et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guiscina et de terris ab eadem Guisciana in siccum relictis. XIIII testis Preite Bonappressi iuratus dicit et interrogatus per singula dixit idem in omnibus ut supra in sua testificatione dixit Romettus et hoc plus quod ipse laborat de terris de Bangnolo de quibus reddidit quartum Comuni Pistorii [de quibus] hoc anno non reddidit quia nondum est incisa blava quam habuit in ipsis terris de Bangnolo. XV testis Allamannus Guilielmi iuratus dicit suo iuramento quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino La «comunità che racconta» 299 quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris et dicit quod a XX annis citra vidit terram de Capalle, de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et de aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et de terris ab ea relictis. (c. 71) XVI testis Dolceamarus quondam Vernacci iuratus suo sacramento dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris domino reddebatur. Item dicit quod a XX annis citra vidit terram de Capalle et de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane. Item dicit quod Guido comes fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et de aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et de terris ab ea relictis. XVII testis Lupardus quondam Provinçani iuratus et interrogatus per singula dicit suo sacramento ut supra dixit Romettus in sua testificatione exceptis de terra de Pratovecchio, qua non fuit ut credatur tota cooperta a dicta aqua set pro maiori parte sic, et quod de terris de Sancto Donnino et de Pratovecchio debet consequi quartum dominus de aliis nescit et dicit quod ipse et fratres habuerunt duo petia de dictis terris, unum in Pratovecchio et reliquum in Bangnolo de quibus reddunt quartum Comuni Pistorii. XVIII testis Adactus quondam Provinçani iuratus dicit et interrogatus per singula ut supra dixit Lupardus in sua testificatione et hoc plus quod ipse pro se habet unam presam de terris de Pratovecchio, de quibus ipse reddidit Magalocto et sociis pro comuni Pistorii quartum, set quartam partem fructuum pro anno [p]resenti in quo sumus. 300 III.3 La «comunità che racconta» (c. 72) XVIIII testis Savia relicta Cremonensis iurata dicit suo sacramento quod de terris relictis a Guisciana in siccum dominus loci consuevit habere quartam partem fructuum a personis laborantibus in ipsis terris, de aliis nescit nisi quod comes Guido fuit dominus dictorum locorum, set de Larciano et Ciecina et eorum iurisdictionibus et nominatim de terris predictis. Testis XX Nerbocttus Bottegarii iuratus dicit suo sacramento et interrogatus ethiam dicit quod nescit aliquid de predictis nisi quod comes Guido fuit dominus dictarum terrarum de Larciano et Ciecina et iurium earumdem et de Guisciana et de terris ab ea in siccum relictis. Testis XXI Diccus quondam Pieri et heres Çamparonis iuratus suo sacramento dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina, set de padule dicit quod pertinebat ad comitem due partes reliqua ut audivit spectabat ad lanbardos. Interrogatus quomodo sciret et a quo audivit quod reliqua spectaret ad Lanbardos. Respondit quod nescit, nisi quod dicit hoc audivisse a patre suo de aliis. Interrogatus per singula in omnibus et per omnia dicit sicut Romettus supra in sua testificatione dixit. Testis XXII Iacomus Dimandi de Larciano iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicitur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris et dicit quod terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane a XX annis huc usque aliquo tempore et etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo et de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII annis citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et specialiter de terris a Guisciana relictis. Item dicit quod ipse laborat de dictis terris de Bangnolo et reddidit Magalocto et sociis pro comuni Pistorii quartum. La «comunità che racconta» 301 (c. 73) XXIII testis Biancardus quondam Aldibrandini iuratus dicit quod de terris relictis in sicco ab aqua que publice dicebatur Guisciana a personis laborantibus in ipsis domino quarta pars fructuum reddebatur et dicit quod a XX annis huc usque aliquo tempore terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua Guisciane et etiam vidit eam occupatam et coopertam. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnano, de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XXVIII annis citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et de terris ab ea relictis. Testis XXIIII ac alii infrascripti recepti et in sequenti die per predictos ex officio a me notarius infrascripto. Torsellus quondam Alcheruoli de Larciano iuratus et interrogatus per singula dicit suo sacramento idem in omnibus et per omnia ut dixit supra Romettus in sua testificatione, exceptis de redditibus quarte partis fructuum terrarum faciendam domino de quo dicit quod nescit set dicit quod ipse laboravit hoc anno de dictis terris et reddidit quartam partem fructuum Magalocto recipienti pro quo Comuni Pistorii. (c. 74) Testis XXV Benamatus quondam Guiscardi de Larciano iuratus dicere veritatem et interrogatus per singula diciti idem quod Romettus dixit in sua testificatione et hoc plus quod recordatur quo Comune Pistorii cepit Calameccam et etiam de tempore in quo a comuni Pistorii castrum de Serravalle fuit constructum. Item dicit quod habet duas presas in dictis terris in Pratovecchio, de quibus reddidit quartam partem tanquam domino. XXVI testis Callarinus quondam Bonaccursi de Larciano testis iuratus dicit quod de terris relictis ab aqua que publice dicebatur Guisciana in siccum reddebatur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Item interrogatus si terra de Capalle fuit occupata et cooperta a dicta aqua a XX annis citra aliquo tempore. Respondit sic et 302 III.3 La «comunità che racconta» etiam vidit. Item interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana et de Bangnolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua Guisciane a XVIII annis citra. Respondit sic. Item dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iuribus pertinentibus ad Larcianum et Ciecinam et de terris predictis et aliis omnibus que sunt in Larciano et Ciecina et specialiter de Guisciana et de terris ab ea relictis. XXVII testis Bonfiliolus quondam Ribellocti de Larciano iuratus dicit quod de terra que remanet in siccum ab aqua que dicitur Guisciana et que ab ea aqua relinquitur redditur domino quarta pars fructuum a personis laborantibus in ipsis terris. Interrogatus si terra de fuit occupata et cooperta de dicta aqua a XX annis citra. Respondit sic, set non tota set pro maiori parte et etiam usque ad Vitanos. Interrogatus si terra de Sancto Donnino, de Brungnana, de Bagnuolo, de Portoris et de Pratovecchio fuerunt occupate et cooperte a dicta aqua a dicto tempore citra. Respondit sic et dicit quod comes Guido fuit dominus de Larciano et Ciecina et de iurisdictionibus ipsarum terrarum et dicit quod ipse laboravit de dictis terris et quando laboravit reddidit semper recollectoribus Comunis Pistorii pro Comuni terraticum, hoc est quartam partem fructuum et dicit quod est etatis LXX annis alias nescit, set terram de Pratovecchio vidit cooperta usque ad Brungnanam. 303 III. 4 Scrittura di un paesaggio politico: il Liber finium districtus Pistorii del 1255 LE SCRITTURE E IL «GOVERNO»: CENNI SULLE FONTI PISTOIESI DEI SECOLI XII E XIII Le scritture del Comune di Pistoia assumono un rilievo di sicuro 1 interesse, se non di una qualche eccezionalità , nel panorama docu- mentario dell’Italia medievale. Con l’affermazione del Comune, il suo consolidamento nel regime consolare prima, podestarile e popolare in seguito si assiste, nell’arco di poco più di un secolo e mezzo, ad altrettante fasi di quella progressiva maturazione di codici e di modelli documentari che costituirono il mezzo e l’espressione delle trasforma- zioni sociali, delle complesse relazioni con i processi culturali, delle dinamiche politiche e delle loro manifestazioni pratiche2. Se ricono- sciamo un qualche valore euristico, infatti, al concetto secondo cui «misurare la capacità amministrativa e il valore ideologico espressi dalle forme documentarie – può costituire – un criterio importante in assoluto per giudicare il livello di sviluppo di un sistema politico e la sua capacità di utilizzare le risorse culturali della società»3, possiamo 1 In una prospettiva d’inquadramento generale, cfr. BARTOLI LANGELI, La documentazio- ne degli stati; CAMMAROSANO, Italia medievale, in particolare la parte relativa a Centri e periferie: la riorganizzazione politica d’Italia e le scritture delle autorità pubbliche (secoli XII-XIV), pp. 113- 203. 2 La caratteristica peculiare ed originale del documento comunale è costituita dal legame stretto ed univoco che l’istituzione stabilisce tra se stessa, la redazione delle scritture, la conservazione e la ri-produzione in forme pubbliche: si tratta di un reticolo complesso di rapporti che conferiscono assoluta originalità alle forme documentarie comunali (FISSORE, Autonomia notarile, pp. 185-209; IDEM, Alle origini del documento comunale. 3 MILANI, Il governo delle liste, p. 153. 304 III.4 Scrittura di un paesaggio politico tentare allora di stabilire una qualche connessione tra il mero piano documentario e l’ambiente che l’ha prodotto, con tutte le complesse implicazioni che questo tipo di associazione comporta, alla ricerca di quel legame politicamente e ideologicamente ineludibile tra docu- mento e realtà istituzionale4. Una commistione dalla quale risalire ai rapporti tra scrittura e società, nel tentativo di esplicitare il significato 5 politico conferito alla produzione di documenti . Il Comune di Pistoia, in una simile prospettiva d’indagine, potrebbe costituire un osservatorio privilegiato per precocità, conti- nuità e qualità della prassi documentaria. Per quanto vi siano inevita- bili vuoti e lacune tipologiche dovute alla selezione del tempo e degli uomini – sono quasi del tutto assenti, ad esempio, fonti di carattere fiscale di una qualche completezza quali estimi, libre o tavole delle possessioni – ci troviamo in ogni caso di fronte ad una realtà capace di mostrare una spiccata precocità di modelli e di procedure documen- tarie. Basti pensare che per i secoli XII e XIII si sono conservate quattro redazioni statutarie complete6: tra cui un breve consulum ed uno statutum potestatis della seconda metà del secolo XII, le emergen- ze più antiche dell’Italia comunale con le carte genovesi e quelle 7 pisane , oltre al frammento di un breve dei consoli sin qui attribuito al 1117, ad oggi la più antica testimonianza pervenutaci di una normativa 8 cittadina . Potremmo essere di fronte, in altre parole, ad un ambiente 4 Cfr. ALBINI, Introduzione, p. 11. Deve essere notato come nella ricerca medievistica degli ultimi anni sia andata accentuandosi l’attenzione per i complessi documentari, analizzati nelle loro forme di composizione, nella loro specifica tradizione, integrità e rappresentatività: si vedano, ad esempio, il lavoro di CAMMAROSANO, Tradizione documentaria e le considerazioni metodologiche di ARTIFONI, TORRE, Premessa, con il richiamo a saper «cogliere nella fonte l’aspetto meno rassicurante, la sua dimensione di problema piuttosto che quella di soluzione» (p. 511). Cfr. anche CLANCHY, From memory. 5 CARDONA, Sull’etnografia della scrittura; IDEM, Antropologia della scrittura, con particolare attenzione al legame tra tipologie dello scrivere nel dominio del potere politico; GOODY, La logica della scrittura, pp. 101 sgg. Per due casi di studio, peraltro, riferiti ad aeree geografiche molto diverse, cfr. GAMBERINI, Lo stato visconteo; AIRÒ, La scrittura delle regole. 6 Per i testi statutari del secolo XII si può vedere la recente e metodologicamente aggiornata edizione curata da Natale Rauty (Statuti pistoiesi del secolo XII), mentre per la normativa del secolo XIII è necessario ricorrere alle più datate, ma pur sempre valide, edizioni approntate da Lodovico Zdekauer, di recente riedite in versione anastatica (Statuti pistoiesi del secolo XIII). 7 Statuti pistoiesi del secolo XII, in particolare pp. 43-44 per i confronti con le normative cittadine di Pisa e di Genova. 8 Statuto dei consoli: nel disporne l’edizione i due curatori proposero anche una nuova datazione, retrodatando al 1117 l’anno di composizione del testo rispetto all’ipotesi elaborata da Luigi Chiappelli di datare il documento al 1177. La querelle, in verità, sulla data di questo Le scritture e il «governo» 305 Fig. 42. Liber focorum, 1244: fuochi della comunità di Serravalle (ASP, Raccolte, 1). 306 III.4 Scrittura di un paesaggio politico culturale significativo per valutare quello che Hagen Keller ha definito 9 il «processo di affermazione della scrittura» . Una precocità dicevamo e, talvolta, un’originalità nelle forme e nelle soluzioni dello ‘scrivere’ difficilmente giustificabili se non alla luce di una notevole vivacità delle dinamiche politiche e sociali, già agli albori del movimento comunale10, di una tradizione della ‘scrittura’ che risiedeva, con ogni 11 probabilità, nella locale scuola capitolare , nella vicinanza con l’am- 12 biente culturale dello Studium bolognese . La fortuna e la casualità della conservazione, sebbene su un piano diverso, hanno fatto il resto. Tutti fattori che debbono aver svolto un ruolo preciso nei processi di costruzione della memoria scritta e delle forme di trasmissione del patrimonio documentario, tra i quali non si può non considerare come centrale il nuovo dinamismo imposto dalle emergenti attività della città comunale. Attraverso quelle attività e per mezzo dei nuovi professionisti della scrittura, notai e giuristi13, si tendeva ormai a «definire organi, funzioni e procedure – in modo sistematico – nell’in- tento di dare forma giuridica e significato pubblico ai nuclei di forza via via emergenti»14, nonché di garantire e di organizzare la vita pubblica secondo i principi del calcolo razionale e della progettazione meditata, che mercanti e finanzieri usavano nella conduzione delle importantissimo frammento statutario è stata di recente riaperta dal contributo critico di uno studioso tedesco WESTHUES, Beobachtungen, in risposta alle cui considerazioni è stato predisposto un nuovo intervento da RAUTY, Nuove considerazioni (cfr. supra anche capitolo I.3, nota 23). 9 KELLER, Gli statuti dell’Italia settentrionale, pp. 62-63. Una formula, questa, un po’ riduttiva e, forse, anche non del tutto appropriata, come ha sostenuto Keller stesso, ma che può essere utile per sottolineare il nuovo rapporto organico che dal secolo XII investe le trasformazioni politiche e la produzione di scritture documentarie. I più generali rapporti tra alfabetismo e cultura scritta sono esaminati da CARDINI, Alfabetismo e livelli di cultura; per Pistoia un’analisi iniziale in SAVINO, Leggere e scrivere, pp. 4-5. 10 Cfr. a questo proposito FRANCESCONI, Qualche considerazione. 11 RAUTY, Collegio XII, pp. XIII-XXX. Una tradizione ricca e articolata che ha dato risultati di assoluto rilievo, soprattutto per i secoli XI e XII, di cui è un esempio estremamente significativo lo sforzo mirato ed organico che fu compiuto per la redazione del cartulario detto Libro Croce – compilato nei primi quarant’anni del secolo XII, ACP, C. 132 – edito nel 1939 da Quinto Santoli (Libro Croce). Cfr. in una prospettiva comparativa quanto hanno scritto PETRUCCI, ROMEO, «Scriptores in urbibus». 12 Si veda PINI, La presenza dello Studio; TAMBA, Una corporazione per il potere, pp. 13- 53 e la bibliografia contenuta nel volume. 13 I notai svolsero un ruolo specifico nel conferire consapevolezza e fondamento alle strutture del potere, agli organi del Comune in assestamento e al raccordo tra le varie componenti politiche (BARTOLI LANGELI, La documentazione degli stati, p. 159). Cfr. anche COSTAMAGNA, Il notariato nell’Italia settentrionale. 14 TABACCO, La genesi culturale, p. 335. Le scritture e il «governo» 307 Fig. 43. Liber finium, 1255: confini della comunità di Montemagno (ASP, Raccolte, 1). Fig. 44. Liber finium, 1255: confini della comunità di Piteccio (ASP, Raccolte, 1). 308 III.4 Scrittura di un paesaggio politico 15 proprie aziende private . Fu in questo contesto politico, sociale e culturale che trovarono i loro presupposti teorici e programmatici, senza inoltrarsi nella 16 descrizione analitica dei fondi dell’Archivio del Comune , compilazioni 17 come il Liber censuum comunis Pistorii , il liber iurium contenente atti di interesse comunale – iura, actiones et pensiones – per il periodo compreso tra la fine dell’XI e la fine del secolo XIV; senza menzionare 18 le serie minori , come il Liber focorum districtus Pistorii, il Liber finium 19 e il Liber hominum et personarum : fonti queste di un interesse che esula dal ristretto ambito municipalistico. Il Liber focorum e il Liber finium, data la loro completezza e originalità tipologica, costituiscono due esemplari quasi eccezionali nel più vasto quadro documentario dell’Italia comunale, sia per la precocità della loro redazione, sia per la struttura compositiva e contenutistica20, tanto che Ernesto Sestan aveva potuto parlare di questi registri, come di «due fonti di una importanza veramente eccezionale, che solo Pistoia, fra tutte le città 21 italiane, può vantare per un’età così antica» . Un interesse che non era, peraltro, sfuggito a Quinto Santoli quando ne curò l’edizione alla metà 15 Ibidem, p. 338. 16 Per un quadro di sintesi della fisionomia archivistica della tradizione comunale pistoiese si rimanda a L’archivio del comune di Pistoia. 17 Liber censuum. Per quanto il liber pistoiese, come ha rilevato CAMMAROSANO, Prospettive, 62-63, sia ascrivibile alla seconda generazione, quella tardoduecentesca, dei cartulari comunali italiani, mantiene tuttavia elementi di un certo interesse anche in una prospettiva di valutazione cronologica, in quanto il carattere fattizio ed eterogeneo della sua composizione potrebbe rinviare ad una elaborazione documentaria relativamente più antica. Per considerazioni di carattere più generale su questo tipo di fonti si rinvia agli studi di Antonella Rovere e del già citato Paolo Cammarosano. 18 Cfr. a questo proposito gli inventari sintetici pubblicati sul BSP, da Lucia Gai nelle annate 1983, 1985, 1986, 1987 (Indice delle fonti) con particolare riferimento ai volumi miscellanei dell’archivio dell’Opera di San Iacopo, agli atti della curia del Podestà e del Capitano del Popolo ed ai protocolli notarili. 19 Il Liber hominum et personarum (ASP, Liber hominum), redatto tra il 1293 e il 1294, è un elenco dei fuochi del contado pistoiese suddivisi per comunità di appartenenza. Il documento, pervenutoci purtroppo frammentario, costituisce il risultato di uno sforzo organico di inquadramento e di sistemazione del proprio territorio che il Comune di Pistoia dovette portare avanti in modo costante dalla metà del secolo XIII – in questo caso come nel Focorum con precipue finalità fiscali. I lineamenti di questo rapporto tra versante politico-amministrativo e documentario, che nel Pistoiese sembra promettere interessanti riscontri data la ricchezza delle fonti disponibili, intendiamo riprenderli in uno studio appositamente dedicato all’edizione critica del Liber. 20 In un’ottica comparativa, si vedano le considerazioni svolte nei paragrafi 3 e 4 di questo contributo da Francesco Salvestrini nel saggio originale da cui è tratto questo capitolo FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium. 21 SESTAN, Quinto Santoli storico pistoiese, p. 396. Le scritture e il «governo» 309 Fig. 45. Liber hominum et personarum, 1293-94: comunità di Gavinana (ASP, S. Jacopo). 310 III.4 Scrittura di un paesaggio politico degli anni Cinquanta per i tipi dell’Istituto Storico Italiano per il 22 Medioevo . Il primo, redatto, con buona probabilità, nel 1244 è un censimento a fini fiscali di tutti i fuochi, suddivisi per villaggio di 23 appartenenza, del districtus cittadino , mentre il secondo, composto un decennio più tardi e per certi versi ancor più originale per impostazione e concezione, è un elenco topografico-confinario di tutte le comunità rurali soggette alla giurisdizione comunale di Pistoia. Il Finium, per quanto frequentemente utilizzato dalla storiografia pistoiese24, non ha riscosso, almeno così ci pare, un’attenzione pari alla sua importanza da parte degli studiosi, anche in una più vasta sede comparativa. In questa ottica se ne propone un’analisi che, al di là degli aspetti più strettamente paleografico-diplomatistici in parte già af- 25 frontati dallo stesso Santoli , ne evidenzi i caratteri strutturali, i criteri e le finalità redazionali e, nei limiti della documentazione disponibile, il contesto di elaborazione. Con l’intento precipuo di comprendere lo sforzo concettuale delle magistrature che lo realizzarono, in funzione del già accennato e complesso rapporto tra realtà istituzionale e ‘momento’ documentario; senza trascurare, infine, l’ampia discussio- ne che coinvolge, più o meno direttamente, i problemi legati alla percezione dello spazio e dei segni terminali nel pieno Medioevo comunale. LO «SPAZIO CONFINATO E LEGITTIMATO»: LA CITTÀ DESCRIVE IL CONTADO Il Liber finium districtus Pistorii, tramandato in copia manoscritta 26 degli inizi del secolo XIV , è conservato alle cc. 43-56 del codice 1, del 22 Liber finium. 23 Un documento, questo, la cui importanza è fuori discussione (il Barbagallo, ad esempio, ne sottolineò il fatto che si trattava «del dato demografico più antico relativo all’Italia Comunale», citato in CRISTIANI, Note sui rapporti, p. 116) ma che ha posto non pochi problemi per quanto concerne la sua datazione e l’oggetto stesso della sua ripartizione interna. Una querelle storiografica che ha visto succedersi con proposte diversificate studiosi come lo Zdekauer, il Santoli, l’Herlihy e il Cristiani. Per una sintesi dei problemi legati alla datazione del liber si rimanda a FRANCESCONI, Districtus, pp. 102-103 (ora infra capitolo I.2). 24 Senza scendere nel dettaglio dei singoli contributi storiografici in cui è preminente l’utilizzo di questa fonte, si rimanda per comodità al volume secondo della Storia di Pistoia, ed alla ricca bibliografia qui contenuta. 25 Quinto Santoli inserì nella parte introduttiva all’edizione del liber alcune brevi note di carattere paleografico e codicologico (SANTOLI, Introduzione, pp. 263-264). 26 La copia manoscritta che tramanda il Liber finium era stata datata dal Santoli Lo «spazio confinato e legittimato» 311 27 fondo Raccolte dell’Archivio di Stato di Pistoia . Le operazioni di censimento e di rilevamento furono effettuate nei mesi di marzo e di 28 aprile del 1255, durante la podesteria di Colombo da Pietrasanta . E proprio il ruolo di questo podestà milanese potrebbe aver avuto un significato non secondario per l’impostazione e l’esecuzione di un documento di quella portata progettuale. Quella dei Pietrasanta era una famiglia già ben affermata nell’ambito della vita politica milanese che poteva aver maturato la giusta esperienza delle pratiche ammini- strative e documentarie29. I modelli politici e culturali, è del resto ben noto, ebbero una più ampia diffusione con l’attivazione di quei flussi podestarili e di quei circuiti professionali che si originarono a partire (SANTOLI, Distretto) tra la fine del secolo XIII e gli inizi del successivo; una datazione che sembra coerente con i caratteri grafici con cui è vergato il testo – una scrittura riferibile alla littera minuta cursiva – ascrivibili alla produzione di documenti pubblici e privati di questo periodo. Un signum notarii apposto al termine della stesura di Porta Sant’Andrea promette, altresì, di fornirci elementi ancora più sicuri per una identificazione cronologica della copia: nella sottoscrizione si legge, infatti, che Francesco di Lese giudice ordinario e notaio esemplò il testo de quodam Libro Terrofinium terrarum comitatus Pistorii facto tempore domini Columbi olim potestatis Pistorii existente apud Acta Comunis Pistorii sub anno Nativitatis Domini MCCCXVIIII, inditione secunda (ASP, Raccolte, 1, c. 53v; Liber finium, p. 328). L’unico elemento di incertezza rimane legato al fatto che sia la tipologia sia la posizione della sottoscrizione, alla fine della terza porta, non ci aiutano a capire se questa sia riferibile a tutto il Liber, oppure soltanto alla sezione relativa alla Porta Sant’Andrea, per quanto l’analisi del tratto e del modulo scrittorio lascino intendere – con certezza per almeno le prime tre porte, con qualche dubbio per Porta Carratica e le aggiunte – la presenza di un’unica mano. La conferma che il notaio esemplatore della copia del Liber, Francesco di Lese, svolgesse incarichi per il Comune di Pistoia, è fornita da una provvisione di una decina d’anni più tardi, nella quale è descritto, in qualità di cancelliere del Comune, come autore di una riforma generale dello statuto del 1329 (ASP, Provvisioni, 1, c. 17r, 1330 settembre 10). Lo stesso notaio è attestato come rogatario di due atti nei primi sei mesi del 1317 (Liber censuum, 722, 1317 gennaio 27; 723, 1317 giugno 8). 27 Il Liber finium occupa i fascicoli sesto e settimo – un quaterno e un terno – di un codice miscellaneo (ASP, Raccolte, 1), contenente, oltre al Liber focorum, cc. 1r-40v, documenti per lo più relativi a dispute e rilevazioni di carattere confinario. Del nostro documento è conservata anche una copia settecentesca («Indice de’ confini de’ quali sono stati descritti dall’antico originale nel presente libro in quest’anno 1739») nel codice 2 dello stesso fondo archivistico (ASP, Raccolte, 2). Difficile, almeno in questa sede, stabilire con sicurezza il tenore dell’operazione settecentesca: se cioè nella redazione della copia fosse preminente l’aspetto culturale di conservazione di un documento ritenuto rilevante, o se, piuttosto, non vi potessero essere motivazioni legate a finalità, se non direttamente amministrative, per lo meno di riferimento topografico. 28 … tempore potestarie primorum sex mensium domini Columbi de Petrasanta Dei gratia honorabilis potestatis Pistorii… sub anno Domini MCCLV (Liber finium, p. 269). Il riferimento preciso ai mesi di marzo e di aprile si evince dalla data quasi sempre riportata in calce alle singole rilevazioni. 29 OCCHIPINTI, Podestà «da Milano, pp. 48-49. Cfr. anche EADEM, Vita politica e coesione parentale. 312 III.4 Scrittura di un paesaggio politico 30 dai primi decenni del Duecento . Per la realizzazione dell’accertamento confinario furono nomina- 31 ti specifici ufficiali, due per ciascuna porta , con l’incarico di fissare attraverso le dichiarazioni di membri fededegni delle singole comunità (boni homines), generalmente notai, procuratori oppure ufficiali locali – soltanto nel caso di Quarrata intervenne il pievano32 – l’andamento topografico della confinazione interna ai singoli distretti rurali. Le modalità di composizione del documento, per quanto non completa- mente chiare, dovettero seguire un criterio per «stesure successive»: ad una prima fase, nella quale i rilevatori compilavano «memorie» in loco alla presenza dei rappresentanti locali, doveva seguire, con ogni probabilità all’interno del palazzo comunale, la raccolta dei singoli atti e il successivo ordinamento definitivo del testo da parte del notaio estensore33. L’impianto del Liber è strutturato secondo il criterio della 34 distrettuazione urbana di riferimento , con una ripartizione delle comunità nelle quattro porte cittadine – porta Lucensis, porta Guidonis, porta Sancti Andree e porta Caldatica et Sancti Petri – già seguita, peraltro, per la stesura del Liber focorum, con la differenza che in questo caso sembra aver dominato una logica direzionale da ovest a est, iniziando dalla parte più occidentale del districtus per proseguire in senso orario fino al settore più orientale verso Prato e Firenze, anche 30 MAIRE VIGUEUR, Flussi, circuiti, profili, pp. 974 sgg. A solo titolo esemplificativo il Liber censuum pistoiese attesta per il 1255 il mandato del podestà di Firenze, Rubaconte de Mandello, con cui si dà mandato di compilare un libro dei fuochi (Liber censuum, 337, 1255 luglio 28). 31 I rilevatori nominati dal Podestà cittadino erano in numero di due per ciascuna porta: Gualandesco di Saraceno e Giunta di Sesmondello per Porta Lucchese (Liber finium, p. 269); Tancredo di Buldrone e Bonagiunta di Legerio per Porta Guidi (ibidem, p. 292); Soffredo del fu messer Tebertello e Andrea del fu Diologuardo per Porta Sant’Andrea (ibidem, p. 312); Arrendevole di Vinciprova e Manetto di Cambio per Porta Carratica e San Pietro (ibidem, p. 328). 32 Dominus Compagnus, plebanus plebis de Quarrata (ibidem, 269). 33 Al termine di ciascuna rilevazione è riportata la data cronica e topica della stesura dell’atto, così ad esempio a Quarrata (Actum apud dictam plebem de Quarrata… XIII kalendas aprilis, ibidem, p. 270), a San Baronto (Actum apud suprascriptam abatiam… XII aprilis, p. 272), a Groppoli (apud Gropporem… VIIII aprilis, p. 277), a San Marcello (apud locum ecclesie sancti Francisci… XVIII kalendas maii). È proprio la confinazione relativa a San Marcello e, più in generale, a Porta Sant’Andrea che ci fornisce gli spunti per le considerazioni relative alle modalità di composizione del documento: al termine delle confinazioni, infatti, si legge la sottoscrizione del notaio Rugerius filius Pavesi, il quale, scriba dei suddetti rilevatori Soffredo e Andrea, su mandato del Podestà dichiara di aver esemplato il testo de mandato dato a domino Columbo de Petrasanta Pistorii potestate in publicum redegi in palatio comunis (p. 328). 34 Cfr., per la suddivisione del territorio sulla base del prolungamento delle ripartizioni urbane, anche PINI, Le ripartizioni territoriali. Lo «spazio confinato e legittimato» 313 se occorrerebbero maggiori elementi per una sicura identificazione in 35 tal senso . Al corpo dell’opera furono aggiunte nel 1259 alcune additiones, relative alle terre et contrate de plano nostro, con riferimen- 36 to ai villaggi di Calciliana, di Silvatani, di Chiazzano e di Pacciana . È bene notare, da subito, che nel processo di mappazione confinaria non sono mai stati registrati e inseriti i margini limitanei del districtus pistoiese: quelle linee di confine, cioè, che ne definivano l’estensione territoriale rispetto ai Comuni urbani contermini, se non per qualche sporadico accenno alle villae de castro pratensi nella confinazione della comunità di Monte Castiglione Vecchio37. Le ragio- ni di questa scelta, per quanto non esplicitate nel testo, si possono forse intuire: da un lato, per le finalità stesse dell’operazione, tutta rivolta alla sistemazione e all’organizzazione del territorio interno e, dall’al- tro, per non creare più delicati problemi di carattere politico-diploma- tico con città come Firenze e Bologna, con le quali contrasti in questa 35 Mentre nel Liber focorum l’ordine del rilevamento iniziava da Porta Carratica, proseguendo con Porta Lucchese, Porta Sant’Andrea e Porta Guidi, nel Liber finium la sistemazione dei dati raccolti sembra seguire un criterio più ordinato e sistematico, secondo una logica direzionale ovest-nord-est-sud, partendo dal settore più occidentale di Porta Lucchese, quindi Porta Guidi, Porta Sant’Andrea e Porta Carratica. 36 Nel 1259 furono allegate alcune additiones relative alle terre et contrate non scripte in Libro Confinium, con particolare riferimento alle terre et contrate de plano nostro. Le aggiunte furono predisposte da Lanfranco di Giusto e da Gualandesco di Saraceno (già rilevatore di Porta Lucchese) per ordine del Podestà di Pistoia Cece Gherardini (Terre et contrate non scripte in libro confinium, Additamentum anni MCCLVIIII, – cc. 56r-v – pp. 334-336). Non sembra automatica la giustificazione di questa aggiunta posteriore di qualche anno: tra le varie ipotesi che potrebbero essere formulate, in assenza di una documentazione certa ed esaustiva, la più probabile sembra riferibile all’ubicazione suburbana delle località oggetto dell’aggiunta. Doveva trattarsi, in sostanza, di sobborghi cittadini di recente accresciutisi fino ad essere identificati come terre e contrade, ma che non avevano ancora raggiunto la dignità di Comuni rurali. 37 Nella confinazione del Comune di Monte Castiglione Vecchio (Castiglione) è fatto riferimento al Comune di Prato: Item versus Pratum ex latere burgi de Vaiano et alias terras et villas de castro Pratensi inter Comune Pratese, Comune Castillionis Veteris … (Liber finium, p. 307). In questo caso furono riportati, con molta probabilità, i dati limitanei esterni, per la necessità di ribadire in modo chiaro il possesso della comunità di recente acquistata da parte del Comune di Pistoia, nei confronti dei vecchi domini, i conti Alberti (HERLIHY, Pistoia, p. 78). Per la situazione anomala della comunità di Sambuca, divisa tra dominio vescovile e protettorato del Comune di Pistoia (RAUTY, Il castello di Sambuca, pp. 43-63) potremmo considerare alla stessa stregua anche i dati delle confinazioni con questa località (Logomano, Treppio, Piteccio e San Mommè), per quanto compaia più volte, nel documento, il termine comune de Sambuca e addirittura la presenza di consoli in rappresentanza della comunità stessa, elementi cioè che lascerebbero propendere per una ormai già avanzata organizzazione istituzionale interna del Comune rurale, (Gualduccius condam Cavalcantis et Arrigus condam Ianni consules de Sambuca, ibidem, p. 322) formalmente di pertinenza vescovile ma ormai di fatto controllato dalla città. 314 III.4 Scrittura di un paesaggio politico 38 materia avevano già sollevato scontri anche violenti e duraturi . Ci troviamo di fronte, dunque, ad una mappa completa del districtus 39 pistoiese descritta anziché disegnata , ad un’opera d’inquadramento del territorio che riflette una sorta di «fotografia in negativo», dal momento che la dimensione giurisdizionale del Comune cittadino, per la mancanza dei contorni territoriali esterni, si connota per riempi- 40 mento piuttosto che sulla base di una puntuale definizione limitanea . Perché il governo comunale produsse lo sforzo concettuale e pratico di elaborare una mappa di questo tipo e soprattutto quale significato politico e simbolico poteva assumere, in quel preciso momento, una così sistematica impresa di terminatio? Una domanda, questa, scontata e, allo stesso tempo, difficile, ma che sembra necessa- rio porsi nell’intento di fornire una qualche risposta ad un’opera che sembra rappresentare un unicum nell’Italia comunale, almeno con questa chiarezza progettuale e con queste precise finalità41. Con la stesura di questo censimento topografico si fondono, almeno così ci sembra, gli interessi della città e quelli del territorio. In primo luogo, nella misura in cui le autorità urbane dovettero avvertire come prioritaria, in un momento difficile della vita politica cittadina, come quello successivo alla morte di Federico II e ai delicati equilibri che ne scaturirono con la formazione della Lega di Toscana42, la necessità di definire e di riconoscere organicamente per scritto la propria identità 38 Per la guerra con Bologna, cfr. FOSCHI, Il giuramento di pace; RAUTY, Società, istituzioni, pp. 39-40; per i delicati rapporti con Firenze e le altre città contermini, cfr. CHERUBINI, Apogeo e declino, pp. 55-59. 39 Ernesto Sestan aveva definito il Finium «una rappresentazione plastica del paesaggio pistoiese, un tesoro inesauribile di dati toponomastici e onomastici» (SESTAN, Quinto Santoli storico pistoiese, p. 397). 40 Pur con le notazioni formulate supra alla nota 37, in ogni modo, sembra utile riportare la determinazione del confine del Comune di Piteccio verso Sambuca, fissato all’altezza del fosso Stabiazzoni usque ad terminos montis qui vocatur Cerbaria quomodo venit iusta domum hospitalis Prati Episcopi (Liber finium, p. 322). 41 In sede di confronto, con fonti d’inquadramento assimilabili a quella pistoiese, seppur con chiare differenze tipologiche e strutturali, si può vedere: per Treviso, CASTAGNETTI, L’ordinamento del territorio trevigiano; per Bergamo, MAZZI, I confini dei comuni del contado (con riferimento al Liber instrumentorum confinium territorii Pergamensis del 1234); per Modena, CALZOLARI, Un documento delle lotte per l’egemonia. Su queste due ultime testimonianze cfr. anche BONACINI, Il confine militare e FRANCESCONI, SALVESTRINI, La scrittura del confine. 42 Per le vicende che coinvolsero Pistoia nei delicati equilibri successivi alla morte di Federico II, cfr. SANTOLI, Guerra con Firenze; CHERUBINI, Apogeo e declino, pp. 56-57. Più in generale si veda LUZZATI, Firenze e la Toscana, pp. 56-61. Sulla portata reale e simbolica del ‘limite’, cfr. REDON, Sur la perception des espaces, pp. 52-59. Cfr. anche CAMMAROSANO, Toscana nella politica imperiale; ZORZI, Toscana politica. Lo «spazio confinato e legittimato» 315 politica e territoriale. Un piano, questo, nel quale le risorse culturali della città, espresse dai ceti legati alle libere professioni, e le esigenze della politica interagirono in modo sinergico nella programmazione di un progetto che coniugava gli obiettivi pratici dell’amministrazione con la volontà di costituire, attraverso l’elaborazione di una «memoria scritta», uno spazio di autorappresentazione collettiva che funzionas- se anche da «manifesto politico»43. E tanto più in un versante come quello della dimensione confinaria, così funzionale per una determi- nazione del proprio «esserci», per quello stretto legame di comple- mentarità esistente tra i concetti di addomesticamento dello spazio e di costruzione della propria identità44 . Né deve essere trascurato, in secondo luogo, che il rilevamento fu compiuto al termine di un periodo di tensioni belliche come il triennio 1251-1254, in una fase cioè nella quale dovette essere avvertita con forza la necessità di porre ordine nel territorio, di «definire per scritto» uno status iurisdictionis che risolvesse le ricorrenti contese fra comunità acuite dalla guerra45. Le ragioni della propria identità e le ragioni dell’amministrazione pubblica, dunque, sembrano porsi all’origine di un’impresa che mo- stra, alla metà del Duecento, un’elevata coscienza dei metodi di 46 governo e delle loro rappresentazioni documentarie . Si trattava di un progresso qualitativo che si collocava, un po’ ovunque nelle città 43 «Il pittore, l’agrimensore e il notaio contribuirono a creare gli strumenti di uno Stato territoriale moderno» (REDON, Lo spazio di una città, p. 217). Per il rapporto tra la progressiva complessità della vita sociale e politica del Comune nel secolo XIII e le varie forme di propaganda politica, in altre parole tra politica e linguaggio, cfr. le considerazioni di ARTIFONI, I podestà professionali: «la parola di governo fu solo la manifestazione più esplicita, istituzionale, di un più ampio movimento della cultura, che potremmo definire di politicizzazione della parola – e aggiungeremo delle forme documentarie –, o comunque di chiara percezione della rilevanza sociale dell’atto di parlare – e di scrivere» (p. 688). 44 VUILLERMIN, Confini e identità; ASSMANN, La memoria culturale, pp. 99 e sgg e 121; CELLA, Tracciare confini. 45 SANTOLI, Distretto, p. 127. In questo senso «limitare uno spazio, tracciandone i confini, è un tentativo di annullare la possibilità che al suo interno possa accadere qualcosa di non voluto, di imprevisto» (LINGUA, Introduzione, p. 10). Si potrebbero citare, a questo proposito, tutti quei provvedimenti di grande valenza politica e simbolica inerenti al bando, alla ‘messa al confino – il ponere ad confines – di tutti quei cittadini che si erano resi pericolosi per la tranquillità sociale della città e del territorio, cfr., ad esempio, Statutum potestatis 1296, III, 14; T.d.d., CLI. 46 In questo periodo va progressivamente consolidandosi anche il passaggio tra la documentazione ‘sciolta’ di natura diplomatica e l’affermazione di compilazioni più ordinate e strutturate in «registri» e «libri», che rappresentarono un significativo mutamento nelle forme della prassi documentaria e un altrettanto chiara capacità progettuale (CAMMAROSANO, Italia medievale, p. 139). 316 III.4 Scrittura di un paesaggio politico comunali, con l’affermazione dei regimi ‘popolari’ e con la connessa acquisizione di una maggiore strutturazione degli organi del governo cittadino, espressione diretta della vocazione statuale che le magistra- 47 ture urbane andavano consolidando . Se l’identità politica dovette essere fondante in un momento di forte instabilità dell’intera regione, un ruolo non meno significativo dovettero svolgere le istanze di carattere amministrativo, relative al controllo e alla gestione del territorio stesso. In questa direzione possono essere significative alcune rubriche dello Statutum potestatis del 1296, nelle quali venivano stabilite precise norme per la tutela dell’ordine pubblico della città e del territorio. Il capitolo, ad esempio, che sanciva l’obbligo, da parte dei rettori delle comunità rurali, di denunciare tutti i malefici commessi nel loro territorio comunale, richiamava la necessità di una precisa e rigorosa definizione degli ambiti di competenza giurisdizionale, che solo un’operazione come quella del Finium poteva garantire e definire con esattezza48. Ancora più esplicito riferimento a questa funzione definitoria del nostro documento è contenuta nella norma statutaria che disciplinava le sanzioni per i sindaci o rettori locali che avessero rifiutato di risarcire danni commessi nelle loro comunità: i legislatori stessi per la determi- nazione territoriale riconoscevano valore giuridico e probatorio ai dati fissati nel Liber: cuius determinationi stetur, ac si scriptum esset in libro confecto de confinibus terrarum districtus Pistorii49. Il Liber, per la sua stessa natura sistematica nella registrazione della struttura terminale del contado, poteva rivelarsi, inoltre, uno strumento estremamente prezioso nella prassi giudiziaria, per la riso- luzione delle numerose liti di carattere confinario, quale possibile antidoto nei confronti di quel latente stato di conflittualità e di usurpazione che caratterizzava la società rurale e di cui anche la documentazione pistoiese fornisce un’ampia e nutrita casistica50. E 47 BARTOLI LANGELI, La documentazione degli stati, p. 157; MAIRE VIGUEUR, Forme di governo. È bene notare a questo proposito che uno strumento essenziale dell’attività del governo comunale era la produzione e la conservazione regolare della documentazione politica e amministrativa, cfr. ROMITI, La «Camara Actorum», pp. V-XXII. 48 Statutum potestatis 1296, III, 20. Cfr. anche la rubriche III, 120 e 163, relative alle punizioni comminate dal Podestà cittadino ai detentori di ribelli nel loro territorio. 49 Statutum potestatis 1296, T.d.d, III, pp. 157-158. 50 Cfr. ad esempio, il contenzioso tra gli uomini di Uzzo e Sariccione da una parte e il monastero di Fontana Taona dall’altra (ASP, Taona, 1219 dicembre 30). Per quanto concerne Lo «spazio confinato e legittimato» 317 vieppiù, come è stato rilevato, in contesti in cui i conflitti locali avevano la possibilità di generare più vaste interazioni sociali e politiche, collegando alle pratiche del contenzioso organismi antagonisti di scala 51 maggiore . Erano per lo più liti dalla natura eterogenea: dalla realiz- zazione dei lavori pubblici, come avvenne ad esempio tra il Comune di Montecatini e quello di Pistoia nel 1283 in occasione della sistema- 52 zione della strada del Belvedere ; alla contestazione dei diritti su beni e risorse collettive, quali potevano essere l’erbatico, il legnatico e l’uso delle acque. Tutte risorse, queste, che costituivano, in particolare per le comunità della montagna, appannaggi economici imprescindibili per la loro stessa sopravvivenza: si trattava di quelle terre utili, come recitava la carta concessa alla comunità della Rocca di Tintinnano, pro lignis aquis et herbis53. Nella vertenza confinaria tra Montecatini e Pistoia, cui abbiamo fatto riferimento, sembrano significative alcune dichiarazioni dei testi chiamati a deporre per la soluzione arbitrale: Ranuccius Masnieri, ad esempio, sottolineava l’importanza degli spazi comuni boschivi, quando affermava che egli custodivit et custodiri vidit dictum locum, quia faciebat carbones infra et citra dictos confines54; nella stessa occasione Gallizanus Ricoveri, dichiarava che aveva visto i guardiani del Comune di Serravalle che espellebant bestias de 55 Montevectolino pascentes infra dictum terminum . Una più sistematica regolamentazione delle terre comuni, della 56 loro gestione e dei loro diritti d’uso , con i connessi introiti economici, i conflitti e le modalità di risoluzione delle dispute nella Toscana del secolo XII si può vedere il recente lavoro di WICKHAM, Legge, pratiche e conflitti. Può essere utile citare, su questa linea, benché più tarda e non pistoiese una norma contenuta negli statuti di Pescia del 1339, relativa alla nomina di arbitri comunali per determinare i confini tra proprietà vicine: ad petitionem cuiusque volentis transfinare aliquem campum… potestas dicti Comunis teneatur mictere arbitros Comunis ad designandum et terminandum foveam (Statuto di Pescia, I, 27). 51 Cfr. LOMBARDINI, RAGGIO, TORRE, Premessa, e, nello stesso numero, il saggio di GRENDI, La pratica dei confini. 52 Liber censuum, 474, 1283 febbraio 23 – 479, 1283 marzo 22. la questione verteva intorno ai lavori eseguiti dagli uomini di Montecatini alla strada che attraverso Belvedere conduceva a Pistoia: conciare viam qua venit a Montevectorini versus Belvedere pro veniendo ad civitatem Pistorii. Si veda ora su questa disputa anche ONORI, Controversie di confine. Cfr. inoltre la lite fra il Comune di Marliana e di Montecatini per la definizione dei confini del 1332 (ASP, Raccolte, 5, cc. 122r-133v, 1332 ottobre 27: Liber censuum, 777, 1332 ottobre 27-28). 53 ZDEKAUER, La «Carta libertatis»; SALVEMINI, Un comune rurale. Si veda ora e con specifico riferimento al contado pistoiese FRANCESCONI, «Pro lignis, aquis et herbis» (ora supra capitolo II.3). 54 Liber censuum, 475, 1283 febbraio. 55 Ibidem. 56 Cfr. per una rassegna iniziale dei problemi legati alle terre ed ai beni comuni, i saggi 318 III.4 Scrittura di un paesaggio politico ci pare che possano aver costituito uno dei benefici più significativi che le comunità del territorio potevano trovare nella redazione di questo inventario. Il Liber finium poteva consentire loro una più tranquilla, pacifica e strutturata suddivisione di questi beni primari per la vita comunitaria: per quanto non vi siano espliciti riferimenti nel testo a tali tipologie patrimoniali, ad eccezione di una serie di selve dei Comuni di Montemagno, Staggiano57 e di Piteglio58, oltre all’acquisto di una 59 foresta et selva da parte dell’universitas di Momigno , la struttura molto allargata della confinazione nelle aree montane, con tracciati molto distanti dal nucleo demico del villaggio e con andamento talvolta irregolare, potrebbe veramente lasciar pensare ad un progetto di sistemazione confinaria di terreni boschivi e prativi che consentisse una fruibilità regolamentata di quegli spazi di uso collettivo60. Le testimonianze documentarie, del resto, che attestano l’impor- tanza, economica e politica, delle proprietà comuni, per quelle aree 61 meno interessate dalla penetrazione del sistema poderale e mezzadrile , sono numerose: basterà citare la concessione che, nel 1215, Alpisciano di Nobilino fece, a titolo personale e del Comune di Cantagallo, ai consorti di Arrigo di Luicciana di poter cacciare in alpibus et nemoribus 62 de Cantagallo ; e l’ampia concessione di terre seminative e boschive che l’abate del monastero di Fontana Taona, Mosè, fece nel 1227 agli 63 uomini delle comunità di Terriole e Fabiana, Sariccione e Fermiano . di J. C. Maire Vigueur, S. Bortolami, P. Cremonini, P. Pirillo, M. Vallerani e S. Carocci nel numero monografico Beni comuni e Beni comuni e usi civici. Più di recente, cfr. MAIRE VIGUEUR, Cavalieri e cittadini, pp. 209 sgg.; RAO, Beni comunali; IDEM, I beni del comune. 57 Liber finium, p. 270 (Montemagno) silva de Comune; ibidem, p. 301 (Staggiano) selva magior. 58 Ibidem, p. 325. 59 Ibidem, p. 286: salvo tantum iure omnium personarum de Momigno et Comuni quas habent in quadam foresta et selva empta per ipsum Comune de Momigno ab hominibus de Crespore. 60 Si vedano a questo proposito le irregolari e, sovente con andamento che disegnava vere e proprie énclaves, confinazioni dei Comuni montani e dell’alta collina. Può essere utile in particolare osservare i tracciati delle comunità di Marliana e di Avaglio (p. 283), di Marliana e Casore (p. 283), di Momigno e Calamecca (p. 286), nel quale si sottolinea che siano fatti salvi i diritti omnium personarum de Momigno et Comuni quas habent in quadam foresta et selva empta per ipsum Comune de Momigno ab hominibus de Cresppore; ancora di Piteglio (p. 325) e di Treppio (p. 312). 61 Per i caratteri generali si veda CHERUBINI, Mezzadria toscana; PINTO, Agricoltura. 62 ASP, Taona, 1215 maggio 5. 63 Ibidem, 1227 novembre 17. Meritano di essere menzionate anche altre transazioni di questo tenore, come quella che vide nel 1245 Rainaldo di Ranuccino e Mazagallo di Tancredo vendere al monastero della Fontana Taona duas de tribus partibus totius et integre pasture castri, Lo «spazio confinato e legittimato» 319 Ancora più significativa, forse, nella nostra prospettiva fu la disputa confinaria, per quanto più tarda, tra Crespole e Lanciole del 1381, per l’uso di un terreno comune di Pistoia da parte degli uomini di queste due comunità cum bestiis pasturare et omnia facere prout in rebus ipsorum, che questi potevano quindi sfruttare oltre che difendere e mantenere per conto delle magistrature urbane64. Compresenza di istanze della città e del territorio, dunque, sembra di poter intravedere all’origine di questo progetto: anche se determinante dovette essere la volontà da parte del Comune cittadino di interagire in modo più ordinato e organico con quello spazio rurale che ormai, in una fase avanzata del processo di formazione del contado, doveva essere sistematicamente organizzato per una più funzionale fruibilità e integrazione politica ed economica con le strutture urbane65. Anche in questa prospettiva la necessità di definire l’identità delle varie comunità, di saldare gli uomini al loro territorio, in un’azione di coesione comunitaria e di solidarietà sociale, doveva essere intesa come viatico per una più agevole gestione degli spazi della campagna da parte della città66. Uno spazio, dunque, che doveva essere organizzato, ma anche conosciuto e governato: è in questa direzione che si rendeva necessaria una documentazione di grande precisione curie et districtus de Startignano, videlicet herbas, aquas, silvas et ligna… pro bestiis monasterii in dicta pastura retinendis et pascendis (ASP, Taona, 1245 luglio 9 e 10); oppure quella relativa all’attestazione di un mercato delle comunità di Torri, Fossato, Treppio e Monticelli in castagneto abaçie seu monasterii Fontane Taonis posito ad Monticelli (ASP, Taona, 1251 ottobre 9). 64 ASP, Raccolte, 1, cc. 57r-58r, 1381. Il contenzioso tra le due comunità, per l’uso di un terreno adibito a pascolo, può aiutarci a comprendere quale doveva essere l’importanza di questi beni ad uso collettivo per comunità di uomini, fondate prevalentemente su un’economia agricola, nella quale la componente silvo-pastorale era preminente. Una disputa, questa, di molto posteriore rispetto al documento oggetto di questo intervento, ma comunque utile per illustrare il tenore di contenziosi che nella sostanza dovevano avere le stesse caratteristiche anche al momento della stesura del Liber. Il fatto poi, che a distanza di oltre un secolo e mezzo, dalla comparsa del finium potessero esservi liti in materia confinaria, ritengo non si debba e non si possa addebitare alla scarsa tenuta giuridico-definitoria del nostro documento. Anzi si rimanda a questo proposito a FRANCESCONI, Confine archiviato (ora infra capitolo III.5). 65 Per le complesse vicende legate alla formazione del contado pistoiese si rimanda a FRANCESCONI, Districtus (ora infra capitolo I.2); più in generale si vedano i contributi di CHITTOLINI, Organizzazione territoriale, di VARANINI, Organizzazione del distretto e di ZORZI, L’organizzazione del territorio. Cfr. anche REDON, Lo spazio di una città, pp. 207-219 e la recente raccolta di saggi di PIRILLO, Costruzione di un contado. 66 Spunti interessanti in sede di confronto, per quanto rivolti ad un’area con funzionamenti politici e sociali diversi, sono nei lavori di ORTU, Il corpo umano e il corpo naturale e nei saggi del convegno Città e contado nel Mezzogiorno e nello specifico di AIRÒ, Forme del dominio territoriale. 320 III.4 Scrittura di un paesaggio politico 67 topografica . Le 108 comunità rurali descritte nel Finium rispetto alle 124 presenti nel Liber focorum, lasciano già intuire uno sforzo impor- tante di razionalizzazione dello spazio cittadino, nell’intento di favo- rire, attraverso l’inglobamento dei centri più piccoli, una maggiore omogeneità amministrativa che facilitasse un più diretto raccordo con la città in senso accentratore68. Poteva dirsi quella una pianificazione che mirava, del resto, al conferimento di un preciso significato pubbli- co alle articolazioni periferiche della distrettuazione urbana che, a quel punto della costruzione territoriale, potevano essere definite, riconosciute e «legittimate» su base documentaria, favorendo, al contempo, con una più omogenea ripartizione dello scacchiere ammi- nistrativo69, la sostituzione delle circoscrizioni parrocchiali e castrensi- signorili con più definiti distretti rurali, inquadrati per comunitates, 70 terre, ville e castra . Si puntava, in altre parole, ad un’ottica più ordinata di inquadramento su base pubblica che dovette avere una sua precisa funzione di riferimento anche per la stesura delle scritture notarili, pubbliche e private, come dimostra un frammento di confinazione della seconda metà del secolo XIII, nel quale il notaio estensore Andreas quondam Tani dichiarava di aver seguito il registrum terrefinium omnium et singulorum comunium terrarum comunis Pistorii conservato per la pubblica consultazione apud sacristiam beati Iacobi apostoli71. Forse ancor più significativa era la copia dei confini della 67 Cfr. PINTO, Gli spazi della campagna. Cfr. anche le considerazioni elaborate per Siena da REDON, Lo spazio di una città, pp. 147-150. Le ambiguità e la pluralità degli esisti possibili connesse con una scarsa e poco documentabile definizione delle percezioni spaziali sono trattate nel saggio di KAISER, Vicini stranieri. 68 FRANCESCONI, Districtus, p. 105, nota 102 (ora infra capitolo I.2), con particolare riferimento al caso estremamente significativo del Comune rurale di Quarrata. Sono qui passate in rassegna anche alcune posizioni storiografiche che avevano interpretato questa diminuzione come sintomo di una depressione demografica (HERLIHY, Pistoia, p. 81), oppure attribuendo la spiegazione al fatto che i dati del Liber focorum non fossero riferibili a Comuni rurali (CRISTIANI, Note sui rapporti, p. 124). 69 In un’ottica di comprensione del valore legittimante e probante del documento, potrebbe essere interpretata anche la formula con cui è definito il lavoro di raccolta dei confini di Porta Guidi, i quali furono inventi, ordinati et statuti – da evidenziare il peso del termine statuti, che lascerebbe intendere tutto il valore giuridico-probatorio del documento – dagli ufficiali preposti (Liber finium, p. 292). 70 Statutum potestatis 1296, III, 12. Cfr. per il rapporto tra circoscrizioni ecclesiastiche e civili, FRANCESCONI, Pievi, parrocchie, p. 160 (ora supra capitolo II.1); IDEM, Incastellameno (ora supra capitolo II.2). 71 Si tratta di un frammento di confinazione della seconda metà del Duecento relativo ad alcune comunità comprese nella ripartizione di Porta Guidi: Burgianico, Santomato e San Quirico, i cui tracciati confinari omnia inveni, vidi et legi in quodam libro pecudino in se Lo «spazio confinato e legittimato» 321 Fig. 46. Il districtus pistoiese dal Liber finium del 1255. 322 III.4 Scrittura di un paesaggio politico comunità di Torricella che il notaio Giovanni di Armaleone trasse nel 72 1297 dal Libro confinium terrarum districtus Pistorii . Quel documen- to, quell’operazione di cartografia scrittoria assunse, come mostrano questi pochi esempi isolati, insieme al suo valore pratico e amministra- tivo, un indubbio significato «monumentale»: il contado di Pistoia era, in fondo, quello reale costruito su terre, villaggi e castelli, ma anche, se non soprattutto, quello rappresentato dal ceto dirigente cittadino nel suo Liber finium. Quella mappa confinaria descritta con grande realismo politico e topografico acquisiva un significato più ampio e decisivo: era la costruzione sociale e notarile del contado e, dunque, in quanto percezione diffusa di quello spazio, era il contado stesso. Le tecniche e le modalità della descrizione confinaria nel Liber, condotte attraverso la pratica dell’inchiesta e dell’intervista degli uomini dei villaggi locali, sembrano seguire una prassi e modelli mutuati dalle tipologie proprie del confine altomedievale ed agrario piuttosto che dalle pratiche dell’agrimensura bassomedievale73. La costruzione stessa del documento era un esempio altissimo del «dia- logo ininterrotto» intrattenuto, durante tutta l’età comunale, dalla città con la sua campagna: lì si attribuiva, infatti, un alto valore all’uomo nella funzione di «catasto vivente», che determina e localizza i luoghi, gli spazi, i confini. L’esperienza e la memoria erano i collanti fondanti di tutta quell’operazione culturale74. La definizione che del confine offre, a questo proposito, Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae, «i segni di confine prendono nome dal fatto che rendono distinte e continens registrum terrofinium omnium et singulorum comunium terrarum et villarum comunis Pistorii (ASP, Raccolte, 1, c. 79v-81r). Come ha rilevato Gian Maria Varanini, infatti, «proprio l’abbandono delle denominazioni in plebatu, in territorio plebis, e simili a favore dell’adozione di formule ubicatorie rigide, assolutamente standardizzate nella prassi notarile di un singolo distretto è un indizio importante di una conseguita uniformità» (VARANINI,Organizzazione del distretto, p. 151). 72 Liber censuum, 336, 1255 marzo. 73 COMBA, Formazione culturale; PASA, Agrimensura, agrimensori. 74 Ricorre quasi continuamente la formula dicit esse fines o dicunt esse fines: ad esempio nel rilevamento di Montemagno e Vignole gli ufficiali delle due comunità in comuni concordia dicunt esse fines inter eos coram suprascriptis confinatoribus, etc. (Liber finium, p. 271 e passim). Cfr. LAGAZZI, Segni sulla terra, pp. 45-46. L’uomo come depositario della memoria – inteso come il vasto ed eterogeneo complesso degli uomini legati al territorio – costituisce una fonte di grande importanza per la identificazione delle proprietà e dei confini (PINTO, Gli spazi della campagna, p. 162), del resto, come ha rilevato Paul Zumthor, «il territorio in effetti contiene la storia degli uomini che lo hanno fatto e ne vivono. Tacitamente, la racconta; gli anziani vi si mettono in sintonia e la verbalizzano. I giovani apprendono che il territorio è racconto» (ZUMTHOR, La misura del mondo, p. 76). Lo «spazio confinato e legittimato» 323 segnalano le dimensioni dei terreni. Tramite essi, infatti, è possibile prestar fede alle testimonianze relative ai confini e vengono sciolte le 75 contese e le liti che li riguardano» , sembra potersi attagliare perfet- tamente sia alle finalità, sia ai caratteri della descrizione confinaria del Liber. Siamo per lo più di fronte, sotto questo aspetto, ad una tipizzazione dei segni terminali molto aderente alle qualità paesaggistiche del territorio, con l’utilizzo di elementi di determina- zione non elaborati a priori e sistemati artificialmente – cippi lapidei, forche o pilastri –, ma desunti direttamente dal paesaggio stesso76. Per cui tra i principali codici di riferimento sono utilizzate le unità viarie e stradali, i corsi d’acqua, i dati desumibili dalle proprietà private – case e terre –, boschi e qualità vegetali – oliveti, vigneti, querceti –, peculiarità geo-morfologiche – colli, monti, lame, valichi – e infrastrut- ture produttive come mulini e gualchiere77 . Il tracciato confinario, non dovendo rispondere alle esigenze della peculiarità descrittiva tipica delle transazioni patrimoniali e della disputa confinaria, non seguiva pedissequamente i caratteri della prassi perimetrale, ma il criterio della discontinuità: secondo il quale, individuati gli elementi di riferimento principali il segno di confine veniva indicato per approssimazione 75 ISIDORO DI SIVIGLIA, Etymologiae, cc. 73 sgg., citato in LAGAZZI, Segni sulla terra, p. 55. 76 Nel nostro documento sono stati seguiti i criteri della «discontinuità», unendo al contempo le istanze di una egemonia spaziale sul territorio da parte del Comune cittadino con la necessità di ricorrere ad un ‘impegno localizzato’, sulla base come abbiamo visto della partecipazione diretta di esponenti delle comunità. Un tracciato «continuo» del confine avrebbe richiesto, del resto, uno sforzo in termini di energie e di «materiale ridefinizione geometrica» dello spazio – inserimento di segni terminali artificiali quali pietre, forche, cippi, etc. – impensabile per un’impresa di così vaste dimensioni (ibidem, p. 30; LAGAZZI, Sistemi di confinazione, pp. 15-17). Vi sono, invece, esempi numerosi nel nostro territorio di confinazioni, per lo più in occasione di dispute e controversie, con la pratica dell’inserimento di termini apposti artificialmente: cfr. la descrizione dei confini trecenteschi tra la Sambuca ed il Comune di Bologna (ASP, Raccolte, 4, c. 180r), definiti con l’imposizione di cippi nel terreno terminum quod est fictum secundum sequitur super Cinghium quod dicitur el Cinghio de Pietra Fochaia et ultra sequendo ad terminum fictum super forram… (vedi a questo proposito anche ZAGNONI, Controversie fra Bologna e Pistoia). Si veda, inoltre, la pratica dell’elevari furcas presente in un arbitrato confinario della Valdinievole, tra i Comuni di Pescia, di Uzzano e di Costa (ASF, Pescia, 1298 marzo 14), oppure ancora l’arbitrato tra i Comuni di Buggiano e Massa e Cozzile, nel quale definita la nuova linea di confine, viene imposto agli uomini di Buggiano di togliere le forche da questi fissate nel terreno (ASF, Massa in Valdinievole, 1276 maggio 15 e MOSIICI, Documenti di lega). Ancora, nella già citata disputa tra il Comune di Pistoia e quello di Montevettolini, nella revisione dei confini per stabilire le competenze giurisdizionali attraverso le inquisitiones viene fatto riferimento a cippi lapidei, usque ad dictum lapidem debet esse de territorio comunis Pistoii (Liber censuum, 475, 1283 febbraio). 77 Liber finium, passim. 324 III.4 Scrittura di un paesaggio politico 78 direzionale, con l’espressione recto tramite . Riportiamo, a titolo d’esempio, un brano tratto direttamente dal Liber e relativo al confine tra le comunità di Serravalle e di Groppoli: Item dicunt habere fines a capite gore molendini Thomei Hostis que mictit in Vincium usque ad domum Cristiani Berardini et a dicta domo usque ad casoralem antiquum quod fuit Iunte de Vincio sicut trait recto tramite et sicut trait usque alle Cerbaie quod est boscus recto tramite79. Il dato direzionale sembrerebbe, inoltre, aver caratterizzato an- che la logica descrittiva: la struttura delle singole confinazioni mantie- ne, quando verificabile attraverso l’oscura microtoponomastica stori- ca, un andamento da ovest ad est, evidenziando presumibilmente non solo la sistematicità del rilevamento ma anche il dato di una percezione spaziale che, attraverso il filtro umano, si ancorava ad una mentalità ancora ricca di elementi simbolici. Una verifica, questa, che si è resa possibile per le comunità della Val di Bure, grazie alle conoscenze toponomastiche di cui siamo in possesso per quest’area e nello speci- fico per i villaggi di Baggio, Germinaia e Pecunia80. Una «scrittura del confine», insomma, che si qualifica e si distin- gue non tanto per la qualità delle tecniche seguite, quanto piuttosto per l’organica progettualità politica dell’impresa. Il modello descrittorio dominante è quello generalmente adottato nella documentazione privata, e quelli sono i criteri prevalenti, con una pronunciata vicinan- za alle registrazioni confinarie tipiche della documentazione notarile81. 78 Cfr. supra nota 75 e le molteplici attestazioni presenti nel Liber, passim. 79 Liber finium, p. 277. 80 Liber finium, pp. 295, 299, 304. Cfr. Dizionario toponomastico, ad vocem e carte topografiche. 81 Partendo dal presupposto che la misura medievale non era proporzionale, la descrizione dei confini veniva data attraverso unità confrontabili, ma soprattutto come nel caso del finium l’elemento qualificante sembra determinato dal ruolo dell’uomo, dalla sua ‘memoria collettiva’, dal suo diretto contatto fisico con la terra (GUREVIC, Le categorie della cultura, pp. 58-59; BOURIN, Delimitation des parcelles). In questo senso, appoggiandosi al ‘dato umano’ di rilevamento i criteri di composizione sono assimilabili a quelli della pratica altomedievale, o in ogni caso della confinazione presente nelle transazioni private: riferibili cioè ad una descrizione continua del tracciato limitaneo, sulla base di dati naturalistici, infrastrutture ed elementi di proprietà (cfr. anche MILANI, Il ‘confine’: note linguistiche). Senza entrare nel merito dei numerosi confronti che si potrebbero fare con la documentazione notarile dei secoli X-XIII, relativa ad acquisti, permute e locazioni di beni, ci limitiamo a citare come elemento di comparazione un elenco di censi del monastero della Fontana Taona, cronologicamente vicino alla stesura del nostro documento, riferibile con ogni probabilità a terre prative poste in varie località della montagna pistoiese (ASP, Taona, 1250 dicembre 26): solo per riportare qualche dato confinario, via, forra, terra abbatie, boschi, Pauli de Bagio, etc. Lo «spazio confinato e legittimato» 325 E questo, ritengo, non tanto per la mancanza di mezzi e di conoscenze agrimensorie, ma semmai per una scelta deliberata dei redattori, dal momento che la Pistoia comunale aveva già avuto importanti esperien- ze nel campo della notificazione terminale, come sta ad attestare la sistematica inventariazione e misurazione dei centodieci pezzi di terra che i mensuratores comunali avevano approntato nel marzo 1201, in occasione del contenzioso tra il monastero di San Bartolomeo e gli uomini di Agliana, in seguito all’illecita occupazione che questi aveva- no compiuto82 . Dalla lettura del testo sembra di percepire ad ogni passo la volontà di utilizzare un codice espressivo di impatto immedia- to, da tutti facilmente comprensibile: una sorta di «semantica popola- re» di larga fruibilità e intellegibilità che deve aver svolto un ruolo decisivo nella scelta dei criteri di realizzazione, oltre al fatto, più volte accennato, che le finalità del documento risiedevano soprattutto nell’insieme, nella predisposizione di un «palinsesto descrittivo» che potesse costituire uno snodo legittimante nel processo di costruzione giuridica e politica del territorio83. I linguaggi urbani divenivano, dunque, la sintassi di un ordina- mento del territorio che passava attraverso le categorie dell’inquadra- mento cittadino. La città assumeva un ruolo ordinatore delle esperien- ze politiche della campagna e, indirettamente, ne mutuava conoscenze e culture del territorio. I notai, gli esperti della scrittura, i giudici e i mensuratores viaggiavano attraverso comunità e castelli, ne mappavano spazi e giurisdizioni, ma le voci che animavano quel quadro politico e quelle scritture erano le voci della gente di campagna, erano i luoghi stessi che davano un riconoscimento alla propria topografia, al pro- prio spazio e alla propria identità. Il linguaggio della campagna 82 ASF, San Bartolomeo, 1201 marzo: furono nominati, dai consoli di Pistoia, sei uomini per la ricognizione e l’identificazione dei centodieci pezzi di terra oggetto della controversia e quindi furono fatte misurare da Masnerius quondam Iufredi publicus mensurator civitatis. Il lodo arbitrale fu pronunciato in data 24 dicembre 1202 da Cacciaguerra e Visconte davanti al Podestà di Pistoia Lanfranco di Nazario (ASP, San Bartolomeo, 1202 dicembre 24). Cfr. anche RAUTY, Agliana, pp. 23-28. Sono significative, per quanto più tarde, le disposizioni statutarie che regolamentavano l’attività dei mensuratores, inerenti all’obbligo di seguire lo starierum rettum ed al giuramento che dovevano tenere davanti al podestà di Pistoia (Statutum potestatis 1296, III, 75 e 76). 83 Sono interessanti, per il nostro discorso, le osservazioni di Pierluigi Vuillermin secondo cui «a fondamento del diritto (ovvero del potere e del dominio) e della conseguente identità politica di un gruppo umano… c’è sempre una preliminare delimitazione dello spazio che istituisce e impone confini» (VUILLERMIN, Confini e identità, p. 27). Si vedano, a questo proposito, per quanto più tarde le considerazioni di PALMERO, Regole e registrazione. 326 III.4 Scrittura di un paesaggio politico diveniva l’espressione di un linguaggio politico, di un linguaggio di governo codificato dal ruolo ordinatore della città. La campagna descriveva se stessa: la campagna parlava il proprio paesaggio, la città 84 scriveva un paesaggio politico . 84 Si usa qui la parafrasi di un lavoro di WARNKE, Paesaggio politico, al quale si rimanda per la giustificazione stessa che dà l’autore alle pp. VII-VIII. Il «confine archiviato» 327 III. 5 Il «confine archiviato». Un frammento lucchese quattrocentesco del Liber finium districtus Pistorii Era il novembre del 1414 quando il notaio Giovanni del fu Niccolò Nesi trascrisse, su mandato del signore di Lucca Paolo Guinigi, una copia largamente incompleta delle comunità inserite nelle porte Sant’Andrea e Lucchese del Liber finium districtus Pistorii 1 del 1255 . Una incompletezza che non era né casuale, né dovuta alla frammentarietà del documento dal quale ser Giovanni trasse la sua 2 copia: l’esemplare primoquattrocentesco , infatti, di mano del notaio pistoiese ser Schiatta di Paolo di Iacopo di Tarato, doveva essere in buone condizioni di conservazione e di integrità testuale. Le ragioni di quella incompletezza erano altre. Erano ragioni politiche e giurisdizionali: erano ragioni che si legavano alle pratiche di governo del territorio: e, più nello specifico, alle pratiche di gestione dei confini. E, infatti, al governo lucchese non interessava il contenuto di quel liber nella sua interezza. Al giudice messer Iacopo degli Albergati da Bologna, che aveva avallato quell’operazione, del docu- mento pistoiese, pensato e scritto più di un secolo e mezzo prima, interessavano i confini delle comunità e dei castelli posti sulla frontiera fra i due distretti. Quei distretti che, ormai nel secondo decennio del 1 ASL, Tarpea, 1255. 2 Il manoscritto pistoiese, come risulta dalle sottoscrizioni del nostro documento, doveva essere stato redatto nel 1408: Ego Schiatta olim filius Pauli Iacobi Tarati de Pistorio imperiali auctoritate iudex ordinarius atque notarius predicta omnia inveni, vidi et legi in quodam libro confinium comitatus Pistorii existente in sacristia Sancti Iacobi Apostoli de Pistorio et prout ibi inveni, vidi et legi ita hic inde transcripsi, scripsi et exemplavi fideliter nihil addens vel minuens quod sensum mutet vel variet intellectum, sub anno Dominice nativitate Millesimo Quadringenteximo octavo, indictione secunda, die undecima, mensis decembris secundum cursum notariorum civitatis Pistorii (ibidem). 328 III.5 Il «confine archiviato» Quattrocento, erano divenuti i territori di due stati regionali, quello lucchese e quello fiorentino. Quella linea di confine, quella frontiera politica era stata, del resto, ripetutamente contesa per tutta l’età comunale, prima fra Lucca e Pistoia, e, quindi, con il passaggio del contado pistoiese entro la più vasta cornice fiorentina, fra Lucca e Firenze. Era stato quello un confine così incerto e foriero di ripetute e latenti conflittualità da evocare facilmente il concetto, caro ai giuristi medievali, delle lites immortales: un quadro politico ed economico, cioè, dagli equilibri così fragili, per la cui difficile gestione doveva essersi imposta la necessità di disporre di solide pezze d’appoggio3. E se era vero, come era vero, con Baldo degli Ubaldi che «un confine è tanto più giusto quanto è più antico»4, ecco, allora, che può spiegarsi la volontà lucchese di appoggiarsi ad uno strumento probatorio – il duecentesco liber pistoiese – la cui antichità poteva costituire, seppur in negativo, un valido riscontro documentario. Uno di quegli instrumenta, il cui valore di prova documentale risiedeva nella prove- nienza e nel luogo della sua conservazione: una forza dimostrativa, in altre parole, tutta legata al soggetto redattore5. E in questo caso particolare si poteva star certi perché si ricorreva ad una scrittura pubblica comunale, e per di più della città concorrente e confinante. Ma questo è un aspetto che rimanda alle pratiche della scritturazione cittadina, alle sue modalità e alle sue mobilità. E su questo torneremo. Il confine era allora ed è ancora oggi, seppur con connotati più sfumati, la linea immaginaria, il segno metaforico, il simbolo stesso del potere e del suo limite6. Era la membrana vivente che segnava lo spazio, che designava la iurisdictio, il potere reale sulle cose e sugli uomini, e ne circoscriveva l’effettività territoriale: il confine assumeva così, lo ricordava il giurista Giacomo dal Pozzo, il valore di confine del potere – limites territorii sunt limites iurisdictionis7. Il potere delle città comunali e, ancora di più, quello degli stati tre-quattrocenteschi, era, 8 infatti, come è ben noto, un potere fondato sulla territorialità . E il 3 MARCHETTI, «De iure finium», p. 145. 4 IDEM, Spazio politico e confini, p. 74, nota 27. 5 IDEM, «De iure finium», p. 167. 6 Sul significato politico, identitario e culturaledel confine, cfr. ZANINI, Significati del confine; CELLA, Tracciare i confini; per l’età medievale, cfr. LAGAZZI, Segni sulla terra. 7 GIACOMO DAL POZZO, Allegatio pro Comunitate, n. 24, citato in MARCHETTI, Spazio politico e confini, p. 75 e nota 31. 8 HESPANHA, L’espace politique dans l’ancien régime, pp. 470 sgg; si veda anche le recenti Il «confine archiviato» 329 potere, come ogni altra cosa, diviene tanto più importante e da salvaguardare, quanto più è conteso e instabile. Il confine fiorentino-lucchese era però qualcosa di più complesso e dagli interessi mutevoli. Le alte vallate della Lima erano indubbia- mente un confine politico, un confine politico che marcava un conte- sto territoriale di grande importanza strategica: basti pensare che non lontano da qui si spingevano i domini e le giurisdizioni dei Malaspina, dello stato genovese e di quello estense9. Quel confine quattrocente- sco, però, che si snodava lungo i declivi appenninici, che attraversava montagne e vallate portava con sé non meno significativi interessi economici. Quel confine, non si può dimenticare, attraversava boschi e fiumi, prati e pascoli, quel confine segnava la vita più interna di uomini e comunità, entrava nella carne più viva di quelle esistenze e di quelle economie10. E lo stato, la signoria lucchese dei Guinigi non poteva non tenerne di conto. Perché è vero che il centro ha sempre guardato alla periferia con un’ottica prevalentemente politica, o tutt’al più di drenaggio fiscale, ma si deve pur ricordare che quando la periferia è tutto un pullulare di contrasti, di liti e di interessi malcerti il centro non può stare a guardare, il centro deve intervenire. E tanto più quando il centro ha una periferia molto piccola, uno stato di dimensioni ridotte: è quello che fece Lucca con la copia dei confini duecenteschi del Liber finium. Lucca intendeva tutelare i benefici, gli interessi economici delle comunità di confine delle alte vallate della Lima e, indirettamente, garantiva e accresceva la propria ricchezza e la propria prosperità. Nessuna città e nessuno stato hanno mai potuto fare a meno delle proprie campagne, delle proprie montagne e delle rispettive risorse. Ce lo ha ricordato magistralmente Marino Berengo nel 1965 quando scriveva, nel suo capolavoro sulla Lucca cinquecentesca, che nel «turbolento e così agitato mondo contadino» di quei secoli non si misuravano soltanto passioni e contrasti paesani, si accendevano, anzi, odi e litigiosità il cui peso non era limitato ad un orizzonte esclusiva- considerazioni di MILANI, Città e territorio. 9 Per un quadro d’insieme della geografia politica primoquattrocentesca, cfr. MINEO, Alle origini dell’Italia, pp. 618-622 e 638-643; LAZZARINI, Italia degli Stati territoriali, pp. 69-74. 10 Tornano alla mente le parole di Glauco Maria Cantarella per cui «le frontiere, nel Medioevo, non sono elementi geografici. Fanno parte della vita quotidiana» (CANTARELLA, Medioevo. Un filo di parole, p. 34). 330 III.5 Il «confine archiviato» mente locale. E proseguiva nel sottolineare che la «proprietà collettiva e le discordie tra quanti ne godevano sono divenuti quasi due momenti inseparabili della medesima realtà... E che certo in quella società, costruita su lontani privilegi, intessuta di esclusioni e di prerogative consuetudinarie, la lotta tra paesi era un fatto antico, ormai quasi inevitabile. Si trattava spesso di confini, segnati da sassi che le piogge o la cattiva volontà tenevano in continuo movimento, facendo mutar giurisdizione a interi boschi, a pascoli, a campi coltivati, a letti di torrenti: e anche le paci che venivano stipulate tra due comuni mediante solenni atti notarili non riuscivano a creare uno stato giuri- dico preciso, ancorate come erano nei loro riferimenti a una quercia, a un podere, a un fossato»11. La prosa distesa di Berengo evoca un mondo minuto intessuto di pastori, di boscaioli, di contadini che litigavano per un prato su cui falciare l’erba o condurre le bestie al pascolo, per un bosco nel quale tagliare la legna per riscaldarsi. E non si trattava certo di questioni minute, si trattava di esistenze, di sopravvivenze e di identità che a livelli di scala diversi costituivano l’ossatura stessa di quella società: l’ossatura economica, sociale e perfino politica. Sul confine montano fra Lucca e Pistoia, come su molti altri, ma su quello con una insistenza addirittura maggiore le tensioni avevano avuto una storia plurisecolare. Basterà richiamare, anche in modo cursorio, le controversie che avevano opposto nel 1240 le comunità di Popiglio e di San Marcello da una parte e quelle di Vico Pancellorum e Limano dall’altra12; e ancora quella che aveva diviso, nel 1286, le comunità di Pontito e di Lanciole per la delimitazione dei confini 13 comunitari ; una contesa che si era riproposta, a meno di dieci anni di 14 distanza, per la definizione dei diritti sui boschi e sui prati . Ma era questa una storia davvero lenta e dalla lunga durata: nell’agosto del 1383, infatti, erano ancora in lite le comunità di Popiglio e di Cutigliano 15 con quelle di Controna, Vico e Limano e così ancora nel 1404 . E 11 BERENGO, Nobili e mercanti, p. 337. 12 ASL, Tarpea, 1240 giugno 3. Su questo e sui successivi conflitti qui documentati si rimanda a FRANCESCONI, «Pro lignis, aquis et herbis» (ora supra capitolo II.3). 13 ASL, Tarpea, 1286 maggio 16. 14 Liber censuum, 682, 1295 dicembre 12. 15 ASL, Tarpea, 1383 agosto 14; ibidem, 1404 settembre 22. Le zone di confine del contado pistoiese mantennero, come si evince dalle delibere consiliari pistoiesi trecentesche, un elevato livello di instabilità e di conflittualità. Nel caso specifico del confine occidentale Il «confine archiviato» 331 Fig. 47. Le comunità in conflitto dell’Alta Val di Lima. 332 III.5 Il «confine archiviato» quelli ricordati, ne siamo certi, sono gli episodi in cui «la fame di pascoli –, peraltro mai placata, ha lasciato una traccia – tra le volute 16 latine dei rogiti notarili» . Chissà quanti altri sono andati perduti o si sono consumati nelle silenziose rissossità di quei boschi. E si potrebbe proseguire percorrendo quel margine confinario da nord a sud, dalle montagne verso la pianura della Valdinievole: e così scopriremmo in contrasto, fra il 1269 e il 1300, Montevettolini e Serravalle, Massa e Montecatini, Verruca e Buggiano, Uzzano, Buggiano e Pescia17. Ma il peso delle comunità montane doveva essere maggiore. Le ragioni ce le ha insegnate Fernand Braudel: perché «la montagna, era costretta a vivere delle proprie risorse, a produrre ogni cosa, ad ogni costo, a coltivare anche in climi sfavorevoli. Società, civiltà, economia, ogni cosa – avevano lì – un carattere di arcaismo e d’insufficienza... Così, la montagna respingeva la grande storia, gli oneri come i benefici e i prodotti più perfetti della civiltà. O almeno li accoglieva con reticen- za»18. Paolo Guinigi nel governare Lucca e il suo contado ebbe un occhio di riguardo per quella realtà, per la riottosità e la fierezza delle comunità e delle genti di montagna. E così dal Liber finium duecentesco ordinò di trascrivere, di ri-scrivere proprio i confini dei villaggi limitanei della Val di Lima: i confini delle comunità di Lanciole, Crespole, Calamecca, Piteglio, Popiglio, San Marcello e Mammiano. Quegli antichi confini dovevano costituire in quel momento, agli inizi del Quattrocento, la «geografia in negativo»19, l’asse limitaneo mai direttamente evocato al quale ricorrere per sanare quel diuturno stato di conflittualità che turbava, seppur da lontano, l’ordine interno della signoria lucchese: s’intendeva, in altre parole, legittimare con ricostru- verso Lucca non mancano frequenti riferimenti a situazioni di aperta ostilità e di ripetuta negoziazione: cfr. ASP, Provvisioni e riforme, 19, c. 280r, 1382 giugno 8; 20, c. 29v, 1383 luglio 12; 20, c. 30r, 1383 luglio 17; 20, c. 32r, 1383 luglio 27; 20, c. 39r, 1383 ottobre 12; 21, c. 10v, 1385 maggio 17; 21, c. 14v, 1385 giugno 21; 21, c. 17v, 1385 luglio 3; 21, c. 26v, 1385 ottobre 26; 21, c. 50v, 1386 giugno 15; 21, c. 78v, 1387 aprile 12; 22, c. 8r, 1387 ottobre 21; 22, c. 33v, 1388 agosto 7; 24, c. 63r, 1393 luglio 4; 24, c. 134v, 1394 giugno 20. 16 BERENGO, Nobili e mercanti, p. 388. 17 Ci limitiamo, per comodità, a rimandare a ONORI, Controversie di confine. 18 BRAUDEL, Civiltà e imperi, I, pp. 17 e 25. Con qualche minima sfumatura ci sentiamo di condividere la sostanza delle affermazioni di Braudel, nonostante da qualche decennio si sia affermato un paradigma revisionista, in larga parte condivisibile, nello studio delle società montanare (VIAZZO, Comunità alpine). 19 FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium, p. 37. Il «confine archiviato» 333 20 zioni regressive le tensioni territoriali . Che l’interesse fosse, allora, rivolto esclusivamente alle comunità di confine lo rivelano le stesse modalità scrittorie del frammento lucchese. Ma non solo quelle e lo vedremo: vi sono altri indizi decisivi. Intanto quel che si può notare della trascrizione condotta dal notaio ser Giovanni del fu Niccolò è che dovette essere poco sorvegliata e direttamente rivolta a individuare i luoghi contesi. La sua scrittura lascia emergere in più di un caso quelli che potremmo definire una sorta di lapsus calami: si deve ricordare, infatti, che la sequenza del Liber finium è strutturata in modo tale per cui ogni singola confinazione era preceduta dalla menzione degli ufficiali o rappresentanti delle singole comunità – consoli, vicari, camarlinghi – che dichiaravano e certificavano il tracciato confinario di fronte ai confinatori inviati da Pistoia21. Ecco, per ben tre volte ser Giovanni del fu Niccolò, intento alla copia, vergò i nominativi di ufficiali che si riferivano a comunità diverse rispetto a quelle per cui era stato incaricato di ri-scrivere i confini duecenteschi. E ogni volta che si accorgeva dell’errore, anziché cancellare, optava per mantenere il nome già scritto e proseguiva oltre: e questo avvenne con Dominus Compagnus plebanus plebis de Quarrata et, con Mellior Meliorelli de Momignio pro ipso comuni et e con Amicus Riccii vicarius comuni de Castellina pro ipso comuni et da riferirsi, rispettivamente, alle confinazioni di Quarrata e Montemagno – in questo caso era la prima che il notaio si trovò davanti dopo aver trascritto il proemio del Liber22 –, di Momigno e Calamecca e di Castellina e Fabbrica. Nel solo caso di Calamecca la sua esitazione poteva essere comprensibile: e così due sembrano le ipotesi plausibili di una tale mancanza di accuratezza formale. La prima, ma è quella meno probabile e meno benevola nei confronti di quel tecnico lucchese della scrittura, è che si trattasse di un professionista poco scrupoloso e poco attento nella composizione dei suoi atti; la seconda, quella per molti versi più credibile e in linea con la qualità grafica e la messa in pagina del documento, è che invece quel testo gli fosse stato richiesto 20 PALMERO, Montagne indivisibili e pascoli di confine. 21 Sulla struttura e le modalità di composizione del Liber finium, cfr. FRANCESCONI, SALVESTRINI, Liber finium (ora supra capitolo III.4). 22 Anche dopo il proemio della Porta Sant’Andrea il notaio, sbadatamente, iniziò a vergare l’intestazione della prima comunità confinata, quella di Gello: si legge, infatti, nella pegamena Comune de Gello et eius territorium protenditur et trahit et est. 334 III.5 Il «confine archiviato» dal governo lucchese in un contesto di emergenza. Che nel divampare del conflitto, cioè, si fosse reso necessario il ricorso ad uno strumento probatorio da fornire in tempi rapidi al giudizio. Solo così si potrebbe giustificare il mancato ricorso ad una copia più pulita, in altre parole, ad una ‘bella copia’ di quel documento. Non mancano le conferme. Il quadro di instabilità politica e di tensione diplomatica nei rapporti fra Lucca e Firenze, in cui ser Giovanni dovette redigere il frammento è illuminato dalla corrispon- denza epistolare di Paolo Guinigi23. I registri che conservano i carteggi del signore di Lucca ci offrono, a questo proposito, un materiale di sicuro interesse. Nell’arco di quasi venticinque anni, dal 1404 al 1428, con una continuità sorprendente lungo il trentennio in cui si dispiegò la signoria guinigiana su Lucca, si sono rinvenute una ventina di missive il cui contenuto era, in qualche modo, legato alle vicende confinarie delle alte vallate della Lima24. La procedura era relativamen- te chiara: le comunità di quel lembo del territorio lucchese lamentava- 25 no la loro situazione al signore , il quale provvedeva successivamente ad esporre le questioni sollevate al Capitano della Montagna Superiore di Pistoia e ai Priori di Firenze. Con tono confidenziale e in volgare al primo, con tono più formale e in latino ai secondi. I quali, a loro volta, rispondevano con l’esposizione delle ragioni delle comunità dirimpettaie, quelle cioè del versante fiorentino-pistoiese del confine. Quell’«epistolario diplomatico», quel triangolo scrittorio che coinvol- geva le comunità, gli ufficiali del territorio e gli stati stessi ci consente di entrare nel vivo, nel dramma quotidiano e reiterato di quei villaggi montani. E ci consentono, altresì, di tentare alcune riflessioni. In primo luogo trova ulteriore convalida l’idea della continuità, dell’insistenza con cui quegli episodi di sopruso, di scontro e persino di violenza si ripetevano fra gli uomini di quei paesi limitrofi: così nel 1402 e ancora nel 1404, nel 1405, nel 1412, nel 1414, nel 1415 e giù senza posa fino al 1428. Una ripetitività di contrasti che ben si accorda con quel latente stato di conflittualità al quale già sopra si era accen- 23 ASL, Guinigi, Lettere. 24 Ibidem, 1404 giugno 8; 1404 giugno 14; 1404 giugno 26; 1404 giugno 28; 1405 agosto 2; 1412 luglio 18; 1415 ottobre 31; 1415 novembre 20; 1416 gennaio 15; 1416 febbraio 25; 1416 giugno 21; 1421 dicembre 2; 1425 settembre 4; 1426 agosto 14; 1427 dicembre 6; 1428 giugno 25. 25 Sulla pratica di scrivere ai signori e supplicare, cfr. NUBOLA, «Via suplicationis». Il «confine archiviato» 335 26 nato. E che sarebbe proseguita fin dentro il Cinquecento ed oltre . In secondo luogo il linguaggio di quelle epistole consente di arricchire di dettagli, tra la cronanca ‘nera’ e quella più minuta e quotidiana, il teatro politico e possessorio di quelle contese. Contese il cui ambito d’azione era con tutta evidenza di natura non squisitamente locale: il teatro era ben più ampio. Arrivava a coinvolgere gli ufficiali territoriali – vicari e capitani – e, quindi, addirittura il centro politico degli stati lucchese e fiorentino. Uno scenario allargato non troppo diverso, con le debite proporzioni, da quello che richiamava Edorardo Grendi per le dispute fra i montanari di Mioglia e Sassello, le quali avevano dato vita ad un intenso gioco diplomatico fra Genova, Milano, Vienna e Torino. Anche qui come lì non mancavano «le acredini e le sovranità offese»27. Per quanto dal tono del Guinigi sembri evincersi la volontà di trovare sempre la soluzione più rapida e indolore per tutti. Così si legge, ad esempio, in una lettera del 20 novembre 1415 a Bartolomeo di Schiatta Ridolfi, allora Capitano della Montagna superiore: «che si tolla via ogni quistione et differentia che fusse o potesse essere tra li vostri di Popiglio et li miei di Pontito [...] et piacemi perché in quella medesima dispositione et animo sono stato sempre et sarò io pur che le cose si concino per modo che vostri et li miei rimagnino insieme buoni vicini et amici»28. Le lettere rivelano i legami diplomatici, i rapporti di potere ma anche le pratiche dei confini. È ancora la scrittura del Guinigi a mostrare l’uso di lessemi oggi così diffusi nel linguaggio sociologico e storiografico e già ben presenti all’orizzonte concettuale del signore di Lucca, quando invitava il Capitano pistoiese a trattenere gli uomini di Popiglio dal partecipare a «questa materia con altre che con homini di Pontito mi piace sì veramente che di quelli di Popiglio anco non si trovino a le dicte pratiche»29. Le pratiche dei confini: quante parole, quante azioni, quanti conflitti! E quale partecipazione popolare: il confine diveniva, infatti, il momento d’incontro dei diritti comunitari, degli interessi dei singoli e di una coscienza sociale dello spazio, depositata nella memoria collettiva ed espressa attraverso i discorsi e 26 Se ne trova conferma negli studi di BERENGO, Nobili e mercanti, pp. 336 sgg.; IDEM, Il contado lucchese, pp. 266-268. 27 GRENDI, La pratica dei confini, p. 134. 28 ASL, Guinigi, 6, c. 72. 29 Ibidem. 336 III.5 Il «confine archiviato» le pratiche. Di quelle pratiche, risultato di una lenta e poco corrosiva trasmissione generazionale, si distinguono le azioni del riconoscimen- to possessorio e della sua certificazione rituale. Le pratiche dei confini erano, dunque, azioni, riti, ricordi, discorsi che generavano diritto e diritti al possesso30. Il possesso generava diritti: e quei diritti nascevano e si sostanziavano dal basso, dalla cosa stessa, il diritto era intriso della 31 sua fattualità . La pratica, la consuetudine, la memoria vissuta e condivisa ne formavano la trama costitutiva. Erano queste le ragioni che spingevano il Guinigi a rivolgersi all’ufficiale fiorentino con questi toni: «vi paresse più utile per acconcio de le cose che alcuno del paese intendere et praticare così de’ vostri come de’ mei vi fusse ad visitare lo dicto vicario»32; e così, ancora, qualche mese dopo nell’invito che rivolgeva al Capitano della Montagna, Niccolò di Franco Sacchetti, di «praticare et dare fine a la quistione tra quelli da Pupiglio et di Pontito... di voluntà de le parti darvi fine... che voi vi doveste di nuovo informare con delli buoni uomini de’ comuni circumstanti de le vere et antiche confini de’ dicti confini et vedere se quelli da Pupiglio si volesseno ricognoscere et venire al dovere et così devesse fare ancora lui con quelli di Pontito»33. Gli ufficiali territoriali, come si arguisce, agivano di concerto con gli uomini delle comunità: anzi gli uomini, quei montanari, erano la memoria stessa dei confini, erano la «voce del territorio» che ricordava e certificava «le vere et antiche confini de’ dicti confini»34. Una partecipazione popolare che si legava, lo si è visto, alla percezione 30 TORRE, Il bosco della Rama. Per il diritto connaturato alle cose e il rapporto tra norma e pratica, cfr. CERUTTI, Giustizia sommaria; TORRE, Percorsi della pratica. Un caso significativo, poi, in cui ricorrono le pratiche di costruzione della memoria e di costruzione del diritto di uno spazio politico locale conteso, per quanto più alto cronologicamente, è quello studiato da RAO, Risorse collettive; per le pratiche certificatorie del possesso in età moderna si possono vedere anche le considerazioni di STOPANI, Pratiche di mantenimento. 31 GROSSI, Ordine giuridico, pp. 56-57 e 74-75. 32 ASL, Guinigi, 6, c. 72. 33 Ibidem. 34 Il ruolo della voce degli uomini, della memoria del territorio, della introiezione del proprio spazio vitale sono tutti temi trattati da ZUMTHOR, La misura del mondo: «Relazione corporea, fissa, esclusiva, pesante, asservita ad un ambiente perfettamente personalizzato... L’uomo, essere terreno, si sente parte del suolo che calpesta; cammina sul solido. Il contesto di ognuna delle parole che pronuncia, è lo spessore stesso di questo substrato così stabile, volta a volta generoso ed ingrato» (73). «Il territorio è oggetto di conoscenza, e questa, in cambio partecipa alla sua definizione. Le località, le strade che le uniscono, le relazioni reciproche degli esseri umani, i prodotti della loro fatica: ciascuno nella comunità, non ne sa forse tutto, ma l’assenza completa di un tale sapere rivela lo straniero, il potenziale nemico» (76). Il «confine archiviato» 337 diffusa della consuetudine e della salvaguardia del proprio spazio: quelle pratiche si fondavano sulla memoria degli uomini perché intaccavano gli interessi più vivi di quei pastori e di quei boscaioli, ce lo ricorda ancora una volta il carteggio guinigiano: «materia di scan- dalo et che i fructi producti dal nostro Signore per alimento de le persone et del bestiame non si perda et guasti et con lui unitamente siamo rimasti in questa compositione che senza torre o dare ragion ad alcuna delle parti più che al presente s’abbino et li nostri da Pupiglio possin usare et pasturare il terreno de la parte loro come cade l’aqua de la piova ... et così quelli di Pontito come cade l’aqua per loro et le castagne et altri fructi cogliere et portare et così pasturare per insino a tutto il mese d’aprile proximo che viene»35. Pascoli, frutti del bosco, acque, taglio del legname: queste le ragioni più profonde, antiche e sempre uguali di quelle contese. Il ricordo dei confini assumeva, dunque, un ruolo importante, ma non decisivo, non esclusivo. Il confine, motore di conflittualità esaspe- rate, necessitava di un quadro più complesso di ancoraggi probatori. Lo si legge con chiarezza nelle parole con cui lo stesso Guinigi si rivolgeva ai Priori di Firenze, il 31 ottobre del 1415: nell’intento di chiarire l’operato del vicario lucchese, nella contesa fra Popiglio e Pontito, ne ripercorreva, infatti, la procedura seguita visis silvis, nemoribus et locis illis super quibus questio innovatur et vicarius vellet de iure meorum docere et per scripturas et extima ea publicas quam privatas et alias probationes ostendere quod territorium illud ad meos de Pontito pertinet pleno iure36. Ricordi, rituali di possesso, ma anche scritture pubbliche e private. Si arricchisce così il contesto giuridico e procedurale delle contese confinarie e delle loro modalità di risoluzione; si accrescono i dettagli sull’operato degli ufficiali territoriali, ma soprattutto si illumi- na, e di una luce assai chiara, il quadro probatorio cui dovettero fare ricorso le autorità politiche lucchesi per sanare le secolari e diuturne contese delle comunità dell’alta Val di Lima. Per scripturas et extima ea publicas quam privatas: queste parole di Paolo Guinigi possono davvero circoscrivere il senso di quell’operazione, eseguita dal notaio ser Giovanni del fu Niccolò, di ri-scrittura del frammento pistoiese del 35 Ibidem, 6, c. 89. 36 Ibidem, c. 76. 338 III.5 Il «confine archiviato» Finium. Quel documento comunale, in fondo, poteva dirsi un ‘esti- mo’, era un inventario completo di luoghi, la mappatura confinaria di un intero contado. Quel serbatoio di confini pubblici e antichi di un secolo e mezzo, seppur di una città concorrente, poteva e doveva costituire un riscontro probatorio forte. Quella lista di località che aveva rappresentato un passaggio decisivo nella costruzione del districtus comunale pistoiese, quella lista che esprimeva il linguaggio di inquadramento dello spazio nella Pistoia duecentesca, di un lin- guaggio in cui si sommavano il sapere dei tecnici con quello popolare, quella lista poteva ora, nel secondo decennio del Quattrocento, contribuire «per clonazione» alla costruzione del piccolo stato regio- nale di Lucca. E così quel confine che in pieno Duecento era stato ricordato, raccontato e scritto, diveniva, a distanza di un secolo e mezzo, un «confine archiviato». Il «confine archiviato» 339 1414 novembre 22 Il notaio Giovanni del fu Niccolò Nesi da Lucca trascrive dall’esemplare del notaio pistoiese ser Schiatta di Paolo di Iacopo di Tarato una copia delle comunità dell’alta Val di Lima dal Liber finium districtus Pistorii. Originale in ASL, Diplomatico, Tarpea, 1255. La pergamena in buone condizio- ni di conservazione, misura circa 755 mm. in altezza e circa 480 in larghezza. In nomine Domini amen. Hoc est exemplum cuiusdam publici instrumenti sive publice scripture finium seu confinium infrascriptorum territoriorum et comunium manu infrascripti ser Schiatte notarii cuius quidem publici instrumenti seu scripture publice tenor talis est, videlicet: Hii sunt confines inter comunia et terras tenitorii porte Lucensis inventi et approbati coram Gualandesco Saracenis et Iunta Sesmondelli tempore potestarie primorum sex mensium domini Columbi de Petrasanta Dei gratia honorabilis potestatis Pistorii electis ad dictum officium facientum per dictum potestatem sub anno domini MCCLV, indictione XIII. In primis. Dominus Compagnus plebanus plebis de Quarrata et [...] Antonius Iunii camerarius comunis de Lanciole pro ipso comuni et Guido Soldi de Crespore pro ipso comuni in comuni concordia dicunt esse fines inter eos coram suprascriptis confinatoribus sicut vadit colle de Piede Marcloti usque ad collem boschi de Argirii recto tramite et a dicto boscho usque ad Canochi recto tramite et sicut vadit foveam que vadit in Pesciam; ita quod apud dictos fines versus Crespore est de iurisdictione de Crespore et eius territorium et ab inde versus Lanciolem est de Lanciole. 37 Die suprascripta et coram suprascritis testibus . 37 Si tratta della confinazione tra i comuni Lanciole e Crespole, la numero 41 della Porta Lucchese del Liber finium secondo l’edizione di Q. Santoli (Liber finium, p. 286). 340 III.5 Il «confine archiviato» Mellior Meliorelli de Momignio pro ipso comuni et [...] Benvenutus Miniati et Signoritus Romei de Chalamecca pro ipso comuni et Salvi Marchi et Guido Soldi de Crespore pro ipso comuni dicunt in comuni concordia esse fines inter eos coram suprascriptis confinatoribus sicut trait saxus de Montalto usque ad pianum de Septe Fontane et a dicto Septe Fontane usque ad pedem vie de lame de Usciuolo. Usque hic fuerunt in concordia et ab inde in antea confinaverunt dicti confinatores. Et a dicta Lama de Usciolo sicut vadit quadam siricem lapidum versus podium de Milliaria recto tramite prope quadam forca ficta super dicto podio per XII cannas rectas versus Cresporem et ab inde sicut trait recto tramite usque ad capannam que fuit Anselmini et a dicta capanna usque ad forram de Valle Mothana et usque ad collem de Vetreto a via inferius sicut trait colle de Campporsaio usque ad albarum Signorichi de Foliongnoro. Actum apud Laman coram Dato Gherbaldi et Bonvero Arduini de Momignio testibus, die suprascripta38. Baldone Paltonerii et Bondie Donati de Calamecha pro ipso comuni dicunt coram suprascriptis confinatoribus esse fines inter ipsum comune et comune de Pitellio sicut vadit a rivus Bonithi usque ad Iesinam et sicut trait serram de Omiscii usque ad stratam et sicut dictam stratam usque ad forram Pruni, ita quod dicta strata est tota territorii de Pitellio, ita quod a dictos fines versus Pitellium est de iurisdictione de Pitellio et eius territorii et a dictos fines versus Calamecham sit de iurisdictione de Chalamecha. Actum apud hospitale Crucis Brandelliane coram Bondie Donati et Pellegrino 39 Ugolini testibus . Bondie Donati et Pellegrinus Ugolini de Crespore dicunt coram suprascriptis confinatoribus esse fines inter ipsum comune et comune de Pitellio flumen Ghisine usque ad Avellaneta et a dicta Avellaneta usque ad cialiarios pontis Rossi et usque ad pedem silve presbiteri de Crespore sicut trait recto tramite usque ad forram collis de Moschaio in capite boschi de Pitellio, ita quod apud dictos fines versus Pitellium est de iurisdictione de Pitellio et eius territorii et ab inde versus Crespore est de iurisdictione et territorii de Crespore. 38 Cfr. la confinazione 47 di Porta Lucchese fra Calamecca e Crespole (ibidem, pp. 288-289). 39 Cfr. la confinazione 48 di Porta Lucchese fra Piteglio e Calamecca (ibidem, p. 289). Il «confine archiviato» 341 Actum in suprascripto loco coram Baldone Paltonerii et Bondie Amati testibus, die suprascripta40. Amicus Riccii vicarius comuni de Castellina pro ipso comuni et [...] In Christi nomine. Amen Infrascripti sunt confines seu fines castrorum et villarum tenitorii seu districtus porte Sancti Andree, inventi seu reperti vel facti per Soffredum condam domini Tebertelli et Andream condam Dieloguardi, positos et deputatos pro comuni Pistorii super inveniendis confinibus seu finibus predictis, tempore potestarie domini Columbi Pistorii potestatis, sub anno domini MCCLquinto, indictione XIII. Comune de Gello et eius territorium protenditur et trahit et est [...] Item comune de Pitellio et eius territorium et trait versus comune de Popilio et eius territorium ut in comuni concordia et voluntate dixerunt, coram suprascriptis Andrea et Soffredo, Paullus domini Lamberti potestas de Popilio, Iacobus Privadi, Altegradus Factinançii et Iohannes Accursi vice et nomine dicti comunis de Popiglio et Ubertellus condam Romei de Pitelio inventus et deputatus pro dicto comuni de Pitelio ad faciendum infrascriptos confines seu fines cum predicto comuni de Popilio dicunt ut dictum est quod infrascripti sunt fines seu confines inter dicta comunia et territoria: silicet cilius qui est supra silvam Ioranam ultra quomodo portat colle de Buriano et sicut trait dictum colle ad boschum 41 collis Pamiesere et sicut portat medietas silve pebis de Popilio ad rivum Matraium ubi mictit in quodam flumine42 quod appellatur Iesina et sicut trait rivus Matraius in susum. Item dictum comune de Popilio ut infrascripti dixerunt, scilicet Paullus potestas de Popilio et Altegradus Factinançii et Racconciatus Fantelli consiliarii dicte potestatis et dicti comunis de Popilio vice et nomine dicti comunis de Popilio et Guerruccius Rainaldi consiliarius comunis de Mamiano et Bernardus Pogodormi43 camarlingus dicti comunis de Mamiano vice et nomine dicti comunis de Mamiano dixerunt quod infrascripti sunt confines inter dicta comunia et territoria, silicet Petrobetoli sicut trait susum ad 44 viam que trait ad silvam Pianam . 40 Cfr. la confinazione 49 di Porta Lucchese fra Piteglio e Crespole (ibidem, p. 289). 41 Pamiestre: nell’edizione Santoli. 42 Flumen: nell’edizione Santoli. 43 Pegodroni: nell’edizione Santoli. 44 Cfr. la confinazione 22 della Porta Sant’Andrea relativa a Piteglio (ibidem, p. 325). 342 III.5 Il «confine archiviato» Item Comune de Pitelio et eius territorium protenditur et trait versus comune de Sancto Marcello et eius territorium ut in comuni concordia et voluntate dixerunt infrascripti homines quod infrascripti sunt fines seu confines inter dicta comunia et territoria, silicet Çacharia notaius et 45 vicarius Ponis potestatis de Sancto Marcello et Iacobus Bononsegne camarlingus dicti comunis de dicto Sancto Marcello, Bonmartinus Rustichelli et Baldinus Guerruccii vice et nomine dicti comunis de Sancto Marcello et pro ipso comuni et Ubertellus condam Romei de Pitellio positus et deputatus pro dicto comuni de Pitelio infrascriptos fines, silicet rivus Paghani sicut trait sursum ad Lama plebanis de Pitelio 46 et sicut trait via que vadit per quendam locum qui dicitur Cerisciolus . Item comune de Popilio et eius territorium protenditur et trait versus comune de Pontito et eius territorium sicut dixit Paullus potestas comunis de Popilio et Iacobus Privadi, Antigradus Factinançii et Iohannes Accursi pro dicto comuni de Popilio quod infrascripti sunt 47 fines inter dicta comunia: pranus Galligano et pranus de Macerata et 48 usque ad pianum de Petini. Item versus comune de Lucchio et eius territorium Forra Cecha sicut trait a Lima et postea sicut trait dicta Lima recta linea. Item versus comune de Vico Tana Promatioia sicut trait susum ad terram de Montalo et sicut trait terris de Montallo ad Caprianam ad Partitorium et sicur trait Partitorium ad terminem qui est in plano de Forine et sicut trait dictus terminus ad Grelochium et sicut trait dictus locus ad grellochium usque ad pratum Bellinominis Ferreti 49 de Popilio et sicut dividit Serra de Alpis usque ad Contranesem . Item dictum comune de Pitelio et eius territorium protenditur et trait versus comune et territorio de Mamiano ut in comuni concordia et voluntate dixerunt et confessi fuerunt dominus Gilius potestas de Pitelio et Pellegrinus Ubertelli consiliarius dicti comunis de Pitelio vice et nomine dicti comunis de Pitellio ex una parte et Guerruccius condam Rainaldi consiliarius dicti comunis de Mamiano et Bernardus Pogodorini camarlingus de Mamiano ut dixerunt vice et nomine dicti comunis de Mamiano ex altera, dixerunt quod hii sunt confines inter dicta comunia 50 et territoria, silicet Saxeto de Manolucesi vel Sassus Cavallaius . 45 Bonensegne: nell’edizione Santoli. 46 Cfr. la confinazione 23 di Porta Sant’Andrea relativa a Piteglio (ibidem, p. 326). 47 Macereta: nell’edizione Santoli. 48 Pranum: nell’edizione Santoli. 49 Cfr. la confinazione 24 di Porta Sant’Andrea relativa a Popiglio (ibidem, p. 326). 50 Cfr. la confinazione 25 di Porta Sant’Andrea relativa a Piteglio (ibidem, pp. 326-327). Il «confine archiviato» 343 Item dictum comune de Pitellio et eius territorium protenditur et trait versus comune de Calamecha et eius territorium ut dixit dominus Gilius potestas de Pitelio, coram suprascriptis Soffredo et Andrea, et Pellegrinus Ubertelli consiliarius dicti comunis vice et nomine dicti comunis dixerunt quod hii sunt fines inter dicta comunia: silicet Serra de Omiscio et via quomodo portat ad stratam de Saracino et quomodo portat recta linea dicta Serra ad valicum de valle Ghiescina. Item versus comune de Crespore51 Lavenaneto usque ad balços desuper de Inpocho et a dictis 52 balçiis recto alle Granaie . In Christi nomine. Amen. Nos Soffredus condam domini Tebertelli et Andreas condam Diologuardi deputati et electi pro comuni Pistorii. Copia vero seu exemplum subscriptioni dicti publici instrumenti sive scripture seu subscriptoris talis est et sequitur in (...) vobis, videlicet Ego Francischus condam Lesis imperiali auctoritate iudex ordinarius et notarius predicta omnia exemplavi de quodam libro terrefinium terrarum comitatus Pistorii facto tempore domini Columbi olim potestatis Pistorii existente apud acta comunis Pistorii sub anno nativitatis domini MCCCXVIIII, indictione secunda. Ego Schiatta olim filius Pauli Iacobi Tarati de Pistorio imperiali auctoritate iudex ordinarius atque notarius predicta omnia inveni, vidi et legi in quodam libro confinium comitatus Pistorii existente in sacristia Sancti Iacobi Apostoli de Pistorio et prout ibi inveni, vidi et legi ita hic inde transcripsi, scripsi et exemplavi fideliter nihil addens vel minuens quod sensum mutet vel variet intellectum, sub anno Dominice nativitate Millesimo Quadringenteximo octavo, indictione secunda, die undecima, mensis decembris secundum cursum notariorum civitatis Pistorii. Cum signo tabellionatus ipsius ser Schiatte notarii facto a capite sui nominis. In nomine Dei. Amen. Hoc exemplum suprascriptum anno nativitatis Domini Millesimo quatuorcentesimo quintodecimo, indictione nona, secundum cursum notariorum civitatis Lucane, die vero vigesimasecunda novembris, per me Iohannem notarium de Luca infra subscriptum, sumptum et fideliter exemplatum, scriptum et copiatum ex auctentico scripto et sumpto subscripto et publicato manu predicti ser Schiatte olim filium Pauli Iacobi de Pistorio notarii suprascripti et supra proxime 51 Cresppore: nell’edizione Santoli. 52 Cfr. la confinazione 26 di Porta Sant’Andrea relativa a Piteglio (ibidem, p. 327). 344 III.5 Il «confine archiviato» nominati et de suo publico sumpto per ipsum, ut supra facit mentione et subscriptione sua, de quodam libro finium comitatis Pistorii ut in ipso sumpto scripto et publicato manu prefati ser Schiatte notarii vidi et legi, contineri et apparere insinuatum fuit et demostratum eximio et scientissimo utriusque iuris doctori domino Antonio quodam domini Iacobi de Albergatis de Bononia honorabile vicario, iudici et assessori magnifici viri Johanis Iacobi ex marchionibus Malaspine de Luçolo pro magnifico et potenti domino domino Paulo de Guinigiis Lucensis domino generali honorabilis potestatis civitatis Lucane eiusque comitatus, fortie et districtus nec non iudici et consuli omnium curiarum ordinariarum dicte Lucane civitatis pro tribunali sedenti ad solitum banchum iuris dicte curie Luce positum et aula magna palatii residentie prefati domini Lucani potestatis iudicis et [...] in brachio sancti Michaelis in foro iuxta dictam ecclesiam Sancti Michaelis in foro et in eiusdem domini vicarii iudicis et consulis presentia per me ipsum Iohannem condam Nicolai Nesis de Luca notarium et alios subscriptos notarios diligenter et actente cum ipso instrumento publico sive scriptura publica scripta et subscripta manu dicti ser Schiatte de Pistorio notarii seu autentico ascultatum et cum iudex ipse vicarius, consul cognoverit illud cum ipso auctentico instrumento publico subscripto et sumpto manu dicti ser Schiatte notari de Pistorio concordare ut adhibeat huic exemplo de cetero et plena fides suam et comunis Lucani quam habet a prefato magnifico domino Luce ex dicto et pro dicto suo vicariatus et consulatus officio [...] interposuit paritem et decretum omnibus meliori via sive forma et modo quibus magis et melius potuit. Ego Laurentius olim Numorini Lensi civis lucanus imperiali auctoritate notarius et iudex ordinarius hoc exemplum una cum infrascrictis ser Aldibrando, ser Marino, ser Baldassare et ser Iohanne notariis publicis ad ipsum auctenticum instrumentum scriptum manu ser Schiatte olim filii Pauli Iacobi Tarati de Pistorio coram ipso iudice diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque concordare inveni de ipsius domini iudicis mandato in eiusdem exempli plena fidem et testimonium me subscripsi et meum signum apposui consuetum. Ego Aldibrandus condam Luporini Luputtii lucanus civis imperiali auctoritate notarius atque iudex ordinarius hoc exemplum una cum suprascripto ser Laurentio et infrascrictis ser Marino, ser Baldassare et ser Iohanne notariis publicis ad ipsum auctenticum instrumentum scriptum manu suprascripti Schiatte olim filii Pauli Iacobi Tarati de Pistorio coram ipso iudice diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque concordare Il «confine archiviato» 345 inveni de ipsius domini iudicis mandato in eiusdem exempli plenam fidem et testimonium me subscripsi et meum signum et nomem apposui consuetum. Ego Marinus olim Bartholomei Marini de Petrasancta lucanus civis imperiali auctoritate notarius et iudex ordinarius hoc exemplum una cum suprascriptis ser Laurentio et ser Aldibrando et infrascriptis ser Baldassare et ser Iohanne notariis publicis ad ipsum auctenticum instrumentum scriptum manu suprascripti Schiatte olim filii Pauli Iacobi Tarati de Pistorio coram ipso iudice diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque concordare inveni de ipsius domini iudicis mandato in eiusdem exempli plenam fidem et testimonium subscripsi et meum signum apposui consuetum. Ego Baldassar olim Bartholomei Luporini lucanus civis imperiali auctoritate notarius et iudex ordinarius hoc exemplum una cum suprascriptis ser Laurentio, ser Aldibrando et ser Marino et infrascripto ser Iohanne ad ipsum auctenticum instrumentum scriptum manu ser Schiatte olim filii Pauli Iacobi Tarati de Pistorio coram ipso iudice diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque concordare inveni de ipsius domini iudicis mandato in eiusdem exempli plenam fidem et testimonium me subscripsi et menum signum apposui consuetum. Ego Iohannes quondam Nicolai Nesis de Luca publicus imperiali auctoritate notarius iudex atque ordinarius et nunc pro magnifico domino Luce prelibato unus de sex notariis et scribis publicis curie domini Lucani potestatis ad civilia deputatus a prefato magnifico domino hoc exemplum ex instrumento supto, publicato et scripto ac exemplato manu suprascripto ser Schiatte olim Pauli Iacobi Tarati de Pistorio notarii fideliter scripsi et exemplavi et posmodum in presentia suprascripti domini vicarii et iudicis domini Lucani potestatis una cum predictis tabellionibus ser Laurentio Numorini, ser Aldibrando, ser Marino et ser Baldaxare civibus lucanis cum ipso sumpto publico instrumento seu scriptura publicata et subscripta manu ser Schiatte notarii cum appositione sui nominis et signum tabellionatus dicti ser Schiatte diligenter ascultavi et quia utrumque concordare nil addens vel minuens quod sensum mutet vel variet intellectu de ipsius domini iudicis mandato ad esiudem exempli plenam fidem et testimonium me subscripsi et meum signum et nomen apposui consuetum. 346 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche 347 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche 348 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche Le fonti archivistiche, edite ed inedite, e le altre opere a stampa sono citate nelle note sempre in forma abbreviata. Nell’elenco che segue sono riportate le indicazioni complete. Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche 349 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche ACP = Archivio Capitolare di Pistoia. ACP, Libro Croce = ACP, C. 132, detto anche Libro Croce. ASB = Archivio di Stato di Bologna. ASB, Pepoli = ASB, Archivio Pepoli. ASF = Archivio di Stato di Firenze. ASF, Capitolo di Pistoia = ASF, Diplomatico, Capitolo della cattedrale di Pistoia. ASF, Convento di San Lorenzo = ASF, Diplomatico, Convento di San Lorenzo. ASF, Massa in Valdinievole = ASF, Diplomatico, Massa in Valdinievole. ASF, Monastero dei SS. Michele e Niccolao = ASF, Diplomatico, Monastero dei SS. Michele e Niccolao. ASF, Pescia = ASF, Diplomatico, Pescia. ASF, Pistoia = ASF, Diplomatico, Città di Pistoia. ASF, Podesteria = ASF, Diplomatico, Podesteria di Pistoia (Larciano). ASF, San Bartolomeo = ASF, Diplomatico, Badia di San Bartolomeo, cioè Rocchettini di Pistoia. ASF, Vescovado = ASF, Diplomatico, Vescovado di Pistoia. ASL = Archivio di Stato di Lucca. ASL, Archivio di Stato = ASL, Diplomatico, Archivio di Stato. ASL, Guinigi, Lettere = ASL, Governo di Paolo Guingi, Lettere. ASL, Tarpea = ASL, Diplomatico, Tarpea. ASP = Archivio di Stato di Pistoia. ASP, Capitoli = ASP, Comune di Pistoia, Capitoli, Liber memorialis Comunis Pistorii. ASP, Forcole = ASP, Diplomatico, Monastero di S. Michele in Forcole. ASP, Liber hominum = ASP, Liber hominum et personarum in ASP, Opera di Sant’Iacopo, 4, cc. 96r-128v. ASP, Pergamene di varia provenienza = ASP, Diplomatico, Pergamene di varia provenienza. ASP, Provvisioni = ASP, Comune di Pistoia, Provvisioni e riforme. ASP, Raccolte = ASP, Raccolte. ASP, San Iacopo = ASP, Opera di San Iacopo. ASP, Statuti e ordinamenti = ASP, Statuti e ordinamenti. ASP, Taona = ASP, Diplomatico, Abbazia di San Salvatore a Fontana Taona. ASS = Archivio di Stato di Siena. 350 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche ASS, Riformagioni = ASS, Diplomatico, Riformagioni. AVP = Archivio Vescovile di Pistoia. AVP, Campione de’ beni = AVP, Campione de’ beni dell’Opere e compagnie della Diocesi di Pistoia. ABATANTUONO, RIGHETTI, I conti Alberti = M. ABATANTUONO, L. RIGHETTI, I conti Alberti (secoli XI-XIV). Strategie di una signoria territoriale. La montagna tra Bologna e Prato, Rastignano, Gruppo di Studi Savena, Setta, Sambro, 2000. Abitare il limite = Abitare il limite. Terre di confine nello spazio globale, a cura di G. Lingua e F. Pepino, Torino, Silvio Zamorani editore, 2000. Acque di frontiera= Acque di frontiera. Principi, comunità e governo del territorio nelle terre basse tra Enza e Reno (secoli XIII-XVIII), a cura di F. Cazzola, Bologna, Clueb, 2000. AIRÒ, Forme del dominio territoriale = A. AIRÒ, Forme del dominio territoriale a Taranto tra XIV e XV secolo. Un percorso documentario, in Città e contado nel Mezzogiorno, pp. 249-260. AIRÒ, La scrittura delle regole = AIRÒ, La scrittura delle regole. 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Indice dei nomi di persona 409 Indice dei nomi di persona Accorso del fu Chiaro, 28, 218, 219 Aringerio del fu Francardello da Larciano, Adaleita Guidi, sorella di Guido VII, 179 250, 276, 278 Adatto del fu Provinciano, 259, 289, 299 Arrendevole di Vinciprova, 312 Adobata da Cerbaia, 30 Arrigo de Lariccia, 259, 292, 298 Aghinolfo Guidi, conte, 237 Arrigo del fu Aliotto, 261 Aiuto del fu Canuto, 219 Arrigo del fu Gianni, console di Sambuca, Alberti, famiglia comitale, 7, 10, 12, 18, 20, 313 24, 30, 36, 37, 44, 80, 90, 92, 100, 141, Arrigo di Luicciana, 318 145, 150, 156, 187, 255, 260, 313 Arrigo di Stancollo, 261 Alberto Cattaneo, podestà di Pistoia, 224 Arriguccio di Riguccio, 261 Alberto IV Alberti, conte, 40, 80 Atto, arcidiacono, 16 Alberto V, Alberti, 32 Baldassarre del fu Bartolomeo Luporini, Aldibrandino di Tosco da Coldilupo, 30 notaio lucchese, 345 Aldibrando del fu Luporino Luputtii, no- Baldino di Guerruccio, 342 taio lucchese, 344 Baldo degli Ubaldi, giurista, 328 Aldobrandeschi, famiglia comitale, 20 Baldo di Guido, 267 Alessio di Uguccione, 31 Baldoccio di Maso da Pistoia, Anziano del Allamanno di Guglielmo, 259, 292, 298 Popolo, 177 Alpisciano di Nobilino, 318 Baldone di Paltonieri, 341 Altegrado di Fattinnanzi, 341 Barone di Nerbotto, 247, 265, 267, 269, Amadino di Guidaloste, notaio, 100 272, 274, 275, 280, 281 Amico di Riccio, vicario di Castellina, 333, Barone Franchi, 254 341 Bartolo di ser Amadore da Montecuccoli, Ammannati, famiglia, 14 notaio, 100 Andrea de Putrolo, podestà di Pistoia, 98 Bartolomeo, abate di Fontana Taona, 186 Andrea del fu Diologuardi, 312, 341, 343 Bartolomoeo di Schiatta Ridolfi, 335 Andrea del fu Tano, notaio, 320 Batognano del fu Gherardo, 219 Andrea, rettore di Pratum Episcopi, 229 Bellinominis Ferreti de Popilio, piano, 342 Antonino, vescovo di Pistoia, 56, 119 Belluccio di Uguccione da Batoni, 157 Antonio di Giuno, 339 Benamato del fu Guiscardo, 259, 289, 292, Ardeico de Posterla, podestà di Pistoia, 237 301 410 Indice dei nomi di persona Bencivenne di Paolo, 183 Bonsignore del fu Parigi, 185 Benedetto da Fagno, 229, 232, 235 Bonuto, arciprete della cattedrale di Pistoia, Benencasa di Corbolino da Bucignano, 29, 179 30 Bonvero di Arduino da Momigno, 340 Beniamino di Dimando da Larciano, 259, Borgognone del fu Gouto da Larciano, 289, 292, 297 259, 291, 294 Benvenuto di Miniato, 340 Buggiano da, famiglia signorile, 255, 258 Bergondio, giudice, 282 Bugno del fu Aldimare, 261 Berlinghieri de Mula, 279 Buito di Aliotto, 247, 265, 267, 269, 272, Bernardino Vitoni, medico, 210 273, 275, 280, 281 Bernardo di Riccardino, 261 Buncompagno di Congio, 267 Bernardo Pogodormii, 341, 342 Buonaccorso di Graziano de Siele, 29 Berta del fu Coffo, 179 Buonaiuto di Buondie da Carmignano, 30 Bertoldo Guidi, conte, 256, 273 Buoncompagno di Martinetto da San Biancardo del fu Ildibrandino, 244, 246, Baronto, 29, 206, 221, 223 248, 256, 258, 259, 270, 292, 301 Buoninsegna di Guido, 267 Biancardo del fu Guiscardo da Larciano, Buono, vescovo di Pistoia, 195 Bieco di Raldinello, 276 Burnello, sindaco del vescovo di Pistoia, Bologna di, famiglia comitale, 11 229, 231, 232, 233, 235 Bomamico del fu Ascolino da Larciano, Cacciaguerra del fu Tedaldo da Batoni, 32, 291 157, 206, 219 Bona del fu Coffo, 179 Cacciaguerra, 46 Bonaccorso di Manno, notaio, 242, 243, Cadolingi, famiglia comitale, 7, 11, 19, 27, 244, 264, 293 36, 141, 145, 255 Bonaccorso, 28 Callarino del fu Bonaccorso da Larciano, Bonaccorso, notaio, 282 259, 292, 301 Bonagiunta di Legerio, ufficiale del Comu- Caminesi, famiglia signorile veneta, 218 ne, 312 Carone del fu Giannello da San Baronto, Bonaguardia del fu Piero, 259, 292, 296 29 Bonaiuto del fu Benevieni, 219 Castellano da Fagno, 229, 232, 235 Bonaiuto di Bonaccorso, 186 Cecco di Aldobrandino, taverniere, 183 Bonaiuto, sindaco del monastero di Fonta- Cece Gherardini, podestà di Pistoia, 313 na Taona, 187 Celestino II, papa, 208 Bonamico del fu Ascolino da Larciano, Cellesi, famiglia signorile, 15 259, 289, 294 Chiarente di Pensoro da Larciano, 297 Bonatto del fu Teuperto, 18 Chiarito, podestà di Serravalle, 52 Bonavere del fu Ciuffardo, 259, 292, 296 Chiaro di Gherardino, 30 Bonavoglia di Borgognone, 247, 265, 267, Chiaro, notaio, 228, 233, 236 269, 275, 281 Ciottolo da Bargi, 43, 150, 238 Bondie di Amato, 341 Civano di Cetto, podestà di Paterno e Ca- Bondie di Donato, 340 stagno, 186 Bonfigliolo del fu Bellotto, 244, 292 Clemente III, papa, 36 Bonfigliolo di Ribellotto da Larciano, 258, Colombo da Pietrasanta, podestà di Pistoia, 259, 269, 302 176, 311, 339, 341, 343 Bonifacio, marchese, 36 Compagno, pievano di Quarrata, 333, 339 Bonmartino di Rustichello, 342 Corbolano, 278 Bonodito, notaio, 292 Corrado, legato imperiale, 217 Indice dei nomi di persona 411 Corsino di Cecco da Lamporecchio, 109 filii Rodulfi, famiglia signorile, 11, 14 Corso di Bentivenga da Larciano, castaldo filii Ubaldini de Groppore, famiglia dei conti Guidi, 244, 252, 253, 265, signorile, 23 266, 267, 268, 269, 275, 281, 293 Filippo di messer Goffredo, podestà di Corso, camarlingo del Comune, 283 Batoni, 185 Cotenna da Carmignano, 30 Filippo di Svevia, legato imperiale, 153, Cristiano di Berardino, 324 195 Cristiano di Gentile da Coldilupo, 29, 30 Fiumalbo Tedeschi da Lizzano, ser, 101 da Palazzo, famiglia bresciana, 241 Forte di Buongiovanni, 28, 222 da Ponti, famiglia signorile, 21 Francesco di Lese, giudice, notaio, 311, Dabbene di Alessino, 186 343 Dato di Gherbaldo, 340 Fraolmo, visconte, 14 Deodato di Passamonte da Lamporecchio, Freduccio, 297 220 Gallizano di Ricovero, 317 Dicco del fu Piero, 259, 260, 288, 292, 300 Gerardo di Gugliemo Rangoni, podestà di Dimeldiede di Guarniero da Larciano, 259, Pistoia, 223 292, 297 Gerardo, prete di S. Maria di Vormingo, Dino Compagni, cronista, 77, 211 22 Diomeldiede di Tomarello, 244, 281 Gerardo, visconte, podestà di Pistoia, 18, Diotifece del fu Baldino, 28, 29, 32, 219, 77, 196 222 Gherardino di messer Ranuccio di Dolce di Gherardo da San Baronto, 192 Bonfacio, 105 Dolcemaro del fu Vernaccio, 259, 292, 299 Ghiandoro di Vernaccio, 276 domus Archidiaconi, famiglia signorile, 16 Ghisello del fu Riccio da Lamporecchio, Dono da Siena, 232 74, 98, 200, 204, 219, 222 Edrisi, geografo arabo, 77 Ghislottoro del fu Bardellone, 247, 265, Egidio de Carettis, giudice, 229, 235 267, 269, 272, 274, 275, 280, 281 Enrico IV, imperatore, 34 Giacomo dal Pozzo, giurista, 328 Enrico VI, imperatore, 43, 152, 153, 195, Giacomo di Dimando, 289, 300 213 Giannetto del fu Bando da Batoni, 157 Ermanno Anastasi, vescovo di Pistoia, 61 Gianni di Albino da Periano, 200 Everardo da Lutra, legato imperiale, 217 Gianni di Arriguccio, 250, 279 Federico del fu Aldimare, 261 Federico del fu Burnetto, 29, 219, 221, Gilio da Parma, podestà di Pistoia, 214 222, 224 Gilio Donosdei, 171 Federico I Barbarossa, imperatore, 43, 152, Gilio, podestà di Piteglio, 342, 343 194, 195, 196, 198 Giordano, prete della chiesa di S. Silvestro Federico II, imperatore, 224, 314 di Larciano, 248, 265 Ferletto di Guidone da Vergiole, 22 Giovannetto del fu Guglielmo, 222 Ferraro da Montevettolini 90 Giovanni da Collecchio, 266, 268 Fidanzino di Chiaro, 30 Giovanni del fu Niccolò Nesi, notaio filii Anselmi, 15 lucchese, 327, 333, 334, 337, 339, 345 filii bonae memoriae Petroni, famiglia Giovanni di Accorso, 341, 342 signorile, 15, 142 Giovanni di Armaleone, 322 filii Gerardi, famiglia signorile, 17 Giovanni di Arrighetto, monaco del filii Gerardini, famiglia signorile, 16 monastero di Fontana Taona, 26 filii Guidonis de Vergiole, famiglia signorile, Giovanni di Migliorato da Villanuova, 30 22 Giovanni Sercambi, cronista, 254 412 Indice dei nomi di persona Giovanni, giudice, 236 Guido di Burnetto, giudice, 24, 25 Giovanni, prete, 217 Guido di Enrico da Torri, capitano del Giovanni, vescovo di Firenze, 215 Popolo di Pistoia, 98 Gisletto del fu Giovanni da Prombialla, Guido di Gerardino, 16 229 Guido di Gerardo, 18 Giunta del fu Pinzo, 219 Guido di ser Iacopo da Lizzano, ser, 101 Giunta di Guittoncino, 259, 291, 294 Guido di Soffredello, 261 Giunta di Piero, 90 Guido di Soldo da Crespore, 339, 340 Giunta di Pinzo, 32 Guido Guerra III Guidi, conte, 237, 291, Giunta di Sesmondello, ufficiale del 297 Comune, 312, 339 Guido III Guidi, conte, 260 Giusto, monaco del monastero di Fontana Guido IV Guidi, conte, 37, 241 Taona, 26 Guido V Guerra Guidi, conte, 20, 21 Gottolo, camarlingo del Comune, 283 Guido VII Guidi, conte, 40, 48, 80, 179 Grandone di Bellebuono, notaio, 242, 243, Guidotto di Rodolfino da Ponti, 21 264, 282 Guinigi, famiglia signorile lucchese, 329, Graziadio Berlinghieri, vescovo di Pistoia, 335 234 Guittardo di Giandolfino da Batoni, 28, Gualandesco di Saraceno, ufficiale del 223 Comune, 312, 313, 339 Guittoncino di Sigiboldo, procuratore del Gualando di Niccolò, 171 Comune di Pistoia, 237 Gualanduccio di Niccolò, 171 Guittoncino, 204 Gualdigone di Uguccione, 24 Guittoncino, podestà di Lamporecchio, Gualduccio del fu Cavalcante, console di 220 Sambuca, 313 Iacopino di Ildebrandino da Gualduccio di Ferletto da Vergiole, 22 Lamporecchio, 26, 191, 200, 221 Gualfreduccio del fu Albertino, 261 Iacopo Albergati da Bologna, giudice, 327, Guerriero di Corso di Bentivenga da 344 Larciano, 244, 247, 259, 265, 267, 269, Iacopo da Borgo, podestà di Pistoia, 172 275, 281, 288, 291, 293 Iacopo di Bonaguida, 185 Guerruccio del fu Rainaldo, consigliere di Iacopo di Boninsegna, 342 Mammiano, 341, 342 Iacopo di Dimando da Larciano, 259, 283 Guerruzo di Domenico, 51 Iacopo di Ildebrandino di Lamporecchio, Gugliemo di Deo, ser, ufficiale del Comune, 219 164 Iacopo di Matteo Vitoni, 210 Gugliemo Faloppa, 232 Iacopo di Omnebuono, giudice, 156 Guidaloste di Vitacchino, 214, 215 Iacopo di Privado, 341, 342 Guidi, famiglia comitale, 7, 8, 13, 19, 20, Iacopo di ser Giovanni di Bertino, notaio, 22, 23, 25, 27, 28, 36, 37, 40, 69, 80, 82, 261 85, 86, 88, 99, 141, 145, 150, 155, 198, Iacopo di Silicaro, 276 222, 237, 239, 241, 244, 245, 246, 247, Iacopo Trincamusti, notaio, 242, 258, 283, 248, 250, 252, 255, 256, 258, 260, 286, 291, 293 288 Ildibrando di Gerardo, 54 Guido da Palazzo, podestà di Pistoia, 88, Ildibrando, vescovo di Pistoia, 19, 21, 23, 241, 242, 264 40, 45, 79 Guido del fu Albertino, 261 Infangato di Monte da Casale, 214, 215 Guido di Bosscoro, 244, 258, 273 Ingenna, moglie di Gualdigone di Indice dei nomi di persona 413 Uguccione, 24 Martino da Fagno, 229, 232, 235 Innocenzo II, papa, 57, 120, 122, 130, 208 Martino di Gandolfo, 279 Innocenzo III, papa, 213 Martino, vescovo di Pistoia, 17 Isidoro di Siviglia, 322 Martinozzo del fu Thiethi da Larciano, Lambardi de Boiano, 24 castaldo dei conti Guidi, 244, 252, 253, Lambardi de Coldilupo, 23 264, 265, 266, 277 Lambardi di Agliana, 24 Masniero di Giufredo, misuratore Lambardi di Aiolo, 24 pubblico, 325 Lambardi di Bibiano, 24 Matilde di Canossa, contessa, 37 Lambardi di Buiano, 24, 46 Matteo de Corrigia, podestà di Pistoia, 105 Lambardi di Campo Magio, 23 Mazagallo di Tancredo, 318 Lambardi di Carmignano, 24 Mazzeo di ser Giovanni Bellebuoni, notaio, Lambardi di Castiglione, 24 177 Lambardi di Montecatini, 24, 124, 256, 260 Meglioreto di Gianni da Villanuova, 30 Lambardi di Sambuca, 24 Meo di Ranieri, 185 Lambardi di Tizzana, 24 Merlino, giudice dei danni dati, 109 Lambardi di Torri, 24 Mezzovillano, visconte, 241, 242, 243, 244, Lambardi di Vignole, 24 252, 264, 293 Lamberto del fu Gerardino, 16 Michele del fu Villano, 220, 221, 222 Lanfranco di Gherardino, 261 Migliore di Migliorello da Momigno, 333, Lanfranco di Giusto, 313 340 Lanfranco di Nazario, 325 Monaldo Suppolini da Gubbio, podestà di Lapo di Simone di Bartolomeo, podestà di Pistoia, 242, 258, 283, 291, 292 San Romano, 186 Montaletto di Dattalo, 247, 265, 267, 269, Lazzaro, 204 272, 274, 275, 280, 281 Leonardo, rappresentante del vescovo di Montino di Benvenuto, camarlingo del Pistoia, 218 Comune, 105 Leone, vescovo di Pistoia, 14, 230 Mosè, abate di Fontana Taona, 186, 318 Lorenzo del fu Numorino Lensi, notaio Muccio di Donato da Baggio, 31 lucchese, 344 Mucciorino di Ubaldino da Groppoli, 23 Lotario Cadolingi, conte, 7 Nerbotto di Bottegario, 259, 292, 300 Luca Dominici, cronista, 72 Niccolò di Franco Sacchetti, 336 Lupardo del fu Provinciano, 259, 289, 292, Niccolò di Moscacchia, 171 299 Niccolò di Persichello, 282 Mainerio del fu Pagno, 265, 267, 268, 269, Niccolò di ser Antonio, notaio, 179 270, 272, 274, 275, 276, 279, 280, 281 Niccolò, giudice, giurisperito, 242, 258, Mainetto del fu Bostolo da San Baronto, 283, 293, 294 206 Nuto di Bellemprimo da Lamporecchio, Malaspina, 329 109 Malaspina de Luçolo, marchesi, 344 Omodeo, arciprete della cattedrale di Manetto di Cambio, 312 Pistoia, 179 Manetto, podestà di Pistoia, 109 Omodeo, visconte vescovile, 28 Mangiadore, 278 Onorio III, papa, 57 Maona di, famiglia signorile, 17 Orlandetto di Acconciato, camarlingo del Marino del fu Bartolomeo di Marini da Comune, 105 Pietrasanta, notaio lucchese, 345 Ormanno del fu Guidotto, 261 Marroncino di Aliotto, 261 Ormanno di Teudicio Tedici, 145 414 Indice dei nomi di persona Ottavante, notaio, 236 Rainaldo, giudice, 242, 258, 292 Ottone III, imperatore, 56, 119 Rainaldo di Rinuccino, 318 Ottone IV, imperatore, 213 Ranieri, giudice, 236 Paganello da Porcari, podestà di Ranieri del fu Albizo, 18 Lamporecchio, 221 Ranieri del fu Pagno, 266 Paldone di Paltonieri, 340 Ranieri del fu Vito, 28, 219 Panciatichi, famiglia, 14 Ranieri di Gottolo, 250, 265, 267, 269, 273, Pandolfo di Corborino, 247, 265, 267, 269, 274, 279, 280, 282 272, 274, 275, 280, 281 Raniero del fu Vito da Batoni, 223 Pandolfo di Fasanella, capitano generale Ranuccino di Cicorino, 265, 267, 269, 272, della Tuscia, 285 274, 275, 280, 281 Pànico di, famiglia comitale, 11, 111 Ranuccio da Mula, podestà di Pistoia, 221 Paolo da Baggio, 325 Ranuccio di Masniero, 90, 317 Paolo di messer Lamberto, podestà di Reale, podestà di Pistoia, 221 Popiglio, 341 Renzo da Piteglio, 99 Paolo Guinigi, signore di Lucca, 327, 332, Riccomo, giudice, giurisperito, 242, 258, 334, 335, 336, 344 283, 293, 294 Parente del fu Pensoro da Larciano, 259, Rimondino di Donnuccio, scudiero del 292 conte Guido IV, 20 Pariscio di Ildibrandino, 50 Rinforzato di Alcheruolo da Casale, 98, Parmigiano di Genovese, 282 214, 215 Pasquale II, papa, 208 Rinforzato, giudice, procuratore del Paterno di Buldrone, 206 Comune, 74, 217, 250, 268, 277 Pellegrino di Ubertello, consigliere di Roberto di Pandolfino, 250, 270, 273, 276, 280 Piteglio, 342, 343 Rodolfino da Ponti, 21 Pellegrino di Ugolino, 340 Rodolfino del fu Rodolfo, 14 Perfetto del fu Paolo di Goccio Bottingori, Rodolfo da San Giusto, 18 notaio, 261 Rodolfo da Tizzana, 15 Personaldo di Ardengo, 278 Rodolfo del fu Piero, 142 Piero del fu Guglielmo da Lamporecchio, Rodolfo di Pietro da Tizzana, 11 32, 204, 220 Rolandino del fu Gerardino, 16 Piero del fu Ildebrandino da Rolando di Atto, 16 Lamporecchio, 206, 221 Romeo di Bandino da Larciano, 259, 292, Pietrasanta da, famiglia podestarile 298 milanese, 311 Rometto del fu Bencipare da Cecina, 259, Pietro del fu Rodolfo, 14 287, 288, 291, 293, 297 Pietro di Muccioro, 258 Rubaconte de Mandello, podestà di Firenze, Pietro di Scappato, 247, 269, 272, 273, 275, 312 280, 281 Ruggero di Pavese, 312 Preite di Bonapresso, 259, 288, 292, 298 Ruggero Guidi, conte, 256, 273 Preziosa, 30 Salvo di Bonaiuto, 183 Pronvinciano di Rolando da Larciano, 244, Salvo di Marco, 340 250, 265, 267, 269, 272, 273, 274, 275, Sanguigno di Quintavalle da Larciano, 259, 280, 281 292, 296 Puccio del fu Privado da Lamporecchio, 109 Savia, vedova di Cremonese, 300 Puccio di Compagno da Larciano, 109 Schiatta di Cotennaccio, console di Pistoia, Racconciato di Fantello, 341 229 Indice dei nomi di persona 415 Schiatta di Paolo di Iacopo di Tarato, Torello di Francesco, 244, 247, 265, 267, notaio, 327, 339, 343 269, 272, 274, 275, 277, 279, 281 Schiatta di Pugliese, procuratore del Toringo di Ubertino, 261 Comune di Pistoia, 237 Torsello Alcheruolo da Larciano, 289, 292, Serbolo di Tedice, 261 301 Sibilla da Tizzana, 15 Torsello di Alcheruolo, 259 Sigeri da Suvereto, 172 Tracia, vescovo di Pistoia, 22, 32, 40, 58, Sifridi del fu Agighi, 18 194, 195, 196 Sighiboldo di Arriduro, 279 Traietto di Gottifredo, 279 Sighiboldo, console di Pistoia, 201 Tralignato di Cicorino, 265, 267, 269, 272, Sighiboldo, podestà di Pistoia, 191, 200 274, 275, 280, 281 Sigibuldi, famiglia, 14 Ubaldini, famiglia signorile, 148 Sigifredi del fu Gerardo, 17 Ubertello del fu Romeo da Piteglio, 341, Signoretto di Gerardo da Celle, 14, 15, 18, 342 22, 230 Ubertini, famiglia signorile, 148 Signoretto di Lambertuccio, 145 Ubertollo di Cuscio, 258, 279 Signoretto di Tedaldo da Celle, 22 Ugicio di Guidone da Vergiole, 22 Signorico de Foliongnoro, 340 Ugo di Manno, 14, 31 Signorito di Romeo, 340 Ugo di messer Iacopo Rossi, podestà di Soffredo del fu messer Tebertello, 312, Pistoia, 101 341, 343 Ugo II Cadolingi, conte, 179 Soffredo Soffredi, vescovo di Pistoia, 47, Ugo III Cadolingi, conte, 36, 45, 145 196, 214, 217, 223, 234 Ugo Ugolini da Città di Castello, podestà Sostegno del fu Piero, 278 di Pistoia, 183 Stagno di, famiglia signorile, 10, 17, 18, Ugo, Ugone, preposto della Canonica, 16 111, 142, 144, 150, 187 Ugolino di Bettuccio da Batoni, 219 Tana, vedova di Cremonese, 259, 292 Ugolino di Ugone, 52 Tancredo di Buldrone, ufficiale del Ugolino, artigiano, 236 Comune, 312 Ugolino di Valletto, 265, 269 Tancredo di Strinato, giudice, 24 Ugone da Castello, podestà di Pistoia, 156 Tancredo, visconte vescovile, 28 Uguccione di Vivente, 244, 252, 266, 268, Tao, abate del monastero di Fontana Taona, 269, 272, 274, 275, 278, 279, 280 48, 200 Upizino del fu Upizino, 261 Tebaldo di Piero, 278 Upizino di Niccolò, 171 Tedaldino di Ubaldino da Groppoli, 23 Urbano III, papa, 43 Tederico del fu Rosone, 217 Vallino di Niccolò, 171 Tederico, podestà di Pistoia, 220 Vanni di messer Gualando, 177 Tedici, famiglia signorile, 20, 81, 142, 144 Ventura Vitoni, architetto, 210 Tegnente, 279 Vezzoso di Stuffaldo, 265, 267 Teudicio di Ormanno Tedici, 21, 31 Vinciguerra Panciatichi, 263 Teudicio Tedici da Piuvica, 20, 21 Visconte, 46 Tignosi, famiglia comitale senese, 167 Vita di Graziano, 185 Tolomeo da Lucca, cronista, 260 Viviano di Piccinetto, 258, 279 Tomeo di Oste, 324 Vivolo di Rainaldo da Coldilupo, 29, 32 416 Indice dei toponimi Indice dei toponimi Agliana, 8, 17, 23, 46, 53, 54, 60, 96, 103, Baco (Cecina), passo, 96, 262 106, 132, 237, 325 Baggio, 324 -, castello, 7, 38, 140, 146, 147, 158 Bagnolo, nel Padule di Fucecchio; pescaria -, curtis, 17 de comitibus, 254, 288, 291, 293, 294, -, podesteria, 67, 103 297, 298, 299, 300, 301, 302 -, San Michele di Vaccareccia, chiesa, 60, Bailatico, 183 132 Baragazza, 188 -, San Niccolò, chiesa, 60, 132 Bargi, castello, 43, 69, 149, 150, 157, 204, -, San Pietro, chiesa, 60, 132 238 Agna, torrente, 73 Batoni, 19, 25, 28, 29, 32, 43, 179, 185, 204, -, valle, 50, 155 222, 223, 224, 230 Agnano, 23, 46, 52 -, castello, 7, 38, 69, 146, 147, 150 -, castello, 8, 140 -, chiesa di S. Michele, 185 Alba, 151, 195 Bellosguardo (Piteglio), cassero, 70, 72, Alfiano, 15 162, 163 -, castello, 7, 140, 142 Belvedere, 317 Alpe, pascoli nei pressi di Sambuca, 188 Bergamo, 314 Ancisa, 185 Bisenzio, torrente, 100 Appennino, 83, 98, 142, 181 -, valle, 37, 44, 51, 63, 90, 103, 146, 156, 177 Arcigliano, 52, 138, 182 Bologna, 10, 11, 37, 42, 43, 73, 76, 80, 82, Arezzo, 76, 77, 109, 285 94, 109, 150, 163, 186, 198, 213, 238, Arno, fiume, 76, 84, 198, 199, 243 306, 314, 323 Artimino, 10, 50, 63, 66, 87, 119, 130 Bonito, rio, 340 -, castello, 7, 70, 140, 160, 162 Borra, torrente, 256 -, pieve, 119, 127 Boschus de Argirii, 339 Avaglio, 186, 318 Brana, torrente, 99, 157 -, castello, 70, 162 Brescia, 173 -, S. Michele di Vorno, chiesa, 124 Brugnano, porto, nel Padule di Fucecchio, Avellaneta, 340 83, 93, 240, 247, 249, 254, 258, 259, Bacchereto, 57, 60, 66, 70, 111, 124 261, 262, 291, 293, 294, 296, 297, 298, -, castello, 15, 140, 142, 160, 162 299, 300, 301, 302 -, pieve, 122 Buggiano Indice dei toponimi 417 -, S. Maria, abbazia, 255, 256, 258, 323, 332 -, castello, 70 Buiano, 23, 111 Casorelle, 32, 220 Bure, torrente, 99, 140, 206 Castagno, 182, 186 -,valle, 10, 15, 36, 59, 137, 324 Castel di Mura (Lizzano), cassero, 163, 164 Burgianico, 27, 320 Castellina Lombardorum, 47 Buriano, 43, 195, 230 Castellina Molazzani, 29, 61, 67, 103, 111, Calamecca, 43, 67, 102, 103, 105, 106, 221, 222 259, 289, 332, 340, 343 -, castello, 70, 162 -, castello, 70, 318 -, Santi Giacomo e Filippo, chiesa, 61, 133 Calciliana, 313 Castellina vallis Arni, 70, 162 Cambiaticcio, nei pressi di Larciano, 267 Castelnuovo, 261, 262 Campiglia, 138 Castiglione, 87, 164, 188 Campiglio (Montemagno), chiesa, 128 -, podesteria, 63 Candeglia, 34, 79, 128 Castra, 67 -, chiesa, 59 Castronovo d’Adda, presso Cremona, 242 Canochi, 339 Castrum Caninum, 204 Cantagallo, 51, 52, 183, 317, 318 Castrum S. Margaritae, cassero, 70, 72, 162, Cantagallo, Coldilupo e Monte Castiglione, 163 podesteria, 63 Cecina, 237, 239, 246, 248, 259, 260, 261, Capalle, nel Padule di Fucecchio, 258, 288, 262, 266, 268, 269, 270, 276, 291, 292, 291, 293, 292, 294, 296, 297, 298, 299, 294, 296, 297, 298, 299, 300, 301, 302 300, 301 -, castello, 70, 143, 162 Capannelle, 103 -, rio, 256 Cappiano, chiuse, 255 Celle, 15, 18, 34, 67, 79, 105, 130, 138, 194, Capraia, 10, 43 195, 230 -, castello, 37, 74, 146, 157, 159 -, castello, 138, 140 Capriana, 342 Celleri, pieve, 18, 67, 118, 119 Capugnano, 182 Ceppeto, 202 Carmignano, 43, 49, 51, 53, 57, 60, 69, 81, Cerbaia, presso Lamporecchio, 157, 191, 83, 86, 87, 91, 108, 124, 128, 283 204, 260, 261, 324 -, castello, 70, 150, 151, 162 Cerbaie, 255 -, de Abbatia, 128 Cerisciolo, 342 -, de Plebe, 128 Cerreto, 206, 253 -, pieve, 122 Cherasco, 151 -, San Lorenzo, chiesa, 128 Chiappore, 59, 128 -, Santa Cristina, chiesa, 128 Chiazzano, 34, 79, 103, 140, 313 -, Santa Maria de Bonostallo, chiesa, 128 Chiugi perugino, 173 Carpi, 160 Ciliegiano, 140 Casaglia (Firenze), 156 Cinghio de Pietra Fochaia, 323 Casale, 10, 23, 38, 40, 45, 46, 53, 57, 64, 67, Cireglio, 48, 57, 67, 103, 128, 130, 179 99, 103, 140, 214, 261, 262 -, castello, 140 -, castello, 70, 146, 147, 157, 162 -, San Pancrazio e Giovanni Battista, pieve, -, S. Pietro, pieve, 61, 122, 132, 133 120, 130 Casentino, 145 Colle de Moschaio, 340 Casi, 237, 247 Colle de Piede Marcloti, 339 Casio, 182 Colle de Vetreto, 340 Casole, 138, 206 Colle di Pietra, 253 Casore, 67 Colle di S. Maria, castello, 22 418 Indice dei toponimi Colle Gerlense, 37 Fossato, 70, 238, 319 Colle Pamiesere, 341 Frapinte, valle, 208 Colle di Val d’Elsa, 111 Fucecchio, 8, 188, 189, 206, 221, 261 Collecchio, 237, 247 -, abbazia, 217 Collececioli, poggio, 205, 209 -, S. Salvatore, abbazia, 256 Collegonzi, 253 Gabbiano, 133 Collina, 130, 133, 180 -, San Michele, chiesa, 61 -, passo, 73 Galligano, piano, 342 Colonica Galliorana, 140 -, Santa Maria de Colonica, pieve, 57, 118, Gavinana, 25, 57, 67, 70, 102, 103, 128, 120 130, 177, 309 Comunali (Castellina), 181 -, castello, 162 Controna, 185, 330, 342 -, pieve, 120, 130 Coreglia, 185 Gello, 67, 341 Cremona, 242 Genova, 77, 335 Crespole, 67, 102, 103, 318, 319, 332, 339, Germinaia, 324 340 Gerusalemme, 20 -, castello, 70, 162 Gesino, 45, 179 Creti, pieve, 18, 119 Girlo, torrente, 185 Croce Agrifoglio, 100, 157 Granaione, 43, 49, 87 Croce Brandelliana, ospizio, 340 Grelochium, 342 Cupano, 131, 138 Groppoli, 23, 34, 57, 79, 128, 179, 312, 324 -, San Vito, chiesa, 131 -, castello, 7, 37, 138, 140, 145 Cutigliano, 101, 102, 106, 163, 164, 185, -, pieve, 120, 122, 128 330 -, San Michele di Calloria, pieve, 58, 61, Emilia, 83, 169 127, 132, 133 Empoli, 253 Guastalla, 231 Fabbrica, 131, 138, 318, 333 Gugliano, 138 -, San Frediano, chiesa, 131 Guisciana, canale, 243, 253, 258, 259, 260, Fabiana, 186 266, 268, 288, 289, 291, 292, 293, 294, Fagno, 67, 70, 103, 111, 138, 227, 230, 231, 296, 297, 298, 299, 300 232, 233, 234 Guzzano, 145 -, castello, 162, 229 Iesina, 340, 343 Falde, 176 Iolo, 57 Fanano, 185 -, pieve, 120 Fermiano, 186, 318 Isola, 67 Fiesole, 18 Isola, nel Padule di Fucecchio, 256, 258, Firenze, 18, 59, 66, 73, 76, 83, 84, 86, 92, 273, 279 96, 103, 109, 148, 150, 163, 198, 212, Ivrea, 195, 231 217, 240, 313, 314, 328, 334, 337 Lama de Usciolo, 340 -, monastero di S. Trinita, 214 Lamporecchio, 10, 23, 25, 28, 29, 32, 38, -, palazzo dei conti Guidi, 237 43, 44, 53, 60, 74, 79, 89, 90, 92, 106, Fontana di Stabbia, nel Padule di 109, 124, 128, 130, 152, 153, 157, 191, Fucecchio, 293 192, 194, 195, 196, 198, 199, 202, 204, Forfora, valle, 103 206, 208, 211, 212, 213, 214, 215, 216, Forine, piano, 342 217, 221, 222, 223, 224, 230, 238, 239, Forra Cecha, 342 260, 262 Forra Pruni, 340 -, cappella de Cerbaria, 208 Indice dei toponimi 419 -, Castel Vitoni, 197, 209, 210 Lizzano e Spignana, podesteria, 63, 67, 103 -, Castellaccio, 69, 70, 84, 140, 146, 150, Lizzano, 60, 102, 106, 119, 124, 128, 130, 151, 191, 197, 202, 205, 206, 209, 210, 185 212 -, castello, 140, 163, 164 -, Castelvecchio, 212 -, pieve, 101, 119, 128 -, de abbatia S. Baronti, 215 -, S. Andrea, chiesa, 128 -, de Plebe, 128 -, vicinia, 101 -, Orbignano e San Baronto, podesteria, Logomano, 52, 182, 313 63, 67, 103 Lombardia, 164, 169 -, San Giorgio, chiesa, 128 Lucca, 34, 76, 92, 96, 102, 109, 183, 184, -, Santo Stefano, pieve, 12, 119, 152, 203, 198, 199, 243, 255, 260, 286, 327, 328, 208 329, 330, 332, 334, 338, 343 Lanciole, 102, 103, 106, 184, 319, 330, 339 Lucchio, 342 -, castello, 70, 162 Luciana (Quarrata), 55, 128 Larciano e Cecina, podesteria, 63, 64, 67, Lugnano, 138 103 Luicciana e Logomano, podesteria, 63, 67, Larciano, 10, 27, 28, 29, 44, 63, 82, 88, 89, 103 106, 145, 164, 188, 199, 203, 241, 242, Luicciana, 52, 100, 102, 157 243, 248, 249, 250, 251, 252, 255, 257, Lupicciano, 15 260, 261, 262, 263, 264, 265, 266, 267, Macerata, piano, 342 268, 269, 270, 272, 273, 274, 275, 276, Mammiano, 67, 70, 102, 103, 332, 341, 342 277, 281, 286, 288, 291, 292, 294, 296, -, castello, 162 297, 298, 299, 300, 301 Mangona, contea, 10, 37, 42, 63 -, castello, 8, 37, 69, 70, 83, 84, 143, 150, Marittima, 169 173, 198, 237, 238, 239, 245, 246, 247, Marliana, 67, 318 248, 249 -, castello, 70, 317 -, chiesa di S. Silvestro, 246, 269, 270, 273 Masiano, 34, 79 -, pieve di Vaiano, 248, 261, 268, 269, 272, Massa e Cozzile, 323 273, 275, 277, 278, 280, 281 Massa, in Valdinievole, 202, 332 -, porta del Bagno, 246, 247 Massarella, pieve, 119, 255 -, porta di S. Marco, 246, 247 Matraia, rio, 341 -, San Donnino, ospedale, 44, 247, 248, Milano, 335 250, 258, 260, 261, 262, 265, 266, 268, Mioglia, 335 270, 272, 273, 274, 276, 278, 279, 280, Modena, 73, 119, 181, 314 290, 291, 293, 294, 296, 299, 300, 301 Momigno, 67, 103, 138, 176, 230, 318, 333 Lavano, 260 -, castello, 70, 162 Lazio, 57, 119, 135 Monsummano, 189, 203, 256, 260 Le Valli, 183 -, terre di colmata, 260 Lecore, pieve, 119 Montagnana, 15, 67, 103, 138 Lessini, monti, 173 -, castello, 70, 162 Liguria, 168 Montalbano, 10, 15, 37, 84, 86, 88, 90, 98, Lima, torrente, 342 146, 150, 155, 157, 160, 198, 199, 203, -, valle, 37, 96, 103, 130, 163, 177, 183, 186, 205, 208, 214, 238, 239, 241, 253 329, 331, 334, 337 -, passo, 73, 153 Limano, 183, 330 Montale, 43, 50, 69, 81, 92, 96, 130 Limentra, torrente, 179, 186, 238 -, castello, 69, 70, 150, 155, 157, 158, 162, -, valle, 11, 48, 96, 103, 150, 187 164, 206 Limite sull’Arno, 10 -, podesteria, 63, 67, 103 420 Indice dei toponimi -, San Giovanni di Villiano (Montale), pieve, -, valle, 10, 37, 118, 163 60, 118, 119, 132 Ombroncello, torrente, 174 Montalo, 342 Orbignano, 25, 43, 150, 191, 195, 196, 208, Montalto (Gavinana), 102, 340 224, 230 Monte Castiglione, castello, 29, 92, 100, Orcia, torrente, 168 151, 156, 313 Orio (Quarrata), 55, 60, 124, 128 Monte Leonese (colle di Giaccherino), 23 Orsigna, selva, 174, 185 Monteacuto, 176 Orvieto, 94, 285 Montecatini, 17, 42, 81, 256, 260, 261, 317, Ostia, 217 332 Pacciana, 34, 79, 99, 313 Montecuccoli, pieve, 124 Padania, 73, 83 Montefiori, castello, 83, 92, 157, 206, 208 Padova, 109 Montemagno, 23, 25, 43, 45, 53, 57, 60, 67, Padule di Fucecchio, 88, 89, 173, 192, 198, 103, 111, 124, 128, 130, 153, 176, 194, 239, 249, 254, 255, 257, 260, 286 195, 198, 230, 307, 318, 322, 333 -, porto, 198, 199 -, castello, 70, 145, 150, 162 Pancole (Quarrata), 55, 128 -, de Plebe, 128 Parma, 98 -, pieve, 120, 130 Partitoio, torre, 164, 342 -, San Gregorio, chiesa, 128 Paterno, 182, 186 -, Santa Maria di Valenzatico, chiesa, 128 Pecunia, 324 Montemagno (Lucca), 233 -, castello, 7, 15, 140, 142, 145 Montemurlo, 10, 12, 42, 57, 70, 79 -, curtis, 140 -, castello, 8, 37, 140, 145, 155, 158, 160, Perugia, 94, 109, 175 162 Pescia, 189, 260, 323, 332 -, San Giorgio, pieve, 118, 119, 120 -, bosco della Cauda, 189 Montepiano -, Campo, 189 -, Santa Maria di Montepiano, monastero, -, rio dell’Asino, 189 24, 73 Petriccio, San Paolo, pieve, 119 Monterappoli, 221, 253 Petini, piano, 342 Montevettolini, 44, 90, 256, 262, 273, 317, Petriolo, 138, 230 332 Piacenza, S. Sisto, monastero, 231 Monticelli, 183, 238, 319 Piazza, 34, 79, 125 Monticello, presso Piacenza, 242 -, S. Angelo, chiesa, 125 Montirici (Montevettolini), passo, 96, 262 Piazzanese, 57, 120 Monza, 160 -, castello, 142 Moriano, curia, 233 -, Sant’Ippolito in Strada, pieve, 17, 132 Mugello, 145 Piemonte, 168 Munerano, nei pressi di Larciano, 276, 278 Pieve a Celle, 103 Musignano, 253 Pisa, 76, 77, 83, 94, 198, 199, 221, 261 Neure, pieve, 18, 42 Pistoia, porta Carratica, 53, 125, 311, 312, Nievole, curtis, 46, 313 -, piano, 16 -, Porta Guidi, 312, 313, 320 -, torrente, 12, 79 -, Porta Lucchese, 53, 312, 313, 327 -, San Michele, chiesa, 131 -, Porta S. Andrea, 53, 311, 312, 313, 327, Oderzo, castello, 218 333 Ombrone, pianura, 192, 262, 288 -, Porta S. Pietro, 312 -, torrente, 99, 206 -, Ripalta, castello, 7, 36, 145 Indice dei toponimi 421 -, S. Bartolomeo, monastero, 8, 23 -, monastero di San Frediano, 21 -, S. Giovanni, ospedale, 237 Prato di San Giovanni, 16, -, S. Michele in Forcole, monastero, 8, 23, Pratovecchio, nel Padule di Fucecchio, 258, 26, 36, 52, 182 259, 266, 270, 272, 274, 276, 290, 291, -, San Bartolomeo, monastero, abbazia, 17, 293, 296, 297, 298, 299, 300, 301 36, 46, 325 Pratum Episcopi, 70, 73, 162, 183, 229 -, San Pier Maggiore, 15 Presciano, 138 -, San Zeno, Zenone, cattedrale, capitolo, Prombialla, 26 7, 16, 17, 36, 38, 141, 142, 230 Quarrata e Buriano, podesteria, 67, 103 -, Solaio, castello, 36, 145 Quarrata, 55, 99, 128, 130, 230, 312, 320, Piteccio, 60, 67, 70, 103, 124, 307, 314 332 -, castello, 162 -, de Plebe, 128 Piteglio, 57, 67, 103, 130, 131, 163, 176, , pieve, 118, 119 318, 332, 340, 341, 342, 343 Quartano, nei pressi di Larciano, 276, 278 -, castello, 70, 140 Ramone, 293 -, pieve, 120, 130 Reggio Emilia, 109, 120 -, Santa Maria, pieve, 117 Reno -, valle, 36 Pitigliano, 182 Rigo, torrente, 167, 168 Piunte (Montemagno), chiesa, 128 Rofana, 138 Piunte, prato intramurario, 174, 175 Romagna, 169 Piuvica, 20, 23, 34, 40, 46, 53, 54, 60, 61, Ronco di Ranieri, erbatico, 185 79, 124, 132, 133, 144 Rosaio, ospedale, 255 -, castello, 8, 142, 160 Rovace, 138 Podium de Milliaria, 340 Sambro, valle, 146 Ponte a Signa, porto, 240 Sambuca, 12, 18, 38, 42, 51, 53, 63, 64, 72, Ponte alla Pergola, 99 77, 79, 87, 98, 111, 148, 187, 213, 221, Ponte Mezzano, cassero, 70, 72, 98, 162, 238, 284, 314 163 -, castello, 8, 12, 70, 146, 147, 157, 163, 164, Ponti, cappella di San Martino, 21 188, 206 Ponticelli, 15 Sambucone, cassero, 70, 162 Pontito, 184, 330, 335, 336, 337, 342 San Baronto, 191, 196, 206, 210, 215, 312 Popiglio, 57, 67, 102, 103, 106, 128, 130, -, monastero, abbazia, 73, 128 131, 163, 164, 183, 330, 335, 336, 337, -, passo, 96, 192, 239, 262 341, 342 San Felice, 34, 67, 79,103 -, castello, 140 San Gimignano, 111 Popiglio, pieve, 120, 130, 332 San Giusto, pieve119, 123, 138 Poppi, palazzo dei conti Guidi, 237 Sant’Ippolito Visia, 119 Porciano (Lamporecchio), 202, 203, 205 San Lorenzo (Val di Bisenzio), pieve, 118, Portoris, nel Padule di Fucecchio, 258, 119 259, 291, 293, 294, 296, 297. 298, 299, San Marcello, 25, 57, 60, 67, 102, 103, 106, 300, 301 109, 124, 128, 130, 131, 177, 183, 312, Pozzeveri, S. Pietro, abbazia, 256 330, 332, 342 Pratale, 185 -, castello, 70, 162 -, vicinia, 101 -, pieve, 120 Prato, 10, 18, 23, 42, 73, 76, 80, 81, 86, 90, -, San Michele, chiesa, 128 102, 111, 146, 156, 213, 313 San Martino in Campo, abbazia, 12, 41, 42, -, Burgo, pieve, 119 79 422 Indice dei toponimi San Miniato, 111 157, 158, 163, 164, 204, 259, 289 San Mommè, 103, 313 -, porta di Nievole, 154 San Pantaleo, 27 -, porta di S. Andrea, 154 San Quirico, 34, 57, 103 -, San Michele, chiesa, 61, 131, 133 -, pieve, 79, 120, 130, 320 -, Sant’Ippolito, chiesa, 131 San Rocco, 45, 179 -, Santo Stefano (Serravalle), pieve, 61, 132 San Romano, 180, 186, 187 -, valico, 17 -, cappella, 48, 179 Sesto-Bientina, lago, padule, 260 San Salvatore all’Agna, monastero, 73 Setta, valle, 36, 146 San Salvatore all’Isola (Siena), monastero, Sette Fontane, 340 232 Sicceto, 183 San Salvatore di Fontana Taona, monastero, Sicurana (Popiglio), cassero, 67, 70, 103, 7, 26, 27, 31, 36, 51, 73, 145, 179, 183, 163, 164 186, 187, 200, 318, 324 Siena, 76, 94, 105, 109, 148, 172, 320 Santa Cristina, curtis, 15 Silvatani, 313 Santa Maria di Vormingo, chiesa, 58, 61, Solaio, 8, 45, 179 125, 133 Spicchio, 32, 207, 220 Sant’Ippolito in Strada, pieve, 60 Spignana, 101, 185 Santomato, 103, 105, 320 -, vicinia, 101 Santomoro, 140 Stabiazzoni, fosso, 314 -, chiesa, 59, 128 Staggiano, 176, 318 Sariccione, 186, 318 Stagno, 43 Sarripoli, 67, 185 -, castello, 145, 149 Sassello, 335 -, curia, 145 Sassus Cavallaius, 342 Strada de Saracino, 343 Saturnana, 12, 111, 130, 230 Startignano, 319 -, pieve, 119 Succida, pieve, 182 Saxeto de Manolucesi, 342 Tana Promatioia, 342 Scapato, 67 Terriole, 186, 318 Scianum, 182 Tintinnano, 167, 168, 189, 317 Sciecta, 23 Tirreno, mare, 83 Seano Tizzana, 11, 15, 60, 67, 87, 92, 103, 108, -, pieve, 12, 42, 79, 119 124 Seiarcole, 73, -, castello, 7, 15, 50, 70, 140, 142, 150, 155, Selva Iorana, 341 158, 160 Selva Piana, 341 Tobbiana, pieve, 119 Serobbio, torrente, 179 Torbecchia, valle, 22, 131 Serra de Alpis, 342 Torino, 335 Serra de Omiscio, 340, 343 Torri, 51, 67, 102, 182, 183, 238, 319 Serra, 40, 58, 67, 103, 125, 130, 221 -, castello, 8, 10, 70, 142, 162 -, castello, 70, 131, 140 -, Santa Maria, 98 -, Sant’Andrea di Furfalo (Serra), pieve, 18, Torri, Treppio, Fossato, Monticelli, 117, 118, 119, 124, 131 podesteria, 63 Serravalle, 43, 46, 57, 58, 61, 63, 69, 81, 87, Torricella, 321 90, 92, 96, 122, 124, 132, 181, 305, 317, Treppio, 67, 171, 238, 283, 313, 319 324, 332 -, castello, 8, 10, 70, 142, 162 -, castello, 70, 71, 150, 151, 153, 154, 155, Treviso, 109, 218, 314 Indice dei toponimi 423 Trino, partecipanza presso Vercelli, 190 Viareggio, porto, 199 Umbria, 169 Vicenza, 94, 109 Usciana, canale, 83, 189 Vico Pancellorum, 183, 330, 342 Usella, 42, 130 Vico, curia, 145 Uzzano, Vienna, 335 Uzzo, 187 Vigna Vechia, bosco, 182 Val d’Orcia, 167 Vignano, 138, 230 Valdarno, 73, 82, 83, 88, 148, 173, 184, Vignole, 42, 60, 103, 124, 322 190, 199, 238, 253, 254, 289 -, San Biagio , chiesa, 125 Valdibure, 67, 103, 128 -, San Donato, chiesa, 125 Valdinievole, 10, 17, 73, 88, 146, 153, 173, -, San Michele, chiesa, 125 184, 238, 254, 255, 260, 262, 289, 323, -, San Pietro, chiesa, 125 332 Villa Basilica, 131 Valle Mothana, 340 Vinacciano, 52, 57, 67, 103, 230 Valle, nei pressi di Larciano, 266 -, castello, 131, 162 Valtellina, 169 -, pieve, 120, 130, 131, 133 Velletri, 217 -, San Marcello, pieve, 61, 132 Veneto, 168 Vinci, 253 Varazano, San Martino, chiesa, 61, 133 Vincio, 10, 15, 99, 145, 230 Vercelli, 148, 195 -, castello, 7, 138 Vercioni, 145 -, torrente, 183 Verdiana, valle, 163 -, valle, 10, 22, 45, 138, 145 Vergiole, 29, 48, 49, 67, 103 Viterbo, 82, 238 Vernio, castello, 37 Vitolini, Castra, Conio, Pupigliana e Verona, 109, 173 Castellina, podesteria, 63, 64 Verruca, 332 Vizzano, 138 Verruca, Marliana, Casore e Ivaio, Volate, torrente, 185 podesteria, 63 Volterra, 76 424 Indice generale Indice generale 425 Indice generale Presentazione di Giovanni Cherubini pag. VII Introduzione XI PARTE PRIMA Geografia politica di una trasformazione territoriale I.1 I signori nel comitatuse la ‘società politica’ precomunale: vescovo, conti e una vassallità polarizzata 3 La signorilizzazione: tempi, diffusione e protagonisti Gli assetti sociali e il linguaggio del potere. La vassallità laica ed ecclesiastica Le forme, i contenuti, i rituali I.2 Diocesi, comitatus, districtus. La formazione e l’organizzazione di uno spazio cittadino (secoli XII-XIV) 33 Castelli, signori e conquista del contado Comuni rurali e città Comuni rurali, pievi e parrocchie Territorio e podesterie fra Due e Trecento Rete stradale e castelli di difesa I.3 Il districtus civitatis pistoiese nella geografia territoriale comuna- le. Costruzione, assetti, instabilità 75 Tra precocità e «bloccaggio»: Pistoia si consolida e l’ombra di Firenze si allunga Dal contado verso la città: prerogative signorili e comunità di villaggio. La percezione del potere cittadino La costruzione del territorio. Una pluralità di pratiche politiche, materiali e culturali La gestione del territorio. Assetto amministrativo, fiscalità e giustizia 426 Indice generale PARTE SECONDA Lo spazio di una città: circoscrizioni, villaggi e beni collettivi II.1 Pievi, parrocchie e comuni rurali. Una geografia circoscriziona- le civile 115 II.2 Castelli signorili e castelli comunali: luoghi del potere, centri di popolamento e guardiani della città 135 Castelli, curtes e signori Il secondo incastellamento e la politica urbana di controllo dello spazio Castelli e borghi: l’habitat e il popolamento tardomedievali II.3 I comunia tra identità di villaggio e costruzione politica cittadina 167 Possedere e condividere Al di qua delle mura: i beni comuni della città tra integrazione economica e dominio politico Oltre le mura: origini, identità e sussitenza rustica nei villaggi di pianura e di montagna La disciplina dello spazio: la comunità regola i beni e gli usi della comunità II.4 Due castelli, due poteri e una comunità. Lamporecchio tra signoria vescovile e autorità comunale 191 La comunità si prepara a deporre Verso il mare Castelli per dominare, castelli per vincere Dai castelli all’inchiesta giudiziaria Una comunità divisa davanti al giudice: la narrazione del conflitto PARTE TERZA Pratiche e linguaggi del potere: scrivere per possedere, scrivere per dominare, scrivere per governare III.1 I ribelli di Fagno. Il vescovo davanti al Comune (1223) 227 Indice generale 427 III.2 L’inchiesta e il potere. Larciano dai conti Guidi al Comune 237 cittadino I Guidi, il castello e il Padule Scrivere il territorio, scrivere i diritti Un’area di confine strategica e ricca di tensioni III.3 La «comunità che racconta»: le terre «padulinghe» di Larciano nel 1244 283 III.4 Scrittura di un paesaggio politico: il Liber finium districtus Pistorii del 1255 303 Le scritture e il «governo»: cenni sulle fonti pistoiesi dei secoli XII e XIII Lo spazio «confinato e legittimato»: la città descrive il contado III.5 «Il confine archiviato». Un frammento lucchese quattrocente- sco del Liber finium districtus Pistorii 327 Abbreviazioni archivistiche e bibliografiche 347 Indice dei nomi di persona 407 Indice dei toponimi 416 Finito di stampare nel mese di novembre 2007 dall'Editografica, Rastignano (Bologna)