STUDI E SAGGI – 146 – QUADERNI “CESARE ALFIERI” Comitato Scientifico Cecilia Corsi, direttore, Università di Firenze Javier Barnés, Università di Huelva Gian Franco Cartei, Università di Firenze Sergio Caruso, Università di Firenze Giuseppe Coco, Università di Firenze Fulvio Conti, Università di Firenze Colin Crouch, British Academy Annick Magnier, Università di Firenze Luca Mannori, Università di Firenze Gilles Pécout, École normale supérieure Carla Sodini, Università di Firenze Mark Thatcher, London School of Economics Titoli pubblicati Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere. Una ricognizione critica Felicità e benessere Una ricognizione critica a cura di Cecilia Corsi FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2015 Felicità e benessere : una ricognizione critica / a cura di Cecilia Corsi. – Firenze : Firenze University Press, 2015. (Studi e saggi ; 146) http://digital.casalini.it/9788866558590 ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB) Progetto grafico di Alberto Pizarro Fernández, Pagina Maestra snc Immagine di copertina: © Kelttt | Dreamstime.com Certificazione scientifica delle Opere Tutti i volumi pubblicati sono soggetti ad un processo di referaggio esterno di cui sono responsabili il Consiglio editoriale della FUP e i Consigli scientifici delle singole collane. Le opere pubblicate nel catalogo della FUP sono valutate e approvate dal Consiglio editoriale della casa editrice. Per una descrizione più analitica del processo di referaggio si rimanda ai documenti ufficiali pubblicati sul catalogo on-line della casa editrice (www.fupress.com). Consiglio editoriale Firenze University Press G. Nigro (Coordinatore), M.T. Bartoli, M. Boddi, R. Casalbuoni, C. Ciappei, R. Del Punta, A. Dolfi, V. Fargion, S. Ferrone, M. Garzaniti, P. Guarnieri, A. Mariani, M. Marini, A. Novelli, M. Verga, A. Zorzi. © 2015 Firenze University Press Università degli Studi di Firenze Firenze University Press Borgo Albizi, 28, 50122 Firenze, Italy www.fupress.com Printed in Italy SOMMARIO PRESENTAZIONE VII Cecilia Corsi PARTE I FELICITÀ, BENESSERE, CONTRATTUALIZZAZIONE DEI DIRITTI: LINEE DI UN PERCORSO DELLA FELICITÀ, TRA FILOSOFIA E PSICOLOGIA 3 Sergio Caruso ALLE SOGLIE DELLA CONTEMPORANEITÀ: IL PASSAGGIO DALL’IDEA DI FELICITÀ ALL’IDEA DI BENESSERE 55 Claudio De Boni LO STATO DEL BENESSERE: DALLA REDISTRIBUZIONE AL RICONOSCIMENTO 75 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia PARTE II I DIRITTI DI WELFARE NELL’ORIZZONTE DELLA CRISI RECONCILING CONFIDENT CONSUMERS AND FLEXIBLE WORKERS: THREE MAIN APPROACHES 99 Colin Crouch L’EREDITÀ DELLA LUNGA RECESSIONE E LE ISTITUZIONI DEL WELFARE 131 Paolo Onofri Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press VI FELICITÀ E BENESSERE ETUDIER LES INÉGALITÉS DE L’INTÉGRATION SOCIALE. FORCE, FAIBLESSE ET RUPTURE DES LIENS SOCIAUX 149 Serge Paugam NOTE SUGLI AUTORI 183 INDICE DEI NOMI 185 PRESENTAZIONE Cecilia Corsi I Quaderni “Cesare Alfieri” nascono dalla volontà del Consiglio della Scuola di Scienze politiche di avviare un progetto editoriale che coinvolga tutte le componenti culturali che animano la Scuola. Da sempre gli studi economici, giuridici, politologici, sociologici e storici sono parti essenziali del tessuto formativo sotteso, prima alle Facoltà, e ora alle Scuole di scienze politiche. Ognuno di questi saperi ha i suoi specialismi, le proprie tecnicalità, un proprio linguaggio, ma da que- sti saperi sono sovente indagati, sia pur da angoli prospettici diversi, i medesimi fenomeni. E la decisione di dar vita ai Quaderni “Cesare Alfieri” ha l’ambi- zione culturale di far dialogare metodologie diverse, di favorire un confronto tra punti di osservazione differenti. Netta è la convinzione nei promotori del progetto dell’importanza del metodo interdiscipli- nare, come approccio imprescindibile per lo studio e la comprensione dei fenomeni sociali complessi. L’indagine comparativa che caratte- rizza il piano formativo che è alla base delle scuole di scienze politi- che, resta il riferimento fondamentale, il prisma da cui osservare ciò che ci circonda. Inoltre, a seguito dell’attuazione della legge del 2010 di riforma del sistema universitario, che ha portato all’abolizione delle facoltà e a una nuova strutturazione dei dipartimenti del nostro ateneo fiorentino se- condo strette affinità scientifico-disciplinari, pare ancora più impor- tante animare momenti di confronto tra studiosi di diversa estrazione, per far sì che gli specialismi non sostituiscano una visione globale e integrata dei problemi. È, quindi, quanto mai necessario conservare vivo e costante il dia- logo fra i diversi saperi per cogliere i fenomeni sociali in tutta la loro complessità: gli specialismi di ciascuna disciplina e le ripartizioni di- Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press VIII CECILIA CORSI partimentali non devono condurre a perdere la capacità di lavorare in- sieme e di tenere vivo e serrato il confronto. Questa volontà di confronto ha mirato, inoltre, a non restringere il dibattito fra i docenti che insegnano nei corsi di studi coordinati dal- la Scuola di Scienze politiche, ma ad aprire stabilmente il dialogo con professori di atenei di altri Paesi, come testimonia la composizione del comitato scientifico dei Quaderni che palesa la volontà di far interagire punti di vista differenti, non solo per diversità disciplinare, ma anche per provenienza, per tradizione culturale e accademica. I Quaderni “Cesare Alfieri” nascono, quindi, come luogo di dialogo, di ricerca, di approfondimento, di scambio. L’idea è di lavorare a dei numeri monografici, nel senso che ciascun quaderno sarà dedicato a uno specifico argomento nel quale è investi- gato un tema complesso e attuale da punti di vista diversi, con contri- buti non solo di docenti e ricercatori della “Cesare Alfieri”, ma anche di studiosi italiani e stranieri. Per questo primo Quaderno il Comitato editoriale ha deciso di fo- calizzare il concetto di «benessere», di osservarlo da angoli prospettici diversi e di rapportarlo alla nozione felicità. Il tema ci è parso centrale, perché costituisce uno dei grandi nodi che le nostre democrazie devo- no affrontare: il «benessere» da conquista, soprattutto del ventesimo secolo, a sfida per questo inizio di nuovo millennio. Va da sé che saranno offerti, senza alcuna pretesa di sistematicità, solo degli spunti di riflessione: sguardi diversi per far luce su qualcuno dei tanti profili che interessano l’argomento prescelto. L’indagine di questo Quaderno si avvia con una prima ricognizio- ne del tema della felicità, tema che attraversa tutte le scienze umane e sociali e che conosce proprio in questi anni un rinnovato interesse. Basti pensare ai recenti studi sulla «psicologia della felicità» o sulla «economia della felicità». E il saggio di Caruso ci guida, innanzitut- to, a distinguere stati d’animo diversi: il piacere, la felicità, la gioia, la letizia, il benessere, la beatitudine, il godimento; per chiedersi poi in che rapporto la felicità sta con la condizione economica del soggetto. Se è indubbia una correlazione positiva fra benessere economico e qualità della vita, dobbiamo guardarci dall’interpretare questo nesso in termini di causa-effetto: la relazione tra ricchezza e felicità non è in- fatti di per sé univoca e tanto meno lo è quella fra consumi e felicità, e ben di rado l’oggetto di consumo riesce ad assumere nelle nostre vite una qualche profondità di senso. Anzi è l’identità del consumante che PRESENTAZIONE IX rischia di venire anch’essa consumata. E la qualità della vita non è ri- ducibile alla quantità di bisogni che il reddito consente di soddisfare. Vi è invece una correlazione positiva tra ricchezza e felicità nei paesi nei quali s’innesta un circolo virtuoso – avviato da politiche sociali, ur- banistiche, sanitarie ecc. – fra benessere economico, democrazia, distri- buzione del reddito senza eccessive diseguaglianze, e qualità della vita. L’autentica felicità resta comunque un conseguimento inevitabil- mente individualistico, un processo di perfezionamento, un’autore- alizzazione, un saper coltivare le proprie passioni; e se le politiche pubbliche non potranno certo organizzare la «gioia», potranno e do- vranno occuparsi del «benessere» dei cittadini a condizione di uscire dall’equivoco che identifica il benessere col PIL, per porre quindi l’ac- cento su beni relazionali, beni comuni, beni ambientali; e la stessa feli- cità pubblica potrà essere intesa come un processo continuo verso un «mondo migliorabile». E per comprendere appieno le nozioni di «felicità» e di «benesse- re» dobbiamo ripercorrerne le radici e il saggio di De Boni ci guida a coglierne le evoluzioni mettendo in luce, innanzitutto, gli sviluppi del rapporto fra felicità individuale e felicità collettiva, tra individualismo e solidarietà, fra godimento individuale e benevolenza sociale, raffron- tando, quindi, l’idea di felicità dei moderni rispetto a quella degli anti- chi, soffermandosi poi su quell’intreccio, a partire da metà settecento, tra il discorso sulla felicità e l’affermazione che le istituzioni politiche devono rendere possibili le condizioni per il suo raggiungimento. E se il primo passo verso questa trasformazione delle istituzioni è quello che sarà definito il dispotismo illuminato, ben presto rivendicazioni di autonomia per le strategie individuali alla felicità si affermeranno. Le prime solenni Dichiarazioni1 proclamano, infatti, tra i diritti ina- lienabili di ogni uomo, il perseguimento della felicità. E il riconosci- mento di situazioni giuridiche soggettive in capo a ciascun individuo, da un lato, e la trasformazione in senso rappresentativo delle istituzioni statali, dall’altro, ne divengono condizioni imprescindibili. 1   Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, 1776: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. Cfr. anche il preambolo della Dichiarazione dei di- ritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e l’art. 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1793. X CECILIA CORSI Le libertà, allora asseverate, guardano all’individuo come singolo, che autonomamente si costruisce il proprio percorso verso l’autorea- lizzazione, ma già dai primi dell’ottocento si avverte che le esigenze di giustizia e di progresso possono inverarsi in un quadro di collabo- razione fra individui, sia pur gelosi delle proprie prerogative e libertà. La parola felicità lascia via via il posto alla nozione di benessere, per il cui raggiungimento l’intervento riequilibratore delle istituzioni pub- bliche diviene indispensabile, e la costruzione di una rete di solidarie- tà, che faccia fronte ai bisogni essenziali dei membri di una comunità e che inveri il principio di eguaglianza solennemente sancito, si pone alla base del novecentesco welfare state. Diviene quindi compito della politica e dell’amministrazione modi- ficare il gioco delle forze di mercato per garantire un reddito minimo, per ridurre i rischi delle contingenze, per consentire a tutti l’accesso ai più elevati livelli di prestazioni sociali. Si mira a immunizzare gli indi- vidui e le famiglie dalle conseguenze avverse dei processi di mercato. Le declinazioni che lo «stato del benessere» conosce nei diversi paesi sono varie, tanto che si sono venuti a configurare anche modelli diver- si, ma un tratto comune fondamentale, caratterizzante le costituzioni democratiche postbelliche, è l’idea del primato della politica e del di- ritto sull’economia. Questo tratto costitutivo del contratto sociale su cui si fonda il welfare state postbellico traduce il principio per cui il diritto vincola le scelte politico-economiche alle esigenze della giusti- zia materiale. E norme quali l’art. 3, secondo comma della nostra co- stituzione istituiscono un nesso indissolubile tra stato di diritto e stato sociale e si pongono quali trasformatori permanenti e basi fondanti di politiche redistributive. Dagli anni ’80 del secolo scorso si è iniziato a mettere in discussio- ne questo modello, a parlare di nuova costituzione economica, a pen- sare che il diritto debba essere trasformato da sistema che protegge la società a sistema che immunizza il capitalismo transnazionale dalle interferenze del potere democratico, si è teso a capovolgere la prospet- tiva: il welfare state non è stato più concepito come precondizione so- ciale dello sviluppo del capitalismo democratico, ma come un ostacolo al buon funzionamento del mercato, e in alcuni paesi europei il volto dello stato sociale viene cambiato profondamente. Le strutture portanti del welfare state finiscono per subire una gra- duale erosione e anche le politiche di protezione sociale cambiano in modo significativo, mirando a incidere sull’offerta di lavoro (con ridu- PRESENTAZIONE XI zione al minimo dei disincentivi all’attivazione dei lavoratori) piuttosto che sulla domanda di beni di consumo. Nei confronti dei diritti sociali sanciti nelle carte costituzionali si viene a parlare sempre più spesso di diritti finanziariamente con- dizionati, come a voler far passare il messaggio che siamo di fronte a diritti lasciati alla discrezionalità del legislatore, ai vincoli di bilancio, alle condizioni economiche generali. Con il rischio di mettere in di- scussione lo stesso statuto costituzionale dei diritti di prestazione e di trasformarli da strumento di emancipazione a leva macroeconomica. La strada da percorrere nell’orizzonte della crisi è quindi un ridi- mensionamento dello stato sociale? In realtà i paesi con forte coesione sociale, che vantano sistemi più efficaci di protezione sociale e di prote- zione dai rischi del mercato del lavoro, sono riusciti a conciliare difesa dei livelli di occupazione e innovazione senza venire a creare maggiori diseguaglianze. Ciò non significa che il modello dei paesi nordici sia facilmente esportabile, ma strategie di stampo neoliberale a cui tanto si guardava soprattutto negli anni ’90 non hanno sortito gli effetti sperati. L’acuirsi della crisi ha, comunque, ridato vigore a posizioni fortemente liberiste che chiedono maggiore libertà, che auspicano una riduzione del ruolo dei sindacati e un ridimensionamento delle politiche sociali, con una virata da politiche attive per il mercato del lavoro a un modello di workfare, con la conseguenza paradossale di indebolire progressiva- mente politiche di stampo solidaristico, proprio in momento in cui ve ne sarebbe maggiore necessità. Anche in Italia le strutture portanti della solidarietà redistributi- va hanno subito una graduale erosione, ma ciò non ha condotto a una univoca revisione della struttura del nostro sistema di welfare. Certo, molti sono i limiti, gli squilibri, le arretratezze che l’esperienza italiana ha conosciuto e anche il saggio di Colin Crouch ci testimonia di alcune delle debolezze che hanno caratterizzato il nostro sistema sulle politiche del lavoro e sugli ammortizzatori sociali e ci dà conto della mancata re- alizzazione di strategie attive per il mercato del lavoro e delle incertez- ze delle stesse rivendicazioni sindacali. A cui si aggiungono le ben note distorsioni che hanno caratterizzato il nostro sistema previdenziale. L’acuta crisi economica che stiamo attraversando ci condurrà a com- piere ulteriori passi indietro sul piano dello stato sociale con il rischio di un aumento delle diseguaglianze e della messa a repentaglio della coesione sociale? La sfida per l’Italia è pressante e, come sottolinea Ono- fri nel suo contributo, lo è su molti fronti: su quello della produttività, XII CECILIA CORSI della innovatività, della distribuzione del reddito e della conseguente possibilità di mantenere i livelli di benessere, su quello del contenimen- to del debito pubblico e su quello della capacità di fronteggiare l’in- vecchiamento della popolazione. È evidente che non potrà non esserci una più attenta riallocazione della spesa pubblica attraverso politiche sociali mirate, ma attraverso anche l’introduzione di misure quali l’in- dennità di disoccupazione universale e forse anche il reddito minimo d’inserimento, e sperabilmente anche con la costruzione di politiche di solidarietà a livello europeo. Tante sono ancora le diseguaglianze che permeano le nostre socie- tà, ma per superarle occorre, prima di tutto, comprenderne le molte cause e le diverse forme in cui si manifestano. E il saggio di Paugam ci conduce a lavorare in parallelo su una doppia analisi: indagare le più frequenti cause di discriminazione in connessione ai legami sociali che un individuo intrattiene. Non solo le condizioni economiche e cultu- rali sono molto diversificate nei nostri contesti, ma anche le relazioni che legano gli individui alle formazioni sociali e alla società in generale sono assai articolate. La debolezza dell’integrazione di una persona – in famiglia, al lavoro, nei rapporti amicali o comunque elettivi, il non godere dello status civitatis – si traduce in un ulteriore divario, che si amplifica nei momenti di crisi e che si aggiunge alle altre ben note cause di diseguaglianza. Inoltre le varie dimensioni dell’integrazione sociale sono fortemente correlate fra loro, con la conseguenza che gli individui meglio inseriti in una dimensione lo saranno anche nelle altre e vice- versa. È evidente che ne emerge un quadro contraddistinto da forme di integrazione sociale assai diversificate con soggetti che godono di legami forti, stabili e interconnessi, altri che hanno legami più fragili, spesso precari, fino a soggetti che vivono al margine, con strategie di mera sopravvivenza. Di fronte a tutto ciò sarà forse necessario anche un cambio di pro- spettiva che porti a configurare l’intervento pubblico come strumen- tale non solo alla realizzazione di un ideale progetto di trasformazione della società, ma anche alla piena liberazione dell’individuo attraverso il riconoscimento delle sue singolarità. L’inveramento dell’eguaglianza non può passare solo attraverso la redistribuzione del reddito fra capitale e lavoro, ma come sottolinea- no Giubboni e Pioggia nel loro intervento, è la prospettiva dell’indi- viduo che deve essere posta al centro della trama dei diritti sociali. E la stessa attuale difficile congiuntura economica può essere l’occasio- PRESENTAZIONE XIII ne per rileggere i diritti del benessere in un nuovo bilanciamento tra «redistribuzione» e «riconoscimento» e il principio di eguaglianza può divenire base fondante per coniugare rispetto delle diversità e solida- rietà e forse anche per consentire a ciascuno la possibilità di ricercare la propria felicità. E se la ricerca della felicità resta ‘impresa’ del singolo, la politica po- trà operare non solo per offrire pari opportunità, ma anche per pro- porre un assetto di valori lontano da quell’individualismo possessivo che tanto permea le nostre società al fine di favorire, davvero, un pieno sviluppo della persona umana. PARTE I FELICITÀ, BENESSERE, CONTRATTUALIZZAZIONE DEI DIRITTI: LINEE DI UN PERCORSO DELLA FELICITÀ, TRA FILOSOFIA E PSICOLOGIA Sergio Caruso Sommario: 1. Un tema cruciale, ma anche «sintomale». – 2. Un senti- mento complesso. – 3. La felicità va al di là del «piacere». – 4. Dalle anti- che filosofie della tranquillitas alla odierna psicobiologia del «benessere». – 5. Felicità/infelicità: una questione di «temperamento»? Non solo! – 6. Letizia, gioia, felicità. – 7. Del benessere, economico in particolare, ovvero: se il denaro faccia la felicità. – 8. Il consumismo come «economia del pa- thos». – 9. Perché il PIL non misura la qualità della vita. – 10. L’equivoco dell’insaziabilità. – 11. La felicità non va confusa con la «beatitudine». –  12. La felicità non va confusa col «godimento». – 13. La società del Godimento: felici a tutti i costi! – 14. Il campo semantico-concettuale del- la felicità. – 15. La felicità come termine-concetto, tra filologia e filosofia. – 16. Politiche della felicità. – 17. Appendice. Come si misura la felicità? 1. Un tema cruciale, ma anche «sintomale» Nella varietà di temi che la filosofia sociale può/deve trattare quello della felicità occupa un posto cruciale. La «filosofia sociale» nel senso moderno di questa espressione, la Sozialphilosophie nel senso di Hon- neth (1996, 2003), fa certo ancor parte della filosofia politica, però an- che ne costituisce una specificazione a sé stante che si caratterizza come «diagnostica» delle «patologie sociali»; in altri termini, come analisi di quelle forme di disagio, sofferenza, lacerazione della coscienza, scissio- ne dell’esperienza, mortificazione dell’esistenza – con un sol termine, «alienazione» – per cui ha senso ricercare cause di ordine sociale. La filosofia sociale nel senso moderno mira dunque all’identificazione di quei fattori che si frappongono nell’ordine/disordine della società alla felicità dell’individuo e, se possibile, a proporre per tali situazioni una «terapia». Da questo punto di vista, sollevare la questione della felici- tà equivale a porre la questione di come si rapportano fra loro l’indi- viduo e la società in cui questo vive (che non è la stessa questione del rapporto individuo-Stato, al centro della filosofia politica classicamente intesa). Si potrebbe dire così: il nuovo paradigma filosofico-sociale sta Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 4 Sergio Caruso al classico paradigma filosofico-politico come la felicità quale esito del rapporto sociale sta al bene comune quale fine del rapporto politico. Al di là di tale crucialità (che già emerge nei classici della filosofia sociale: Rousseau, Hegel, Marx, Nietzsche, Freud), la felicità costitui- sce – oggi più che mai – un tema di estremo interesse per ogni filosofo sociale, per due ragioni ulteriori: di metodo e di merito. Infatti: sul pia- no metodologico, si tratta di un tema squisitamente transdisciplinare, che interroga la filosofia morale (per approfondire il concetto stesso di «felicità») e la filosofia politica (per capire se e come possa costitui- re un valore nella sfera pubblica), ma nel contempo si tratta con ciò di una serie di questioni cui non è possibile rispondere senza il contributo empirico-analitico delle scienze umane e sociali (a cominciare da psi- cologia ed economia). Inoltre: sul piano sostantivo, si tratta certo, per tanti aspetti, di un tema ‘perenne’, che percorre la nostra cultura dalla grecità classica ad oggi, però anche di un tema ‘sintomale’, caratteristi- co – da Bentham in poi – della cultura individualistica dell’Occidente moderno, e perfino di un tema ‘caldo’, circondato oggi – a partire dai primi anni di questo millennio e più che mai dopo l’erompere della crisi economica nel 2007-2008 – da un interesse crescente per non dire esplosivo. Ne fa fede una incredibile proliferazione, negli ultimi anni, di titoli e d’iniziative in ambiti diversi: sopra tutto psicologia ed economia. Per la psicologia si va dalla pop psychology del think pink (general- mente a margine di un rigoglioso «mercato della felicità»: Caruso 2006: 99-100) a proposte più serie, come la positive psychology di Martin Se- ligman (2002), o decisamente scientifiche, come la psychology of hap- piness di Michael Argyle (2001), magari passando per le neuroscienze. Per quanto riguarda la teoria economica, pare proprio che si sia stufata di essere la dismal science. Da quando Sen ha proposto di so- stituire l’idea di Welfare con quella di Well-being e l’idea di economic growth con quella di human development, sempre più econonomisti, dagli svizzeri Bruno Frey e Alois Stutzer (2001, 2007) ai nostri Lui- gino Bruni e Stefano Zamagni (2004), si sono adoperati per fare della «felicità» un nuovo paradigma, alternativo a quello di una «crescita» puramente misurabile in termini di PIL. In questa direzione proce- dono per es. i fautori della «economia civile», protesi al recupero di una tradizione settecentesca – l’economia come scienza della «feli- cità pubblica» – gagliardamente rappresentata nell’illuminismo ita- liano da Muratori, Verri e Genovesi (Julia 1984, trad. it.: 92; Caruso 2002b; Zamagni 2012). Della felicità, tra filosofia e psicologia 5 Insomma, nonostante la diffidenza di parte degli psicologi e par- te degli economisti verso quello che veniva ritenuto fino a pochi anni fa un tema ‘poco serio’, questo filone di studi si è sviluppato a tal se- gno che nelle enciclopedie specialistiche è ormai normale trovare vo- ci, anche autorevolmente firmate, tanto sulla «psicologia della felicità» quanto sulla «economia della felicità» (per es. Myers 2007; Bruni 2009) e c’è perfino, dal 2000, una rivista scientifica interdisciplinare a ciò soltanto dedicata, il Journal of Happiness Studies (diretta da Antonella Delle Fave, docente di Psicologia clinica all’Università di Milano). Del resto, l’odierno fiorire degli studi sulla felicità non corrisponde solo all’esigenza in qualche modo «umanistica» di uscire da un paradig- ma economico-sociale che sta mortificando le speranze di una intera generazione, ma sta pure avendo, sul piano squisitamente scientifico, l’effetto benefico di favorire il dialogo fra economisti e psicologi – un dialogo che, nonostante Daniel Kahneman (Nobel per l’Economia nel 2002), stentava a conquistare la mainstream economics tuttora egemo- ne nelle maggiori università. Infine: bisogna guardarsi dal credere che teorici della nuova «eco- nomia della felicità» e fautori del well-being siano tutti delle «anime belle» che auspicano un pauperismo francescano o magari una «de- crescita felice» nel senso di Serge Latouche. Lo stesso Amartya Sen si limita a teorizzare una concezione «dolce» dello sviluppo economico, di contro alle concezioni «feroci» di esso; nella fiducia che i processi di sviluppo, benché possano non essere rose e fiori, neppure abbiano da essere per forza ‘lacrime e sangue’. Ma lo sviluppo economico, sia pure uno sviluppo diverso, resta auspicabile e necessario; anzi, fra svilup- po e libertà si dà per lui un rapporto di mutua implicazione (Sen 1999, trad. it.: 40-41; Caruso 2002a). Dunque: due secoli e mezzo dopo Bentham (in ciò preceduto da Hutcheson e Beccaria), «la massima felicità per il massimo numero di persone», la felicità come idea e come ideale appare pienamente recu- perata alle scienze politiche. Eppure, la nozione di felicità resta contro- versa e dev’essere chiarita. Fin al XVI-XVII secolo, la felicità di uno Stato coincideva, nel lessico politico, con le fortune e con le glorie del Sovrano: felicitas regni, pro- speritas reipublicae. Non diversamente dal lessico politico della tarda romanità: si pensi alle iscrizioni latine (F, FEL) impresse sulle monete imperiali. Nel XVII e soprattutto nel XVIII secolo, quando si afferma l’idea del Popolo-Sovrano, si afferma in parallelo l’idea che tale felici- 6 Sergio Caruso tas debba riguardare anche i sudditi e (in prospettiva) i cittadini. Così riconcepita al plurale, come prosperità diffusa e come soddisfazione collettiva, la «felicità» assume una connotazione fortemente economi- ca. Ma proprio questa dev’essere oggi ripensata. Come dire: la «pub- blica felicità» passa pur sempre per la felicità tout court, quella degli individui. Ma che vuol dire essere felice? E come possiamo sapere se e quanto la gente sia felice? Nelle pagine che seguono cercherò di rimettere in discussione la nozione di felicità: prima sotto l’aspetto qualitativo del «che cosa è», analizzandone versioni fra loro molto diverse, e poi sotto l’aspetto quan- titativo del «come misurarla». 2. Un sentimento complesso In generale, in tutte le lingue ci sono più parole intese a discrimi- nare le emozioni negative che non quelle positive. Il che non indur- rebbe all’ottimismo sulla condizione umana, se non sopraggiungesse la considerazione che l’infelice ha bisogno di molte parole per gridare la sua infelicità, mentre chi è felice se la gode in silenzio. D’altronde, la felicità non è, come la gioia, una delle otto emozioni primarie selezio- nate dall’evoluzione naturale ed espresse con la stessa mimica facciale in tutte le culture, né si tratta di una semplice qualità della sensazione, come il piacere; si tratta invece di un sentimento complesso che coin- volge l’Io nella sua interezza: nella sua relazione col «mondo». Come tale, la felicità (come pure l’infelicità: Torno 1996) fa parte della cultura, evolve con essa, e non è definibile in termini puramente psicologici: «il mondo è un po’ più grande e aperto di quanto non lo siano le cantine della nostra anima, dove l’infelicità si alimenta della sua solitudine e si nutre del rifiuto della comunicazione» (Galimberti 2009: 68). Vari stu- diosi (de Luise, Farinetti 2001; Trampus 2008) hanno perfino scritto una «storia della felicità», o almeno della idea di felicità: una storia che solo in parte coincide con la storia della filosofia e naturalmente coinvolge discipline diverse, dalla storia delle dottrine politiche alla letteratura. Chi non ricorda l’incipit di Anna Karenina? Cito nella traduzione di Leone Ginzburg: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» (Tolstoj 1877). Vero. Ma se par- lassimo invece degli individui cioè, appunto, del sentimento di essere felice/infelice (anziché della felicità come situazione tipica, astrattamen- Della felicità, tra filosofia e psicologia 7 te condivisa da tutta una famiglia in una certa epoca), il discorso do- vrebbe essere rovesciato: ogni persona felice, secondo le categorie della modernità occidentale, è felice a modo suo! Per questo la Costituzio- ne americana parla saggiamente di pursuit of happiness e soltanto alla «ricerca», non alla «felicità» come tale, riconosce lo statuto di diritto naturale. Fra parentesi, pochi sanno che pure questa formula affonda le sue radici nell’illuminismo italiano: infatti, fu suggerita a Jefferson da «Pippo l’ortolano», alias Filippo Mazzei (1730-1816), con una lettera spedita all’amico americano dal Caffè dell’Ussero di Pisa. Alla stessa saggezza, del resto, s’ispira l’approccio di Amartya Sen, dove compito dello Stato non è tanto quello di organizzare la distribuzione di beni preconfezionati quanto quello di far crescere per tutti le «capacità», in- tese come personalissime combinazioni di peculiari «funzionamenti». Tuttavia, per quanto modulato dal temperamento e dal carattere, nonché dalla cultura e dal contesto storico-sociale, il sentimento di es- sere o poter essere «felice», la felicità come esperienza e la felicità come ricerca, hanno pur sempre talune caratteristiche comuni che ne costi- tuiscono lo specifico. Cercheremo di metterle in evidenza ex adver- so, paragonando la felicità ad altri vissuti, simili ma non identici. Per ognuno di questi vissuti aggiungeremo qualche richiamo esplicativo: per capire meglio di che si tratta (col sostegno di filosofia, psicoanali- si, psicologia e neuroscienze) e per capire meglio da qual tipo di situa- zione promani nel mondo esterno (col sostegno, stavolta, delle scienze economiche, sociali, politiche). 3. La felicità va al di là del «piacere». È chiaro che la felicità ha molto a che fare col piacere e, natural- mente, con l’assenza di dispiacere (sia esso un dolore fisico o morale), ma non si può ridurre all’uno né all’altra. Né possiamo assumere quale misura della felicità l’intensità del piacere. Provare piacere non costitu- isce che una dimensione dell’esser felici, come pure di altre condizioni egualmente ‘piacevoli’. Oggi sappiamo che il piacere e il dolore non sono altro che la ‘com- plicazione’ di un meccanismo adattivo. Al livello più semplice del protozoo tale meccanismo consiste in un riflesso automatico: di «pro- tensione» verso ciò che è utile (alla conservazione dell’individuo o della specie) oppure di «retrazione» da ciò che è nocivo. Al livello più com- 8 Sergio Caruso plesso dei metazoi forniti di un SNC e dunque di un qualche grado di coscienza – homo sapiens in testa – il meccanismo include la percezio- ne di una qualità positiva/negativa della risposta in atto, in particolare dell’«atto consumatorio»; ciò che funge da «premio» di quel comporta- mento (oppure da «punizione») con effetti di rinforzo (oppure aversivi) rispetto al tipo di stimolo che l’ha provocato. Insomma: una forma di auto-condizionamento, o «condizionamento operante», che consente all’organismo di apprendere dall’esperienza. Per quanto ci riguarda come specie, la qualità positiva/negativa che sensazioni e percezioni affluenti nell’encefalo dall’esterno, o in esso contenute come tracce mnestiche, assumono a livello di coscienza di- pende dal tipo di attivazione neurochimica che le strutture telencefa- liche subiscono da parte di specifiche strutture sottostanti, sopra tutto mesencefaliche. Nel telencefalo sono in ciò specialmente implicati: a livello limbico, il nucleus accumbens (NAc), dove ha luogo una prima elaborazione della percezione come ‘piacevole’, e poi, a livello neocor- ticale, la corteccia prefrontale mediale (mPFC), che è la sede – direbbe Leibniz – dell’«appercezione» o percezione della percezione. Al nucleus accumbens afferiscono in particolare le vie dopaminergiche che parto- no dall’area ventrale del tegmento (VTA), primo responsabile del «cir- cuito del piacere» (MFPC o Medial Forebrain Pleasure Circuit). Altre connessioni che, radicate nel mesencefalo, raggiungono le aree corti- cali e neocorticali sono le vie enkefalinergiche che partono dal PAG (Peri-Aquaeductal Gray), deputato al controllo-inibizione del dolore. A ciò si aggiungano le vie serotoninergiche, che hanno origine dai nu- clei del rafe (sempre nel tronco, a livello della formazione reticolare); da esse dipendono fra l’altro il senso di appagamento che frena l’azio- ne e, in generale, il tono dell’umore. Quest’ultimo non è la stessa cosa del piacere (semmai concerne il «benessere», di cui parlerò fra poco); ne costituisce però la precondizione. Per capire ciò di cui parlo basta pensare alla «anedonia» del depresso, incapace di ricavare piacere da quelle stesse attività che gli erano in precedenza graditissime. Orbene: ben prima che le neuroscienze ci spiegassero queste cose, la psicologia e la filosofia già criticavano l’identificazione della felicità col piacere in atto o col senso di appagamento. E ben pochi sarebbero disposti a misurare la felicità come pura e semplice intensità del piacere ricavabile da un certo atto o da un certo oggetto. Lo stesso Bentham, a fianco dell’intensità, voleva inclusi nel «calcolo felicifico» altri sei pa- rametri: durata, probabilità, vicinanza, purezza, fecondità o ripetibili- Della felicità, tra filosofia e psicologia 9 tà. La «durata» del piacere e la sua «purezza» (intesa come assenza di dispiaceri inevitabilmente concomitanti col piacere che l’individuo ri- cerca) sono ancora qualificazioni intrinseche alla sensazione come tale, ma gli altri parametri (probabilità, vicinanza, ripetibilità) comportano valutazioni ben più complesse e giudizi impegnativi, cioè valutazioni e giudizi tali da impegnare – nel telencefalo – strutture ben più elevate di quei circuiti di ricerca del piacere ed evitamento del dolore che l’uomo condivide addirittura con i rettili! Inoltre: chi non ricorda la critica di John Stuart Mill all’utilitarismo benthamiano: «meglio essere un Socrate insoddisfatto che un maiale soddisfatto»? Col che Mill introduceva una distinzione fra la banalità dei «piaceri inferiori», legati alla immediatezza delle sensazioni, e la no- biltà dei «piaceri superiori», derivanti da una sensibilità più complessa, e squisitamente umana, che rispecchia la cultura e cresce con l’educazio- ne (basta pensare alla sensibilità artistica o al senso morale). La millia- na «nobiltà» dei «piaceri superiori» – si badi bene – non costituisce un settimo parametro del calcolo felicifico, da mettere sullo stesso piano dei sei identificati da Bentham. Ciò che Mill voleva introdurre nel con- cetto di felicità è piuttosto una esigenza di tipo qualitativo rispetto alla pura e semplice quantificazione del piacere. La felicità – giova ripeter- lo – ha (molto) a che fare col piacere, ma si tratta rispetto a quello di un sentire più culturalizzato: meno effimero e soprattutto più complicato. Dal confronto piacere/felicità emerge dunque che questa, la felici- tà, è – diremo così – una meta-qualità del vissuto, che non ha nulla di ‘immediato’. Infatti, se il piacere riguarda la qualità delle sensazioni ed è connesso con le nostre preferenze, la felicità riguarda la qualità dei piaceri ed è connessa con le nostre meta-preferenze, cioè con quel- li che Harry G. Frankfurt (1971) chiama «desideri di second’ordine» o desideri di desideri. Classico esempio: per tanti fumare è certamen- te piacevole; ma difficilmente posso dirmi «felice» di fumare se, com’è probabile, ‘vorrei non volerlo’. Ben più delle preferenze, le metaprefe- renze sono espressione dell’Io nella sua interezza (ivi compreso ciò che la psicoanalisi chiama Ideale dell’Io) e rispecchiano tutta la storia di una persona), il suo peculiare modo di intelligere il mondo e di valu- tare che cosa in esso è bene per sé. Sia chiaro: in quanto «istanza della psiche», l’Io è pur sempre radicato nel corpo, e per esso nel SNC; ma non certo a livello del tronco, bensì diffuso nel cervello come sistema di connessioni a vari livelli. Ed è solo nell’Io e con l’Io che, parlando in prima persona, possiamo talvolta dirci felici. 10 Sergio Caruso 4. Dalle antiche filosofie della tranquillitas alla odierna psicobiologia del «benessere» Analogamente distingueremo la felicità da altri vissuti ad essa ne- cessari, ma di essa meno complessi (seppure non così effimeri ed ele- mentari come il piacere). È chiaro che la felicità include una condizione di generico benessere e che, d’altronde, nessuno si direbbe felice se gra- vi preoccupazioni non gli consentissero di stare sereno e abbastanza tranquillo. Come dice Nietzsche: tutti i concetti sono metafore morte. Ed effet- tivamente tranquillitas e serenitas sono in latino termini con una forte connotazione meteorologica: tranquillum è per eccellenza il mare cal- mo (aequor), serenum invece il cielo. Tranquillità e serenità sono dun- que metafore che connotano l’assenza di ‘perturbazioni’ e descrivono la quiete interiore dell’animo come un mare senza flutti burrascosi o come un cielo sgombro di nuvole. Immagini molto care alla filosofia classica che così descrivono il saggio che si sa contentare (l’edonismo autentico degli epicurei e dei cinici) e colui che si dimostra capace di far fronte alle offese della vita senza lasciarsi abbattere, ma conservando anzi una tranquilla «imperturbabilità». Posizione tipica, nella cultura ellenica ed ellenistica, di tutte le scuole post-socratiche, stoici in testa: si pensi ai concetti di eutimia (Democrito), aponia (Epicuro), apatia (Pirrone), adiaforia (Antistene), atarassia (Zenone), per finire con la tranquillitas di Seneca. «Benessere» vuol dire «star bene», circondato da condizioni favorevoli che permettono di «sentirsi bene». C’è dunque un aspetto oggettivo ed esterno – ‘economico’ in senso molto lato – che riguarda la situazione (definibile in termini di «condizioni confortevoli»), ma c’è anche un aspetto soggettivo e interno all’organismo, che riguar- da l’attore in situazione (definibile in termini psicologici come «vissu- to» dello stesso). E questo aspetto soggettivo è, per così dire, bifronte: positivo e negativo: godere di ciò che appare abbastanza buono, però anche – entro certi limiti – non lasciarsi guastare la vita da ciò che pro- prio buono non è. In positivo, il benessere soggettivo nasce dalla capacità di ‘conten- tarsi’. Non necessariamente di poco o nulla come volevano i cinici, ma comunque di contentarsi, perché – c’è bisogno dirlo? – chi risulta ‘in- contentabile’ sarà di certo infelice. Ciò di cui parlo è l’eutimìa di Demo- crito. Uno stato di «soddisfazione» (nel senso etimologico di satisfactio Della felicità, tra filosofia e psicologia 11 come «averne avuto abbastanza, satis») e di «contentezza» (nel senso letterale del contenitore pago del suo contenuto), dove la soddisfazione e la contentezza sono due facce della stessa medaglia, secondo che di quel vissuto si enfatizzi la componente cognitiva o quella emotiva. Soddisfazione e contentezza stanno al di qua del benessere, ma vi sono per così dire incluse a mo’ di premesse. In negativo, il benessere soggettivo è uno stato ‘pacificato’ di blan- do distacco dal mondo. Lo possiamo esso pure descrivere in termini sapienziali: come il sorriso del Buddha o, per rimanere nell’ambito culturale dell’Occidente, con le parole greche degli altri filosofi di cui sopra (non a caso tutte composte con l’alfa privativo): a-ponia, a-patia, a-diaforia, a-tarassia – insomma, varie forme di «imperturbabilità». Le due facce del benessere soggettivo, tuttavia, possiamo anche rileg- gerle – di nuovo – a livello psicobiologico. Insomma, come c’è una chi- mica del piacere, così c’è, strettamente connessa con quella, una chimica del benessere. In primis, va ricordata la serotonina, di cui già si è detto (per quanto riguarda il senso di appagamento e il tono dell’umore). Ma c’è dell’altro. Della chimica del benessere fanno parte anche altre classi di sostanze: gli androgeni (in particolare il testosterone), gli oppioidi naturali e gli endocannabinoidi. Vediamole partitamente in dettaglio. Il testosterone, diversamente da quel che molti credono, non è un ormone esclusivamente maschile (benché sia prodotto in misura mol- to maggiore nell’organismo maschile e stia alla base della diversifica- zione sessuale primaria e secondaria in età puberale), né la sua azione riguarda solo la sessualità. Sia negli uomini sia nelle donne il testoste- rone, oltre che essere l’ormone della libido, produce una varietà di effet- ti: massimizza la potenza (non solo sessuale) dell’organismo, sorregge l’intraprendenza al servizio dei desideri (di nuovo: non solo sessuali), ma anche – più generalmente parlando – favorisce una condizione sog- gettiva di benessere psicofisico e protegge corpo e mente dagli effetti ansioso-depressivi dello stress prolungato. Quest’ultimo effetto si capisce bene ex adverso. Infatti: da sempre è noto come la vulnerabilità alla depressione sia molto maggiore nelle femmine che nei maschi (circa il doppio), e nei maschi anziani rispetto a quelli giovani. Già questo faceva supporre che i livelli di testosterone siano implicati nel tono dell’umore, nella intraprendenza e nella capa- cità di gestire lo stress. Inoltre, da tempo è noto che la chimica dello stress comandata dall’amigdala (in particolare i glucocorticoidi come il cortisolo), se da un lato serve ad attivare le reazioni di attacco-fuga, 12 Sergio Caruso dall’altro – quando si stabilizza a livelli elevati, quasi che vivessimo una emergenza costante – rischia di danneggiare i neuroni dell’ippocampo (un’area chiave per la memoria, ma anche per la regolazione dell’umo- re). Dal che deriva un vissuto non solo di ansia, ma «anedonico». Ed effettivamente nell’ippocampo delle persone depresse è stato rilevato un livello inconsueto di atrofia/morte cellulare. Oggi siamo arrivati a capire che – nei topi, ma presumibilmente anche negli umani – il te- stosterone esplica la sua azione protettiva contro l’anedonia regolan- do l’espressione dell’enzima ERK-2: una proteina chinasi che attiva la plasticità neuronale e rinforza l’LTP (Long Term Potentiation) delle si- napsi: proprio nel giro dentato dell’ippocampo (Carrier, Kabbaj 2012). Le altre due classi di sostanze – oppioidi naturali ed endocannabi- noidi – hanno la duplice funzione di (a) favorire la trasformazione del benessere esterno in vissuto soggettivo e (b) impedire, entro certi limi- ti, al malessere esterno d’interferire col benessere interno. Gli oppioidi naturali sono molecole secrete nel cervello con pro- prietà simili a quelle di alcaloidi vegetali come oppio e morfina (che si agganciano infatti agli stessi recettori). Comprendono endorfine, enke- faline e dinorfine. Le endorfine, secrete dal lobo anteriore dell’ipofisi, possono indurre fra l’altro uno stato di sedazione euforica, come tipi- camente avviene dopo un prolungato esercizio sportivo oppure dopo l’orgasmo (circostanze in cui vengono prodotte in gran quantità). Le enkefaline agiscono a livello pre-sinaptico bloccando la liberazione di neurotrasmettitori eccitatori, con particolare ma non esclusiva riguar- do alla trasmissione di stimoli dolorifici. Gli endocannabinoidi sono così detti per distinguerli dai fitocan- nabinoidi della marijuana e dell’hashish (si legano in effetti agli stessi recettori del THC o delta-9-tetra-idro-cannabinolo: il principio atti- vo della cannabis). Al contrario delle enkefaline, gli endocannabinoi- di agiscono a livello post-sinaptico e, modulando la trasmissione degli impulsi nervosi in maniera fortemente differenziata, producono una varietà di effetti. Fra questi, un potente contrasto ad ogni aspetto dello stress psicofisico, a livello sia centrale che periferico, e un significati- vo effetto di miglioramento dell’umore, diminuzione dell’aggressività e intensificazione della percezione. Per quanto riguarda in particolare l’anandamide (il primo ad essere scoperto nel 1992), pare che abbia, fra l’altro, l’effetto molto interessante di disattivare la memoria di even- ti traumatici, impedendone il consolidamento, almeno per quanto ri- guarda gli aspetti emotivo-affettivi (sul piano puramente cognitivo la Della felicità, tra filosofia e psicologia 13 rappresentazione del fatto resta integra). Di recente Neumeister et al. (2013) hanno scoperto che nelle persone affette da PTSD (il disturbo da stress postraumatico) i recettori per l’anandamide sono in nume- ro sensibilmente inferiore a quello di persone che, esposte allo stesso trauma, non hanno sviluppato la corrispondente patologia. Discorso analogo per la serotonina (nome comune della 5-HT o 5-Hydroxytryptamine), nel cui utilizzo da parte delle cellule sono pu- re sono in gioco fattori genetici. Infatti: la vulnerabilità allo stress (una grandezza oggi misurabile) diminuisce rispettivamente dell’8,5% e del 17,3% se l’individuo dispone di uno o due alleli particolarmente ‘effi- cienti’ del gene che codifica la proteina 5-HTT (5-Hydroxytryptamine Transporter o proteina SerT), responsabile del ‘trasporto’ della serotoni- na attraverso la membrana cellulare). La vulnerabilità allo stress, inve- ce, aumenta se di quel gene è presente nel DNA la variante c.d. «corta». 5. Felicità/infelicità: una questione di «temperamento»? Non solo! In realtà da tempo si sapeva – grazie agli studi comparativi di Lykken e Tellegen (1996) su gemelli eterozigoti e omozigoti – che le variazio- ni nel livello di wellbeing sono largamente dovute a fattori genetici: fi- no all’80%. Non era chiaro però quali fossero tali fattori. Le scoperte di cui abbiamo appena dato conto confermano, con altre, una tesi che può non piacerci: cioè che la capacità di star bene con se stessi e con quanto si ha o, almeno, la capacità di stare ‘abbastanza bene’ a dispet- to di circostanze avverse – insomma, l’aspetto soggettivo del «benes- sere» – è almeno in parte condizionata dal temperamento individuale, inteso con ciò un insieme di disposizioni psicofisiche di tipo eredo- costituzionale, genetiche ed epigenetiche, difficilmente modificabili (e solo in parte passibili di correzione per via farmacologica), le quali tutte influiscono sull’umore prevalente. Fenomeno che non ha mancato di suscitare l’interesse degli «economisti della felicità», interessati alla misurazione di subjective wellbeing e life satisfaction (De Neve, Chri- stakis, Fowler, Frey 2012). L’importanza del temperamento risulta altresì confermata da una mole di studi su quel fenomeno che gli psicologi e gli economisti della felicità chiamano hedonic adaptation o hedonic treadmill. Non è solo che, per una sorta di «abituazione», la stragrande maggioranza delle persone – a dispetto di clamorosi cambiamenti in meglio (ma anche in 14 Sergio Caruso peggio) intervenuti nelle loro vite – risulta ben presto tornare al livello di felicità precedente. È che ognuno tende a ritornare al proprio, indi- viduale livello di felicità: il c.d. happiness set point o hedonic baseline che, per giunta, risulta in parte ereditario (Diener, Lucas, Scollon 2006). E allora? Dovremo forse concludere che non c’è niente da fare? Che in ogni popolazione una certa percentuale fissa di persone è predesti- nata, per via di una inguaribile vulnerabilità, a essere fatalmente infe- lice? Niente affatto. Certo: che una persona sia disforica, distimica, francamente ciclo- timica e/o socialmente vulnerabile può dipendere in parte – da tempo è noto – da livelli anomali di un enzima detto MAO (monoammino- ossidasi), che inattiva una serie di neurotrasmettitori, serotonina in testa; oppure può dipendere dal mancato utilizzo della serotonina da parte dei neuroni, per colpa di un gene ‘corto’ come detto. Viceversa, che un’altra persona sia poco portata a cronicizzare le ansie e ‘felice- mente’ capace di liberarsene in tempi brevi può dipendere dal fatto che possiede, nel suo DNA, una certa variante del gene FAAH (Fatty Acid Amide Hydrolase): quello che codifica l’enzima che decompone l’anandamide (Dincheva, Lee et al., 2015). Infine: che una persona sia più o meno intraprendente nel cercare di realizzare i suoi desideri è certamente condizionato dal livello sierico di testosterone e dunque, insieme con la dotazione genetica e con lo stile di vita, da fattori come il sesso e soprattutto l’età. Tuttavia, il ‘temperamento’ – antica paro- la con cui la medicina ippocratica designava l’equilibrio/disequilibrio degli ‘umori’, quando di ormoni e neurotrasmettitori nessuno poteva saper nulla – non è tutto. Alle difficoltà ambientali, al malessere del Sé psicofisico, l’Io può reagire in maniere diverse (concetto di coping), sviluppando difese non necessariamente patologiche e non necessaria- mente infelicizzanti. Se il temperamento è scarsamente modificabile, sul carattere, inteso come «sistema delle difese», è un pochino più fa- cile intervenire, specialmente (ma non solo) quando sia ancora in for- mazione: con mezzi psicologici, pedagogici, sociali, culturali. Quel che risulta più o meno vulnerabile/resiliente rispetto allo stress ambientale e rispetto alle offese della vita è l’identità complessiva di una persona, inteso con ciò l’asse Io-Sé (ovvero il modo in cui ognuno di noi si vive si racconta a se stesso e agli altri). Del resto, lo happiness set point cui ogni individuo tende a tornare dopo ogni cambiamento significativo intervenuto nella sua vita risulta, sì, essere «in parte» ereditario, ma solo in parte. Né c’è da stupirsene, Della felicità, tra filosofia e psicologia 15 visto che due fattori molto influenti in positivo sul benessere soggetti- vo sono un basso grado di neuroticism e quello che i cognitivisti chia- mano «locus of control interno», cioè la tendenza a imputare la ragione dei propri successi e insuccessi a sé stessi piuttosto che ad altre persone o cause esterne (Headey 2008). Sia l’uno sia l’altro fattore sono in par- te ereditabili, ma in parte appresi e, nel loro complesso, hanno a che fare con la formazione del carattere non meno che col temperamento. Il locus of control interno/esterno, poi, risente anche di differenze fra gruppi culturali, che non sono storicamente immodificabili. Un altro fattore chiaramente influente sul benessere soggettivo è l’età. Gli studi in materia, condotti sia da psicologi sia da economi- sti, sono numerosi e non sempre le conclusioni concordano. Tuttavia, sembra di poter affermare che coeteris paribus il livello di life satisfac- tion raggiunga il punto più basso, sia di qua sia di là dall’Atlantico, nel corso della mezza età (40-49 anni) per poi risalire verso l’alto dopo i cinquant’anni (per es. Blanchflower, Oswald 2008). Le ragioni sono poco chiare perché, rispetto ad altre classi anagrafiche, gli uomini e le donne di quella età risultano generalmente ben messi sia dal punto di vista psicofisico sia dal punto di vista economico. È dunque possi- bile che il minor grado di «soddisfazione» da loro complessivamente dichiarata dipenda dal fatto che – quali che siano le difese individuali di ciascuno, a livello sia psicobiologico (temperamento) sia psicodina- mico (carattere) – si tratta comunque del gruppo che un po’ dovunque risulta impegnato nel massimo di competizione ed esposto al massi- mo di stress. Ed è altrettanto possibile che la maggior soddisfazione paradossalmente dichiarata dalle persone di età più avanzata dipenda da una peculiare forma di apprendimento adattivo, nel senso di farsi capaci di abbandonare le ambizione irrealistiche o comunque irrealiz- zabili. In altri termini: la capacità di ridimensionare il livello di aspi- razione senza inficiare più di tanto il livello di autostima. Il guadagno che ciò comporta in termini di benessere soggettivo dipende certo da fattori endogeni (l’età del soggetto, la forza del carattere), ma non per questo solo ‘genetici’. Inoltre, e questo è l’argomento decisivo: le cospicue variazioni nel livello di wellbeing registrate da Lykken e Tellegen vengono imputate a fattori endogeni perché misurate a parità di condizioni. In altri termini: col temperamento (e col carattere), individui e popolazioni reagiscono in maniera più o meno «adattiva» alle condizioni oggettive del mondo esterno. Le quali, fuori del laboratorio, non sono certe fisse e costan- 16 Sergio Caruso ti. Per esempio: l’«allegria» (dal lat. alacer, attivo) consiste nell’essere ben contento di fare quel che si fa, ed è certamente espressione di un temperamento di fondo (in particolare di una giusta regolazione dei livelli di dopamina). Tuttavia, ed è fin troppo ovvio, che una persona sia allegra non dipende solo dal temperamento, ma anche della situa- zione (per es. quando si ride, nel cervello affluisce dopamina). È chiaro pertanto che una persona educata fin da bambina a stare in compa- gnia, e avvezza ad avere molti amici, o una persona che ha un partner divertente, saranno più allegre di chi se ne rimane da solo; è ben noto, nonché confermato da statistiche concordi, che avere molti amici co- stituisce un enorme fattore di protezione psicologica e che le persone coniugate sono mediamente più felici di quelle single. Questo per dire che temperamento e carattere stanno sì al cuore del benessere sogget- tivo e ne costituiscono, per così dire, il polo interno, ma il benessere complessivo emerge da un circolo interno-esterno che può essere ‘vi- zioso’, ma anche ‘virtuoso’. D’altronde, la peculiarità del genere Homo consiste – ben lo sap- piamo – nel fatto che non solo gli uomini si adattano all’ambiente, ma risultano capaci di modificare l’ambiente – individualmente e collet- tivamente – per adattarlo alle proprie esigenze. Col che si torna al be- nessere in senso oggettivo (ma non solo economico stricto sensu), la cui importanza ai fini della felicità di ciascuno e di tutti resta ovviamente intatta. L’ambiente – che per noi umani non è soltanto naturale, bensì anche e soprattutto sociale – conta, e come! È probabilmente vero che, per cause endogene, sempre ci saranno persone più felici e persone meno felici. Ma è anche vero che, modifi- cando le condizioni di vita (individuali o collettive), tutti possiamo es- sere più felici e ragionevolmente soddisfatti delle rispettive vite. Del resto, talune modifiche dell’ambiente esterno, concepibili in ter- mini di «benessere oggettivo», si ripercuotono sull’ambiente interno, nel senso che incidono nel medio periodo sulla identità delle persone. Fra cause esogene e cause endogene non è sempre possibile tracciare, nell’esistenza delle persone, un confine drastico. Certe riforme socia- li (nella sfera dell’educazione, negli ordinamenti della società civile) vanno per es. ad arricchire il capitale cognitivo e il capitale sociale dei singoli. Per non parlare della sanità, con i cui strumenti è possibile in- crementare in ogni senso, anche psicologico, il benessere delle persone. Sempre la «felicità pubblica» passa per il benessere e, se possibile, per la felicità degli individui; ma anche un po’ viceversa! Della felicità, tra filosofia e psicologia 17 Infine: per quanto difficile sia per le politiche pubbliche render- ci tutti ‘felici’, sarà sempre possibile per esse rendere un congruo nu- mero di noi un po’ meno infelici. Due soli esempi, fin troppo ovvi. A proposito della hedonic adaptation, si sa che ci sono eventi che fanno eccezioni: in particolare, chi acquisisce una disabilità grave può tro- vare una qualche forma di adattamento vagamente soddisfacente, ma difficilmente tornerà alla hedonic baseline che lo caratterizzava prima dell’incidente (Lucas, Clark, Georgellis, Diener 2003). Oppure: chi ha la disgrazia di vivere con un familiare seriamente psicotico e deve, da solo, farsene carico può trovarsi a vivere una vita anche più miserevole del malato che da lui dipende. Ebbene, in casi come questi, chi oserebbe dire che le politiche pubbliche non possono efficacemente a rendere le persone almeno meno infelici? La hedonic baseline di ognuno sarà pur difficile da cambiare, ma è pur sempre possibile aiutare la gente a non restare troppo indietro rispetto al proprio potenziale temperamenta- le e caratteriale. 6. Letizia, gioia, felicità Dunque: temperamento e carattere sono di estrema importanza, ma da soli non bastano: né per essere infelici, né per essere felici. Ognuno di noi ha bisogno di qualcosa di ‘altro’ da sé. Certo, la «perfetta letizia» che traspare dal volto di un perfetto francescano, capace di gioire del- la condivisione di quel poco che possiede, dipende – spesso – dal tem- peramento e in subordine dal carattere nonché dall’educazione; cioè, dipende da cause prevalentemente interne che poco risentono di beni posseduti o sperati. Nel latino della cristianità medioevale laetitia si oppone a tristitia: sul piano morale, come la generosità di un povero si oppone all’avarizia di un ricco; sul piano psicologico, come la sponta- nea cordialità di una persona «gioviale» si oppone alle caratteristiche «saturnine» del melancholicus (costantemente sdegnato e immotivata- mente severo con se stesso e con gli altri). Siamo dunque all’interno di una caratterologia morale, se non anche di una teoria degli umori. Ma generosità e cordialità sono solo disposizioni favorevoli: per tradurle in «letizia», il soggetto ha bisogno di un altro. Analogamente, la «gioia». Benché espressa in forme scarsamente cul- turalizzate e pressoché identiche in ogni contesto sociale, essa ha sempre a che fare col mondo esterno delle relazioni sociali. La gioia, infatti, è il 18 Sergio Caruso corrispettivo emotivo dell’achievement: il «premio» che l’organismo si dà quando uno dei sistemi motivazionali del cervello limbico raggiunge l’obiettivo. Per es. la ricongiunzione con un’oggetto amore – in parti- colare la persona che ti protegge (sistema affiliativo) o che senti di voler proteggere (sistema parentale) – oppure l’ascesa nella scala gerarchica che determina l’accesso a un bene limitato (sistema della dominanza) o magari la comprensione/soluzione di un problema difficile, sia esso un nuovo teorema da consegnare ai colleghi o un rompicapo senza importanza scherzando fra amici (pulsione di esplorazione-e-gioco). Il «giubilo», la «esultanza» e il «tripudio», come l’etimologia conferma, ne sono rispettivamente l’espressione vocale (gridare di gioia) e l’espres- sione cinetica (saltare di gioia, ballare di gioia). Momenti impagabili, perché chi grida di gioia, chi salta o balla di gioia appare ed è, almeno per un attimo, dimentico di tutto il resto: immune da ogni tristezza. Addirittura, suggerisce Pascal (cit. in Patrizii 2014: 122), la gioia costi- tuisce l’unica possibile «distrazione» dal pensiero della morte! Distra- zione effimera eppure efficace nel medio periodo, perché nella gioia il fatto di raggiungere un obiettivo lungamente sospirato viene parados- salmente vissuto come svolta e come ‘inizio’. Non dovremmo confondere la gioia, che è l’emozione di un mo- mento, con la felicità, generalmente riferita a un sentire più durevole e più complesso. La gioia sta alla felicità come l’estasi sta alla devozione, come l’orgasmo sta a un rapporto amoroso: essa è l’acme della felicità. Non a caso si dice «raggiante di felicità» perché la gioia, vissuta con tut- to il corpo, «se lit dans les yeux, dans le maintien, dans l’accent, dans la démarche, et semble se communiquer à celui qui l’aperçoit» (Rousseau 1776-1778: 9me prom.): essa è, per chi la guarda dall’esterno, una emo- zione ‘contagiosa’, che suscita emozioni altrettanto forti: gioia riflessa, se all’empatia (mediata dai neuroni-specchio) si aggiunge la simpatia, o magari invidia nel caso contrario. Una seconda differenza sta in ciò: che la felicità riguarda la persona e, se pure parliamo di «felicità pubblica», si tratta in ogni caso di una somma di esperienze private. La gioia invece, contagiosa qual è, appa- re passibile di trasmissione collettiva (come ben sanno gli antropolo- gi della «festa»: religiosa, politica, sportiva, musicale o di altro tipo). Tuttavia, la felicità – per essere qualcosa di più e di diverso dal sem- plice benessere – deve pur conoscere la gioia come momento inaugu- rale e/o come sua ‘punteggiatura’. Diciamo così, per scherzo (ma non tanto): se Felicità fosse un romanzo, Letizia sarebbe il nome dell’au- Della felicità, tra filosofia e psicologia 19 trice, benessere la qualità del registro narrativo, gioia la punteggiatura e… di piena «soddisfazione» l’epilogo atteso dal lettore, nel senso che poi «vissero felici e contenti»! La felicità sta per così dire ‘nel bel mez- zo’ di queste condizioni (letizia, benessere, gioia e soddisfazione): là dove esse s’incrociano e sfumano l’una nell’altra. Dal che deriva che la soddisfazione, per essere anche un po’ ‘gioiosa’, non può consistere nel mero soddisfacimento di bisogni primari ed essenziali, ma deve anda- re di pari passo con quello che una illustre tradizione francese – Féne- lon, Michelet, Zola – chiama joie de vivre (su ciò cfr. Harrow, Unwin, Freeman 2009). Se parliamo di cibo, il soddisfacimento sta alla soddi- sfazione come un’adeguata razione di calorie sta alla ‘buona tavola’; e la soddisfazione sarà ‘gioiosa’ se quella tavola costituisce pure una oc- casione di socialità, un momento non tanto fastoso quanto festoso, e magari un momento ludico di espressione di sé (come cuoco, o anche solo come commensale). Non a caso i teorici della self-actualization (Abraham Maslow, Carl Rogers) descrivono la joie de vivre come «the quiet joy in being one’s self» (Rogers 1961: 87-88). Analogamente Adam Phillips, uno psicoanalista britannico allievo di Winnicott, interpreta la joie de vivre come forma di comunicazione giocosa dell’Io col «vero Sé» (Phillips 1985: 446): dunque, come espressione creativa della iden- tità personale. Non è detto che la joie de vivre stia solo nel tempo libe- ro, ma certo, su questo terreno, essa costituisce l’esatto contrario della noia (mi riferisco a quell’uso gioioso del tempo che sta nel «coltivare le passioni»: Bellanca, Baron 2014: 159). C’è un sapore delle vivande, ma c’è anche un sapore del tempo. Ad esso si riferisce il filosofo Alain, quando scrive: «la felicità è il sapore stesso della vita», quando «agire è gioire» (cit. in Julia 1984, trad. it.: 92). 7. Del benessere, economico in particolare, ovvero: se il denaro faccia la felicità Che dire, allora, del semplice «benessere»? Di nuovo: è chiaro che la felicità ‘ha a che fare’ con esso, ma non è la stessa cosa. Rifacendomi alla distinzione di Geertz, un antropologo, fra thick descriptions e thin descriptions, distinguerei due maniere di descrivere e valutare ciò che abbiamo chiamato «benessere oggettivo»: l’una più qualitativa, l’altra più quantitativa. Segnatamente: un benessere thick, che coinvolge la vita di un individuo nel suo complesso – la «qualità 20 Sergio Caruso della vita», appunto – ed è più o meno corrispondente ai concetti di wellbeing e life satisfaction e, d’altro canto, un benessere thin, generica- mente consistente nella capacità di acquisire certi beni (quelli che Smith definiva necessities and conveniencies of life) e più o meno corrispon- dente ai concetti di welfare e comfort. Fino a ieri gli economisti – ma anche una certa sociologia dell’homo œconomicus – hanno ritenuto che solo il secondo fosse di loro competenza; né sarò io – dall’alto di una posizione privilegiata rispetto alla stragrande maggioranza degli esseri umani – a volere snobisticamente svalutare l’importanza del benesse- re economico. Tuttavia: come dimenticare che questa versione del be- nessere, in particolare le conveniencies and amusements of human life, altro non sono che le «vogliuzze» in cui lo Zarathustra nietzscheano fa consistere la squallida ‘felicità’ che hanno inventato per sé gli «ultimi uomini»: «una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fer- ma restando la salute […], e strizzano l’occhio» (Nietzsche 1883-1885, trad. it.: 12)? Il sarcasmo di Nietzsche sarà pure aristocratico ed eccessi- vo, ma egli coglie un problema reale: ci sono due versioni del benessere oggettivo che hanno con la felicità un rapporto ben diverso: un benes- sere generale, qualitativo, toto coelo, che possiamo considerare contiguo alla felicità, e un benessere stricto sensu economico che, fatte salve le necessities, ha con essa un rapporto più labile. Come stiamo per vedere. Nella varietà dei suoi aspetti, il benessere sta alla felicità come la condizione sta al processo che la produce. L’uno, il benessere, ha una connotazione statica: l’altra, la felicità, ha una connotazione dinami- ca. Infatti: con «benessere» siamo soliti intendere un insieme di con- dizioni di vita che favorevolmente caratterizza il vissuto di un certo momento o periodo. Però, attenzione: dagli organi di senso al cervel- lo, l’organismo umano è costruito per percepire le differenze. Dunque, per quanto il grado di benessere possa essere razionalmente valutato come soddisfacente, per essere emotivamente percepito come piacevole bisogna che il benessere cresca. Solo questo ci fa sentire felici. Da que- ste considerazioni parte il movimento «Psicologia della felicità», il cui Manifesto chiede agli psicologi d’impegnarsi nella ricerca di strumen- ti intesi a misurare la felicità oggettivamente vissuta come differenza intervenuta nel livello di benessere fra due stati successivi, e la felicità soggettivamente percepita come differenza intervenuta fra le relative valutazioni (Ubaldi et al. 2012). C’è dunque un nesso che lega la felicità alle variazioni positive del benessere (e la gioia al sentirsi protagonista di quelle variazioni). Per- Della felicità, tra filosofia e psicologia 21 tanto, sembra logico ipotizzare che variazioni positive del benessere (individuale e collettivo) comportino un incremento della felicità sia personale che ‘aggregata’. Ma che ne è di questo nesso quando guar- diamo in particolare al benessere economico? Non sono grandezze facilmente misurabili. Oggi sappiamo che il benessere economico non è la stessa cosa del reddito, per non parlare dell’autovalutazione della felicità che, come vedremo, è un dato alquan- to problematico; ma nel 1974 – quando ancora non si andava tanto per il sottile – fu Richard A. Easterlin, un economista californiano, il pri- mo che abbia cercato di stabilire una relazione matematica tra livello di felicità dichiarata e livello del reddito: il c.d. HIP (Happiness/Inco- me Paradox) o «paradosso di Easterlin», secondo cui all’aumentare del reddito la felicità aumenta con velocità decrescente fino a un cer- to punto oltre il quale comincia addirittura a diminuire (upside-down U-shaped curve). Più in dettaglio, Easterlin (1974; 2010) osservò che: (a) nel corso delle singole vite, la felicità delle persone dipende molto poco dal livello del reddito individuale; (b) all’interno di uno stesso paese, le persone dal reddito elevato non sono sempre né di molto più felici di quelle a reddito basso; (c) se guardiamo al reddito nazionale, i Paesi più poveri (reddito pro capite basso) non risultano essere signi- ficativamente meno felici di quelli più ricchi (reddito pro capite alto). Negli anni successivi queste conclusioni di Easterlin sono state in parte confutate, in particolare per quanto riguarda l’esistenza di una «curva a u rovesciata», nel senso che pare vero che la felicità misurata in funzione del reddito aumenti con velocità decrescente, e solo fino a un certo punto oltre il quale l’aumento è pressoché irrilevante, ma non pare vero che ulteriori aumenti del reddito comportino un decremento della felicità. Inoltre, per quanto riguarda il confronto tra paesi, non mancano vari casi in cui un reddito pro capite molto basso va di pari passo con un livello medio di felicità dichiarata esso pure molto basso e del pari casi in cui un reddito pro capite molto alto (per es. la Svizze- ra) in effetti va di pari passo con un livello di felicità anch’esso molto alto. Infine (ed è questa una obiezione metodologicamente molto for- te): pretendere di misurare la «felicità» senza aver bene chiarito – agli intervistati o almeno a se stessi – che cosa si debba intendere con tale termine e, peggio, assumere quale misura di un sentimento così com- plesso l’autovalutazione dell’intervistato sulla base di una scala unidi- mensionale a 5 se non anche 4 valori (come la scala di Likert proposta al campione) può condurre a risultanze alquanto discutibili. Nel senso 22 Sergio Caruso che si rischia di misurare, nella migliore ipotesi, la soddisfazione del momento piuttosto che la felicità (qualunque cosa essa sia). Ancor più di recente le stesse critiche mosse contro Easterlin sono state in parte ridiscusse e precisate. A parte quella relativa alle tecniche di misurazione del subjective wellbeing (su cui torneremo), le più im- portanti di queste precisazioni sono: quelle che distinguono, in ordine alla situazione economica degli individui, (1) fra reddito lordo, corri- spondente al PIL pro capite, e reddito disponibile, corrispondente al potere d’acquisto (che, al di sopra di una certa soglia, risulta in effetti debolmente correlato con la felicità) e – ancora più importante – (2) fra reddito e ricchezza (la quale comporta un sentimento di sicurezza che il reddito di per sé non garantisce). Peraltro, la distinzione reddi- to/ricchezza vale anche in ordine al punto (c). Infatti, ci possono es- sere paesi con un alto o altissimo reddito pro capite (per es. gli USA o gli emirati petroliferi del Golfo persico, Qatar in testa); e questi paesi in effetti non sono in testa alle classifiche ONU sulla felicità (le quali usano criteri di misurazione del wellbeing ben più complessi della rile- vazione di Easterlin: mi riferisco al World Happiness Report del 2013). D’altronde, i paesi in testa al WHR (Danimarca, Norvegia, Svizzera, Olanda, Svezia, Canada ecc.) sono tutti chiaramente paesi molto ‘ric- chi’, ma non solo in termini di PIL e di reddito pro capite, bensì anche in termini d’infrastrutture e di servizi pubblici (cioè in termini, diremo così, di patrimonio sociale). C’è dunque in effetti – nel confronto tra paesi, a dispetto del paradosso di Easterlin – una correlazione positi- va fra benessere economico e qualità della vita, fra ricchezza e felicità. Però, dobbiamo guardarci dall’interpretare questo nesso in termini di causa-effetto. Infatti, se guardiamo a questi paesi, la causa della mag- giore felicità sta piuttosto nel circolo virtuoso ricchezza-democrazia, dove la ricchezza contribuisce a legittimare e stabilizzare la democrazia, e questa favorisce il crescere della ricchezza (con particolare riguardo al patrimonio sociale e con effetti benefici sulla tutela dei diritti, sia umani che sociali, sulla sanità ecc.). A ciò si aggiungano le politiche pubbliche di stampo lato sensu ‘socialdemocratico’, che hanno l’effet- to di contenere la concentrazione del reddito, e le politiche urbanisti- che che, influendo sugli spazi di vita e di lavoro, possono sospingere verso forme di consumo – a parità di spesa – meno individualistico e più relazionale. Peraltro, se taluni paesi conoscono un circolo virtuoso fra ricchez- za e democrazia, benessere economico e qualità della vita, certi altri Della felicità, tra filosofia e psicologia 23 appaiono impigliati in quello che non potremmo definire altro che un circolo vizioso. Analizzando sotto molto profili la situazione degli Usa negli anni del credito facile che precedono l’erompere della crisi, Ste- fano Bartolini ha convincentemente dimostrato, dati alla mano, l’esi- stenza di un nesso perverso tra una certa cultura del consumismo, che genera povertà relazionale, e povertà relazionale, che rinforza la cultu- ra del consumismo (Bartolini 2014: 23-24). Alla faccia del PIL, che nel frattempo cresceva rapidamente. 8. Il consumismo come «economia del pathos» A conclusioni analoghe perviene per tutt’altra via Benjamin Barber. Se Bartolini è un economista, Barber, docente di Civil Society nell’Uni- versità del Maryland, è un maestro della filosofia politica. Soprattutto a lui (e ad Axel Honneth) si deve l’identificazione del «riconoscimento» come tema cruciale del mondo contemporaneo. Di una qualche for- ma di riconoscimento non possiamo fare a meno per ‘sentire’ la nostra identità ed esserne sicuri. Ogni società risolve la faccenda in forme che la caratterizzano. Ma che succede quando il riconoscimento passa prin- cipalmente per il consumo? Che succede quando l’essere e l’esserci sono mediati dalla merce? «Consumo, dunque sono»: lo leggo nello sguardo degli altri che sorregge la mia identità. Keeping up with the Joneses: era il titolo di una comic strip già nel 1913 ed è diventato un motto che ri- assume uno stile di vita, quello della vicendevole rincorsa sul terreno della spesa vistosa. A suo modo funziona, sì, ma a quale prezzo (ed è chiaro che non stiamo parlando del prezzo di mercato di ciò che vado comprando)? L’identità del consumante non rischia di venire essa pure consumata? Questo il tema di un libro di Barber (2007), provocatorio fin dal titolo: Consumed! A conclusioni ancora analoghe perviene un giovane filosofo, Silve- rio Zanobetti (2015), attingendo da un lato a Marx e Freud, dall’altro a Baudrillard e Klossowski. Secondo Baudrillard, il capitalismo moderno, fondato sulla mercificazione universale, si caratterizza per l’asservimen- to dello «scambio simbolico», momento espressivo di sé all’interno di relazioni all’insegna della libertà, allo «scambio economico», che non consente ruoli diversi da quelli del servo o del padrone (dove ‘padrone’ sarà di volta in volta colui che è in grado di comprare la merce dell’al- tro). Nel capitalismo postmoderno, fondato sull’artificializzazione del 24 Sergio Caruso desiderio e sul consumo forsennato di beni inutili, le merci sembrano ritrovare una valenza simbolica, ma non si tratta in verità di «simboli» (espressivi di qualcos’altro e realmente connessi con l’identità di colui che li esibisce), bensì di «simulacri» (puri e semplici fantasmi del deside- rio). In altri termini, quello che Veblen chiamò «consumo vistoso» non serve oggi a simbolizzare una propria identità (neppure l’identità socia- le di classe), ma solo a simularla. Nelle forme stereotipate che la produ- zione di massa suggerisce, aggiunge Klossowski. Di tutto ciò abbiamo una oscura consapevolezza; ma paradossalmente da questo malconten- to, da questa impossibilità d’individuarsi, l’«uomo senza qualità» non ricava altro che una rincorsa senza fine verso sempre nuovi simulacri; nella speranza che l’ultimo prodotto suggeritogli serva a neutralizzare il dis-essere, a tamponare le falle dell’identità personale. Speranza va- na perché – all’interno di quella che Zanobetti, nel solco di Klossowski, chiama «economia perversa» – il valore di scambio sovrasta e sospende il valore d’uso, talché degli oggetti di consumo è solo possibile godere nel momento dell’acquisizione, ma senza mai ricavarne una vera sod- disfazione. L’orgia del consumismo rassomiglia dunque all’orgia sadia- na. Klossowski parla pure a questo riguardo di «economia del pathos», per significare che ben di rado l’oggetto di consumo riesce ad assumere, nelle nostre vite, una qualche profondità di senso (come valore d’uso con- gruo col nostro modo di essere), ma per lo più viene pregiato solo per le sensazioni ed emozioni che è superficialmente in grado di suscitare. Adam Smith – la cui teoria dei bisogni e dei beni capaci di soddi- sfarli (Caruso 1995: 38-41) era molto più articolata e raffinata di quella successivamente invalsa fra i suoi supposti seguaci, «smithiani imma- ginari» (Caruso 2012: 95-97) – parlava, accuratamente distinguendole fra loro, di necessities and conveniencies of life. Oggi dovremmo forse aggiungere una terza categoria di beni e servizi: i thrills, se non anche i tantalizers of life! Che sono poi gli oggetti del pathos analizzato da Zanobetti. Una situazione che ha molto a che fare con l’odierno preva- lere – tanto nei rapporti sociali quanto nella comunicazione intrapsi- chica – di quella forma egemone dell’interlocuzione che Lacan (1972) chiama Discorso del Capitalista: una variante del Discorso del Padro- ne, che sostituisce l’interdizione del desiderio con l’ingiunzione di go- dere (lo capiremo meglio quando vedremo, fra poco, la differenza tra felicità e «godimento»). A proposito di rapporti sociali: Irene Battaglini (2015) ha giu- stamente paragonato il tipico soggetto di questa «economia del pa- Della felicità, tra filosofia e psicologia 25 thos» descritto da Zanobetti al «carattere mercantile» descritto da Erich Fromm e aggiornato da Rainer Funk. Per restare in ambito psicoanalitico, a me pare che la ricerca di beni-simulacro e l’identità simulata che caratterizzano questo soggetto possano essere utilmente compresi, rispettivamente, come «transfert di oggetto-Sé» (nel senso della Self Psychology di Heinz Kohut) e come «falso Sé» (nel senso di Donald Winnicott). Ma sia chiaro: tanto Kohut quanto Winnicott de- scrivono forme di malessere, non certo di benessere! 9. Perché il PIL non misura la qualità della vita Quanto al PIL: che esso costituisca un indice affidabile del «benes- sere» comunque inteso, fosse pur solo in senso economico, viene oggi contestato con eccellenti ragioni da chiunque sia capace di pensare con la sua testa (per limitarsi ad alcuni studiosi italiani: Luciano Gallino, Claudio Gnesutta, Giorgio Ruffolo). Le ragioni principali sono quat- tro. Primo: fondato com’è sulle transazioni monetarie, il PIL ignora ogni altra attività (con risultati a volte paradossali). Secondo: le cifre del PIL pro capite prescindono completamente dalla distribuzione del reddito, cioè dalle diseguaglianze: maxi-stipendi del top management e pensioni d’invalidità ‘fanno media’ (dal che deriva un indice che non solo ignora ogni questione di giustizia sociale, ma dice anche poco sul piano strettamente economico per quanto riguarda la propensione al consumo di quel paese). Terzo: esso ignora del pari il consumo delle risorse non rinnovabili, talché per es. la deforestazione dell’Amazzonia compare all’attivo (legname), ma non anche al passivo (clima). Quarto: esso iscrive fra le voci ‘attive’ ogni produzione per quanto nefasta (dai programmi televisivi che glorificano la violenza alle armi chimiche). Per questi motivi il PIL va ritenuto un indice carente e poco affi- dabile quale misura della qualità della vita. Ad essi però si aggiunge un quinto motivo, che riguarda in particolare i paesi ricchi. Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno dimostrato che «appena una nazione viene ammessa al rango dei ricchi, ogni ulteriore aumento di reddito si fa meno influente» per tutto ciò che riguarda l’effettiva qualità della vita. In altri termini: una crescita dello zero-virgola-qualcosa non ci fa stare meglio. Wilkinson e Pickett, che sono due epidemiologi bri- tannici e di numeri se ne intendono, hanno messo in relazione le cifre della Banca Mondiale con una serie di statistiche dell’ONU, integrate 26 Sergio Caruso da duecento studi di settore: dati relativi a cose oggettive come la dif- fusione di certe malattie, i livelli di criminalità, il numero degli asili nido, il riciclaggio dei rifiuti ecc.; ma anche dati relativi a talune varia- bili psicologiche come i livelli medi di autostima o l’indice di fiducia reciproca. Hanno così scoperto che, fra i paesi al di sopra di un certo livello economico (Occidente + Giappone), le differenze emergenti nel PIL (sia complessivo che medio pro capite) sono scarsamente correlate con salute, sicurezza, livello dei servizi, qualità dell’ambiente, soddi- sfazione generale. Qualcuno dirà: ovvio, è la legge dell’utilità marginale decrescente, ben nota agli economisti. Qualcuno dirà che intervengono ragioni di ordine psicosociologico già evocate da Easterlin (1995): di pari passo con la ricchezza di un paese aumentano aspettative ed esigenze dei cittadi- ni; inoltre, si mettono in moto il «tapis roulant posizionale», versione collettiva del hedonic treadmill di Helson (1964), e il «paradosso della scelta» (Schwartz 2004), secondo cui le «opzioni multiple», caratteri- stiche di una società affluente, inducono nel consumatore un peculiare malessere e l’ansia ricorrente di fare sempre la scelta ‘sbagliata’ (su tut- to ciò cfr. Pettini 2015: 72-73). Ma tutte queste spiegazioni, per quanto raffinate, non danno ragione di quanto messo in luce da Wilkinson e Pickett: la scarsa correlazione che, oltre una certa soglia, si dà fra PIL e qualità della vita e, dunque, l’inafferenza della crescita economica così misurata a qualunque nozione del wellbeing, per non dire della fe- licità. Non ne danno ragione, perché la qualità della vita misurata dai due epidemiologici britannici non riguarda solo il benessere soggetti- vo autovalutato in termini di life satisfaction, ma una varietà di aspetti del benessere oggettivo. L’utilità marginale decrescente, l’effetto tapis roulant e il paradosso delle opzioni multiple sono nozioni tutt’altro che vane; ma non spiegano affatto perché mai gli Stati Uniti dovreb- bero avere un’aspettativa di vita alla nascita fra le più basse del mondo sviluppato (perfino più bassa di paesi che hanno un reddito pro capite molto inferiore, come la Grecia) e, per contro, una mortalità postnatale di molto superiore. Né danno conto del decremento di talune variabili psicosociali come l’indice di fiducia reciproca. Dunque: le ragioni sono altre. Anzi, come usava dire negli anni Set- tanta, «la ragione è politica». Infatti, Wilkinson e Pickett hanno fatto una ulteriore scoperta, stavolta in positivo: le cifre che rispecchiano la qualità migliore/peggiore della vita in ciascun paese sono fortemen- te correlate con l’indice di eguaglianza/diseguaglianza dei redditi nel Della felicità, tra filosofia e psicologia 27 paese stesso. Indice espresso nel modo più semplice e secco, come rap- porto fra le entrate complessive del quintile più ricco e quelle del 20% più povero. Quanto più aperta la forbice tra ricconi e poveracci, tanto peggio per tutti. E viceversa. Si noti: peggio e meglio per tutti, non so- lo per i ricchi o per i poveri. Perché il nostro essere «animali sociali» sospinge in parte verso la competizione, ma in parte verso la coope- razione (dimensione che le diseguaglianze eccessive deprimono, con effetti deleteri su tutta la vita sociale). D’altra parte, concludono i due autori, «il dato entusiasmante che emerge dalla nostra ricerca è che, ri- ducendo la disuguaglianza, è possibile accrescere la qualità della vita di tutti», ricchi compresi (Wilkinson, Pickett 2009). Del resto, fermo restando che il benessere economico di un paese è solo una componente della qualità della vita, se anziché guardare al PIL pro capite guardassimo al reddito mediano (quello che divide la popolazione a metà), la nostra immagine del benessere economico già cambierebbe. Per esempio: negli USA il reddito mediano è oggi infe- riore a quello degli anni Novanta; il che vuol dire che la maggioranza della popolazione sta peggio anche dal punto di vista strettamente eco- nomico, a dispetto del PIL pro capite che risulta aumentato. 10. L’equivoco dell’insaziabilità Peraltro, la qualità della vita è un’altra cosa: fortemente condizio- nata dalle politiche pubbliche e irriducibile alla quantità dei bisogni che il reddito consente di ‘soddisfare’. Questo è un punto chiave, dove l’«economia della felicità» ha molto ancora da apprendere dalla psi- cologia: la natura e la qualità dei bisogni. Finché non usciremo dalla confusione terminologica e concettuale fra bisogni, desideri, pulsioni, domande, preferenze ed esigenze; finché non capiremo che l’insaziabi- lità del desiderio, allegramente presupposta da tanta parte della teoria, maschera la precaria saturazione di «bisogni sostitutivi» espressione di un Sé malato (Longobardi 2014; Pettini 2014) ogni «economia della feli- cità», per quanto bene intenzionata, rischia di essere perfino fuorviante. Dice bene Stiglitz (cit. in Pettini 2014: 67): l’insaziabilità del desi- derio sarà pure un fatto, che economisti e sociologi ‘osservano’; ma si tratta di un fatto socialmente costruito, che ben poco ha a che fare con la natura umana. L’antropologa Mary Douglas propone a tale riguar- do un «modello cibernetico della domanda» – cioè un modello TOTE 28 Sergio Caruso (Test-Operate-Test-Exit) – che dipende largamente dal tipo di comu- nità. Entro tale modello la domanda di beni viene attivata in ognuno di noi da esigenze squisitamente relazionali, cioè dal desiderio di cor- rispondere alle aspettative che gli altri (quelli che sono variamente in relazione con noi) hanno nei nostri confronti. La loro risposta funge dunque da feedback, negativo o positivo, secondo che mi faccia sentire congruo con quelle aspettative oppure inadeguato. Il feedback negativo è un segnale che ‘spenge’ il comportamento acquisitivo (exit), mentre quello positivo è un segnale che lo mantiene ‘acceso’ (operate). La bor- ghesia vittoriana, sotto la patina moralistica, non era affatto aliena dal consumo (ivi compresi certi lussi, seppure non ostentati) e chi restava al disotto di certi standard poteva anche incontrare una severa ripro- vazione; adeguarsi tuttavia non era impossibile, perché quella società stabiliva «la gamma di cose che sono appropriate per questa o quella occasione (il tè all’ora del tè, lo sherry all’ora dello sherry, le scarpe giu- ste, la cravatta nera)». Entro quel quadro sociale fortemente struttura- to – osserva l’antropologa britannica – il desiderio non era insaziabile. «Ne consegue che desideri insaziabili sorgono solo in ambienti sociali non strutturati» (Douglas 1995). 11. La felicità non va confusa con la «beatitudine» Finora abbiamo parlato di condizioni variamente piacevoli – ultimo il benessere – che alla felicità sono contigue. Ci resta da parlare di due condizioni che, pur essendo per definizione intensamente piacevoli, con la felicità sanamente e realisticamente intesa hanno in realtà ben poco a che fare: il godimento e la beatitudine. Infatti, l’uno corrispon- de a uno stato permanente di massima eccitazione, l’altra a uno stato permanente di massima sedazione, che, nella loro assolutezza, mal si confanno con l’auspicabile varietà di una vita compiutamente umana. Godimento e beatitudine sono due condizioni che, benché polarmente opposte, rassomigliano entrambe alla patologica dipendenza del sog- getto da un qualche ‘oggetto’ che non gli permette di pensare ad altro; ma soprattutto gli permette di mettere fra parentesi ogni problema re- lativo al senso della vita. Come succede per es. nella sovraeccitazione euforica del cocainomane e nella nirvanica sedazione dell’eroinoma- ne: un buon esempio per capire che l’intensità estrema del piacere (sia che nasca dalla insaziabilità del desiderio, sia che nasca dalla estinzio- Della felicità, tra filosofia e psicologia 29 ne dello stesso) non può di per sé coincidere con alcuna definizione di «normale, comune felicità» (Caruso 2006). In realtà, godimento e beati- tudine rassomigliano piuttosto: l’uno al polo maniacale della sindrome bipolare (non c’è bisogno di spiegare perché) e l’altra al polo depressivo (se non in termini di depressione dell’umore, almeno in termini di de- pressione dello slancio vitale: non a caso «beati» per eccellenza sono, nella tradizione cristiana i morti accolti in Paradiso). Se guardiamo all’Odissea, godimento e beatitudine vi compaiono come due tentazioni mortifere cui l’eroe omerico viene esposto nella sua peripezia. Tentazioni che – nell’ambito di tutt’altro discorso – Horkhei- mer e Adorno (19471, trad. it.: 40-43, 52-89) leggono come forme diverse del cedimento dell’Io e forme opposte di un medesimo cupio dissolvi: ri- flusso nella natura e «abbandono di sé ad altro». Proprio questo, infatti, sarebbe il destino di Ulisse, per eccellenza immagine dell’Io, se cedes- se alle tentazioni: da un lato al canto delle Sirene e all’invito dei Loto- fagi, promesse di vita beata; dall’altro, alle lusinghe sensuali di Circe, promesse di vita gaudente (con cui la perfida maga «concede la felicità e annulla l’autonomia di colui che rende felice»: Sorrentino 2015: 37). Guardiamo adesso in particolare alla beatitudine. Essa altro non è che una soddisfazione elevata al massimo grado: una contentezza senza riserve, la condizione di un soggetto assolutamente appagato che nulla può chiedere di più. Come dice Piccarda, la prima anima beata in cui Dante s’imbatte: «Frate, la nostra volontà quieta / virtù di carità, che fa volerne / sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta» (Par. III, 71-72). Si tratta di una condizione passiva e statica, dove nulla è richiesto se non l’adorazione. Lo conferma l’etimologia latina. Beo (cfr. l’arc. dveno, più vicino al sanscrito) significa «fare star bene» (forse anche nel senso di far cre- scere e perfino di arricchire, cioè: fare/dare il «doppio», duo/dvi). Pe- rò, attenzione: colui che fa o dà è un altro, un terzo. La condizione edenica – scrive James Hollis, uno junghiano – è sempre immaginata come opera di un «Magical Other» (Hollis 1998). Analogamente, ma in quadro diverso, Erich Fromm (19411) aveva parlato del «Magic Helper»: fantasia largamente inconscia di dipendere assolutamente da una fonte di potere esterno in qualche modo ‘divinizzata’, sia esso il partner di un relazione romantica nella vita privata o un leader politico nella sfera pubblica. Dall’obbedienza al Magic Helper, generalmente personifica- to da un «carattere autoritario», la persona eteronoma confida «to get everything one expects from life» (Fromm 1969: 197-199; Rudnytsky 30 Sergio Caruso 2015: 6-7). Non ci stupiremo, dunque, che l’aggettivo beatus nasca co- me participio passato di beo: esso designa «colui che viene beneficato»: figura passiva, che nulla deve fare se non ricevere e, grato, cantare le lodi di chi tale lo rende. Da questo punto di vista, la ricerca della «feli- cità» da un lato e la graziosa concessione della «beatitudine» dall’altro sono due concetti che si collocano agli antipodi: come il più laico dei fini, da un lato, e quello meno disgiungibile dalla religione dall’altro. Si badi bene: l’afferenza della «beatitudine» al campo lato sensu re- ligioso non è solo di ordine storico-culturale (le immagini del Paradiso nelle religioni monoteistiche), bensì di ordine psicologico-profondo e in qualche modo metafisico. Infatti la beatitudine, per essere soddisfazione assoluta e contentezza senza riserve, deve escludere ogni preoccupazione non solo per il presente, ma per il futuro. Ivi compreso il timore della morte. Insomma, dev’essere pensabile come eterna. Il sogno – perché di questo si tratta – è quello di vivere per sempre «felici e contenti»: un tipo di felicità immune da ogni cambiamento sia interno che esterno. Ma proprio per questo, si tratta di «un état permanent qui ne semble pas fait ici-bas pour l’homme» (Rousseau 1776-1778: 9me promenade). Le religioni monoteistiche risolvono il problema collocando il para- diso nell’Aldilà. La psicoanalisi insinua il sospetto che questo «al di là della morte» sia in realtà un «al di qua della nascita» e che l’immagine del paradiso trasfiguri la nostalgia, tipicamente adulta, per lo stato di simbiosi reale che caratterizza la vita fetale (all’interno di un grembo materno che tutto provvede) e/o per la fusione immaginaria del bambi- no con la madre che caratterizza la vita neonatale (prima della «nascita psicologica» come individuo). Se questo è vero, non c’è da stupirsi che il giardino dell’Eden costituisca una «situazione archetipica», per dirla con Jung, o una «preconcezione mitica», come sostiene Bion. C’è da chiedersi a questo punto quali possibili traduzioni possa tro- vare la beatitudine sul terreno politico. La domanda è lecita perché non ci sono solo le religioni tradizionali, che promettono la beatitudine ce- leste, ma anche le «religioni politiche» che cercano il paradiso in terra: un paradiso garantito da uno Stato-Dio. La risposta, io credo, è la se- guente: dalla (terribile) confusione tra felicità e beatitudine derivano, sul terreno politico, due possibili conseguenze. Nella migliore ipotesi, avremo una certa concezione esasperata e deresponsabilizzante del Wel- fare «dalla culla alla bara» (espressione che non a caso evoca situazioni un po’ infantili un po’ mortifere), ovvero uno Stato-Madre che previene i bisogni dei cittadini e, col rispondere in forme burocratiche, ne sor- Della felicità, tra filosofia e psicologia 31 veglia e ne omologa le vite. Nella peggiore ipotesi avremo l’ideologia millenaristica – «neognostica», precisa Eric Vögelin – dei movimenti totalitari che promettono il paradiso in terra; ma nel frattempo, ascesi al potere, mandano al rogo come eretici tutti quelli che non vogliono crederci. Col che di nuovo i due concetti di «beatitudine» e di «felici- tà» si dimostrano antitetici, perché la beatitudine graziosamente pro- messa dallo Stato totalitario evoca una condizione collettiva dove tutti saranno egualmente beati, ovvero felici nello stesso modo (al limiti feli- ci d’indossare la stessa uniforme come nella Corea del Nord), mentre l’autentica felicità resta una idea inevitabilmente individualistica, per ognuno connessa con un peculiare stile di vita che consiste – direbbe Sen – in una personale combinazione di «funzionamenti». Ed è per questo che la quest for happiness risulta per ogni Stato totalitario una idea blasfema e sovversiva. Si tratta infatti, per dirla con Franco Cas- sano (1993) di una felicità terrestre più che terrena, la quale – perfino quando nasce da un’impresa collettiva – non ha bisogno di martiri o, se proprio ne ha bisogno, non se ne compiace affatto. La beatitudine del paradiso – di qualsivoglia paradiso – non è solo uno stato piacevole, ma è o finisce per essere l’immagine stessa del pia- cere. Per l’esattezza, la beatitudine edenica è – in termini freudiani – la rappresentazione oniroide del «Principio del piacere» che trionfa sul «Principio di realtà», dell’Es che trionfa sull’Io. Il mondo reale, inte- so come ciò che si oppone al soddisfacimento completo e immediato delle pulsioni, semplicemente non esiste più; e con questa «fantasia di sparizione» di probabile origine neonatale (Fagioli 2009) ogni tensio- ne, ogni conflitto si dissolvono. Il prezzo da pagare per tenere in vita questo sogno è in realtà molto alto, perché insieme con la tensione del desiderio, insieme col contro-investimento delle pulsioni, è l’Io stesso che sparisce (mentre il Sé resta in balia di un Noi). Non è per caso che Piccarda – nei versi appena citati, per spiegare a Dante cosa è la bea- titudine – gli parli come un Noi, non come un Io (e precisamente in questo senso sospingono i regimi totalitari). 12. La felicità non va confusa col «godimento» Ed eccoci al «godimento». Per evocare la sua natura paradossale, Lacan (1969-1970, trad. it.: 85) evoca il mito delle Danaidi che, avendo tutte, per ordine del padre, ucciso il marito durante la prima notte di 32 Sergio Caruso nozze, furono condannate da Zeus a riempire perennemente d’acqua una gran botte dal fondo bucato (immagine del corpo gaudente, che nessun piacere basta a saziare: Fiumanò 2010). Siamo nel Tartaro e non per caso il mito greco, e Lacan, ci danno l’immagine di un supplizio; infatti, col godimento le cose stanno all’in- verso della beatitudine. Il Beato se ne sta in un mondo senza bisogni, che ignora la distinzione soggetto/oggetto: al di qua del desiderio, al di là della morte. Al contrario il Gaudente vive in un mondo pieno di ‘oggetti’, alla ricerca di uno in particolare (l’oggetto del suo desiderio) e questa ricerca forsennata lo tiene sempre sul confine fra la vita e la morte. Come la Piccarda dantesca è una figura emblematica della be- atitudine, così il don Giovanni mozartiano è la figura emblematica del godimento. Quel don Giovanni cui Hegel allude – nella fenomenologia dello spirito soggettivo – quale primo ‘momento’ di una volontà ancora immatura, dove ciò che conta è solo la quantità, non la qualità del vo- luto. Quel don Giovanni in cui Kierkegaard (1843) raffigura lo «stadio estetico» dello sviluppo umano nella forma del «demoniaco sensuale»: diverso dal «demoniaco spirituale» di Faust, ma di questo altrettanto insaziabile per quanto riguarda la quantità delle sensazioni ed emo- zioni ricercate. Il guaio, come vedremo, è che nelle condizioni di vita odierne siamo un po’ tutti don Giovanni: quanto meno nel senso di erotizzare il consumo (ma non solo). Dal punto di vista psicologico è lo stesso: se guardiamo al livello di arousal, beatitudine e godimento si confermano condizioni opposte, che stanno fra loro come la morfina e la cocaina (e come la morfina e la cocaina, nulla hanno in comune se non la fuga dalla complessità della vita). Infatti: l’una è uno stato di sedazione dove l’Io si assopisce; l’altro, invece. è uno stato di eccitazione perdurante, dominato dalla maniacalità. Nel godimento l’inflazione dell’Io, il senso di onnipotenza non sta però nella fusione con un Altro onnipotente alla presenza del Quale non c’è più niente da desiderare (come nella beatitudine), bensì diventa la pretesa capacità – meglio: la folle speranza – dell’Io di rea- lizzare il proprio desiderio per mezzo di un oggetto che Lo sostituisca nel mondo reale. Ma poiché si tratta di un desiderio impossibile, l’o- stinazione dell’Io mette in moto una rincorsa senza fine. Il godimento sta dunque – bensì – al polo opposto della beatitudine perduta, però anche ne costituisce, per chi non si rassegna, un risarci- mento in forme surrogatorie. Parafrasando Simone Weil, il godimento è l’Ersatz temporale della beatitudine eterna. Da ciò le caratteristiche Della felicità, tra filosofia e psicologia 33 ‘demoniache’ di chi gli si dedica (come la grande arte non ha mancato di rappresentare: basta pensare al Faust di Goethe). Egualmente bisogna sottolineare che il godimento, a dispetto dell’e- timo comune («gioia» viene dal lat. gaudia attraverso il provenzale joie), non ha nulla a che spartire con la gioia. Infatti, questa corrisponde – co- me detto  –  all’achievement, cioè a un’autentica conclusione, mentre quello consiste nel prolungamento artificioso e/o nella iterazione – pia- cevole sì, ma certo non ‘gioiosa’ – di quel momento della pulsione ani- male che gli etologi chiamano «atto consumatorio». All’insegna di un desiderio che non si estingue mai perché mosso dall’immagine di un ‘oggetto’ sostanzialmente irraggiungibile, la cui surrogazione conosce un numero di varianti potenzialmente infinito. Il piacere che se ne ricava è intenso, ma effimero: «attimo, fermati, sei bello!». E poiché fatalmen- te non riusciamo a fermarlo, la «delizia» reclama continue ripetizioni; è una voluptas che afferra e sottomette la voluntas. Lacan (1972-73) ri- assume tutto ciò con una sola parole: ancora! In questo senso il godimento è un inganno: de-liciae sono in latino le cose ti prendono «al laccio». Per meglio dire, un auto-inganno: qualco- sa che ha dunque parecchio a che fare con l’inconscio freudiano. E una forma di asservimento, nonché di auto-asservimento. Infatti – spiegano Lacan e, sulle orme di questi, Legendre (1976), il godimento (jouissance) è sempre un «godere del potere» (jouir du pouvoir): del potere attiva- mente esercitato su di altri per mezzo dell’oggetto, vissuto come pro- lungamento di sé e strumento di maggiore potenza (questa l’«ebbrezza» di Faust); però anche del potere passivamente subito su di sé da parte dell’oggetto stesso. Per questo, ogni godimento è sempre, in un certo senso, «fallico»; col che Lacan intende che in definitiva «non si gode che di sé», e sempre ‘da soli’ quando pure si fosse in compagnia. È ab- bastanza evidente, dunque, la prossimità del godere a forme di ricerca del piacere immature, narcisistiche o perverse quali: masturbazione, feticismo, sadomasochismo. Ed è significativo che Freud, sempre at- tento alle parole, parli di Befriedegung come «soddisfacimento» della pulsione in generale, ma preferisca il termine Genuss quando si tratta di pulsioni perverse. Non a caso – nota Marisa Fiumanò (2009) – Lacan sceglie di tra- durre il Genuss freudiano come jouissance. Infatti, sia «godimento» che jouissance sono – in italiano come in francese – termini giuridi- co-patrimoniali, che corrispondono alla facoltà di fruire e disporre, in tutto o in parte, di qualcosa: si pensi alla proprietà (romanisticamente 34 Sergio Caruso concepita come jus utendi et abutendi) o ai «diritti reali di godimento» (come l’usufrutto). Dove ciò di cui ‘godo’ – nel senso giuridico – non è tanto l’oggetto posseduto, che può anche essermi indifferente, quan- to l’esercizio di un diritto che mi viene riconosciuto su di esso: il fatto che quel potere è ‘mio’. Un buon esempio di jouissance è quella scena immaginata dal mar- chese de Sade dove qualcuno si masturba di fronte a un mucchio di lu- igi d’oro. Niente di strano, commenta Goux (1975): insistere su fantasie di piacere senza limite semplicemente accarezzando, nel proprio oro, lo strumento dello scambio sta alla masturbazione come il godimen- to economico sta a quello propriamente sessuale. In ambedue i casi, la concentrazione narcisistica su una parte di sé (del patrimonio, del corpo) sostituisce l’investimento affettivo sul mondo esterno. Del re- sto, per capirlo non c’è bisogno di Lacan, basta Walt Disney! Quando Paperon de Paperoni si tuffa e nuota nelle sue monete d’oro, è chiaro che «gode»; ma a nessuno, neanche al povero Paperino, verrebbe mai in mente di dirlo «felice». 13. La società del Godimento: felici a tutti i costi! Se la società della Beatitudine si perfeziona politicamente nello Stato totalitario, col coro dei beati che canta le lodi di un capo divinizzato, quale può essere invece la società del Godimento? Dopo quello che già si è detto sulla odierna «economia del pathos» come degenerazione del benessere oggettivo, la risposta è ovvia: la società del Godimento è quella in cui viviamo. Su ciò converge un bel numero di studiosi – psicoana- listi, ma non solo: Žižek (1992; 1994), Todd McGowan (2003), Charles Melman (2009), Marisa Fiumanò (2009; 2010), Massimo Recalcati (2010; 2012) – i quali tutti, ripartendo da Lacan, si sono interrogati su talune caratteristiche dell’epoca nostra; per meglio capire le «ragioni del ma- lessere nella cosiddetta “seconda modernità”, un’epoca che ha il godi- mento come bandiera e l’eccesso come modello» (Fiumanò 2010: 149). Secondo Slavoj Žižek, il Grande Altro dell’immaginario individua- le si viene modellando su quello dell’immaginario collettivo: una spe- cie di fantasma condiviso, che viene da tutti noi vissuto un po’ come l’anima del corpo sociale, l’anima di quello che i francofortesi chia- mavano il Sistema. Ma che cosa vuole che vogliamo, questo fantasma? Qual è il suo desiderio e quale, dunque, ha da essere il nostro? Coniu- Della felicità, tra filosofia e psicologia 35 gando Lacan con Hegel, Žižek (1992) legge nel Grande Altro una serie di «contraddizioni» – del tipo: ubbidisci/sii autonomo, lavora/diver- titi – le quali rispecchiano, nella sfera politica, la classica antinomia Stato/Individuo e, nella sfera economica, l’antinomia fra tempo di la- voro e tempo libero. In queste contraddizioni, in questo double bind, appare impigliato quello che (con Weber) chiameremo lo «spirito del capitalismo». Ed è proprio al compito impossibile di risolvere queste contraddizioni che sono chiamati gli ordinamenti simbolico-normativi in cui siamo immersi e che – meglio – ci attraversano. Orbene, scrive il filosofo sloveno: per lungo tempo e fino a ieri l’etica sociale, pur fraseo- logicamente esaltando l’individuo, ha privilegiato il sacrificio; adesso, invece, al momento del sacrificio subentra – quale sua antitesi – il mo- mento del godimento. Di pari passo col declino dello Stato e col pri- mato neocapitalistico del consumo sulla produzione, c’è stato – scrive Žižek (1994) – un «fallimento degli ordini simbolici» che sembra avere sciolto le briglie che tenevano a freno l’individuo. Ne deriva una sorta d’inversione dell’etica corrente e della psicologia che nel profondo la sorregge: diremo così, il passaggio dalla tradizionale egemonia del Su- perio (che proibisce di godere) alla nuova egemonia dell’Io ideale (che impone di farlo). Non che siamo per questo più liberi, né più felici: se prima il cavallo sentiva il bastone, adesso corre verso la carota. E pro- prio in ciò sta il principale «fattore politico» di cui la teoria, secondo il filosofo sloveno, dovrebbe oggi tenere conto (Mazzeo, Maiolo 2001). L’invito non è caduto nel vuoto. In ambito anglo-americano, Todd McGowan (docente di Cultural Studies nella University of Vermont), Hilary Neroni (docente di storia del cinema nella stessa università), Dany Nobus (docente alla Brunel University di Londra e autore di molte pubblicazioni in tema di perversioni sessuali) e Jodie Smith (una teo- rica postfemminista di Geneva, New York), tutti e quattro fortemente influenzati dal pensiero di Lacan e di Žižek, hanno unito le loro forze per organizzare, nel New Jersey, un convegno su psicoanalisi ed eco- nomia centrato in particolare sulla «questione del limite». L’ipotesi di partenza era che le speculazioni pazze di questi anni, e la deregulation che le ha rese possibili, costituiscano, in senso tecnico, un enactment: una sorta di «passaggio all’atto» che, rigettando qualsivoglia vincolo, giuridico o morale, e qualsivoglia limite persino economico (si pensi ai livelli d’indebitamento), manifesta un delirante senso di onnipotenza che fatalmente si ritorce contro tutti e contro ciascuno, rovesciandosi nel suo contrario. Secondo McGowan (2003), tale perdita del limite di- 36 Sergio Caruso pende dal declino dell’autorità paterna: la c.d. «evaporazione del Padre» (Lacan 1968, su cui Fraire 2010). Da tale declino conseguirebbe infatti la trasformazione dell’America da cultura della prohibition in cultura dell’enjoyment. In questa inedita società, dominata dalla nuova parola d’ordine enjoy yourselves! (onnipresente nel cinema, nella pubblicità, ovunque), il soggetto – scrive McGowan con esplicito riferimento al concetto lacaniano di jouissance – crede di potersela ‘godere’, ma non capisce che questo enjoyment non ha proprio nulla di libero ed è anzi, in realtà, un masochistico jouir du Pouvoir, cioè una forma di obbe- dienza al nuovo Potere: il potere delle immagini. Che cresce nel mon- do esterno degli interessi commerciali, ma anche nel mondo interno del soggetto: proprio nel luogo del Padre assente. Accade dunque che, perduto ogni senso di autentica «alterità», il soggetto si ritrovi in balìa di un Altro astratto e puramente immaginario, terribile e irraggiun- gibile. Dal quale non provengono orientamenti normativi, bensì in- giunzioni paradossali – enjoy yourselves! – che, nella loro astrattezza, non possono trovare adempimento ma solo possono mettere in moto, nel soggetto che disperatamente cerca di ‘godere’, una spirale viziosa di cinismo e apatia. Insomma, «the American cultural obsession with enjoying ourselves actually makes it more difficult to do so» e concor- re, anzi, al degrado morale della società (McGowan 2003). In Italia questo stesso tipo di analisi psicosociale ispirata a Lacan è stata svolta sopra tutti da Massimo Recalcati (2010; 2012) e da Marisa Fiumanò (2009; 2010). Basti dire che tramite Recalcati (2010: cap. II) la formula lacaniana «evaporazione del Padre» è perfino entrata fra le chiavi di lettura della società italiana proposte nel Rapporto Censis 2010. Fiumanò ha parlato invece – un po’ come Žižek, ma sulle orme di Melman (2009) – di «deliquescenza del Grande Altro», identifican- done quattro cause: (1) la fine dell’ideologia, in particolare comunista, e con essa di ogni normatività dell’Ideale; (2) il trionfo del mercato e con esso del consumismo, inteso come ingiunzione a godere senza re- strizioni; (3) la diffusione d’Internet, forma di comunicazione per ec- cellenza orizzontale, e con essa il trionfo di un sapere senza gerarchie, che non permette più la referenza-reverenza del soggetto verso uno o più «testi fondatori»; (4) le biotecnologie, che hanno spogliato la gene- razione e la fecondità di ogni aura celeste. Se questa è la società del godimento e se ognuno di noi vi diventa un piccolo Faust che vorrebbe fermare l’attimo, allora non c’è da stupirsi che la cultura odierna esalti la velocità. Non solo quella dei trasporti Della felicità, tra filosofia e psicologia 37 (ben venga!), ma quella del tempo vissuto. Quella che nasce come mini- mizzazione del tempo occorrente per traslocare da un presente all’altro. Zigmunt Bauman ha parlato a questo riguardo di un tempo «puntilli- stico», né ciclico né lineare: un tempo fatto di attimi, che rispecchia la «tirannia dell’effimero» (Bauman 2009). Un attivismo frenetico in ap- parenza, ma solo in apparenza. Nella società della jouissance genera- lizzata, i soggetti sono in realtà più passivi che attivi. Infatti, la ricerca attiva e personale del «desiderio dell’Altro» (quello con la maiuscola, pressoché irreperibile all’interno del soggetto), viene sostituita dalla passiva assunzione del «desiderio dell’altro» (quello con la minusco- la, reperibile all’esterno, negli immediati paraggi del soggetto stesso). Insomma, il trionfo del désir mimétique così bene analizzato da René Girard. Da ciò la concitazione impaziente come rincorsa del godimento altrui. Per fare in tempo. Per essere anche noi là, donde altri già par- te. Sempre preoccupati di non farcela (ansia di prestazione) e perenne- mente insoddisfatti: aemulatio precox! Sono queste una società e una cultura felici? Non direi. Come può esserlo una società in cui chi non è felice, o almeno non lo sembra, è considerato un perdente, uno che ha fallito ed è sospinto a vergognar- sene? Come può esserlo una cultura caratterizzata dalla crescente in- tolleranza verso ogni minima infelicità? Pascal Bruckner (2000) ha parlato di «euforia perpetua», per descrivere questo volere/dovere es- sere felici ‘a prescindere’, ed effettivamente ciò di cui stiamo parlando è una condizione psicologica di tipo ipomaniacale (ciò che i lacania- ni chiamano jouissance, in termini kleiniani si può descrivere come un dispiego di difese maniacali contro la posizione depressiva: dinie- go, trionfo, controllo onnipotente). Secondo lo stesso Bruckner, tutto ciò va di pari passo col fallimento del «disincanto», per Weber tipico del capitalismo moderno, e col prendere piede di un «reincanto» tipi- camente postmoderno: un atteggiamento che ridà spazio al magico (l’assenza di senso del limite nella gestione degli eventi), come pure all’animismo (inteso come confusione nelle relazioni d’oggetto fra co- se inanimate ed esseri animati). Anche Benjamin Barber (2007) si rifà a Weber per descrivere, in termini non troppo dissimili, la mutazione culturale in atto. La sua analisi si riferisce soprattutto all’America, ma sta diventando vera ormai per mezzo mondo. Nel capitalismo purita- no degli esordi – scrive – venivano pregiati il sacrificio e la frugalità, ed era considerata una vergogna – cioè un fallimento non solo sociale, ma personale ed esistenziale – il fatto di essere poveri; nel neocapitali- 38 Sergio Caruso smo odierno, invece, viene pregiato lo spreco gaudente e il nuovo pec- cato mortale sta nel mostrarsi infelici. 14. Il campo semantico-concettuale della felicità A questo punto, avendo paragonato la felicità con tutti gli altri stati piacevoli (sia quelli ad essa contigui, come le due forme del benessere, sia quelli che con essa hanno meno o nulla a che fare, come la beatitu- dine e il godimento), possiamo dire di avere ricostruito il campo se- mantico-concettuale della felicità. Che ripropongo ordinato secondo lo schema seguente. Figura 1 Da notare come la felicità si trovi nel mezzo di ogni dimensione e, dunque, nel punto d’intersezione dove tutte le dimensioni s’incontra- no. Si tratta dunque di un vivere «secondo misura» (κατà μέτρον): di un «giusto mezzo» nel senso aristotelico e forse anche (lo vedremo fra poco) di un «sentiero di mezzo» nel senso buddista. 15. La felicità come termine-concetto, tra filologia e filosofia Sul concetto di felicità grava quello che mi piace chiamare un equi- voco etimologico, che la glottologia comparata può aiutarci a correg- gere. Si dice, infatti, che non solo nelle lingue neolatine, ma in tutte le Della felicità, tra filosofia e psicologia 39 Quali sono le dimensioni sottese a questo schema. Œ La prima dimensione, corrispondente all’ordine di colonna, specifica il livello di arousal (alto, medio, basso). Col quale termine la psicologia designa non l’intensità del piacere (di cui parlo più avanti), bensì la maggiore/minore eccitabilità-reattività dell’organismo, e del sistema nervoso in particolare, nel rispondere agli stimoli e nel predisporsi all’azione.  La seconda dimensione, corrispondente all’ordine di riga, specifica le cause di tale condizione: prevalentemente interne al soggetto (temperamento, carattere), sia interne che esterne (vissuto condizionato), prevalentemente esterne (generate da un oggetto o un evento o una situazione). Tuttavia, nello schema soprastante si possono mettere in luce altre quattro dimen- sioni implicite. Infatti: Ž La dimensione orizzontale (coincidente con l’ordine di colonna, da sx a dx), espri- me la durabilità crescente del piacere, corrispondente alla natura del piacere stesso (acquisire, fare, possedere). Non ci stupiremo di vedere che le condizioni piacevoli a basso grado di eccitazione siano più durevoli di quelle ad alto grado.  La dimensione verticale (coincidente con l’ordine di riga, dall’alto in basso) espri- me l’intensità crescente del piacere. In maniera congrua, del resto, con la valenza corrente dei termini-concetto qui analizzati: è ovvio per es. che «godimento», «gio- ia» e «beatitudine» sono condizioni più intense che non, rispettivamente, «allegrez- za», «letizia» e «tranquillità». Ed è naturale che sia così, perché le righe dello schema, nonché corrispondere alla causa di un certo vissuto, corrispondono altresì alla fase in atto del moto pulsionale: motivazione (endo) g appetizione g (endo/eso) g consu- mazione (eso). L’intensità massima del piacere sta ovviamente alla fine, in quello che gli etologi chiamano «atto consumatorio» e che naturaliter implica un che di esterno.  Dal prodotto della dimensione verticale (intensità del piacere) con quella orizzon- tale (sua durabilità) emerge una prima dimensione trasversale, grosso modo espres- siva della quantità di piacere. Si va dalla semplice ed effimera «allegrezza» (minimo d’intensità, minimo di durata) alla «beatitudine» (massimo d’intensità, massimo di durata), passando per la «felicità». Peccato che la beatitudine – a meno che non sia solo un tropo iperbolico, del tipo «me ne sto beato a prendere il sole» – sia una con- dizione soltanto immaginata! In questa prima dimensione trasversale, la crescita del piacere va di pari passo con l’urgenza decrescente del bisogno (il beato non avverte bisogni di sorta). ‘ C’è infine una seconda dimensione trasversale (tranquillità g felicità g godi- mento), che corrisponde all’attivazione crescente del desiderio (il gaudente non cessa di desiderare). N.B: bisogno e desiderio sono le due componenti della «pulsione» umana in quan- to vettore). Figura 2 40 Sergio Caruso lingue indo-europee, le parole che vogliono dire «felicità» non signifi- cano, in prima origine, altro che «fortuna». Le lingue germaniche sembrano confermare questa ipotesi. In in- glese happiness coincide in prima origine con l’essere fortunato: happy sarà infatti chi è favorito dalla sorte (hap), da ciò che «accade» (hap- pen). Dunque: saremo felici? Forse. La domanda – happy? – e la rispo- sta – perhaps – hanno lo stesso etimo. In tedesco, tuttavia, le cose sono un po’ più complicate. La felicità è quasi sempre das Glück. Anche the pursuit of happiness viene di nor- ma tradotto das Streben nach Glück. Ed effettivamente questo termi- ne, Glück, viene dal medio-alto tedesco g(e)lücke (la prima occorrenza testimoniata è del 1160), a sua volta connesso con la radice anglosasso- ne lukan, da cui l’inglese luck, «fortuna». Però, nel medioevo tedesco con g(e)lücke s’intendeva una qualsivoglia determinazione intervenuta dall’esterno e tale da influire sulla situazione soggettiva (patrimonio, libertà); e ciò con particolare riguardo alle decisioni in senso giuridico (per es. la sentenza di un tribunale che ti restituisce la libertà o ti con- cede un risarcimento). Col passare degli anni, il termine ha acquisito un significato più generale, relativo a qualunque genere di condizioni influenti, e decisamente positivo, cioè prevalentemente riferito alle con- dizioni favorevoli (Kreichgauer s.d.). E nel tedesco odierno un individuo può essere glücklich in due sensi: nel senso oggettivo di Glück haben, letteralmente corrispondente al nostro «avere fortuna», ma anche nel senso soggettivo di Glück empfinden (meglio corrispondente al nostro «essere felice»), cioè nel senso che uno può sentire, sperimentare su di sé (empfinden) le condizioni favorevoli che si trova a vivere. Anche il termine francese, le bonheur, ha certo a che fare con la buo- na fortuna, ma questa vi assume una peculiare connotazione temporale: è «l’ora buona», l’ora propizia, quella che – secondo gli auspici – volge a favore del desiderio. La felicità, scrive Anatole France (1909: 222), «c’est le favorable présage tiré du vol et du chant des oiseaux». E l’aggettivo corrispondente, heureux (derivato da heur col suffisso –eux) significa letteralmente «relativo alla (buona) ora», come dire «tempestivo». Per sottolineare che «felice» è quel momento che prelude al realizzarsi di un desiderio, quando le circostanze coincidono con le attese. Del resto anche l’altro termine francese – felicité, che pure esiste – viene spesso usato a mo’ di augurio. Ed eccoci al latino. A scuola ci in- segnavano che felix non vuol dire tanto «felice» quanto «fortunato», e che in latino «felice» si dice piuttosto beatus. Ma questo non è del tutto Della felicità, tra filosofia e psicologia 41 né sempre vero (e già ci siamo soffermati sul carattere statico-passivo della beatitudo). In realtà, dal punto di vista etimologico, felix non ha molto a che fare con la fortuna. deriva infatti da *fe, *foe: ipotetica radice verbale (di cui fetus costituirebbe il p.p.) col significato di «apportare, genera- re, produrre». La stessa radice di fero/ferax, fecundus, foemina, fenor. Del resto, anche laetus ha un senso simile, connesso con la produttivi- tà della terra coltivata. Catone contrappone l’ager laetus all’ager siccus e, per strano che sia, la radice di laetus è la stessa di «letame». A ben vedere, le due parole ferax e laetus vogliono dire esattamente la stessa cosa, cioè che la terra è stata «generosa»; e sono entrambe connesse col verbo fero-fers-tuli-latum-ferre: l’una col tema principale del presente e dell’infinito, l’altra col tema suppletivo del perfetto (tuli) e del supi- no (latum). Dove ritroviamo la radice indo-europea tal-tla-lat, che si- gnifica «portare», «apportare» e «trasportare», ma anche «sorreggere, sostenere» (come fa Atlante col cielo) nel senso di «sopportare un pe- so» (come materialmente fa la bilancia, in greco tàlanton, e come fa, in senso figurato, chiunque si dimostri tolerans). Avendo già discusso la contiguità concettuale della letizia con la fe- licità, è divertente adesso scoprire che anche sul piano etimologico le parole sono contigue, e che ambedue si riferiscono all’essere autori o beneficiari di un qualche «apporto generoso». Fra parentesi: un riferimento analogo alla generosità della terra si trova pure nella formulazione cinese della felicità: shi-fu, dove il primo ideogramma (shi) mette in campo una spiga che svetta rigogliosa ver- so il cielo, mentre il secondo ideogramma (fu) comprende una bocca ben sostenuta da un campo coltivato (immagine di sazietà garantita e libertà dal bisogno) oppure, volendo, un uomo in un giardino bene ordinato (immagine di armonia con l’ambiente circostante). La dupli- ce lettura, in termini di bisogni del corpo ed esigenze dello spirito, è resa possibile dal fatto che lo stesso carattere (una bocca aperta) vale egualmente, in cinese, a designare ogni essere umano in quanto tale. Ma torniamo al latino. Certo chi è felix è – anche – ‘fortunato’. Nel senso che, letteralmente, ‘gli butta bene’: la terra è stata generosa con lui. Più in generale, nel senso che vive circostanze favorevoli che gli permettono di realizzare le sue speranze. Infatti, in latino sono dette felices indifferentemente le persone favorite dalle circostanze e le cir- costanze che le favoriscono: felix vuol dire sia favorevole sia favorito. Ma ciò che questo «favore» e questa «fortuna» riguardano è sempre un 42 Sergio Caruso fare. Il raccolto sarà pure un dono della terra, ma dietro questa gene- rosità c’è un lavoro: quello del contadino. Senza il quale il campo non darebbe nulla. Ecco perché la felicitas non si esaurisce nella fortuna e presenta una connotazione intrinsecamente attiva e dinamica. Ad fortunam felix, scrive Cicerone, per connotare un uomo «favorito dal- la fortuna». Si noti: non a fortuna, bensì ad fortunam! Si tratta anche qui, nel modo dire ciceroniano, di una posizione attiva che sta tutta nel tempo del fare e del fare con successo. Una felicità che procede di pari passo con lo sforzo che riesce, col lavoro che dà frutti, con la capacità di fare più ricco il mio mondo. Insomma: la fortuna aiuta, ma – par- lando latino – nessuno può mai essere felix solo ‘per caso’ (come sug- gerisce invece l’inglese happy: colui al qual quale ‘accadono’, happen, cose buone). Per riassumere la concezione romana della felicitas, essa è merito + fortuna. Dove la soddisfazione, e talvolta la gioia, nascono dall’essere stato così bravo da profittare, con intelligenza e con auda- cia, delle circostanze favorevoli. Non solo fortuna, dunque. Gli antichi romani dicevano: audaces fortuna iuvat. I cristiani dicono «aiutati ché Dio t’aiuta». Ma perfino nel buddismo, erroneamente identificato con la negazione di ogni bi- sogno e di ogni desiderio, c’è una qualche idea di vita felice che – da vivi, su questa terra – deve pur essere meritata: se non al cospetto di un dio personale, almeno in armonia con l’Universo di cui faccia- mo parte. In realtà, non c’è affatto nel buddismo uno stupido dinie- go opposto alla naturalità dei bisogni, né esso predica una irrealistica repressione di qualsivoglia desiderio. C’è qui un grosso problema di traduzione: la supposta condanna buddista del desiderare (tanhā in pali, trsna in sanscrito) riguarda piuttosto una «sete» inestinguibi- le che meglio sarebbe tradurre «concupiscenza» nel senso lacania- no del «godere idiota», piuttosto che «desiderio». E l’«attaccamento» (upādāna) che da tale sete deriva – agli oggetti, alle opinioni, ai riti, a se stessi – è piuttosto un clinging patologico (diciamo pure: una inca- pacità di elaborare il lutto e di volgere le quote di libido così liberate verso cose nuove) che non una forma sana di attachment. In realtà, il Buddha predicava un «sentiero di mezzo» (madhyamāpratipad) fra due opposte devozioni, ambedue eccessive: la dedizione al piacere dei sensi, da un lato, però anche l’automortificazione dall’altra. E proprio in questo giusto mezzo consiste l’umana ricerca della felicità su que- sta terra: una ricerca di cui bisogna pur assumere la responsabilità e una felicità che bisogna pur meritare. Nell’antico buddismo cinese e Della felicità, tra filosofia e psicologia 43 nell’odierno buddismo giapponese c’è un termine, renge, che designa la ‘simultaneità’ karmica della causa e dell’effetto (Cloza 2012: 17) per dire che il Destino ognuno se la crea da sé. Da questa scorribanda un po’ filologica un po’ filosofica fra tutte le lingue del mondo, non può mancare il greco antico, lingua filosofica per eccellenza, dove «felice» si dice in due modi: μάκαρ ed εὐδαίμων. Il primo termine è connesso con μακρóς, «grande», e insiste sul diffe- rire. Chi è felice differisce dagli altri e grandeggia sugli altri, nel senso che ha di più o è di più e non ha, rispetto a loro, più nulla da volere. Fa- remmo meglio, dunque, a tradurlo con «beato» (e infatti μάκαρες per antonomasia sono in greco i morti: quelli almeno che risiedono nelle mitiche Isole dei Beati, nell’Oceano, vicino al margine occidentale del disco terrestre). Chi di questa beatitudine non gode e nutre invece de- sideri irrealizzati, può limitarsi a esclamare, in italiano: magari! E se vuole qualcos’altro ancora, qualcosa di più, può chiedere – come si fa in Sicilia – «macari chistu» (per dire: anche questo). Sul secondo ter- mine, εὐδαίμων, bisogna fare invece un discorso a parte, più schietta- mente filosofico. Aristotele concede volentieri che la felicità (εὐδαιμονία) costituisca il fine di ogni vita: essa però non va confusa col piacere (che asservi- sce alle cose che stuzzicano il corpo), né con la gloria (che asservisce al giudizio degli altri), né con la ricchezza (che offre ‘mezzi’, ma non può essere un fine). Per essere congrua con la natura umana, la felicità dev’essere fondata sull’esercizio della ragione e sulla pratica delle vir- tù; per essere congrua con la natura dell’individuo, dev’essere intesa alla lettera come «buon rapporto col proprio δαίμων», cioè – fuor di metafora e modernizzando quanto basta – come fedeltà alla propria vocazione. Il concetto di «vocazione» (di matrice cristiana) non sarà tanto aristotelico, ma certamente aristotelica è l’idea di un impegno fiducioso nella realizzazione delle proprie «potenzialità» (che si ritro- va poi nel meglio delle riflessioni sulla felicità, da Spinoza a Sen). E poiché si tratta di un impegno di lunga lena, che dura tutta la vita, se un uomo sia stato davvero felice lo può sapere solo… da morto (cioè mai). Di conseguenza, la ricerca della felicità consiste per Aristotele in un processo interminabile di perfezionamento, che non esclude scac- chi e delusioni. Per questo lo Stagirita lega strettamente la εὐδαιμονία alla μεγαλοψυχία, inteso con ciò la «grandezza d’animo» di chi, da un lato, realizza una crescente autonomia ma, dall’altro, non si lascia ab- battere dalle inevitabili difficoltà che il mondo gli oppone. Concezione 44 Sergio Caruso di estremo interesse e più ‘moderna’ di tante altre, per molte ragioni. Primo, rifiuta di considerare la felicità uno stato raggiungibile una volta per tutte (si tratta piuttosto di un processo che coinvolge l’inte- ra esistenza); secondo, rifiuta di assolutizzare la felicità come un con- dizione pura che ignora il dolore e preferisce, invece, concepirla come una condizione intermedia fra l’insensatezza di una vita sempre e solo piacevole e l’insostenibilità di una vita solo dolorosa. Coerentemente, del resto, con la concezione aristotelica delle «virtù» (al plurale), a loro volta definite – ciascuna di esse – in termini di «giusto mezzo» fra due estremi. Secondo una misura (κατà μέτρον) che dev’essere da ciascuno di volta in volta trovata. Va pur detto che la coincidenza di virtù e felicità, che caratterizza la filosofia greca da Socrate in poi, non ha ancora quella connotazione moralistica che poi le conferiscono le reinterpretazioni cristiane. Infatti le virtù (ἀρεταί) non sono solo di ordine «etico» bensì anche «dianoe- tico», e perfino le virtù etiche riguardano una varietà di qualificazioni che certo non si riducono all’essere ‘buoni’. 16. Politiche della felicità Orbene, se queste sono le caratteristiche della felicità, che cosa di- re al termine di questo lungo viaggio attraverso neuroscienze, psico- logia, psicoanalisi, filosofia, sociologia ed economia? In particolare: che cosa può apprendere da tutto ciò la teoria politica, per meglio la- vorare a vantaggio di una vera felicità, sia privata sia pubblica? Alme- no cinque cose. Primo. Se la felicità non è un oggetto, bensì consiste eminentemen- te – Aristotele docet – in ciò che oggi chiamiamo auto-realizzazione; se ciò comporta di coltivare le proprie passioni e procedere nel con- tempo verso una crescente autonomia; se questo cammino deve tro- vare una via di mezzo fra la sedazione eccessiva di una tranquillità senz’ambizioni e l’eccitazione convulsa di una ricerca incontentabile; se questa ricerca, che coinvolge per intero l’identità personale, dura in pratica tutta la vita… allora è chiaro che la felicità non può consi- stere solo di momenti piacevoli, ma dovrà fare i conti con mille resi- stenze sia interne che esterne. La gioia – scrive Nietzsche, sulle orme di Spinoza – sarà quella di superarle, se e quando ciò sia possibile, e di vedere con ciò crescere la propria «potenza». Un fare felice, dun- Della felicità, tra filosofia e psicologia 45 que, ma non privo di delusioni. Pertanto, l’unica felicità cui possia- mo legittimamente aspirare non ha niente di assoluto: sarà solo – ma non è poco! – quella che, parafrasando Freud, di nuovo chiamerei una normale, «comune felicità» (Caruso 2006). Ogni altra immagi- ne della felicità confligge col sentimento tragico della vita (Patrizii 2014); peggio, sarà un imbroglio, ed è compito della filosofia politica criticarla radicalmente. Non solo perché utopistica, cioè irrealizza- bile, ma perché ogni tentativo di realizzarla quel tipo di felicità sarà controproducente, cioè foriero d’infelicità. Secondo. Ciò vale in particolare per quelle condizioni pseudo-felici che abbiamo analizzate come beatitudine e come godimento. La ricerca di un paradiso in terra conduce, ormai lo sappiamo, a regimi totalita- ri. La società del godimento, cominciamo finalmente a capirlo… non conduce da nessuna parte! Terzo. Per quanto riguarda le condizioni piacevoli che stanno nei paraggi della felicità e le sono contigue, la politica farà meglio a disin- teressarsi della «gioia». Infatti, ogni tentativo di ‘organizzare la gioia’ non solo ucciderebbe la gioia stessa, ma implicherebbe una omologa- zione delle vite, in aperta contraddizione col concetto di felicità come ricerca strettamente individuale. Le politiche pubbliche, invece, pos- sono e devono occuparsi del «benessere» dei cittadini; a condizione, s’intende, di uscire dall’equivoco che identifica il benessere – fosse pur solo quello economico-sociale – col PIL e dare più spazio, invece, a ciò che davvero migliora la qualità della vita: «opzioni», «beni relaziona- li» e «beni comuni». Quarto. Se la felicità pubblica, non diversamente da quella privata, va intesa come processo; se essa consiste nella produzione-percezione di un miglioramento, allora le teorie politiche che più si prestano a re- alizzarla e meglio si mettono al suo servizio sono ancora, al momento, quella di una società migliorabile sulla base di nuovo «contratto socia- le», offerta da Ralf Dahrendorf (cfr. Leonardi 1995; 2014), e quella di un «mondo migliorabile» offerta da Amartya Sen (cfr. Caruso 2002a). Quinto. Se la pubblica felicità passa per la diffusa capacità degli in- dividui di coltivare speranze e passioni (non solo politiche), allora il tentativo di promuoverla ha oggi un nemico principale: quel veleno della mente collettiva che si chiama populismo. Per decenni i partiti sono stati «macchine per fabbricare passio- ni» (Palano 2015). Può darsi che questa funzione sia definitivamente esaurita, o forse no; ma certo è che l’odio indiscriminato verso i par- 46 Sergio Caruso titi in quanto tali e gli umori violentemente antipolitici del populismo odierno (mi riferisco all’Italia in particolare) servono solo a fabbricare passioni tristi, inautentiche, distruttive, senza speranza e senza pro- getto. Niente meglio del qualunquismo populistico si presta a esem- plificare il mondo impersonale del ‘sì’: il populista si conforma senza pensare a ciò che si sente, a ciò che si dice. Ai suoi occhi tutto è per- fettamente chiaro, e non c’è bisogno di capire nulla: ogni male deriva da una casta di corrotti, senza la quale egli sarebbe felice come merita di essere! E crede con ciò di ergersi baldo individuo contro un intero sistema, senza rendersi conto di farsi, invece, meno individuo che mai. Superfluo dire che questa letale miscela d’invidia e d’ignoranza non ha nulla a che fare con la Mischung freudiana all’insegna di Eros, né col peculiare, originale «consorzio di pulsioni» (così lo psicoanalista britannico Donald Meltzer descrive le passioni) che ogni soggetto, an- che collettivo, può mettere alla base del suo progetto. Nel populismo, al contrario, tutto resta slegato: ogni curiosità si spenge, gli ‘oggetti’ del mondo sociale divengono indifferenti; l’odio generico, in cerca di sfogo, s’indirizza verso il primo nemico che gli venga indicato e l’a- more oggettuale, esso pure privo di oggetto, ripiega su di sé nelle for- me narcisistiche dell’amour propre. Si può immaginare una maniera migliore per essere infelici? 17. Appendice. Come si misura la felicità? È possibile misurare la felicità? E come? Dai primi studi di Hadley Cantril (psicologo sociale), Robert Easterlin (demografo) e Tibor Sci- tovsky (economista) negli anni sessanta-settanta molta strada è stata fatta (per una sintesi: Bruni 2009). Il Subjective Well-being (SWB) – così come viene oggi ripensato, in termini alquanto diversi da quelli un po’ semplicistici di Easter- lin – è forse quanto di più vicino alla «felicità» si possa rilevare e tentare di misurare (Diener 1984). L’SWB ha infatti due componenti: una emotiva-affettiva, relativa all’umore, le emozioni, i sentimenti vissuti dal soggetto (AB o Affect Balance), e una cognitiva, che va- luta globalmente i traguardi raggiunti/falliti, le condizioni in atto, le prospettive ecc. in aree-chiave della vita (LS o Life Satisfaction). Chiaramente, si tratta di una distinzione di comodo: la componen- te emotivo-affettiva e quella cognitiva sono fortemente interrelate; Della felicità, tra filosofia e psicologia 47 ma ciò non vuol dire che coincidano (per dire: la scala AB appare maggiormente influenzata da fattori eredo-costituzionali che non la scala LS, la quale, pur sempre risultando da autovalutazioni del soggetto intervistato, non può non tener conto nel bene e nel male di talune circostanze ‘oggettive’). Per quanto modesta, la divergenza fra le due scale ne rispecchia un’altra. Infatti: ci sono due maniere di guardare alla felicità, o quan- to meno al benessere soggettivo (SBW) che le si accompagna: top- down (cioè, dal soggetto alle esperienze da lui vissute) e bottom-up (dalle esperienze vissute alla condizione soggettiva che ne deriva). Le top-down theories of SWB insistono sulla importanza dei fattori ere- do-costituzionali e della personalità nel suo complesso (temperamen- to + carattere). Le bottom-up theories, invece, guardano alla felicità dal punto di vista biografico: come un’accumulazione di esperienze felici, cioè di esperienze che abbiano comportato una piena soddi- sfazione di esigenze vitali. In ambedue i casi, ovviamente, il benes- sere soggettivo costituisce la variabile dipendente; solo che le teorie top-down ne descrivono le variazioni in funzione della personalità, mentre le teorie bottom-up fanno lo stesso in funzione degli eventi. La ricerca (ne abbiamo parlato) mostra come le prime siano molto più efficaci delle seconde nel dar conto delle variazioni. Ma con ciò (e anche di questo abbiamo un po’ parlato) la questione è tutt’altro che chiusa. Per due ragioni. Primo: ciò che molte rivelazioni assu- mono come benessere soggettivo è un self-reported wellbeing, cioè un’autodichiarazione della felicità, molto poco affidabile. Secondo: la felicità ha molto a che fare col benessere soggettivo, ma – come abbiamo visto – non è la stessa cosa. Se pure vogliamo prescindere dalla «letizia» che la prepara e dalla «gioia» che la punteggia (gran- dezze difficilmente misurabili), se pure vogliamo prescindere dagli aspetti qualitativi di lunghissimo periodo (che finiscono col coinci- dere con la vita intera di una certa persona), la felicità sta comunque nel mezzo fra benessere soggettivo e benessere oggettivo, soddisfa- zione e qualità della vita. Ed è in questo senso meglio rispecchiata dal concetto di life satisfaction. Su queste cose – si sa – ha molto lavorato Amartya Sen. Non anco- ra abbastanza noti, invece, gli studi sui difetti del self-reporting (Ber- nard van Praag) e su come correggerli (Daniel Kahneman). Per saperne di più mi permetto di rimandare il lettore interessato a una mia nota online (Caruso 2012b). 48 Sergio Caruso Riferimenti bibliografici AA.VV. 1992, Sull’infelicità, atti del convegno FIP (Milano, 18 maggio 1991), UniTo-Aracne, Roma. Argyle M. 2001, The Psychology of Happiness (19871), Routledge, London. 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Verso l’epilogo: la politica della felicità e la politica del benessere. 1. La felicità dei moderni (paragonata a quella degli antichi) È quasi un luogo comune degli storici dell’idea di felicità impiega- re la distinzione usata a suo tempo da Benjamin Constant a proposito della libertà, per contrapporre la felicità degli antichi alla felicità dei moderni: una distinzione che per alcuni si manifesta già nel titolo della loro opera (De Luise, Farinetti 2001). Per meglio valutare la specificità della posizione moderna conviene in effetti partire dalla concezione di felicità degli antichi, e ricordare anzitutto il loro privilegio per un’in- terpretazione elevata, razionale, contemplativa della felicità, attributo prima dell’anima che del corpo. Tale motivo, largamente presente nella filosofia greca, non conduce ad affermare che la soddisfazione dei bi- sogni materiali sia ininfluente per il raggiungimento della felicità: per accedere ai beni dello spirito occorre quantomeno che il corpo non ne costituisca un impedimento, e quindi sia in buona salute, sanamente nutrito, ben riparato dalle possibili insidie dell’ambiente. Ma resta il fatto che, con l’eccezione parziale dell’epicureismo, il piacere del corpo costituisce un mezzo per l’autentica felicità e non un fine in sé. Lo si osserva – per citare qualche esempio famosissimo – nella Re- pubblica di Platone, specialmente in quel libro IX in cui la felicità quasi si identifica con la figura del filosofo, il quale peraltro per formarsi ha bisogno di un complesso itinerario di iniziazione che comprende an- che la cura del corpo. O ancora nell’aristotelica Etica nicomachea, in cui, una volta scartati come possibili fattori di felicità gli appetiti vol- gari, l’ansia di ricchezza, gli onori connessi con il successo mondano, il «bene sommo» si identifica con la più alta realizzazione possibile della qualità specifica e distintiva del genere umano rispetto agli animali, Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 56 Claudio De Boni vale a dire la ragione. Di qui il privilegio anche in Aristotele, pur sen- za disprezzare i beni materiali se moderati, della contemplazione quale fonte di felicità, caratteristica dell’uomo che si sente appagato anzitutto dal vivere in coerenza con i principi della ragione. È una lezione che si trasferisce in molta filosofia morale latina, e che raggiunge più di una voce di quella cultura che in età umanistica riscoprirà taluni aspetti della classicità per adattarli a una nuova progettualità politica, quella delle utopie. Penso per esempio alla Città felice di Francesco Patrizi da Cherso, che è del 1553, in cui la felicità si identifica con la perfezione delle virtù intellettive e morali, per il raggiungimento delle quali tut- tavia il corpo non deve essere da ostacolo. Di qui un sistema politico che cura insieme anima e corpo, speculazione intellettuale ed esercizio fisico, salute morale e prevenzione delle malattie. Conseguenza di questo atteggiamento è che la felicità degli antichi non si identifica con un insistito appagamento dei sensi, ma si accom- pagna necessariamente a una virtù in grado di suggerire l’autocontrol- lo delle passioni. Sempre nella Repubblica, il Socrate messo in scena da Platone ravvisa nell’uomo la compresenza della ragione, del corag- gio e di un mostro policefalo simbolo dell’esplosione disordinata delle passioni: la felicità connessa con la filosofia non può che appellarsi ai primi due elementi per frenare il terzo. A sua volta, l’etica aristotelica è giocata intorno ai legami tra felicità, virtù e moderazione. E può es- sere curioso osservare che la frugalità nella ricerca dei beni attraversa anche colui che giustamente è ritenuto il principale estimatore, invece, del piacere in quanto tale, anche nei suoi aspetti corporei, vale a dire Epicuro. La famosa Lettera a Meneceo, più nota appunto come Lettera sulla felicità, classifica i desideri in naturali e vani, per segnalare che la ricerca esasperata di quest’ultimi, connessi con costumi sociali che spingono verso la vanagloria, la conquista di potere, l’eccesso, l’accu- mulazione, allontana dalla prospettiva della felicità. Non solo: gli stessi desideri naturali possono essere necessari o non necessari. Se è neces- sario cibarsi, bere, ripararsi dalle intemperie per una vita felice, non lo è altrettanto consumare prodotti ricercati o perseguire il lusso. Il pia- cere coincide sì con il bene – continua Epicuro – ma ciò non vale per la ricerca dei piaceri smodati rincorsi dai dissoluti. I banchetti raffinati, le feste incessanti, la frequentazione erotica di fanciulli e donne (Epicuro 2003: 129), sono anch’essi piaceri che corrispondono a desideri natu- rali, ma il superamento della soglia della moderazione li trasforma in fattori di artificialità e frustrazione. Alle soglie della contemporaneità 57 La disciplina delle passioni rinvia all’opportunità di un ambiente sociale e politico che favorisca l’emergere della moralità come garan- zia della felicità collettiva. È a tutti noto come la Repubblica di Platone sia attraversata dall’aspirazione a trasformare il filosofo in un custode dell’ordine comune. Dal canto suo Aristotele, per il quale l’uomo è un animale sociale, reputa il bene sufficiente quando […] basta non soltanto a colui che vive una vita solitaria, ma an- che ai genitori, ai figli, alla moglie e in genere a tutte le persone ca- re e ai concittadini, poiché l’uomo è per natura un essere politico (Aristotele 1945: 21). Sono i primi segnali della coscienza di un’unione implicita tra fe- licità individuale e felicità collettiva destinata ad alimentare a lungo il pensiero politico, nel segno del controllo delle passioni disgregatrici e dell’esaltazione degli elementi di solidarietà e di disciplina morale. E anche in questo caso possiamo spingerci fino a evocare i program- mi dell’utopia rinascimentale, a partire dal suo prototipo. Gli Utopia- ni – scrive More in Utopia – sono convinti che la «gioia nella vita, cioè il piacere, ci viene imposto dalla natura stessa, come fine di tutte le azio- ni, e vivere secondo i dettati di natura vien definita la virtù». Si trat- ta del superamento di una possibile concezione ascetica della felicità, temperato però da un senso di giustizia ammantato da un linguaggio ‘naturalistico’. Gli Utopiani […] chiamano piacere ogni moto o stato del corpo o dell’anima, in cui, guidati da natura, sentiamo diletto a trovarci; e a ragione ag- giungono che esso è un’inclinazione della natura. Infatti tutto ciò che è naturalmente lieto e a cui ci si volge, ma non per mezzo di ingiustizia, e non ci fa perdere altra gioia maggiore, né gli succede affanno, vien cercato non soltanto dal sentimento, ma anche dalla retta ragione (Moro 1986: 84-86). Di qui l’espulsione dai costumi degli Utopiani di tutto ciò che con- trasta con la felicità collettiva indicata dalla morale razionale: l’avari- zia, l’egoismo proprietario, la pura apparenza, la ricchezza e i suoi segni esteriori, le distinzioni non dovute a virtù, e così via. Se il rapporto tra soddisfazione individuale e ordine collettivo se- gna un ponte fra antichi e moderni, come vedremo, un altro elemento li distingue invece con nettezza. Si tratta della concezione antica della 58 Claudio De Boni felicità quale stato di quiete, appagamento dei desideri, interruzione per un tempo indefinito del dolore e del bisogno: ciò che spinge Epi- curo a definire il piacere «assenza di dolore nel corpo, assenza di per- turbazione nell’anima» (Epicuro 2003: 130). Per quanto i termini che oggi adoperiamo a proposito della felicità provengano da un campo semantico latino di radice analoga a quella del campo semantico che rimanda alla fecondità, all’abbondanza (Trampus 2008: 3), non si trova nella concezione degli antichi un’immagine espansiva né dei desideri degli uomini, né degli oggetti che li rendono felici. Il ‘demone’ dell’individualismo possessivo senza limiti precostitu- iti esplode invece con la modernità: e se i greci indicavano quella che per noi è la ‘felicità’ con il termine eudaimonia, alludendo a una spe- cie di genio buono capace di indirizzare gli uomini verso i piaceri con tutta la prudenza cui si è fatto cenno, stavolta il demone non è affatto pacifico. A risvegliarlo ci pensa Thomas Hobbes, il primo a costruire un pensiero politico sistematico attorno alla rappresentazione dell’ir- riducibilità dell’individuo e dei suoi desideri. La logica che muove le azioni degli uomini è quella stabilita dal confronto fra piacere e do- lore: ognuno di noi giudica ‘bene’ ciò che gli procura piacere, ‘male’ il contrario. È questa una condizione naturale dalla quale non si può pensare di evadere richiamandosi a principi superiori che non appar- tengono alla natura umana. In natura esiste solo l’istinto di sopravvi- venza: che non significa il semplice mantenersi in vita, ma il poterlo fare con godimento. Ciò richiede un insieme di strumenti, che Hobbes nel Leviatano definisce il «potere» dell’individuo, volti non solo all’ap- pagamento dei bisogni per l’immediato, ma anche all’assicurazione di tale soddisfazione per il futuro. Anzi, siccome la stessa attesa connes- sa col desiderio è un piacere, il potere deve garantire anche la possibi- lità di continuare a desiderare. Hobbes è in ciò perentorio: «cosicché pongo in primo luogo, come una inclinazione generale di tutta l’uma- nità, un desiderio perpetuo e senza tregua di un potere dopo l’altro che cessa solo nella morte» (Hobbes 2011: 101). L’uomo è insomma ca- ratterizzato non solo dalla spinta a massimizzare in ogni momento la differenza fra piacere e dolore, ma attraverso l’immaginazione (misto di memoria e sogno) a proiettare le proprie aspettative sul futuro, e ad assicurarsi sin dove è possibile i mezzi, spesso nuovi e diversi, per con- tinuare incessantemente a provare piacere. Il che equivale al definitivo superamento dell’idea di felicità racchiusa in una statica quiete priva di passioni: un salto che traspare sia nel Leviatano, dove la felicità vie- Alle soglie della contemporaneità 59 ne definita «un continuo progredire del desiderio da un oggetto a un altro, non essendo il conseguimento del primo che la via verso quello che vien dopo» (Hobbes 2011: 100), sia in De homine, che considera il sommo bene una «progressione, il più possibile senza ostacoli, verso fini ulteriori» (Hobbes 1972: 601). Il meccanismo della felicità, in sé perfettamente naturale, è quindi alimentato da una moltiplicazione incessante degli appetiti degli uo- mini, ai quali però non corrisponde una altrettanto vasta disponibili- tà di oggetti capaci di soddisfarli. È questo il motivo per cui la ricerca della felicità è in Hobbes matrice di inquietudine più che di equilibrato appagamento, e la dinamica del potere determina la certezza del con- flitto fra gli uomini. Non per caso l’unico capitolo del Leviatano che evoca nel titolo la felicità (il XIII) è lo stesso che presenta la famosa im- magine della «guerra di tutti contro tutti» vigente in quella condizione ipotetica ma terribile, contrassegnata dall’assenza di una sovranità che scriva le leggi e le faccia rispettare, denominata «stato di natura». Pesa su questa situazione l’uguaglianza fra gli uomini, che in quanto ugua- li contano tutti sulla speranza di poter realizzare gli scopi che si sono prefissati. Da tutto ciò deriva – continua Hobbes – che «se due uomi- ni desiderano la stessa cosa, e tuttavia non possono entrambi goderla, diventano nemici», visto che fra loro insorgono gli atteggiamenti che più caratterizzano i rapporti spontanei fra gli uomini: che non sono l’amore o la solidarietà, ma la competizione, la diffidenza, l’orgoglio. Da ciò è manifesto che durante il tempo in cui gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si tro- vano in quella condizione che è chiamata guerra e tale guerra è quel- la di ogni uomo contro ogni altro uomo (Hobbes 2011: 128 e 130). La guerra di tutti contro tutti, che allo stato di natura può giungere alle sue più radicali conseguenze, rischia però di annullare qualsiasi aspirazione alla felicità. Da questo pericolo, che contraddice l’istinto di autoconservazione e quindi anche il desiderio del potere, s’inizia come è noto il processo costruttivo dell’ordine politico da parte di Hobbes. La ragione sperimentale indica agli uomini la necessità di uscire dallo stato di natura, perché mortale, e suggerisce loro di elaborare quelle regole artificiali che Hobbes chiama «leggi di natura»: la prima del- le quali consiste nel deporre la pretesa di poter elaborare e soddisfare ogni desiderio contro i nostri simili, per cercare con loro, invece del- 60 Claudio De Boni la guerra, la pace. È l’inizio di un procedimento tipicamente giusna- turalistico che condurrà al contratto politico di consenso unanime e alla formazione di una sovranità che, per ottemperare al suo compi- to fondamentale (l’impedimento della violenza fra i cittadini), dovrà essere dotata di autorità assoluta. L’irriducibile individualismo da cui Hobbes era partito non viene però meno. La figura di sovrano deline- ata nel Leviatano, se da un lato con i suoi tentacoli costringe ognuno all’obbedienza, dall’altro è sollecitata a riconoscere che, laddove non sia matrice di aggressioni, la libertà nello scegliere le proprie strategie di soddisfazione rimane per gli individui la via migliore, degna di rico- noscimenti anche di ordine politico e giuridico, a partire da quel diritto di proprietà che il sovrano stesso deve istituire e tutelare. 2. Una sfida per i moderni: come esorcizzare il demone dell’individualismo esasperato L’antropologia individualistica elaborata da Hobbes continua a ispi- rare, pur opportunamente moderata nelle sue asserzioni più radicali, molta parte della filosofia del suo secolo e di quello successivo, in par- ticolare nel suo versante inglese. Ma per la cultura del Settecento, che trova il suo emblema nella celebrazione dei Lumi della ragione, il siste- ma hobbesiano presenta connotazioni difficilmente condivisibili sen- za gli opportuni correttivi. Sostenitori delle potenzialità raziocinanti quali sono, gli illuministi difficilmente possono condividere l’imma- gine dell’uomo privo in natura di alcun freno morale; o l’idea di una felicità scandita esclusivamente sulla soddisfazione individuale, senza alcuna considerazione per l’ambiente sociale; o ancora il ribadimento di una forma dell’autorità politica (l’assolutismo) sempre meno in sin- tonia con le aspirazioni liberali che crescono nel Settecento non solo nella sfera privata, ma anche in quella pubblica. Sul punto della felicità pubblica torneremo più avanti. Per quanto riguarda gli altri due aspetti (la rappresentazione dell’uomo e l’intrec- cio fra individuo e società), possiamo osservare che già Locke, a fine Seicento, cerca di modificare l’impianto di pensiero hobbesiano su più di un punto importante. Anche Locke interpreta i moventi dell’agire umano facendo riferimento al confronto dolore-piacere: è la manca- ta soddisfazione di un bisogno, percepita con i sensi e prolungata con l’immaginazione, a porre in movimento l’uomo. L’intelletto ha anzi Alle soglie della contemporaneità 61 un peso rilevante in questo processo: la diade dolore-piacere agisce non solo nei suoi risvolti sensoriali immediati, ma anche attraverso il disagio provocato nello spirito da un desiderio insoddisfatto. Anche Locke è inoltre consapevole del fatto che la ricerca dell’appagamento può condurre al conflitto fra gli uomini, tanto che è proprio la possi- bile violazione della giustizia ‘naturale’ (vale a dire il rispetto dei di- ritti alla vita, alla libertà e alla proprietà) a giustificare l’esistenza della sovranità politica, che nella sua teoria sembra quasi un grande magi- strato deputato a ristabilire l’osservanza delle regole della competizio- ne pacifica contro gli eventuali trasgressori. Ma tale conflitto non è più inesorabile e distruttivo come nella versione hobbesiana dello stato di natura. Intanto perché, come dimostra la complessa teorizzazione del diritto di proprietà offerta dal capitolo V del Secondo trattato sul go- verno, Locke si pone su una prospettiva di beni crescenti rispetto alla staticità con cui Hobbes interpretava il rapporto appetiti-risorse. Vivi- ficata dal denaro, la proprietà borghese legittimata da Locke anche sul piano morale può riuscire (attraverso il pagamento di lavoro salariato, il commercio, l’investimento produttivo) a superare gli angusti limi- ti di ricchezza di mondi arcaici magari più equilibrati, ma molto più poveri. A ciò si aggiunge una visione dell’uomo in grado di percepire la plausibilità dei freni e dei controlli al suo operare. Non sono infatti solo le leggi «civili», quelle fissate dalla sovranità politica, a stabilire per gli uomini cosa è giusto fare e cosa no. La maggioranza di essi è in grado di percepire anche i fondamenti delle leggi «divine», o naturali, che consistono nella capacità di comprendere che il rispetto e la realiz- zazione dei propri diritti passa necessariamente attraverso il rispetto e la realizzazione dei diritti altrui. Ed esistono poi le «leggi dell’opinione o reputazione», che consistono nella […] approvazione o deplorazione, elogio o biasimo, che, per segre- to e tacito consenso, si stabilisce in ciascuna singola società, tribù e circolo d’uomini nel mondo: per cui varie azioni vengono a trovare credito o deplorazione tra di essi, secondo il giudizio, le massime o il costume di quel luogo (Locke 1980: 184). La convinzione che l’uomo non è solo l’atomo hobbesiano, ma an- che un soggetto alla ricerca dell’approvazione altrui, e quindi sensibile alle valutazioni dell’ambiente sociale in cui opera, è destinata ad apri- re una fase nuova nel discorso ‘moderno’ sulla felicità: fase che, se non 62 Claudio De Boni arriva a riproporre a tutto tondo la figura aristotelica dell’uomo ‘ani- male sociale’, serve almeno a disegnare un’immagine dualistica della natura umana, non esaurita nell’agonismo hobbesiano. All’uomo di natura chiuso nel suo egocentrismo si comincia a contrapporre l’uomo civile, immerso in una società che dispone, oltre che delle costrizio- ni del potere, anche del costume, rinforzabile attraverso l’educazione, per condurre l’individuo a cercare la propria felicità entro e non contro l’ordine comune: anche perché l’essere apprezzati o rifiutati dai nostri simili è anch’esso una fonte di piacere o di dolore. È una riflessione che nel Settecento coinvolge in particolare l’ambiente filosofico scozzese. Francis Hutcheson è per esempio convinto che la ricerca della soddi- sfazione personale possa convivere agevolmente con un sentimento di benevolenza nei confronti della società, con pulsioni di tipo altruisti- co e con la capacità di elaborare regole morali di tipo accomunante. Nel comportamento virtuoso, nella dedizione, nella bellezza dell’atto benevolo si nascondono (in particolare per l’uomo ‘civilizzato’, istrui- to) altrettante occasioni non di privazione ma di godimento, sia per la soddisfazione in sé di praticare il bene, sia per l’approvazione sociale che ne deriva. La perfezione della mente, cui segue la soddisfazione del sentimento, consiste – scrive Hutcheson nel 1728 – nel […] conoscere, amare e rispettare il grande Autore di tutte le co- se; formarsi le idee più estese dei nostri reali interessi e di quelli di tutte le altre nature, razionali o senzienti; astenersi da ogni offe- sa, perseguire regolarmente e imparzialmente il bene assoluto più universale, per quanto ci è possibile; godere dell’approvazione di sé e dell’onore da parte degli uomini saggi (Hutcheson 1997: 199). Se Hutcheson riequilibra i vizi individualistici del sensismo seicen- tesco ribadendo la propensione dell’uomo alla vita in società, dopo di lui altri appartenenti ai circoli filosofici scozzesi, magari meno ottimisti in merito alla spontaneità degli atteggiamenti altruistici, continuano tuttavia a esprimere la convinzione che il desiderio di essere apprezzati serve a smussare le tensioni egoistiche. È il caso in particolare di Da- vid Hume, conscio della centralità del piacere personale come movente dell’azione umana, compensato tuttavia da una altrettanto forte pro- pensione al vivere con gli altri. C’è – scrive il filosofo scozzese intorno al 1740 – in tutti gli esseri viventi che non siano dei semplici predatori un naturale bisogno di compagnia. Alle soglie della contemporaneità 63 Questo lo si vede ancor più chiaramente nell’uomo, che nell’uni- verso è la creatura più ardentemente desiderosa di associarsi, e che a ciò è spinta da innumerevoli vantaggi. Non possiamo mai for- mulare un desiderio che non abbia un riferimento alla società. Una solitudine totale è forse il peggior castigo che ci si possa infliggere (Hume 1975: 380). Lo studio della natura umana impedisce di ipotizzare una dedizione spontanea e indifferenziata all’intera umanità; ma su spazi circoscritti l’individuo intrattiene relazioni feconde con altri (che Hume esempli- fica facendo riferimento al rapporto amoroso, alla continuità familiare, all’amicizia). Il tramite è quello che Hume definisce la «simpatia», vale a dire la capacità di ciascuno di immedesimarsi con l’immaginazione nel sentire altrui e di provarne piacere o dolore: una condizione na- turale che può essere ampliata, pur entro i limiti della persistenza del piacere personale, attraverso l’educazione e i costumi. Di qui la lenta formazione dell’idea di giustizia, frutto sia delle convenzioni sociali sia dell’azione determinante del potere politico nello scrivere le leggi. I suoi contenuti non possono che essere relativi ai tempi e ai luoghi, anche se Hume si sente di poter enfatizzare, fra i principi di giustizia, quelli aventi a che fare con l’esercizio e il trasferimento della proprietà liberi da costrizioni: quasi un’ammissione che la dimensione della felicità sta assumendo ormai una connotazione sempre più marcatamente econo- mica. Non per nulla è nei suoi scritti che il termine felicità comincia a essere apparentato con quello di utilità, destinato a entrare molto più del precedente nel linguaggio della nascente economia politica. La continua riscrittura in senso meno aggressivo rispetto all’ori- ginale dell’individualismo hobbesiano, apre nella cultura inglese del Settecento una seconda linea di sviluppo, oltre a quella che sottolinea la compresenza negli uomini di pulsioni egoistiche e di aperture alla società. Sancito il fatto che la ricerca della felicità è un dato eminen- temente personale, e che l’individuo lasciato a se stesso non è neces- sariamente l’animale da combattimento messo in scena da Hobbes, comincia a essere presentato come augurabile il rispetto dell’autonomia del singolo nelle sue scelte, a partire da quelle economiche, senza vo- lerle preventivamente incanalare in un rigido paradigma moralistico. È una direttrice che parte da Mandeville e approda a Smith. La Favola delle api (che è del 1714, e che dalla seconda edizione, dello stesso an- no, si fregia dell’eloquente sottotitolo Vizi privati, virtù pubbliche), si 64 Claudio De Boni nutre della diversa preferibilità fra una società rigidamente organizzata secondo principi etici e una società che sa invece spontaneamente far tesoro delle propensioni individuali alla soddisfazione, anche se non tutte encomiabili sotto il profilo strettamente morale. Così, nell’apologo di Mandeville, finché la società delle api non rincorre una rigida mora- lizzazione dei rapporti fra i suoi componenti, rimane prospera e attiva. Medici interessati più alla parcella che alla guarigione dei loro pazienti, avvocati che fanno di tutto per trascinare le cause a spese dei clienti, marinai che spendono i loro salari nei postriboli e sono così costretti a riprendere il mare, venditori che alterano un po’ le merci, ministri che ingannano nelle spese i loro sovrani, sono tutti soggetti condannabili. Ma le loro azioni fanno circolare la ricchezza, alimentano l’industria e la ricerca dei piaceri, stimolano la produzione e il lavoro, migliora- no le condizioni generali, per cui i poveri rimangono all’ultimo posto nella vita sociale, ma vivono meglio dei ricchi di una società immersa nella miseria. La frustrazione dovuta all’ineguaglianza fa però sì che molti non si accontentino di quanto hanno, non riconoscano più per buono il loro mondo: ma quando subentra la voglia di una forte mo- ralità originaria, si disseccano tutte le occasioni di arricchimento e la società delle api va in rovina. Mandeville evoca a suo modo, in forme provocatorie, uno dei nodi centrali della riflessione sulla felicità del Settecento: il rapporto fra go- dimento individuale e benevolenza sociale. È un punto centrale anche per Smith: dello Smith moralista prima ancora che dello Smith econo- mista. Nella Teoria dei sentimenti morali, pubblicata nel 1759, Smith riprende il discorso humiano intorno alla simpatia, arricchendolo di una particolare attenzione per la compassione che la maggioranza de- gli uomini prova per la sofferenza altrui, percepita attraverso l’imma- ginazione (una sottolineatura cui non sono estranee le analoghe teorie di Rousseau sui sentimenti naturali). Da qui deriva un principio di giu- stizia che possiamo considerare indiscutibile: il divieto di procurare dolori ad altri. Diverso è il discorso riguardante gli atti benevoli, che pure appartengono al genere umano, ma in ordine subalterno rispetto alla legittima volontà di realizzazione di se stessi. La prudenza (termi- ne fondamentale nell’opera morale di Smith) richiede che su questo piano si proceda con cautela, per mezzo non di ordini perentori ma di sollecitazioni indirette (costumi, educazione): il fare del bene non lo si può imporre per legge. È un’osservazione che fa parte dell’avvertenza smithiana che le passioni della modernità si muovono ormai verso la Alle soglie della contemporaneità 65 soddisfazione individuale attraverso un modello di comunicazione, di decisione e di realizzazione dominato da considerazioni appartenenti, diremmo oggi, alla logica del mercato. Basti, per questo, ricordare uno dei passi più citati della Ricchezza delle nazioni, che vale anche come un buon punto d’approdo per valutare l’importanza che va assumen- do l’interesse individuale a mano a mano che ci si avvicina alla rivo- luzione industriale: Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del for- naio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del loro interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi (Smith 1995: 73). L’interesse generale è semmai un risultato involontario, come sim- boleggia la nota metafora della ‘mano invisibile’: è l’effetto congiunto della ricerca di innumerevoli interessi privati che si stimolano recipro- camente. Sono i passaggi che a quasi due secoli e mezzo di distanza hanno reso Adam Smith un’icona per il neoliberismo, forse oltre i suoi meriti (o demeriti, a seconda dei punti di vista). Nell’interpretazione corrente del suo pensiero vengono, infatti, trascurati i molti compiti che la Ricchezza delle nazioni riserva al governo politico in vista de- gli interessi della società e dei singoli: non solo le tradizionali funzioni di difesa del territorio nazionale e di amministrazione della giustizia, ma anche di protezione dei commerci internazionali, di costruzione delle grandi infrastrutture, di educazione pubblica per i non abbienti. 3. Felicità, utilità e ruolo dello stato Il dibattito intorno alla felicità che si sviluppa in Inghilterra nel Settecento trova un suo primo risultato nella formazione di una nuova scienza, l’economia politica, che proprio a partire da Smith comincia a costruirsi un proprio statuto, quale studio autonomo delle leggi della produzione e della distribuzione della ricchezza. Caratterizzate dalla spinta all’utilità, tali leggi sono considerate analoghe a quelle dei feno- meni naturali nella loro inesorabilità: vedi il capitolo della Ricchezza delle nazioni relativo ai salari, dominato dall’incombere ineluttabile delle leggi di mercato. Alla centralità del tema dell’utilità giunge, più o 66 Claudio De Boni meno nello stesso periodo della Ricchezza delle nazioni, anche la cul- tura del paese che giustamente si può fregiare del titolo di patria del pensiero illuminista, vale a dire la Francia: ma dopo una discussione intorno alla felicità non sempre analoga a quella britannica, e con ri- cadute politiche differenti. Un punto di vista comune è senz’altro segnato dalla centralità che anche in Francia assume l’aspirazione alla felicità. La relativa voce dell’Enciclopedia, affidata all’abate Pestré e volta a distinguere la feli- cità come stato duraturo dal piacere effimero, è per la verità sbilanciata verso i piaceri propri del cristiano («la moderazione, la carità, la tempe- ranza, la coscienza») rispetto a quelli più materiali o intellettualmente più audaci. Ma presenta ugualmente affermazioni categoriche a favore della felicità: «Tutti gli uomini sono accomunati dal desiderio di esse- re felici. La natura ha fatto sì che per tutti noi la nostra felicità sia una legge» (Enciclopedia 1976: 86). La felicità si innesta talmente nella na- tura umana che il direttore dell’opera, Diderot, scriverà in altra occa- sione che la felicità è non solo un diritto, ma addirittura un dovere per l’uomo (Trampus 2008: 173-175). Il discorso però si complica se andiamo a vedere quali sono le si- tuazioni sociali che promettono una maggiore felicità per gli uomini. Nella cultura francese del Settecento si fronteggiano in proposito due schieramenti, anche in questo caso etichettabili come ‘antico’ e ‘moder- no’. Antichi sono coloro che collocano la felicità nello stato selvaggio, o in un passato storico rivissuto come un mito, o in un ipotetico stato di natura: sono viaggiatori inclini alle visioni utopiche come Lahontan a inizio secolo con i Dialoghi ambientati fra gli Uroni del Canada, o Bougainville cantore dei costumi tahitiani nel 1771 nel Viaggio intor- no al mondo; sono filosofi che vivono dentro il mito delle repubbliche classiche, fra i quali emerge il Mably dei Dialoghi di Focione, opera del 1763; sono coloro che, pur senza eccessive nostalgie per un passato de- stinato a non più ritornare, usano il paradigma dello stato di natura per criticare una civilizzazione sbagliata e causa di infelicità, come fanno il Rousseau del Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza e il Morelly del Codice della natura, opere entrambe del 1755. A seconda dei casi, a produrre la felicità sono per gli ‘antichi’ la semplicità dei co- stumi e delle credenze, la libertà e spontaneità dei comportamenti, la naturalità di passioni non represse (in particolare in campo sessuale), l’uguaglianza, il sentimento di giustizia e di solidarietà, l’assenza dei vizi connessi con la proprietà privata, dalla competizione esasperata Alle soglie della contemporaneità 67 all’avarizia, la mancanza di strutture politiche e sociali repressive. I ‘moderni’, orientati a guardare alle potenzialità del presente e del futuro in vista della garanzia della soddisfazione delle aspettative umane (dal Voltaire che celebra insieme la ricerca incessante in campo speculativo e la funzione civilizzatrice del commercio, al Turgot primo sistemato- re dell’idea di una storia orientata al progresso), vedono invece nel ri- spetto della proprietà, nell’iniziativa individuale, nella cultura capace di inventare il futuro i presupposti di un mondo capace di costruire sempre nuove occasioni di felicità. E in mezzo sta Diderot: affascina- to dalla gratificazione presente nella soddisfazione degli istinti natu- rali, ma anche dubbioso sul fatto che la soluzione migliore stia sempre nel rimpianto di una realtà più semplice, come se la civilizzazione non avesse nulla da aggiungere alle promesse di felicità insite nella natura (vedi la pensosa conclusione di un testo a volte ritenuto con un po’ di fretta del tutto allineato ai cantori dello stato selvaggio come il Supple- mento al viaggio di Bougainville). La querelle non è per ora destinata a risolversi, tanto che proietterà le sue luci e le sue ombre anche nel periodo rivoluzionario: si vedano gli accenti diversi usati da un sostenitore del progresso storico come Con- dorcet e da un nostalgico della democrazia degli antichi come Saint- Just. La discussione conosce comunque un momento di sistemazione quando il discorso sulla felicità e sulle condizioni sociali necessarie al suo perseguimento, si incrocia anche in Francia con la cultura dell’u- tilitarismo. Artefice del tentativo di tenere insieme pulsioni individuali ed equilibrio sociale, tornaconto personale e felicità collettiva, è soprat- tutto Helvétius. Già nella sua opera più nota, Dello spirito (1758), e poi nello studio Sull’uomo pubblicato postumo nel 1773, Helvétius si inse- risce nel filone di pensiero che identifica la felicità nella soddisfazione di tipo materialistico e sensistico, considerando del tutto naturale che ogni individuo sia proiettato verso il raggiungimento al grado massi- mo del proprio interesse. L’interesse può essere però mal o ben inteso: il discrimine è costituito dalla comprensione del fatto che per realiz- zare il proprio interesse ogni uomo ha bisogno della presenza di altri e della collaborazione con altri. Come argomenta anche il suo contem- poraneo d’Holbach nel Sistema della natura (1770), ogni mitizzazione dello stato di natura o dello stato selvaggio non può nascondere la re- altà che l’uomo per natura è un essere isolato e debole, bisognoso di un ambiente sociale civilizzato ed efficiente per poter raggiungere piena- mente le proprie aspettative. L’interesse mal inteso è dunque quello che 68 Claudio De Boni si muove verso la soddisfazione immediata e non meditata degli istinti, senza considerare gli effetti distruttivi delle condizioni per essere felici che molti atti possono provocare. L’interesse ben inteso è invece quel- lo che si appella alla ragione e alla virtù, e si dimostra consapevole che l’interesse individuale presuppone la costruzione e la conservazione di un ambiente sociale adatto alla felicità dei singoli e della comunità, strumento anch’essa della soddisfazione personale. Ora, il problema della contemporaneità sta proprio nel fatto – scrive Helvétius nello Spirito – che «nella forma attuale del nostro governo, gli individui non sono uniti da alcun interesse comune». Il richiamo è non solo al costume sociale, ma anche all’azione eventuale della poli- tica, alla sfera del governo. Il filosofo francese continua infatti osser- vando che affinché «una legislazione sia buona [è necessario] che essa assicuri la proprietà dei beni, della vita e della libertà dei cittadini», ma occorre anche che «essa metta un minor grado di disuguaglianza nelle ricchezze nazionali, e i cittadini più in condizione di provvedere con un lavoro moderato ai loro bisogni e a quelli della loro famiglia», e operi affinché le distinzioni fra i cittadini siano basate sui meriti e sulla ma- gnanimità, non sul perseguimento di privilegi puramente economici (De Luise, Farinetti 2001: 372-374). Il tratto distintivo di Helvétius ri- siede proprio in questo: nel richiedere al governo non solo riconosci- menti di autonomia per i pensieri e le azioni individuali, come è nella regola degli illuministi, ma anche misure concrete di difesa dei reddi- ti più bassi, di educazione nazionale, di stimolo al lavoro come fonte primaria di soddisfazione compatibile con l’ordine sociale. La formula che caratterizza tutto ciò è «la massima felicità per il maggior numero»: impiegata per la prima volta con ogni probabilità da Hutcheson (Ripo- li 2001: 30; Jaffro 2001: 423), ampiamente circolante in Italia al tempo di Helvétius (fra le Meditazioni sulla felicità di Pietro Verri, del 1763, e il capolavoro di Beccaria dell’anno successivo, Dei delitti e delle pene, nella cui introduzione campeggia), e pronta a diventare manifesto ed emblema dell’utilitarismo ‘ben inteso’ con Bentham. Ed è in effetti Jeremy Bentham il definitivo sistematore della teoria utilitarista, in particolare con l’opera del 1789 Principi della morale e della legislazione. La morale è quella suggerita dalle interpretazioni sensistiche della natura e della conoscenza umana: La natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supre- mi padroni: il dolore e il piacere. Spetta ad essi soltanto indicare Alle soglie della contemporaneità 69 quel che dovremmo fare, come anche determinare quel che fare- mo. […] Il principio di utilità riconosce questa soggezione e l’assu- me come fondamento di quel sistema il cui obiettivo è di erigere l’edificio della felicità con gli strumenti della ragione e della legge (Bentham 1998: 89). Sembra una definizione ottimistica, in linea con molte altre elabo- rate in un secolo, il Settecento, che ha più volte ostentato un vero «culto della felicità» (Minois 2010: 219): ma in realtà Bentham sa che l’oriz- zonte umano è comunque limitato. Non è alla soddisfazione piena, all’eliminazione del dolore, che gli uomini possono tendere: possono però cercare di volta in volta un saldo attivo fra piacere e dolore, una differenza positiva, per così dire, tra il godimento che ci prefiggiamo da una determinata azione e le privazioni che inevitabilmente la stes- sa azione comporta. Si tratta di un rapporto fra ricavi e costi (in senso lato, ovviamente) che può essere ragionevolmente previsto e calcolato, secondo un tipico atteggiamento utilitarista. Sicuramente una posizio- ne del genere comporta uno slittamento da qualitativo a quantitativo, per quanto riguarda gli strumenti dell’appagamento dei desideri: uno slittamento di cui lo stesso Bentham sembra essere conscio, laddove, negli abbozzi della Deontologia, ipotizza la sostituzione nel lessico uti- litarista della parola happiness con un vocabolo più sorvegliato ma più realistico, vale a dire well-being, traducibile con ‘benessere’ (De Luise, Farinetti 2001: 500-501). Ma l’importanza della riflessione di Bentham sta anche in un altro punto. Anch’egli è convinto che il gioco dell’utilità richiede la mobili- tazione dell’iniziativa e dell’intelligenza individuale, non foss’altro per- ché ognuno è il miglior giudice dei propri bisogni, come si comincia a teorizzare in campo liberale. Ma questo non significa ridurre qualsiasi rapporto tra sfera privata e sfera pubblica a una rivendicazione di auto- nomia e di separazione dell’individuo dalla società e dal potere politico che in essa agisce. La ricerca dell’utilità presuppone infatti di perseguire un interesse ben inteso, che si costruisce non con l’abbandono di ogni disciplina ma con l’impiego della ragione e con l’incanalamento delle passioni assicurato da una buona legislazione. La legislazione, che ha per compiti fondamentali la sopravvivenza, la sicurezza, e se possibi- le l’abbondanza e l’uguaglianza fra i cittadini, è infatti uno strumento fondamentale per il perseguimento della felicità, o benessere che sia. Il miglior governo non è quello che fa poche leggi, ma quello che prepa- 70 Claudio De Boni ra leggi buone ed evita quelle cattive. E il criterio, si legge nei Principi del 1789 e si rileggerà ad apertura del Codice costituzionale, non è altro che la «massima felicità per il maggior numero». Dato per scontato che opinioni e interessi degli uomini sono inevitabilmente soggetti a diver- genze e conflitti, un buon governo misurerà i propri atti col metro degli effetti positivi riscontrabili nella maggioranza dei cittadini. Ma più che il principio, teso a riavvicinare il campo delle libertà e dei diritti con quel- lo della disciplina sociale, quello che conta nella posizione di Bentham è l’insieme dei progetti specifici che lo accompagnano: dal sin troppo discusso, per le sue sottili tensioni autoritarie, progetto di riforma car- ceraria racchiuso nel Panopticon all’analogo piano per il controllo della povertà, fino alle più mature posizioni a favore dell’istruzione pubblica e del coinvolgimento del potere governativo nelle politiche sanitarie. 4. Verso l’epilogo: la politica della felicità e la politica del benessere A partire da metà Settecento, il discorso sulla felicità si intreccia sempre più con il giudizio sulle istituzioni politiche esistenti e sulle at- tese di una trasformazione che le renda attive nei confronti dei bisogni dei cittadini. Il primo passo è quello della teorizzazione (e in qualche caso della pratica) di quello che sarà definito ‘dispotismo illuminato’: vale a dire di una riforma che renda il potere sovrano, pur nella sua assolutezza, il garante delle aspettative di soddisfazione dei sudditi (in termini di proprietà, commercio, lavoro) e nello stesso tempo colui che assicura l’ordinato sviluppo delle facoltà umane attraverso la sicurezza per tutti e l’aiuto per i più deboli. Questa figura di sovranità, razionale, prudente, benefica è propugnata con particolare vigore, come tutti san- no, da figure come quelle di Voltaire e di Diderot, ma presenta riflessio- ni di un certo rilievo anche in Italia. Nel 1749 Muratori intitola la sua ultima opera Della pubblica felicità: testo moderato, nel quale la vera felicità consiste nella fede in Dio e, per quanto riguarda questa terra, nel ridurre per quel poco che è possibile i mali connessi con la natura umana, ma insistito nel proporre la figura di un principe magnanimo e concretamente attento ai bisogni del suo popolo. Nel 1763, come si è già fatto cenno, Pietro Verri esibisce a sua volta le proprie Medita- zioni sulla felicità, aggiungendo all’immagine della sovranità insieme garante e benevolente l’augurio di un destino sempre più ugualitario degli effetti della sua politica: Alle soglie della contemporaneità 71 La legislazione più perfetta di tutte è quella in cui i doveri e i di- ritti dell’uomo sieno chiari e sicuri, e dove sia distribuita la felicità colla più eguale misura possibile su tutti i membri (Verri 1996: 61). E Beccaria mette in introduzione a Dei delitti e delle pene un com- piuto schema di perseguimento della felicità, individuando tre sogget- ti deputati a guidare l’umanità in questo processo: il potere politico, responsabile della felicità pubblica; la religione, artefice della giustizia morale; la filosofia, avente il compito di discernere cosa è utile e cosa no alla società. All’esterno invece degli schemi del dispotismo illuminato, si assiste al sovrapporsi fra linguaggio dei diritti e lessico relativo alla felicità: ne è esempio universalmente noto la Dichiarazione di indipendenza americana. È una dichiarazione che si apre con un solenne richiamo (nell’ordine) all’uguaglianza fra tutti gli uomini, al loro essere ugual- mente portatori di diritti ‘inalienabili’ per volontà del Creatore, alla specificazione di tali diritti in diritto alla vita, alla libertà e al «perse- guimento della felicità». La dizione tutto sommato ambigua dell’ulti- mo diritto, in cui la parola ‘perseguimento’ rimanda implicitamente a quell’insieme di altri diritti (proprietà, impresa ecc.) che costituiran- no l’armamentario dell’individualismo non solo americano, non rie- sce tuttavia a nascondere il carattere dirompente della dichiarazione anche sul terreno politico, soprattutto se considerata nel suo insieme. Accanto alla rivendicazione di autonomia per le strategie individuali alla felicità, il testo ribadisce infatti il diritto del popolo alla fondazio- ne costituzionale (concetto del tutto politico) ogniqualvolta la forma di governo esistente si dimostri contraria alle aspettative di sicurezza e di felicità dei cittadini (Scuccimarra 1997: 56). Quest’ultimo aspetto ci conduce a un ulteriore effetto dell’irrom- pere del linguaggio della felicità nell’ambito squisitamente politico, ed è quello della trasformazione in senso rappresentativo (alla lunga, in senso democratico) delle istituzioni statali. Se scopo del governo dev’es- sere non più la conservazione di se stesso, o l’espansione militare, o il semplice mantenimento dell’ordine, ma il perseguimento effettivo di tutta una serie di diritti dai quali dipende l’esistenza stessa dei cittadi- ni in termini di comodità e non di semplice sussistenza, nella secon- da metà del Settecento si moltiplicano le voci che argomentano che gli stessi cittadini, essendo i destinatari di atti del potere politico per loro fondamentali, devono avere accesso quantomeno alla scelta di coloro 72 Claudio De Boni che tali atti devono stabilire. È un principio esaltato in modo partico- lare nelle rivoluzioni, ovviamente, e in quelle teorie precedenti che ra- dicalizzano il motivo democratico nella fondazione della convivenza politica, prima fra tutte quella di Rousseau (peraltro sostenitore della democrazia diretta, all’inizio). Ma non gli sono estranei gli utilitaristi (sia Helvétius sia Bentham sono per un sistema rappresentativo), né personalità di spicco che abbandonano i rigidi schemi del dispotismo illuminato per aprirsi alle soluzioni di tipo democratico (valgano per tutti gli esempi dell’ultimo Diderot e di Condorcet). Dalla mobilitazione politica attorno alle strategie di felicità insie- me private e pubbliche, alla dichiarazione dell’obiettivo della felicità comune, il passo è breve. Ed è quanto trasporta nell’ambito politico e costituzionale la Rivoluzione Francese, con un crescendo linguistico che segue la radicalizzazione in senso democratico e sociale delle po- sizioni in essa via via egemoni. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 riporta nel suo primo articolo l’affermazione che gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti, salvo le distinzioni che l’«utilità comune» può rendere giustificabili. Mentre l’analoga Di- chiarazione di epoca giacobina, compresa nella Costituzione del 1793, parte dalla solenne affermazione secondo cui la «felicità comune» è lo scopo della società, mentre il riconoscimento dei diritti individuali sembra retrocedere da fine a mezzo. Tuttavia, proprio quando il vocabolario della felicità sembra investire in pieno le istituzioni politiche, tanto da indurre Saint-Just a definirla la grande parola nuova dell’Europa contemporanea, esso si avvicina in- vece a un brusco tramonto, oggi talmente registrato dalla storiografia che quasi tutte le opere generali sull’idea di felicità si interrompono di fatto alle soglie dell’Ottocento. Su questo epilogo pesano senz’altro gli eccessi rivoluzionari, la felicità comune come giustificazione del Terro- re: un pericolo già paventato da Kant, che in Sul detto comune vedeva appunto nell’attribuzione alla sovranità del compito della felicità dei cittadini uno dei germi del dispotismo. Ma sono un po’ tutte le tra- sformazioni indotte dalle rivoluzioni politiche settecentesche, nonché dalla nuova disciplina sociale imposta da un’altra rivoluzione, quel- la industriale, a favorire l’eclissi del discorso sulla felicità. Dal primo Ottocento in avanti, in concomitanza con l’affiancarsi all’arte del rap- porto fra individuo e stato di nuove e potenti appartenenze collettive (e parziali), come la classe o la nazione, il lessico si sposterà o tornerà verso altre immagini consolidate del senso della politica: la giustizia, Alle soglie della contemporaneità 73 la legge, il progresso storico, sottolineando di esse più i legami indotti che i processi liberatori. Non è però che di tutto quanto abbiamo qui incontrato non ri- manga nulla. Quello che avrà più lunga e significativa durata sarà il discorso utilitarista, quello dell’interesse ben inteso, avviato come sappiamo da Helvétius e da Bentham, continuato in Francia da Con- dorcet e poi dagli Ideologi, in Inghilterra da John Stuart Mill. La con- vinzione che spinge tale movimento è che la ricerca del benessere (più che della felicità) in una società civilizzata può avvenire solo in un quadro di collaborazione fra individui pure giustamente gelosi delle proprie prerogative e libertà. Ed è una via che si intraprende non per sola spontaneità, ma anche per mezzo dell’intervento dello stato, per costruire le occasioni di benessere che i privati non sarebbero in gra- do di mettere in piedi da soli e per assistere i soggetti deboli ma me- ritevoli nelle loro strategie di realizzazione (si vedano, come esempio particolarmente luminoso di questa tendenza, i capitoli dei Principi di economia politica in cui Mill si interroga sui fondamenti e la plau- sibilità del laissez-faire). Su un altro piano, anche il pensiero tedesco di epoca postrivoluzionaria comincia a delineare il quadro di pensiero entro cui si formerà il futuro ‘stato sociale’: da Fichte a Stein, è tutto un proliferare di indicazioni per lo stato affinché siano concretamen- te assicurati a tutti i mezzi materiali per poter accedere ai beni spiri- tuali, vera fonte di perfezionamento per l’uomo. Il tutto in attesa che, a inizio Novecento, si coni il termine ‘Welfare State’. Alla cui crisi, a partire dagli anni settanta del Novecento e dalla svolta neoliberista, la filosofia politica, e questa volta anche l’economia politica, ricomin- ceranno a interrogarsi sulla felicità… Riferimenti bibliografici Aristotele 1945, L’etica nicomachea, La Nuova Italia, Firenze. Bentham J. 1998, Introduzione ai principi della morale e della legislazione, a cura di E. Lecaldano, Utet, Torino. De Luise F., Farinetti G. 2001, Storia della felicità. Gli antichi e i moderni, Einaudi, Torino. Enciclopedia 1976, a cura di A. Soboul, Editori Riuniti, Roma. Epicuro 2003, Lettera a Meneceo, in Opere. Frammenti. Testimonianze, Laterza, Roma-Bari. 74 Claudio De Boni Hobbes T. 1972. Elementi di filosofia, L’uomo. Il corpo, a cura di A. Negri, Utet, Torino. Hobbes T. 2011, Leviatano, Rizzoli, Milano. Hume D. 1975, Trattato sulla natura umana, a cura di E. Lecaldano e E. Mistretta, Laterza, Roma-Bari. Hutcheson F. 1997, Trattato sulla natura e condotta delle passioni, a cura di L. 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Storia di un’idea, Roma-Bari, Laterza. Verri P. 1996, Meditazioni sulla felicità, a cura di G. Francioni, Ibis, Como-Pavia. LO STATO DEL BENESSERE: DALLA REDISTRIBUZIONE AL RICONOSCIMENTO Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia Sommario: 1. Lo Stato del benessere: crisi e mutamento. – 2. Dalla redi- stribuzione al riconoscimento: «tre ondate di trasformazione del Welfare State». – 3. Eclissi della solidarietà redistributiva. – 4. Benessere, indivi- duo e diritti sociali. – 5. Considerazioni conclusive. 1. Lo Stato del benessere: crisi e mutamento All’apice del suo movimento espansivo, nei primi anni Sessanta del Novecento, quando la tendenza alla universalizzazione delle garanzie dello Stato del benessere1 poteva a ragione apparire il principale vet- tore d’un processo di democratizzazione delle società occidentali or- mai inarrestabile e irreversibile, lo storico inglese Asa Briggs, noto per i suoi studi sull’Inghilterra vittoriana, ha scolpito una definizione del Welfare State destinata a rimanere un punto di riferimento obbligato nel dibattito successivo (vedi da ultimo Saraceno 2013: 13-14), non me- no delle celebri pagine con le quali, poco più di dieci anni prima, Tho- mas Humphrey Marshall aveva individuato i tratti identificativi della cittadinanza sociale nel riconoscimento, ad ogni membro della comu- *  Lo scritto è frutto della comune riflessione degli autori, e tuttavia, ai soli fini della formale attribuzione della responsabilità delle singole parti, occorre precisa- re che a Stefano Giubboni si deve la redazione dei parr. 1-3 e ad Alessandra Pioggia quella dei parr. 4 e 5. 1   Useremo qui promiscuamente le espressioni «Stato del benessere», «Welfare State» o «Stato sociale», conformandoci con ciò all’uso diffuso che le considera equivalenti semantici diretti a denotare un fenomeno sostanzialmente unitario (al di là delle pur cospicue differenze tra i vari modelli nazionali), che trova il suo momento di massima realizzazione nelle democrazie costituzionali europee del secondo dopoguerra. Va nondimeno avvertito che tali espressioni si colorano di sfumature di significato anche rilevanti sul piano dell’analisi storica e com- parata; e questo vale soprattutto per il sintagma «Stato del benessere», per l’eco delle esperienze tardo-moderne di intervento amministrativo degli Stati assoluti (si pensi, per l’appunto, al disegno del Wohlfahrstaat contenuto nell’Allgemeines Landrecht prussiano del 1794): esperienze evidentemente non riportabili al con- cetto di Welfare State democratico affermatosi dopo il 1945. Rinviamo sul punto alle acute annotazioni di Bodei 2014: 41-43. Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 76 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia nità politica, di «un diritto universale a un reddito reale non misura- to sul valore di mercato del soggetto»2. Nella sua analisi Briggs (1961) individuava nel Welfare State una forma di Stato nella quale «il potere organizzato è deliberatamente usato (attraverso la politica e l’ammini- strazione) allo scopo di modificare il gioco delle forze del mercato in almeno tre direzioni: in primo luogo, garantendo a individui e famiglie un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato del loro lavoro o della loro situazione patrimoniale; in secondo luogo, riducen- do la sfera di insicurezza gravante su individui e famiglie, consentendo loro di fronteggiare certe contingenze sociali (come la malattia, la vec- chiaia o la disoccupazione) altrimenti capaci di mettere in crisi gli uni e le altre; in terzo luogo, assicurando a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione di classe o di status, l’accesso ai più elevati livelli di presta- zione in relazione a un certo insieme di servizi sociali». Al di là del diverso grado di focalizzazione analitica, è evidente la sintonia tra la definizione di Briggs del Welfare State e quella offerta nella sua celebre analisi evolutiva della cittadinanza sociale da Marshall un decennio prima, quando l’attuazione del disegno riformatore (o meglio rifondatore) di William Beveridge era appena gli inizi, in una Gran Bretagna ancora segnata dalle ferite della seconda guerra mon- diale. Il punto di caduta di entrambe le definizioni va individuato in quella che – con formula in seguito divenuta altrettanto famosa – Gøsta Esping-Andersen (1990: 3, 35 sgg.) ha chiamato la funzione di de-mer- cificazione (de-commodification) del Welfare State, misurando la forza performativa dei diritti sociali in esso garantiti «nel grado in cui gli stessi permettono alle persone di rendere immuni i propri standard di vita dall’operare delle pure forze del mercato». E l’intera tassonomia del Welfare State del «trentennio glorioso» (Fourastié 2010) proposta da Esping-Andersen è coerentemente costruita attorno ai modi – ol- tre che al grado e alla intensità – in cui i diversi «mondi» di capitali- 2   Marshall 1992: 50. In un passo precedente Marshall (1992: 13) aveva ulte- riormente precisato che l’«elemento sociale» della cittadinanza doveva intendersi come comprensivo di «tutta la gamma che va da un minimo di benessere e sicu- rezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vi- vere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società», sottolineando la centralità del ruolo svolto a tal fine dal sistema scolastico e dai servizi sociali. Preleviamo le citazioni dalla traduzione italiana della seminale opera di Marshall, apparsa come noto, nella sua edizione originale, nel 1950. La si veda riprodotta in Marshall 1973, al cap. IV. Lo stato del benessere 77 smo organizzato del welfare hanno svolto tale fondativa funzione di de-mercificazione, ovvero di immunizzazione di individui e famiglie dalle conseguenze avverse dei processi di mercato, con un progressivo décalage dal modello socialdemocratico accentuatamente redistribu- tivo dei paesi scandivi a quello corporativo dell’Europa centrale, sino a quello liberale-residuale dell’area anglosassone3. Queste definizioni costituiranno pertanto il punto di partenza an- che della nostra analisi. È infatti sulla base di queste definizioni classi- che che, guardando soprattutto all’esperienza italiana, ci proponiamo qui di seguire il tracciato almeno di alcune di quelle che ci appaiono le principali linee di trasformazione degli Stati sociali ´maturi` che co- stellano la complessa geografia politica dell’attuale Unione europea. Ovvi limiti di spazio ci impediscono una analisi sistematica e a mag- gior ragione sconsigliano di coltivare ambizioni propriamente compa- ratistiche: procederemo piuttosto per exempla4 – tratti prevalentemente dall’evoluzione dello Stato sociale italiano nel contesto di cambiamenti comuni anche ad altri sistemi di welfare dei paesi dell’Unione europea –, nel tentativo di rintracciare almeno le linee di tendenza di fondo dei grandi cambiamenti in atto. Nel titolo di questo contributo abbiano volutamente evitato di usa- re la parola che più spesso – e oggi in modo certamente più fondato di quanto non valesse per talune analisi anticipatrici della seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso (cfr., tra le più significative, quelle di O’Connor 1979; Rosanvallon 1981) – è associata al sintagma «Sta- to del benessere»: «crisi». Si è resistito all’uso di tale parola non certo perché non si condivida la diagnosi contenuta nelle analisi – vecchie e nuove – sulla crisi del Welfare State. Siamo anzi dell’idea che la stessa crisi dell’Unione europea – resa conclamata dalla grande recessione di questi anni – si risolva essenzialmente in una (fase nuova della) crisi della forma dello Stato costituzionale, democratico e sociale, nella spe- cifica configurazione di Welfare State da questo storicamente assunta 3   La ricostruzione tipologica di Esping-Andersen – oggetto in questo venti- cinquennio di un ampio dibattito critico e di una serie di proposte di revisione nell’ambito degli studi di economia politica comparata del welfare (di cui dà sinte- ticamente conto Saraceno 2013: 30 sgg.) – è chiaramente influenzata dai seminali contributi di Richard Titmuss, un altro dei gradi fondatori teorici della tradizione inglese di social policy. Cfr. almeno Titmuss 1958. 4  Cfr. già, in analoga prospettiva, e sia pure nella diversa ottica di una Begriffsgeschichte dello Stato del benessere, Costa 1997. 78 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia in Europa a partire dal secondo dopoguerra e ancora in espansione si- no alla fine degli anni Settanta del Novecento5. La parola crisi – proprio per la sovrabbondanza di usi – è tuttavia irresistibilmente ambigua e finisce per caricarsi d’uno spettro di si- gnificati tanto ampio da dissolverne qualunque effettiva valenza euri- stica. Nelle analisi più pessimistiche essa prefigura destini di radicale destrutturazione degli assetti novecenteschi del Welfare State, mentre questi – persino nei paesi della cosiddetta periferia europea, vittime sacrificali delle politiche di austerity – dimostrano una forza di ´re- silienza` (vesi ad es. Treu 2013), che conferma viceversa l’assunto che «la nozione di Stato sociale designi ormai una qualità costitutiva dello Stato contemporaneo e non più semplicemente una specifica dimensio- ne del diritto positivo» (Supiot 2013: 28). Preferiamo perciò formulare una più precisa ipotesi di lettura delle dinamiche di mutamento del- lo Stato del benessere indotte, o forse semplicemente accentuate, dalla crisi6 – peraltro assai asimmetrica nell’impatto sui singoli paesi – che destabilizza in particolare l’Unione europea. L’ipotesi che formuliamo è che la crisi in atto accentui anzitutto una tendenza, radicatasi in realtà da oltre un ventennio, alla graduale ridu- zione – o al retrenchment, come si è suggerito in analisi note (vedi in particolare Pierson 2001) – delle istituzioni portanti dello Stato sociale come «vaste machine anonyme de redistribution des riches à l’échelle nationale» (Supiot 2013: 48). Le strutture portanti della solidarietà re- distributiva hanno senz’altro subito una graduale erosione – con im- plicazioni evidenti sul generale aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche in tutta Europa – per lasciare spazio a forme di intervento sociale dello Stato ritenute più coerenti con l’esigenza di un efficiente funzionamento del mercato del lavoro. Il trapasso  –  di per sé solo tendenziale e comunque solo parzia- le – dalla solidarietà redistributiva a quella «competitiva» (da ultimo Streeck 2013) ovvero ancora a quella «capacitante» (Hemerijck 2012) innesca tuttavia processi non lineari e per certi versi contradittori. Da 5   Cfr., in tal senso, per tutte, le analisi svolte da prospettive diverse – ma sul punto largamente convergenti – di Streeck 2013, Spinelli 2014 e Brunkhorst 2014 (nonché, volendo, quella di Joerges e Giubboni 2013). 6   Una crisi che è anzitutto (o che comunque è in primo luogo divenuta) po- litica – e costituzionale –, e solo di riflesso economica e finanziaria. Si leggano le lucide e appassionate pagine di Spinelli 2014: 6 sgg. Lo stato del benessere 79 un lato minaccia – in particolare dove si risolve in arcigne politiche selettive di workfare e di condizionalità nell’accesso alle prestazioni so- ciali – la stessa missione costitutiva del Welfare State come essenziale strumento di immunizzazione dei corsi di vita delle persone dalle pure logiche del mercato, assecondando al contrario dinamiche di ri-mercifi- cazione e di regressione privatistica, molto evidenti anche in Italia nel- la stessa ri-regolazione del rapporto di lavoro subordinato. Da un altro lato apre tuttavia nuovi spazi per la «riscoperta dell’individuo» (vedi solo Simitis 1990), dischiudendo sfere di autonomia e di libertà delle persone come possibilità di autorealizzazione di sé in una logica di ´ri- conoscimento` che, senza obliterare la basilare funzione redistributiva dello Stato sociale, rideclina la garanzia del benessere – «del rispetto, della dignità, della integrità, della non discriminazione» (Rosanvallon 2011a: 370) – nella prospettiva che con Michael Walzer (1987) potrem- mo chiamare della «uguaglianza complessa», ovvero d’una modalità dell’essere eguali attenta alle differenze7. Il movimento dalla redistribuzione al riconoscimento, come ci pro- poniamo di argomentare nelle pagine seguenti, non indica, peraltro, una tendenza univoca: le due logiche non sono tra di loro reciproca- mente alternative e convivono, in dosaggi diversi, nella realtà complessa e multiforme dei modelli nazionali di Stato sociale in trasformazione. 2. Dalla redistribuzione al riconoscimento: «tre ondate di trasformazione del Welfare State» Anton Hemerijck (2012) ha recentemente proposto una sintesi e una periodizzazione assai efficaci di quelle che egli definisce le «tre ondate» di trasformazione del Welfare State. L’affacciarsi sulla scena del paradig- ma emergente del welfare dell’investimento sociale, delle politiche abi- litanti di riconoscimento e di promozione delle capacità delle persone, scandisce solo la fase più recente – e ancora tutt’altro che assestata – di tali trasformazioni. L’onda lunga del compromesso keynesiano del se- 7   Cfr. ancora Rosanvallon (2011: 351, 399), che – nel parlare di trapasso dalla égalité-distribution alla égalité-relation – evoca, nella stessa prospettiva, l’idea di idiorythmie proposta da Roland Barthes nell’immaginare una società egualitaria rispettosa delle differenze e delle «distanze». E si veda recentemente in termini simili Mingione 2014: 218. 80 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia condo dopoguerra ha da tempo arrestato la sua spinta espansiva di fron- te alla forza d’urto dell’ondata neoliberista iniziata negli anni Ottanta, senza che questa abbia tuttavia potuto cancellare le istituzioni portan- ti dell’originario contratto sociale democratico. La vicenda dello Stato sociale in Italia – un caso di per sé emblematico di morfologia ibrida, irriducibile a qualunque modello idealtipico di welfare – è significativa della irrisolta complessità di tali processi di trasformazione, nei quali l’ondata del cambiamento, anche quando è rafforzata, come in questi anni, dall’urgenza e dalla gravità della crisi, è stata certamente capace di incidere, anche in profondità, sugli assetti consolidati di protezione sociale, ma non ha tuttavia prodotto una radicale ristrutturazione del sistema e della stratificazione di interessi protetti in esso incorporata. La generalizzazione della protezione sociale sulla base del principio di uguaglianza sostanziale – «in attuazione delle norme costituzionali dette “promozionali”, che sviluppano il concetto di giustizia definito dall’art. 3, comma 2, come la rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (Mengoni 1982: 134) – si è re- alizzata in Italia con un certo ritardo rispetto a quanto avvenuto nei principali paesi dell’odierna Unione europea. La spinta decisiva, frut- to del grande ciclo di lotte operaie della fine degli anni Sessanta e del complessivo mutamento degli equilibri politici e sociali del paese, risale alle riforme pensionistiche del 1968-1969, con le quali venne genera- lizzato il sistema di calcolo retributivo delle pensioni anche nel settore privato, e nella contestuale istituzionalizzazione della Cassa integra- zione guadagni straordinaria e della tutela speciale per la disoccupa- zione nell’industria. È in quella congiuntura storica che giunge al suo apice la parabola ascensionale del diritto del lavoro del ‘garantismo’, con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970 e la riforma del processo del lavoro del 1973. La legge istitutiva del servizio sanitario nazionale del 1978 segna il punto più alto dell’universalismo nelle ri- forme sociali italiane e chiude, anche simbolicamente, il ciclo espansivo del Welfare State secondo un disegno di cittadinanza sociale espres- samente ispirato al progetto emancipatorio dell’art. 3, comma 2, Cost. (cfr. Persiani 1979). Neppure in questa fase espansiva le istituzioni della solidarietà re- distributiva – in primo luogo le assicurazioni sociali, «la forma fonda- mentale della politica sociale nell’epoca postbellica» (Hemerijck 2012: 37) – giungono peraltro a realizzare, nel nostro paese, una compiuta universalizzazione dei diritti sociali di prestazione. Al di fuori dei set- Lo stato del benessere 81 tori della scuola e della sanità, l’espansione dello Stato sociale italiano è piuttosto il prodotto incrementale e disorganico di logiche partico- laristiche e categoriali, e se un qualche esito universalistico si è rea- lizzato (solo negli ultimi due decenni) anche nel campo della tutela pensionistica e in quella contro la disoccupazione, si è trattato, al più, di un «universalismo per sommatoria», come è stato efficacemente det- to (Veneziani 1996: 117). Ma pur con questi limiti, il Welfare State «all’italiana» (vedi da ulti- mo Ferrera, Fargion, Jessoula 2012), in virtù del suo forte radicamento nella Costituzione del 1948, ha condiviso un aspetto fondamentale della golden age dello Stato del benessere keynesiano: l’idea del primato co- stitutivo della politica sull’economia, quale tratto caratterizzante del- le costituzioni democratiche europee postbelliche, che «impone ormai l’Ergreifung, la cattura costituzionale dell’economico» (Luciani 1998: 775), e che traduce così sul piano normativo la definizione sociologi- ca del welfare redistributivo come sistema di de-mercificazione, come «political protection against the economic risk» (Hemerijck 2012: 36). Questo tratto costitutivo del contratto sociale, sui cui si fonda il Welfare State postbellico, traduce l’idea della «autonomia del diritto nella sua funzione formativa dell’ordine economico-sociale», ovvero – sempre nelle parole di Luigi Mengoni (1963: 159) – il principio per cui «il di- ritto vincola le scelte politico-economiche dello Stato alle esigenze della giustizia materiale, alla realizzazione di un ordine giusto della società economica». Questo è il significato del riconoscimento costituzionale dei diritti sociali e della norma che ne costituisce l’architrave assiolo- gica, l’art. 3, comma 2, Cost., «il quale istituisce un nesso indissolu- bile tra Stato di diritto e Stato sociale, nel senso che solo l’intervento nell’economia da parte degli organi pubblici può realizzare lo Stato di diritto in senso sostanziale, come sintesi di libertà e di eguaglianza» (ancora Mengoni 1963: 159-160). L’ondata neoliberista – propagatasi anche in Europa a partire dagli anni Ottanta – segna, al di là dei diversi percorsi di retrenchment e di ristrutturazione attuati nei differenti contesti nazionali di Welfare Sta- te, esattamente il rovesciamento di questo rapporto costituzionale tra politica ed economia. La prospettiva si capovolge anzitutto nei paradig- mi economici di riferimento: il Welfare State non è più concepito come precondizione sociale dello sviluppo del capitalismo democratico, ma, per i disincentivi e le distorsioni che determina, viene visto come un ostacolo al buon funzionamento del mercato (vedi da ultimo, per tutti, 82 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia Franzini 2014: 168). Simmetricamente, sul piano della trasformazione dei paradigmi costituzionali, si assiste a un ripensamento radicale del rapporto tra politica ed economia, e la nuova costituzione economica comunitaria assume gradualmente la funzione di garanzia del libero dispiegarsi dei processi di mercato contro l’invadenza distorsiva dell’in- tervento degli Stati sociali nazionali. Come è stato efficacemente os- servato, la fondamentale assunzione costituzionale che effettivamente accomuna ordoliberali e neoliberisti è l’idea che il diritto debba essere trasformato da sistema che protegge la società «a sistema che immu- nizza il capitalismo transnazionale» (Brunkhorst 2014: 1189) dalle in- terferenze del potere democratico. Nel nuovo scenario, «Le politiche di protezione sociale cambiano radicalmente di significato e obiettivo: divengono politiche dell’offerta (di lavoro) piuttosto che della domanda (di beni di consumo)» (Saraceno 2014: 24). Disoccupazione e stagnazione vengono infatti ripensate – in linea con i postulati dell’economia neoclassica – come un problema es- senzialmente microeconomico, che esige di essere curato con politiche che stimolino l’offerta eliminando le distorsioni al corretto funziona- mento del mercato del lavoro. Una tale impostazione – almeno sul piano teorico – tollera al più un welfare minimale e selettivo, programmati- camente rivolto a ridurre al minimo i disincentivi all’attivazione dei la- voratori derivanti da una protezione sociale eccessivamente generosa e disposto semmai a sollevare da condizioni di estremo bisogno soltanto i ‘poveri meritevoli’. In contrapposizione alla funzione correttiva delle diseguaglianze sociali propria del welfare universalistico e redistribu- tivo, il nuovo modello di workfare selettivo postula un fondamenta- le livello d’ineguaglianza come naturale conseguenza dell’operare di mercati concorrenziali e come stimolo permanente all’efficiente fun- zionamento degli stessi. Ed è precisamente in quest’ottica che «sono gli “esclusi” a diventare i destinatari privilegiati degli interventi e delle operazioni di redistribuzione, secondo un’idea di Stato assistenziale. Il fine della riduzione delle diseguaglianze si rattrappisce per concentrarsi sul trattamento dei poveri» (Rosanvallon 2011a: 380). Naturalmente, questo radicale mutamento di prospettiva quasi mai riesce a tradursi linearmente in una coerente azione di ristrutturazione dei sistemi di Welfare State. Dove la rivoluzione conservatrice prende politicamente avvio, in particolare nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher, la resistenza al cambiamento delle forze sociali organizzate viene fiaccata più rapidamente che altrove e le politiche di retrenchment Lo stato del benessere 83 e di privatizzazione di larghi settori del welfare cambiano in profondità il volto dello Stato sociale beveridgiano già a metà degli anni Ottanta (cfr., anche per più precisi riferimenti, Giubboni 1994). In Italia l’on- data neoliberale arriva attutita e in ritardo, e il mutamento di prospet- tiva sull’esigenza di riformare in profondità un sistema di welfare da tempo trasversalmente percepito come squilibrato e inefficiente entra in realtà nell’agenda politica dei governi (a ben guardare con differenze non sostanziali tra esecutivi di centrodestra e di centrosinistra) soltan- to quando il paese è costretto a misurarsi col vincolo esterno europeo, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. Tuttavia, al di là dell’obiettivo della riduzione della spesa pubblica e in particolare della stabilizzazione di quella pensionistica in rapporto al prodotto interno lordo (art. 1, comma 1, legge n. 335 del 1995), è difficile rintracciare nelle riforme italiane dell’ultimo ventennio una ratio uni- voca e coerente. Nel proporne una valutazione di sintesi, osservatori at- tenti hanno parlato di «politiche di “retrenchment” o di contenimento della spesa, senza alcuna forma sostanziale di “ricalibratura”» (Ascoli, Pavolini 2012: 429), proprio per sottolineare che – salvo per l’appunto l’obiettivo della stabilizzazione della spesa previdenziale, centrato, dalla legge n. 335 del 1995 sino al cosiddetto decreto «Salva Italia» (legge n. 214 del 2011), sul perfezionamento del passaggio dal metodo retributi- vo a quello contributivo di calcolo delle pensioni e sul progressivo in- nalzamento dei requisiti anagrafici di accesso ai trattamenti (vedi per tutti Cinelli, Giubboni 2014: 119 sgg.) – è mancata, almeno sino ad oggi, una autentica revisione dell’impianto strutturale del nostro sistema di welfare e in particolare una correzione dei suoi principali squilibri di- stributivi interni. Da questo punto di vista non vi è stata vera coeren- za né con le ricette neoliberiste, come dimostrano ad esempio le scelte compromissorie in tema di regolazione della previdenza complemen- tare e dei fondi pensione, né con le prescrizioni di policy riconducibili al paradigma emergente del Welfare State dell’«investimento sociale», propulsore della terza ondata di cambiamento dello Stato del benes- sere secondo la scansione analitica di Anton Hemeriick (2012; 2013). Nell’impianto ibrido dello Stato sociale italiano si stratificano così livelli e itinerari diversi e talvolta dissonnanti di mutamento, nei quali, accanto a un generale indebolimento della vecchia finalité redistributiva d’ispirazione keynesiana, si fa fatica a tracciare linee nette di distinzio- ne, ma in cui è nondimeno possibile rintracciare tentativi nuovi di ride- clinare la fondamentale connessione tra libertà ed eguaglianza voluta 84 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia dall’art. 3 Cost. e di riscoprire l’idea che «i diritti sociali siano diritti “abilitanti” all’esercizio di quelli civili e politici» (Rodotà 2014b: 82). 3. Eclissi della solidarietà redistributiva I segni di una progressiva erosione dei modelli novecenteschi di soli- darietà redistributiva sono comunque molto visibili anche nella vicenda dello Stato sociale italiano. Il segno più evidente di tale tendenza – an- che al di là dell’impatto delle singole politiche di retrenchment attuate a partire dagli anni Novanta – va colto in una sorta di surrettizio svuo- tamento dello statuto costituzionale dei diritti sociali di prestazione e segnatamente in una «caduta di prescrittività» sostanziale (Morrone 2014: 81) delle norme della Costituzione che (come fa tipicamente l’art. 38, ai commi 1 e 2) ne individuano i contenuti di valore. Si tratta di una tendenza radicatasi nella giurisprudenza costituzio- nale già a partire dalla fine degli anni Ottanta (vedi per tutti Bongio- vanni 1997; Benvenuti 2012), che tuttavia il nuovo «diritto della crisi» (con i suoi pilastri nel Fiscal Compact e nella revisione dell’art. 81 Cost.) ha certamente radicalizzato. La nozione di diritti finanziariamente condizionati  –  da tempo impiegata dalla Corte costituzionale (vedi tra le prime la sentenza n. 455 del 1990) – rischia in questa prospettiva di annullare interamente lo statuto costituzionale del diritto sociale a prestazione nella discrezionalità riconosciuta al legislatore ordinario, in una sorta di effettiva de-costituzionalizzazione della situazione sog- gettiva. La sistematica deferenza della Corte verso i contingenti eserci- zi di bilanciamento operati dal legislatore tra bisogni sociali e risorse finanziarie disponibili, in assenza di una idea forte di uguaglianza so- stanziale e d’un corrispondente ancoraggio al principio di solidarietà, si risolve in tal modo in una strisciante «degradazione dei diritti sociali de quibus a diritti meramente legali» (Benvenuti 2012: 272). Questo impianto concettuale solleva una questione di fondo, visto che mette in discussione un elemento essenziale del costituzionali- smo democratico e sociale contemporaneo, quale è quello della «for- za di norma» superiore e dunque della effettiva «capacità prescrittiva» (Azzariti 2014: 16) che deve essere in principio riconosciuta anche alla garanzia costituzionale del diritto sociale di prestazione. La «capacità ordinante» (ancora Azzariti 2014: 32) della Costituzione, attorno al valore unificante che essa attribuisce con gli artt. 2 e 3 al principio di Lo stato del benessere 85 solidarietà, rischia infatti di dissolversi in una impotente presa d’atto delle scelte politiche assunte dal legislatore sotto il vincolo di un equi- librio finanziario superimposto aliunde come unico dato normativa- mente condizionante. Torna così a riemergere  –  come ha osservato Rodotà (2014a: 7) – «una questione di portata generale, già sollevata in passato, che riguarda appunto il rapporto tra scelte politiche e principi costituzionali, che dà rilevanza alla necessità di rispettare gli objectives de valeur consti- tutionnelle, gli Staatszielbestimmungen». Il problema è che, in quella stessa logica di inversione del rapporto costituzionale tra economia e politica a cui abbiamo accennato sopra, l’allocazione delle risorse scar- se non risponde più «ad una gerarchia per cui la priorità tra i diversi impieghi è stabilita in relazione all’attuazione dei diritti fondamentali» (Rodotà 2014a: 7), ma si preoccupa pressoché esclusivamente di con- formarsi agli imperativi di stabilità finanziaria costituzionalizzati dal nuovo diritto europeo della crisi (Craig 2014)8. Ma con ciò – richia- mando ancora l’analisi di Rodotà (2014b: 78-29) – «l’economico si ma- nifesta come predominio sul giuridico e sul politico» nella forma più radicale, giacché si assiste a una «decostituzionalizzazione accompa- gnata da una ricostituzionalizzazione in termini economici, nella quale si registra una rinnovata centralità della proprietà, che determina una subordinazione dei diritti sociali a una discrezionalità politica conce- pita come insindacabile potere proprietario sulle risorse disponibili; e una dipendenza della persona dalle risorse proprie, necessarie per ac- quistare sul mercato quel che dovrebbe essere riconosciuto come dirit- to e che, invece, si presenta come merce, con un evidente ritorno alla cittadinanza censitaria»9. De-costituzionalizzazione dei diritti sociali condizionati e ri-mer- cificazione sono epifenomeni dell’eclissi della solidarietà redistributiva suscettibili di essere osservati anche sotto un’altra angolatura. Il vin- colo delle risorse e la condizionalità si manifestano, infatti, sempre più chiaramente, anche a un altro livello, che potremmo definire ´micro- 8   Sui perversi effetti antidemocratici di una «spirale tecnocratica» che finisce per rafforzare strutturalmente un determinato modello di politica, sistematica- mente soggiogato agli imperativi dei mercati finanziari globalizzati, cfr. Habermas 2013: 11 sgg. Per ulteriori ragguagli sul dibattito europeo vedi inoltre Dani 2013: 339 sgg., Benvenuti 2013 e, si vis, Giubboni 2012: 547 sgg. 9   Con analoghi accenti critici vedi anche Busnelli 2014: 14 sgg. 86 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia gestionale`, in quanto coinvolge la conformazione dei comportamen- ti esigiti da parte del singolo beneficiario perché lo stesso possa aver accesso alla prestazione pubblica. Se nel modello assicurativo-sociale classico «la solidarietà è concepita come una costruzione collettiva ga- rantita incondizionatamente dallo Stato mediante il riconoscimento di diritti», nella nuova concezione si afferma «una interpretazione con- trattuale della solidarietà, alla cui stregua gli individui sono mobilita- ti secondo una logica di contropartita al fine di meritare le risorse di cui possono essere destinatari» (Castel 2013: 5). Questa tendenza si è rafforzata in questi anni, anche in Italia, soprattutto nel campo della tutela contro la disoccupazione, in cui l’uso di moduli lato sensu con- trattuali – come nel contratto di ricollocazione recentemente previsto dal Jobs Act in combinazione con la nuova assicurazione sociale per l’impiego – si carica di una indubbia connotazione workfaristica di inasprimento della condizionalità. La realtà delle trasformazioni dello Stato del benessere – come si è già sottolineato – è tuttavia molto complessa e non si lascia ridurre dentro schemi interpretativi univoci. La tendenza alla personalizzazione delle prestazioni sociali può assumere valenze decisamente diverse quando, invece che essere pensata in una logica di sostanziale riduzione della protezione assicurata dallo Stato, è concepita come strumento di pro- mozione della autonomia delle persone. Abbiamo più volte osservato che è difficile tracciare una linea di confine precisa tra logiche di con- dizionalità in funzione di contenimento della spesa e logiche di inve- stimento sociale e di promozione delle capacità delle persone. Occorre però riconoscere che in una serie di ambiti di crescente rilevanza – dalle politiche di conciliazione a quelle di inserimento sociale delle persone con disabilità, sino ai temi della protezione della salute come diritto complesso e del governo della vita – il riconoscimento di maggiori spazi di autonomia e di modulazione differenziata della prestazione pubbli- ca in funzione delle specifiche esigenze del beneficiario avviene in una logica molto diversa da quella della pura condizionalità. Una logica di riconoscimento di quella dimensione della égalité-relation – per ripren- dere l’evocativa formula di Rosanvallon10 – sulla quale è opportuno ora soffermare più approfonditamente la nostra analisi.  Vedi supra alla nota 7, anche per i riferimenti. 10 Lo stato del benessere 87 4. Benessere, individuo e diritti sociali Se nel Welfare liberale-residuale di matrice anglosassone l’imma- gine antropologica della singolarità individuale ha sempre convissuto con la prospettiva di una eguaglianza anche redistributiva, nel modello corporativo dell’Europa continentale quella dell’individuo è rimasta a lungo, e per certi versi resta ancora, una «astratta e infeconda idea» (Orsi Battaglini 1988). L’obiettivo dell’immunizzazione del destino delle persone dalla ‘naturalità’ dei rapporti sociali in nome della solidarietà degli eguali ha determinato una sterilizzazione delle differenze, che, se è apparsa funzionale al riconoscimento di una serie di tutele legate all’eguaglian- za su cui si è fondato lo Stato sociale di diritto, ha avuto anche l’esito di mantenere iscritto l’orizzonte del discorso politico giuridico (anche post-costituzionale) nella triade Stato, società e diritto: il primo (lo Stato) concepito come strumento di emancipazione della seconda (la società) attraverso il terzo (il diritto). In tale quadro il pieno sviluppo dell’individuo ha assunto l’ottimistica e ingenua forma della conse- guenza ´spontanea` del progresso della società attraverso l’uguaglianza, obliando così del tutto la questione del pieno appagamento della diver- sità come necessario completamento del processo di realizzazione di sé. Nel discorso sui diritti sociali sono restate così in ombra le esclu- sioni e le sperequazioni fra gli inclusi che l’attuazione del dettato co- stituzionale sull’eguaglianza sostanziale andava producendo sin da subito. Le ragioni sono diverse, ma certamente fra di esse centrale è stata la prospettiva dell’eguaglianza attraverso la redistribuzione del reddito fra capitale e lavoro, nel presupposto che la sola diseguaglian- za sostanziale possibile riguardasse le risorse. Lo sforzo di coesistenza fra finalità costituzionali nazionali e obiettivi dell’unificazione euro- pea ha ulteriormente compresso la prospettiva, fino, in alcuni casi, a far percepire come dimenticato il tema stesso dell’eguaglianza (Ferrara 1998: 286) e a rendere comunque quantomeno «scomoda» l’indagine sulle possibili sperequazioni create dalle «conquiste dello Stato socia- le» (Pinelli 2012: 125). Negli anni simbolo di quelle conquiste la società si è riconosciuta e incarnata nell’uomo medio e, nel garantire ad esso l’emancipazione dai bisogni, il diritto ha ritenuto realizzato il massimo progresso sociale. L’assenza della prospettiva dell’individuo nella trama dei diritti sociali ha fatto sì che l’amministrazione soggetto (l’ospedale, la scuola, la strut- 88 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia tura residenziale per anziani) si sia spesso sovrapposta alla persona del beneficiario con le sue prestazioni, senza considerare se queste, certa- mente utili e a lui mancanti, fossero effettivamente e sostanzialmente finalizzate «alla sua liberazione come persona» (Allegretti 1991: 219). In questo quadro chi non si è riconosciuto nella medietà ha rischiato di vedersi relegato nel ruolo di antagonista di quel bene che soddisfa i più. Ci piace qui ricordare alcune belle pagine che Stefano Rodotà (1977) ha dedicato al grande unico processo, fatto di tante denunce e di al- trettante pronunce, che per buona parte della sua vita artistica ha vi- sto coinvolto Pier Paolo Pasolini. Il solitario poeta che ingaggia la sua battaglia contro un’intera struttura di potere, nell’immagine offertaci dal giurista, diventa il simbolo di quell’astratta infeconda idea di indi- viduo che, in quanto antagonista del sistema, lo mette in crisi e lo for- za spingendolo verso il suo limite, limite del quale denuncia l’esistenza con il suo stesso esistere. Rodotà, tuttavia, ci segnala pure come quel non riconoscersi nel modello di piena realizzazione della persona of- ferto ai più sia anche il segno del processo di liberazione che si avviava in quegli anni nel corpo della società italiana, che era pure liberazione dalla trama del discorso giuridico in cui quella società era avviluppata. Un processo lungo e ancora in corso, in cui il progressivo rivendicare i diritti del singolo svincolandoli dall’ipoteca della totalità fa affiorare nuove dimensioni della legalità-tutela. È la marcia dei cosiddetti nuovi diritti, che afferma nuovi criteri per l’emersione delle situazioni tutelate e al tempo stesso ne evidenzia la non degradabilità di fronte all’inte- resse pubblico, a ciò che è bene per i più, al modo comune di percepire quel bene (Orsi Battaglini 1988: 611). Di questo ci parlano vicende come quelle che hanno portato all’atten- zione dei giudici la violazione del principio di laicità nelle scuole; la com- pressione del diritto all’istruzione e all’inserimento sociale dei disabili; la mancata considerazione per l’autodeterminazione della persona nel- la somministrazione di trattamenti medici negli ospedali. Vicende che hanno avviato la rilettura in corso del contenuto di alcuni diritti sociali. Quello alla salute, ad esempio, in cui l’autodeterminazione dell’indi- viduo si è avviata a divenire sempre più parte integrante delle modalità attraverso le quali costruire le prestazioni che realizzano in concre- to il diritto al benessere di una singola persona. La giurisprudenza di questi ultimi anni ha tracciato con decisione il percorso lungo il qua- le la cura cessa di essere ciò che l’amministrazione ritiene di proporre o imporre al paziente in considerazione di un’idea di bene comune ai Lo stato del benessere 89 più, ma si adatta, nei limiti in cui ciò sia scientificamente possibile, ai bisogni del singolo malato nel rispetto dell’itinerario umano, prima ancora che curativo, di quest’ultimo. La trasformazione non riguarda solo la trama del diritto del singolo, ma cambia il contenuto del dove- re che lo realizza, e rivela una nuova complessità della prestazione a cui è tenuta l’amministrazione di servizio. Pare utile qui richiamare il passaggio di una recente sentenza in cui il Consiglio di Stato porta a compimento questa prospettiva del diritto alla salute ricostruendo il dovere dell’amministrazione sanitaria come dovere di porre in essere una «prestazione complessa che va dall’accoglimento del malato alla comprensione delle sue esigenze e dei suoi bisogni, dall’ascolto delle sue richieste alla diagnosi del male, dall’incontro medico paziente al- la nascita all’elaborazione di una strategia terapeutica condivisa, alla formazione del consenso informato all’attuazione delle cure previste e volute, nella ricerca di un percorso anzitutto esistenziale prima an- cor che curativo […] che abbia nella dimensione identitaria del malato, nella sua persona e nel perseguimento del suo benessere psico-fisico, il suo fulcro e il suo fine»11. Quello che va delineandosi è un nuovo e diverso modo di essere dei diritti sociali: nello spostamento dello sguardo dalla società all’indivi- duo si dissolve la membrana fra pretese e libertà e l’intervento pubblico si configura come strumentale non solo e non tanto alla realizzazione di un ideale progetto di trasformazione della società, quanto alla con- creta liberazione della persona attraverso il sostegno nel percorso che porta al pieno compimento di sé. In questo processo anche la legge, strumento dell’eguaglianza ge- nerale e astratta, può apparire non del tutto adeguata alla regolazione delle modalità di soddisfazione di pretese che, come quelle legate ai diritti sociali, impongono prestazioni non standardizzabili, ma da ri- costruirsi a partire dalle specificità dell’individuo che ne è portatore. Realizzare il comando legislativo resta un passaggio fondamentale nel compimento del progetto dell’eguaglianza, ma può non essere suffi- ciente: la tutela effettiva di alcuni diritti richiede all’amministrazione di servizio adempimenti che la legge, in quanto regola generale, non è in grado di prevedere o che comunque è bene che non preveda in ma- niera astratta e uniforme.   Così Cons. Stato, sez. III, sent. n. 4460 del 2014. 11 90 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia In questa prospettiva appaiono significative alcune sentenze del giudice costituzionale che hanno sanzionato o corretto automatismi e rigidità introdotti dal legislatore e considerati inidonei a realizzare un adeguato bilanciamento fra diritti costituzionali o che, attraverso pronunce di principio, hanno sostituito a una regola rigida, stabilita dalla legge, una norma flessibile e adattabile dall’amministrazione al- le specifiche esigenze di tutela del diritto del destinatario dell’azione pubblica12. È il caso, ad esempio, della sentenza della Corte n. 80 del 2010 che, nel dichiarare l’illegittimità della disposizione legislativa che fissava un limite invalicabile al numero degli insegnanti di sostegno, argomenta nel senso che dal nucleo incomprimibile del diritto discen- de la necessità di strumenti «elastici» di intervento che consentano di individuare di volta in volta «meccanismi di rimozione degli ostacoli che tengano conto della tipologia di handicap da cui risulti essere af- fetta in concreto una persona» attraverso «interventi mirati». 5. Considerazioni conclusive Nelle divergenti tendenze delle quali si è cercato di dare conto nelle pagine che precedono si delineano i tratti di quella che Rosanvallon ha identificato come «the transition from an individualism of universality to an individualism of singularity» (Rosanvallon 2011b). Una transizio- ne e, dunque, un processo ancora in corso, nel quale si riflettono nuo- ve aspettative democratiche, ma nel quale si annidano anche pericoli di rottura degli equilibri faticosamente raggiunti dallo Stato sociale di diritto, a partire dal legame fra democrazia ed eguaglianza. Si è già considerato come l’eclissi del modello redistributivo, accen- tuata dall’adesione diffusa delle istituzioni alla logica di un «diritto del- 12   Di sentenze additive di principio «per deficit di flessibilità» ha dato conto, ad esempio, Salazar 2000. Diverse pronunce in questo senso hanno riguardato la materia carceraria, rendendo maggiormente elastiche e perciò adattabili alle specifiche caratteristiche della persona coinvolta, le norme relative alle misure di sicurezza non detentive (Corte cost., nn. 253 del 2003 e 367 del 2004), o le misure premiali ed alternative (Corte cost., nn. 109 del 1997; 324 del 1998; 450 del 1998). Sebbene la gran parte di queste sentenze conduca ad un ampliamento dei poteri del giudice, alcune di esse si indirizzano invece esplicitamente agli organi della pubblica amministrazione, rimettendoli in gioco quali soggetti dell’attuazione di- retta delle norme costituzionali. Si vedano in proposito sentenze quali la n. 371 del 1994, la n. 110 del 1996, la n. 195 del 1998 e la n. 433 del 2002. Lo stato del benessere 91 la crisi», stia mettendo sostanzialmente in discussione lo stesso statuto costituzionale dei diritti di prestazione. Abbandonati alla discrezio- nalità di un legislatore guidato da una politica non più preoccupata di realizzare un progetto di trasformazione economico-sociale, ma oc- cupata a raggiungere obiettivi macroeconomici e di bilancio asimme- tricamente fissati a livello europeo, i diritti sociali rischiano di essere «sfigurati» da strumento di emancipazione a leva macroeconomica di riequilibrio monetario tra Stati in surplus e Stati in deficit. Uno scena- rio in cui a una eguaglianza redistributiva interna agli Stati corrispon- de una crescente diseguaglianza tra cittadini a seconda dello Stato di appartenenza, lungo un disegno che segue la frattura territoriale dei confini nazionali (Bilancia 2014: 35). In questo quadro, il riconoscimento delle differenze rischia di es- sere surrettizia ammissione delle disparità, frutto, a questo punto, non tanto della naturalità dei rapporti economici, quanto della «depoliti- cizzazione delle questioni di giustizia sociale e redistribuzione […] affi- date al managerialismo tecnocratico della nuova governance europea» (Joerges, Giubboni 2013: 354). Un panorama in cui, come si è già con- siderato, l’individuo appena riscoperto rischia di essere abbandonato, ancor prima che restituito, a se stesso, attraverso quella «interpretazione contrattuale della solidarietà» (Castel 2013: 5), in cui ciascuno si trova a dover conquistare le prestazioni sociali, professionalmente, economi- camente, ma anche giuridicamente, dovendo non di rado «espugnarle» al sistema pubblico attraverso una giustizia che obblighi l’amministra- zione a fare quanto dovuto (Pioggia 2012: 69). Accanto ai molti pericoli, si profila, però, un’occasione per rileggere i diritti del benessere fra redistribuzione e riconoscimento. La premes- sa è quella per cui nessuna delle due prospettive può essere trascurata o data per scontata in questa fase storico-istituzionale. Gli eventi im- pongono di confrontarsi con entrambe, interpretando la coesistenza come compresenza, più che come transizione (Fraser, Honneth 2003). Si è detto come l’indubbia crisi dell’ideale redistributivo getti la sua ombra sul percorso del riconoscimento delle specificità e differenze, piegandone la strada nella direzione della disparità. Ma se si inverte la prospettiva l’esito potrebbe essere diverso. Le battaglie per il riconosci- mento pongono l’accento sull’effettività dei diritti sociali, spostando il fascio di luce sulla prestazione nella quale si sostanzia la loro soddisfa- zione nell’ottica della piena liberazione dell’individuo che ne è destina- tario. Se nella prospettiva redistributiva la riduzione della consistenza 92 Stefano Giubboni, Alessandra Pioggia delle prestazioni sociali resta possibile fino al limite oltre il quale vi è lo svuotamento completo del diritto, e incontra quindi unicamente il confine del nucleo incomprimibile di quest’ultimo, nella prospettiva del riconoscimento quel confine si ispessisce e si sposta più in alto, perden- do la sua linearità per seguire i contorni delle diverse esigenze di piena realizzazione di ciascuno. Ciò rende evidente la irragionevolezza (inam- missibilità, incostituzionalità) dei cosidetti «tagli lineari», giustificati con le esigenze (imposte) di riduzione della spesa pubblica e immagina- ti possibili fino al limite sempre più astratto del nucleo incomprimibi- le dei diritti che le residue prestazioni finanziate dovrebbero garantire. Resta paradigmatica in questo senso la posizione assunta dalla Corte costituzionale quando, nella già citata sentenza sul diritto al sostegno scolastico dei disabili, ha riletto la indefettibilità del diritto all’istru- zione come limite non solo quantitativo, ma anche qualitativo alla di- screzionalità del legislatore. Quest’ultimo, nel ridefinire la misura di una prestazione, non può non tenere conto della pluralità e diversità dei bisogni che questa mira a soddisfare e nel farlo attribuire nuova consi- stenza all’effettività del diritto, che non è più solo godimento in sé della prestazione che lo realizza, ma adeguatezza della prestazione a fungere da strumento di pieno sviluppo della persona umana. Una prospettiva, quest’ultima, già chiaramente iscritta in Costituzione, ma della qua- le si intravede anche la dimensione sovranazionale, rileggendo, come ci invita a fare Rodotà (2014b: 87), l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea come fondamento di un’eguaglian- za che, partendo dal pieno riconoscimento delle diversità, si congiun- ga con la solidarietà, per diventare condizione di inclusione, ma anche di dissoluzione, attraverso una dimensione europea dell’uguaglianza- redistribuzione, dei confini statali lungo i quali oggi si ridisegnano le disparità fra cittadini dell’Unione. Riferimenti bibliografici Allegretti U. 1991, Amministrazione pubblica e Costituzione, Cedam, Padova. Ascoli U., Pavolini E. 2012, Ombre rosse. Il sistema di welfare italiano dopo venti anni di riforme, «Stato e Mercato», pp. 429-464. Azzariti G. 2014, Il costituzionalismo moderno può sopravvivere?, Laterza, Roma e Bari. 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It is possi- ble to map a number of potential solutions to this problem, most of which concern different ways of achieving balance between security and flexibility in workers’ lives, though defining that balance more broadly than in the concept of ‘flexicurity’ that has been important in European debates (European Commission 2007). In recent work I have tried to analyse the main approaches that exist among European countries together with some major external comparators (Crouch 2015). I found it possible to group the different approaches under three profiles of economic governance: I. ‘Social democratic’, where a balance between flexibility and security is sought through various types of social protection, other forms of public social policy, and an active role for trade unions in coordi- nated collective bargaining. The Nordic countries, and the rest of north-west Europe (NWE) with the partial exceptions of Belgium, France and Switzerland come broadly in this group, though most of them also make use of ‘positive’ market support (see immedi- ately below). II. ‘Neoliberal’, involving the use of the market to achieve the balance, as both a positive support (through such private social policy mea- sures as private pensions and consumer debt) and a negative one (through the pressures the market places on workers to solve their own problems). The USA is the only more or less pure example of Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 100 Colin Crouch this approach, but it also dominates (with some elements of the so- cial democratic model) in Ireland, Switzerland, the UK and Japan. The Czech and Slovak Republics also belong here, though with only negative market incentives. III. ‘Community’, involving various informal sources of security for otherwise insecure workers, including remittances from family members working abroad, adult children living with their parents, and the shadow economy. All remaining countries in central, ea- stern and southern Europe as well as Russia belong here, though Slovenia and to a much lesser extent Italy share some elements of the social-democratic profile. Countries are allocated to (or across) profiles depending on the pre- dominance of any particular component within their repertoire of poli- cies and practices compared with the average of European countries. Determining which of these provides the best balance between flexibility and security for actual working lives is complex. First, there is the prob- lem of what constitutes labour-market security. It cannot be equated to labour-market stability, that is a tendency for workers to remain in the same job for many years; this can simply imply labour-market stagnation, which will probably end in economic decline and a collapse of security itself. Nor should we equate security with the strength of laws making it difficult for workers to lose their jobs, as by itself and not accompanied by a wider range of labour policies, this may well lead to the growth of precarious employment outside a protected core. We also cannot equate it with the existence of open-ended rather than time-limited contracts, as in countries where employment protection laws are very weak (such as the USA) an open-ended contract might actually give less assurance of future employment than a time-limited one. At the level of global national statistics with which one has to work for such an extensive comparison, the first approximation to labour- market security is a simple measure of the level of employment, as this gives the best rough indication of the chances of finding and having a job, and of finding another if the first one is lost. This is what is known in the literature as employment security rather than job security. It does not enable us to discriminate between qualities of job contracts, but in general the more people who are in work and therefore the tighter the re- lationship between supply and demand, the better, on average, the quality of working conditions that employers need to offer to attract staff. The Reconciling confident consumers and flexible workers 101 second requirement of employment security is that, in the event of a job being lost, there will be reasonable protection of living standards while a new one is being sought. This dual definition is best operationalized in terms of: the overall level of employment expressed as the percentage of those of working age in employment; and the level of unemployment support, or unemployment pay replacement rate (URR). The most recent data available are for 2011-12 and cover all countries of interests except Croatia and Russia. The variables correlate fairly highly, at r2 = 0.6220. &#$$% !"#$%&'($#")*+#%&,-#$#")*+,)#*'.* (#'$% JA DKNL NO CH (#$$% FI AT BESI $#'$% SE LT PT UK FR CZ LV $#$$% DE ES IEPL !&#$$% !(#'$% !(#$$% !$#'$% $#$$% $#'$% (#$$% (#'$% &#$$% %,(* !$#'$%EE HU BGSK !(#$$%US !(#'$% RO !&#$$% EL IT !&#'$% !"#$$% /$%&'($#")*&#0#&* Figure 1 – Unemployment pay replacement rate (URR) by total employment, 2011-2012. Sources: employment: Eurostat website; URR OECD 2013. The following countries provided high levels of both employment and unemployment compensation (brackets indicate weaker cases): • Profiles I and mix of I/II: Austria, Denmark, Netherlands, Norway, Sweden (Finland, Germany) [but not deviant case France]. • Profile II: Japan, Switzerland (UK) [but not Ireland or USA]. • Profile III: none. Providing the worst combination of low employment and low URR were: • Profiles I and variants: none. • Profile II: (Ireland). 102 Colin Crouch • Profile II/III: Slovakia. • Profile III (and hybrid I/III Italy): Bulgaria, Greece, Hungary, Italy, Romania, (Poland, Spain) [but not Czech Republic or Baltic states]. Providing high employment but low URR: • Profile III: (Latvia, Lithuania). Providing high URR but low employment: • Profile I: (France). • Profile I/III: (Belgium, Slovenia). • Profile III: Portugal. That leaves three countries with insufficiently strong profiles to be able to be classified for that year: Czech Republic, Estonia, USA. A viable conclusion from the above analysis is that, while neither the ‘social democratic’ nor the ‘neoliberal’ profile is uniquely associated with success in providing optimal labour market conditions for work- ers, the former has, with the exception of France and two I/III hybrids (Belgium and Slovenia), the overall strongest record of providing both employment and protection during unemployment; and this relative superiority strengthened following the crisis. It is sometimes argued that countries that lack neoliberal labour market regimes can maintain employment only at the expense of sacrificing economic innovation, hoarding labour in firms and sectors that perform inadequately and avoiding change. One way to assess a country’s innovative capacity is to examine its records in patent activity. These show in fact a very high performance by the Nordic and most NWE countries (Crouch 2015: ch. 8). These data support the thesis developed by Kristensen and Lilja (2011), who argued that the Nordic welfare states have acquired an eco- nomic as well as a social capacity for innovation based on their negoti- ated approach and strongly participative work organizations - neither centralized bureaucracy nor market. The confrontation between neo- liberalism and social democracy within these small, open economies, they suggest, has stimulated this commitment to innovation by pro- viding a diversity of institutional forms that would be lacking in coun- tries dominated by neoliberalism alone (see also Crouch 2013; Zeitlin, Trubeck 2003). This is consistent with evidence that these countries are also those where ‘class challenge’ to managerial elites is also strongest (Crouch 2015), that challenge being measured by the density of trade Reconciling confident consumers and flexible workers 103 union membership adjusted by a the extent to which unions are inte- grated into national decision-making, as measured by the ICTWSS in- dex (Crouch 2015: ch. 3; Visser 2013). Results similar to those reported above on the profiles of countries experiencing ‘success’ in employment come from research by authors using extensive individual data from comparable national labour mar- ket surveys, particularly in association with the ‘flexicurity’ approach (Klammer 2004; Muffels, Luijkx 2008a, 2008b; Muffels, Crouch, Wiltha- gen 2014; Muffels, Wilthagen, van den Heuvel 2002; Muffels et al. 2008), and with the related study of labour-market transitions pioneered by Günther Schmid (Schmid 2006; 2008; Schmid, Gazier 2002). Overall their work shares the frequent finding that the most successful forms were advanced welfare states of the Nordic type, and their ostensible nemesis the so-called neoliberal regimes of the Anglophone world. The ‘Continental’ regimes of the rest of north-west Europe (NWE) came next, followed by south-west (SWE) and centre-east Europe (CEE) coun- tries, with a gap between the latter two becoming ever less perceptible. Research of the kind I have undertaken does not enable us to find causal relationships. While one can make a plausible case that, say, the strength of trade unions in Austria or the Nordic countries produced the labour-friendly outcomes found in the social policy of those countries, the causal flow could also run the other way: labour-friendly policies help sustain the power of organized labour. Alternatively again, certain characteristics of societies determine both the level of class challenge likely to develop in them and their dominant modes of governance. However, we can do a little better than this. As we know from evolu- tionary biology, the egg came before the chicken, because non-birds (e.g. reptiles) laid eggs, while no birds emerged from non-eggs. Policy outcomes must emerge from a political context, and pro-labour policy outcomes would not emerge from a political context hostile to labour. In the beginning, therefore, power relations must come before the pol- icy outcomes. However, once the process gets going, the influences can become reciprocal and self-reinforcing; or a kind of path dependency might sustain a set of policy outcomes even after the power balance has changed. Strong labour movements developed in the Nordic countries well before the development of modern social policy. Our research overall, like that of the labour market transitions school discussed above, as well as other studies (e.g. Amable 2003), has effectively refuted the dominant claim of policy-makers, business 104 Colin Crouch spokespersons and orthodox economists that strong welfare states and collective bargaining arrangements are incompatible with long-term employment stability and economic success. It is possible that fur- ther research could show that consistent strong, but institutionalized challenge by organized employee interests to the dominance of mar- kets and corporate hierarchies actually has a positive effect on perfor- mance. Unchallenged dominance can produce complacency; challenge stimulates innovation. This raises further aspects of differences in per- formance of the social democratic and neoliberal profiles that require some exploration. 2. Two kinds of universalism Although social democracy and neoliberalism (or Profiles I and II and their hybrids) appear as the central antagonists in the struggle over the labour market, the countries with the main contrast with Profile I are those in Profile III. Profile I has strong state and associational gov- ernance, sometimes with strong positive market, and weak community and negative market; Profile III is the exact opposite. In this sense, and rather curiously, neoliberalism appears almost as a hybrid between so- cial democracy and traditionalism, sharing strong positive market and weak community with the former but strong negative market, weak state and associational governance with III. This requires further analysis. Behind the contemporarily prominent confrontation between social democracy and neoliberalism stands an older and better known, often taken for granted one, between modernity and tradition. This has been a theme of conflict within societies for centuries, many of the contours of its current form having been established during the Enlightenment period of the 18th century. It has also been a theme of contrasts between societies, as when in the 20th century inter-war years both North Amer- ica and Scandinavia came to stand for forms of cultural modernity and willingness to break with past traditions that was not shared in the UK or much of continental Europe. It was also in those two parts of the western world and at that same time that the first experiments in innovative economic policy of what became known as Keynesian de- mand management were attempted. These were also the world regions where women’s rights, especially in the economy, developed fastest; and where a secular approach to many public issues took strongest hold. Reconciling confident consumers and flexible workers 105 In the second half of the 20th century the shared agenda became split, as Scandinavia became the place where labour movements and there- fore social democracy took strongest root, while the USA became the country in which both the political power of capital and a resurgence of religious conservatism become more dominant than elsewhere in the west. Today the confrontation between a declining Nordic social democracy and a vigorous US neoliberalism strikes us as the leading socio-economic political confrontation, but the shared legacy of those two forces in earlier conflicts with tradition still leave their traces. An important part of the shared Enlightenment legacy is that both neoliberalism and social democracy lay claim to forms of universalism and equality rights. For neoliberalism this relates to the formal equality of all participants in a market that is gender-, age-, ethnicity- and na- tionality-blind. In the market no-one has any social characteristics that might have invidious consequences; we are just rationally maximizing units of economic action. For social democracy there is a less formally elegant aspiration towards a substantive equality of citizenship rights making use of redistributive public policies and strong representation of employee rights. These are two aspects of modernity. Traditional- ism, familism and community do not promise any form of equality, but by definition imply barriers erected by particularistic institutions that defend specific groups. This does not mean that social democratic and neoliberal societies lack such barriers. Family inheritance of high- ly unequally distributed wealth creates privileges in neoliberal econo- mies very similar to some of those typical of traditionalism; and social democracy can involve the protection of categories defended by trade unions if union membership and power are unevenly distributed across the economy. But formally neoliberalism and social democracy differ from traditionalism in the centrality of their claims to universalism and an absence of discrimination. In labour and social policy there is evidence of higher social exclusion of immigrants in the more social democratic societies, more isolation of the poor in general in neolib- eral ones, but more exclusion of multiple kinds than in either in those societies where traditionalism and familism were stronger. We can explore further some aspects of these claims. It is clear that more universalist societies should have lower levels of material inequality than particularistic ones, as various forms of equality are implied by the idea of universalism. But should the formally equal- izing tendencies of the operation of markets or the substantive at- 106 Colin Crouch tempts of redistributive social policy have greater effect? This can be operationalized to predict that countries characterized by Profiles I and II will have less unequal distributions of incomes than those in Profile III. We might then hypothesize that substantive attempts at redistribution in societies with strong class challenge will lead to lower levels of inequality than the operation of the market alongside weak class challenge. Figure 2 ranks countries within their grouped governance profiles according to their income inequality scores for the years around 2010. There is clearly support for the hypothesis that at that time social dem- ocratic systems provided a high level of egalitarian universalism. With the exceptions of Bulgaria, Hungary and the Czech and Slovak Repub- lics, the most egalitarian countries are those in the various forms of Profile I (including Slovenia). There is however little support for the hypothesis that the second, neoliberal form of universalism produces a lower level of inequality than societies that embody considerable ele- ments of traditionalism. Nothing systematically distinguishes the vari- ous forms of Profile II from those of III. <7# .6# 3!# .,# 5,# 3%# ",# ;8# 2+# 1-#))#)!# *-#&.#$)# /1# ")# -'#5.#).# ;7# (4# 13# ()#*"#!)#+,# /0#!%# $%#&'# :8# !"# :7# 98# 97# 8# 7# Figure 2 – Income inequality by governance profiles, c. 2010. Sources: Eurostat website; except for Japan and USA, where source is OECD 2011b, and figures are for 2008; and Russia, where source is World Bank website and figures are for 2009. Reconciling confident consumers and flexible workers 107 The social democratic hypothesis would also predict that, separately from the governance profiles, the stronger the class challenge, the lower inequality should be, and that is indeed the case. Figure 3 displays the very strong relationship (r2 = 0.6683) found, as usual converting num- bers into distributions around the mean. There is a single occupant of the high inequality with strong class challenge quartile, Croatia, though it has only moderately high inequality and class challenge scores, and in any case Croatian statistics are not yet fully aligned to those of the rest of Europe. Germany and the Netherlands are on the cusp of that quartile, but with indeterminate inequality scores. France remains a member of the opposite low inequality/ low class challenge quartile, but with an indeterminate inequality score. The other members of this quartile are Bulgaria and the three most industrialized Visegrád coun- tries (the Czech and Slovak Republics and Hungary). DK '#&$% SE '#$$% NO FI "#&$% BE Class challenge "#$$% AT $#&$% HR $#$$%NL IE SI !"#&$% !"#$$% !$#&$% DE $#$$% IT $#&$% "#$$% "#&$% '#$$% '#&$% (#$$% RO UK SK !$#&$% CH ES CZ HU BG EL PT PL JA LV FR EE LT RU !"#$$% US Inequality Figure 3 – Income inequality by class challenge, c. 2010. It is possible that forces of the following kind are at work. Overall, as countries move into post-industrialism, the more the contrasting socio-political variables of social democracy and neoliberalism begin to be associated with new, sometimes stark differences. Neoliberalism 108 Colin Crouch is inconsistent with strong class challenge; some authors have also presented data suggesting that the UK and USA achieve high levels of employment only through high levels of inequality (Blossfeld et al. 2012). Therefore the societies in which it is dominant stand alongside those in SWE in which traditional, ultimately pre-industrial, power structures have remained strong. These are being joined by those so- cieties in central and eastern Europe in which decades of state social- ism discredited both labour movements and welfare states. While very different from each other in several respects, societies dominated by post-industrial neoliberalism, traditionalism and post-communism, are alike in having dominant elites that reject the egalitarian NWE welfare state. It is notable that Hungary and the Czech and Slovak Re- publics comprise the most consistent exceptions to our generalizations about governance, class challenge and inequality. With Slovenia, these are the most industrialized countries in CEE, with the smallest agri- cultural sectors in that region, but with lower levels of post-industrial employment than in most western economies. Does this mean that they have retained features of dependence on an industrial working class, even if the class challenge presented by that class has weakened? The early post-communist years saw a politically strong social democracy and temporarily strong trade union in those countries, characteristics that survive in Slovenia and survived in Slovakia until after the turn of the century. Are we seeing a continuing legacy of that period in the egalitarian profiles of these countries? There have been particularly strong policy fluctuations during the post-communist years in these countries and in Poland, making it difficult to define stable models (Cerami 2010; Keune 2006; Spieser 2007). The Hungarian case in par- ticular suggests that the initial post-1989 pattern had been erected on an unsustainable base, coming increasingly to depend on both state and consumer debt, and later on the shadow economy to rebuild em- ployment after the post-2008 shock (Neumann, Tóth 2009; Tóth, Neu- mann, Hosszú 2012). 3. Solidaristic collectivities Certain countries in north-west Europe, those in membership of Profiles I and I/II, have developed a capacity to act as solidaristic col- lectivities via both state and (with the exception of France) association Reconciling confident consumers and flexible workers 109 that is unrivalled elsewhere. Particularly in the Nordic countries, Ket- tunen (2011: 26) has argued that: «Influential social liberal and social democratic policies were ori- ented towards recognizing asymmetrical social relations and regulat- ing them in a way that empowered the weaker party to take care of his or her own needs and interests and constrained the stronger party from presenting his or her particular interests as the common interest. Symmetry should be brought into asymmetrical social relations – most notably those associated with employment and working life – and in- dividual autonomy thus increased. This would happen through regula- tion by law, and especially by collective agreements based on collective action and organization». The only major form of governance where these and other NWE countries are weak is traditional community, which is not a successful form. This capacity is inextricably linked to their egalitarian charac- ter (Wilkinson, Pickett 2009) and both are then related to the relative strength of institutionalized class challenge. In recent years all – again with the partial exception of France - have shown success in main- taining strong levels of employment and innovative capacity along- side reasonable levels of equality. In a study of a number of countries across Europe, Tåhlin (2013: 49) has shown that the more egalitarian countries were less affected by the ‘boom and bust; of the 2008 crisis. Sharing some of these characteristics but not all have also been Bel- gium and Slovenia. As we have noted, the cause-effect relationship among these vari- ables is difficult to disentangle. However, in all cases the class challenge characteristic was developed before the present pattern of equality, la- bour market governance and employment security patterns. On the basis of the strength of class challenge, there is a distinction between the Nordic countries and the remainder of NWE. This follows the dis- tinction made in most of the relevant literature between countries with universalist welfare states and Bismarckian ones, but the evidence in this study, based on a wider range of variables than the design of so- cial insurance systems on which these other classifications are based, suggests that the more fundamental split is between north-western and south-western Bismarckian cases, and that the division between Nordic countries and the rest of NWE (less France) is a matter of sub- types. In the Nordic countries, as is still clear from their exceptional levels of union strength, there was an early and powerful development 110 Colin Crouch of trade union strength during the 1930s in small, export-dependent economies, where an attempt to achieve labour security through a rejec- tion of market forces could have had disastrous consequences for com- petitiveness. The history was established nearly 40 years ago by Walter Korpi (1978). Representatives of capital and labour, as well as political forces, were under strong pressure to develop productive compromis- es. The result was a continuing series of inventive initiatives in gover- nance forms and social policies that continues today, as we have seen. The situation in the other members of Profiles I and I/II was differ- ent. In the wake of World War II these economies faced a major chal- lenge of reconstruction, which also had to cope with legacies of class mistrust that had developed as employers had collaborated with Na- zism. Majorities of the labour movements rejected outright opposition to capitalism and were available for class compromise, which employers and governments felt constrained to offer. There was therefore a major institutionalization of the role of unions within economy and polity, but not on the basis of the kind of sheer strength that the Nordic unions had developed. As seen in Chapter 3, in these countries the strength of class challenge remains based more on institutional integration than on union strength. This continues to mark their approaches to man- aging labour security today, as their membership strength ebbs away while, so far, their institutional position remains. Among the western European countries emerging from the war France and Italy stood outside this pattern of compromise. Their labour movements were dominated by communist groups who rejected the cap- italist economy, and by 1948 employers and governments had turned aggressively against compromise strategies. There is however a strong difference between the countries, in that France had long developed a strong, modernizing state that carried its own vision of solidaristic col- lectivity, of a kind that elsewhere had to await the arrival of strongly or- ganized and integrated trade union movements. This helps explain why France continues today to cut a different profile from the rest of NWE, achieving several similar outcomes but with major differences (Berrebi- Hoffmann et al. 2009). However, it is also likely that our measure of class challenge under-estimates the French situation, where unions have an implanted role within many public institutions (especially the pension system) that belies their numerical weakness (Palier 2010a). Italy was a far less developed economy than those of NWE in 1945, with extreme class antagonisms, and a poorly functioning political Reconciling confident consumers and flexible workers 111 system. Over the years there have been many attempts at constructing class compromise arrangements similar to those of Germany or else- where in NWE, but they have had only short-term success. Divisions between political factions, ideological currents among unions, and major disparities between economic sectors as well as regions of the country have brought these attempts to failure (Jessoula, Alti 2010; Si- monazzi, Villa, Lucidi, Naticchioni, 2009). Today the country’s perfor- mance on the issues of interest to this study have drawn it closer not only to the less advanced economies in south-west Europe, but also to those in the centre and east. Italy resembles Greece, Portugal and Spain in having an approach to labour issues on the part of state elites that has sustained particu- laristic traditional policies. There is however a difference in that in the three other countries fascist dictatorships remained in power until the 1970s, excluding labour far more effectively from participation in pub- lic life than the exclusion of communist movements alone in France and Italy. In all these countries, and also France, states long pursued protectionist trade strategies, protecting ‘national champion’ firms whose leaders were usually closely connected to political elites, from international competition. Eventually European Union competition rules wore down these protections, but for many years labour security had been framed within this context. The easiest way in which govern- ments could stem popular discontent at the uncertainty of working- class life was to provide employment protection for the key sectors. This could be achieved through employment protection law. It placed a burden on employers, who could not easily dismiss workers, but that was a kind of exchange for the privileged positions enjoyed by the na- tional champion firms. Today a major legacy of these arrangements is the creation of major barriers between labour-market ‘insiders’ and ‘outsiders’ (Berton, Richiardi, Sacchi 2012; O’Higgins 2011), including also in France (Gautié 2011). Although these countries all count as having Bismarckian welfare states, their trajectory over the past 70 years has been quite different from those in Austria, Belgium, Germany and the Netherlands, and this explains the condition of their inherited labour market governance. We still see in these countries a reliance on employment protection legisla- tion, protecting existing job holders, and a lower development of un- employment pay, active labour market policy (ALMP), and sometimes general social protection expenditure. Despite heroic but unsuccessful 112 Colin Crouch attempts at change in Italy over the years, collective bargaining remains uncoordinated and cannot assist with governance. Governments are therefore inclined to press for increasingly neoliberal policies, which means primarily an attack on EPL, in particular the iconic Articolo 18 of the Statuto dei lavoratori of 1970, since the other arrangements for protecting labour are already weak. Since Articolo 18 is among the few protective mechanisms available, unions find themselves defending it. The neoliberal climate of debate is not conducive to unions proposing, say, an exchange of EPL for generous unemployment replacement pay that might make major improvements in the functioning of the labour market. As a result, unions are in danger of protecting a minority of workers while young people in particular are forced to work in precari- ous situations outside unions’ reach. There are extensive differences among the south-west European countries. For example, there have been important attempts at ALMP and other constructive social policies in Spain, but very few in Greece. However, in the prevailing neoliberal climate, it has not been possible to take major policy strides in this direction. The pressure from em- ployers, international organisations, ratings agencies and stock mar- kets is always to press for more deregulation, not for constructive social policy. As in Italy, unions, unable to demand more constructive poli- cies, end up fighting to save EPL. Neoliberalism does not bring the ‘modernization’ that might flow from a successful market economy; traditional governance, including the shadow economy, continues to be extensive. Neoliberal reforms only intensify the steep inequalities and weak social policies that already exist in the traditionalist context (Karamessini 2012). In particular, these countries lack the historical development of class compromise institutions that might have given them a capacity for solidaristic collectivity. The countries of CEE have had completely different histories from those of western Europe since World War II, and there are considerable differences among them, but in the area of labour security and with some exceptions they are tending to develop certain similarities with each other and with the countries of SWE. Governance of all kinds except for community is weak, as is class challenge. In theory unions under communism would have scored extremely high on our class challenge index: membership was virtually compulsory, and unions were deeply integrated into the administration of social policy. But all this was carried out in a context of state control, that reduced unions’ Reconciling confident consumers and flexible workers 113 capacity for a true representative function to almost nothing. For a few years after the fall of communism, the huge memberships inherited from the past were maintained, but during the 1990s and early 2000s they collapsed completely. In the early post-communist years, when governments were highly insecure and uncertain of their legitimacy, there were important attempts to incorporate union leaders, and to en- act pro-labour social policies of various kinds. However, Avdagic (2004) has argued that, if anything, union links with political parties in CEE were used almost solely to ensure that unions did not raise awkward demands, weakening them further. Unions’ roles were particularly im- portant in the early years in the Visegrád countries, where there were in any case longer-term links with western social democracy and la- bour movements, as well as with Bismarckian social policy, through the Austro-Hungarian Empire and the brief inter-war democratic pe- riod (Cerami 2010; Keune 2006). The situation in the Baltic states was very different, as these countries had been part of Russia, which not only implied a different historical legacy, but also provided a different basis for post-Soviet state legitimacy through the assertion of a long- suppressed anti-Russian national identity. The legacy of these years remains in some key differences among countries, particularly the extreme differences in inequality that the region contains. However, across all these countries (with the exception of Slovenia, to be discussed below) the strength of class challenge was low, and became ever lower as the swollen post-communist membership collapsed. Internal neoliberal elites, who associated social democracy and the role of unions with communism, welcomed recommendations coming from the OECD, the IMF and the European Commission that there was an important need to deregulate labour markets and with- draw social protection. The trend in all countries has therefore been to dismantle the state governance of labour security, while there was very little in the way of coordination through corporatist collective bargain- ing. However, the market, as a source of employment stability, has also not been delivering. As in SWE, therefore, the main form of governance of labour security that exists is that from traditional institutions. The region continues to display diversity in levels of inequality, some resem- bling the Nordics, others resembling SWE or the USA, but the overall tendency towards no other strong forms of governance remains. Col- lective capacity has been generally low, once the initial enthusiasm af- ter the fall of communism wore off. The formal institutional legacy of 114 Colin Crouch communism was very weak, a fact which in itself strengthened tradi- tional and community institutions, both during the communist period and since. But, as in SWE, local community and family solidarities do not build a capacity for wider solidaristic collectivity. There is however considerably more diversity in employment success in CEE than is found in SWE, the Czech Republic and Estonia in partic- ular having developed relatively high levels of employment – in the for- mer case in a context of low levels of inequality, in the latter the opposite. That Slovenia is an exception has been noted by many authors (Bohle and Greskovits 2012). At one level it is the only country in CEE to have developed anything like institutions associated with the social demo- cratic ideal type. It has a strong level of class challenge, that has survived the fall of state socialism for two decades; it has strong associational governance; stronger state policies than most of the rest of CEE; and a low level of inequality. However, it also has strong community gover- nance, including a large shadow economy. It stands part-way between the economies typical of CEE and south-west Europe, but with certain institutions that give it characteristics and policy outcomes similar to those of Austria and the rest of NWE. Institutionally as geographically, Slovenia lies between Austria and Hungary. The country also had a different state-socialist experience from the countries of the Soviet bloc or Romania. Yugoslav state socialism maintained a form of worker participation in management and also permitted more pluralism and open debate than in the countries under Russian influence. It is tempting to see echoes of that distinctive past in the country’s present position. In determining how valid this might be, much hangs on the development of Croatia, another ex-Yugoslav successor state. This remains difficult to assess, as the country has been emerging from the consequences of the post-Yugoslav wars, and has only very recently joined the EU, which means that data sources on it are inadequate (but see Franičević 2011). Finally we need to discuss the neoliberal group, Profile II. Neoliber- alism forms the dominant social policy ideology of the present period, and virtually all countries, including all those in Profile I, are seeing some kind of convergence on its pattern. In particular, associational governance, and along with it the place of trade unions and class chal- lenge, is weakening everywhere, while inequality is rising. State so- cial policy is under considerable pressure, though paradoxically in the wake of the financial crisis it has grown in several countries. The USA Reconciling confident consumers and flexible workers 115 continues to be an extreme case of neoliberal social policy. The other two Anglophone countries (Ireland and the UK) have more state pol- icy and stronger class challenge than the ideal requires, though they share the US pattern of weak associational governance, a high level of inequality and general exclusion of those on low incomes while not dis- criminating specifically against immigrants. Switzerland is sometimes reckoned among the Bismarckian countries, and that remains the main logic of its social policy (Häusermann 2010: 209), but its overall profile increasingly fits a neoliberal frame rather than the social democratic one. However, the country has distinctive institutions of cohesion and participative democracy, which possibly also contribute independently to a capacity for solidaristic collectivity. Japan fits the neoliberal pat- tern better than it does any other, though this is partly because we have been unable to take account of the specific role of corporate as opposed to market measures. Although movements towards neoliberalism are occurring almost everywhere, full convergence on the US pattern would require very extensive changes indeed in many societies. Meanwhile, the USA it- self has become increasingly dependent on two unsustainable forms of support in public and private debt. 4. Conclusions There is a puzzle in some of the results of this research. One might have expected that, the stronger the class challenge experienced by a given national capitalism, the more there would be evidence of escapes from confrontation through practices that avoid the need for internal solidarity. We do find this on two variables: all countries with strong class challenge, with the exception of Slovenia, are wealthy; and Slo- venia is the wealthiest of the CEE cases. Second, there is a growing tendency for strong class challenge countries to be among those with high immigrant exclusion. But for all other relevant variables (depen- dence on state debt, levels of environmental unsustainability, use of social exclusion other than immigration) the countries with strong class challenge are among the most dependent on internal solidar- ity. Also, during the period of the crisis the countries with the highest class challenges were (with the exception of Belgium) more likely to see a relatively reduced dependence on both state debt and consumer 116 Colin Crouch credit, than most more neoliberal wealthy economies. The main dif- ference among wealthy countries was in fact the opposite from what one might expect: those with the stronger class challenges were those that made least use of what I have called solidarity-avoidance devices, while those with weaker class challenge were less sustainable. A dif- ferent logic is at work. If we assume a certain level of formal democracy and human rights, we should expect that, the less inequality a society has, the more inter- dependent is its population and therefore the more solidaristic it is, and the more use it can make of national institutions for risk-sharing. Highly unequal societies have less need for such institutions, as wealth- ier groups can more easily ‘dump’ risk-bearing on to poorer ones. This will be especially the case if lower classes lack means to challenge the distribution of risks. Unequal societies where lower classes have little power to challenge would seem relatively immune from any need to develop solidaristic institutions, while egalitarian societies with weak class challenge capacity should be relatively uninventive in terms of solidaristic institutions. Such an account must not be understood mechanistically. A soci- ety might have a ‘need’ for certain institutions but not be able to have them, in which case we might expect certain symptoms of stress, but not necessarily any change. There are also many institutional possibili- ties apart from solidaristic institutions through which these issues can be resolved. Overall however there is strong support in the data for the hypothesis that countries with strong institutionalized class challenge – the countries of NWE in general and the Nordic lands in particular - are also those that have managed to achieve a ‘social universalism’ going beyond the formal universalism of a market economy. The stron- gest evidence of this is that they, unlike the ‘purer’ market economies, have managed to combine economic success in terms of both employ- ment and innovation with a low level of income inequality. They also tend (with some exceptions) to have better records of sustainability (in terms of state debt, environmental sustainability and high trust), stron- ger systems of collective protection of income levels in the face of la- bour-market risk on a number of scales, strong protection in the labour market (not from EPL alone but from strong unemployment support and ALMP), and co-ordinated collective bargaining. The most egali- tarian of them present few indicators of social exclusion, though oth- ers show a tendency of exclude immigrants. For the case of Denmark, Reconciling confident consumers and flexible workers 117 Pedersen (2006) has shown how habits of coordinated, neo-corporatist behaviour acquired initially within collective bargaining, have gradu- ally been extended to other areas of the polity. Unravelling what is going on here leads us to a fuller understand- ing of the roots of the differences between different types of gover- nance regime and forms of labour security. In particular, we return to the clash between the two forms of universalism discussed above. The idea of universalism entered European philosophical and political de- bate around the late 17th and 18th centuries, alongside ideas about a free market economy. As we noted, the market is a universalistic mecha- nism in that its formal processes recognize no claims to privilege or obstructions to free competition. The early stages of the introduction of capitalist markets in a society is therefore usually associated with a reduction in inequalities – those inequalities based on inherited posi- tions and pre-defined categories of persons. The market creates its own inequalities; but in principle these are of achievement, not ascription; and they should in the long run be relatively limited in extent. Accord- ing to the pure theory of market competition, high levels of inequality should be transitional. They arise because demand for the products of a particular set of skills or owned resources exceeds supply, leading to a rise in prices that increases the rewards of those engaged in the sector concerned and hence to increased inequalities. If markets are functioning perfectly, that increase serves as a signal to potential new entrants to the market concerned that there are high rewards available. More people will therefore acquire the skills needed to enter the sec- tor, prices will eventually decline as supply increases, and inequalities will be reduced. This is a very sticky process; it can take years for such adjustments to take place, with inequalities remaining or rising in the meantime. Also, where the supply shortage lies in the ownership of a resource rather than possession of a skill (as, for example, in the energy sector), there may be little possibility of an increase in supply – other than the discovery of alternative products altogether. This will be es- pecially the case where property and wealth can be inherited, as this intensifies the accumulation of ownership rights. The long-run tendency to reduced inequality in a pure market econ- omy is also weakened by equally long-term tendencies towards a con- centration of ownership that leads to quasi-monopolies able to restrict new entrants into a sector. The outcome of economic competition is usually the emergence of a number of successful firms and the disap- 118 Colin Crouch pearance of the unsuccessful. As Karl Marx noted long ago, over time competition destroys itself. Once a small number of large producers dominates a market, it can be difficult for new firms to enter, weaken- ing the tendency for high rewards to encourage newcomers to enter a market on which a capitalist economy depends for its long-term equal- itarian trend - unless tough competition law operates to prevent this from happening, and this is very difficult if market dominance has re- ally been achieved through superior efficiency. Also, in some sectors, for example certain kinds of banking, energy supply, or the construction of large aircraft and certain kinds of military equipment, firms need to have a large amount of capital to operate at all, which further discour- ages new entrants and maintains high prices and therefore high profits. Capital resources, which provide the base of the returns to capital, can usually (unless law were to provide otherwise, which it normally does not do) be inherited, so subsequent generations start off with a more unequal distribution of resource endowments than their prede- cessors. The distinction between capital resources and skill forms the basis of the argument in favour of meritocracy as an equalizing force: inherited material wealth may be unequally distributed, but if the most able of any generation are able to compete on equal terms irrespective of their parents’ wealth, they will be able to offset this effect, restoring the egalitarian trend. But this overlooks that abilities and skills can be culturally inherited, as parents have very strong incentives to use their wealth, contacts and other resources to advance their children’s chanc- es. Inequality of wealth in one generation reproduces itself in the next as material capital translates itself into cultural capital (Bourdieu and Passeron 1990). Running counter to capitalism’s long-term theoreti- cal trend to reduced inequalities are therefore several strong counter tendencies. At the present time, these are proving far more powerful than the former, as inequalities are increasing in virtually all market economies (OECD 2011a; Piketty 2013; Salverda et al. 2014). The universalism of the straightforward market economy is therefore very limited, despite the claims made for liberal capitalism as a univer- salist, non-discriminatory system. It might avoid maintaining people in social exclusion because they belong to ascribed categories, but when its tendencies to inequality outweigh the opposite ones, it can exclude through the fact of inequality itself, given that being on lower incomes than the majority of one’s society leads to exclusion from access to ma- ny capabilities (Sen 2005; Sen, Nussbaum 1993) and social activities. Reconciling confident consumers and flexible workers 119 In democracies there is usually some political pressure to reassert an egalitarian universalism against the inegalitarian tendencies of the pure market economy. This happens when the interests that are held back by the inequalities of the free market organise themselves effec- tively to challenge the outcome of class distribution - the process that I have termed ‘class challenge’. The list of demands to reduce inequali- ties made by the excluded classes of the 20th century is well known: re- distributive taxation; the provision of income transfers and important services on the basis of need rather than of market strength; the man- agement of the economy so that there would always be a high demand for labour that will reduce inequalities of bargaining power in the la- bour market; the existence of trade unions with the power and right to bargain on behalf of relatively less well paid employees. This array of approaches, broadly known as social democracy, has historically been the main opposing force to neoliberalism, the doctrine of the free mar- ket economy. As we have seen, like the latter, its universalist creden- tials have blemishes: it depends on an array of different social policy measures rather than capitalism’s simple logic of the free market; these do not necessarily operate in universalist terms, as they might be used to support privileged groups within the work force, much depending on their precise design. Trade unions and labour rights might operate in the same way, privileging rather small groups of organized workers against the rest. Also, to the extent that welfare states are national struc- tures, their universalism is really limited to an individual nation state. Both the social democratic and the neoliberal model have been as- sociated with some successes in coping with the crisis caused by the 2008 crisis. In the first instance it was a neoliberal crisis, as it originated in Ireland, the UK and the USA, countries where deregulated financial markets had become involved in highly irresponsible behaviour. States intervened to resolve the crisis on the grounds that the sector was too important to the general economy to be allowed to collapse. This was a triple defeat for the neoliberal model. First, its economic theory had argued that failure of deregulated finance was impossible. Second, if firms can become so large that they cannot be permitted to fail, then the economy is not a true market one. Third, state intervention of the kind involved in the rescue contradicted the tenets of free market doctrine. Of more direct relevance to our present concerns, the crisis re- vealed the relationship between the financial model and excessive use of consumer credit to finance consumption. Not surprisingly, some of 120 Colin Crouch the main neoliberal countries (Ireland, UK USA) were deeply involved in that economic pattern; it was a classic neoliberal response to a need to protect consumption from the insecurities of the neoliberal labour market. However, some social democratic cases (in particular Austria and Germany) acted similarly, and some others maintained extremely high levels of household debt, if not outstanding credit (Denmark and the Netherlands in particular). There is no clear-cut distinction here between neoliberal countries and social democratic ones. Because of the state rescue of the banks, the crisis became one of state debt in the years after 2008. In theory, neoliberal economies do not run high debts, but the involvement of several of them in the crisis meant that Ireland, the UK and the USA became among the major state debtors; Japan was already chronically in that condition. Meanwhile, most social democratic countries achieved a major reduction in their public debt, contrary to the neoliberal stereotype of social democracy as vulnerable to large debts because of its public spending commitments. In fact, it was the most social democratic countries, the Nordics, who most reduced debt. But the main debt crisis was concentrated on SWE – though Spain’s public debt remains lower than that of Germany. The reasons for this are too varied to concern us here, but the consequences are of consid- erable importance. First, what had originally been a crisis of private debt and bank irresponsibility was redefined as one of public debt and state irresponsibility, which was in turn redefined by the neoliberal authorities in the European Commission, the European Central Bank and the IMF as a crisis of welfare state irresponsibility and excessive- ly protective labour laws. The policy response has therefore been for an indiscriminate demolition of virtually all forms of public policy to support employees against insecurity, including coordinated collec- tive bargaining (Banyuls, Recio 2012). A crisis of the neoliberal model has been redefined as one of the social democratic model. In particu- lar there is a renewed attack on the so-called ‘European social model’, which is deemed to be at the heart of the problems of certain Euro- pean economies. The present study enables us to set some counter-arguments to this overwhelmingly dominant orthodoxy. First, as we have seen, the south-western countries are not examples of a social democratic la- bour security regime. Their patterns of policies and practices form an extreme contrast with the social democratic ideal type. Second, they Reconciling confident consumers and flexible workers 121 do not feature coordinated collective bargaining as one of their forms of bargaining; their bargaining is highly fragmented and their unions weak. Third, against this, nearly all the economies that do feature social democratic labour policies as well as coordinated collective bargaining and strong trade unions have emerged well from the crisis, maintain- ing high levels of employment and strong innovation performances. The only real exception to this is Belgium. The social support systems of the crisis countries are indeed so re- mote from those of social democracy, that it is not easy to argue that they can all solve their problems by becoming like the Nordic countries (see also Barbier 2008). It is however even less clear that the pursuit of neoliberal remedies will help them. That route involves exposing la- bour to an extreme level of insecurity, so that its consumption stan- dards decline severely. Given that these are countries with weak export performances, it is difficult to see how this will enable them to recover, except by forcing wages so low that their goods start to compete with very low-cost producers in CEE, if not also in the Far East. This is es- sentially what is being imposed, on Greece in particular. It is one thing for already very poor workers in the Baltic states, Bulgaria or Roma- nia to pursue such a strategy when starting on existing low incomes, with a prospect of gradually earning more. To imitate them, workers in SWE countries would first have to accept a very major decline in their living and social standards. It is not clear that populations can accept this without serious dislocation and social disorder. As in the 1990s, the most influential voices in policy-making in Eu- rope are insisting that there is only one way, and that is the American way, to achieve economic success. This happens despite the extreme outlier characteristic of many US social policy institutions, and the difficulty of other countries imitating the only nation that maintains a global currency and is therefore able to ease its economic problems by printing money. The 1990s arguments of this kind subsided during the early 2000s, when the success of the Nordic economies became impos- sible to ignore, and organizations like the EU and OECD began to re- vise their views and accept a variety of ways in which economies might find success, in particular by combining labour market flexibility with new ways of achieving security for workers’ lives-flexicurity. This redi- rection of thinking might have been intensified when the US, UK and Irish economies became involved in the banking crisis, and the earlier success of the neoliberal economic approach could be seen as having 122 Colin Crouch been based in part on an unsustainable financial model. Many countries resorted to increases in social protection in order to ease the impact of the crisis on their populations, and there was often even a temporary re- turn to the use of associational governance to combine reduced working hours and pay with the maintenance of employment (Carley, Margin- son 2010, Glassner, Keune, Marginson 2011; Marginson, Keune, Bohle 2014). While this was most prominent in western European countries, in particular Germany, where it received government support (Bosch 2011), it also extended to Bulgaria and some other CEE cases (Tzanov 2011). Further, some recent studies have suggested the superiority of countries in NWE in coping with various aspects of the crisis. Within Europe, Gash and Inanc (2013: 162-166) found peripheral workers’ rela- tive security and pay worsening during the 2004-2010 period in Ireland and the UK, as well as in SWE and some CEE countries, but improv- ing in Nordic and other NWE countries. McGinnity and Russell (2013) found a greater decline in life satisfaction as a result of financial strain in two Profile II countries, Ireland and the UK, than anywhere else. However, the opposite has taken place. In addition to the redefini- tion of the financial crisis as one of the welfare state, the depth of the recession has enabled business interests to argue that, unless they are given full freedom to operate, they will be unable to deliver prosperity and employment will suffer. This is being used, not only to oppose the role of unions and social policy, but also to produce a reversal of EU policy on environmental damage and climate change. Policy makers in the EU and individual nation states have turned their backs on the concept of the social investment welfare state, despite its continuing success, as Hemerijck (2012) has demonstrated. Meanwhile, other major developments in societies and economies are undermining neoliberalism’s social democratic rival. Overall class challenge became weaker during the 2000s as trade union membership density declined from 23.63% to 19.70% in Europe, from 11.0% to 9.6% in the USA, from 36.8% to 27.2% in Russia, though it was fairly stable in Japan (declining from 15.7% to 15.0%). (For a detailed discussion of the problems of unions in western Europe, see Gumbrell-McCormick and Hyman 2013.) The average Gini coefficient rose from 28.46 to 29.53 in Europe, from 35.7 to 37.8 in the USA, and from 39.6 to 40.1 in Rus- sia, though in Japan it fell from 33.7 to 32.9. Consistently with the neoliberal shift, market governance has been expanding, but mainly through the unsustainable form of outstand- Reconciling confident consumers and flexible workers 123 ing consumer credit supported by a high-risk financial sector. Several measures of state-provided security have also risen, though again the main one has been public debt. There is therefore an overall decline in sustainability. Some public measures (URR, ALMP and EPL) declined rather than expanded; in the case of the first two, this is certainly a retrograde step. Further, the evidence in this study suggests that state governance is most effective when accompanied by associational gov- ernance, but associational governance has declined in importance even more strongly, especially as governments reduce the role of associations in managing aspects of labour-market policy and transfer their work to profit-making corporations (for the Netherlands, see Schils 2009; for Sweden see Wadensjö 2009). In Germany the major changes associated with unification after 1989 have sharply accelerated existing trends towards a declining role for associational governance, as well as produced a major increase in income inequality (Lehndorff, Bosch, Haipeter, Latniak 2009; Streeck 2009). The policy preferences of the EU are generally hostile to coordi- nated bargaining (Meardi 2011), and decisions of the European Court, single-mindedly pursuing a competition agenda, are making it difficult for the Nordic unions to maintain the co-ordination and encompass- ingness that have been an important part of the successful labour- market institutions in that part of the world (Deakin, Rogowski 2011; Höpner 2008, 2014). The overall change has been for stronger market governance, a move from ALMP to workfare, slightly stronger state governance, and declining associational and community governance, associated with increased inequality, a deteriorating position for the poor, and a decline in the strength of employees’ voice. 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La durata della crisi Sono trascorsi ormai più di sette anni dall’agosto 2007 quando i primi gravi scricchiolii fecero venire allo scoperto le difficoltà che il sistema finanziario mondiale stava affrontando e non siamo ancora in grado di delineare il ‘dopo crisi’. Non lo siamo semplicemente per- ché non sappiamo quando potremo dire che la crisi è finita e nemme- no abbiamo ben chiaro che cosa sarà la cosiddetta ‘nuova normalità’. L’esperienza delle crisi finanziarie passate suggerisce che le durate medie degli effetti sono state di 8-10 anni, ma la dispersione è molto ampia così come sono ampi i criteri con cui definire completata una crisi. Se consideriamo due paesi la cui crisi finanziaria inizia nel 1990, la Svezia e il Giappone, le durate sono molto diverse anche in funzione delle politiche di risoluzione adottate. Il Giappone non ne è ancora uscito. Quella svedese è stata, invece, una storia di rapido successo, per alcuni versi, ma comunque lunga per altri. Nel giro di cinque o sei anni il Pil e il disavanzo pubblico svedesi, dopo una svolta a U della finanza pubblica, ritornarono ai livelli pre- crisi. Per quanto riguarda invece il debito pubblico e l’occupazione, la Svezia dovette aspettare il 2006 per vederli riportati ai livelli pre-crisi, 1   Questo testo prende spunto da un mio testo precedente: P. Onofri, Politiche per attraversare la crisi, «il Mulino», 6, 2012, pp. 983-992. Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 132 Paolo Onofri nonostante il recupero rapido in termini di crescita favorito dal deprez- zamento della corona svedese. Se, infine, si considera che le crisi del passato sono state crisi in un singolo paese e che quella attuale è una crisi globale, è facile trarne l’im- plicazione che potremmo essere ben lungi dal vederne ancora la fine. Con riferimento alla crisi attuale, gli Usa sembrano esserne già usci- ti, almeno parzialmente, pur essendo stati il paese decisivo per la sua deflagrazione. La reazione della politica europea non è stata da meno in termini di risorse impegnate, ma meno tempestiva, soprattutto nell’af- frontare la crisi greca. Per quanto concerne l’Italia, per bloccare la crisi del debito pubblico si è proceduto a un forte inasprimento della politica di bilancio il cui risultato è stato una seconda recessione come nell’euro- area ma più profonda e prolungata, in atto dal terzo trimestre del 2011 e che proietta il nostro paese verso una durata decennale della crisi. 2. Quando la crisi sarà finita, quanto saremo diversi? La strada quindi sarà ancora lunga e ci si può domandare in che condizioni arriveremo a questa nuova normalità o, addirittura, se per una generazione la nuova normalità non finirà per essere il viaggio stesso su terreno impervio e inesplorato, anziché la destinazione. Nel passato, crisi importanti sono state seguite da altrettanto importanti innovazioni istituzionali. Negli Stati Uniti la crisi bancaria del 1907 e il panico che essa generò furono le ragioni per cui nel dicembre 1913 fu approvata dal Congres- so americano la legge che istituiva la Federal Reserve Bank. Durante la Grande Depressione l’obiettivo di evitare il ripetersi di situazioni che possono condurre a crisi, portò all’approvazione del Glass-Steagall Act nel 1933, destinato a separare l’attività di banca commerciale da quella di banca d’investimento. L’obiettivo di riparare i danni che le dinamiche dei mercati possono provocare, diede luogo nel corso di quel decennio sia al Social Security program for the American workers, per assistere pensionati, invalidi e disoccupati, che a un insieme di provvedimenti di regolazione del mercato del lavoro e dell’attività sindacale, inclusa la determinazione del salario minimo nazionale. Trascurando i tragici rivolgimenti politico-istituzionali che l’Euro- pa subì in quegli anni, la Grande Depressione portò con sé, dopo suc- cessivi rinvii delle scadenze, la cancellazione dei debiti di guerra della L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 133 Germania, l’abbandono del sistema aureo da parte della Gran Breta- gna, in Francia, l’adozione dell’orario di lavoro settimanale di 40 ore, 15 giorni di ferie annuali retribuite e i contratti collettivi per tutte le categorie professionali. In Italia, il consolidamento del debito pubbli- co, la nuova legge bancaria, l’istituzione dell’Iri (entrambi questi ultimi resteranno in vita sessanta anni), l’istituzione dell’indennità di liqui- dazione (l’attuale Tfr) verso la fine degli anni ’20, l’Inps e un insieme di interventi assistenziali che costituirono un primo nucleo molto ele- mentare del sistema di welfare. Nella crisi degli anni trenta non vi fu la possibilità di prefigurarsi una ‘nuova’ normalità. Ci pensarono le guerre dal 1936 al 1945 e le po- litiche di riarmo a tirar fuori le economie dalla crisi produttiva. Quan- do la guerra terminò il mondo era completamente cambiato. Una faglia enorme si era aperta nella storia del mondo. In realtà la depressione degli anni trenta e la seconda guerra mon- diale accelerarono un processo più generale di creazione della dimen- sione sociale dello stato moderno. Nel Regno Unito, nel 1942, William Beveridge redige il rapporto su Social Insurance and Allied Services che costituisce la base per lo sviluppo del Welfare State anche nell’Europa continentale. Negli Usa, nel 1944, si comincia a elaborare il cosiddetto GI Bill nell’intento di programmare il reinserimento al lavoro di milio- ni di americani al momento del ritorno dalla guerra e in seguito viene approvato il Full Employment Act. La storia sociale ed economica successiva è nota: progressivo am- pliamento degli istituti dello stato sociale finanziato con l’elevata pro- gressività delle imposte (negli Usa nel 1980 per redditi oltre 215mila dollari si pagava un’imposta del 70%!), ma favorito anche dal fatto che la crescita stessa consentiva di appostare dei diritti senza che vi fos- sero ragioni di un loro utilizzo massiccio. In questo modo, con lo sta- to sociale e la sua azione di riduzione delle disuguaglianze, in Europa viene portato a termine quel processo di nation building iniziato nel- la seconda metà dell’ottocento, ma con veicoli di identità allora molto diversi, come il trionfalismo militare. Agli inizi degli anni novanta, come reazione alla crisi finanziaria già citata, il governo svedese adottò uno spettro d’interventi veramen- te ampio: riforma fiscale complessiva, deregolamentazione dei mercati dei beni e servizi, riforma del sistema pensionistico cui si ispirò quella italiana del 1995, riforma del mercato del lavoro e della contrattazione salariale. Tutti titoli perfettamente corrispondenti a quelli che spesso 134 Paolo Onofri sentiamo elencare nel nostro paese, il cui contenuto effettivamente mes- so in atto ha consentito di rigirare il sistema economico-sociale svedese come un guanto (Lindbeck 1994), pur conservando la caratteristica di un sistema di welfare tra i più avanzati. Posto il contesto attuale in questa prospettiva, viene spontaneo domandarsi se da questa lunga crisi usciremo con innovazioni di pari importanza rispetto a quelle citate. La nuova normalità sarà disegnata da fenomeni che vengono da lontano ben prima della crisi e andran- no lontano nell’esercizio della loro influenza. Si tratta della riduzione progressiva del peso economico internazionale dell’Europa con riflesso sulle potenzialità di benessere, dell’invecchiamento progressivo della popolazione e dell’intersecarsi di questi due fenomeni con l’eredità della crisi: alto debito pubblico, elevata disoccupazione, impoverimento di alcuni strati di popolazione e, più in generale, maggiori disuguaglianze. Il fenomeno che costituisce il vincolo più evidente per molti paesi è la necessità di rientrare dall’elevato accumulo di debito pubblico do- vuto alla necessità di temperare gli effetti della crisi nei trimestri im- mediatamente successivi alla sua esplosione. Poiché la riduzione del debito pubblico è un processo che, inevitabilmente, si sviluppa in tem- pi lunghi, questo vincolo s’intreccia con quello di lungo periodo posto dall’invecchiamento delle popolazioni dei paesi avanzati, nei quali le generazioni dei baby boomer stanno cominciando a ingrossare la po- polazione non più in età di lavoro. Il forte aumento della disoccupazione indotto dalla crisi non sarà riassorbito facilmente, perché la crisi è anche l’occasione di selezione tra attività produttive economicamente sostenibili e non. L’orizzonte di sostenibilità, e quindi di ristrutturazione, fa riferimento più al con- testo internazionale che a quello interno. Si porranno quindi problemi di conversione delle attività e del capitale umano, obiettivi che saranno complicati dall’invecchiamento non solo e, in questo caso, non tanto della popolazione complessiva, bensì delle forze di lavoro. 3. Sullo sfondo da tempo e per ancora molto la globalizzazione e l’integrazione europea Indubbiamente, gli effetti della crescente integrazione dei mercati mondiali, del peso crescente della manifattura dei paesi emergenti e l’evoluzione della tecnologia continueranno a determinare la polariz- L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 135 zazione nella distribuzione del reddito a scapito delle fasce intermedie di lavoratori. L’alta disoccupazione manterrà elevata la propensione al risparmio precauzionale e le prospettive di lenta evoluzione della domanda aggregata non daranno molto slancio agli investimenti pri- vati e alla crescita in generale, la quale rimarrà per altro tempo an- cora inferiore ai rendimenti finanziari rafforzando la distribuzione ineguale dei redditi2. Le politiche economiche dei paesi avanzati sono più o meno consa- pevolmente guidate dall’obiettivo di difendere il loro livello di benessere di fronte all’ondata di redistribuzione del reddito internazionale messa in moto dalla concorrenza nella produzione di manufatti esercitata dai paesi emergenti. Non si tratta di aumentare semplicemente il prodotto esportabile, come negli anni settanta dopo la prima crisi petrolifera, si tratta di trovare ambiti nei quali conservare un’adeguata presenza dei nostri prodotti sui mercati internazionali contrastando lo spiaz- zamento che le produzioni manifatturiere dei paesi emergenti stanno esercitando nei nostri confronti. Queste trasformazioni di fondo dello scenario internazionale stanno riducendo la disuguaglianza tra i paesi, ma aumentando la disuguaglianza all’interno dei paesi avanzati (Mila- novic 2012). La natura dell’innovazione tecnologica rafforza l’aumento della disuguaglianza tra i redditi all’interno dei singoli paesi (Beaud- ry, Green, Sand 2013). Di conseguenza, l’arretramento/revisione degli istituti del welfare deve fare i conti attualmente anche con l’obiettivo di temperare le disuguaglianze che strutturalmente si vanno creando. Un aspetto importante che sta già emergendo come un portato della crisi è costituito dalla ri-regolamentazione dei mercati finanziari e dei sistemi bancari, dopo le liberalizzazioni degli anni ’80 e ’90 con una visione non prettamente internazionale ma di macro-area mondiale. Fondamentali al riguardo le innovazioni istituzionali in corso in Eu- ropa: la costituzione dei fondi per la stabilità finanziaria messi in atto sull’onda della crisi dei debiti sovrani e ora, più rilevante, l’avvio della Unione Bancaria. Le tensioni politiche potenziali tra i paesi europei sa- ranno portatrici di ulteriori innovazioni, che allo stato attuale appare difficile valutare se in direzione di una maggiore integrazione (come chi scrive ritiene), oppure della disgregazione. 2   Un effetto del tentativo di Mario Draghi di spingere sempre più verso il basso i rendimenti finanziari privi di rischio nella speranza di favorire la ripresa della cresci- ta è anche quello di avvicinarli comunque sempre più alla crescita nominale del Pil. 136 Paolo Onofri Soffermiamoci solamente sugli aspetti dell’ingegneria sociale. Il clima diffuso in molti paesi è che sono necessari ulteriori passi indie- tro sul piano dello stato sociale, nonostante le riforme restrittive che in diversi paesi sono già intervenute negli anni ’80 e ’90. L’intento è quello di contrastare l’impatto che la diffusione della crisi sta eser- citando sugli strumenti di intervento assicurativo di natura sociale e assistenziale, impatto che finirebbe per scaricarsi ancora di più sul debito pubblico, non essendo, un ulteriore allargamento del welfare, più finanziabile né dalla progressività delle imposte che non c’è più, né dalla crescita che ora langue. D’altro canto l’arretramento dei sistemi di welfare trova, ovviamente, molte opposizioni da parte dei destina- tari di tali flussi di spesa proprio ora che la loro presenza sarebbe ne- cessaria. Il che apre dei rischi non facilmente valutabili ex ante, come quello di mettere a repentaglio la coesione sociale. Per fare il parallelo con quanto sopra, si potrebbe aprire una fase di nation destroying sen- za che ciò trovi a un livello più elevato, quello europeo, un referente di identificazione collettiva. Un istituto effettivamente innovativo, molto utile per sostenere il nation building a livello europeo, sarebbe l’istituzione di un sistema d’indennità di disoccupazione europea finanziato con entrate con- tributive a livello europeo che consentirebbero di accumulare fondi nelle fasi positive del ciclo e di erogarli quando il ciclo economico è negativo. In questo modo si esprimerebbe la solidarietà europea tra gli stati membri3 (Zingales 2014: 178). Si tratterebbe di mettere in atto la dimensione sociale dell’Europa e una possibile dimensione europea dei meccanismi di stabilizzazione automatici. La struttura attuale dei Trattati a questo riguardo mette in comune la politica monetaria e sta- bilisce vincoli all’interno dei quali, salvo situazioni eccezionali, le po- litiche fiscali degli Stati Membri dovrebbero ricavare spazi di bilancio per affrontare shock di natura idiosincratica. Ciascun paese è lasciato a se stesso nell’affrontare situazioni negative. Nell’ipotesi che viene for- mulata, al verificarsi di eventi negativi che in un paese determinino un aumento della disoccupazione, seguirebbe l’erogazione dell’indennità di disoccupazione da parte dell’Europa. L’indennità europea comune dovrebbe costituire uno zoccolo uniforme per tutti gli europei (es. 50% 3   Ne discutono dal 2012 vari paper rintracciabili sul sito del Bruegel Institute di Bruxelles; il Ministero delle Finanze francese affronta in modo organico il tema nella Lettre Trésor-éco, n. 132, Juin 2014. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 137 dell’ultima retribuzione per 12 mesi) al di sopra del quale ogni stato potrebbe prevedere una eventuale indennità addizionale a carico del proprio bilancio. La proposta non è priva di difficoltà sia di disegno, sia operative. Il disegno dovrebbe essere in grado di prevedere che fi- nanziamento ed erogazione avvengano in modo intertemporalmente neutrale dal punto di vista redistributivo tra gli Stati Membri. Ovve- ro, il prelievo contributivo dovrebbe essere proporzionale per ciascu- no stato al livello medio passato della disoccupazione, da rivedere ogni cinque anni, e affluirebbe a un fondo europeo il quale erogherebbe i fondi in funzione della disoccupazione che si determinerà nel futuro. In sostanza, il risultato sarebbe di rendere più diluito nel tempo l’one- re che il singolo Stato deve affrontare nell’immediato per il manteni- mento del reddito dei disoccupati. Già sul meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie (un pezzo importante della Unione Bancaria) si sono scontrate posizioni conflittuali, perché, in modo surrettizio, esso potrebbe costituire un embrione di bilancio federale che trova opposizione come tale all’in- terno del Consiglio Europeo. È quindi improbabile che vi sia una di- sponibilità a procedere nella direzione dell’indennità di disoccupazione europea che sarebbe un vero e proprio cavallo di Troia dell’Unione Fi- scale. Non vi è comunque dubbio che sia un modo per ricostituire la fiducia nelle istituzioni europee e anche la ricostituzione di tale fiducia è una condizione di uscita dalla crisi. 4. La situazione italiana: nessuna nuova articolazione degli istituti di welfare Rispetto all’evoluzione degli istituti del welfare nei paesi avanzati, il nostro paese presenta una sfasatura radicale. Nonostante la «Com- missione per la riforma della previdenza sociale», (1947) presieduta da Ludovico D’Aragona (Masulli 2008), ispirandosi alle proposte di Beve- ridge, avesse formulato piani di riorganizzazione della sicurezza socia- le prevedendo coperture globali per tutti i lavoratori e le loro famiglie, nessuna di quelle proposte trovò attuazione in seguito. Nel corso degli anni sessanta fu ampliato lo spettro d’intervento del sistema pensio- nistico, che divenne il canale privilegiato per misure di natura sociale, e, nel 1978, fu istituito il sistema sanitario nazionale. Inimmaginabile, quindi, che nel corso degli anni ’80 si potesse prendere in considerazio- 138 Paolo Onofri ne un arretramento del nostro sistema di welfare state, come in diversi paesi si era incominciato a fare. Non vi era nulla di organico costruito attorno a diritti di cittadinanza. Quando la crisi dello Sme nel 1992 e le prime avvisaglie degli effetti della globalizzazione costringono a restrin- gere l’uso del solo canale pensionistico per condurre politiche sociali, la consapevolezza della necessità di adottare altri strumenti specifici di natura assicurativa e assistenziale raggiunge anche alcuni settori della politica. Tuttavia, costruire nel 19974, a distanza di cinquant’anni, un sistema organico di assicurazione dei rischi vecchiaia e disoccupazione e di assistenza alle responsabilità familiari, ai processi di inserimento al lavoro e alla povertà si rivela, col senno di poi, un progetto vellei- tario. Doveva, infatti, misurarsi, in primo luogo, con l’incrostazione tenace nel sistema sociale di istituti creati volta per volta per risolvere problemi specifici di quel momento e, non di minore importanza, con un contesto diverso rispetto ai decenni del dopoguerra sia in termini di crescita, sia di finanza pubblica. Il risultato è stato il lento progredi- re inerziale della spesa per prestazioni sociali a istituti sostanzialmen- te invariati. La spesa sociale è, infatti, cresciuta tra il 1995 e il 2007 di 2,4 punti di Pil per effetto prevalentemente dell’evoluzione spontanea della spesa sanitaria. È poi aumentata di altri quattro punti percentuali (al 27,5%) tra il 2007 e il 2013, ma soprattutto come effetto della caduta del Pil, in quel periodo, del 7,6%. Infatti, 3,2 punti dei quattro appena citati sono spiegati questa volta dalla spesa pensionistica, il cui anda- mento è totalmente indipendente dall’evoluzione del Pil reale, e dalle spese per gli ammortizzatori sociali che quasi triplicano, a causa del- la crisi, passando dallo 0,35 allo 0,97% del Pil. Il controllo della spesa pensionistica tra il 1992 e il 2010 ha certamente fermato una potenzia- le valanga e ha ridotto la quota di spesa sociale che passa attraverso il canale delle pensioni di quasi cinque punti percentuali; quota che poi è risalita di nuovo di tre punti percentuali tra il 2010 e il 2013, al 61%. Nel complesso, tuttavia, non è mutata sostanzialmente l’articolazione degli strumenti di prestazione sociale. 4   Mi riferisco ai lavori della «Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale» insediata dal primo governo Prodi il 15 gennaio 1997 e che terminò i lavori il 28 febbraio dello stesso anno. La relazione finale e tutti i documenti di analisi allegati sono recuperabili sul sito <http://www. edscuola.it/archivio/handicap/onofri.pdf>. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 139 5. La situazione italiana: i vincoli La sfida per l’Italia sembra davvero insormontabile; non c’è uno dei vincoli (globalizzazione, rientro del debito pubblico e invecchia- mento della popolazione) che ci sia risparmiato, ma soprattutto il grado di cogenza per ciascuno di essi è ai livelli massimi. Vediamoli uno per uno. 5.1 Difesa dei livelli di benessere Il livello di benessere di un paese dipende dal livello della produtti- vità di chi lavora e dal rapporto tra il numero di persone che lavorano e quelle che non lavorano. Date le prospettive strutturali di lenta cre- scita del prodotto, il necessario recupero della crescita della produt- tività nel settore esposto alla concorrenza internazionale non potrà che avvenire con la riduzione dell’occupazione. Perché l’effetto posi- tivo dell’aumento della produttività sul benessere non sia annullato dall’aumento della disoccupazione, è necessario che i settori protetti dalla concorrenza internazionale siano sufficientemente dinamici, se ancora in una fase precoce del loro sviluppo, oppure, se già maturi, che siano ridotte le barriere all’entrata di nuovi occupati. Negli anni ’80 la riduzione di circa un milione di posti di lavoro nel settore industriale (l’aggiustamento ai primi due shock petroliferi) fu compensata dalla forte espansione del settore dei servizi, pubblica amministrazione (Pa) compresa. Diverso fu quanto avvenne all’inizio degli anni novanta con l’aggiustamento alla crisi del cambio e del debito pubblico. Il settore industriale perse circa 800mila addetti, ma in quel caso il settore dei servizi, già maturo ma ancora molto protetto dalla concorrenza, non fu in grado di creare posti di lavoro che potessero compensare tale ri- duzione e nemmeno lo fu la Pa che ridusse di 120mila i propri addetti tra il 1992 e il 19985. Il risultato fu un aumento della disoccupazione fino al 12%, livello dal quale cominciò a scendere solo dopo l’avvio dei provvedimenti di liberalizzazione degli ingressi sul mercato del lavo- ro fino ad arrivare al 6,1% del 2007. A parità di condizioni strutturali interne dell’economia e di capacità di penetrazione dei mercati esteri, 5   Con ulteriori diverse fasi di blocco del turnover la riduzione rispetto al 1992 è giunta ora a 300mila dipendenti dopo il recupero intercorso nei primi anni 2000 che aveva riportato nel 2006 l’occupazione pubblica sopra il livello del 1992. 140 Paolo Onofri data la stagnazione della nostra popolazione e l’aumento della sua età media, l’aumento possibile della scala delle nostre produzioni è mol- to limitato; di conseguenza la ripartizione di un maggior numero di occupati su un prodotto che cresce lentamente provoca una crescita molto lenta della produttività. In prospettiva, dobbiamo attenderci una terza fase di aggiustamento strutturale del nostro settore industriale6. Quando saremo nel 2017 è molto probabile che degli 1,2 milioni di po- sti di lavoro a tempo pieno (Unità di lavoro) persi tra il 2007 e il 2014, solamente poco meno di 400mila saranno stati recuperati. Questa fa- se prospettica di ristrutturazione generalizzata dovrebbe riprendere il processo iniziato un po’ in sordina nel 2003/2004 in prevalenza dalle imprese esportatrici e in seguito interrotto dalla crisi. Il tutto nella spe- ranza che nel frattempo tali imprese siano sopravvissute e che si siano adeguatamente ricapitalizzate perché dovranno contare in misura mi- nore sul credito bancario. Gli interventi sul mercato del lavoro, spesso da più parti internazionali auspicati, perseguono l’obiettivo ultimo di favorire la mobilità occupazionale che faciliti il transito dei lavorato- ri da un’azienda/settore in riduzione strutturale di attività ad aziende/ settori in espansione potenziale. Ciò richiede, come già suggerito nel 19977, di attribuire alla Cassa Integrazione Guadagni (Cig) la funzione originaria di copertura temporanea di cadute del reddito dei lavorato- ri dovute a riduzioni congiunturali di produzione e la concentrazione di tutti gli altri strumenti (Cig straordinaria e indennità di mobilità) nel finanziamento della indennità di disoccupazione resa universale e adeguata a garantire condizioni vita che consentano al lavoratore di partecipare a corsi di formazione che favoriscano il suo ricollocamento. I corsi di formazione, ovviamente, devono essere offerti con contenuti aggiornati e i modi di erogazione dell’indennità devono essere tali da evitare comportamenti opportunistici da parte dei lavoratori stessi. Gli interventi legislativi in atto stanno muovendosi in questa direzione, ma la loro efficacia confida sulla capacità del governo di far funzionare in modo proattivo quella parte dell’amministrazione che deve gestire il 6  Ciò non deve essere inteso necessariamente come deindustrializzazione; la riduzione strutturale del numero di occupati dovrebbe intervenire a fronte di aumenti di produttività per cui la quota di valore aggiunto industriale sul Pil po- trebbe non ridursi, pur a fronte della riduzione della quota di occupati nel settore industriale. 7   Si veda nota precedente. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 141 mercato del lavoro attraverso i Centri per l’Impiego8. In ogni caso, tali interventi necessari non saranno sufficienti a provocare la ripresa, ma potranno mostrare a pieno i loro effetti eventualmente accelerandola, una volta innescatasi. A proposito della nostra capacità di mantenere il benessere acquisi- to, quanto sopra è mirato a una più efficiente allocazione delle risorse umane. Una volta raggiunto questo obiettivo rimangono, comunque, necessari salti di qualità, come, innanzitutto, la possibilità di uscire dalla trappola della tecnologia di basso livello nella quale i bassi sala- ri e un livello medio di capitale umano non troppo elevato sembrano averci rinchiuso. Ovviamente, questa connotazione si riferisce alla me- dia dell’intera economia e non alle tante eccellenze che vi sono, ma la presenza di queste ultime non deve far sottovalutare l’importanza di investire nel livello di istruzione, anche degli immigrati, e nell’innova- zione delle aziende. In secondo luogo, un altro salto di qualità sarebbe riuscire effettivamente a ridurre le posizioni di rendita nei settori pro- tetti per temperare gli effetti sulla disoccupazione della riduzione degli occupati nel settore industriale. Se così fosse, nel corso del prossimo decennio qualche risultato positivo nel recupero di benessere gene- ralizzato potremmo vederlo; in ogni caso, data la lunghezza di questi processi, il decennio in corso è molto probabile ci apparirà come un decennio perduto, ma non sarà stato inutile se, come avvenuto tante volte nei secoli passati, avrà posto le premesse per una ripresa struttu- rale e non solo congiunturale. Un ultimo aspetto della difesa del livello di benessere, è costituito dalla distribuzione del benessere medesimo, come può misurarsi con la distribuzione del reddito. I dati del 2012 della indagine campio- naria biennale condotta da Banca d’Italia sul reddito e la ricchezza delle famiglie, l’ultima attualmente disponibile, interpretati attraver- so, ad esempio, l’indice di Gini non mostrano drammatici aumenti delle disuguaglianze. Domina l’effetto riduzione dei redditi medi e mediani; indizi di un aumento delle diseguaglianze, tuttavia, ci so- no. A fronte della caduta tra il 2008 e il 2012 del reddito disponibile reale mediano del 12%, il reddito del decile più basso è sceso del 18% e quello del decile più alto dell’11% (Baldini 2013). Utilizzando altra 8   Data l’abolizione delle province, sarebbe opportuno riportarli a una gestio- ne centralizzata e uniforme e non attribuirli alle regioni rischiando venti modi diversi di funzionamento. 142 Paolo Onofri fonte statistica, la contabilità nazionale del reddito, un altro indizio della redistribuzione di reddito può essere costituito dalla caduta del- la spesa pro capite in termini reali per i beni alimentari, ridottasi dal 2006 al 2014 del 13%. Gli interventi della politica fiscale hanno solo temperato gli effetti drammatici della crisi sull’impoverimento del- le famiglie; dal punto di vista distributivo, com’è ovvio, l’onere delle politiche è stato via via crescente al crescere dei decili di reddito. In sintesi, le politiche economiche si pongono innanzitutto l’obiettivo di recuperare i livelli di reddito familiare perduto9; solo in seguito, i problemi della redistribuzione di reddito indotti da globalizzazio- ne, tecnologia e crisi potranno essere affrontati con adeguata mobi- lità del lavoro congiunta con investimenti nella formazione di base e continua. Tutti obiettivi il cui perseguimento richiede l’impiego di risorse di bilancio, non sempre recuperabili con mere redistribuzio- ni di prelievo, in un contesto in cui la domanda di riduzione della pressione fiscale complessiva è crescente10 e quindi, dato il vincolo di debito pubblico, richiede l’azione sulla spesa con altrettante dif- ficoltà sul piano della sua distribuzione tra gli attori dell’economia. 5.2 L’elevato livello del rapporto debito pubblico/Pil Per l’Italia l’aumento del debito pubblico dall’inizio della crisi è stato più contenuto rispetto agli altri paesi, ma si è sovrapposto a un livello di debito pubblico già molto elevato e in fase di nuova crescita proprio nel periodo 2001-2006 quando le condizioni esterne avrebbe- ro consentito il proseguimento della sua riduzione avviata negli anni 1996-2000. Come per tutti i paesi, anche per il nostro il percorso di riduzione del peso del debito pubblico sarà lungo. Rispetto ad altri paesi il nostro ha già messo i flussi di finanza pubblica in condizio- 9   Tra il 2013 e il 2015 le politiche di bilancio pubblico stanno determinando un incremento del reddito disponibile delle famiglie con redditi più bassi nell’in- torno del 3 o 4%. 10   L’andamento della pressione fiscale nel corso del 2014, a preconsuntivo, ap- pare in aumento di tre decimi di punto percentuale dal 43,3 al 43,7, ma risulte- rebbe in riduzione di un decimo al 43,2 se lo sgravio Irpef (i cosiddetti 80 euro) non fosse classificato come un credito d’imposta e quindi come un aumento della spesa. Allo stesso modo, nel 2015, riclassificando lo sgravio come riduzione d’im- posta anziché come aumento di spesa, la pressione fiscale sarebbe a preventivo del 42,9% invece di essere prevista al 43,5%. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 143 ni di parziale equilibrio: al netto degli interessi sul debito il bilan- cio pubblico è in avanzo da molto tempo. Ridurre il peso sul Pil del debito pubblico ereditato dal passato, è necessario per un insieme di ragioni11. Innanzitutto, la nostra economia tendenzialmente ha disa- vanzi nei conti con l’estero quando funziona a pieno regime e ha ac- cumulato un debito netto con l’estero di circa un quarto del Pil; deve, quindi, importare capitali per finanziare tali disavanzi e il canale per tale importazione è costituito anche dall’acquisto di debito pubblico italiano da parte di non residenti. Tali acquisti sono favoriti o sfavo- riti a seconda delle valutazioni circa la sostenibilità del nostro debito pubblico nel medio-lungo periodo. Inoltre, ridurre il debito pubblico consente di ridurre il costo complessivo del servizio del debito (la vo- ce interessi nel bilancio pubblico). Nel 2014, gli interessi pagati dalla Pa costituiscono il 4,7% del Pil; in altri termini, il 9,7% delle entrate correnti è destinato al pagamento d’interessi. L’avvio di un processo di riduzione del debito pubblico consente anche di ridurre il costo unitario del servizio del debito attraverso la riduzione del differenziale di rendimento dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Molti sono i progetti per affrontare la riduzione del debito attra- verso lo stato patrimoniale della Pa anziché far crescere il saldo al netto degli interessi oltre il 2,5/3% circa del Pil, già programmato per i prossimi anni. Il grado di realismo operativo di tali progetti è spes- so molto limitato. Qualche dubbio si potrebbe avanzare anche sulla verosimiglianza operativa del programma di vendere ogni anno im- mobili per un valore all’incirca di 10 miliardi all’anno. In ogni caso, questa sarebbe una strada per aprire un piccolo spazio nel bilancio per interventi che vadano nella direzione prima indicata e possano innescare un circolo virtuoso tra ripresa della crescita e riduzione del debito. Va detto, comunque, che non potremo fare molti passi in questa direzione da soli, rimarrebbe per molti versi solo piccolo cabotaggio. La vera svolta può solo intervenire con una soluzione a livello europeo del problema del debito pubblico ereditato dal pas- sato e non solamente dal nostro paese. Diverse sono le ipotesi che 11   Non ci si faccia trarre in inganno dalla situazione giapponese in cui il debito pubblico si avvicina al 250% del Pil, senza mostrare tensioni per il suo finanzia- mento. L’economia giapponese è in una forte posizione creditoria nei confronti dell’estero (è esportatrice netta di capitali) e può finanziare il proprio debito pub- blico quasi totalmente sull’interno a tassi bassissimi. 144 Paolo Onofri sono state formulate per la condivisione almeno parziale del debito pubblico dei paesi dell’area euro (Eurobond, Redemption Plan, pool dei debiti pubblici che concorrono fino al 60% del Pil e separazione di quelli che eccedono tale livello lasciandoli alla responsabilità del singolo paese con un costo determinato dalla sua credibilità ecc.). Se il 60% del debito pubblico italiano potesse avere il costo del debito pubblico tedesco, la nostra spesa per interessi si ridurrebbe di 12 mi- liardi12. Ancora una volta queste appaiono considerazioni ammantate di wishful thinking che si scontrano con la realtà del governo e della Corte Costituzionale tedeschi (Bastasin 201413). 5.3 L’invecchiamento della popolazione Di per sé l’invecchiamento costituisce un ostacolo alla crescita po- tenziale riducendo nel medio periodo l’offerta potenziale di lavoro e spostando l’impiego di fattori produttivi verso utilizzi che escono dal circuito della produzione di beni e servizi commerciabili e spesso han- no una importante connotazione relazionale. Tutto ciò si manifesta attraverso l’aumento di tre tipi di spese: sanità, non autosufficienza e pensioni. D’altra parte, l’invecchiamento non solo riduce la crescita del prodotto potenziale, ma ha effetti di contenimento della crescita del- la domanda interna per i comportamenti precauzionali che il rischio longevità e quindi di non autosufficienza induce. Per quanto riguarda il sistema pensionistico, nonostante l’imperdo- nabile ‘distrazione’ sui cosiddetti esodati14, la riforma Monti-Fornero è la conclusione del ciclo ventennale di riforme del sistema pensioni- stico italiano. Attualmente, tutto il sistema pubblico a ripartizione è organizzato sulla maturazione dei diritti pensionistici in funzione dei contributi versati, capitalizzati in termini nozionali sulla base della media mobile quinquennale del tasso di variazione del Pil nominale. 12   Alla fine del 2013 il debito pubblico tedesco era di 2147 miliardi ed era co- stato 60 miliardi di interessi; alla fine dello stesso anno, in Italia, il debito pubblico era di 2069 miliardi ed era costato 82 miliardi di interessi. 13   L’autore ritiene che le condizioni di tassi di rendimento molto bassi sui titoli tedeschi e le difficoltà che stanno creando alle imprese di assicurazione tedesche potrebbero costituire un incentivo alla condivisione almeno parziale del debito. 14   In realtà, sono risultati, ex post, meno della metà di quelli stimati origina- riamente dall’Inps, 162mila contro 355mila. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 145 Sia il coefficiente di trasformazione del montante contributivo in ren- dita annuale, che l’età del pensionamento di vecchiaia sono indicizzati all’andamento della vita media attesa al momento della liquidazione della pensione. Questi tre meccanismi garantiscono la sostenibilità del nostro sistema pensionistico a ripartizione. Dall’evoluzione futura della nostra spesa per pensioni è stata cancellata quindi quella ‘gobba’ che tanto ha fatto discutere negli anni passati. A differenza dei siste- mi pensionistici degli altri paesi europei, che continueranno ad avere una spesa crescente in termini di Pil nei prossimi decenni, l’interven- to radicale effettuato alla fine del 2011, nell’ipotesi di crescita regolare dell’economia nell’intorno dell’1% all’anno, dovrebbe avere stabiliz- zato la nostra spesa in termini di Pil per i prossimi vent’anni. Questo risultato è la conseguenza dell’innalzamento dell’età della pensione di vecchiaia e dell’abolizione delle pensioni di anzianità; in sostanza, si riduce temporaneamente l’incremento del numero di pensionati de- finendo, in prospettiva, un suo rapporto con il numero delle persone al lavoro sistematicamente più basso. Andato a regime questo effetto e iniziati i pensionamenti a età più mature con accumulo di maggio- ri contribuzioni, tra il 2035 e il 2045, si avrà un nuovo aumento della spesa per effetto delle più elevate pensioni medie. Questo impatto non dovrebbe eccedere un punto percentuale di Pil e costituisce il risulta- to ricercato come soluzione al problema che spesso è stato posto cir- ca l’adeguatezza delle pensioni future: minor numero di pensionati e pensioni medie più elevate. Una volta assorbito l’impatto sociale di breve periodo della rifor- ma Monti-Fornero e l’effetto della caduta del Pil, nel corso dei prossi- mi sette/otto anni, la sostanziale stabilizzazione prospettica della spesa per pensioni renderà più sostenibile l’aumento inevitabile della spesa sanitaria e di quella per la non autosufficienza, che l’invecchiamento della popolazione comporterà. A condizione, ovviamente, che sotto pressioni contingenti non si torni indietro rispetto alle norme della legge della fine del 201115. 15   La richiesta spesso avanzata di maggiore flessibilità in uscita dal lavoro è certamente ragionevole, ma è altrettanto ragionevole che ciò debba rispetta- re l’equivalenza attuariale, vale a dire, in modo approssimativo, che lo stesso montante contributivo è ripartito su un numero di anni maggiore e quindi la pensione è più bassa. 146 Paolo Onofri 6. La situazione italiana: spesa sociale e produttività Come gli ultimi due decenni sono stati i decenni della riforma del sistema pensionistico, così il decennio in corso dovrebbe essere il de- cennio nel quale si completa la riforma del mercato del lavoro, iniziata nel 1996, e si concentrano le iniziative per il rilancio della crescita della produttività. Infatti, da un lato, un più facile incontro di offerta e do- manda di lavoro favorisce un più efficiente utilizzo del capitale uma- no e, dall’altro, l’incremento della produttività non è solo il modo di rispondere alla sfida della globalizzazione, è anche il mezzo attraverso il quale si finanzia in termini reali la dipendenza della popolazione che non lavora da quella che lavora. Rimane quindi da domandarsi come l’articolazione della spesa sociale potrebbe agire sulla dinamica della produttività, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica. È innanzitutto necessario il recupero di risorse pubbliche da destinare, sia alla conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari, sia al sostegno alla necessaria mobilità occupazionale. Si tratta di incenti- vi al lavoro sotto forma sia di benefici collegati alla posizione lavorati- va, sia di politiche attive per favorire la rioccupazione. L’innalzamento dell’età della pensione porrà già tra breve il problema della gestione di un particolare segmento del mercato del lavoro, quello dei lavorato- ri 55-65enni. La possibilità di recupero di tali risorse potrà venire da un’attenta e intelligente applicazione del principio dell’universalismo dei diritti coniugato con la selettività della loro fruizione gratuita. Ov- viamente, questo principio può trovare applicazione solo di pari passo alla riduzione dell’evasione fiscale e all’applicazione effettiva e control- lata della riforma del sistema di prova dei mezzi (l’Isee), recentemente ricondotto alla configurazione originaria in cui era previsto un ade- guato peso anche al patrimonio mobiliare e immobiliare e che sembra si accompagnerà a più rigorosi controlli delle dichiarazioni. A parità di risorse, un contributo dovrebbe venire da un’impresa che finora si è rivelata disperata: mettere la pubblica amministrazio- ne in condizioni di essere in grado di gestire misure di welfare attivo, in altre parole, di avere capacità di gestione discrezionale perché tali misure risultino efficienti e allo stesso tempo evitino comportamenti opportunistici. Infine, dove può esservi sostituibilità, dovrebbe am- mettersi l’integrazione dell’offerta pubblica con quella privata tra cui anche il welfare aziendale. Condizione necessaria è che a parità di co- sto vi sia un incremento di efficienza per l’intero sistema economico. L’eredità della Lunga Recessione e le istituzioni del welfare 147 7. Conclusione Questa volta è davvero diverso: dalla crisi finanziaria i paesi avanzati non potranno che uscire con un minor peso dei sistemi di welfare. Per l’Italia, che non ha conosciuto l’esplosione del welfare di cinquant’an- ni fa nei paesi dell’Europa continentale e che ha ripreso a riflettere su una visione organica della spesa sociale quando gli altri cominciavano a smontarla in alcuni suoi aspetti, potrebbe apparire un sacrificio mi- nore, visto il non tanto latente scetticismo (anche sindacale) di fronte a qualsiasi ipotesi di spesa per l’assistenza. In realtà, il nostro paese sta soffrendo più degli altri in termini di crescita e quindi di disoccupazio- ne e sta invecchiando più rapidamente degli altri; ha quindi necessità di integrare quelle politiche sociali che mancano e che possono favo- rire la crescita del capitale umano e della produttività, facendo teso- ro delle esperienze che in altri paesi si sono rivelate negative. Ma deve farlo riallocando la spesa pubblica e non aumentandola se non proprio riducendola. Per noi è il momento, come sta effettivamente accaden- do, dell’istituzione dell’indennità di disoccupazione universale come garanzia del reddito anziché del posto di lavoro e, in prospettiva, di mettere in cantiere politiche sociali di assistenza più attente che nel passato sia alla povertà (reddito minimo), sia alla non autosufficien- za (assicurazione sociale?). La sfida è rendere ciò compatibile con un debito pubblico che in termini assoluti continuerà a crescere, ma che potrebbe, tuttavia, ridursi in termini di Pil se si riuscirà a rilanciare la crescita. Azioni con il bilancio pubblico per rilanciare la crescita dal la- to della domanda aggregata, come ora è necessario, non possono essere condotte isolatamente dagli altri paesi europei, data l’eredità di debito pubblico elevata e la forte integrazione commerciale con gli altri paesi. Il compito della politica italiana è di convincere le controparti europee più recalcitranti che di fronte al rischio (maggiore) che l’intero edificio europeo crolli si possono accettare iniziative di condivisione parziale del debito pubblico che fanno sì correre il rischio (minore) di compor- tamenti opportunistici, ma molto più probabilmente sarebbero opera- zioni vincenti per tutti. Diversamente dovremo continuare a contare in misura crescente sulle compensazioni all’interno delle famiglie sia per la disoccupazione, sia per l’assistenza. Ciò ci esporrebbe al rischio che il welfare familiare duri fino alla tenuta della generazione dei baby bo- omer; quando quest’ultima avrà passato la mano e la ricchezza da essa accumulata sarà stata consumata dalla generazione immediatamente 148 Paolo Onofri successiva, le responsabilità dell’organizzazione sociale per le sorti dei nostri nipoti saranno più elevate, ineludibili e con un paese più povero. Riferimenti bibliografici Baldini M. 2014, Crisi, politiche di austerità e distribuzione del reddito, «Italianieuropei», 3, pp. 37-42 Bastasin C. 2014, Will Merkel call for Eurobonds?, SEP Policy Brief, n. 7, Luiss School of European Political Economy. Beaudry P., Green D.A., Sand B. 2013, The great reversal in the demand for skill and cognitive tasks, Public Economics Programme Discussion Papers, n. 22, Suntory and Toyota International Centres for Economics and Related Disciplines, LSE. Lindbeck A. et al. 1994, Turning Sweden around, MIT Press, Cambridge Mass. Masulli I. 2008, Dalla “Commissione D’Aragona” alla “Commissione Onofri” cinquant’anni di progetti disattesi, in L. Guerzoni (a cura di), La riforma del welfare: dieci anni dopo la “Commissione Onofri”, il Mulino, Bologna. Milanovic B. 2012, Chi ha e chi non ha: storie di disuguaglianze, il Mulino, Bologna. Zingales L. 2014, Europa o no?, Rizzoli, Milano. ETUDIER LES INÉGALITÉS DE L’INTÉGRATION SOCIALE. FORCE, FAIBLESSE ET RUPTURE DES LIENS SOCIAUX Serge Paugam Sommaire: 1. Prémisse. – 2. Intégration et inégalités: deux regards so- ciologiques à conjuguer. – 3. La théorie des liens sociaux comme cadre analytique. – 4. Quatre paliers de l’intégration sociale. – 4.1 L’intégration assurée. – 4.2 L’intégration fragilisée. – 4.3 L’intégration compensée. – 4.4 L’intégration marginalisée. 1. Prémisse. La notion d’intégration est omniprésente dans le débat social et po- litique. Elle désigne généralement des politiques publiques directement orientées vers les populations immigrées ou en marge du système social. Elle constitue de ce fait un enjeu politique puisqu’à travers elle on entend à la fois énoncer un problème – les populations concernées sont peu ou mal intégrées – et tenter de le résoudre. Cette notion appartient aussi au langage des sciences sociales et ne saurait se réduire à la question de l’immigration et de l’appartenance nationale et aux politiques censées la résoudre. Lorsqu’ils s’y réfèrent, les sociologues pensent immédiatement à Durkheim. La notion d’intégration désigne alors un processus plus général qui vaut pour l’ensemble du système social. On parlera alors de l’intégration des individus à la société tout comme de l’intégration de la société. En suivant l’analyse du fondateur de la sociologie française, une société moderne est intégrée si elle est organisée selon le principe de la solidarité organique entre ses membres. En consacrant ce texte aux paliers de l’intégration sociale, je souhaite explorer la relation entre les défaillances contemporaines du système d’intégration et la production des inégalités. Tout en s’inscrivant dans la tradition durkheimienne, je souhaite expliquer, plus que ne l’avait sans doute envisagé Durkheim lui-même, les fondements inégaux de l’intégration et les limites des mo- des de régulation de ces inégalités spécifiques. Il s’agit de partir de l’hy- pothèse que non seulement les capitaux économiques et culturels sont répartis de façon inéquitable, mais que les liens qui rattachent les indi- vidus aux groupes et à la société sont de force et d’intensité très inégale. Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 150 Serge Paugam Cette hypothèse de l’intégration inégale avait déjà fait l’objet de vé- rifications empiriques, notamment dans les travaux de Maurice Hal- bwachs au début du XXème siècle sur la classe ouvrière (Halbwachs 2011). Pour rendre compte de la hiérarchie des genres de vie, ce disciple de Durkheim utilise l’image d’un feu de camp autour duquel les indivi- dus sont regroupés par cercles concentriques selon leur appartenance à telle ou telle classe. Le centre est le foyer qui représente la plus grande intensité de la vie sociale, près duquel les classes les plus intégrées vont se regrouper en priorité. La classe ouvrière, la moins intégrée, la plus proche de la matière, se trouvera dans la périphérie la plus éloignée. Cette métaphore du feu de camp est heuristiquement féconde pour concevoir le modèle d’intégration sociale stratifiée qui éclaire ses ana- lyses empiriques (Paugam 2007). Les cercles concentriques ainsi dé- crits ne correspondent pas aux paliers de l’intégration que je souhaite présenter ici mais l’idée est très proche puisqu’elle consiste dans les deux cas à concevoir l’intégration sociale comme un processus inégal. Je tenterai dans ce texte 1) de démontrer l’intérêt de conjuguer l’ap- proche durkheimienne de l’intégration et celle des inégalités; 2) de pré- senter un cadre analytique – celui de la théorie des liens sociaux – pour y parvenir; 3) d’esquisser une typologie des paliers de l’intégration so- ciale en croisant des travaux sociologiques récents. 2. Intégration et inégalités: deux regards sociologiques à conjuguer Rapprocher la notion d’intégration de celle d’inégalité constitue un réel défi pour le sociologue. Ces deux questions renvoient à des pa- radigmes et des traditions sociologiques souvent considérés comme opposés. Les sociologues qui s’inscrivent dans la tradition de l’inté- gration sont sensibles à la question du lien social, ceux qui étudient les inégalités se fondent généralement sur une théorie de la stratification sociale et donc des divisions sociales. Les uns étudient ce qui fait so- ciété et permet la cohésion au-delà des différenciations sociales, tan- dis que les autres étudient ce qui divise les individus au-delà de leur commune appartenance à la société. D’emblée les objets d’étude sont différents. Etudier ce qui rassemble et intègre place d’emblée le cher- cheur dans l’analyse des modes de socialisation lesquels sont censés transmettre un ordre moral et offrir aux individus un cadre normatif pour leur intégration. Etudier ce qui divise les individus et les oppose Etudier les inégalités de l’intégration sociale 151 les uns aux autres conduit, au contraire, le chercheur à postuler que les normes sociales ne sont pas homogènes, qu’elles relèvent au moins partiellement d’inégalités de statut et de position sociale et qu’elles sont susceptibles de se traduire par des formes de domination et de conflits. Une grande partie des débats sociologiques se sont traditionnellement inscrits dans l’un ou dans l’autre des ces paradigmes fondateurs, mais rarement dans les deux à la fois, d’autant qu’ils opposent, en schémati- sant un peu, la tradition fonctionnaliste et la tradition marxiste et que de nombreux sociologues continuent encore à se distinguer en fonc- tion de cette opposition. Force est de reconnaître que les sociologues de l’intégration sont souvent assez discrets quand ils abordent la question des inégalités et, inversement, que les sociologues des inégalités n’ont guère de motiva- tion particulière pour penser l’intégration. Prenons l’exemple de deux livres importants publiés au début des années 1990. Dans La France de l’intégration, Dominique Schnapper (1991) aborde l’intégration comme un concept horizon et s’emploie à étudier comment les normes sociales sont négociées. Si l’idée d’un modèle unique d’intégration est d’em- blée refusée, l’analyse se focalise sur les formes différentes que peut prendre dans la société moderne le processus d’intégration à partir de ce que l’auteur appelle les «révolutions tranquilles» qui ont affecté les grandes institutions jusqu’à l’univers des relations. Ce livre a joué un rôle important dans la sociologie française et a permis de renouveler la sociologie de la nation, mais la question des inégalités n’a été qu’in- directement abordée. L’intégration des individus au système social est pensée comme la traduction implicite de l’intégration du système so- cial suivant en cela une perspective durkheimienne, mais laissant ain- si plus ou moins de côté la production par les institutions d’un ordre hiérarchique qui contribue à reproduire les inégalités traditionnelles et l’analyse approfondie du délitement de ces institutions sur la consti- tution de nouvelles inégalités. Dans La misère du monde, publié deux ans plus tard, Pierre Bour- dieu et son équipe (1993) traitent des formes de souffrance sociale à partir d’une analyse d’entretiens approfondis collectés auprès d’indivi- dus appartenant à différentes couches sociales, mais ayant pour point commun de faire quotidiennement l’expérience douloureuse de l’infé- riorité de leur statut, ce que les auteurs qualifieront de misère de position en opposition à la misère de condition. Ce livre collectif s’inscrit dans la tradition de l’étude des inégalités de classe en ayant recours de façon 152 Serge Paugam fidèle aux concepts de champ et d’habitus forgés par Pierre Bourdieu depuis le début les années 1960, mais n’aborde que de façon lointaine la question de l’intégration sociale. L’explication de la souffrance so- ciale est recherchée principalement dans les formes traditionnelles de domination et non dans les transformations structurelles des normes qui gouvernent le processus d’intégration sociale lui-même. Ce qui constitue le cœur de l’interprétation durkheimienne du malaise social et, de façon plus générale, des dysfonctionnements sociaux, n’est pas directement pris en compte. Ces deux exemples sont emblématiques de la difficulté à penser à la fois l’intégration et les inégalités. Pourtant, il ne faudrait pas conclure qu’un rapprochement de ces deux perspectives théoriques n’est ja- mais opéré dans les travaux sociologiques contemporains. Même si le mouvement est encore quelque peu balbutiant, on assiste, en effet, dans plusieurs recherches récentes à une progressive convergence des problématiques. La plupart des grands domaines de la sociologie sont même concernés. Aujourd’hui, par exemple, les sociologues de l’immigration, tra- ditionnellement maîtres en sociologie de l’intégration, posent de fa- çon plus directe la question des stigmatisations et des discriminations et s’inscrivent plus nettement dans la thématique des inégalités (Safi, 2012). Ce n’est plus seulement la question des étapes et des formes de l’intégration qui est posée, mais bien celle des obstacles durables à l’in- tégration. L’explication des problèmes de l’intégration est recherchée, non plus seulement dans les difficultés intrinsèques des populations immigrées au regard des normes en vigueur dans le pays d’installation, mais dans le fonctionnement – ou plutôt le dysfonctionnement – des institutions censées permettre l’intégration. La sociologie du genre qui a connu un développement considérable au cours des vingt dernières années reflète aussi, au moins partiellement, ce rapprochement. Elle conjugue en effet le plus souvent une analyse renouvelée de la domination masculine en rapportant cette dernière à la fois au fonctionnement des institutions et aux normes sociales glo- bales qui fondent le système d’intégration et la position respective des hommes et des femmes. Les sociologues du genre partent notamment des régimes de welfare en vigueur dans les sociétés modernes pour expli- quer le maintien des inégalités entre les sexes. Ils ont souligné l’absence notoire de cette question dans les travaux initiaux d’Esping-Andersen (1990), lequel a ensuite complété son schéma interprétatif au regard de Etudier les inégalités de l’intégration sociale 153 cette critique de fond. Ils reprennent aussi à leur compte la probléma- tique de la discrimination, notamment dans les recherches sur l’em- bauche et les formes de rémunération dans le monde du travail (Laufer, Marry, Maruani 2003). La sociologie des âges et des générations a mis aussi l’accent sur des formes d’inégalités qui passaient jusqu’ici presque inaperçues (Chauvel 1999) en les examinant au regard également du fonctionnement des ins- titutions. Le constat de «générations sacrifiées» a conduit à réexaminer le système d’intégration lui-même en faisant ressortir les logiques sociales qui conduisent à répartir très inégalement entre générations les chances de réussite et d’accès au bien être. La sociologie de l’éducation de son côté a accompli sa progressive métamorphose en inscrivant les travaux sur les inégalités scolaires dans une interprétation élargie des conditions sociales de la reproduction. Ils ont été sensibles à la question du fonction- nement des établissements scolaires (Duru-Bellat 2007), à l’intégration de l’école dans le quartier (Van Zanten 2001), à la problématique de la question sociale (Millet, Thin 2005), autant d’approches qui ont souli- gné, au-delà des différences de classe sociales, l’effet propre des défail- lances du système scolaire et de son environnement sur les inégalités. Dès le début des années 1990, la sociologie de la pauvreté, tradition- nellement ancrée dans l’étude des inégalités de revenus et de conditions de vie, a également renouvelé son approche théorique pour tenir compte des effets de la dégradation de la condition salariale, de l’augmentation des populations assistées et interroger la question de l’intégration so- ciale. La pauvreté est ainsi analysée sous l’angle des relations d’inter- dépendance entre la catégorie désignée comme pauvre et le reste de la société. Les concepts de disqualification sociale (Paugam 1991) et de désaffiliation (Castel, 1995) expriment en eux-mêmes l’effort consenti pour relier les thématiques de l’intégration et des inégalités. Par ail- leurs, la précarisation du rapport au travail et du rapport à l’emploi a conduit à rechercher, au-delà des clivages habituellement relevés entre professions et catégories socio-professionnelles (PCS), les nouvelles formes de l’intégration professionnelle en reprenant l’interrogation durkheimienne de la division du travail (Paugam 2000). Enfin, sans prétendre ici à l’exhaustivité, notons également que la sociologie urbaine, fortement marquée dans les années 1960 et 1970 par la tradition marxiste, a progressivement posé, sans se dessaisir de ses thèmes de prédilection – la ségrégation urbaine, par exemple – la question de la mixité sociale et du lien social urbain en répondant ainsi 154 Serge Paugam aux attentes des promoteurs de la politique de la ville et de la rénova- tion urbaine (Donzelot 2003). L’ensemble de ces travaux partent du constat que la remise en ques- tion au moins partielle des mécanismes traditionnels de l’intégration sociale fondés sur la force des grandes institutions de socialisation (la famille, l’école, l’emploi, les corps intermédiaires, les institutions répu- blicaines) (Dubet 2002) se traduit par de nouvelles inégalités sociales lesquelles se sont amplifiées en période de crise et viennent compléter et complexifier les inégalités traditionnelles que les sociologues étu- dient depuis toujours à travers l’étude de la stratification sociale et des classes sociales. Ce texte entend s’inscrire dans le prolongement de ces travaux. Il entend ainsi contribuer à mieux comprendre les logiques de la production contemporaine des inégalités. 3. La théorie des liens sociaux comme cadre analytique Pour étudier les formes inégales de l’intégration sociale, je propose de partir des différents types de liens sociaux. Chaque type de lien so- cial peut être défini à partir des deux dimensions de la protection et de la reconnaissance. Les liens sont multiples et de nature différente, mais ils apportent tous aux individus à la fois la protection et la reconnaissance nécessaires à leur existence sociale (Paugam 2008; 2014). La protection renvoie à l’ensemble des supports que l’individu peut mobiliser face aux aléas de la vie (ressources familiales, communautaires, profession- nelles, sociales…), la reconnaissance renvoie à l’interaction sociale qui stimule l’individu en lui fournissant la preuve de son existence et de sa valorisation par le regard de l’autre ou des autres. L’expression «compter sur» résume assez bien ce que l’individu peut espérer de sa relation aux autres et aux institutions en termes de protection, tandis que l’expression «compter pour» exprime l’attente, tout aussi vitale, de reconnaissance. L’investissement affectif dans un «nous» est d’autant plus fort que ce «nous» correspond à l’entité – qui peut être aussi réelle qu’abstraite – sur laquelle et pour laquelle la personne sait pouvoir compter. C’est dans ce sens que le «nous» est constitutif du «moi». Les liens qui assurent à l’individu protection et reconnaissance revêtent par conséquent une di- mension affective qui renforce les interdépendances humaines. Dans le prolongement de cette définition préalable, quatre grands types de liens sociaux peuvent être distingués: le lien de filiation, le lien Etudier les inégalités de l’intégration sociale 155 de participation élective, le lien de participation organique et le lien de citoyenneté. Le lien de filiation recouvre deux formes différentes. Celle à laquelle on pense en priorité renvoie à la consanguinité, c’est-à-dire à la filia- tion dite «naturelle» qui est fondée sur la preuve de relations sexuelles entre le père et la mère et sur la reconnaissance d’une parenté biolo- gique entre l’enfant et ses géniteurs. On part du constat que chaque individu naît dans une famille et rencontre en principe à sa naissance à la fois son père et sa mère ainsi qu’une famille élargie à laquelle il ap- partient sans qu’il l’ait choisie. Il ne faudrait toutefois pas oublier la fi- liation adoptive reconnue par le Code Civil et qu’il faut distinguer du placement familial. La filiation adoptive est en quelque sorte une filia- tion sociale. D’une façon plus générale, retenons que le lien de filiation, dans sa dimension biologique ou adoptive, constitue le fondement ab- solu de l’appartenance sociale. Notons encore qu’en vertu du principe de consanguinité, les enfants ont un droit à l’héritage de leurs parents, mais qu’ils ont aussi, au titre de l’obligation alimentaire, le devoir de les entretenir. Au-delà des questions juridiques qui entourent la défi- nition du lien de filiation, les sociologues, mais aussi les psychologues, les psychologues sociaux et les psychanalystes, insistent sur la fonction socialisatrice et identitaire de ce lien. Il contribue à l’équilibre de l’in- dividu dès sa naissance puisqu’il lui assure à la fois protection, soins physiques – et reconnaissance – sécurité affective. Le lien de filiation est, on le voit, encadré par des normes sociales précises. Il participe de l’intégration des individus au système social. Mais ce type de lien est d’intensité très inégale selon les individus. Il peut tout d’abord se rompre de façon précoce. Une mère qui ne se sent pas capable de pourvoir à l’entretien et à l’éducation de son en- fant peut décider de l’abandonner à la naissance en accouchant sous X. Des parents peuvent perdre leur autorité parentale et se voir, par décision de justice, retirer leurs enfants, alors placés dans une insti- tution éducative spécialisée ou une famille d’accueil. Le placement ne signifie pas rupture totale, mais il entraîne peu ou prou la disqua- lification des parents et il peut être plus difficile pour les enfants de construire à leur égard une figure positive d’attachement. Certains enfants placés refusent parfois de revoir leurs parents. La rupture du lien de filiation se produit aussi après le décès des parents. L’ensemble de ces situations renvoie à des situations de fait qui rendent toutes relations entre parents et enfants soit impossibles, soit épisodiques, 156 Serge Paugam voire improbables. Dans d’autres cas, la rupture n’est pas formelle, en particulier lorsque l’enfant continue à vivre chez ses parents, mais fait l’expérience de mauvais traitements, de vexations régulières et de rejet. Il s’agit alors d’un déni parental de reconnaissance qui laisse gé- néralement des séquelles psychologiques profondes et durables chez l’enfant. La rupture du lien de filiation peut aussi se produire à l’âge adulte. Elle peut résulter d’un événement malheureux qui provoque une incompréhension réciproque ou une discorde. La filiation n’est pas pour autant rompue, mais le lien n’est plus entretenu. Les parents et les enfants se replient alors sur eux-mêmes et n’attendent plus ni pro- tection, ni reconnaissance de la relation. Dans une enquête récente, menée dans l’agglomération parisienne, nous avons pu établir que la proportion de personnes n’ayant plus ou pratiquement plus de rela- tions avec leur père ou leur mère, alors que ces derniers sont encore en vie, est supérieure à 20% parmi les ouvriers (27,9% pour le père, 21,3% pour la mère) et décroît régulièrement selon que l’on s’élève dans la hiérarchie sociale pour atteindre un niveau inférieur à 5% parmi les cadres et professions intellectuelles supérieures (4,3% pour le père et 3,6% pour la mère) (voir tableau 1). Ce délitement du lien de filiation ne touche donc pas les individus de façon égale. Il s’agit pourtant d’une inégalité souvent ignorée. Tableau 1 –  L’absence de relations avec ses parents (en vie) selon la PCS. Ne rencontre jamais ou ra- Ne rencontre jamais ou ra- rement son père rement sa mère Cadres et professions 4,3 3,6 intellectuelles sup. Artisans/commerçants/ 6,4 12,5 chefs d’entreprise Professions intermédiaires 8,7 7,0 Employés 18,5 10,4 Ouvriers 27,9 21,3 Ensemble 12,1 8,8 Khi-2 <.0001 <.0001 Source: Cohorte SIRS, 2010. Exploitation Serge Paugam et Marion Selz. N: 3020 individus. Etudier les inégalités de l’intégration sociale 157 Le lien de participation élective relève de la socialisation extra-familiale au cours de laquelle l’individu entre en contact avec d’autres individus qu’il apprend à connaître dans le cadre de groupes divers et d’institutions. Les lieux de cette socialisation sont nombreux: le voisinage, les bandes, les groupes d’amis, les communautés locales, les institutions religieuses, sportives, culturelles, etc. Au cours de ses apprentissages sociaux, l’in- dividu est à la fois contraint par la nécessité de s’intégrer, mais en même temps autonome dans la mesure où il peut construire lui-même son ré- seau d’appartenances à partir duquel il pourra affirmer sa personnali- té sous le regard des autres. Ce lien n’est pas à confondre avec la thèse selon laquelle le lien social serait aujourd’hui fondé sur une multiplicité d’appartenances de nature élective ou sur un processus de désaffiliation positive (Singly 2003). Il convient en effet de distinguer le lien de parti- cipation élective des autres liens sociaux en mettant en avant sa spécifi- cité, à savoir son caractère électif qui laisse aux individus la liberté réelle d’établir des relations interpersonnelles selon leurs désirs, leurs aspira- tions et leurs valences émotionnelles. Ce lien recouvre plusieurs formes d’attachement non contraint. On peut considérer la formation du couple comme l’une d’elles. L’individu s’intègre à un autre réseau familial que le sien. Il élargit son cercle d’appartenance. Autant dans le lien de filiation, l’individu n’a pas de liberté de choix, autant dans le lien de participation élective, il dispose d’autonomie. Celle-ci reste toutefois encadrée par une série de déterminations sociales. La relation conjugale ressemble par ail- leurs à un jeu de miroirs. Outre la fonction de protection qu’elle assure aux deux conjoints – chacun pouvant compter sur l’autre –, la fonction de reconnaissance peut être appréhendée à partir de quatre regards: le regard de l’homme sur sa femme, celui de la femme sur son partenaire et enfin le jugement de chacun d’eux sur le regard de l’autre à son égard. Il s’agit ainsi d’un jeu où la valorisation de chacun passe par la démons- tration régulière de la preuve de l’importance qu’il a pour l’autre. À la différence de la famille et du couple, l’amitié est faiblement institution- nalisée. Elle peut être publiquement évoquée et encouragée lorsqu’on l’associe par exemple à la notion de fraternité, mais elle ne fait pas l’ob- jet d’une stricte réglementation. Elle est socialement reconnue et valori- sée. Elle correspond parfaitement à la définition du lien de participation élective. Elle est perçue comme désintéressée et comme détachée des contingences sociales qui caractérisent les autres formes de sociabilité. La rupture du lien de participation élective peut prendre plusieurs formes puisque ce type de lien recouvre diverses relations. Dans les so- 158 Serge Paugam ciétés modernes, la relation amoureuse ou la relation d’amitié peuvent d’autant plus facilement se rompre qu’elles ne relèvent en général d’au- cune contrainte sociale formelle. Puisque chacun est libre d’entrete- nir ce type de relation, chacun peut aussi librement s’en défaire. Mais cela ne signifie pas que la rupture ne provoque aucune souffrance. La rupture conjugale peut aboutir à des traumatismes et réveiller chez ceux qui en font l’expérience des blessures affectives anciennes. Elle se traduit aussi par une modification de l’image «moi/nous» et se ré- percute sur l’ensemble du réseau relationnel de la personne en ques- tion, qu’elle soit ou non à l’origine de la décision de rupture. Lorsque l’on étudie la trajectoire de personnes qui ont connu une série de ruptures, le divorce ou la séparation du couple apparaissent souvent comme un facteur déclenchant. Les relations d’amitié sont également fragiles. Elles se renouvèlent généralement au cours du cycle de vie en fonction de la mobilité géographique. Les amitiés de jeunesse ne sont pas forcément formellement rompues, mais les relations qui les nour- rissent finissent souvent par s’espacer jusqu’à s’interrompre. Lorsque les modes de vie et les habitudes divergent, il est également difficile de maintenir ces relations dans la durée. Il peut en résulter un isole- ment relationnel, vécu comme une impossibilité de recourir à l’appui de ses proches ou de ses ex-proches en cas de difficulté. Dans certains cas, la rupture est vécue comme un déni de reconnaissance prenant la forme d’une trahison ou d’un rejet. Le même processus peut se pro- duire entre pairs, dans un club ou une association, lorsque l’un des membres en est banni ou décide de lui-même, à la suite de vexations ou de mépris, de quitter le groupe. En réalité, le lien de participation élective, tout comme le lien de filiation, est à l’origine de très fortes inégalités selon les individus. La probabilité d’avoir une vie conjugale et équilibrée, des relations ami- cales nombreuses et diversifiées, une vie associative intense, une parti- cipation régulière à des groupes affinitaires dans son quartier ou dans sa ville varie de façon considérable selon les milieux sociaux. Tout se passe comme si les inégalités économiques et culturelles étaient am- plifiées par ces inégalités électives. À titre d’exemple, en reprenant la typologie des quartiers urbains élaborée par Edmond Préteceille, on constate que le taux de participation à la vie associative dans l’agglomération parisienne passe de 38,6% dans les espaces de l’élite dirigeante à 15% dans les espaces ouvriers et employés, précaires et chômeurs (voir tableau 2). Etudier les inégalités de l’intégration sociale 159 Tableau 2 – Taux de participation à la vie associative selon les types de quartiers de l’agglomération parisienne. Types supérieurs S1. Espaces de l’élite dirigeante 38,6 S2. Espaces des cadres d’entreprise 33,5 S3. Espaces des cadres, professions libérales, professions de l’information, 26,5 des arts et du spectacle et commerçants Ensemble quartiers types supérieurs 32,3 Types moyens M1. Types moyens avec surreprésentation de catégories supérieures 22,1 M2. Espaces des classes moyennes qualifiées 18,8 M3. Catégories moyennes, employés et ouvriers 20,7 M4. Précaires et chômeurs 17,0 Ensemble quartiers types moyens 19,9 Types populaires ouvriers O1. Espaces ouvriers, artisanaux et agricoles 26,7 O2. Espaces ouvriers et employés et secteur public 20,8 O3. Espaces ouvriers et employés précaires et chômeurs I 14,6 O4. Ouvriers et employés précaires et chômeurs II 15,0 Ensemble quartiers populaires ouvriers 18,3 Ensemble des quartiers SIRS 22,8 Source: Cohorte SIRS, 2005. Typologie de quartier d’Edmond Préteceille. N: 3020 individus. Le lien de participation organique se distingue du précédent en ce qu’il se caractérise par l’apprentissage et l’exercice d’une fonction dé- terminée dans l’organisation du travail. Selon Durkheim, ce qui fait le lien social dans les sociétés modernes – la solidarité organique –, c’est avant tout, on le sait, la complémentarité des fonctions, laquelle confère à tous les individus, aussi différents soient-ils les uns des autres, une position sociale susceptible d’apporter à chacun à la fois la protec- tion élémentaire et le sentiment d’être utile. Ce lien se constitue dans 160 Serge Paugam le cadre de l’école et se prolonge dans le monde du travail. Si ce type de lien prend tout son sens au regard de la logique productive de la société industrielle, il ne faut pas le concevoir comme exclusivement dépendant de la sphère économique. Comme le soulignait Élias (1991), dans les sociétés caractérisées par un niveau élevé d’interdépendances des fonctions, l’économie n’est pas une sphère autonome. Elle ne peut évoluer sans que n’évolue parallèlement l’organisation politique et éta- tique. La mise en place d’un système d’assurances sociales obligatoires fondé sur l’activité et l’emploi a contribué à modifier le sens même de l’intégration professionnelle. Pour analyser le lien de participation organique, il faut prendre en considération non seulement le rapport au travail conformément à l’analyse de Durkheim, mais aussi le rap- port à l’emploi qui relève de la logique protectrice de l’État social. Au- trement dit, l’intégration professionnelle ne signifie pas uniquement l’épanouissement au travail, mais aussi le rattachement, au-delà du monde du travail, au socle de protection élémentaire constitué à par- tir des luttes sociales dans le cadre du welfare. L’expression «avoir un travail» signifie pour les salariés la possibilité de l’épanouissement dans une activité productive et, en même temps, l’assurance de ga- ranties face à l’avenir. On peut donc définir le type idéal de l’intégra- tion professionnelle comme la double assurance de la reconnaissance matérielle et symbolique du travail et de la protection sociale qui dé- coule de l’emploi. Dans le prolongement de cette analyse, on peut dire que l’insécu- rité sociale renvoie aujourd’hui à deux sens différents. Le premier est celui auquel Robert Castel fait référence, c’est-à-dire l’absence ou, tout au moins le sentiment d’absence ou d’affaiblissement, des protections face aux principaux risques sociaux, notamment le chômage et la pau- vreté. Le second est proche de celui auquel fait référence, au moins implicitement, Pierre Bourdieu (1993) lorsqu’il insiste sur la misère de position en opposition à la misère de condition pour caractériser les conditions dans lesquelles se constituent aujourd’hui les rapports sociaux et les formes de domination qui les caractérisent. L’insécurité sociale résulte, dans le premier sens, de la perte au moins partielle des supports sociaux et, dans le second, d’une infériorité socialement recon- nue, à l’origine de souffrances, voire de différentes formes de détresse psychologique, notamment la perte de confiance en soi et le sentiment d’inutilité. Dans un sens comme dans l’autre, il s’agit bien d’une me- nace qui pèse sur l’individu et ses proches. Etudier les inégalités de l’intégration sociale 161 Ces deux sens se retrouvent dans le concept de précarité profession- nelle, selon que l’on prend en compte le rapport à l’emploi ou le rapport au travail comme fondement de l’analyse (Paugam 2000). Le rapport à l’emploi renvoie à la logique protectrice de l’État-providence, le second à la logique productive de la société industrielle. Le salarié est précaire lorsque son emploi est incertain et qu’il ne peut prévoir son avenir pro- fessionnel. C’est le cas des salariés dont le contrat de travail est de courte durée, mais aussi de ceux dont le risque d’être licencié est permanent. Cette situation se caractérise à la fois par une forte vulnérabilité éco- nomique et par une restriction, au moins potentielle, des droits sociaux puisque ces derniers sont fondés, en grande partie, sur la stabilité de l’emploi. Le salarié occupe, de ce fait, une position inférieure dans la hiérarchie des statuts sociaux définis par l’État-providence. On peut parler, dans ce cas, d’une précarité de l’emploi. Mais le salarié est éga- lement précaire lorsque son travail lui semble sans intérêt, mal rétribué et faiblement reconnu dans l’entreprise. Puisque sa contribution à l’ac- tivité productive n’est pas valorisée, il éprouve le sentiment d’être plus ou moins inutile. On peut parler alors d’une précarité du travail. Ces deux dimensions de la précarité doivent être étudiées simultanément. Elles renvoient aux transformations profondes du marché de l’emploi, mais aussi à des évolutions structurelles de l’organisation du travail. D’une façon plus générale, la tendance à l’autonomie dans le travail et à l’individualisation de la performance conduit, presque inévitable- ment, les salariés, quel que soit leur niveau de qualification et de res- ponsabilités, à chercher à se distinguer au sein même de leur groupe de travail, ce qui accroît les facteurs potentiels de rivalités et de tensions entre eux au-delà de leur appartenance à une catégorie déterminée dans l’échelle hiérarchique de l’entreprise. Par ailleurs, si la plupart des entreprises tentent de renforcer leur flexibilité, il existe toutefois de fortes variations d’une entreprise à l’autre, si bien que le risque de perdre son emploi et de vivre dans la crainte de cette perspective est devenu un facteur propre d’inégalité entre les salariés. Autrement dit, l’évolution des formes de l’intégration professionnelle, loin de réduire les différenciations, consacre la complexité de la hiérarchie socioprofes- sionnelle et fragilise en même temps une frange croissante de salariés. Les inégalités sont encore renforcées si l’on prend en compte les expé- riences vécues du chômage (Schnapper 1981; Gallie, Paugam 2000). Enfin, le lien de citoyenneté repose sur le principe de l’appartenance à une nation. Dans son principe, la nation reconnaît à ses membres 162 Serge Paugam des droits et des devoirs et en fait des citoyens à part entière. Dans les sociétés démocratiques, les citoyens sont égaux en droit, ce qui implique, non pas que les inégalités économiques et sociales dispa- raissent, mais que des efforts soient accomplis dans la nation pour que tous les citoyens soient traités de façon équivalente et forment ensemble un corps ayant une identité et des valeurs communes. Il est usuel aujourd’hui de distinguer les droits civils qui protègent l’indi- vidu dans l’exercice de ses libertés fondamentales, notamment face aux empiètements jugés illégitimes de l’État, les droits politiques qui lui assurent une participation à la vie publique, et les droits sociaux qui lui garantissent une certaine protection face aux aléas de la vie. Ce processus d’extension des droits fondamentaux individuels cor- respond à la consécration du principe universel d’égalité et du rôle dévolu à l’individu citoyen qui est censé appartenir «de plein droit», au-delà de la spécificité de son statut social, à la communauté poli- tique. Le lien de citoyenneté est fondé aussi sur la reconnaissance de la souveraineté du citoyen. L’article 6 de la Déclaration des droits de l’homme précise: «La loi est l’expression de la volonté générale. Tous les citoyens ont droit de concourir personnellement, ou par leurs re- présentants, à sa formation.» Il trouve également sa source dans la logique protectrice de l’égalité démocratique. L’individu citoyen doit disposer «des moyens matériels nécessaires pour rester cet être indé- pendant et autosuffisant qui est à l’origine de la légitimité politique. L’organisation de l’éducation, de la protection du travail, des secours aux plus malheureux se justifie par le fait que le citoyen doit avoir la capacité d’être autonome» (Schnapper 2000: 32). On trouve donc à nouveau dans le lien de citoyenneté les deux fondements de pro- tection et de reconnaissance que nous avons déjà identifiés dans les trois types de liens précédents. Le lien de citoyenneté repose sur une conception exigeante des droits et des devoirs de l’individu. Il peut sembler paradoxal de souligner que le lien de citoyenneté puisse lui aussi se traduire par des inégalités puisque sa fonction est précisément de les transcender. Pourtant, ce type de lien n’est pas non plus à l’abri d’une rupture. C’est le cas notamment lorsque les individus sont trop éloignés – ou tenus à l’écart – des institutions pour accéder à des papiers d’identité et pouvoir exercer leurs droits. Les étrangers éprouvent parfois des difficultés à régulariser leurs titres de séjour et sont, de ce fait, en situation illégale. Les sans domicile sont également souvent coupés des circuits administratifs ou renvoyés d’un bureau à Etudier les inégalités de l’intégration sociale 163 l’autre tant qu’ils ne parviennent pas à réunir les papiers nécessaires à une aide. Notons que dans un système catégoriel d’aide sociale, il existe toujours des exclus du droit, c’est-à-dire des personnes qui ne correspondent à aucune des catégories prévues par le droit. On peut également admettre que le lien de citoyenneté est pour ainsi dire rom- pu lorsque les personnes en détresse sont maintenues de façon durable, souvent contre leur gré, dans des structures provisoires. Que signifie en effet ce droit s’il se résume à l’urgence et ne permet pas d’amélio- rer le sort des personnes ainsi prises en charge et leur sortie vers des formes d’insertion plus acceptables? Si les solutions d’urgence sont pé- rennes pour les individus qui en bénéficient, elles correspondent à une exclusion des autres formes d’aide et à une relégation dans le statut de l’infra assistance. On peut parler enfin de rupture du lien de citoyen- neté chaque fois que l’on constate une entorse au principe d’égalité des citoyens au regard du droit. Il existe de nombreux cas de discri- mination de fait dans l’accès aux droits. Il est frappant de constater par exemple, à partir de l’enquête SIRS1, que la proportion d’indivi- dus qui considèrent que leurs propres droits ne sont pas respectés va- rie dans l’agglomération parisienne de 21% dans les quartiers de type supérieur à 28% dans les quartiers de type moyen pour atteindre près de 44% dans les quartiers de type populaire ouvrier (voir tableau 3). Dans toutes les sociétés modernes, mais de façon variable d’un pays à l’autre, il subsiste par ailleurs une proportion non négligeable d’in- dividus apathiques qui éprouvent le sentiment d’être détachés de la société dans laquelle ils vivent, de ne plus avoir d’appartenance poli- tique, d’être comme des étrangers face au jeu que mènent les respon- sables politiques. 1   L’enquête SIRS «Santé, Inégalités et Ruptures Sociales» a été menée sur Paris et sa première couronne de départements (92, 93 et 94). Elle suit une cohorte re- présentative de la population adulte et francophone de l’agglomération, constituée de 3000 personnes interrogées en 2005 (en face-à-face à domicile), 2007 (par télé- phone) et 2010 (en face-à-face). L’échantillonnage a été constitué en trois degrés: tirage aléatoire de 50 IRIS («Ilots regroupés pour l’information statistique» corres- pondant à la plus petite subdivision d’agrégation à partir de laquelle les données de la statistique nationale sont publiques, qui comptent, dans l’agglomération pa- risienne, environ 2000 habitants) en stratifiant sur une typologie socioprofession- nelle de l’espace francilien, puis au sein de chaque IRIS; tirage aléatoire de 60 loge- ments puis, au sein de chacun d’eux, tirage aléatoire d’une personne. Les données utilisées ici ont été pondérées afin de tenir compte de ce plan d’échantillonnage. 164 Serge Paugam Tableau 3 – «Dans la société actuelle, pensez-vous que vos propres droits sont respectés?». Proportion de réponse négative selon les types de quartiers de l’agglomération parisienne. en % Non, plutôt Non, pas du Ensemble Types supérieurs pas tout Non S1. Espaces de l’élite dirigeante 17,7 4,3 22,0 S2. Espaces des cadres d’entreprise 12,4 2,8 15,2 S3. Espaces des cadres, professions libérales, professions de l’information, des arts et du 9,6 6,1 15,7 spectacle et commerçants Ensemble quartiers types supérieurs 16,9 4,1 21,0 Types moyens M1. Types moyens avec surreprésentation de 22,5 5,4 27,9 catégories supérieures M2. Espaces des classes moyennes qualifiées 21,6 3,7 25,4 M3. Catégories moyennes, employés et 25,2 7,9 33,1 ouvriers M4. Précaires et chômeurs 18,3 4,9 23,2 Ensemble quartiers types moyens 22,3 5,7 28,0 Types populaires ouvriers O1. Espaces ouvriers, artisanaux et agricoles 29,4 16,1 45,5 O2. Espaces ouvriers et employés et secteur 26,4 13,3 39,7 public O3. Espaces ouvriers et employés précaires 31,0 14,8 45,8 et chômeurs I O4. Ouvriers et employés précaires et 24,1 20,7 44,8 chômeurs II Ensemble quartiers populaires ouvriers 28,0 15,7 43,7 Ensembles des quartiers SIRS 23,1 9,2 32,3 Source: Cohorte SIRS, 2005. Typologie de quartier d’Edmond Préteceille. N: 3020 individus. Etudier les inégalités de l’intégration sociale 165 Ces quatre types de liens sont complémentaires et entrecroisés. Ils constituent le tissu social qui enveloppe l’individu. Lorsque ce dernier décline son identité, il peut faire référence aussi bien à sa nationalité (lien de citoyenneté), à sa profession (lien de participation organique), à ses groupes d’appartenance (lien de participation élective), à ses origines familiales (lien de filiation). Dans chaque société, ces quatre types de liens constituent la trame sociale qui préexiste aux individus et, à par- tir de laquelle ils sont appelés à tisser leurs appartenances au corps so- cial par le processus de socialisation. Si l’intensité de ces liens sociaux varie d’un individu à l’autre en fonction des conditions particulières de sa socialisation, elle dépend aussi de l’importance relative que les sociétés leur accordent. Le rôle que jouent par exemple les solidarités familiales et les attentes collectives à leur égard est variable d’une so- ciété à l’autre. Les formes de sociabilité qui découlent du lien de par- ticipation élective ou du lien de participation organique dépendent en grande partie du genre de vie et sont multiples. L’importance accordée au principe de citoyenneté comme fondement de la protection et de la reconnaissance n’est pas la même dans tous les pays. Mais d’une façon plus générale, lorsque la protection à caractère universel est au moins partiellement remise en question, les indivi- dus recherchent des formes de protection complémentaires dans leur sphère privée, ce qui a pour effet d’accroître les inégalités. Face au risque de perdre à la fois le respect et l’estime de soi dans une socié- té ouverte et libérée, la tentation est grande pour certains de revenir à des modes plus communautaires d’organisation sociale et de se replier sur des formes identitaires traditionnelles. C’est aussi la raison pour laquelle le lien social ne peut être analysé sans référence à la pluralité des liens qui rattachent l’individu aux groupes et à la société dans son ensemble. Autrement dit, la transformation globale des sociétés se ca- ractérise non seulement par une transformation du lien social, mais aussi par une redéfinition progressive du rapport entre les différents types de liens sociaux. Les inégalités seront analysées à partir d’une lecture à la fois de la fragilité intrinsèque de ces quatre types de liens sociaux et de la fragi- lisation poussée de leur entrecroisement. Autrement dit, les inégalités seront ici appréhendées à la fois dans la lutte que se livrent les groupes sociaux pour le «partage des bénéfices» (Darras 1966) et dans les ratés du processus d’intégration sociale lui-même. Nous tenterons d’étudier les facteurs sociaux qui contribuent à hiérarchiser la population tout au 166 Serge Paugam long d’un continuum qui oppose deux pôles extrêmes: celui de la force cumulative des quatre types de liens sociaux qui prédispose à une inté- gration sociale stabilisée et celui de la faiblesse cumulative de ces liens, voire de la rupture de certains d’entre eux, qui se traduit en un déficit de protection et un déni de reconnaissance. Dans le pôle de la force cu- mulative des liens sociaux, on pense bien entendu aux très riches dont des travaux récents ont montré à quel point ils se distinguent du reste de la population, mais il convient de rechercher l’intégration sociale stabilisée au-delà de ce groupe minoritaire dans l’ensemble des couches sociales favorisées ou ancrées dans un espace local duquel elles peuvent retirer des avantages à la fois matériels et symboliques. Dans le pôle de la faiblesse cumulative des liens, il existe des modes de résistance à la disqualification sociale. Face à l’épuisement du lien de participation or- ganique et du lien de citoyenneté, la compensation est souvent recher- chée dans les ressources potentielles du lien de participation élective, celui que l’on peut encore mobiliser dans les réseaux communautaires souvent organisés sur la base du quartier de résidence. La conflictuali- té se développe sur fond d’éclatement des collectifs traditionnels et se fonde sur des formes d’expression plus spontanées et aussi plus violentes. Bien qu’il repose sur les liens sociaux, le cadre analytique que nous adoptons ici s’écarte assez fortement des travaux classiques menés dans la sociologie des réseaux sur la force des liens faibles. Pour Granovetter «La force d’un lien est une combinaison (probablement linéaire) de la quantité de temps, de l’intensité émotionnelle, de l’intimité (la confiance mutuelle) et des services réciproques qui caractérisent ce lien» (Gra- novetter 1973). Pour nous, la force d’un lien doit s’apprécier différem- ment selon chaque type de lien puisque chacun d’entre eux renvoie à un système normatif spécifique. La force ne se mesure pas uniquement dans une relation interpersonnelle, mais dans l’attachement au système social que rend possible ou non un ensemble de relations interperson- nelles s’inscrivant dans des sphères normatives distinctes. Le lien, tel que nous l’entendons, est un lien au sens durkheimien de l’attachement à la société, ce qui implique de prendre en compte le système norma- tif qui le fonde, en faisant l’hypothèse que les individus sont plus ou moins contraints de se conformer à ce dernier pour être intégrés. Dans le lien de filiation par exemple, on étudie bien la relation entre des pa- rents et des enfants, mais en la rapportant aux normes qui encadrent ce lien dans une société donnée, sachant que la filiation peut prendre des formes différentes d’une société à l’autre. Dans le lien de partici- Etudier les inégalités de l’intégration sociale 167 pation organique, on étudie la relation entre des agents qui participent à la vie professionnelle, sachant que cette relation s’apprécie différem- ment selon que l’on se place dans une société salariale accomplie ou une société salariale incomplète, dans une société salariale en crise ou dans une société salariale en expansion. Granovetter ne se pose pas ce type de question. Il étudie les relations interpersonnelles de façon gé- nérale sans distinguer les sphères normatives dans lesquelles ces liens se déploient, sans distinguer les différents types de liens entre eux. La théorie des réseaux se distingue en cela de la théorie de l’attachement et des liens sociaux à laquelle nous nous référons. Un lien est fort quand il permet à l’individu d’assurer sa protection face aux aléas de la vie et de satisfaire son besoin vital de reconnaissance, source de son identité et de son existence en tant qu’homme. Or, c’est en référence aux normes sociales en vigueur que l’individu peut à travers le lien assurer sa protection et sa reconnaissance. Dans le monde du travail, par exemple, un ensemble de relations interpersonnelles entre collègues, faibles au sens de Granovetter, peut néanmoins se traduire par un lien de participation organique fort. L’individu peut avoir des relations parfaitement instrumentales et non émotionnelles avec ses collègues et néanmoins se sentir particulièrement intégré au groupe de travail, à l’entreprise et aux normes de la société salariale. Le lien de participation organique n’implique pas que les individus qui travaillent s’aiment. Un minimum de confiance est nécessaire, mais l’intimité n’est pas une condition de l’intégration professionnelle. L’approche que nous défendons consiste à rechercher la force de l’intégration dans l’entrecroisement des quatre types de liens que nous venons de présenter, lesquels renvoient, on l’a vu, à des systèmes nor- matifs différents que les individus doivent s’efforcer de respecter, même si, dans certaines circonstances historiques, les conditions ne sont pas entièrement réunies pour qu’ils y parviennent entièrement et aisément. Tous les individus n’héritent pas des mêmes avantages du lien de fi- liation et ne parviennent pas à entretenir ce lien tout au long du cycle de vie. Tous les individus n’ont pas les mêmes atouts pour développer des liens électifs réguliers et diversifiés. La norme de l’emploi salarié stable n’est pas non plus accessible à tous et tous les individus ne sont pas toujours traités de façon parfaitement égale par les institutions qui entretiennent le lien de citoyenneté. Autrement dit, en partant de ces quatre types de liens sociaux, il est possible de faire apparaître les inéga- lités d’intégration auxquelles ils renvoient de façon presque inévitable. 168 Serge Paugam 4. Quatre paliers de l’intégration sociale Etudier les inégalités à partir de la force, de la faiblesse et du risque de rupture des différents types de liens sociaux, nous a permis de mieux comprendre en quoi l’intégration est un processus inégal. Il est néces- saire toutefois de confronter et d’analyser ces différents types de lien de façon cumulative et de tenter de dégager une typologie compréhensive des différents paliers de l’intégration. Il ressort en effet que les diffé- rentes dimensions de l’intégration sociale sont fortement corrélées entre elles. Ce constat a une conséquence directe: il existe une forte probabi- lité que les personnes les mieux intégrées dans une dimension le soient aussi dans les autres et, inversement, que les personnes les moins bien intégrées le soient de façon quasi-systématique dans toutes les dimen- sions. Mais entre ces deux extrêmes, il existe aussi des situations inter- médiaires. On peut distinguer quatre types d’intégration selon l’état des liens sociaux et l’expérience vécue s’y rapportant (voir tableau 4). Tableau 4 – Typologie des formes inégales de l’intégration. Etat des liens sociaux Expérience vécue Intégration assurée Forts, stabilisés et entrecroisés Distinction Intégration fragilisée Non rompus, mais incertains Frustration Intégration compensée Partiellement rompus Résistance Intégration marginalisée Rompus de façon cumulative Survie L’intégration assurée est fondée sur des liens sociaux forts, stabilisés et entrecroisés, source de protection et de reconnaissance maximales, permettant de réaliser l’optimum de l’intégration et de faire l’expérience de la distinction2. L’intégration fragilisée repose sur des liens sociaux non rompus mais affaiblis et incertains à l’origine de difficultés à atteindre des objectifs jugés légitimes et suscitant par conséquent un sentiment de frustration. L’intégration compensée correspond à une rupture par- tielle des liens sociaux, au sens où les liens non rompus sont appelés à compenser les liens rompus, entretenant en cela, y compris sur le plan  Nous reprenons ici la notion d’intégration assurée pour définir non pas 2 seulement, comme nous l’avons fait précédemment, un type d’intégration pro- fessionnelle, mais de façon plus générale un type d’intégration sociale. Il existe toutefois une logique similaire dans l’élaboration typologique. Etudier les inégalités de l’intégration sociale 169 identitaire, un processus de résistance. Enfin, l’intégration marginalisée signifie une rupture cumulative des liens sociaux appelant la mise en œuvre de stratégies de survie. Examinons chacun d’entre eux de façon plus approfondie en mobilisant les principaux résultats de recherche. 4.1 L’intégration assurée Si l’on devait définir le type idéal – ou idéel - de l’intégration sociale, il serait possible de se fonder sur la définition de l’intégration assurée. Il est probable qu’aucune société ne soit réellement capable d’assurer à l’ensemble des individus qui la composent les conditions qu’exige ce type. Celui-ci implique en effet que les quatre types de liens sociaux soient suffisamment consistants dans la durée pour garantir ce que l’on pourrait appeler l’optimum de l’intégration. Lorsque les sociologues définissent l’intégration comme un concept horizon, ils se réfèrent en réalité implicitement à cette notion d’intégration assurée tout en ad- mettant qu’elle ne puisse être parfaitement atteinte par l’ensemble du corps social. Il est possible de s’en approcher dans certaines sociétés plus que dans d’autres et des circonstances historiques particulières peuvent aussi faciliter sa réalisation. Lorsque l’on parle de crise du modèle d’in- tégration, il faut surtout garder à l’esprit l’idée d’une déviation de plus en plus visible par rapport à cette définition idéal-typique. S’il ne peut être atteint par l’ensemble des individus que dans des circonstances historiques exceptionnelles, il constitue toutefois un ho- rizon que certaines couches de la population peuvent atteindre plus fa- cilement que d’autres. Les populations situées en haut de la hiérarchie sociale se révèlent particulièrement efficaces pour réussir cet entre- croisement des liens sociaux et s’assurer ainsi des meilleures chances de distinction sociale. Cela dit, toutes les classes sociales sont appelées à se conformer au socle normatif qui conditionne leur intégration so- ciale même si c’est parfois au prix d’efforts disproportionnés par rap- port aux chances objectives d’y parvenir. Il a été possible d’analyser les déclinaisons de l’entre-soi dans les quartiers de classes supérieures de Paris et de son agglomération et de vérifier si les liens sociaux de ces catégories étaient ancrés ou non dans le territoire de résidence (Cousin, Paugam 2014). Le quartier peut-être en effet le support de l’entrecroisement des liens et constituer en ce- la un mode spécifique d’intégration. L’analyse a porté sur trois types de quartiers: les quartiers de la bourgeoisie patrimoniale, les quartiers 170 Serge Paugam de cadres supérieurs et les quartiers «gentrifiés». Dans les premiers, l’entre-soi y est davantage familial et communautaire. En s’entourant de proches qui comptent, qui partagent les mêmes valeurs et à qui ils peuvent faire confiance les habitants de ces quartiers ont toutes chances de réunir les conditions de l’intégration assurée. L’entre-soi garantit la reproduction et constitue un mode de distinction sociale. Dans les quar- tiers de cadres supérieurs, l’ancrage local est de nature plus individua- liste. Si leurs habitants souhaitent être entourés de personnes de même statut social, conditions supposées de la tranquillité et de la sécurité, il n’est pas pour eux indispensable de coopérer dans la vie sociale d’au- tant que la vie professionnelle est dense et ne permet pas vraiment un investissement dans les relations de voisinage. Enfin, les habitants des quartiers «gentrifiés» apprécient et parfois recherchent une vie sociale moins socialement cloisonnée, mais privilégient le mode de contact entre proches, ne fût-ce que pour défendre les intérêts de la «gentrifi- cation». Ils ne négligent pas les relations avec les voisins (Tissot 2011), mais ne cherchent pas à se regrouper en famille ou en communauté, ce qui serait perçu comme un signe de conservatisme. Ils sont aussi moins nombreux à se plaire dans leur quartier, ce qui suppose que certains d’entre eux ont opté pour cette option résidentielle comme un pis-al- ler. Ces trois types de quartier renvoient donc à trois formes d’appro- priation du territoire local et de constitution de frontières symboliques entre les différentes franges des élites. Ils correspondent à trois formes distinctes d’entrecroisement des liens sociaux à l’origine de stratégies de distinction sociale différentes, même si chacun d’entre eux offre des conditions globalement favorables à l’intégration assurée. L’intégration assurée ne correspond pas à un modèle unique. La pos- sibilité d’un jeu entre des contraintes diverses laisse relativement ou- vertes les possibilités d’arbitrage, lesquelles peuvent être aussi à l’origine de rivalités entre les groupes sociaux et parfois entre les différentes com- posantes d’un même groupe social. Il n’est pas rare que des personnes proches de ce type d’intégration soit exposées à un moment donné de leur existence à des risques de ruptures de nature diverse qui peuvent affaiblir leur position sociale, que ce soit les séparations ou les divorces, les accidents de carrière, les déclassements symboliques au sein d’un groupe de pairs, etc. L’exposition au risque implique de savoir l’anti- ciper et le surmonter. Une vigilance permanente est nécessaire pour réduire les tensions qui peuvent affecter l’un ou l’autre de ces types de liens et se répercuter sur les autres. Ce qui réunit l’ensemble de ces di- Etudier les inégalités de l’intégration sociale 171 verses expériences vécues de l’intégration assurée, c’est en définitive la recherche de la distinction sociale, non pas uniquement au sens des goûts et des pratiques culturelles (Bourdieu 1979; Coulangeon, Duval 2013), mais, plus généralement, au sens de l’ensemble des registres nor- matifs qui encadrent l’attachement aux groupes et à la société. Lorsque les conditions de l’intégration sont globalement assurées, il est néces- saire de les préserver dans la durée et de chercher à se distinguer les uns des autres en fonction des choix opérés. Chaque type d’entrecroisement des liens sociaux est en quelque sorte un révélateur, au-delà de la posi- tion sociale, des différentes valeurs auxquelles se réfèrent les individus, aussi bien dans leur conception de la vie familiale que dans leur choix d’appartenance à telle ou telle communauté élective, dans leur iden- tification à tel ou tel groupement professionnel et dans leur définition de – et de leur implication dans – l’espace démocratique en référence à l’idéal d’égalité3. Soulignons que la distinction telle que nous l’envi- sageons n’élimine pas entièrement le risque de frustration. Des désac- cords et des tensions peuvent surgir de la confrontation sociale, mais, puisqu’il existe une pluralité de possibilités d’entrecroisement des liens sociaux, il existe aussi une pluralité de rationalisations pour en limiter l’importance. Tel individu pourra reconnaître par exemple son infério- rité dans l’échelle des revenus par rapport à son groupe de référence, mais se targuer de sa supériorité dans d’autres domaines, celui de la stabilité de ses relations affectives, celui de sa réussite familiale, celui de son équilibre professionnel ou encore celui de son engagement civique. Au-delà de ces différences qui rendent complexe l’ordre hiérarchique d’une société, l’intégration assurée correspond bien, non pas à un état, mais à un processus auquel se réfèrent presque inévitablement toutes les couches de la société tant il correspond, en particulier dans la so- ciété française, à un mode de régulation normative des liens sociaux fondé sur le modèle du multi-solidarisme. L’entrecroisement des liens sociaux correspond en effet à l’entrecroisement des solidarités qui est valorisé en tant que tel. Les solidarités familiales, associatives et élec- tives, professionnelles et corporatives, nationales et citoyennes sont en 3   C’est la conclusion à laquelle parviennent également, sous une formulation différente, Bruno Cousin et Sébastien Chauvin dans leur étude des grands cercles et clubs Rotary de Milan. Ces deux auteurs insistent sur les désaccords qui peuvent exister au sein des élites sur la bonne manière d’accumuler du lien social, d’en bénéficier et de se le représenter (Cousin, Chauvin 2010; 2012). 172 Serge Paugam réalité des cercles qui ne sont pas juxtaposés, mais bien articulés les uns aux autres pour offrir des garanties de protection et de reconnais- sance multiples et par conséquent d’intégration à tous les individus qui composent la société. Mais ce processus est exigeant. Pour le réaliser concrètement, il faut mobiliser et entretenir des forces individuelles et collectives tout au long de l’existence. Or ces dernières sont variables selon les milieux sociaux. Elles peuvent aussi se fragiliser et prédispo- ser ainsi à une intégration sociale plus précaire. 4.2 L’intégration fragilisée Lorsque les individus ont intériorisé les normes qui sous-tendent le modèle d’intégration de référence de la société dans laquelle ils vivent et qu’ils continuent de vivre, en dépit de leurs efforts, dans des condi- tions précaires, ils peuvent éprouver un sentiment de frustration. Dans l’intégration fragilisée, les liens sociaux ne sont pas rompus, mais ils sont affaiblis et incertains. On pourrait être tenté de souligner que le principal facteur de ce type d’intégration est la précarité profession- nelle, dont nous avons tenté d’analyser l’évolution ci-dessus. Le lien de participation organique, en devenant plus fragile, risque de se rompre (Paugam 2000). Mais avant cette échéance de privation prolongée d’un emploi, de nombreux salariés peuvent se maintenir dans une incer- titude professionnelle structurelle. C’est le cas bien entendu de per- sonnes employées sous la forme d’un contrat à durée déterminée ou qui connaissent l’expérience du sous-emploi, mais c’est aussi le cas des personnes dont l’emploi, bien que stable, est néanmoins menacé à plus ou moins long terme. Il est inutile d’insister sur l’effet que provoque l’annonce de licenciements collectifs sur les salariés concernés tant il a été abondamment documenté. Soulignons ici surtout l’effet d’entrainement que provoque une situa- tion professionnelle incertaine. Les conditions d’accès au logement sont déjà très inégales (Bugeja 2013), ne pas pouvoir disposer d’un emploi stable les rendent encore plus aléatoires. Les bailleurs cherchent à avoir les meilleures garanties et se méfient des individus dont la situation est instable. La précarité professionnelle fait aussi l’objet de méfiance de la part des banques. Elle est immédiatement associée à une insolvabi- lité économique potentielle et prive drastiquement les personnes qui voudraient bénéficier d’un crédit, alors même que ce dernier pourrait dans certains cas leur être très utile (Gloukoviezof 2010). Les enquêtes Etudier les inégalités de l’intégration sociale 173 ont également montré les répercussions de la précarité professionnelle sur la vie familiale, les femmes qui en souffrent le plus éprouvent une profonde insatisfaction de ne pas pouvoir, compte tenu d’horaires inadaptés, être plus présentes dans l’éducation de leurs enfants. Les rythmes de la famille peuvent en être désarticulés (Lesnard 2009). Tout se passe comme si la fragilité était contagieuse. Lorsqu’elle affecte un lien particulier, notamment le lien de participation organique, elle fra- gilise aussi les autres. Notons enfin que les travaux qui ont été menés ces dernières sur la question du déclassement renvoient tous, au moins indirectement, à cette problématique de l’intégration fragilisée. Que le déclassement soit ou non vérifié par des données empiriques, il appa- raît incontestable que la peur qu’il suscite traduit un certain malaise social (Maurin 2009). Il est possible de l’interpréter sociologiquement en évoquant la frustration ressentie par le risque de ne pas pouvoir atteindre les objectifs d’intégration sociale qui découlent du modèle de référence lui-même, en termes de protection et de reconnaissance. D’après l’enquête «Perception des Inégalités et Sentiment de Justice» réalisée en France en 2009, l’insatisfaction dans la vie croît selon trois facteurs essentiels: 1) le fait de ne pas avoir amélioré son statut pendant les dix dernières années; 2) le fait de recevoir un traitement salarial de moins bonne qualité que ses amis, ses parents et ceux qui ont le même âge; 3) le fait de se sentir discriminé en matière salariale et en matière de logement (Manzo 2011). Autrement dit, la frustration naît d’une in- satisfaction à l’égard de soi qui se nourrit à la fois de la comparaison avec des proches de même condition dont la situation est meilleure et d’une perception aigüe de l’injustice. La fragilité des solidarités intergénérationnelles constitue un autre facteur explicatif. Après avoir rappelé que les liens entre les généra- tions  –  et par conséquent le lien de filiation - sont régulés de façon contrastée en Europe, la crise de 2008 a été à l’origine de tensions entre les jeunes adultes et leurs parents, y compris dans les sociétés méditer- ranéennes où les solidarités familiales sont traditionnellement déve- loppées. Face à l’allongement des études, à l’accroissement phénoménal du chômage et de la précarité, mais aussi au vieillissement accéléré, la crise a servi de révélateur de la force de ce lien de filiation en le mettant à l’épreuve. Les attentes à l’égard de ce type de solidarité se sont encore renforcées tant les besoins des jeunes générations confrontées à de re- doutables difficultés d’intégration se sont accrus. Si le foyer parental constitue un refuge, il est aussi fragile car il compromet l’autonomie 174 Serge Paugam souhaitée des jeunes adultes et provoque chez eux le sentiment d’être contraint à l’expérience de la dépendance prolongée. Cette situation passe par la recherche de compromis avec leurs parents, lesquels sont souvent dans une situation économique précaire. De façon plus géné- rale, ces jeunes se sentent en quelque sorte bloqués dans leurs trajec- toires personnelles sans pouvoir contrôler leur destinée, sans pourvoir échapper à cette vulnérabilité structurelle. Le ressentiment à l’égard de la classe politique et du monde financier qui n’a pas su anticiper cette crise est particulièrement fort, et notamment parmi les diplômés de l’enseignement supérieur qui, pris au piège, sont confrontés au chô- mage alors même que les efforts consentis dans leurs études auraient dû les mettre à l’abri de telles difficultés. Si ce type d’intégration touche fortement les jeunes, il peut concerner en réalité toutes les tranches d’âge, y compris les personnes âgées. Dans les établissements d’hébergement pour personnes âgées dépendantes, il existe de fortes inégalités entre les usagers. Certains peuvent y recevoir des visites de membres de leur famille, alors que d’autres en sont pri- vés. Mais, d’une façon plus générale, les inégalités ne portent pas seu- lement sur le nombre des visites, mais aussi sur la qualité des relations. Il est frappant de constater que certaines personnes âgées souffrent de solitude alors qu’elles sont régulièrement entourées de membres de la famille. Certaines se plaignent de visites formelles et ne ressentent pas auprès de leurs proches la protection et la reconnaissance dont elles ont besoin. Leur intégration sociale est affaiblie. Elles font l’expérience avec amertume qu’elles ne constituent plus qu’un poids pour leur en- tourage. Certaines meurent dans une grande détresse psychologique. Qu’il y a-t-il de commun entre ces jeunes dont l’avenir est incer- tain et ces vieux qui terminent leur vie dans la solitude? Dans les deux cas, domine l’expérience vécue de la frustration. Pour les premiers, elle s’explique, on l’a vu, par l’impossibilité de se conformer aux attentes légitimes que promeut le modèle d’intégration, pour les seconds, elle est liée au constat de n’être plus, aux yeux de leurs proches, que l’ombre de ce qu’ils ont été, d’avoir formellement perdu ce qui les attachait au système social et qui les maintenait en vie. La frustration correspond en réalité à un sentiment d’injustice. Ceux qui font l’expérience de l’intégration fragilisée ont joué le jeu avec loyauté (Hirschman 1970) et continuent un peu malgré eux à le jouer, mais ils se voient désor- mais perdants, sans réel espoir d’une transformation possible de leur condition sociale. Cette expérience peut se traduire à terme par une Etudier les inégalités de l’intégration sociale 175 réaction de découragement et d’apathie, mais aboutir aussi, lorsque les conditions sont réunies, à des manifestations collectives de colère, comme nous avons pu le constater par exemple dernièrement à travers le mouvement des indignés. 4.3 L’intégration compensée Etre attaché au système social par des liens fragilisés est une chose, l’être par des liens partiellement rompus en est une autre. Que se passe- t-il en effet lorsque l’un ou l’autre des quatre types de lien vient à céder? Un processus de compensation peut se mettre en place. Les individus qui font l’expérience de la rupture d’un lien peuvent lutter pour qu’il se reconstitue, mais dans le cas où cette perspective apparaît peu pro- bable, il leur reste alors comme possibilité de s’appuyer sur les autres – souvent en en privilégiant un parmi ceux qui restent – pour se main- tenir malgré tout intégrés socialement. L’intégration compensée est en quelque sorte un pis-aller, mais il exprime toujours une réaction indi- viduelle ou collective face à une menace ressentie de diminution de la sphère d’intégration sociale. Alors que dans l’intégration fragilisée, les individus font l’expérience de la frustration, l’intégration compensée est à la fois la marque d’un manque et d’une résistance. L’appartenance à une communauté religieuse peut constituer aus- si un mode de compensation dans le cas de populations immigrées confrontées à des difficultés d’intégration dans leur pays d’accueil. Elle est une ressource pour faire face à l’absence d’emploi et à la grande pau- vreté de ses membres dont certains sont en situation illégale. La rupture du lien de participation organique se double dans ce cas d’une extrême vulnérabilité au regard des institutions françaises et les prédispose à un risque permanent de marginalisation. La communauté religieuse consti- tue alors un lien de participation élective qui, à défaut de leur assurer une pleine et entière intégration leur offre, au moins temporairement, un cadre protecteur et de reconnaissance. Dans un cas, on peut par- ler d’une stratégie de résistance. Les bandes de jeunes constituent un autre exemple d’intégration compensée (Mohammed 2011). D’aucuns diraient qu’elles sont l’expression d’une rupture totale par rapport aux dimensions essentielles de l’intégration sociale. Les jeunes dont il s’agit sont en effet en décrochage scolaire et en difficultés relationnelles avec leurs familles respectives. En s’adonnant à des activités délinquantes, comme le vol et le trafic de drogue, ils risquent en permanence d’être 176 Serge Paugam confrontés aux forces de l’ordre et sévèrement stigmatisés. Tôt ou tard, ils le savent, la prison constituera pour eux un passage presque obli- gé. Et pourtant, cette déviance juvénile peut être comprise comme un mode alternatif d’intégration sociale. Pour échapper à l’indignité et à l’incertitude que provoque l’échec scolaire, la bande constitue un lien de participation élective de premier plan. Elle permet de se valoriser dans un groupe restreint doté de son propre système normatif, en termes de présentation de soi, de codes culturels, de mode d’appropriation de l’espace de la rue. Elle se dote de moyens propres. Le premier domaine de compensation est matériel. il implique l’acquisition – illicite – de biens fortement valorisés dans la société comme les produits de grande marque par exemple et permet ainsi de soulager le sentiment de frus- tration que provoque une exposition durable au dénuement dans des quartiers socialement disqualifiés. Les “embrouilles de cité” qui passent par une capacité à faire face à la violence constituent une autre façon de restaurer symboliquement une identité blessée. Elles rendent visibles une présence dans l’espace public en exorcisant ainsi l’angoisse de la mort sociale. Le bizness dans les cités, par les ressources qu’il dégage et le ‘professionnalisme’ qu’il implique peut être également une forme de participation au marché du travail et, par là-même, une forme déviante, mais néanmoins opérationnelle, du lien de participation organique. Ces exemples sont autant de cas qui permettent d’analyser les modes de résistance des populations confrontées dans leur parcours à la rup- ture d’un lien qui compromet leur intégration. L’expérience de la com- pensation pourrait être étudiée à partir de nombreux autres exemples, nous n’avons pas la prétention de les avoir tous identifiés. Mais ceux que nous avons pris incitent à voir, notamment dans les quartiers po- pulaires contemporains, des stratégies de résistance particulièrement répandues. Les personnes privées du lien de participation organique et qui font régulièrement l’expérience d’être discriminées dans l’espace public au point d’éprouver le sentiment d’être peu reconnues en tant que citoyens, sont nombreuses à chercher des compensations dans le lien de participation élective de nature communautaire. L’intégration compensée correspond dans ce cas à une tentative de reconstitution de formes traditionnelles de solidarité mécanique dans des groupes rela- tivement repliés sur eux-mêmes. Il s’agit, pour reprendre la distinction classique, d’une stratégie de «bonding» (rester entre soi) qui s’oppose à la stratégie de «bridging» (faire le pont avec d’autres groupes). La pre- mière assure une certaine sécurité à ceux qui l’adoptent, mais risque, Etudier les inégalités de l’intégration sociale 177 contrairement à la seconde, de nourrir de profondes inquiétudes au sein de la société française, hostile à toute forme de communautarisme, et d’entretenir ainsi un fond de racisme. 4.4 L’intégration marginalisée Le dernier palier de l’intégration correspond à une rupture cumu- lative des liens sociaux. Dans l’intégration marginalisée, l’attachement aux groupes et à la société est si réduit qu’il appelle non pas des straté- gies de résistance, comme dans le cas de l’intégration compensée, mais plutôt des stratégies de survie. Il s’agit d’une quasi-mort sociale, un peu comme si les individus qui en font l’expérience flottaient dans un courant les précipitant vers un gouffre, à la recherche désespérée d’une improbable bouée de sauvetage. Survivre au quotidien implique une forme minimale de sociabilité, des ressources disponibles dans l’in- fra-assistance qui ont pour effet de retarder l’échéance fatale qui reste cependant très proche. Les personnes qui vivent en permanence dans la rue savent que l’on y meurt précocement. Comment arrive-t-on à cette situation extrême? Par les enquêtes locales et nationales menées auprès de personnes sans domicile (Brousse et al. 2008), il est possible d’évaluer le lien de ces dernières avec leur famille. Une frange importante d’entre elles ont connu des ruptures familiales dès l’enfance, soit en raison du décès pré- coce de leurs parents, soit en raison d’un placement en famille d’accueil ou en foyer. Plusieurs personnes sans domicile ont connu des événe- ments traumatisants dans l’enfance (maltraitance) et disent avoir vo- lontairement “coupé les ponts”. Dans d’autres cas, la rupture n’a pas eu lieu véritablement, mais les relations se sont progressivement espacées pour devenir presque inexistantes. Dans d’autres, la rupture est inter- venue au cours d’une trajectoire de migration. La comparaison entre les personnes sans domicile et les personnes logées aboutit au constat que les premières, outre le fait d’avoir connu un passé souvent difficile dans l’enfance, ont des liens familiaux et amicaux nettement plus faibles que les secondes, y compris lorsque ces dernières présentent des carac- téristiques proches, en vivant par exemple en zone urbaine sensible. La situation des jeunes sans domicile mérite aussi toute notre atten- tion. Certains espaces urbains constituent pour eux des lieux-ressource au sens où ils peuvent leur procurer la possibilité de rencontrer d’autres jeunes dans la même situation – leurs pairs – et éventuellement de lier 178 Serge Paugam amitié avec eux. Ensemble, ils constituent un groupe d’entraide. Ils y trouvent un moyen de rompre la solitude, de satisfaire ensemble leurs besoins primaires, de commettre certains délits, de rechercher des ressources auprès des associations qui peuvent leur apporter certaines aides. Ensemble, ils constituent leurs stratégies de survie en marge de la société. Mais ces liens dans la rue peuvent se défaire aussi vite qu’ils se sont constitués. Les relations sont rarement durables. Les ressources, un temps partagées, sont toujours dérisoires et la confiance réciproque est difficilement conciliable avec le mode de socialisation de la rue. Il reste alors, pour certains, la ressource du rêve. Cette fuite dans l’imaginaire constitue un mode connu de compensation à la misère (Paugam 1986). Si la fragilité ou la rupture des liens avec la famille et avec des amis explique en grande partie la détresse des personnes qui font l’expérience de l’intégration marginalisée, il faut souligner aussi qu’elle est le résul- tat de la carence de certaines politiques publiques, notamment dans le domaine du logement et de la santé. À cette hostilité de certaines institutions à leur égard, il faut ajouter la réaction de mise à distance sociale dont ils peuvent faire l’objet dans l’espace public. Les riverains des centres d’accueil et d’hébergement d’urgence à l’égard des SDF peuvent faire campagne contre l’implantation d’un tel centre à proxi- mité de leur domicile; signer et faire signer des pétitions pour dénoncer les nuisances apportées par cette population dans le voisinage sont des pratiques courantes (Loison 2014). Ces riverains mobilisés, prompts à dénoncer les comportements qu’ils jugent indésirables près de chez eux, ne sont pas pour autant toujours insensibles aux actions de solidarité en direction des plus pauvres, certains se disent même prêts, directe- ment ou indirectement, à leur venir en aide. Cette mise à distance est justifiée par le besoin de sécurité et de tranquillité de leur quartier et la crainte de la souillure des espaces qu’eux ou leurs enfants doivent fré- quenter régulièrement. La solidarité oui, pourquoi pas, mais pas près de chez moi, telle pourrait être résumée en quelques mots cette attitude répandue dans nombre de quartiers urbains. Il existe pourtant des lieux dans la ville où les personnes proches de l’intégration marginalisée sont plus acceptées. C’est le cas notamment des bibliothèques publiques, comme celle du Centre Pompidou à Paris, qui appliquent de façon rigoureuse le principe d’égalité dans l’accès à la culture et au savoir (Paugam, Giorgetti 2013). Lorsqu’elles viennent à la bibliothèque, ce n’est ni pour lire, ni pour occuper le temps, mais pour survivre. Cet espace leur apporte en effet, ne fût-ce que quelques Etudier les inégalités de l’intégration sociale 179 heures de la journée, la chaleur dont elles ont besoin, notamment en hiver, mais aussi un endroit pour dormir sans être dérangées et un lieu pratique pour accéder aux toilettes, c’est-à-dire un ensemble de ressources pour satisfaire des besoins vitaux. Elles savent qu’elles sont souvent jugées repoussantes et indésirables au sein de cet espace, mais que tant qu’elles ne seront pas expulsées, elles pourront en tirer pro- fit. Il s’agit alors pour elles de chercher à résister à la réprobation so- ciale qu’elles suscitent. Le rapport aux normes d’usage est dans ce cas proche de la déviance. Il s’agit alors de faire de cette déviance, tant que les conditions le permettront, un moyen au moins partiel d’intégration. S’il existe aujourd’hui des paliers de l’intégration, ils ne corres- pondent pas à des compartimentations immuables de l’espace social. Dans une société où les liens sociaux sont potentiellement fragiles, le passage de l’un à l’autre est même relativement fréquent. Grimper ou descendre un palier est une réalité à laquelle tout individu peut être confronté au cours de son existence, ce qui peut provoquer chez lui tout aussi bien l’espoir que le destin n’est pas entièrement figé que l’angoisse de la disqualification sociale. Les enquêtes conduisent tou- tefois à souligner que la lutte pour la protection et la reconnaissance est aujourd’hui particulièrement vive et que les chances objectives des individus d’en sortir gagnants sont très inégalement réparties. Cette perspective éloigne l’horizon d’un modèle d’intégration parfaitement ouvert à tous et garant du lien social. Bibliographie Bourdieu P. 1979, La distinction sociale. Critique sociale du jugement, Editions de Minuit, Paris. 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NOTE SUGLI AUTORI Sergio Caruso, professore ordinario di Filosofia politica, Università degli Studi di Firenze. Cecilia Corsi, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Firenze. Colin Crouch, vicepresidente per le Scienze sociali, British Academy. Claudio De Boni, professore associato di Storia delle Dottrine politi- che, Università degli Studi di Firenze. Stefano Giubboni, professore associato di Diritto del Lavoro, Univer- sità degli Studi di Perugia. Paolo Onofri, già professore ordinario di Politica economica, Univer- sità degli Studi di Bologna. Serge Paugam, direttore presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), direttore di ricerca presso il CNRS. Alessandra Pioggia, professore ordinario di Diritto amministrativo, Università degli Studi di Perugia. Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press INDICE DEI NOMI Adams Maurice  93 Beaudry Paul  135, 148 Adorno Theodor W.  29, 51 Beccaria Cesare  5, 68, 71 Alain (Émile-Auguste Chartier, Bejarano Ingrid  181 detto) 19 Bellanca Nicolò  19, 48 Allegretti Umberto  88, 92 Bentham Jeremy  4-5, 8-9, 68-70, Alti Tiziana  111, 126 72-74 Amable Bruno  103, 123 Benvenuti Marco  84-85, 93 Antistene di Atene  10 Berrebi-Hoffmann Isabelle  110 Argyle Michael  4, 48, 54 Bertolini Sonia  124 Aristotele di Stagira  43-44, 56- Betti Laura  95 57, 73 Beveridge William  76, 133, 137 Ascoli Ugo  83, 92 Bilancia Francesco  91, 93 Avdagic Sabina  113, 123 Bion Wilfred R.  30 Azzariti Gaetano  84, 92 Blanchflower David G.  15, 48 Blossfeld Hans-Peter  108, 124 Bachelier Christian  182 Bodei Remo  48, 75, 93 Baldini Massimo  141, 148 Bohle Dorothee  114, 122, 124, 127 Banyuls Josep  120, 124 Bongiovanni Giorgio  84, 93 Barber Benjamin  23, 37, 48 Bonoli Giuliano  124-125 Barbier Jean-Claude  121, 124 Bosch Gerhard  122-124, 126-128 Baron Hervé  19, 48 Bougainville (Louis-Antoine Bartolini Stefano  23, 48 de) 66-67 Bastasin Carlo  144, 148 Bourdieu Pierre  118, 124, 151-152, Battaglini Irene  24, 48, 87-88, 95 160, 171, 179-180 Baudelot Christian  181 Branca Giuseppe  95 Baudrillard Jean  23 Briggs Asa  75-76, 93 Bauman Zygmunt  37, 48-49 Brousse Cécile  177, 179 Cecilia Corsi (a cura di), Felicità e benessere : una ricognizione critica, ISBN 978-88-6655-858-3 (print) ISBN 978-88-6655-859-0 (online PDF) ISBN 978-88-6655-860-6 (online EPUB), © 2015 Firenze University Press 186 FELICITÀ E BENESSERE Bruckner Pascal  37, 48 Craig Paul P.  85, 93 Bruni Luigino  4-5, 46, 48 Crouch Colin  XI, 99, 102-103, Brunkhorst Hauke  78, 82, 93 125, 127, 183 Buchholz Sandra  124 Csikszentmihalyi Mihály  49 Bugeja Fanny  172, 179 Busnelli Francesco Donato  85, 93 Dahrendorf Ralf  45 Dani Marco  85, 93 Caffè Federico  7, 95 Dante Alighieri  29, 31 Caillé Alain  74 D’Aragona Ludovico  137, 148 Campbell John L.  128 Darras (Groupe d’Arras)  165, 180 Cantril Hadley  46 David Paul A.  49-50, 62 Carley Mark  122, 124 Deakin Simon  123, 125 Carrier Nicole  12, 48 De Beer Paul  125, 128-129 Caruso Sergio  VIII, 3-5, 24, 29, De Boni Claudio  IX, 55, 183 45, 47, 49, 183 De Luise Fulvia  6, 49 Cassano Franco  31, 49 De Neve Jan-Emmanuel  13, 49 Castel Robert  86, 91, 93, 153, Delle Fave Antonella  5 160, 179 Democrito di Abdera  10 Catone Marco Porcio  41 Di Ciaccia Antonio  51-52 Cerami Alfio  108, 113, 124 Diderot Denis  66-67, 70, 72 Chauvel Louis  153, 179 Diener Ed  14, 17, 46, 49, 52 Chauvin Sébastien  171, 180 Dincheva Iva  14, 50 Checchi Daniele  128 Di Penta Nicola  74 Chiodi Pietro  51 Disney Walt  34 Christakis Nicholas A.  13, 49 Donati Piccarda  29, 31, 32 Chung Heejung  127 Donzelot Jacques  154, 180 Cicerone (Marco Tullio)  42 Douglas Mary  27-28, 50 Cinelli Maurizio  83, 93 Draghi Mario  135 Clark Andrew E.  17, 52 Dubet François  154, 180 Cloza Giuseppe  43, 49 Durkheim Emile  149, 150, 159, Condorcet (Jean-Antoine-Nicolas 160 Caritat de)  67, 72-73 Duru-Bellat Marie  153, 180 Consarelli Bruna  74 Duval Julien  171, 180 Constant Benjamin  55 Duvoux Nicolas  93 Contri Giacomo  52 Corvo Paolo  49 Easterlin Richard A.  21-22, 26, Costa Pietro  77, 93 46, 50 Coulangeon Philippe  171, 180 Elias Norbert  160 Cousin Bruno  169, 171, 180 Epicuro di Samo  10, 56, 58, 73 INDICE DEI NOMI 187 Esping-Andersen Gøsta  76-77, Galland Olivier  181 94, 152, 180 Gallie Duncan  125, 127, 129, 161, 180 Fabbrini Federico  93 Gallino Luciano  25 Fabio  111, 124 Gash Vanessa  122, 125 Fagioli Massimo  31, 50 Gautié Jérôme  111, 125 Fargion Valeria  81, 94 Gazier Bernard  103, 128 Farinetti Giuseppe  6, 49, 55, 68- Geertz Clifford J.  19 69, 73 Genovesi Antonio  4 Fénelon (François de Salignac de Georgellis Yannis  17, 52 La Mothe-Fénelon, detto)  19 Gini Corrado  122, 141 Ferrara Gianni  87, 94 Ginzburg, Leone  6, 53 Ferrera Maurizio  81, 94 Giorgetti Camila  178, 181 Ferreyrolles Juliette  181 Girard René  37 Fichte Johann Gottlieb  73 Giubboni Stefano  XII, 75, 78, 83, Fiumanò Marisa  32-34, 36, 50 85, 91, 93-94, 183 Fornero Elsa  144-145 Glassner Vera  122, 125 Forsé Michel  181 Gloukoviezof Georges  172, 180 Fouarge Didier  127 Gnesutta Claudio  25 Fourastié Jean  76, 94 Goethe Johann W. (von)  33 Fowler James H.  13, 49 Goux, Jean-Joseph  34, 51 Fraire Manuela  36, 50 Gozzi Gustavo  93 France Anatole (Jacques François- Granovetter Mark  166-167, 180 Anatole Thibault, alias)  40, Green David A.  135, 148 5 0 , 93, 9 6 , 9 9, 101-102 , Greskovits Bela  114, 124 107-111, 124-125, 151, 173, Guerzoni Luciano  148 179-182 Gumbrell-McCormick Rebecca  Francioni Gianni  74 122, 125 Frankfurt Harry G.  9, 50 Franzini Maurizio  82, 94 Habermas Jürgen  85, 94 Fraser Nancy  91 Haipeter Thomas  123, 126 Freeman Michael  19, 51 Halbwachs Maurice  150, 180-181 Freud Sigmund  4, 23, 33, 45, 53 Hall John A.  128 Frey Bruno S.  4, 13, 49-51 Harrow Susan  19, 51 Frey Marti Claudia  51 Häusermann Silja  115, 125 Fromm Erich  25, 29, 51, 53 Headey Bruce  15, 51 Funk Rainer  25 Hegel Georg W.F.  4, 32, 35 Heidegger Martin  51 Galimberti Umberto  6, 51 Helson Harry  26 188 FELICITÀ E BENESSERE Helvétius Claude-Adrien  67-68, Klammer Ute  103, 126-127 72-73 Klein Melanie  37 Hemerijck Anton  78-81, 94, 122, Klossowski Pierre  23-24 125 Kohut Heinz  25 Hirschman Albert O.  174, 180 Korpi Walter  110, 126 Hobbes Thomas  58-61, 63, 74 Kreichgauer Karl U.  40, 51 Hofäcker Dirk  124 Kristensen Peer Hull  102, 126 Holbach Paul-Henry Dietrich d’. 67 Lacan Jacques  24, 31-36, 51-53 Hollis James  29, 51 Lahontan (Louis-Armand de)  66 Honneth Axel  3, 23, 51, 91, 94 Lallement Michel  124 Höpner Martin  123, 126 Larouche Pierre  93 Horkheimer, Max  29, 51 Latniak Erich  123, 126 Hosszú Hortenzia  108, 129 Latouche Serge  5 Hume David  62-63, 74 Laufer Jacqueline  153, 180 Hutcheson Francis  5, 62, 68, 74 Lazzeri Christian  74 Hyman Richard  122, 125 Lecaldano Eugenio  73-74 Lee Francis S.  14, 50 Inanc Hande  122, 125 Legendre Pierre  33, 52 L eh ndor f f Stef fen  123-124, Jaffro Laurent  68 126-129 Jaisson Marie  181 Leibniz Gottfried W. (von)  8 Jany-Catrice Florence  124 Leonardi Laura  45 Jefferson Thomas  7 Lesnard Laurent  173, 180 Jessoula Matteo  81, 94, 111, 126 Likert Rensis  21 Joerges Christian  78, 91, 94 Lilja Kari  102, 126 Jonathan  102, 129 Lindbeck Assar  134, 148 Julia, Didier  4, 19, 51 Lipset Seymour Martin  94 Jung Carl G.  30 Locke John  60-61, 74 Loison-Leruste Marie  181 Kabbaj, Mohamed  12, 48 Longobardi Ernesto  27, 52 Kahneman, Daniel  5, 47 Lucas Richard E.  14, 17, 49, 52 Kant Immanuel,  72 Luciani Massimo  81, 94 Karamessini Maria  112, 126 Lucidi Federico  111, 128 Karamessin Pauli  109, 126 Luijkx Ruud  103, 127 Kenney Martin  126 Lykken David  13, 15, 52 Keune Maarten  108, 113, 122, 125-127 Mably (Gabriel Bonnot de)  66 Kierkegaard Søren  32, 51 Maiolo Giuseppe  35, 52 INDICE DEI NOMI 189 Mandeville (Bernard de)  63-64 Mozart Wolfgang A.  32 Manzo Gianluca  173, 181 Muffels Ruud  103, 127 Manzoni Anna  127 Muratori Ludovico A.  4, 70 Marginson Paul  122, 124-125, 127 Myers, David  5, 52 Marry Catherine  153, 180 Marshall Thomas Humphrey  75- Natali David  124-125 76, 94 Naticchioni Paolo  111, 128 Martini Margaret  153, 180 Negri Antimo  74 Martini Sandra Regina  93 Neroni Hilary  35 Marx Ive  4, 23, 118, 128 Neumann László  108, 127, 129 Marx Karl  4, 23, 118, 128 Neumeister Alexander  13, 52 Maslow Abraham  19 Nietzsche Friedrich  4, 10, 20, Masulli Ignazio  137, 148 44, 53 Matteucci Nicola  74 Nobus Dany  35 Maurin Eric  173, 181 Nolan Brian  128 Mazzei Filippo  7 Nussbaum Martha  118, 128 Mazzeo Riccardo  35, 52 McGinnity Frances  122, 127 O’Connor James  77, 95 McGowan Todd  34-36, 52 O’Higgins Niall  111, 127 McKnight Abigail  128 Onofri Paolo  XI, 131, 148, 183 Meardi Guglielmo  123, 127 Orsi Battaglini Andrea  87-88, 95 Melman Charles  34, 36, 52 Oswald Andrew J.  15, 48 Meltzer Donald  46 Mengoni Luigi  80-81, 94-95 Palano Damiano  45, 53 Mezzadra Sandro  94 Palheta Ugo  181 Michelet Jules  19 Palier Bruno  94-95, 110, 124- Milanovic Branko  135, 148 126, 128 Miller Jacques-Alain  51-52 Palme Joakim  94-95 Millet Mathias  153 Pascal Blaise  18, 37 Mill John Stuart.  9, 73-74 Pasolini Pier Paolo  88, 95 Mingione Enzo  79, 95 Passeron Jean-Claude  118, 124 Minois Enrico  74 Patrizi da Cherso Francesco  56 Minois Georges  69, 74 Patrizii Vincenzino  18, 45, 53 Mohammed Marwan  175, 181 Paugam Serge  XII, 149-150, 153- Monti Mario  144-145 154, 156, 161, 169, 172, 178, Morelly 66 180-183 Morel Nathelie  94-95 Pavolini Emmanuele  83, 92 Moro Tommaso  57, 74 Pedersen Ove K.  117, 128 Morrone Andrea  84, 95 Persiani Mattia  80, 95 190 FELICITÀ E BENESSERE Pestré Jean  66 Safi Mirna  152, 181 Petersen Klaus  126 Saint-Just (Louis de)  67, 72 Pettini Anna  26-27, 48, 52-53 Salais Robert  125, 128 Phillips Adam  19, 53 Salazar Carmela  90, 95 Pickett Kate  25-27, 54, 109, 129 Salverda Wiemer  118, 128 Pierson Paul  78, 95 Salvi Cesare  95 Piketty Thomas  118, 128 Sand Benjamin M.  135, 148 Pinelli Cesare  87, 95 Saraceno Chiara  75, 77, 82, 96 Pioggia Alessandra  XII, 75, 91, Schils Trudie  123, 125, 128-129 95, 183 Schmid Günther  103, 128 Pirrone di Elide  10 Schnapper Dominique  151, 161- Platone 55-57 162, 181-182 Préteceille Edmond  158-159, 164 Schwartz Barry  26 Prodi Romano  138 Scitovsky Tibor  46 Pulcini Elena  53 Scollon Christie N.  14, 49 Scuccimarra Luca  71, 74 Recalcati Massimo  34, 36, 53 Seligman Martin  4, 53 Recio Albert  120, 124 Selz Marion  156 Reder Melvin W.  49-50 Sen Amartya K.  4-5, 7, 31, 43, 45, Ribault Thierry  124 47, 49, 53, 118, 128 Richiardi Matteo  111, 124 Seneca (Lucio Anneo)  10 Ripoli Mariangela  68, 74 Senellart Michel  74 Rodotà Stefano  84-85, 88, 92, 95 Silvestri Gaetano  96 Rogers Carl R.  19, 53 Simitis Spiros  79, 96 Rogowski Ralf  123, 125, 128 Simonazzi Annamaria  111, 128 Rosanvallon Pierre  77, 79, 82, 86, Singly (François de)  157, 182 90, 95 Smith Adam  20, 24, 49, 63-65, 74 Roullin Benoît  181 Smith Jodie  35 Rousseau Jean-Jacques  4, 18, 30, Soboul Albert  73 53, 64, 66, 72 Socrate  9, 44, 56 Rubery Jill  124, 127, 128 Sorrentino Vincenzo  29, 53 Rudnytsky Peter L.  29, 53 Spieser Catherine  108, 129 Ruffolo Giorgio  25 Spinelli Barbara  78, 96 Ruggeri Antonio  96 Spinoza Baruch  43-44 Russell Helen  122, 127 Stein Lorenz von,  73 Stiglitz Joseph E.  27 Sacchi Stefano  111, 124 Streeck Wolfgang  78, 96, 123, 129 Sade Donatien-Alphonse-François Stutzer Alois  4, 50 (marquis de)  34 Supiot Alain  78, 96 INDICE DEI NOMI 191 Tåhlin Michael  109, 129 Veblen Thorstein B.  24 Tellegen Auke  13, 15, 52 Veneziani Bruno  81, 96 Thatcher Margaret  82 Ventura Andrea  48, 52-53 Thiel Anke  127 Verri Pietro  4, 68, 70-71, 74 Thin Daniel  153, 181 Villa Paola  111, 128 Tissot Sylvie  170, 182 Visser Jelle  103, 129 Titmuss Richard  77, 96 Vögelin Eric  31 Tooth Richard  54 Voltaire François-Marie Arouet  Torno Armando  6, 54 67, 70 Tóth Andras  108, 127-129 Tóth István György  108, 127-129 Wadensjö Eskil  123, 129 Trampus Antonio  6, 58, 66, 74 Walzer Michael  79, 96 Treu Tiziano  78, 96 Weber Max  35, 37 Trubeck David  102, 129 Weil Simone  32 Turgot Robert-Jacques,  67 Whiteside Noel  125, 128 Tzanov Vasil  122, 129 Wilkinson Richard G.  25-27, 54, 109, 129 Ubaldi Giovanni Battista  20, 54 Wilthagen Ton  103, 127 Unwin Timothy A.  19, 51, 96 Winnicott Donald W.  19, 25 van den Heuvel Nick  103, 127 Zamagni Stefano  4, 48 van de Werf horst Herman G.  Zanobetti Silverio  23-25, 54 128 Zanten Agnès van  153, 182 van Praag Bernard  47 Zenone di Cizio  10 Vaughan-Whitehead Daniel  124- Zingales Luigi  136, 148 125, 127, 129 Zola Émile  19 STUDI E SAGGI Titoli Pubblicati ARCHITETTURA, STORIA DELL’ARTE E ARCHEOLOGIA Benelli E., Archetipi e citazioni nel fashion design Benzi S., Bertuzzi L., Il Palagio di Parte Guelfa a Firenze. Documenti, immagini e percorsi multimediali Biagini C. (a cura di), L’Ospedale degli Infermi di Faenza. Studi per una lettura tipo- morfologica dell’edilizia ospedaliera storica Bologna A., Pier Luigi Nervi negli Stati Uniti 1952-1979. Master Builder of the Modern Age Frati M., “De bonis lapidibus conciis”: la costruzione di Firenze ai tempi di Arnolfo di Cambio. Strumenti, tecniche e maestranze nei cantieri fra XIII e XIV secolo Gregotti V., Una lezione di architettura. Rappresentazione, globalizzazione, inter­ disciplinarità Gulli R., Figure. Ars e ratio nel progetto di architettura Maggiora G., Sulla retorica dell’architettura Mantese E. (a cura di), House and Site. Rudofsky, Lewerentz, Zanuso, Sert, Rainer Mazza B., Le Corbusier e la fotografia. La vérité blanche Mazzoni S. (a cura di), Studi di Archeologia del Vicino Oriente. Scritti degli allievi fiorentini per Paolo Emilio Pecorella Messina M.G., Paul Gauguin. Un esotismo controverso Pireddu A., In abstracto. 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Politica, progetti di vita e identità di genere nella piccola posta di un giornalino di sinistra Francovich Onesti N., I nomi degli Ostrogoti Frau O., Gragnani C., Sottoboschi letterari. Sei case studies fra Otto e Novecento. Mara Antelling, Emma Boghen Conigliani, Evelyn, Anna Franchi, Jolanda, Flavia Steno Frosini G., Zamponi S., Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni Galigani G., Salomè, mostruosa fanciulla Gori B., La grammatica dei clitici portoghesi. Aspetti sincronici e diacronici Guerrini M., Mari G. (a cura di), Via verde e via d’oro. Le politiche open access dell’Università di Firenze Keidan A., Alfieri L. (a cura di), Deissi, riferimento, metafora Lopez Cruz H., America Latina aportes lexicos al italiano contemporaneo Mario Anna, Italo Calvino. Quale autore laggiù attende la fine? Masciandaro F., The Stranger as Friend: The Poetics of Friendship in Homer, Dante, and Boccaccio Nosilia V., Prandoni M. (a cura di), Trame controluce. Il patriarca ‘protestante’ Cirillo Loukaris / Backlighting Plots. The ‘Protestant’ Patriarch Cyril Loukaris Pestelli C., Carlo Antici e l’ideologia della Restaurazione in Italia Rosengarten F., Through Partisan Eyes.. My Friendships, Literary Education, and Political Encounters in Italy (1956-2013). With Sidelights on My Experiences in the United States, France, and the Soviet Union Totaro L., Ragioni d’amore. Le donne nel Decameron PEDAGOGIA Mariani A. (a cura di), L’orientamento e la formazione degli insegnanti del futuro POLITICA Caruso S., Homo oeconomicus. Paradigma, critiche, revisioni Corsi C. (a cura di), Felicità e benessere. Una ricognizione critica De Boni C., Descrivere il futuro. Scienza e utopia in Francia nell’età del positivismo De Boni C. (a cura di), Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. 1. L’Ottocento De Boni C., Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. Il Novecento. Parte prima: da inizio secolo alla seconda guerra mondiale De Boni C. 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Le conseguenze dell’Europa sulla regolazione del lavoro Battiston S., Mascitelli B., Il voto italiano all’estero. Riflessioni, esperienze e risultati di un’indagine in Australia Becucci S., Garosi E., Corpi globali. La prostituzione in Italia Bettin Lattes G., Giovani Jeunes Jovenes. Rapporto di ricerca sulle nuove generazioni e la politica nell’Europa del sud Bettin Lattes G. (a cura di), Per leggere la società Bettin Lattes G., Turi P. (a cura di), La sociologia di Luciano Cavalli Burroni L., Piselli F., Ramella F., Trigilia C., Città metropolitane e politiche urbane Catarsi E. (a cura di), Autobiografie scolastiche e scelta universitaria Leonardi L. (a cura di), Opening the European Box. Towards a New Sociology of Europe Nuvolati G., Mobilità quotidiana e complessità urbana Nuvolati G., L’interpretazione dei luoghi. Flânerie come esperienza di vita Ramella F., Trigilia C. (a cura di), Reti sociali e innovazione. I sistemi locali dell’informatica Rondinone A., Donne mancanti. Un’analisi geografica del disequilibrio di genere in India STORIA E SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA Angotti F., Pelosi G., Soldani S. (a cura di), Alle radici della moderna ingegneria. Competenze e opportunità nella Firenze dell’Ottocento Cabras P.L., Chiti S., Lippi D. (a cura di), Joseph Guillaume Desmaisons Dupallans. La Francia alla ricerca del modello e l’Italia dei manicomi nel 1840 Cartocci A., La matematica degli Egizi. I papiri matematici del Medio Regno Fontani M., Orna M.V., Costa M., Chimica e chimici a Firenze. Dall’ultimo dei Medici al Padre del Centro Europeo di Risonanze Magnetiche Guatelli F. (a cura di), Scienza e opinione pubblica. Una relazione da ridefinire Massai V., Angelo Gatti (1724-1798) Meurig T.J., Michael Faraday. La storia romantica di un genio Schettino V., Scienza e arte. Chimica, arti figurative e letteratura STUDI DI BIOETICA Baldini G., Soldano M. (a cura di), Nascere e morire: quando decido io? Italia ed Europa a confronto Baldini G., Soldano M. (a cura di), Tecnologie riproduttive e tutela della persona. Verso un comune diritto europeo per la bioetica Bucelli A. (a cura di), Produrre uomini. Procreazione assistita: un’indagine multi­disciplinare Costa G., Scelte procreative e responsabilità. Genetica, giustizia, obblighi verso le generazioni future Galletti M., Zullo S. (a cura di), La vita prima della fine. Lo stato vegetativo tra etica, religione e diritto Mannaioni P.F., Mannaioni G., Masini E. (a cura di), Club drugs. Cosa sono e cosa fanno PALEONTOLOGIA, SCIENZE NATURALI Sánchez-Villagra Marcelo R., Embrioni nel tempo profondo. Il registro paleontologico dell’evoluzione biologica