I luoghi, la memoria, l’identità 3 Setzu. L’albero dell’identità Volume pubblicato con il contributo e il patrocinio del C S , , ’ / Roberto Ibba - Gian Giacomo Ortu Setzu. L’albero dell’identità ISBN: 978-88-8467-982-6 prima edizione maggio 2016 Realizzazione editoriale CUEC Editrice by Sardegna Novamedia Soc. Coop. Via Basilicata n. 57/59 - 09127 Cagliari www.cuec.eu –
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Conservare e tramandare questo patrimonio storico-culturale, perché non vada disperso, è presupposto indispensabile per conoscere chi siamo e tutelare la “memoria del passato” ovvero la nostra carta d’identità culturale e antropologica per poter vivere nel presente e maggiormente consapevoli nel futuro. Setzu sinora non aveva mai avuto strumenti di qualità che rievocassero il suo passato dal punto di vista antropologico e storiografico: ora, con quest’opera dal titolo “Setzu. L’albero dell’identità”, viene ricostruita la storia del nostro paese dal Trecento alla prima metà del Novecento. Grazie alla consultazione dei diversi archivi storici, gli autori sono giunti alla riscoperta delle condizioni socio-economiche della popolazione, delle attività che venivano svolte dai membri di ciascuna famiglia che ha abitato il nostro paese nel tempo, della composizione dei nuclei familiari, dell’età degli abitanti del paese ed anche del numero degli animali posseduti e dei tipi di coltivazioni praticate. Quest’opera è dedicata, in maniera particolare, ai nostri ragazzi affinché acquistino e rafforzino, con sempre maggiore convinzione, il senso di appartenenza al territorio in cui sono nati e vivono, con l’auspicio che possa essere d’aiuto per la loro crescita personale e dell’intera comunità. La conoscenza delle origini e dei valori che caratterizzano una comunità, seppur piccola, assume un’importanza fondamentale e assurge a punto di forza nei momenti di confronto con realtà e mondi più complessi ed apparentemente estranei o distanti dal nostro vivere comune. In un mondo in cui la globalizzazione è ormai entrata nel vivere quotidiano, ci si augura che le nostre particolarità e le nostre ricchezze non vengano dimenticate o disperse in maniera banale. Un Grazie, forte e sentito, dalla comunità dei setzesi, agli autori Prof. Gian Giacomo Ortu e Dott. Roberto Ibba, senza dimenticare la preziosa collaborazione della Signora Antonella Zuccheddu, per averci consentito di rivivere emozioni uniche e conoscere noi stessi in maniera più consapevole. Il Sindaco Annarita Cotza 7 INTRODUZIONE A dispetto delle minime dimensioni e delle ripetute minacce provenienti nel tempo dall’esterno, Setzu rappresenta un caso eclatante di protratta resistenza allo spopolamento. Posizionato ai piedi della Giara oggi detta di Gesturi, sulla doppia linea di confine del grande «stato» di Quirra con le baronie di Gesturi e di Tuili, sembrerebbe aver beneficiato per un certo periodo di una cura particolare da parte dei conti Carroz che nel Cinquecento vi stabiliscono come ufficiale di giustizia della Marmilla un membro della fedele e accreditata famiglia dei Cadello. I Carroz non disdegnano neppure di soggiornarvi per la trattazione di affari di riguardo, come nel caso della sottoscrizione nel marzo del 1579, presente Sebastiano Cadello, di un patto con i rappresentanti del giudicato d’Ogliastra1. La funzione presidiale e la centralità amministrativa, cessate comunque sin dal Seicento, non sono tuttavia sufficienti a spiegare la sorprendente vitalità di Setzu, che alla luce della ricerca presentata in questo libro merita una spiegazione più approfondita, utile a gettare miglior luce sulla situazione e sulle prospettive del nostro paese come dell’intera Marmilla. In un passato ormai abbastanza remoto molti dei villaggi dell’attuale Unione dei Comuni della Marmilla facevano parte della curatoria della Marmilla, una sorta di marca di confine del giudicato d’Arborea rispetto al giudicato di Cagliari presidiata dal castello di Las Plassas (già di Marmilla), su una linea di difesa che si prolungava in un direzione al castello di Monreale e in un’altra al poggio fortificato di Barumela, nei pressi di Ales. Quest’unità originaria della Marmilla venne meno con la conquista aragonese, che sin dal 1323 portò ad uno spezzettamento quasi convulsivo della Sardegna in una miriade di feudi, rimasti a lungo per la gran parte instabili, soprattutto per la controffensiva del giudicato d’Arborea, avviata da Mariano IV sin dal 1353. Il lento assestamento della carta feudale dell’isola, seguito alla sconfitta a Sanluri nel 1409 del giudice Guglielmo di Narbona e alla sua successiva rinuncia al trono d’Arborea, vide la frantumazione della Marmilla nelle quattro baronie di Las Plassas (con Barumini e Villanovafranca), Villamar, Tuili e Gesturi, e nella contrada propriamente detta della Marmilla (con i villaggi di Baradili, Baressa, Genuri, Lunamatrona, Pauli Arbarei, Setzu, Siddi, Sini, Sitzamus, Tuili, Turri, Ussaramanna, Ussaredda, Villanova Forru), che a fine Quattrocento venne annessa al grande feudo dei Carrroz di Quirra. Questa frantumazione giurisdizionale non rompeva tuttavia la marcata omogeneità dell’antica curatoria nelle forme dell’insediamento e nell’uso agrario dei suoli, e neppure interrompeva la continuità di scambi, umani e materiali, tra i suoi villaggi, ciascuno troppo “stretto” per poter contare soltanto su se stesso, specie per i matrimoni. Setzu continuò così a scambiare sposi/e soprattutto con Tuili e con Gesturi, nonostante la loro appartenenza a giurisdizioni diverse. Questo non significa che le tensioni sui confi- 8 ni inter-feudali e inter-comunitari non portassero talora a stati di conflitto e a situazioni di malessere che potevano mettere a rischio la sopravvivenza dei villaggi più fragili, sotto il profilo sia demografico che economico. È il caso di Ussarella e di Sitzamus, abbandonati il primo a fine Seicento e il secondo poco dopo il 1728. Nonostante la letteratura in proposito, l’abbandono di un villaggio non è quasi mai frutto di un singolo evento, per violenza della natura o degli uomini. Non lo è neppure nel caso di Sitzamus, per il quale è tradizionalmente chiamato in causa un assalto banditesco. I documenti meticolosamente raccolti e studiati da Francesco Sonis provano, infatti, che i presunti superstiti dell’aggressione, trasferitisi nei villaggi limitrofi di Siddi, Pauli Arbarei e Ussaramanna, sono pressoché tutti i residenti censiti nel 1728 (25 famiglie più 16 solitari )2. Non solo, ma le famiglie di più antico e forte radicamento si stabiliscono selettivamente nei diversi luoghi di destinazione: i Masala (6 nuclei) a Siddi, gli Atzeni e i Garau (rispettivamente 3 e 2 nuclei) a Pauli Arbarei, i Melis (2 nuclei) ad Ussaramanna. L’impressione è che il racconto dell’assalto banditesco mascheri almeno in parte una scissione interna alla comunità e che la separazione delle sorti dei diversi gruppi familiari fosse perciò consensuale. E, infatti, ciascuno di essi si portava nella nuova residenza parti eguali della dotazione fondiaria complessiva di Sitzamus. Nel 1842, all’atto della delimitazione dei confini di Ussaramanna, Pauli Arbarei e Siddi da parte del Real Corpo di Stato Maggiore, ciascuno di questi comuni si vide così assegnato un terzo dei 687 ettari del territorio già di Sitzamus, stagno escluso perché demaniale. Insomma, è come se l’antica segmentazione dei gruppi di parentela di Sitzamus si riproducesse, neutralizzata, nei tre villaggi di destinazione. Fuori della Marmilla, ma nel limitrofo Partemontis, regione pure caratterizzata dalla presenza di alcuni minuscoli insediamenti, si registra il caso di Serzela – studiato da Claudio Ronzitti –, abbandonato dai suoi ultimi abitanti nel 17753. Negli ultimi due secoli della sua esistenza questo villaggio presentava una struttura comunitaria incardinata soprattutto sulle famiglie Solas e Garau. Nel 1728 contava ancora 30 fuochi (ne aveva 56 nel 1627 e 25 nel 1688), ma negli anni successivi venne meno quasi per consunzione. Quello di Serzela è in effetti un caso tipico di paese “stretto”, che tende a perdere la coesione comunitaria per l’estenuarsi progressivo delle reti di socialità interna a beneficio degli imparentamenti coniugali e spirituali, per matrimonio o per comparatico, che la necessaria esogamia porta a stringere con famiglie dei paesi vicini. Poiché all’interno di uno stesso feudo – in questo caso lo «stato» di Quirra – assieme agli sposi e alle spose possono trasferirsi anche i diritti fondiari esercitati nel villaggio di provenienza, gli abitanti di Sérzela sono man mano espropriati della sua dotazione fondiaria (fundamentu), cui possono infine accedere soltanto stipulando un contratto, di fitto o società, con gli effettivi possessori, residenti altrove. Ne deriva che anche il crescente indebitamento dei serzelesi nei confronti di abitanti dei paesi vicini è conseguenza, piuttosto che causa, dell’indebolimento progressivo del loro rapporto con il fundamentu di Sérzela; un indebolimento cui si lega inevitabilmente l’allentarsi delle relazioni e dei legami di reciprocità interni al villaggio. 9 Acutamente, Ronzitti rappresenta la comunità di Sérzela, ad un certo punto della sua vicenda, come «nodo di una rete, dalle maglie molto fitte», che lo mettono in collegamento con il mondo esterno: un nodo destinato a sciogliersi man mano per la trazione esercitata dai legami esterni, di parentela o d’interesse, che finisce per vincere anche la resistenza centripeta delle famiglie maggiormente radicate e più articolate. Ma perché ciò che avviene a Sérzela non si verifica in altri villaggi della Marmilla e del Partemontis, di dimensioni anche minori? Senza presumere di dare una risposta univoca a questo interrogativo, riteniamo che la maggiore resistenza opposta da questi villaggi – e tra essi Setzu – allo scioglimento della trama delle relazioni e reciprocità interne sia in rapporto soprattutto con la presenza in essi di alcune famiglie che riescono a conservare una forte presa sulle loro dotazioni fondiarie e sono perciò in grado di attrarre altri uomini e altre terre nell’orbita delle loro attività aziendali. Nel caso di Sérzela al tipo di questa possidenza agraria più robusta e stabile si può annettere anche la parrocchia del villaggio che, come scrive Ronzitti, «funziona per molti versi come un’azienda particolare che coinvolge la comunità, riceve risorse e le reinveste sotto varie forme, contribuendo ad aumentare la coesione del villaggio». Ecco perché la cancellazione della parrocchia di Sérzela, ordinata dall’autorità ecclesiastica nel giugno del 1775, rappresentò l’atto che sanciva la morte del villaggio. Nel caso di Setzu, lo zoccolo duro della comunità, poggiante saldamente sulla sua dotazione fondiaria, è costituito specialmente, in tempi successivi, dalle famiglie Cadello e Cotza. Per i loro rapporti diretti con i conti di Quirra, i Cadello hanno molto probabilmente esercitato sul villaggio una sorta di tutela protettiva, mentre i Cotza, pur senza raggiungere lo status aristocratico, hanno sviluppato sin dal Settecento un’accorta strategia di alleanze matrimoniali, favorite sia dal loro patrimonio che dall’acquisizione di titoli di studio e professionali. Per tale via i Cotza si imparentano con alcune delle maggiori famiglie nobili della Marmilla, del Partemontis e del Monreale, come i Diana, i Dedoni, i Puddu, i Serpi e gli Orrù Lilliu, oltre che con i lussurgesi Massidda. Questo significa che i sennores Cotza possono appoggiare la propria ascesa economica e sociale su quella fitta maglia di imparentamenti che un’élite di più o meno recente nobilitazione ha steso, tra Seicento e Settecento, sull’intera Marmilla e oltre; una maglia che, sovrapponendosi alle divisioni giurisdizionali, funge da potente fattore di compattamento del territorio su base economica e sociale. Intendiamo dire che la continuità della mappa genealogica nobiliare viene a colmare in buona misura le fratture della mappa giurisdizionale feudale, contribuendo a preservare alcuni profili d’identità dell’antica curatoria. Una funzione analoga la svolge certamente anche la maglia degli imparentamenti tra i comuni abitanti, che scaturisce da quella esogamia di necessità di cui si diceva piuttosto che da meditate strategie patrimoniali e sociali, ma è ovvio che questa maglia, diciamo di primo livello, non può avere la medesima capacità di prescindere dai confini inter-feudali di quella tessuta dai nobili e dai principales. * * * 10 Alla luce di questi connotati dell’identità storica della Marmilla (e di Setzu), possiamo tentare di stabilire una possibile analogia con lo sforzo tutto contemporaneo di stringere una rete di relazioni virtuose (e cioè produttive in termini di sviluppo locale) tra i centri che fanno oggi parte dell’Unione dei Comuni della Marmilla. A tal fine è però necessario un secondo sguardo retrospettivo, rivolto a quel passato più recente dell’isola che alcuni studiosi hanno stigmatizzato nei termini di una «catastrofe antropologica», in riferimento al rapido scompaginamento degli equilibri tradizionali della sua economia e società rurale che è precipitata negli anni sessanta. A determinare la prima e maggiore discontinuità nelle campagne sarde, incrinando quella coesione civile e morale che nonostante i conflitti che l’avevano sempre attraversata caratterizzava ancora le comunità rurali, fu il rapido abbandono, nel giro di un decennio circa, delle pratiche agricole tradizionali, e in particolare della cerealicoltura e delle coltivazioni secondarie ad essa associate. A partire dagli anni settanta a questa crisi dell’economia rurale, che aveva alimentato un forte flusso immigratorio e quindi un primo calo della popolazione, si aggiungevano gli effetti del crollo della fecondità e delle nascite, nell’isola più accentuato che nel resto del Paese, con la conseguenza, tra le altre, di un invecchiamento generale della popolazione4. Come se non bastasse, ad indebolire ulteriormente i tessuti connettivi di molte comunità dell’isola, e specialmente di quelle delle aree più interne, interveniva la cessata erogazione in molti comuni minori dei servizi più essenziali: scuole, poste, farmacie, sportelli bancari, stazioni di polizia etc. La conseguenza più generale e drammatica di tutto ciò era uno svuotamento di abitanti tale da mettere a rischio la sopravvivenza di molti centri. In questo quadro la situazione della Marmilla, se guardiamo ai nudi dati statistici, era tra le più gravi. La sua popolazione, che aveva segnato una lenta crescita dal 1688 al 1901, passando da 8268 a 13.589 unità, e una più forte dal 1901 al 1961, quando raggiungeva le 21.142 unità, tornava nel 2014 ai livelli di un secolo prima, 14.500 unità circa, con la perdita nell’ultimo cinquantennio di un terzo della popolazione5. L’insorgere in Sardegna dei temi e delle parole d’ordine dell’identità, particolarmente vigoroso a partire dagli anni ottanta, era una risposta culturale e morale a questa crescente emarginazione economica e civile ed era anche il preludio di un vasto impegno delle amministrazioni locali a contrastarla con gli strumenti e i mezzi della programmazione europea, nazionale e regionale (PIA, PIT, LEADER e quant’altro). I piani ed interventi di sviluppo locale che ne derivavano facevano riemergere un problema, dalle radici antiche ma reso più grave dallo spopolamento in atto: e cioè quello della maglia molto rada degli insediamenti, con un numero assai limitato di centri capaci di fungere da poli di organizzazione territoriale. Un problema, insomma, di sistema e di massa, la cui soluzione può confliggere con le autonomie locali, tradizionalmente forti e gelose in tutta l’isola. Sappiamo che nell’ottica dello sviluppo sostenibile la preservazione delle etnodiversità non è meno necessaria della salvaguardia delle biodiversità, ma è anche chiaro che la loro effettiva valorizzazione economica impone che i centri rurali facciano sistema, anche ripensando gli usi produttivi e i mercati locali (per lo più connessi a ricorrenze festive e alla celebrazione di particolari eventi e memorie) , per attivare dinamiche eco- 11 nomiche virtuose su maggior scala territoriale. L’assunzione di una logica di sistema, imprescindibile per sottrarsi nel quadro della globalizzazione ad un destino di marginalità, può anche implicare una revisione della trama dei luoghi, con la definizione di nuove identità d’area (tale è anche l’Unione dei Comuni della Marmilla), senza tuttavia dimenticare che per ragioni storiche profonde ogni centro abitato ha in Sardegna un rapporto organico e geloso con il proprio territorio, cui è difficile che rinunci. E presenta inoltre peculiarità culturali che meritano di essere rivitalizzate e non spente. A tal fine la ricerca storica può fare molto, sia per rafforzarne i profili d’identità di ogni singolo centro,sia per rimettere in evidenza e valorizzare nei progetti di sviluppo locale le trame di più antiche solidarietà intercomunali e distrettuali. Anche il territorio conserva infatti le sue tracce di memoria, che meritano di essere ri-costruite. Roberto Ibba Gian Giacomo Ortu Note 1 Libro de todas las gracias, concessiones, y capítulos concedidos, y aprobados por los muy illustres marqueses condes y condessas de Quirra al judicado de Ollastre, En la Imprenta de Santo Domingo, Caller 1738, pp. 96-110. 2 Francesco Sonis, Villaggi scomparsi in Sardegna. Il caso di Sitzamus nel Settecento, Cuec, Cagliari, 2010. 3 Claudio Ronzitti, Sérzela. La scomparsa di un villaggio sardo del Settecento, Cuec, Cagliari 2003. 4 Cfr. in merito il volume Dinamiche demografiche in Sardegna tra passato e futuro, a cura di Marco Breschi, Forum, Udine 2012. 5 Per questi dati si vedano la ricerca di Daniela Angioni, Sergio Loi e Giuseppe Puggioni, La popolazione dei comuni sardi dal 1688 al 1991, Cuec, Cagliari 1997, e gli aggiornamenti di Massimo Esposito, Previsioni provinciali e comunali della popolazione della Sardegna, in Dinamiche demografiche in Sardegna cit., pp. 167-216. PROFILO STORICO G G O 15 1. Le origini medievali La più antica attestazione dell’esistenza di un insediamento dal nome Setzu, a metà Trecento, sembrerebbe contenuta nelle Rationes Decimarum Italiae pubblicate da Pietro Sella nel 1945. L’assenza però di questo villaggio dall’elenco delle comunità rurali che nel 1388 sottoscrissero la pace stipulata dalla giudicessa Eleonora d’Arborea e dal re Giovanni I d’Aragona fa ragionevolmente supporre che il registro ecclesiastico menzioni un nucleo insediativo non autonomo, facente parte di una scolca sottoposta ad un unico ufficiale o maiore (maiore de scolca) e afferente ad un’unica chiesa, identificata appunto come «ecclesia de Azene, Baressa et Cesso»1. A prescindere da questa possibile, ma non provata, risalenza nel tempo e dall’ascrizione di Setzu al novero dei villaggi esistenti attorno al 1420, fatta da Carlo Livi senza preciso riscontro documentario2, la prima attestazione certa dell’esistenza del nostro villaggio è in un censimento aragonese del 1483, quando la Marmilla è stata appena annessa al grande feudo dei conti di Quirra. Setzu risulta avere in quell’anno appena 13 «fuochi» o case, alquanto meno di quei villaggi della Marmilla, come Atzeni, Ussarella (21 fuochi ciascuno) e Sitzamus (35 fuochi) che sono destinati ad essere abbandonati in età moderna3. Se nel 1483 Setzu non è un villaggio di recente fondazione, si deve comunque pensare ad un preesistente minuscolo insediamento ancora non stabilizzato, la cui presenza nella documentazione resterebbe perciò intermittente. In merito è curioso osservare come neppure il grande e accuratissimo Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale del Regno di Sardegna, le cui voci per l’isola sono redatte da Vittorio Angius, possa evitare di ignorare l’esistenza di Setzu, e proprio negli anni in cui il villaggio manifesta la sua maggiore vitalità economica, con una popolazione stabilizzata attorno alle 250-300 unità, con 60-70 famiglie. Neppure nei secoli precedenti Setzu era stato peraltro un villaggio insignificante, posto che nel Cinquecento i conti di Quirra vi avevano stabilito la residenza dell’ufficiale della Marmilla, non disdegnando essi stessi di soggiornarvi in particolari occasioni, come nel 1579 quando vi incontrano gli «eletti» o rappresentanti del giudicato di Ogliastra per stipulare con essi alcuni nuovi accordi4. Ma anche a prescindere da questa sua centralità giurisdizionale, a partire dal 1483 Setzu si mostra capace di conservare attraverso le peggiori contingenze storiche e a dispetto dei quattro cavalieri dell’apocalisse – peste, carestia, guerra e banditismo – un costante equilibrio vitale tra le proprie risorse naturali ed umane. Una conferma 16 inequivocabile di questa vitalità viene dall’andamento della sua popolazione nel lungo periodo: anno famiglie unità maschi femmine 1483 1627 1655 1698 1728 1751 1780 1821 1847 1862 1871 1901 1936 1961 1991 2011 13 68 58 66 71 70 68 79 - 195 308 287 247 287 230 303 314 235 325 278 189 144 99 159 154 - 96 128 149 - Il massimo popolamento, con oltre trecento abitanti, è raggiunto nel 1728 con 308 abitanti, nel 1871 con 314, e nel 1936 con 3255. Con gli attuali 144 abitanti Setzu ha dunque raggiunto il suo minimo storico in quattro secoli, tra il XVII e il XXI, ed è al momento, dopo Baradili, il più piccolo paese dell’appena cessata provincia del Medio Campidano. Neppure ora vede tuttavia lo spopolamento come suo ineluttabile destino storico. 2. Famiglie e aziende La tenuta socio-demografica di un minuscolo villaggio qual è Setzu appare un fatto notevole, per quanto non insolito nella Marmilla e nelle vicine regioni del Parte Usellus e del Parte Montis. Essa è in rapporto sia con la feracità della sua campagna, cui non manca una vigorosa integrazione di risorse pabulari e boschive nella Giara detta di Gesturi, sia con la presenza e l’intraprendenza di alcune famiglie più abbienti. Queste sono infatti in grado anzitutto di mobilitare mezzi materiali e braccia umane per produzioni di scala anche mercantile, e inoltre di tessere una rete, a base parentale, di relazioni sociali ed economiche con gli altri villaggi della Marmilla (e non solo della Marmilla) che contribuisce a rafforzare il radicamento territoriale di Setzu. Per comprendere meglio questo aspetto è necessario prendere preliminarmente in esame alcuni profili dell’economia agricola di Setzu, quali emergono dai cosiddetti 17 «scrutinii del grano», e cioè dai registri prodotti dall’accertamento delle produzioni granarie nei villaggi della Sardegna meridionale tenuti a conferire a Cagliari, per il suo approvvigionamento, parte delle loro eccedenze produttive ad un prezzo moderato e prefissato («taxat»). Nel caso di Setzu si sono conservati purtroppo soltanto due scrutinii, relativi agli anni 1780 e 1785, che sono tuttavia sufficienti per una analisi per quanto sommaria della struttura produttiva e sociale del villaggio. Il raccolto del 1779 si è rivelato disastroso in tutta la Sardegna: la produzione granaria complessiva è stata di appena 883.395 starelli, con una resa media del 2,69 e pesanti riflessi sulle sementi disponibili per l’annata 1779-1780. In tutta l’isola possono essere seminati soltanto 260.893 starelli di grano, e il raccolto del 1780 per quanto superiore a quello del 1779, resta alquanto basso: 1.210.438 starelli con una resa del 4,636. I coltivatori di Setzu dichiarano una produzione di appena 1205 starelli di grano per 45 gioghi di buoi impiegati nella coltivazione, con meno di 27 starelli raccolti per ciascun giogo, che mediamente può coltivare dagli 8 ai 10 starelli di superficie. Nel 1780 Setzu conta 68 famiglie e 247 abitanti, che necessitano per la loro alimentazione di un minimo di 4 starelli per unità, per un totale di 988 starelli. La nuova annata agraria richiede però l’impiego di altri 8-10 starelli di sementi per ciascun giogo, e dunque nell’insieme la quantità di almeno 360 starelli di grano. Il deficit del raccolto rispetto alla somma delle esigenze alimentari e delle necessità produttive ammonta pertanto a 143 starelli. Da qui la richiesta del sindaco di Setzu alle autorità annonarie di esentare il villaggio dall’obbligo di «contribuir el trigo del escrutinio», perché sarebbe a rischio la stessa sopravvivenza del villaggio7. L’annata agraria 1785 è alquanto migliore, con un raccolto di 1579 starelli di grano per 48 gioghi impiegati, e dunque una produzione media per giogo di 33 starelli. Defalcati 384 starelli per la risemina ne restano 1191 per il consumo familiare, nella misura di 4,82 starelli per bocca. Il sindaco di Setzu ritiene nondimeno che ci sia, sì, il tanto per vivere, ma non per rifornire i forni e i magazzini di Cagliari, per cui anche stavolta tenta di sottrarre il villaggio all’obbligo del conferimento annonario. L’intento non gli riesce, comunque, perché il 25 agosto è impartito alla comunità l’ordine di trasportare nei termini prescritti a Cagliari 64 starelli ed 8 imbuti di grano, e cioè un quarto circa dell’eccedenza produttiva accertata (255 starelli, ma 185 secondo i nostri calcoli)8. A prescindere dall’arbitrarietà delle valutazioni delle necessità sussistenziali e produttive di Setzu fatte dalle autorità regie, feudali e cittadine, non possiamo comunque ritenere del tutto attendibili le dichiarazioni dei suoi coltivatori, che hanno tutto l’interesse a tenerle basse. D’altronde gli stessi probi uomini, o «eletti» incaricati di verificare l’autenticità di queste dichiarazioni hanno, in quanto essi stessi produttori, un analogo interesse a non contraddirle. Nel 1780 gli eletti di Setzu sono Pietro Mureddu, Isidoro Marongiu, Lussorio Melis, Domenico Antonio Addari, Giovanni Porcheddu e Battista Pala; nel 1785 gli eletti sono pressoché i medesimi, Pietro Mureddu, Isidoro Marongiu, Lussorio Melis e Battista Pala, assistiti dal sindaco Giuseppe Maxia e dal censore Raimondo Cotza. Vincenzo 18 Pala, Raimondo Cotza e Isidoro Marongiu sono peraltro, assieme a Giorgio Cotza, Francesco Puddu e Antonio Cabras i maggiori coltivatori di grano nelle due annate 1780 e 1785. Maggiori coltivatori nel 1780 e nel 1785 secondo la potenza d’aratro (data dal numero di gioghi di buoi d’aratro impiegati): 1780 Giorgio Cotza Vincenzo Pala Francesco Puddu Isidoro Marongiu Ignazio Melis Lussorio Atzei Antonio Labia 9 4 3 2 2 2 2 1785 Giorgio Cotza Vincenzo Pala Raimondo Cotza Antonio Cabras Francesco Puddu Giovanni Domenico Serpi Giuseppe Antonio Putzolu Antonio Vincenzo Muru 6 4 3 3 2 2 2 2 Le famiglie che dispongono di un solo giogo sono 20 nel 1780 e 22 nel 1785; quelle che ne sono del tutto prive sono 39 nel 1780 e 25 nel 1785. Il maggior coltivatore, Giorgio Cotza, conduce la sua azienda agricola con l’ausilio di 10-12 servitori ingaggiati annualmente (il 15 settembre) e alloggiati nella sua casa. Nel 1785 dichiara un raccolto di 370 starelli di grano. Nello stesso anno gli altri due maggiori agricoltori, Vincenzo Pala e Raimondo Cotza, raccolgono rispettivamente 200 e 140 starelli di grano, e impiegano non più di 5-6 dipendenti stabili. Nell’insieme i due Cotza e il Pala assommano nel 1785 il 45 per cento dell’intera produzione granaria di Setzu, ed è presumibile che buona parte dei contadini privi di giogo fornisca alle loro aziende molte giornate di lavoro, specie nei mesi di maggiore impegno per l’aratura, la mietitura e la trebbiatura. In questi anni non sembrerebbe essere più attiva l’azienda agricola dei Cadello, vissuti tra fine Cinquecento e fine Seicento a Setzu, dove un Sebastiano Cadello nel 1579 ricopre l’incarico di ufficiale di giustizia della Marmilla e il nipote Giovanni Antioco Cadello nel 1645 consegue il cavalierato. Lo statuto nobiliare della famiglia si consolida quindi con la partecipazione di alcuni suoi esponenti ai parlamenti convocati nella seconda metà del Seicento. Antioco, Antonio e Diego, figli di Giovanni Antioco, sono infatti abilitati al parlamento del 1677-16789, e Francesco Ignazio, figlio di Diego (sposato Ruggiu), è convocato e abilitato senza diritto di voto, per la minore età, al parlamento del 1698-1699, l’ultimo d’età spagnola10. Ma intanto i Cadello si sono già da tempo trasferiti a Cagliari dove continuano la loro ascesa professionale e sociale. Essi restano tuttavia lungamente legati a Setzu, dove nel Settecento beneficiano ancora di una importante concessione fondiaria, di tipo enfiteutico, onerata del pagamento del mezzo terratico, e cioè di una tangente sul raccolto pari alla metà del grano seminato. Non sappiamo del primo titolare di questa concessione, ma nel 1729 ne beneficia don Francesco Ignazio Cadello Ruggiu, cattedratico dell’Università e giudice della 19 Reale Udienza di Cagliari11, e nel 1767 i suoi figli, Antioco, Caterina Anna, Saturnino, valente giurista, e Diego Gregorio, destinato a divenire arcivescovo di Cagliari e quindi anche cardinale12. Un cugino primo di Francesco Ignazio, Giuseppe, a sua volta giudice della Reale Udienza, acquista nel 1742 il feudo di San Sperate, che nel 1772 lascerà in eredità al nipote Saturnino13. Dei Cadello tratterà più diffusamente Roberto Ibba in altro capitolo, qui è importante segnalare ancora soltanto il fatto che la loro azienda setzese, complessivamente onerata di un mezzo terratico di 50 starelli di grano, coltiva ad alternanza biennale semina/pascolo non meno di cinquanta ettari di terra, una superficie importante per il territorio di Setzu. Essa si vale in prevalenza di contratti di «società esterna», sotzaria a foras, con contadini autonomi e non salariati. I soci impiegati da don Francesco Ignazio Cadello nel 1729 sono Ludovico Addari, Francesco Cirronis, Pietro Melis, Giovanni Mocci, Francesco Mureddu, Gioacchino Serra e Francesco Spada14. Nel 1767 risulta assoggettata ad un mezzo terratico di 25 starelli di grano anche l’azienda dell’oristanese don Sisinnio Diana (figlio di Sisinnio), ma non conosciamo né il momento né la ragione della concessione fondiaria di cui beneficia, certo non inferiore ai 50 starelli di superficie arativa15. Tra i maggiori coltivatori registrati dagli scrutinii del grano del 1780 e del 1785, alcuni sono anche viticultori, come Giorgio Cotza, Francesco Puddu, Isidoro Marongiu e Antonio Cabras, ma delle loro effettive produzioni di vino sappiamo ben poco. Essi sarebbero in verità tenuti a denunciarle agli amministratori del feudo, ma le «liste del vino» disponibili per diversi anni tra il 1729 e il 1772 risultano del tutto inattendibili per la palese infedeltà delle dichiarazioni. Se la superficie coltivata a vite a Setzu nel Settecento fosse anche soltanto la metà di quella censita a metà Ottocento dal catasto sardo, e cioè di dieci ettari, la produzione annuale non dovrebbe essere mediamente inferiore ai 150-200 ettolitri di mosto, ben superiore a quella denunciata dai viticultori setzesi, che oscilla tra gli irrisori 5 ettolitri del 1734 e gli 80 ettolitri del 1753, e non supera in media i 47 ettolitri16. 3. Il villaggio e il feudo Nel periodo giudicale il territorio di Setzu è compreso nella curatoria della Marmilla, sul confine sud-orientale del giudicato di Arborea, difesa dal castello di Marmilla (oggi di Las Plassas). Dopo la cancellazione del glorioso giudicato, in seguito alla sconfitta patita nella battaglia di Sanluri del 1409 dal visconte Guglielmo di Narbona ad opera di Martino il Giovane, re di Sicilia ed erede del trono d’Aragona, la Marmilla e il confinante Monreale, con gli omonimi castelli, passano per qualche tempo sotto il diretto controllo regio. Nel 1420 le due contrade sono concesse in feudo a Guglielmo Raimondo de Montcada, esponente di una dinastia catalana tra le più potenti e con forti legami con la stessa famiglia reale, tali da averli portati a ricoprire ruoli di rilievo anche nella Valencia, in Sicilia e nella Baleari. Deceduto Guglielmo Raimondo de Montcada i 20 suoi eredi vendono il feudo a Pietro Besalù, vicerè di Sardegna tra il 1455 e il 1458. L’atto è però subito contestato da Giacomo Carroz, conte di Quirra, che rivendica la concessione delle due contrade per un forte credito che la sua casa vanta nei confronti della Corona. La conseguente causa giudiziaria è ereditata dai figli di Pietro Besalù, un omonimo, e di Giacomo Carroz, Violante, che ha infine la meglio, per cui nel 1482 il Monreale e la Marmilla (eccettuati i villaggi di Gesturi, Tuili e Mara precedentemente infeudati ai de Doni) entrano a far parte del maggior «stato» feudale sardo17. E vi resterà sino alla soppressione delle giurisdizioni feudali disposta dal Regio Editto del 21 maggio 1836. In questa occasione, decisiva per la modernizzazione dell’isola, tutte le comunità rurali sotto giurisdizione feudale sono chiamate – con la supervisione di una commissione governativa – ad un contradditorio con i propri baroni per l’accertamento dell’entità delle rendite che questi traggono dal loro vassallaggio, passaggio necessario per la fissazione dell’indennità di riscatto che il governo dovrà corrispondergli. Anche il consiglio comunitativo di Setzu il 9 giugno 1836 è perciò convocato in seduta allargata per esprimere le proprie osservazioni sulle rendite dichiarate dal marchese di Quirra (allora Filippo Carlo Osorio) relativamente a Setzu e all’intera Marmilla. Composto dal sindaco Isidoro Muscas, dai consiglieri Antonio Cotza e Giuseppe Tomaso Serpi e dai probi uomini Giuseppe Cotza, Giuseppe Macis, Antonio Pala, Leonardo Pibiri e Luigi Zucca, il consiglio deve riunirsi e discutere in presenza del maggiore di giustizia Giuseppe Raimondo Mureddu. Il verbale della riunione offre le informazioni più complete e sistematiche di cui possiamo disporre sulle condizioni di Setzu all’interno del feudo, e specialmente sui diritti fondiari di cui beneficia e sugli oneri tributari cui è assoggettato18. Si tratta in larga misura di condizioni non dissimili da quelle degli altri villaggi della Marmilla e delle confinanti contrade di Parte Montis e Partes Usellus, e tuttavia non mancano alcune specificità dello status feudale di Setzu che sembrano scaturire da episodi e momenti della sua storia che ci sono poco noti, e sui quali si possono avanzare soltanto delle ipotesi, per quanto plausibili. La principale e più significativa di queste specificità tributarie di Setzu è il fatto che il villaggio sia tenuto a corrispondere al marchese di Quirra il tributo in cereali, denominato roadia, nella misura fissa di 17 starelli ed 8 imbuti di grano e di 9 starelli ed 8 imbuti d’orzo. Queste quantità, non soggette ad alcuna modificazione, sono annualmente ripartite dal sindaco tra tutti i nuclei familiari di Setzu, il cui numero oscilla tra 60-70 unità. Moderata in sé, almeno rispetto agli altri villaggi della Marmilla, la roadia è un tributo altamente iniquo per le modalità della sua ripartizione tra i coltivatori di Setzu, che non la pagano in proporzione ai gioghi impiegati o all’entità del raccolto, ma secondo una distribuzione in classi che privilegia i maggiori coltivatori. L’unica ripartizione che si è conservata, relativa al 1818 e comprensiva di 57 contribuenti, colloca nella prima classe Giuseppe Cotza, il maggior contribuente (paga 3 starelli e 6 imbuti di grano), Raimondo Cotza (1,8), Giovanni Domenico Serpi, Isidoro Muscas e Giuseppe Cotza menor (che pagano uno starello ciascuno). Nella seconda 21 classe, che paga 8 imbuti di grano, rientrano quindici coltivatori: Salvatore Concu, Antonio Cotza, Pasquale Demuro, Giuseppe e Francesco Macis, Giovanni Angelo Marongiu, Pasquale Mattana, Francesco Melis, Antonio Palla, Antonio, Cristoforo, Leonardo e Vincenzo Pibiri, Antonio Tomaso Serpi e Francesco Zucca. La terza classe paga 6 imbuti e comprende cinque coltivatori: Pasquale Macis, Antonio Luigi, Anastasio e Dionigi Melis, Vincenzo Serra. La quarta classe, 4 imbuti, conta soltanto due contribuenti: Giuseppe Musiu e Giuseppe Tomaso Serpi. Nella quinta classe, tassata 3 imbuti, rientrano otto contribuenti: Priamo Casula, Raimondo Macis, Chicu Melis, Antonio Mura, Luigi Mureddu, Agostino Musiu, Fedele Zaccheddu e Battista Zucca. La sesta classe, comprensiva di tutti i nullatenenti e tenuta a pagare un solo imbuto di grano, è composta infine di ben 22 persone: Francesco Casula, Sisinnio Corona, Pietro e Sebastiano Fadda, Battista Grussu, Luigi Macis, Raimondo Matta, Luigi Melis, Antonio Mocci, Raimondo Montis, Giuseppe Mura, Impera e Pasquale Mureddu, Mauro Muscas, Battista Pala, Pasquale Pinna, Antonio Sanna, Antonio Sini, Tomaso Sitzia, Raimondo e Antonio Tronci e Giusto Turnu19. Come si osservava, Setzu è tuttavia gravato della roadia alquanto meno degli altri villaggi della Marmilla appartenenti al marchesato di Quirra. Tra il 1806 e il 1835, in base al nuovo riparto ordinato dalla Carta Reale del 14 gennaio 1806, la contrada conferisce ogni anno al feudatario ben 930 starelli di grano, che sono così distribuiti tra i diversi villaggi: Baradili Baressa Genuri Lunamatrona Pauli Arbarei Setzu Siddi Sini Turri Ussaramanna Villanovaforru 25,4 105,1 67,13 179,7 72,3 17,8 89,11 77,9 87,0 115,15 91,14 Setzu paga meno persino di Baradili, inferiore di abitanti, e poco più di un quarto di Genuri, che ha una popolazione di poco superiore. Forse anche per questo Setzu per qualche anno non aderisce alla contestazione della roadia promossa nel 1795 da Mogoro, nel Partemontis, e che è arrivata a coinvolgere anche la Marmilla e il Parte Usellus20. Diversamente da tutti gli altri villaggi che entrano in causa con il marchese di Quirra, il nostro continua infatti a pagare regolarmente la roadia anche negli anni tra il 1796 e il 1805. Nel 1816 risulta in arretrato dei conferimenti per soli 40,12 starelli di grano e 1,12 d’orzo, quantità che gli sono condonate dal marchese21. Sull’origine di questa condizione di favore di Setzu nel pagamento della roadia possiamo fare soltanto delle ipotesi, posto che neppure i consiglieri di Setzu sanno darsene 22 una spiegazione, e anzi neppure la intendono come un vantaggio perché dichiarano di ignorare «affatto da chi abbia avuto origine simile abuso, giacchè non è possibile che questo solo villaggio sia stato tenuto nell’infeudazione a questo peso fra gli altri dell’intiero Mandamento». Ma, appunto, nonché di un «abuso», si tratta di una sorta di franchigia che sembrerebbe rinviare ad un episodio di ripopolamento di Setzu. A confortare questa ipotesi è una seconda specificità tributaria di Setzu nel quadro marmillese, e cioè il fatto che il previsto «presente», o regalo, vi sia pagato nella misura di 1 soldo e 6 denari per capofamiglia, ma soltanto sino al numero di 26 contribuenti22. Si tratta, insomma, di un altro tributo d’importo fisso o «chiuso» definito dal moltiplicatore 26, che applicato a 1 soldo e 6 denari dà come risultato 1 lira e 19 soldi, importo che va ripartito non evidentemente tra i 26 «fuochi» originari, ma tra tutti quelli volta per volta esistenti, che nel 1836 sono tra 60 e 70. Con il risultato che ad ogni incremento della popolazione l’onere per ciascun capofamiglia si riduce, esattamente come nel caso della roadia. Siamo perciò di fronte ad un tipico espediente baronale per attirare nel villaggio nuovi residenti e, viceversa, per dissuadere quelli “vecchi” dall’abbandonarlo. Questa ipotesi è ulteriormente accreditata da una tabella riassuntiva dei tributi feudali gravanti su Setzu, che in merito all’importo della roadia specifica che esso è stato definito per «capitoli di grazia», rinviando così ad una convenzione a noi sconosciuta tra Setzu e i marchesi di Quirra, o forse anche ad un episodio fondativo o rifondativo che potrebbe anche avere a che fare con l’arrivo a fine Cinquecento nel villaggio di una famiglia come quella dei Cadello da tempo assai bene inserita nei quadri del governo civile e militare del giudicato d’Ogliastra. Un Giovanni, un Francesco ed un Pietro Paolo Cadello sono capitani di giustizia dell’Ogliastra nei decenni centrali del Cinquecento, quando altri Cadello vi esercitano le funzioni di notai-scrivani della curia baronale o vi figurano come «eletti» a rappresentarne gli interessi di fronte allo stesso feudatario. Un Sebastiano Cadello, ricordiamo, è ufficiale di giustizia del Parte Montis nel 1579. Dalla questione, che riemerge nuovamente, delle origini di Setzu, torniamo ai suoi oneri tributari. Il principale balzello in denaro corrisposto dal villaggio al feudatario è il feu, il cui importo è pure fisso, 6 lire da ripartire tra tutti i vassalli secondo la medesima articolazione in classi prevista per la roadia. Monetizzato e fisso è anche il «diritto di scolca» che grava sui maiores de pradu, i custodi dei seminati, che devono corrispondere annualmente al feudatario 7 soldi e 8 denari, ma qualche volta alquanto di più, come lamenta il consiglio del villaggio. I viticultori devono a loro volta pagare 4 denari per ogni jarra di vino prodotto, un tributo che evadono facilmente denunciando, come si è visto, produzioni spesso irrisorie. Ogni vassallo deve infine versare due imbuti sia di grano che d’orzo per i servizi del carceriere e del banditore (tributo detto di «carcelleria e misseria») Si è già detto del mezzo terratico (o «portatico») corrisposto nel Settecento dai Cadello e dai Diana per la concessione a titolo enfieteutico di superfici agrarie piuttosto importanti per il territorio di Setzu. In linea generale il barone avrebbe diritto di esigere tale canone o fitto sui terreni che in ciascun villaggio sovrabbondano le potenzialità di 23 coltivazione dei suoi vassalli, ma il consiglio comunitativo contesta che egli possa esercitarlo quando, come nel caso appunto di Setzu, la terra disponibile, nonché eccedente, è inferiore al bisogno effettivo. Nel 1836 non si fa più menzione dei Cadello, i cui terreni sono passati in altre mani, mentre compaiono ancora come concessionari gli eredi di don Luigi Diana, da poco defunto. Come tutti gli allevatori dello «stato» di Quirra anche quelli di Setzu devono conferire al marchese due diritti per l’uso dei pascoli e dei ghiandiferi: a novembre il deghino per le pecore e a gennaio lo sbarbaggio per i porci. Il deghino è la tangente tradizionale ed “universale” che grava sulle greggi delle pecore a partire da dieci capi, ma che si è variamente modulata nei diversi feudi e luoghi. Nella Marmilla il marchese di Quirra ha imposto la seguente progressione del tributo sino ai 78 capi, oltre i quali cessa: 8-17 18-27 28-37 38-47 48-57 58-67 68-77 78 e più capi “ “ “ “ “ “ “ una sacaja una pecora pecora e sacaja due pecore due pecore e una sacaja tre pecore tre pecore e una sacaja quattro pecore In merito il consiglio di Setzu obietta che sino ai dieci capi si tratta di una imposizione arbitraria e contesta inoltre al feudatario di non consentire sempre il previsto «riscatto» (la commutazione monetaria) del tributo, necessario per preservare l’integrità funzionale e produttiva delle greggi. La contestazione del villaggio riguarda anche l’esazione dello sbarbaggio, che viene abusivamente effettuata a gennaio, quando gli animali sono stati ingrassati a spese degli allevatori nei ghiandiferi di altri feudi, e non ad agosto, quando hanno potuto beneficiare delle sole erbe e stoppie della Marmilla. La tangente dello sbarbaggio per il pascolo dei porci all’interno del feudo è di un «pede» (un quarto di animale) da 4 a 7 capi, di due «pedes» da 8 a 13 e di un intero animale da 18 a 23, e così via. Gli allevatori forestieri pagano un diritto di stoppia nella misura di un capo ogni venti per ciascun gregge di pecore o branco di porci. Dopo il raccolto i villaggi della Marmilla sono perciò invasi, a profitto del solo barone, da branchi di maiali di proprietari forestieri che inquinano le acque dei pochi abbeveratoi naturali disponibili, recando grave danno al bestiame da lavoro degli agricoltori setzesi. Poiché il ricavato del deghino e dello sbarbaggio è calcolato per l’intero mandamento della Marmilla, che comprende 11 villaggi, non sappiamo del suo specifico importo per Setzu. E così pure per il ricavato delle varie sanzioni monetarie, «machizie» e «tenture», previste per i reati contro il patrimonio e contro le persone. Nell’intero mandamento queste tre entrate dell’erario baronale ammontano, rispettivamente, a 648,17,1 lire il deghino, 136,12,9 lo sbarbaggio e 65,0,8 le sanzioni giurisdizionali. Possiamo in- 24 fine proporre uno specchio riepilogativo dei diversi tributi percepiti annualmente a Setzu dal marchese di Quirra23: in natura roadia grano orzo (starelli e imbuti) 17,8 9,8 cancelleria e misseria grano orzo in denaro feu diritto del vino presenti scolca 3,4 3,4 (lire, soldi e denari) 6,0,0 1,9,0 1,19,0 0,7,8 In media annuale il marchese di Quirra preleva dunque dai suoi vassalli di Setzu: 21,2 starelli di grano, 13,2 starelli di orzo e 9, 15, 8 lire, cui vanno aggiunti i 25 starelli di grano del mezzo terratico pagato dai Diana. 4. Diritti fondiari e organizzazione aziendale Secondo le dichiarazioni rese dal feudatario nel 1836 la comunità di Setzu coltiva a cereali una superficie di terre aperte pari a 1200 starelli, «alternativamente destinati a vidazzone seminale e paberili per il pascolo del bestiame». La coltivazione avviene a vicenda su due campi, l’uno detto bidatzone quando coltivato e l’altro detto paberili quando a riposo. È il sistema diffusamente noto in Europa come openfield («campo aperto»). Una superficie di 350 starelli sarebbe invece costituita da campi chiusi, soltanto in minima parte coltivati a vigna. Non è chiaro se entro questa superficie sottratta al sistema comunitario della bidatzone siano compresi i terreni concessi ai Diana a mezzo terratico. Non vi rientra certamente il prato fisso o pradu riservato al bestiame da lavoro – buoi e cavalli separati – perché il villaggio non ne dispone e utilizza ogni anno in sua vece una sezione del paberili. Per la coltivazione del grano e dell’orzo sarebbero pertanto disponibili 600 starelli di superficie agricola, la cui utilizzazione effettiva è però condizionata dalla disponibilità effettiva delle sementi. Ricordiamo che nel 1780 il villaggio dichiarava di aver preparato per la semina autunnale 546 starelli di superficie, ridotti a 532 nel 1785, ma si tratta di estensioni comunque improbabili poiché esso ha tutto l’interesse a sovrastimarle per non sottostare all’obbligo molesto di rifornire Cagliari. Sono assai più veritiere quelle 25 che si ricavano dall’amministrazione del Monte granatico, che registra l’utilizzo annuale di una media di 377 starelli tra il 1814 e il 1820 e di 405 starelli tra il 1821 e il 182524. Poiché i coltivatori hanno l’obbligo di coltivare un terzo della superficie disponibile ad orzo, per l’alimentazione dei cavalli, la dichiarazione del barone di una estensione complessiva della bidatzone di Setzu di 1200 starelli appare comunque veritiera, per cui nell’insieme il villaggio disporrebbe di un agro di 1550 starelli, tutt’altro che scarso per una popolazione che nel 1836 non raggiunge forse i 70 fuochi. Tanto più che a questa superficie d’uso agricolo si deve aggiungere la parte della Giara di pertinenza setzese per gli usi di pascolo, legnatico e caccia. In merito il marchese di Quirra attribuisce anzi a Setzu, e quindi anche a se stesso, l’intera superficie della Giara, la cui estensione valuta a 3520 starelli, e inoltre i 10 starelli del boschetto di Santa Vittoria. La Giara sarebbe quindi per lui di Setzu e non di Gesturi, villaggio appartenente però ad altra giurisdizione per cui la sua convinzione, viziata dall’interesse, andrebbe accolta cum grano salis. Qualche anno dopo l’abolizione dei feudi, tra il 1840 e il 1842, il Real Corpo di Stato Maggiore procede sotto la direzione del generale Carlo De Candia, già collaboratore del La Marmora nella costruzione della prima Carta dell’isola di Sardegna in scala al 250.000 – da cui è tratto in seguito un Atlante al 50.000 – alle operazioni di perimetrazione del territorio di tutti i comuni dell’isola. A Setzu è attribuita una superficie di 1839,27,55 starelli metrici, dei quali 1333,01,76 considerati di proprietà privata, altri 484,33,78 di proprietà comunale e soltanto 21,28,01 di proprietà demaniale. Le mappe del De Candia lasciano però indecisa l’attribuzione di una parte della superficie della Giara, per una contestazione in atto tra i comuni di Gesturi, Genoni, Nuragus e appunto Setzu25. Nel 1842 pressochè l’intera superficie coltivabile di Setzu risulta dunque di proprietà privata, a conferma del forte radicamento fondiario conseguito dalle sue aziende agricole, a dispetto della pretesa del barone di poter concedere a terratico, anche a forestieri, tutta la superficie eccedente le necessità produttive del villaggio. Un ruolo decisivo in tale direzione hanno certamente giocato le famiglie più intraprendenti e facoltose, che, per la loro maggiore disponibilità di gioghi d’aratro e di sementi esercitano una maggior pressione sulle terre di demanio feudale. In alcuni casi si tratta di aziende agrarie che producono per il mercato e consentono l’affermazione anche sociale di una ristrettissima, ma vivace, élite locale. Esse sono normalmente organizzate, almeno a partire dalla seconda metà del Settecento, nella forma della cosiddetta «sotzaria aintru», società, che prevede l’incorporazione nella casa padronale di un certo numero di dipendenti fissi, a contratto annuale, addetti alle diverse mansioni produttive: aratura, cura del bestiame domito e da lavoro, pascolo delle greggi, mandrie o branchi di bestiame rude, etc.26. Informazioni preziose sulle figure e sulle mansioni di questi salariati a contratto annuale – con stipula e conclusione al 15 settembre – vengono dagli atti processuali di una causa penale vertita nella Reale Udienza di Cagliari contro i componenti di una quadriglia barbaricina responsabile di una grassazione compiuta il 15 settembre 1840 a danno della casa della nobile donna Rosa Diana, vedova del notaio Fedele Giuseppe Cotza27. 26 Al momento dell’irruzione dei grassatori nel grande dominariu murato dei CotzaDiana, il cui portone è stato imprudentemente lasciato aperto, i servitori della Diana, cieca ed allettata, e del nipote don Giuseppe Luigi Massidda, che convive con lei, sono tutti riuniti per la cena nella cucina. È una cena peraltro non ordinaria, perché la grassazione è compiuta il 15 settembre, giorno di congedi e di benvenuti, ma anche di paghe, come certo sanno i banditi che verosimilmente contano di impossessarsi più facilmente del denaro che i proprietari tengono alla mano per saldare i conti dei dipendenti in uscita . Tutta riunita la «famiglia rustica» dei Cotza-Diana-Massidda conta diciotto dipendenti o serbidoris a vario titolo, dodici maschi e sei femmine. Tranne Maria Melis, 48 anni, di Tuili, le femmine sono tutte di Setzu: Chiara e Margherita Macis, di 15 e 18 anni, Veronica Melis di 18 anni, la piccola e sorda Greca Zucca, di 10 anni, e l’ajudanti, o collaboratrice abituale, Lucia Melis, di 40 anni. Maria Melis è in scadenza di contratto e probabilmente ha svolto funzioni di guida della servitù più giovane: tre ragazze che come d’uso nella Sardegna dell’epoca si sono messe a servizio per mettere su il corredo necessario per sposarsi28, e una fanciullina con handicap, tenuta forse dai proprietari perché orfana o semplicemente per carità. I servi maschi sono di varia provenienza, Francesco Zaccheddu, 20 anni, è di Genuri, mentre Francesco Luigi Casula, Amatore Cera e Agostino Piano, che nelle dichiarazioni rese agli inquirenti si dichiarano «servi contadini», sono di Tuili; Agostino Piano, 28 anni, termina il servizio proprio il giorno della grassazione, quando viceversa Amatore Cera, 27 anni, lo inizia. Sono invece di Setzu Francesco Melis, 50 anni, che funge probabilmente da soprastante, Francesco Caria, Priamo Serra, Daniele Sitzia, Francesco Zucca, 27 anni, tutti «servi contadini», Battista Zucca, «servo porcaro», il «ragazzo» Antonio Efisio Incani e il boinarjeddu Paulicu Marongiu, un bambino di 10 anni che accudisce i buoi. A questa servitù «della casa» bisogna aggiungere quei soci esterni che conducono i bestiami, come Leonardo Pibiri, 45 anni, che è stato «socio minore» porcaro della Diana. È evidente che la struttura aziendale della casa Cotza-Diana manifesta una marcata evoluzione rispetto a quella setzese di don Francesco Ignazio Cadello, che nel 1729 impiegava essenzialmente soci esterni. Una evoluzione che possiamo intendere anche come un principio di razionalizzazione produttiva, per la possibilità di tenere sotto diretto controllo, anche attraverso un amministratore e un soprastante, la forza-lavoro impegnata nelle coltivazioni e nella conduzione e cura dei bestiami. Amministratore e «procuratore generale» della casa Cotza-Doria nel 1840 è il notaio Domenico Zonca di Tuili. L’unica azienda che a Setzu può reggere il confronto con quella dei Cotza-Diana è quella dell’«escrivent» Priamo Cotza, 35 anni, nipote di Giuseppe Cotza e Rosa Diana, che vanta un cospicuo patrimonio, dal valore stimato di 3000 scudi sardi, e dovrebbe perciò impiegare nella sua azienda non meno di 8-10 servi. Lo «stato delle anime» del 1862 attribuisce in effetti alla sua casa soltanto nove conviventi, lui, la moglie Anna Massenti, tre figli e soltanto quattro servi (due maschi e due 27 femmine, nessuno dei quali di Setzu, ma provenienti da Tuili, Genuri e Ussaramanna), ma è probabile che Priamo, che ha sessant’anni, abbia ridimensionato la gestione diretta della sua azienda29. Le altre case principali che risultano da questo «stato delle anime» sono quella di don Pietro Massidda, 39 anni, vedovo, che coabita con due figlie e cinque servitori, tre maschi e due femmine, e quella di don Salvatore Diana che vive con la moglie, donna Maria Salis di Simala, due figli, di uno e tre anni, e quattro servitori, due maschi e due femmine. Le altre case che alloggiano dei dipendenti sono soprattutto dei Cotza: Antonio, che ha due servitori maschi, Francesco Maria che ha due serve, e Paolo che ha un servitore. A queste si aggiungono le case di Francesco Macis Concu, con due servitori, un maschio e una femmina, del rettore Antonio Setzu (una femmina), di Daniele Sitzia (un maschio), di Salvatore Melis Sanna (un maschio), di Giuseppe Luigi Puxeddu (un maschio) e infine della vedova Maria Sideri (un maschio). Nell’insieme, nel 1862 prestano servizio in casa padronale a Setzu almeno 25 giovani, in prevalenza provenienti da altri villaggi: Genuri (5), Tuili (4), Ussaramanna (2), Turri e Ales (1). Ai nuovi assetti gestionali delle maggiori aziende rurali, nella forma della sotzaria aiuntru si deve molto probabilmente almeno una parte degli incrementi produttivi della cerealicoltura setzese che si manifestano negli anni tra il 1821 e il 1825, quando le rese annuali medie arrivano a 10,6 (raccolto medio di 4301 starelli per una semina di 405 starelli), tre volte tanto le rese denunciate nel 1780 e nel 1785 (3,65 in media) 30. Non possiamo però escludere neppure una maggiore utilizzazione dei concimi animali, specie nei chiusi, e una prima sperimentazione di rotazione restitutiva con leguminose in una parte almeno del paberile. A prescindere dalla doppia frattura esistente da un lato tra il nucleo ristrettissimo dei principales e una ventina di coltivatori che conservano la loro autonomia produttiva, e dall’altro tra questi contadini autonomi e quelli che non possiedono terra e forniscono la propria forza-lavoro e quella dei familiari alle maggiori aziende, nel complesso Setzu sembra godere rispetto agli altri villaggi della Marmilla appartenenti ai Quirra di un certo vantaggio per la relativa abbondanza di terre aratorie e per le considerevoli risorse pabulari, boschive e venatorie della Giara. 5. Le proprietà secondo il catasto del 1851 Una conferma eclatante della marcata concentrazione della proprietà fondiaria di Setzu viene dal primo catasto sardo, istituito sulla base della legge sabauda del 15 aprile 1851. Nell’insieme il cosiddetto «cessato catasto» attribuisce a Setzu una superficie di 853,72,67 ettari, con una rendita agricola di 11.282 lire30. I maggiori proprietari, per superficie e reddito agrario, sono: 28 Titolare Comune Cotza Priamo Massidda don Pietro Massidda don Giuseppe Luigi (Gesturi) Massidda donna Antonia (Turri) Massidda don Nicolò (Mandas) Cotza donna Paola (Sini) Arcais donna Anna Cancedda Giuseppe (Simala) Ruda don Salvatore Angelo (Cagliari) Chiesa Parrocchiale Legato Pio di Setzu Cappella del Rosario Cotza Francesco Maria Muscas Isidoro Mocci Francesco superficie (ha) reddito (lire) 312,30,62 61,68,50 51,98,75 51,13,75 48,80,05 47,19,75 36,36,50 35,42,54 28,84,50 24,32,96 18,72,00 12,62,50 8,71,00 8,55,29 7,31,00 7,16,50 1327,15 1435,42 892,60 920,04 830,28 745,10 658,40 608,44 496,34 350,25 336,39 125,09 127,91 172,12 133,26 146,38 Se teniamo da parte la proprietà del Comune, quasi tutta sulla Giara, e la proprietà ecclesiastica, le nove maggiori proprietà dei Cotza (2), Massidda (4), Arcais, Cancedda e Ruda assommano ad una estensione di 386 ettari, con un reddito complessivo di 6.937 lire, che rappresentano, rispettivamente, il 45,6 per cento della superficie totale e il 61,5 per cento dell’intero reddito di Setzu. Detraendo poi dalla superficie e dal reddito complessivi del villaggio le proprietà e i redditi del Comune e degli enti e soggetti ecclesiastici, queste percentuali salgono, rispettivamente, al 79,8 e al 75,4 per cento. Questo significa che al restante degli abitanti, una sessantina di famiglie, resta il 20,2 per cento della proprietà fondiaria e il 24,6 del reddito agricolo31. Questi crudi dati statistici vanno peraltro integrati con la considerazione che soltanto due dei nove maggiori proprietari di Setzu, e cioè Priamo Cotza e don Pietro Massidda, risiedono a Setzu, mentre gli altri sette vivono in altri centri e impiegano perciò nel nostro villaggio soltanto i mezzi strettamente necessari alla messa a frutto delle loro terre, i cui profitti utilizzano altrove. Questa constatazione riapre però il discorso sulle ragioni più profonde della tenuta demografica di Setzu e della forza del suo radicamento territoriale, sulle quali getta maggior luce la ricca documentazione del saggio di Roberto Ibba. 29 Note Pietro Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sardinia, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1945, pp. 146, 160 e 175. Noi leggiamo Cesso come Setzu, pur senza averne piena certezza, e riteniamo che l’ipotesi più volte avanzata di una derivazione di questo toponimo da un gentilizio romano non sia del tutto arbitraria in un territorio indubbiamente propizio alla formazione di poderi o fundi romani. In merito si veda Gian Luca Atzori, Setzu, voce del Dizionario storico-geografico dei comuni della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia e Salvatore Tola, Carlo Delfino Editore, Sassari 2009, che sulla traccia di Giulio Paulis, I nomi di luogo della Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari 1987, evoca un latifondista romano dal nome Setius. Restando sempre sul terreno molto friabile delle congetture nominalistiche si potrebbero richiamare anche i gentilizi Sestius e Celsus. In ogni caso la menzione delle «Rationes Decimarum», non è decisiva come prova dell’esistenza a metà Trecento di un villaggio: nella diocesi di Usellus esse ricordano infatti Ales, Bannari, Barumela, Figu, Gonnosnò, Ollastra, Pau e Zeppara per il Parte Usellus, e Atzeni, Baradili, Baressa, Cesso, Genuri, Mara, Siddi, Sini, Sitzamus, Tuili, Ussara e Villanovaforru per la Marmilla, ma ignorano Gesturi, Pauli (Arbarei) e Turri. 2 Carlo Livi, Villaggi e popolazione in Sardegna nei secoli XI-XX, Carlo Delfino Editore, Sassari 2014, p. 209. 3 John Day, Uomini e terre nella Sardegna coloniale (XII-XVIII secolo), Celid, Torino 1987, p. 314. Sulle sorti di Sitzamus cfr. Francesco Sonis, Villaggi scomparsi della Sardegna: il caso di Sitzamus nel Settecento, Cuec, Cagliari 2010. 4 Libro de todas las gracias, concessiones, y capitulos concedidos, y aprobados por los muy illustres marqueses condes y condessas de Quirra al judicado de Ollastre, En la Imprenta de Santo Domingo, Caller 1738, pp. 110-20. 5 Attingo questi dati sulla popolazione di Setzu da: Francesco Corridore, Storia documentata della popolazione di Sardegna (1479-1901), Clausen, Torino 1902, pp. 116-17; Giuseppe Serri, Due censimenti inediti dei «fuochi» sardi:1583, 1627 e Il censimento dei «fuochi» sardi del 1655, in Bruno Anatra, Giuseppe Puggioni, Giuseppe Serri, Storia della popolazione in Sardegna nell’epoca moderna, AM&D Edizioni, Cagliari 1997, pp. 79-112 e 123-144 (ma 105 e 137); Archivio di Stato di Cagliari (ASC), Reale Udienza, Civili, b. 1805, fasc. 20.204 (scrutinii del grano 1780 e 1785); Archivio Storico Diocesano di Ales (ASDA), Quinque Libri, Setzu, vol. 72, fasc. 5 «Stati delle anime» del 1842 e del 1862. 6 Maria Lepori, Giuseppe Serri e Gianfranco Tore, Aspetti della produzione cerealicola in Sardegna (1770-1849), in «Archivio sardo del Movimento operaio, contadino e autonomistico», n. 11-13 (1979), pp. 155-246 (ma 241). 7 ASC, Reale Udienza, Civili, b. 1805, fasc. 20.204 (scrutinio del 1780). 8 Ivi, scrutinio del 1785. 9 Il Parlamento del vicerè Francesco de Benavides conte di Santo Stefano (1677-1678), a cura di Guido D’Agostino, Consiglio Regionale della Sardegna, Cagliari 2014, vol. 3, pp. 1474-475. 10 Il Parlamento del vicerè Giuseppe Solís Valderrábano conte di Montellano (1698-99), a cura di Giuseppina Cattani e Carla Ferrante, Consiglio Regionale della Sardegna, Cagliari 2004, vol. 1, p. 220, e vol. 3, p. 1771. 11 Don Francesco Ignazio Cadello è figura di tutto spicco del quadro politico e culturale sardo, tanto da essere chiamato a far parte nel 1755 della Giunta delegata dal governo sabaudo a istruire il progetto di riforma dell’Università cagliaritana: Pier Paolo Merlin, Progettare una riforma. La rifondazione dell’Università di Cagliari (1755-1765), Aipsa Edizioni, Cagliari 2010, p. 43. 12 La carriera accademica dei Cadello è ben documentata dall’Archivio Storico dell’Università di Cagliari (A.S.U.CA), b. 1, fasc. 2, ff. 45-46 (laurea in Diritto civile e canonico di Giuseppe Cadello, nel 1716), fasc. 3, ff. 3-7 (nomina a Rettore dell’Università del canonico don Salvatore Cadello, nel 1728) e ff. 59-62 (conferma a Rettore del medesimo per un secondo triennio), e fasc. 6, ff. 81-83 (laurea in diritto civile e canonico di Saturnino Cadello, cavaliere dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro). 13 Sui Cadello e il feudo di San Sperate si veda Stefania Lecca, L’analitica storica dei luoghi: la costruzione dello spazio agrario, sociale e politico di San Sperate nella grande transizione, tesi di laurea del Corso di 1 30 laurea specialistico in Scienze politiche, aa. 2008-2009 (rel. Gian Giacomo Ortu). 14 ASC, Regio Demanio, Feudi, b. 85, «Liste del mezzo portatico» 15 Ivi, «Osservazioni del consiglio comunitativo di Setzu sulle consegne feudali del marchese di Quirra» 16 Ivi, «Liste del diritto di vino». 17 Su queste vicende vedi più recentemente Giovanni Serreli, La politica territoriale dei Carròs nel XV secolo, in Rossana Martorelli, a cura di, Itinerando. Senza confini dalla preistoria ad oggi. Studi in ricordo di Roberto Coroneo, Morlacchi Editore, Perugia 2015, vol. 2, pp. 1037-53. 18 ASC, Regio Demanio, Feudi, b. 85 «Osservazioni del Consiglio comunitario» cit. 19 Ivi, «Lista di riparto della roadia» (9 settembre 1818). 20 Cfr. in merito Gian Giacomo Ortu, Feudo, villaggio, famiglia e mercato della terra nella Sardegna della seconda metà del Settecento, in «Quaderni storici», n. 65,1987, pp. 493-521 (ma 495-97), e Profili di identità, in Idem, Masullas: il paese di Predi Antiogu, Cuec, Cagliari 2007, pp. 38-40. 21 ASC, Regio Demanio, Feudi, b. 85, «Stato dimostrativo dei pagamenti della roadia nel Dipartimento di Marmilla». 22 Per provare la legittimità della riscossione nei villaggi della Marmilla di un «regalo» o presenti il marchese di Quirra fa riferimento nelle sue «controdeduzioni alle osservazioni fatte dal comune di Setzu» ai «capitoli di grazia» sottoscritti nel 1416 dai conti Carroz con i villaggi della baronia di San Michele (conservati in ASC, Segreteria di Stato, II, b. 1647, e pubblicati da Raffaele Di Tucci, La proprietà fondiaria in Sardegna dall’Alto Medioevo ai giorni nostri, Tip. Ledda, Cagliari 1928), evocando così una improbabile estensione della convenzione pattuita con un distretto ad un altro distretto del suo «stato» 23 Ivi, «Tavole riassuntive dei diritti gravanti su Setzu». 24 Per questi dati ASD, Fondo Monti Granatici, per il quale mi valgo delle elaborazioni di Roberto Ibba . 25 ASC, Real Corpo di Stato Maggiore, Processi verbali, n. 87, Setzu. 26 Su questa azienda agraria di tipo capitalistico, seppure a base ancora associativa, si vedano Luciano Marrocu, Su meri e su sotzu, in «Quaderni sardi di storia», 1, 1980, pp. 123-49, e Gian Giacomo Ortu, Famiglia e azienda contadina nella Sardegna feudale (e moderna), in Anna Oppo, a cura di, Famiglia e matrimonio nella società sarda tradizionale, Cooperativa La Tarantola, Cagliari 1990, pp. 37-53. 27 ASC, Reale Udienza, Criminali, III serie, classe 2, fasc. 5910 (a. 1841). La causa è stata rinvenuta da Roberto Ibba. 28 Al riguardo Gian Giacomo Ortu, Zerakkus e zerakkas sardi, in «Quaderni storici», n. 68, 1988, pp. 413- 35. 29 ASDA, Quinque Libri, vol. cit., «Stato delle anime» del 1862. 30 Per questi dati vedi nota 24 . 31 ASC, Cessato Catasto, Comune di Setzu, «Matrice dei beni rurali» (reg. 2514). FAMIGLIE E COSTRUZIONI GENEALOGICHE DELLO SPAZIO R I 33 I. CONTESTI POLITICI 1. La Marmilla dal giudicato di Arborea al mosaico feudale In età giudicale Setzu fa parte della curatoria di Marmilla, sotto il dominio dei giudici di Arborea. La Marmilla è allora un territorio strategico, perchè rappresenta una frontiera tra l’Arborea e il Cagliaritano, tanto che nel 1206 i giudicati di Cagliari e di Arborea fissano il loro confine a partire dal villaggio fortificato di Sanluri1. Durante la lunga conquista catalana, la Marmilla è più volte oggetto di scontri armati e scaramucce: una costante militare di cui il castello di Las Plassas è ancora un segno forte nella struttura insediativa del territorio2. La battaglia campale di Sanluri, nell’estate del 1409, segna la definitiva sconfitta del giudicato d’Arborea, sul cui trono siede allora il visconte francese Guglielmo di Narbona, nipote di Eleonora d’Arborea, e l’affermazione delle armi catalano-siciliane comandate dal re di Sicilia Martino il Giovane3, figlio ed erede del re d’Aragona Martino il Vecchio. Successivamente, per la sua posizione strategica, la Marmilla resta per alcuni anni sotto il controllo della Corona, con l’eccezione dei villaggi di Villamar, Tuili e Gesturi, infeudati al fedelissimo Gerardo de Doni, un mercante e armatore che ha contribuito al finanziamento della spedizione militare e alla cura della sua logistica. La fiducia di Martino il Vecchio nei suoi confronti è tale che lo incarica anche di occuparsi dell’ultima amante del figlio, la «Bella di Sanluri», nella speranza che possa partorirne un erede4. I de Doni sono una famiglia di grossi mercanti di origine fiorentina attivi tra Barcellona e Cagliari sin dagli ultimi decenni del XIV secolo: Guido e Giuliano, in particolare, sono tra i più importanti armatori e operatori della piazza cagliaritana, in stretto rapporto con il governo catalano dell’isola. Gerardo ottiene l’infeudazione dei villaggi di Gesturi5, Mara6 e Tuili con la formula «secundum morem Italiae», confermata da Martino il Vecchio il 28 novembre 1409. Il feudo è poi ereditato dal figlio Giovanni, che il 6 aprile 1421 ne riceve la conferma da Alfonso V, che nel 1438, a rimerito dei servigi che gli ha prestato nell’assedio del castello di Monteleone, gli amplia il diritto di successione feudale alle figlie femmine. Nel diploma di infeudazione sono menzionate le ville di Mara, Tuili, Gesturi, Monastir, Nuraxi, Premont e Segafenu, con una estensione quindi della prima concessione ad alcune ville del Campidano di Cagliari. Il documento sarà peraltro denunciato come falso nel 1563 da don Salvatore Aymerich nella causa con i de Doni per il possesso di Gesturi e successivamente, nel XVIII secolo, anche dal procuratore reale in un procedimento per la devoluzione del feudo7. I diritti feudali dei de Doni sono trasmessi il 14 giugno 1440 a un altro Gerardo, 34 figlio di Giovanni, ancora minore e perciò assistito da un procuratore, Simone Roig. In difficoltà economiche Gerardo è in seguito costretto a vendere Gesturi per 5500 lire al fratello Giovanni, che si assume l’onere dei censi da corrispondere, su un capitale complessivo di 5300 lire, al cognato don Giacomo d’Aragall, agli eredi di Pietro Valdés e a Pietro Bellit, che entra in possesso della villa di Monastir. Ma alla fine don Giovanni sarà insolvente e i diritti sulla villa di Gesturi verranno acquistati da don Pietro Aymerich, che li trasferirà prima al figlio Salvatore (1493) e poi al nipote Pietro Salvatore (1499). Pietro de Doni, figlio di Gerardo, riuscirà a rientrare in possesso di Gesturi solamente nel 1504, con una sentenza del viceré Dusay confermata nel 1522 da Carlo V. A Pietro seguiranno un figlio omonimo e quindi nel 1547 il nipote Filippo, che morirà senza prole interrompendo la linea della primogenitura. Subentrerà allora nei suoi diritti su Gesturi il fratello Ferdinando (1552) e poi il figlio di questi, Guido (1580), alla morte del quale il feudo passerà alla figlia Chiara, sposata con Gerardo Zatrillas, signore del Gerrei, ed è proprio quest’ultimo il passaggio che il procuratore reale contesterà nel XVIII secolo, avviando una lunga causa per la devoluzione di Gesturi al fisco. Nondimeno donna Chiara ha ottenuto un primo riconoscimento dei suoi diritti su Gesturi nel 1572 dal procuratore reale Onofrio Fabra, e una conferma regia nel 1599. Il figlio Salvatore sposa la sorella del marchese di Villacidro, Anna Brondo, da cui ha due figlie, Chiara e Caterina. Salvatore premuore alla madre ma le figlie gli succedono comunque nei diritti su Gesturi. Chiara sposa lo zio Giambattista Zatrillas e la coppia in difficoltà deve vendere il feudo, per 41.167 lire, a Caterina, sposata con Diego Vico, che si assume l’obbligo di risarcirne i creditori. Il figlio di Diego e Caterina, Francesco Vico, nipote omonimo del celebre magistrato, giurista e storico, riceve l’investitura nel 1637, ma muore qualche anno dopo. Donna Caterina ha intanto contratto un secondo matrimonio con Sisinnio Ponti, che prende possesso di Gesturi nel 1648, a nome della moglie, ma riesce ad averne l’investitura soltanto nel 1651 dopo una lunga lite con il fisco8. Nel Settecento il feudo sarà, come anticipato, definitivamente avocato dalla Corona. Anche il villaggio di Tuili subisce gli effetti della dismissione feudale dei de Doni, perchè nel 1460 è ipotecato a Giacomo d’Aragall, governatore del capo di Cagliari e di Gallura. Durante la rivolta del marchese di Oristano, Leonardo Alagon, tra il 1470 e il 1478, la Marmilla viene occupata dalle sue truppe e signore di Tuili è un certo Gabriele Vacquer. Ristabilita la pace, Pietro Aragall può succedere al padre Giacomo e chiedere quindi la vendita all’incanto del villaggio per recuperare i suoi crediti nei confronti dei de Doni. Ad aggiudicarselo è Salvatore de Sena, ma il sovrano Ferdinando il Cattolico annulla l’atto perché nel frattempo ha infeudato Tuili a Giovanni Santa Cruz, suo stretto collaboratore, giurista e militare distintosi nella riconquista del marchesato di Oristano. L’amministrazione feudale di Giovanni Santa Cruz ha lasciato un segno importante sul territorio: la commissione sul principio del XVI secolo alla bottega del Maestro di Castelsardo del grande retablo per la parrocchiale di San Pietro. Da Giovanni Tuili passa al figlio Salvatore, e seguendo la primogenitura a Giacomo, sposato con Agostina de Prunai, che, rimasta vedova, dal 1650 amministra il feudo per conto del figlio minorenne Emanuele. Nel 1659 Tuili è quindi venduto ad Ambrogio 35 Martin, mercante di origine genovese, che lo trasmette ai nipoti, prima Michele e poi Marianna. Marianna Martin si unisce al barone di Samatzai, Gerolamo Cervellon, e la loro figlia, anche lei Marianna, sposa a sua volta Giovanni Battista Fortesa, conte del Monteacuto. Marianna Cervellon muore senza prole, lasciando per testamento tutti i suoi diritti ad Angela Pilo, figlia di Francesco Pilo Cervellon, che sposa in prime nozze Michele Cervellon, marchese di Las Conquistas, e in seconde nozze Giuseppe Vico Torrellas. Rimasta senza discendenza, Angela dona il suo feudo a Pietro Ripoll, marchese di Neoneli, che nel 1774 ottiene l’elevazione di Tuili a contea, divenendone il primo barone titolato. La nuova contea resta alla famiglia Ripoll che si lega alla famiglia Asquer, per il matrimonio tra Emanuele Ripoll e Giovanna Asquer. Il loro figlio, un altro Emanuele, sposa Giovanna Maria Nin di San Tomaso, il cui primogenito, Pietro, si unisce ad Anna Cadello di San Sperate. Il loro erede designato, Emanuele, premuore al padre e il titolo feudale passa a Margherita Ripoll Cadello, ultima contessa di Tuili e marchesa di Neoneli, sposata con Carlo Sanjust di Teulada9. Per la sua vicinanza al villaggio di Setzu e per l’iniziale comune infeudazione è opportuno completare la mappa e vicenda feudale della Marmilla con alcune notizie sulla baronia di Las Plassas, comprendente il villaggio omonimo, Barumini e Villanovafranca. Nel 1421 questa baronia è infeudata, assieme agli altri villaggi della Marmilla e alla baronia di Monreale, a Guglielmo Raimondo Montcada, fedelissimo del sovrano Alfonso, per esserne poi nuovamente separata nel corso della contesa ereditaria tra i Besalù e i Carroz, con successiva devoluzione al demanio. I diritti su Barumini, Las Plassas e Villanovafranca sono poi ceduti da Carlo V, nel 1537, alla famiglia Rocabertì, che nel 1541 li vende a sua volta ad Azorre Zapata, che ne ottiene conferma dal sovrano nel 1563. La baronia di Las Plassas è quindi ereditata dal figlio di Azorre, Francesco, e poi dalla nipote Eleonora, che nel 1628 è chiamata a esibire i suoi titoli di possesso al procuratore reale. Eleonora sposa Giuseppe Zapata, cugino del ramo spagnolo della famiglia, e trasmette il feudo al figlio Francesco. Da questi la baronia di Las Plassas passa ad un altro Azorre e al figlio Ignazio, la cui moglie, Giuseppa, ne prende possesso nel 1684 per il figlio Francesco, ancora minore. Alla morte di Francesco si apre una causa di successione tra la moglie, Caterina Spiga Torrellas, marchesa di Soleminis, e il fratello Antonio, che una sentenza del 1699 risolve in favore del secondo. Ad Antonio succedono nel 1751 il figlio Lorenzo e nel 1766 il nipote Francesco, e nonostante il procuratore reale ne chieda la devoluzione, il feudo passa successivamente ad un Lorenzo, ad un Efisio Luigi e infine ad un ultimo Lorenzo, che nel 1836 beneficia del riscatto delle giurisdizioni feudali10. Questo complesso mosaico feudale induce alcune suggestioni sulla “tessera” Setzu: ai piedi della Giara ci appare come un vero e proprio villaggio di “frontiera”, sede per qualche tempo degli uffici baronali, e attrattivo perciò di famiglie importanti al servizio dei signori di Quirra, come i Cadello. Viene da immaginare anche un villaggio predisposto alla difesa del confine tra i cinque feudi che insistono sulla Marmilla e sui suoi confini: i marchesati di Quirra e di Laconi, la contea di Tuili e le baronie di Las Plassas 36 e di Gesturi. I conflitti di attribuzione nel grande altipiano della Giara sono pertanto anche scontri tra i feudatari, e non soltanto tra comunità e tra singoli vassalli per l’uso delle sue risorse. 2. Setzu dai Montcada ai Carroz Proprio per la posizione strategica e la marcata produttività agraria, la contrada della Marmilla resta negli anni immediatamente successivi alla battaglia di Sanluri sotto il controllo della Corona, amministrata da funzionari regi. Uno di questi, il procuratore reale Bartolomeno Vidal, nel 1418 riceve le istruzioni per l’esazione dei tributi nelle contrade di Marmilla, Monreale, Parte Usellus e Parte Valenza11. Nel 1420 Alfonso il Magnanimo sigla ad Alghero un accordo con Pietro de Pomayrol, procuratore del visconte di Narbona, con il quale questi accetta una composizione monetaria delle sue pretese dinastiche sul giudicato d’Arborea12. Nello stesso anno la Marmilla è concessa in feudo a Guglielmo Raimondo de Montcada, esponente di una famiglia catalana molto vicina al sovrano13. I suoi antenati hanno ricoperto nel principato di Catalogna, tra XII e XIII secolo, gli incarichi di senescalco e di cancelliere14. Un ramo della famiglia si è stabilito anche in Sicilia, dove ha ottenuto l’infeudazione di alcuni villaggi e ricoperto diversi incarichi amministrativi. Guglielmo Raimondo è tra i feudatari convocati da Alfonso il Magnanimo al parlamento del 142115, subito dopo il quale, il 4 marzo 1421, prende possesso dei feudi della Marmilla e del Monreale16. Nello stesso parlamento è contestato al Montcada dai rappresentanti di Bosa il possesso feudale della loro città17. Il Montcada partecipa anche alla riunione dello stamento militare del 1446, valendosi come procuratore di Dalmazzo Çatirera, capitano del Monreale e della Marmilla18. Nei capitoli approvati nel 1452 sono fissati l’ammontare del donativo, 32.000 ducati, e le modalità della sua ripartizione. La quota imputata al Montcada è calcolata su una rendita annua di 4000 lire, che ne fa uno dei più ricchi e potenti feudatari sardi, il quarto nell’ordine dopo il marchese di Oristano, il conte di Quirra e il conte di Oliva19. La dinastia di Guglielmo si estingue con l’unica figlia, Eufrosina, che sposa il cugino Matteo Florimon de Montcada, e la Marmilla e il Monreale tornano così nella disponibilità del demanio regio. Non a lungo peraltro, perchè il 14 dicembre 1454 sono concessi a Pietro de Besalù, benemerito per aver fornito alla Corona aiuti economici e militari. Ma intanto le due regioni, ricche e strategiche, hanno richiamato l’attenzione della più potente dinastia dell’isola, i Carroz. Il conte di Quirra, Giacomo, apre infatti una lunga causa contro il Besalù per il loro possesso, forte della promessa fatta a suo tempo da Ferdinando I ai Carroz di ripagarli degli oneri sostenuti nella conquista dell’isola. Alla morte di Giacomo Carroz e di Pietro Besalù il contenzioso è ereditato dai rispettivi figli, Violante e l’omonimo Pietro20. La causa si risolve infine, nel 1482, a favore dei Carroz21, ma solo due anni dopo viene pronunciata la sentenza definitiva che aggiudica la Marmilla e il Monreale a Violante Carroz22. La contrada della Marmilla, composta dai villaggi di Pauli Arbarei, Ussaramanna, 37 Turri, Genuri, Setzu, Sini, Baressa, Atzeni, Siddi, Ussarella, Sitzamus, Lunamatrona, Villanovaforru e Baradili, passa dunque alla fine del XV secolo sotto il controllo del più vasto e articolato feudo sardo. Giunti in Sardegna nel 1323 al seguito dell’Infante Alfonso, i Carroz nel 1482 sono già in possesso, oltre che dell’Ogliastra, del Sarrabus e di alcuni villaggi del Cagliaritano23, anche delle contrade di Bonorcili, Usellus e Parte Montis, ricevute in dote da Berengario Carroz per il suo matrimonio con Eleonora Manrique24. Alla morte di Berengario, nel 1427, la contea di Quirra è ereditata dal figlio Giacomo, che diventa uno dei più preziosi sostegni militari del sovrano, tanto da esserne ricompensato con la carica di camerlengo e di viceré, ricoperta dal 1452 al 1454. Giacomo incrementa ulteriormente il dominio feudale dei Carroz ottenendo Maracalagonis e Sestu e possedendo per qualche anno anche la città di Iglesias25. Nel 1455 formalizza la concessione di alcuni privilegi ai suoi vassalli ogliastrini26. Nel 1446 è uno dei tre feudatari – gli altri due sono il marchese di Oristano e il conte di Oliva – autorizzati a convocare lo stamento militare27. Giacomo Carroz muore nel 1469 per le ferite riportate in un incendio scoppiato nel suo castello di San Michele. Sua erede universale per testamento è Violante Carroz, ancora minorenne28, affidata perciò alla tutela del vicerè Nicolò Carroz, del ramo d’Arborea, di Martino Aymerich e di Simone Roig. Dal 1470 Nicolò è impegnato nella lotta contro il marchese di Oristano Leonardo Alagón29, e non esita ad utilizzare le rendite dei feudi di Quirra per finanziare la campagna militare, cosa che gli è possibile per il matrimonio del figlio Dalmazio con Violante, celebrato nel 1471. Dalmazio scompare prematuramente dopo la battaglia di Macomer del 1478, mentre Nicolò è costretto a ritirarsi dalla scena pubblica per una malattia. Nel frattempo Violante ha raggiunto la maggiore età e ha subito manifestato l’intenzione di prendere possesso del suo patrimonio, osteggiata in ciò prima dalla moglie di Nicolò, Brianda de Mur, poi dalla figlia, Beatrice30. Questa contesa ereditaria si conclude l’8 novembre 1504, quando Ferdinando il Cattolico concede a Violante l’allodiazione dello stato di Quirra31. Questo significa che Violante può disporre dei suoi possedimenti anche per donazione e vendita, senza che debbano tornare al fisco in assenza di eredi diretti. Un anno dopo essere rimasta vedova, Violante si risposa con Filippo di Castro So, dal quale ha due figli, Giacomo e Filippo, che muoiono entrambi nel 1503. Subisce anche un processo come mandante dell’omicidio del sacerdote Giovanni Castangia, che ha fatto giustiziare ad Ales32. La sua morte avviene verosimilmente tra la fine del 1510 e il principio del 1511. Il suo corpo è tumulato a ridosso del convento di San Francesco di Stampace, a Cagliari33. Nel suo testamento34 ha indicato quale erede universale Gugliemo Raimondo Centelles Carroz, figlio della sorella Toda e di Luigi Centelles, che deve lottare contro le pretese del fisco di avocare il feudo di Quirra. Da Guglielmo l’eredità passa al figlio Luigi e da questi al cugino Gioacchino, figlio di Serafino Centelles. Gioacchino sposa Elisabetta Castellana de Mesquitta, precisando nei relativi capitoli matrimoniali l’ordine da seguire nella successione35. La loro unica figlia, Allemanda, eredita i possedimenti della famiglia tramite una donazione fattale dal padre l’11 febbraio 1589, in occasione del suo matrimonio con 38 Cristoforo Centelles, figlio del marchese di Nulles e della marchesa di Mercader. Donazione confermata, nel gennaio del 1601, dalle ultime volontà di Gioacchino e vanamente contrastata dalle sorelle del medesimo, Giovanna e Violante, che ricorrono prima alla Reale Udienza e poi al Consiglio d’Aragona. Ma a prendere possesso del feudo, alla morte di Gioacchino, è la sua seconda moglie, Marianna de Pinós, innescando un nuovo contenzioso presso la Reale Udienza. Nel frattempo, nel 1604, in seguito al parlamento del conte d’Elda, il contado di Quirra è elevato a marchesato. Allemanda muore nel 1607, con la causa ancora in corso, e il suo testamento, del 27 luglio 1607, designa erede universale il marito Cristoforo, che si affretta a prendere possesso del marchesato, nonostante l’opposizione di Marianna de Pinós. Il Supremo d’Aragona nel 1613 respinge definitivamente le pretese di Marianna e assegna i feudi a Cristoforo, che nel 1609 ha contratto un secondo matrimonio con Girolama Calatayud e si è trasferito stabilmente in Spagna. Cristoforo nomina suo erede universale il figlio di secondo letto Gioacchino, che torna in Sardegna per amministrare il feudo. Sposa Stefania de Montcada, figlia del marchese d’Aytona, e nei capitoli matrimoniali conferma le disposizioni testamentarie del padre. Durante la permanenza in Sardegna Cristoforo ha un contrasto istituzionale con la famiglia Alagón per il ruolo di prima voce dello stamento militare durante il parlamento Avellano. Nel secondo soggiorno nell’isola vende Burcei, Sinnai e Maracalagonis a Benedetto Nater, senza aver chiesto l’autorizzazione regia. Nel 1653 il Nater rivende i tre villaggi ad Agostino Martin, ma il Consiglio d’Aragona dichiara nulla la prima vendita per una causa di successione in corso. Si apre così un procedimento giudiziario parallelo a quello ereditario, che si conclude soltanto nel 1691 con una nuova presa di possesso dei villaggi da parte del marchese di Quirra36. Con un testamento del 2 novembre 1663 Gioacchino lascia il feudo di Quirra, insieme a quello di Nulles, a Francesco Borgia, duca di Gandía, che muore poco meno di un anno dopo, lasciando l’eredità al figlio Francesco Carlo, marchese di Lombay37. I Borgia, che possiedono già per eredità dei Centelles lo «stato» di Oliva, sono una delle più potenti e prestigiose dinastie valenzane, che può vantare santi e pontefici. Uno dei titolari dello «stato» di Oliva, Carlo Borgia, ha anche ricoperto la carica di viceré di Sardegna dal 1611 al 161738. Nel 1664 un altro ramo dei Centelles, che fa capo ad Antonio Giovanni, ricorre senza successo presso la Reale Udienza sarda contro le disposizioni testamentarie di Gioacchino. Ma un altro ricorso contro i Borgia è intentato dalla famiglia Català, prima con Giuseppe e poi con il figlio Oggero. La causa si sviluppa sin dall’inizio su un duplice binario: presso la Reale Udienza di Sardegna e presso la curia di Castellon de la Plana, in Valenza. Nel 1675 il duca di Gandía prende comunque possesso dei territori di Nulles e di Quirra. Nel frattempo l’ultimo dei Centelles, Giovanni, presenta un nuovo ricorso alla Reale Udienza di Cagliari, i cui giudici nel 1675 emettono una prima sentenza interlocutoria dichiarando da una parte nulla la presa di possesso di Pasquale Francesco Borgia, ma reimmettendolo dall’altra nei diritti sul marchesato secondo le disposizioni testamentarie di Gioacchino Centelles, pur condannandolo alle spese processuali39. Entrambe le parti ricorrono contro la sentenza e Oggero Català porta la causa nel 39 Consiglio d’Aragona, che nel 1691 conferma però la sentenza a favore dei Borgia. Non cessano tuttavia ancora i conflitti di attribuzione della competenza sulla causa perché i contendenti «giocano» la partita rivolgendosi ai giudici ipoteticamente a loro più favorevoli. Nel 1698 il Consiglio d’Aragona invita la Reale Udienza sarda a non frapporsi più nelle cause dei Català, perché di competenza del foro valenzano. La lite viene portata avanti da Giuseppe Català, figlio di Oggero, e da Luigi Borgia, figlio di Paquale Francesco, che prende possesso del marchesato di Quirra. Ma la causa si complica ulteriormente con l’ingresso di Michele Martin Mazones, che contesta la vendita non autorizzata dal sovrano dei villaggi di Burcei40, Maracalagonis e Sinnai41, e del marchese di Moya, a tutela degli interessi della moglie Gaetana de Omns sull’eredità di Alemanda Carroz42. Nel 1720 il Regno di Sardegna passa ai Savoia e mentre il Consiglio d’Italia, ora competente per le isole della Corona d’Aragona, il 4 luglio 1722 conferma una sentenza della Reale Udienza che aveva assegnato i feudi di Quirra ai Català, il duca di Gandía ricorre al Gran Consiglio di Torino43. La sua prima sentenza, del 5 febbraio 1725, blocca l’ordinanza del tribunale di Madrid, considerato non più competente. Ma nel 1726, acquisita tutta la documentazione, il medesimo Consiglio ordina il sequestro di tutti i territori del marchesato di Quirra e chiede al duca di Gandía la restituzione delle rendite degli ultimi sessanta anni44. La sentenza definitiva nell’interminabile causa viene emessa il 30 dicembre 172645: Giuseppe Català di Valeriola è riconosciuto legittimo titolare dei feudi di Quirra e ne viene ordinata l’ immissione in possesso. Al duca di Gandía sono richieste le rendite percepite dopo il 1709, ritenendo che abbia goduto in buona fede di quelle antecedenti. Contestualmente sono respinte le pretese del marchese di Moya e di sua moglie. Giuseppe Català sposa Francesca Cardona e, alla sua morte, nel 1728, l’eredità è raccolta dal figlio Gioacchino. Questi deve far fronte ad un nuovo tentativo di devoluzione da parte del governo sabaudo, perché Carlo Emanuele III, nel timore che durante la guerra di successione austriaca i feudatari spagnoli possano schierarsi contro di lui, ne sequestra tutti i feudi. Gioacchino Català rientrerà in possesso del suo soltanto nel 174946. Gli ultimi Català feudatari di Quirra sono Vincenzo, che eredita nel 1754, e la nipote Giuseppa Domenica, che prende possesso dei feudi nel 1766, in minore età. Il suo tutore, Gioacchino Antonio Castelvì, nomina un podatario generale, Agostino Grondona, che diventa il vero amministratore del feudo47. Le vicende ereditarie del marchesato di Quirra non si sono però ancora chiuse perchè in Spagna Filippo Carlo Osorio, che ha ereditato il feudo valenzano di Nulles, continua a richiedere, sempre sulla base del testamento di Gioacchino Centelles, anche il feudo di Quirra. Nel 1798 c’è un primo riconoscimento in tal senso, al quale si oppone Giuseppa Català, mentre il fisco cerca nuovamente di devolvere il feudo alla Corona. Si apre così una contesa diplomatica con il sovrano spagnolo che interviene per tutelare gli interessi dei suoi sudditi. Il tentativo di devoluzione viene sospeso nel 1805, ripreso nel 1811 e nuovamente sospeso nel 1819. Nel 1805 Giuseppa Català rinuncia alle sue pretese sul marchesato di Quirra, consi- 40 derando che la motivazione addotta a proprio favore dagli Osorio, e cioè l’inscindibilità dei titolari del marchesato di Nulles e del marchesato di Quirra, è la medesima proposta dai suoi avi qualche decennio addietro. Il marchesato passa quindi di mano per l’ultima volta, perchè Filippo Carlo Osorio, che muore il 23 ottobre 1815, lascia i suoi possedimenti al figlio Filippo Maria, il protagonista della trattativa con il governo sabaudo per il riscatto del feudo48. Concludiamo questo lungo excursus storico rimarcando l’addensamento di poteri e interessi feudali in un territorio, quello della bassa Marmilla, esteso poco più di 400 chilometri quadrati, dove essi vengono a sovrapporsi a una maglia insediativa fitta, con villaggi ravvicinati e una conflittualità sui loro confini che può coinvolgere le comunità ma anche i baroni e i singoli abitanti. Un territorio nel quale hanno radicato il loro potere alcune delle maggiori famiglie feudali protagoniste della storia sarda e mediterranea lungo l’età medievale e moderna: i Doni, i Montcada, i Carroz, gli Aymerich, i Castelvì, gli Zapata e i Santa Cruz. 3. La comunità di villaggio tra Medioevo ed Età moderna L’affermarsi della comunità di villaggio sia come ente utilizzatore del fundamentu, sia come soggetto politico portatore di interessi nei confronti dei donnus in epoca giudicale e dei feudatari in età tardo medievale e moderna, fa emergere molteplici figure di rappresentanza dei suoi interessi. Sotto il dominio dei giudici d’Arborea le comunità di villaggio erano rappresentate da mandatores o pupillos, mentre l’esercizio del potere amministrativo e fiscale era demandato ai maiores, scelti dal giudice, che avevano competenza su un singolo villaggio o su una scolca, (raggruppamento di alcuni piccoli villaggi). Sullo sfondo di questa ufficialità locale intuiamo la presenza di un’assemblea di capi-famiglia, forse non ancora formalizzata49. Con il «Codice rurale» di Mariano IV e successivamente con la «Carta de Logu» d’Arborea, del 1392, sono istituzionalizzati gli jurados, che sovrintendono al governo dello spazio agrario: «dieci in ciascun villaggio maggiore e cinque in quelli minori, scelti tra gli uomini migliori che vi siano, a volontà dell’ufficiale». I majores e i giurati si trovano ben presto a mediare tra gli interessi del titolare della giurisdizione e quelli del villaggio, soprattutto per l’accesso alle risorse fondiarie. Il majore e i giurati di Setzu non compaiono tra i sottoscrittori della pace del 1388 tra Eleonora d’Arborea e Giovanni I d’Aragona, quando tutti quelli della Marmilla sono convocati a Mara Barbaraghesa (attuale Villamar) nel piazzale antistante una chiesa dedicata a San Saturnino. Si presentano: per Genuri il majore Silvestro Pipiri e i giurati Hoguitto de Zori, Leonardo Careana e Giorgio Ferru; per Gesturi il majore Antioco de Serra e i giurati Salvatore Uteri, Stefano de Arca, Giuddu Tronce, Barçolu Cossu, Pietro Dorru, Antioco Machuça, Andrea Pullu e Michele de Orlandu; per Sini il majore Murronu de Serra e i giurati Facio Donu e Margianu de Frailis; per Tuili i majores Nicola Sece e Gantino Piçalis, e i giurati e abitanti Lorenzo de Pardu, Torbi- 41 no Mereu, Massargiu Montigha, Salvatore de Sinctas, Creyndeu Sece e Nicola Farris, Giovanni de Yana, Pietro de Pau, Nicola Cossu, Bernardo Mecuci e Domenico de Orro; per Turri il majore Saturno de Serra, i giurati Pietro Conco, Comita de Nuraghe, Furrado de Baus, Torbino Lierru, Barçolo de Marongiu, Giovanni Meçuçi e Pietro Serellu, e gli abitanti Giovanni Pelle, Nicola Cancha, Salvatore Cau, Comita del donnu Comita de Serra, Giorgio Brerru, Giovanni Frau, Murrone Clava, Cochotti de Meçuçi e Comita de Piçalis50. Per avere alcune indicazioni più precise sulla gestione del potere nel villaggio di Setzu dobbiamo ricorrere alla documentazione ecclesiastica dell’amministrazione della Causa Pia. Tra i primi amministratori troviamo nel 1590 un Cocu Pitzalis, assieme a Gaspare Fadda e a un mossen Cadello51. I Cadello, per qualche tempo ufficiali di giustizia della Marmilla, sono arrivati a Setzu dall’Ogliastra, dove sono al servizio del conte di Quirra. Cocu Pitzalis è amministratore della Causa Pia anche nel 1595, assieme a Cocu Perria e Giovanni Cau, e il 23 novembre ne presenta i conti sempre sotto la sovrintendenza di un Cadello. L’anno successivo il claver, o cassiere, è nuovamente Gaspare Fadda, il procuratore Nani Cotza. Nel 1597 l’amministratore è Tolucha Lilliu52. Una interruzione nelle scritture dell’amministrazione ci porta al 1630, quando le strutture amministrative del villaggio e della Causa Pia sembrano maggiormente istituzionalizzate: il 27 dicembre il procuratore della parrocchia Francesco Cotza presenta le scritture contabili al majore Antioco Serra e ai consiglieri Bargeliu Fadda, Quicu Manca, Antioco Fadda, Antonio Pitzalis, Pietro Puxello e Giuliano Lierru. Contestualmente viene indicato il nuovo procuratore, Antioco Cadello. Nel 1632 la procura per l’amministrazione della parrocchia è affidata a Giovanni Antioco Cotza, cui succedono Francesco Casu e Giuliano Lierru53. Il controllo delle terre ecclesiastiche è importante sotto diversi profili, e soprattutto perché – nonostante la puntuale rendicontazione annuale, sottoposta a periodici controlli episcopali, come nel 1635 con la visita pastolare di mons. Melchiorre Pirella – offre ad alcuni la possibilità di disporre di più terra e di conseguire una maggiore produttività aziendale. Attraverso le liste dei tributi feudali, in particolare quelle del diritto sul vino, possiamo ricostruire in parte la composizione delle commissioni che assistono i majores nell’esazione dei tributi. Anno Maggiore Giurati 1728 Sebastiano Cotza Miliano Pibiri, Demetrio Pala, Pietro Melis, Salvatore Lierru 1729 Antonio Mattana Ottavio e Miliano Melis, Giovanni Mocci, Pietro Tronci, Raffaele Marongiu 1730 Antioco Serra Battista Mureddu, Giovanni Pietro Macis, Pietro Saba, Pietro Mocci, Antonio Zucca 42 1731 Ottavio Melis Sis. Puddu, Seb. Deias, Gio. Melis, Raf. Marongiu, Batt. Mattana 1733 Miliano Pia Sebastiano Cotza, Pietro Tronci, Antonio Mattana, Francesco Zucca, Isidoro Porcedda 1734 Sebastiano Deias Antonio Mattana, Isidoro Porcedda, Sisinni Puddu, Antonio Macis, Antioco Pillitu 1735 Antonio Pala Sebastiano Deias, Domenico Zucca, Giovanni Melis, Antonio Marongiu e Antonio Mocci 1737 Pietro Mocci Francesco Spada, Pietro Pusceddu, Francesco Cirronis, Demetrio e Antonio Pala 1739 Battista Pala Dom. Zucca, Franc. Usai, Gio. Melis, Is. Porcedda, Andrea Serra 1742 Andrea Serra Pietro Tronci, Franc. Cirronis, Antonio Mattana, Bachisio Casti 1747 Battista Pala Antioco Spada, P. Tronci, Anton. Serpi, Lussorio Melis, Salv. Zucca 1752 Raff. Marongiu Pietro Tronci, Antonio Pala, Antonio Melis, Antonio Spada, Francesco Cirronis 1753 Demetrio Piras Raffaele Marongiu, Liberato Porcu, Vincenzo Mocci, Francesco Usai, Giovanni Perra 1754 Isidoro Marongiu Pietro Tronci, Antonio Pala, Lussorio Melis, Francesco Pitzalis 1755 Liberato Porru Antioco Pillitu, Lussorio Melis, Antioco Corona, Leonardo Pibiri, Giovanni Serra 1756 Andrea Dessì Lussorio Melis, Domenico Zucca, Salvatore Puxeddu, Diego Caria, Antonio Pala 1758 Antonio Pala Lussorio Melis, Battista Pala, Diego Caria, Leonardo Pibiri, Francesco Perra 1760 Lussorio Melis Antonio Mattana, Antonio Pala, Raffaele Marongiu, Battista Pala, Antonio Serpi 1765 Battista e Antonio Pala, Salvatore e Isidoro Marongiu, Antonio Cabras 43 1769 Domenico Addari, Francesco Pibiri, Antonio Corona, Giorgio Porru, Francesco Concu 1770 Pietro Francesco Melis, Antonio Pala, Antioco Pillitu, Raffaele Marongiu, Francesco Spada 1772 Lussorio Melis Pietro Francesco Melis, Antonio Pala, Antioco Pillitu, Raffaele Marongiu, Francesco Spada Da queste liste emergono una rotazione annuale del maggiore di giustizia locale, scelto dal barone o dal suo delegato previo un sostanziale accordo con la comunità, e una parziale rotazione dei giurati, i cui nomi si ripetono e coincidono spesso con quelli dei maggiori produttori del villaggio. Da esse è possibile ricavare anche i nomi degli ufficiali baronali con la carica di luogotenente e giudice ordinario della Marmilla: dal 1728 al 1730 il cavaliere Antioco Serra Usay, nel 1731 Giovanni Battista Secci, nel 1733 Paolo Antonio Caboni, nel 1734 Sebastiano Deias, dal 1735 al 1739 Giuseppe Puddu, nel 1742 Demetrio Piras, nel 1749 e nel 1750 Baldassarre Cotza, dal 1751 al 1760 nuovamente Demetrio Piras, nel 1765 Francesco Antonio Desogus, nel 1769 Vincenzo Casula, nel 1770 Antioco Sedda, nel 1772 ancora Demetrio Piras54. Da una relazione del 1771 del viceré Des Hayes si sa che nel XVIII secolo il metodo di elezione del sindaco nel distretto marmillese (Ussaramanna, Baressa, Setzu, Sini, Pauli Arbarei, Lunamatrona, Genuri, Villanovaforru, Turri, Siddi e Baradili) avviene nella stessa maniera praticata dal villaggio di Mogoro e da altri del Parte Montis55: con il permesso del reggitore del feudo viene «congregata» la comunità dei capifamiglia ed è nominato quello che riceve più voti, sotto la supervisione dei ministri di giustizia e di un notaio56. La carica di sindaco non prevede alcun compenso, motivo per cui alcuni aristocratici locali cercano di liberarsi dall’incombenza. Nel 1771 viene promossa la riforma dei Consigli comunitativi, con il duplice scopo di sottrarre il controllo delle comunità locali al potere baronale e di imporre nell’isola il modello amministrativo sabaudo, verticale e centralizzato. La riforma, che nel progetto iniziale doveva essere più incisiva, mette ordine nell’elezione dei sindaci e dei consigli, ma lascia fuori il maggiore di giustizia, il capitano dei barracelli ed altri ufficiali. La riforma prevede una prima riunione dell’assemblea dei capifamiglia che elegge il primo consiglio; per gli anni successivi si procede per cooptazione. L’assemblea può riunirsi solamente con il permesso viceregio e i consiglieri sono eletti sulla base delle classi contributive, solitamente tre. Il sindaco viene eletto con incarico annuale57. Non sempre l’élite locale si impegna in prima persona nel governo della comunità: come nel caso di Antonio Cotza che nel 1827 cerca di sottrarsi all’incarico di sindaco, ritenendolo troppo gravoso. Ma per l’intendente provinciale Gessa, considerata la «sua età giovanile», e il fatto che «disimpegna senza ostacoli i propri affari domestici», i pretesti addotti dal Cotza per «esimersi dall’ufficio di sindaco» sarebbero soltanto «supposti e inesistenti»58. Nel 1843 è il potente Priamo Cotza, «scrivente» e tenente della milizia nel 7° battaglione di Laconi, ad ottenere l’esenzione dalla carica di consigliere59. 44 Se da un lato sottrae la comunità al controllo baronale, dall’altro la riforma del 1771 crea un organismo destinato a rigenerarsi sempre uguale a se stesso e ad escludere di fatto dal governo locale l’assemblea dei capifamiglia. Tra la fine del Settecento e il principio dell’Ottocento emergono anche le figure del censore locale, che amministra i fondi del monte frumentario assieme al parroco e al depositario, e del capo dei barracelli, il corpo che vigila sui beni del villaggio e delle campagne. Tra i primi sindaci nominati con il nuovo sistema troviamo nel 1780 Battista Pala e nel 1785 Giuseppe Maxia60. Per il primo Ottocento è abbastanza difficile ricostruire con continuità la composizione del Consiglio comunitativo; dai documenti prodotti in occasione del contradditorio per il riscatto del feudo risulta che nel 1818 è sindaco Giovanni Angelo Marongiu e consiglieri Isidoro Muscas e Giuseppe Cotza minore61. L’attività maggiore del Consiglio comunitativo è appunto tra il 1836 e il 1838, quando deve produrre le osservazioni sulle dichiarazioni del feudatario e tentare di moderarne le pretese in materia fondiaria e fiscale. Una volta abolito il feudalesimo, il Consiglio comunitativo diventa il luogo nel quale si concentrano gli interessi e i conflitti dei principali proprietari di Setzu per il controllo ed uso del territorio liberato dai vincoli feudali. Tutte le riforme sabaude del primo Ottocento, quali la legge delle chiudende del 1820, che permette la chiusura dei terreni non gravati da particolari diritti, e l’abolizione del feudalesimo, seguita dal Regolamento per la divisione dei terreni del Regno del 15 marzo 1839 e dal Regio brevetto del 28 aprile 1840, che ne fissa gli aspetti tecnici, tendono alla diffusione della proprietà perfetta nell’isola62. I terreni sono distinti in privati, comunali e demaniali: privati sono quelli chiusi in seguito all’editto del 1820 e in genere quelli posseduti a titolo legittimo, per quanto di «proprietà imperfetta»; comunali quelli che entrano a costituire le dotazioni dei comuni; demaniali i terreni su cui né i particolari né i comuni possono rivendicare diritti, compresi quelli su cui le comunità esercitano i diritti d’uso o ademprivili63. È in merito esemplare il caso del permesso accordato nel 1841 ai porcari dal sindaco Giuseppe Macis di introdurre i maiali in alcuni chiusi ricadenti nella vidazzone: il capitano dei barracelli Priamo Cotza lo contesta ricorrendo al giudice mandamentale e alla Segreteria di Stato perchè il sindaco lo avrebbe concesso senza l’autorizzazione prefettizia e, in un contesto in cui i terreni «di chiusi ne tengono solo il nome», per favorire alcuni pastori e a danno dei terreni agricoli circostanti64. L’anno precedente il flebotomo Salvatore Serra ha cercato di chiudere due terreni siti nel narboni di Bau Lioni, acquistati dai fratelli Antonio e Giuseppe Cotza, incontrando l’opposizione del Consiglio comunitativo che ne rivendica la proprietà comunale, anche se i Cotza li hanno tenuti e coltivati per anni, pur senza impedire il passaggio a uomini e bestie65. A partire dal 1839 si conservano i registri delle sedute consiliari66 che vertono sul problema della ripartizione dei tributi in una fase transitoria, di trasformazione delle vecchie prestazioni feudali in tributi statali. In quell’anno è sindaco Antonio Mura e 45 sono consiglieri Francesco Melis, Giuseppe Macis, Giuseppe Luigi Puxeddu, Giuseppe Cotza, Giuseppe Turnu e Antonio Cotza. Le nuove imposte sono ripartite sulla base di nove classi di capacità produttiva, ma in questo primo anno gli abitanti di Setzu si ritrovano a pagare anche un residuo dei tributi feudali, cui durante le trattative del 1837 non hanno adempiuto, come pure quelli di Genuri, Turri e Forru. Gli iscritti in ruolo nel 1839 sono 72: l’unico contribuente nella prima classe è donna Rosa Diana, vedova del notaio Giuseppe Cotza, che versa un tributo di 5 starelli di grano, 3 starelli e 2 imbuti di orzo e 2,10,13 lire in denaro; nella seconda classe c’è solo Priamo Cotza, nipote di donna Rosa; nella terza troviamo due aristocratici “forestieri”, don Giorgio Diana di Sini, sposato con Paola Cotza, e don Giuseppe Maria Diana di Gesico; nella quarta sono iscritti i giovani Massidda, nipoti ancora minori di donna Rosa, e in quinta classe la chiesa parrocchiale. Il totale dei tributi feudali ammonta a 21,2 starelli di grano, 13,12,2 di orzo, e 9,15,8 lire in moneta67. Successivamente al 1839 cambiano i tributi e si modifica parzialmente il sistema di ripartizione, anche se le classi fiscali restano nove. Il donativo ordinario ammonta a 75,15,2 lire, come il donativo strade, cui si aggiungono 20,2,2 lire di contributo “ponti e strade”, 10,1,1 per il servizio postale, 33,6,8 del tributo cosiddetto di «paglia», 8,8,0 per l’amministrazione, per un totale di 224,3,7 lire. Il carico fiscale è ripartito su 102 contribuenti: in prima classe troviamo sempre donna Rosa Diana; in seconda gli eredi di Giuseppe Cotza, nipoti Massidda, e Priamo Cotza; in terza Francesco Melis, Giuseppe Cotza minore, Isidoro Muscas e Francesco Macis; in quarta Giuseppe Luigi Puxeddu, Antonio Mura, Giuseppe Tomaso Serpi, la vedova Rosa Melis, Cristoforo Pibiri e Leonardo Pibiri. Tra i contribuenti setzesi troviamo ora anche don Nicolò Diana di Simala, don Raimondo Orrù Lilliu di Sardara e donna Cicia Diana di Simala, oltre a don Giuseppe Maria Diana di Gesico e don Giorgio Diana di Sini. Negli anni che trascorrono tra l’abolizione del feudalesimo e l’unità d’Italia, il Consiglio comunitativo di Setzu si occupa principalmente della materia tributaria e finanziaria, della grande contesa confinaria per la Giara con i villaggi di Gesturi e Tuili, della nomina di censori, barracelli e magistrature locali, e della manutenzione dei beni pubblici ed ecclesiastici del villaggio. Dal 1838 si avvicendano nella carica di sindaco Giuseppe Tomaso Serpi (1838), Antonio Mura (1839), Leonardo Pibiri (1840), Giuseppe Macis (1841), Giuseppe Turnu (1842 e 1848), Priamo Marongiu (1846), don Pietro Massidda (1847, 1850, 1851, 1852, 1854, 1858, 1859, 1860, 1861, 1862), Giuseppe Cotza (1848), Cristoforo Pibiri (1855, 1857), Priamo Cotza (1865, 1866, 1867), Federico Melis Mureddu (1873, 1874, 1875), don Vincenzo Puddu (1876, 1877)68. 46 II. LE FAMIGLIE 1. La famiglia di Setzu Le funzioni della famiglia sarda tradizionale sono fondamentalmente quelle di unità di produzione e di luogo di consumo. Essa ha sempre avuto nel suo orizzonte l’autonomia economica. Normalmente si esce dalla famiglia soltanto per andare a formare un altro nucleo familiare, con la celebrazione di un nuovo matrimonio. La famiglia sarda partecipa dunque della tendenza alla «neolocalità» che si ravvisa in altre aree europee, come l’Inghilterra, l’Islanda, la Danimarca, la Norvegia, la Francia settentrionale, e in alcune zone della Germania, della Penisola iberica e dell’Italia meridionale69. La mononuclearità costitutiva viene in parte tradita dalle necessità aziendali delle famiglie, specialmente di quelle padronali che accolgono spesso sotto lo stesso tetto, ma in ambienti rigorosamente separati, il personale di servizio che cura gli aspetti del lavoro agricolo. Per quanto concerne il diritto familiare e patrimoniale l’elemento decisivo è il contributo dei due coniugi alla prima costituzione della casa-azienda. All’atto del matrimonio ciascun coniuge contribuisce con i beni che già possiede, che non entrano in comunione, come pure quelli che continuano a provenire per vari canali dalle famiglie d’origine. In comunione entrano solamente i beni acquisiti durante l’unione, detti perciò tradizionalmente de comporu, mentre gli altri sono intesi come fundamentales, e rappresentano l’omologo del fundamentu del villaggio. Il diritto successorio sardo, rispettato pressoché in tutta l’isola, prevede una rigorosa eguaglianza nella divisione dei beni in linea sia maschile che femminile. Questa divisione egualitaria porta con il tempo ad una frammentazione della proprietà fondiaria e alla dispersione del capitale delle aziende70. Lo studio delle famiglie di Setzu è stato effettuato sui registri dei Quinque libri custoditi nell’Archivio storico diocesano di Ales e sui registri dell’anagrafe del Comune. I registri dei Quinque libri vanno dal 1585 al 1827, con l’aggiunta di un registro che contiene gli stati delle anime. I registri dell’anagrafe vanno dal 1866 al 1928. Per il periodo dal 1929 al 1945 si è ricorso ai registri anagrafici del Comune di Tuili. La presenza di dati risalenti alla fine del XVI secolo è molto limitata, ma permette comunque di individuare parzialmente le famiglie residenti a Setzu nella seconda metà del Cinquecento. I cognomi che ricorrono nel registro delle morti sono allora Pitzalis, Perria o Perra, Cotza, Puddu, Deliperi, Spada, Argiolu, Cau, Barbarixinu, Carta, Casula, Fadda, Man- 47 ca, Schirru, Coloru, Masala, Puxeddu e Matta o Massa. Nel primo Seicento troviamo anche i Caria, i Mallocci, i Marongiu, i Melis, i Marras e i Lierru. Tra le prime morti registrate due riguardano donne con il titolo aristocratico: donna Truisca de Mata, defunta il 31 gennaio 1589, e donna Secunda Deias, deceduta il 16 agosto 1589. La presenza di queste aristocratiche è il segnale che a Setzu risiedono già allora delle famiglie nobili, i cui capifamiglia vi sono certamente arrivati per ricoprire incarichi militari e di amministrazione feudale. La storia di queste famiglie consente di ricostruire le trame di relazione interne e esterne al villaggio, che la discreta continuità dei dati consente di seguire fino agli inizi del XX secolo71. Gran parte delle famiglie che ritroviamo nel primo ventennio del Novecento possono vantare, per il ramo maschile o per quello femminile, radici che affondano nella seconda metà del Cinquecento . Le relazioni matrimoniali di Setzu con l’esterno si sviluppano soprattutto con i villaggi vicini: Tuili (120 rapporti), Genuri (102), Turri (44), Sini (40). Seguono altri villaggi della Marmilla: Ussaramanna, Baradili, Gesturi, Baressa, Las Plassas, Simala e Barumini. Nel Seicento arrivano a Setzu anche uomini e donne da Samugheo, come i Deligia, i Concu, i Saderi, i Mereu e i Tatti. Possiamo ipotizzare che questi apporti dal Mandrolisai siano dovuti a transumanze pastorali, ma una presenza più antica è testimoniata da un Salvatore Barbarixinu morto a Setzu nel 1595, la cui figlia Giovanna sposa agli inizi del Seicento un Girolamo Massa. Le famiglie di maggior rilievo che si innestano a Setzu durante il Seicento sono i Mattana, Addari, Macis, Spada (tutti da Genuri), i Cabras (Baradili), gli Usai (aristocratici di Pauli Arbarei), i Muscas (da Genuri e Atzeni72), i Chessa Balia (Orani), e i Pillitu (Furtei). Un Antioco Cabras arriva a Setzu per sposare Florenzia Cotza, di Sebastiano: il figlio della coppia, Nicola, sposa Maria Itria Diana, figlia di Lucifero fu Pietro. Questo legame è importante perché Antioco Cabras è un familiare del Sant’Uffizio, legato quindi al tribunale diocesano dell’Inquisizione, i Cotza sono la famiglia più importante di Setzu e i Diana si avviano a diventare la famiglia aristocratica più radicata in Marmilla. Setzu viene quindi ad inserirsi nella rete di interessi di questi importanti ceppi. Agli inizi del XVIII secolo arrivano da Genuri i Puddu (che si legano ai Puxeddu e agli Spada con lo scrivente Francesco), i Serpi Tomasi da Gonnos Muntargia (uno dei due nuclei che compongono l’attuale Gonnosfanadiga), i Lay Locci da Seulo, i Coloru da Tuili, gli Zucca Concu da Baradili, i Demuru da Mandas (si legano ai Serpi Tomasi), i Coni da Masullas (legati ai Puxeddu). Nell’Ottocento si stabilisce a Setzu un ramo dei Vinci da Tuili, vi tornano i Pulixi da Genuri, con un Domenico, e giungono quindi i Manca da Sedilo (con il precettore Antonio), gli Orgiu da Mogoro, gli Utzeri da San Vito, i Musu da Nuragus, gli Anardu da Turri, i Pillittu da Sini, i Mereu da Osini, i Deligia da Usellus, gli Obili da Sini. Alcune semplici rappresentazioni grafiche ci forniscono un quadro sintetico delle famiglie setzesi nel lungo periodo tra la fine del XVI secolo e i primi decenni del XX. 48 La tabella sull’età massima degli individui mette in evidenza una marcata mortalità infantile, poiché oltre 400 bambini, tra maschi e femmine, muoiono entro i primi 5 anni di vita. Si deve segnalare anche una elevata mortalità femminile nella classe d’età tra i 20 e i 25 anni, dovuta probabilmente alle gravidanze. 49 Le famiglie con uno o due figli sono oltre la metà di quelle che generano prole, pochissime hanno più di otto figli. 50 La massima età fertile per le donne è tra i 28 e i 30 anni, per gli uomini tra i 32 e i 34. Per quanto riguarda l’età al matrimonio il picco delle donne è tra i 18 e i 20 anni, per gli uomini tra i 28 e i 30. 51 2. Proiezioni genealogiche nello spazio agrario Il fundamentu di Setzu si distribuisce tra una frazione importante dell’altipiano della Giara e un’area collinare particolarmente vocata alla cerealicoltura, con la possibilità di una buona integrazione tra agricoltura e allevamento, con risorse boschive per il legnatico e per l’ingrasso dei porci. L’assenza di terreni incolti e del prato comunale per il bestiame da lavoro è a sua volta segno evidente di un’intensa attività agricola. I 3520 starelli della Giara, seppure in contestazione con i villaggi, e feudi, di Gesturi e Tuili, sono in grado di soddisfare le esigenze di pascolo delle aziende contadine setzesi e non solo di queste73. Nel 1841 il Consiglio comunitativo ribadisce l’inesistenza di salti demaniali o appartenenti al marchese di Quirra. La relazione allegata al bilancio osserva infatti che nel territorio di Setzu non esistono terreni comunali o demaniali da dividere, che la vidazzone si semina senza lasciar vacui e che i terreni non bastano per la semina di tutti gli abitanti, che non esiste un prato fisso (gli animali pascolano nelle terre dei rispettivi proprietari) e che le maggiori esigenze di pascolo sono soddisfatte dallo spazio indiviso della Giara, che apparterrebbe a Setzu per una superficie (molto improbabile) di 5000 starelli. Il censimento del bestiame domito conta 45 gioghi di buoi, 12 cavalli, 47 giumente e 3 vacche; quello del bestiame rude 532 pecore, di cui 80 sono condotte a soccida da pastori di Tuili, 93 porci e 4 tori74. Nel 1847 per far fronte alle necessità alimentari degli animali da lavoro, si delibera il loro pascolo nella cussorgia di Su Murdegu, nella sua parte di tramontana, tra il sentiero che da Cala pruna conduce verso Genuri e la corona della Giara, mentre il lato opposto viene lasciato al pascolo del bestiame rude75. Le tensioni per l’uso delle risorse agrarie si accrescono quando i maggiori possessori del villaggio cercano di forzare il sistema dell’alternanza bidatzone/paberile per costituirsi possessi esclusivi, sottraendo alla coltivazione alcune superfici e impedendo talvolta l’ingresso degli animali nelle stoppie. Nel 1823 si verifica uno scontro quasi armato tra il notaio Giuseppe Cotza e il nipote Priamo. Giuseppe dimora a Genuri, probabilmente per l’esercizio della sua professione, e governa il suo cospicuo patrimonio fondiario a Setzu mediante dei soci. Il 22 settembre il sotziu di Giuseppe Cotza, Pietro Cau, e il servo Vincenzo Diana, trovano alcuni buoi che pascolano in un chiuso del notaio in località Bingias beccias e li “tenturano”, e cioè sequestrano. Priamo Cotza, che in qualità di barracello76 ha il permesso di girare armato di schioppo, si trova in zona e assiste al fatto, per cui si presenta ai servi dello zio Giuseppe intimando loro di lasciare gli animali. La discussione si accende e Priamo punta allora lo schioppo contro gli avversanti ammonendoli: se il loro padrone «voleva ben custodire i chiusi» doveva chiuderli, in modo che il bestiame non potesse entrarvi77. Questo contrasto è interno al medesimo clan familiare, e quindi evidenzia ancor meglio la situazione di quei chiusi per così dire “instabili”, che non sono ancora riconosciuti e accettati dalla comunità. Il toponimo Bingias beccias (o “Cadeddu”) fa ipotizzare una precedente destinazione viticola del chiuso del notaio Cotza, ma non si può escludere che nella fluida situazione immediatamente successiva alla pubblicazio- 52 ne dell’Editto delle chiudende, egli abbia chiuso più di quanto dovesse, e magari spazi da tempo destinati al pascolo. Il processo di “privatizzazione”, o meglio di stabilizzazione dei loro possessi, sembra ascendere per i Cotza ad anni remoti. Essi sono presenti a Setzu almeno dalla fine del Cinquecento, divisi nei rami di Pietro e Matteo. E proprio dalla figlia di quest’ultimo, Maria Lucifera, sposata con Francesco Spada, possiamo ricostruire in parte il patrimonio già cospicuo della famiglia Cotza. Dal suo testamento, dettato pochi giorni prima della morte (1696)78, e da un dettagliato inventario dei suoi beni mobili, apprendiamo che il suo proprio e fundamentale patrimonio immobiliare, e cioè derivato dalla famiglia d’origine, ammonta a 48,3 starelli, per un valore di 365,12,6 lire. Esso comprende anche «due case terrene con un loggiato a tre arcate» e «una piazza davanti e una fontana» situate dentro il villaggio, «di fronte alla casa di Giovanni Cadello, affianco alla casa di Pietro Luigi Cotza e alle case che erano di Antioco Cotza, nella parte posteriore che toccarono a Agostina Cotza e Nicolau Cabras». Aggiungendo ai suoi beni propri quelli in comunione con il marito, Maria Lucifera risulta avere un patrimonio complessivo di 930,17,4 lire. L’inventario dei suoi beni fondiari, per un’estensione di circa 50 starelli, getta luce indiretta sull’intero patrimonio delle famiglie Cotza e Cadello, posto che gran parte dei terreni e delle case risulta confinante con i possessi di altri Cotza e dei Cadello. Interessante è anche la stabilità del possesso di famiglie forse meno titolate e abbienti, ma che sono pure di antico radicamento a Setzu, quali i Puxeddu e i Cabras. Ricordiamo che Antioco Cabras, proveniente da Turri è notaio, funzionario baronale e familiare della Santa Inquisizione. Dell’altro ramo dei Cotza, quello di Pietro, possiamo ricostruire con buona approssimazione il patrimonio a partire dal nipote Giorgio, figlio di Salvatore. Giorgio è un escrivent, che può dunque ricoprire incarichi baronali e pubblici e con ciò incrementare il già cospicuo patrimonio familiare, poi suddiviso tra i figli, il notaio Giuseppe, il sacerdote Francesco Antonio e il señor ed escrivent Ferdinando, e quindi tra i nipoti (presenti nel catasto del 1851). L’eredità del notaio Cotza, dopo la morte della longeva moglie, donna Rosa Diana, è divisa tra i nipoti Massidda. La prima figlia, Francesca o Cicia, sposa infatti il nobile Giuseppe Massidda, mentre la seconda, Margherita, sposa il potente don Raimondo Orrù Lilliu di Sardara. Giuseppe Cotza muore a Cagliari, nel borgo di Villanova, come risulta dal libro parrocchiale della chiesa di San Giacomo (ma pare sia sepolto nella chiesetta di San Rocco) e da una causa della Reale Udienza che oppone i suoi eredi ad Agostino Atzori di Tuili. Alla sua morte il genero, don Giuseppe Massidda, si affretta ad avvisarne il notaio Francesco Simbula di Ussaramanna, custode del testamento, steso congiuntamente alla moglie il 25 febbraio 1826, e tutti i testimoni all’atto, e cioè l’avvocato Demetrio Pinna e il proto chirurgo Antonio Efisio Floris, entrambi di Masullas, il vicario Dionigi Ardu di Genuri, gli scriventi Raimondo e Priamo Cotza di Setzu, don Giuseppe Diana di Gesico, il notaio Francesco Cabras di Terralba e il sacerdote Luigi Spiga di Las Plassas . 53 Don Giuseppe e donna Rosa, che tra il 1824 e il 1826 dimorano a Genuri, raccomandano le loro anime a tutti i santi, e in particolare alla Beata Margherita di Savoia, e desiderano essere sepolti in pompa magna a Setzu nella cappella della Madonna del Carmine, cui sono stati devoti, indossando anche l’abito della confraternita. Per il funerale e l’accompagnamento al cimitero lasciano cento starelli di grano da distribuire ai poveri (e 25 scudi ciascuno per l’acquisto di cera da utilizzare durante la celebrazione). Chiedono che il funerale sia celebrato da quattro padri cappuccini di Barumini e sia accompagnato dalle confraternite di Setzu, Baradili, Turri e Sini. Destinano ad un legato pio un chiuso di 10 starelli in località Su Murdegu, confinante con terreni degli eredi Diana e degli eredi di Ferdinando Cotza, il fratello del testatore, e un altro legato di 25 scudi in suffragio delle loro anime ai padri cappuccini di Barumini Per la festa della Beata Margherita di Savoia l’erede superstite dovrà organizzare le celebrazioni religiose, offrire il pranzo e la cena a tutti i concelebranti e distribuire grano e pane ai poveri. E sempre alla festa della Beata Margherita di Savoia legano un chiuso alberato di 4 starelli in località Serra. Alla festa della Madonna del Carmine destinano invece le case con giardino che possiedono in località Funtana Baddaris. Il notaio Cotza lascia anche alcune istruzioni su affari in corso con Antonio Pilloni di Gonnoscodina, il rettore Carta di Senorbì, il successore don Antonio Porcheddu e il capo dei barracelli di Sini, Ciciu Atzori. I due coniugi ratificano quindi le donazioni già fatte alla figlia Cicia e si lasciano vicendevolmente l’usufrutto vitalizio di tutti i rimanenti beni: la casa padronale nel vicinato di San Cristoforo, di sopra e di sotto, con le sue pertinenze e quanto contiene di granaglie e mobili, le case nel vicinato Baddaris, e vigne, terreni chiusi e aperti, buoi, vacche, vitelle, capre, porci, pecore, montoni, altri beni e crediti. Dispongono che il nipote Giuseppe Luigi Massidda sia titolare del legato della Beata Margherita di Savoia, Nicolò del legato del Carmine e Pietro dei legati per le messe e le elemosine. Istituiscono infine erede universale la figlia Cicia, che potrà entrare in possesso dei beni alla morte di entrambi i genitori. In caso di una sua morte prematura, eredi universali sono i nipoti Giuseppe Luigi, Nicolò Stanislao, Pietro e gli altri che potrebbero nascere. I figli eredi possono dimorare in qualsiasi luogo tranne che a Santulussurgiu; in caso contrario i beni saranno donati al seminario di Ales79. Sommando i beni posseduti secondo il catasto dai nipoti dei testatori, Giuseppe Luigi, Pietro, Nicolò e Antonia, si raggiunge un’estensione di poco inferiore ai 200 ettari, con una rendita di 3388,02 lire. Il fratello di Fedele Giuseppe, Ferdinando, muore nel 1815 lasciando i suoi beni ai due figli che sopravvivono all’infanzia, Priamo e Paola, che possiedono assieme circa 100 ettari di terreni con una rendita di 2093,82 lire80. La proprietà complessiva dei Cotza raggiunge dunque a metà Ottocento la superficie di 300 ettari circa, che, non considerando la proprietà comunale sulla Giara, rappresenta oltre la metà dei terreni privati di Setzu. 54 3. Lo spazio pastorale L’altipiano della Giara si estende per 4500 ettari ed è oggi suddiviso tra i comuni di Setzu, Gesturi, Tuili e Genoni81. Il suo utilizzo è fondamentale per questi villaggi perché i pascoli, le paludi, gli arbusti e i boschi sono risorse che consentono l’allevamento di ovini, suini, bovini, oltre che il legnatico e la raccolta di piante ed erbe. I conflitti per il controllo della Giara insorgono anzitutto tra i feudatari: sulla corona della Giara si affacciano infatti un grande feudo (il marchesato di Quirra), un feudo medio ma influente (il marchesato di Laconi dei Castelvì-Aymerich, che possiedono anche la contea di Villamar e la viscontea di Sanluri), e due piccoli feudi (Tuili che passerà dai Santacruz ai Ripoll e Gesturi che i de Doni perderanno per devoluzione al fisco). Le promiscue d’uso tra le comunità non impediranno a loro volta l’insorgere tra esse di duri contrasti, specialmente nel Settecento, quando si enucleano alcune maggiori aziende capaci di travalicare i confini tra i villaggi e tra gli stessi feudi. Il salto della Giara, ad esempio, è ampiamente utilizzato dai Cotza e dai loro soci minori per il pascolo di vacche e pecore, a dispetto dei diritti d’uso collettivo, come mostrano alcune cause della Reale Udienza. Nel 1798 il notaio Cotza stipula con Antonio Piga di Baressa un contratto di soccida di vacche che prevede la durata di 6 anni e la divisione finale della mandria a metà. Il Cotza contribuisce con 10 capi e il Piga con 4. Nel 1804 i capi sono cresciuti a 21: Cotza ne riprende 14 e Piga 7, ma con una compensazione in denaro. La società viene quindi rinnovata per altri 6 anni, al termine dei quali i capi sono 32. Dopo una ulteriore proroga la società perde ben 18 capi, nel 1813, e il notaio si riprende allora i suoi 14 capi, imputando tutta la perdita al socio. Questi non ricorre personalmente soltanto perché, come sosterranno in causa i figli Girolamo, Giuseppe, Antonio Vincenzo, Giuseppa e Rita, «la potenza dell’avversario» lo distolse «dall’avocarlo in giudizio». Le vacche della soccida hanno sempre pascolato in territorio di Baressa, dove Piga le ha unite alla mandria del compaesano Francesco Coni, cosa che gli consente di usufruire dei pascoli del villaggio senza dover pagare diritti. Un lite tra il notaio e il Coni fa sì però che il Piga perda i diritti di pascolo a Baressa e venga anche arrestato per pascolo abusivo. La mandria è allora trasferita nella parte della Giara pertinente a Setzu, dove le vacche iniziano a morire a causa, secondo Piga, della loro scarsa abitudine a nutrirsi della macchia; spiegazione che il Cotza non accetta accusando il socio di aver domato le vacche per renderle «adatte all’aratro» e utilizzarle per la semina dei terreni propri e dei parenti, e per il lavoro nella sua aia e in altre dei compaesani. Così il Piga avrebbe preparato e seminato circa quaranta starelli di grano, quando possedendo di suo un solo giogo ne avrebbe potuto coltivare al massimo una decina. Causa della morte degli animali sarebbe stato quindi, secondo il notaio, l’eccessivo e abusivo sfruttamento che ne avrebbe fatto il Piga, circostanza confermata da un testimone, Giuseppe Luigi Spiga di Baressa82. Un’altra mandria di vacche del Cotza pascola nel 1806 assieme a quella della vedova Priama Atzori di Turri, condotta dal vaccaro Antonio Marrocu di Sini nei salti della Giara di competenza del marchese di Laconi, in territorio di Genoni. Marrocu subisce il furto di una vacca del notaio per il quale viene inquisito Antonio Cau di Sini, accusato 55 da Vincenzo Spada e da Priamo Maschittu, conciatore mogorese. Cau viene imprigionato nelle carceri baronali di Selargius e si difende contrattaccando e accusando il notaio Cotza e il maggiore di giustizia della Marmilla, Altea Sotgiu, di aver ordito una congiura contro di lui per una forte inimicizia insorta tra il 1803 e il 1807, quando il notaio era fattore baronale, per lo sconfinamento dei majores di salto di Setzu nei pascoli di Sini. Cau è un medio contadino che possiede due gioghi personali e alcuni capi di pecore e maiali, ma pascola anche le vacche dei nobili Vincenzo e Sebastiano Paderi di Mogoro, di don Raimondo Diana di Baradili e di Efisio Luigi Cabras di Turri, tutti grandi proprietari della Marmilla. Cau scredita anche il suo maggiore accusatore, Vincenzo Spada, accusandolo di essere un ladro di pecore. L’inimicizia tra i due nasce da una lite avvenuta a Sini il 18 luglio 1803, in occasione della festa di San Giorgio, quando lo Spada aveva contestato la vittoria del cavallo del Cau nella tradizionale corsa di cavalli perché non avrebbe rispettato la posizione di partenza, favorendo così il cavallo del reverendo Luigi Cotza, fratello di Giuseppe. Ne era nata una rissa a coltellate che veniva sedata dagli uomini presenti. Il testimone chiave della causa è però Priamo Maschittu, che sostiene di aver sentito il Cau vantarsi del furto e di averne ricevuto una pelle da conciare con il marchio del notaio. Il Maschittu dichiara però anche che quando il Cotza e il Marrocu si erano recati nella sua bottega per riconoscere il cuoio, aveva mostrato loro delle pelli già lavorate e irriconoscibili, per non aggravare la posizione del Cau. A deporre su questa vicenda sono chiamati quasi tutti i capifamiglia di Sini, al fine di verificare l’attendibilità dei principali testimoni e le loro frequentazioni con il notaio e il Cau. Giuseppe Cotza fa quindi deporre gran parte dei servi e soci: il vaccaro Antonio Marrocu, il socio di Baradili Pasquale Corona, Domenico Melis, socio maggiore d’aia che alloggia spesso nel suo dominariu, Sisinnio Corona di Gonnostramatza, che ha tenuto in casa come servo per tre anni, Raimondo Zucca, che lavora come bracciante nelle sue vigne, Pasquale Demuro, servo di Setzu, Domenico Piras, servo per le sue terre di Genuri, e infine Giuseppe Maria Congiu, servo della sorella Emilia83. Un’altra società di pascolo, che non interessa direttamente la Giara, è stipulata nel 1816 da Giuseppe Cotza con Agostino Atzori di Tuili, per 6 anni e divisione a metà dei frutti, su un gregge di 378 pecore. Al termine del contratto il gregge conta oltre 600 capi, ma il notaio non recede ancora dalla società e l’Atzori continua perciò a condurre gli animali e a conferirgli la sua parte dei frutti annuali. Quando una cattiva annata causa la perdita di molti capi il Cotza decide di sciogliere il contratto accusando il socio minore di non aver curato il gregge. Scomparso il notaio, il 7 febbraio 1828, l’Atzori nel 1835 decide di far causa alla vedova, donna Rosa Diana84. La rete di interessi del notaio Cotza è ramificata in tutto il territorio della Marmilla: i suoi animali pascolano nei paberiles dei villaggi intorno a Setzu sfruttando i contratti di società che permettono l’aggiramento dei vincoli comunitari di uso del territorio e degli stessi confini feudali. La carica di fattore baronale e il rapporto privilegiato con i locali maggiori di giustizia rappresentano la miglior “protezione” nel caso di scontri con altri personaggi eminenti del territorio. 56 Lo scontro sui confini della Giara esplode all’indomani dell’abolizione del feudalesimo e già nel 1838 l’avvocato Bardilio Fois difende Setzu nella causa contro Gesturi85. Il Consiglio di Setzu cerca al riguardo l’“alleanza” con Tuili, cui riconosce un’antica promiscua sull’altipiano per il pascolo e il legnatico86. Le tensioni con Gesturi, Tuili e Genuri sono documentate da molti atti del Consiglio comunitativo di Setzu, che continua a rivendicare una superficie della Giara di 5000 starelli destinati agli usi di pascolo e di legnatico, e chiede insistentemente una divisione certa e stabile dell’altipiano tra i villaggi aventi diritto87. Neppure la definizione dei territori comunali realizzata dal Real Corpo di Stato Maggiore tra il 1840 e il 1842 risolve la questione: la contestazione confinaria tra Setzu, Gesturi, Genoni e Nuragus inizia da Punteddu de sa Pauli majore e prosegue per circa 5 chilometri fino a Perdalada, dove una pietra “crociata” è ritenuta «artefatta»; prosegue poi lungo Sa cora de is arrius e Pauli aerobadus fino a una pietra in Bruncu de salamerdi nei pressi di un piccolo recinto di pietre per il ricovero degli animali del tuilese Antioco Cancedda. Da quel punto prosegue fino a Corti fenugus dove il confine tra il territorio di Gesturi, il comunale di Setzu e il demaniale del marchese di Laconi è labilmente segnato da un alberello di suergiu, 4 centimetri di diametro e un metro di altezza. Un altro albero segna il confine tra Setzu, Genuri e il demaniale del marchese di Laconi dalla località Sa corti marreus e Su muru de su stallu de su marchese Laconi88. Ma questa segnalazione di confini, tra pietre contraffatte e landmarks instabili, non è risolutiva e la contestazione continua. Nel 1851 la contestazione sulla Giara con Gesturi riguarda anche il salto di Pranu domus e nello stesso anno viene sospesa la promiscua di Setzu con Tuili89. L’intenso sfruttamento dell’altipiano per il legnatico costringe anche il consiglio di Setzu a sospendere nel 1847 il taglio della legna90. La formazione del primo catasto penalizza infine Setzu, cui sono attribuiti poco più di 300 ettari di comunale sulla Giara, di cui i 2/3 sono ancora in contestazione91. 4. La fotografia del paesaggio attraverso il Vecchio catasto Il lungo processo di costruzione dello spazio agrario setzese è ben documentato dal primo catasto sardo, realizzato a metà del XIX secolo92. La combinazione dei suoi dati con quelli demografici e genealogici ci consente di ricostruire tanto il quadro della proprietà fondiaria quanto il profilo paesaggistico del territorio di Setzu. Il quadro di sintesi del catasto conferma l’ipotesi di un intenso utilizzo cerealicolo dello spazio agrario: su un’estensione complessiva di 853,72,67 ettari, ben 492,63,50 sono aratori. Escludendo il salto della Giara lo spazio destinato al seminativo equivale a circa il 90% dell’intero territorio, per una rendita catastale di 8316,61 su un totale di 11.285,9593. I vigneti si estendono per 13,18,50 ettari e si concentrano nelle zone di Riu Porcus (ha 5,41,00), Bia Carrus o Bingia Carrus (5,18,00), Gecca Baressa (3,66,50), Palmas (1,43,00), Cresia (1,44,50), Calaboniscu (1,03,00), Barraca (1,02,00), Bingia Molinu 57 (0,82,00), Cangiargiu (0,60,00), Serra (0,25,00), Sedda Riu (0,20,00) e Planu Sibertu (0,05,00). La famiglia Cotza possiede complessivamente tra i suoi due rami, quello di Sebastiano e quello di Giorgio, 9,24 ettari, e cioè il 70% della superficie vitata. Per il ramo di Sebastiano troviamo Rosa Acquas, vedova di Giuseppe, con 0,91,00 ettari (Cresia, Bia Carrus e Riu Porcus), il figlio Francesco Maria con 46 are (Riu Porcus), e Antonio, di Sebastiano, con 50 are (Bia Carrus e Riu Cannonariu). Per il ramo di Giorgio si distinguono Priamo, di Ferdinando, con 2,60,00 ettari (tra Riu Porcus e Palmas), Paola, sposata con don Giorgio Diana di Sini (82 are in un unico lotto a Barracca); e i nipoti del notaio Giuseppe e di donna Rosa Diana, don Nicolò Massidda (61 are tra Barracca e Cresia), don Pietro (1,03 ettari a Calaboniscu) e donna Antonia, sposata con Paolo Atzori, che possiede il maggior terreno vitato del villaggio (2,87 ettari in località Bingia Carrus). A queste vigne dei Cotza va pure aggiunta quella di 1,02 ettari in Geca Baressa di don Raimondo Orrù di Sardara, sposato con Margherita Cotza, figlia di Fedele Giuseppe e di Rosa Diana. Gli altri proprietari sono Francesco Addari (2,5 are in località Cresia), i fratelli Giuseppe e Rita Branca, fu Giuseppe (10 e 2,5 are in Geca Baressa), i fratelli Francesco e Giuseppe Caria (10 e 20 are in Geca Baressa), la vedova Rosa Anna Caria e i figli Paolo e Mario Marongiu (10 are in Geca Baressa), i fratelli Francesca (vedova Serra) e Francesco del fu Priamo Casula (10 are in Bia Carrus e 15 in Geca Baressa), Giuseppe Cera (5 are in Planu Sibertu), la vedova Rita Anna Corona (71 are in Bia Carrus), Raimondo Cruccas di Tuili (25 are in Bia Carrus), la vedova Maria Deidda (15 are in Geca Baressa), Antonio Fadda (20 are in Geca Baressa), la vedova Incani, Bonaria Melis, e i figli (71 are in Riu Porcu su tre lotti), Antonio Macis (5 are in Geca Baressa), Francesco Macis (60 are tra Serra, Geca Baressa e Riu Porcus) e il fratello Raimondo (5 are in Geca Baressa), i minori Marongiu sotto tutela della madre Greca Maxia (30 are in Bia Carrus), Antonio Mattana (50 are in Riu Porcus), Francesco Melis (20 are in Cresia), la vedova Giuseppa Anna Melis (48,50 are tra Bingia Molinu e Cresia), Luigi Montis (7,50 are in Cresia), Antonio Mura (37,50 are tra Geca Baressa e Riu Cangiargiu), Federico Mura (51 are in Riu Porcus), Isidoro Muscas (66 are tra Geca Baressa e Bia Carrus), Angela Pibiri (12,50 are tra Riu Porcus e Bia Carrus) e la sorella Margherita (5 are in Riu Porcus), Cristoforo Pibiri (61 are tra Riu Porcus e Bingia Molinu), gli eredi di Leonardo Pibiri (1 ettaro in due lotti in Riu Porcus), Francesco Pintori (12,5 are in Cresia e Geca Baressa), Giuseppe Pintori di Turri (7,5 are in Bia Carrus), Domenico Pulixi (7,5 are in Geca Baressa), Giuseppe Puxeddu (20 are in Sedda Riu), Priamo e Raimondo Serpi (41 are in Geca Baressa), Antonia Serra di Turri (5 are in Bia Carrus), Salvatore Serra (7,5 are in Geca Baressa), Giuseppe Turnu (7,5 are in Geca Baressa), Teresa Virdis (20 are in Cresia), Francesco Luigi Zucca (22,5 are tra Bia Carrus e Geca Baressa). Alcuni toponimi testimoniano di superfici vitate in un lontano passato, Bingia Cadeddu (la Bingia Manna dei Cadello nel Settecento), Bingia Ielena, Bingia Simu, Bingia Puras e Bingia Srobas, e ora trasformate in seminativi, per una superficie superiore ai 10 ettari. La superficie coltivata a uliveto si estende per soli 4,62 ettari, con una rendita ca- 58 tastale di 455,64 lire, appartenenti a Priamo Cotza (1,80 ettari in Bingia molinu e 1,64 ettari in Bia Carrus) e a Giuseppe Luigi Massidda (82 are in località Argiola). La toponomastica illumina su altri elementi storici del paesaggio agrario di Setzu: Argiola, Argiola Manna e Argioledda segnalano in vicinanza del popolato gli spazi riservati alle aje; Baccu Joni o Lioni94, Baccu Mannu, Baccu Rosa e Baccu Melis, Bau Codina indicano sentieri e passaggi; Bruncu Carrus, Bruncu Censu, Bruncu Marmidda, Bruncu Masoni, Bruncu Mulleri, Bruncu Ruinas, Bruncu Sicaus, Bruncu Tanas, Bruncus Mollaus indicano le sommità dei piccoli rilievi collinari, come pure Cuccuru Melis, Cuccuru Idda, Cuccuru Masonis. I toponimi Scala s’arena, Serra, Serra Nastasti, Serra Abis, Serra Spiga, Pitzu Mannu, Pala s’anari, Pitzu Rais, Pitzu Coddi, Monti Alas, Monti Oleddu, riguardano alture, Cala Pruna, Planu Furca, Planu Juncu, Planu Jura, Planu Murgia, Planu Sibertu e Planu Zucca zone pianeggianti. Sono presenti anche nomi di chiusi per il pascolo o per la coltivazione: Coili Baccas95 o Cuili Accas, Corti Baccas, Corti Crabas, Corti Marras, Corti Turnus e Tancas, e i cungiaus Basioli, Melis, Mindas, Soccis. Dei prati stabili restano tracce nei toponimi Pardu Monti, Pardu Pinna, Furconi Pardu, e dei narbones96 in Narboni Mannu e Narboneddu. Numerosi sono anche i toponimi legati all’acqua, fontane, sorgenti, corsi d’acqua, zone umide: Funtana Diana, Funtana Maria, Funtana Noa, Funtana Teula, Mitza Margiani, Mitza Morta, Putzu, Riu Barecca, Riu Cangiargiu, Riu Langiu, Riu Marmidda, Riu Murru, Riu Porcus, Pauli Arrius, Pauli Libertu, Pauli Mannu. Altri toponimi indicano strutture produttive (Su Mulinu, Barracca), fondi della chiesa (Cresia), coltivazioni specifiche (Mendula), ripari alberati per le greggi (Meriagu), nuraghi (Nuraxi, Nuraxi Setzu, Nuraxinieddu), cavità naturali (Sa grutta), formazioni litiche (Corongiu, Sa Telaja97), essenze vegetali (Murdegu, Pirastu, Costa Figu, Costa Larus, Bacu Lioni98). Bia Carrus, Gecca Baressa, Gennalias, Mori Turri, S’Enna indicano alcune delle principali strade verso i paesi vicini. Gli agiotoponimi si limitano a San Cristoforo, rione nel centro abitato, e a Santa Barbara. Sono molto interessanti i toponimi derivati da nomi di famiglie o di persone talora individuabili tra gli abitanti della Setzu secentesca: Antioqui Pau, Antonio Orrù, Baboi Atzeni, Carias, Corrias, Marras, Cotza Giuseppe Andria, Melis, Fenu, Giorgi Murru (proveniente da Genuri a inizio Settecento), Giuanni Pinna, Milanu Bardili, Musiu Giovanni, Pinna, Pilitus, Pitzalis, Murgia, Salvadori Campana (abitante a Setzu tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento). La toponomastica ci offre dunque un’immagine del paesaggio di Setzu nella prima età moderna abbastanza diverso da quello proposto dal catasto dell’Ottocento: se pure la cerealicoltura è stata certamente la pratica agricola distintiva del villaggio e della regione storica nel lungo periodo, essa rimanda infatti ad una epoca di maggior diffusione della macchia mediterranea e delle coltivazioni arboree. Ed è come se nei nomi di luogo si fossero talora depositate “le anime” degli abitanti del villaggio, per i piccoli lotti che portano il nome del loro più antico possessore, quasi che questi dovessero possederli e “abitarli” per sempre. 59 5. L’abitato Se anche a Setzu sembra rispettato il paradigma sardo della famiglia-azienda, è tuttavia possibile ipotizzarne una specificità che potremmo definire villaggio-azienda. La concentrazione della proprietà nella mani di poche famiglie, una caratteristica che sedimenta tra Settecento e Ottocento, permette di configurare un modello di villaggio in cui una parte consistente degli abitanti presta il proprio lavoro, continuativo o stagionale, nelle maggiori proprietà. Questo assetto di villaggio-azienda è anche una chiave di lettura per comprenderne la sopravvivenza nel tempo: dovuta appunto alle maggiori aziende, che garantiscono il pieno utilizzo dello spazio agrario, attirano forza lavoro e sono inserite in una rete di relazioni che copre l’intera Marmilla. Una rete di relazioni aristocratico-borghesi, di cui partecipano soprattutto i Cotza, che sovrappone le genealogie familiari alle comunità del territorio creando un sistema territoriale che abbatte i confini dei villaggi e consente un’attività produttiva di scala distrettuale che si proietta verso l’esterno. L’assetto di villaggio-azienda s’intende meglio alla luce di un’analisi della struttura del popolato, a partire dalla distribuzione degli edifici e dalla loro proiezione nello spazio agrario. Il Vecchio catasto individua nove rioni storici: partendo da nord San Cristoforo, Mausterna, Cresia, Su Foraxi, Prazza Angelica, Surbideddu, Serra, e più staccati S’Argiola e Su Molinu a sud. Lo stato delle anime del 1862 registra altri due toponimi, Funtana Addari e Musiu Giuanni (o S’Ottu de Musiu e Mussara Giuanni, un abitante del Settecento): il primo è un vicinato nella parte meridionale del villaggio, tra Prazza Angelica, Surbideddu e Serra, il secondo riconduce alla presenza di un molino. A metà Ottocento Su Molinu è abitato da sei famiglie (Ciciu Melis, Rita Melis vedova Melis, Antonio Sitzia, Giuseppa Zonca vedova Sitzia, Raimondo Zucca). L’attività del mulino è documentata da una causa della Reale Udienza del 1806, nella quale il sacerdote Luigi Cotza accusa Luigi Demuru di aver sottratto tre sacchi pieni da lui consegnati al mugnaio Pietro Mureddu e contenenti due starelli di grano di proprietà sua, del fratello Ferdinando, e di Sebastiano Cotza e Antonio Pibiri. La vicenda si svolge il tra il 15 e il 17 febbraio del 1806: Luigi Cotza, venuto a conoscenza del furto, invia due servitori, Giuseppe Pala e Giovanni Melis, per capire l’accaduto. I due uomini dichiareranno al giudice baronale Antonio Sedda e al notaio Simbula di aver ispezionato il mulino riscontrato una fessura tra le tegole del tetto e di aver quindi individuano tracce di grano che conducevano alla casa di Luigi Demuru, dentro la quale stavano lavorando due uomini: uno scalzo e uno calzato. Dopo questi accertamenti Luigi Cotza si era recato alla casa del Demuru, in affitto da Giuseppe Muscas, in compagnia del delegato di giustizia Domenico Mureddu e dei capitani dei barracelli, Sebastiano Cotza e Antonio Floris, a casa di Luigi Demuru. Spostando alcune pietre del muro perimetrale, confinante in parte con il mulino, vi aveva visto appoggiati i sacchi di grano rubati. Sebastiano Cotza e Antonio Floris confermano la versione di Luigi Cotza: il primo aveva riconosciuto i sacchi per averne chiesto una volta uno in prestito a Ferdinando Cotza. Il Demuru è ritenuto responsabile del furto, 60 ma riesce a sottrarsi all’arresto poiché viene condannato solo al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese processuali99. La presenza di un mulino ad acqua, nei pressi del riu Canzargiu, è un altro segno della vitalità economica del villaggio, sostenuta. L’eminenza dei Cotza si manifesta anche nella disposizione delle loro abitazioni nel centro abitato: le loro famiglie occupano infatti un intero rione attorno alla chiesa e al cimitero di San Cristoforo. A nord della chiesa si trova il grande dominariu di Ferdinando Cotza, che sarà poi abitato dal figlio Priamo e dal nipote omonimo; a est e a sud si dispongono i locali del dominariu Massidda, ereditato da Giuseppe Cotza e Rosa Diana. E sarà questa grande casa il teatro della grassazione del 1840 a danno della vedova Diana. I Cotza e i Massidda possiedono inoltre altre case e piazzali nei rioni di Prazza Angelica, Cresia (dove abita Paola Cotza, sposata con don Giorgio Diana), e Surbideddu. Il ramo minore dei Cotza occupa abitazioni molto più modeste: Rosa Acquas, vedova di Giuseppe, e il figlio Francesco dispongono di tre ambienti con piazzale in Su Foraxi e Surbideddu. Gli altri due proprietari di Setzu di un certo rilievo sono Francesco Macis, che possiede tre case tra Cresia, Serra e Mausterna, e Isidoro Muscas che abita nel rione Surbideddu. Gli spazi e i beni comuni del villaggio sono curati maggiormente nella seconda metà degli anni cinquanta dell’Ottocento, quando il consiglio comunale ha assunto responsabilità amministrative, oltre che di rappresentanza degli interessi comunitari. Nel 1855 il Comune delibera la riparazione delle strade comunali, mediante il consueto metodo di ripartizione delle giornate lavorative tra gli abitanti sulla base della loro capacità produttiva e reddituale. Gli oneri ricadono perciò in maggior misura su Priamo Cotza, don Pietro Massidda, Paolo Atzori e Felice Melis100. Undici anni più tardi sono nuovamente sistemate le strade dei rioni di Piazza Angelica e Su Monti101. Tra le preoccupazioni maggiori del consiglio comunale c’è il buon funzionamento delle fontane di acqua potabile e degli abbeveratoi del bestiame. Nel 1859 sono stanziati fondi straordinari per la costruzione di un abbeveratoio in riu Canzargiu102, l’anno successivo sono ricostruite le fontane di Cala Pruna e di Funtana Baddaris103 e nel 1866 sono riparate quelle dentro il villaggio104. 6. La chiesa e il villaggio La Chiesa, intesa come istituzione, è un elemento fondamentale nella vita dei villaggi sardi dal periodo giudicale, quando grandi aziende monastiche controllavano una parte importante degli insediamenti e delle terre produttive, all’epoca moderna, nella quale le parrocchie e le cause pie curano la vita religiosa degli abitanti e il servizio di assistenza dei bisognosi105. La parrocchia di Setzu, dedicata a San Leonardo, fa parte della diocesi di Ales-Terralba, unificata nel 1503-4106. La chiesa come struttura riveste invece un ruolo fondamentale nell’organizzazione 61 dello spazio del villaggio: essa è infatti edificatrice di luoghi e di percorsi, punto d’incontro della comunità, catalizzatrice di interessi sociali. Gli stili costruttivi manifestano la capacità delle maestranze locali di importare tecniche e tipologie esterne, su ispirazione dei centri vicini o delle città107. La chiesa di San Cristoforo108, con l’annesso cimitero, è il polo attorno al quale si sviluppa un nucleo di edifici che da un lato si chiudono a difesa degli abitanti, come quelli che si affacciano verso la Giara e verso i villaggi confinanti ma appartenenti ad altri feudi, dall’altro si aprono verso gli orti e i salti. Come già detto attorno alla chiesa e al cimitero si collocano le abitazioni del ceppo Cotza-Diana-Massidda, e possiamo ipotizzare che nella medesima area si fossero un tempo stabiliti anche i Cadello. Nei primi decenni dell’Ottocento il reverendo don Luigi Massidda è amministratore del legato pio di San Cristoforo, oltre che di quelli di Santa Greca e di San Luigi Gonzaga109. Il testamento del reverendo Cotza destina 4-5 starelli di terra e alcune vacche al sostentamento della chiesa di San Cristoforo110. La chiesa e il cimitero sono circondati da una muraglia: nel giugno 1847 il Consiglio comunitativo di Setzu si raduna proprio vicino alla chiesa per appurare lo stato «indecente» del muro di cinta, aperto in più punti al passaggio di uomini e bestie, con il rischio di far riemergere le ossa delle salme. Il sindaco Massidda e il consiglio chiedono un tempestivo intervento del vescovo di Ales, con la velata minaccia di un «ritardato accomodamento» di quanto dovuto per il legato pio di San Cristoforo111. Il cimitero è utilizzato fino ai primi anni del Seicento, quando inizia ad essere utilizzata per le sepolture la chiesa parrocchiale di San Leonardo, anche se nei primi anni dell’Ottocento, a causa dell’inagibilità della parrocchiale, il cimitero di San Cristoforo viene ripristinato per un breve periodo. La parrocchiale di San Leonardo Confessore viene edificata tra il XVI e il XVII secolo, ma è oggetto di una radicale ristrutturazione nella seconda metà dell’Ottocento. Sul principio del secolo il suo edificio mostra i segni evidenti della sua decadenza, presenta delle crepe, la sacrestia è priva di paramenti e degli arredi essenziali per le funzioni112. E così nel 1854 il consiglio delibera l’istituzione di una roadia per raccogliere i fondi necessari al suo restauro. Inizialmente le sono destinati 6 ettari di terreno: 5 ettari e 60 are in Putzu Cosseddus di proprietà della chiesa e 40 are in S’Ottu de Musiu Giuanni. Il grano per la semina è preso in prestito dal Monte granatico113. Si pensa addirittura di costruire un nuovo edificio accanto a quello ormai fatiscente, ma infine, nel 1858, i lavori di restauro sono affidati al geometra Crespo. La spesa totale per il progetto e i lavori è di 7479,90 lire. Il comune stanzia 2228,77 lire, la diocesi 1000, e il resto viene preso a prestito dal Monte di soccorso e dall’esattoria provinciale114. Nel 1873 vengono stanziati nuovi fondi, in particolare per la sistemazione dell’altare maggiore115. La chiesa restaurata viene benedetta il 18 marzo 1874 alla presenza di tutto il clero dei paesi vicini tranne, sottolinea il parroco Antonio Setzu, quello di Tuili116. Le feste religiose celebrate a Setzu sono quelle di San Demetrio, San Luigi Gonzaga, Santa Greca e San Cristoforo, coi proventi delle dotazioni e di alcune rendite fondiarie. I fedeli contribuiscono poi alle feste con donazioni in dolci e denaro. La festa di San Demetrio si celebra solennemente nel mese di ottobre e ai riti religiosi si affianca la tra- 62 dizionale corsa di cavalli. Per la festa di San Luigi Gonzaga si utilizzano anche le rendite di alcuni animali di un legato del reverendo Luigi Cotza117. La prima notizia sui beni ecclesiastici risale al 1595, quando viene aperta la cassa dove si trovano 95,19 soldi, frutto di alcuni fitti di terreni118. La dotazione fondiaria della parrocchia e delle Cause pie viene alimentata con i legati testamentari delle principali famiglie del villaggio, quali il legato Cadello della Beata Vergine Assunta, di nove lire l’anno, che gli eredi Cadello pagano ancora nel XIX secolo119; il legato di San Luigi Gonzaga e di San Cristoforo della famiglia Cotza120; il legato Murgia di Villamar per la cappella di San Cristoforo121. Secondo le dichiarazioni degli abitanti del villaggio, la chiesa avrebbe una dotazione fondiaria oscillante tra i 180 e i 200 starelli122. Secondo il viceparroco, Marco Olla di Genuri, che presenta i conti al vescovo aggiornati al 1846, le terre della parrocchia si estendono per 96 starelli nelle due vidazzoni, i terreni della Cappella del Rosario per 23,2,2 starelli (di cui 1,2 a uliveto), i terreni di San Cristoforo per 4,3, quelli di San Luigi Gonzaga per 5,3 e infine quelli della Causa pia per 38,1 starelli, per un totale di 166,9,2 starelli (compresi alcuni terreni a Tuili e Villamar)123. Il primo impianto catastale assegna alla Chiesa, tra legati di diversa natura, un patrimonio leggermente superiore: 9,51 ettari della Cappella del Rosario, 3,07 di San Cristoforo, 18,46 della Parrocchiale di San Leonardo, 4,17 di San Luigi Gonzaga, cui va aggiunto il Legato pio della parrocchia con 16,62,50 ettari, per un totale di 51,83,50 ettari, cui vanno sommati altri 18,84,50 ettari posseduti nel villaggio di Turri, che portano la proprietà ecclesiastica complessiva a 70,68 ettari124. L’estrema concentrazione della proprietà fondiaria nelle mani della famiglia CotzaMassidda fa sì che l’accesso alle terre della Chiesa rivesta una notevole importanza per la popolazione di Setzu, che cerca sempre di impedirne la privatizzazione: come nel 1844, quando i contadini Domenico Floris e Francesco Casula chiedono in enfiteusi perpetua 3 starelli di terreno della parrocchia in località Pranu Bertula, per chiuderli e impiantarvi una vigna, e i probiuomini Cristoforo Pibiri e Antonio Cotza si oppongono perché il terreno, di buona qualità può essere periodicamente coltivato dalla parrocchia a sotzaria125. La gestione del patrimonio ecclesiastico è oggetto, negli anni venti e trenta dell’Ottocento, di una contesa tra la comunità e il rettore Giuseppe Luigi Caria. Il reverendo Caria arriva peraltro a Setzu accompagnato da una fama molto negativa, perchè nel 1816 è stato sospettato dell’avvelenamento del suo viceparroco, Giuseppe Scalas di Simala, quando entrambi si trovano a Bannari (attuale Villaverde)126. Nello stesso periodo è stato pure accusato di adulterio con donna Colomba Cabras di Turri, moglie di don Bachisio Debosa127, provocando la loro separazione. “Ospitato” da don Raimondo Orrù di Sardara, il Debosa finisce i suoi giorni in triste povertà128. A guidare in prima linea la comunità contro il rettore Caria sono Priamo Cotza, don Giuseppe Massidda e don Giorgio Diana, che lo accusano di coltivare le terre della chiesa per suo conto, mentre dovrebbe darle in affitto, di sottrarre dei soldi dalla cassa del Monte nummario, e di non pagare i viceparroci e i suoi servi. Ma le accuse si estendono anche al ruolo sacerdotale del Caria: rifiuterebbe di somministrare i sacramenti, 63 chiederebbe di essere pagato per la celebrazione delle feste religiose, terrebbe comportamenti contrari alla morale. Alla causa intentatagli dalla comunità si unisce quella già istruita contro il Caria dal vicario diocesano, don Efisio Diana129. Il nodo vero sembra tuttavia essere il controllo del patrimonio ecclesiastico: nel 1821 don Giuseppe Massidda e don Giorgio Diana intimano al Caria di nominare un amministratore delle Cause pie di Setzu130, ma il rettore continua ad amministrare in proprio le terre e i beni della parrocchia, senza renderne conto neppure alla diocesi, che lamenta il mancato versamento delle decime dal 1821 al 1824131. Un rendiconto presentato da Caria con ben dieci anni di ritardo contabilizza per il 1820 solo 18,3 starelli di terreni ecclesiastici, di cui 16 in affitto132: e cioè un’estensione di terreni che è poco più di un decimo di quella che sarà censita dal viceparroco Olla nel 1846, quando il patrimonio fondiario della Chiesa a Setzu non potrà certo essersi decuplicato. Meno diplomatico dei parenti aristocratici, nell’aprile del 1825 Priamo Cotza provoca il rettore Caria recandosi nottetempo con alcuni suoi servi a lanciare sassi e oggetti verso la sua casa, facendone uscire spaventate le serve che in cucina preparano il cibo133. Caria cerca nondimeno di trovare un accordo con i Massidda e nel 1830 si fa ricevere nella loro casa, dove abita anche donna Rosa Diana. La famiglia Diana - Massidda contribuisce da sola a un terzo delle decime del villaggio ma non fidandosi del rettore gli consegna solo 100 scudi. Anche i Cotza smettono di versare le decime e le rendite previste dal legato del loro parente Luigi Cotza134. La situazione peggiora di anno in anno e il rettore Caria diviene moroso nel versamento dei donativi per oltre 350 lire, per cui nel 1841 gli vengono sequestrati la casa e i mobili. E sequestratario è proprio il suo peggior nemico, Priamo Cotza135. Egli è perciò costretto a lasciare Setzu e a rifugiarsi prima a Oristano poi a Cagliari, senza tuttavia rinunciare a difendersi, fino agli ultimi giorni di vita. La lotta sociale e politica, dunque non si concretizza ora più a Setzu in uno scontro tra famiglie, sopito alla scomparsa del notaio Fedele Giuseppe, in conflitto con il nipote Priamo, ma nello scontro tra la famiglia che controlla politicamente e materialmente la comunità, i Cotza-Diana-Massidda, e l’unico personaggio che per forza economica e soprattutto per capacità intellettuali può sfidarne la potenza: il reverendo Giuseppe Luigi Caria, tra i pochi alfabetizzati del villaggio e in grado di manipolare a suo pro gli affari della parrocchia e del Monte frumentario. Al riguardo della gestione del Monte, molte deposizioni accusano il rettore di approfittare dell’ignoranza dei contadini setzesi per rilasciare ricevute non corrette e per falsificare le scritture contabili, soprattutto al fine di non estinguere i debiti degli agricoltori136. Anche in questo conflitto Setzu si distingue da comunità vicine e simili, perché esso non può più riguardare le maggiori famiglie, che fanno ormai un tutt’uno, poiché l’intero villaggio è assoggettato ai Cotza-Diana-Massidda, e neppure le istituzioni, poichè gli uomini che controllano il consiglio comunitativo sono i medesimi che gestiscono la Causa pia e che contribuiscono maggiormente alle rendite della Chiesa. Quello tra i Cotza e il rettore Caria è però anche uno scontro impari, tra una famiglia potente e legata alla fitta rete delle elites locali e un uomo che cerca di emergere economicamente e socialmente “malvestendo” l’abito talare, e cioè sfruttandone i connessi privilegi. 64 Note Arrigo Solmi, Un nuovo documento per la storia di Guglielmo di Cagliari e dell’Arborea, in «Archivio Storico Sardo», IV (1908), pp. 193-212. 2 Sul castello di Las Plassas cfr. Giovanni Serreli, Il castello di Marmilla a Las Plassas, in AA.VV., Roccas: aspetti del sistema di fortificazioni in Sardegna, S’Alvure, Oristano 2003, pp. 71-76. 3 Per la ricostruzione delle vicende belliche e diplomatiche vedi i documenti pubblicati da Luisa D’Arienzo, Carte reali e diplomatiche di Pietro IV il Cerimonioso, re d’Aragona, riguardanti l’Italia, Cedam, Padova, 1970, e Documenti sui Visconti di Narbona e la Sardegna, Cedam, Padova, 1977, e da Joan Armanguè, Anna Cireddu Aste, Caterina Cuboni, Proceso contra los Arborea, ETS, Pisa, 2001. 4 Vedi Rafael Conde Y Delgado De Molina, La batalla de Sent Luri. Textos y documentos, Sanluri 1997. 5 ASC, Regio Demanio, Feudi, vol. 26, fasc. 1. 6 Ivi, vol. 53. 7 Per la vicenda del feudo dei nobili de Doni si vedano gli atti del processo di devoluzione del feudo alla corona (1759-1775), ivi, vol. 26. 8 Ibidem. 9 ASC, Segreteria di Stato, II serie, cat. XII, vol. 1643. 10 Ivi, Regio Demanio, Feudi, vol. 68. 11 Ivi, vol 57, fasc. 1. 12 Bruno Anatra, La Sardegna dall’unificazione aragonese ai Savoia, Utet, Torino 1987, pp. 158-59. 13 Ivi, p. 162. 14 Josè Trenchs Odena, La cancillería di Jaime I: cancilleres y escribanos, in «Palaeographica, Diplomatica et Archivistica: studi in onore di Giulio Battelli», Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1979. Sul Montcada si veda anche Francesco Floris, Feudi e feudatari in Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari 1996, vol.2, pp. 600-01. 15 Alberto Boscolo, a cura di, I Parlamenti di Alfonso il Magnanimo (1421-1452), Consiglio Regionale della Sardegna, Cagliari 1993, pp. 105-06. 16 Francesco de Vico, Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña, a cura di Francesco Manconi, Cuec, Cagliari 2004, vol. V, p. 303. 17 Boscolo, op. cit., pp. 144-52. 18 Ivi, pp. 166-70. 19 Ivi, pp. 191-216. 20 Vico, Historia general cit., pp. 44-45. 21 ASC, Regio Demanio, Feudi, Marchesato di Quirra, vol. 56, Concessione di Ferdinando II a Violante Carroz (1480), copia allegata all’atto di confisca del marchesato di Quirra, 1744. 22 AST, Sardegna, Materia Feudale, Registri feudi, mazzo 11; ASCA, Regio Demanio, Feudi, Marchesato di Quirra, vol. 56. 23 Gottardi, op. cit., p. 42. 24 Floris, op. cit., pp. 260–61. 25 Gottardi, op. cit., pp. 43-44. 26 Anatra, op. cit., p. 363. 27 Ivi, p. 353. 28 Sulla figura di Violante Carroz sono disponibili anche testi di carattere divulgativo e narrativo, tra i quali: Lia Secci Piras, Quirra: storia del castello e della contessa Violant, Grafiche del Parteolla, Dolianova 2008, e Rossana Copez, Si chiama Violante, Il Maestrale, Nuoro 2004. 29 Anatra, op. cit., pp. 185-86. 30 ASC, Antico Archivio Regio, BC 10, c. 41r. 31 Copie di questa concessione allodiale si trovano in ASC, Regio Demanio, Feudi, vol. 55, e in AST, Sardegna, Materia feudale, mazzo 13. 32 Sulla vicenda si veda Pietro Maria Cossu, Un episodio della vita di donna Violante Carroz, in «Archivio Storico Sardo», XIV (1922). 33 Gottardi, op. cit., pp. 56-57. 1 65 34 Il testamento di Violante Carroz è in Costantino Piras, Il testamento di Violante Carroç contessa di Quirra, in «Biblioteca francescana sarda: rivista semestrale di cultura della Provincia dei frati Minori conventuali», vol. 2, a. 1988, fasc. 1-2, pp. 19-53. 35 AST, Sardegna, Materia feudale, mazzo 11. 36 Gottardi, op. cit., pp. 74-75. 37 AST, Sardegna Materia feudale, mazzo 11. 38 Cfr. Gian Giacomo Ortu, a cura di, Il parlamento del vicerè Carlo de Borja, duca di Gandía, 1614, Consiglio regionale della Sardegna, Cagliari 1995. 39 AST, Sardegna, Materia feudale, mazzo 13. 40 Su Burcei si veda Gian Giacomo Ortu, Burcei: il paese sul crinale, Cuec, Cagliari 2000. 41 La causa si risolve con la restituzione dei tre villaggi al marchese di Quirra. 42 Le pretese sono rigettate dal Reale Consiglio di Torino con sentenza del 30 dicembre 1726: AST, Sardegna, Materia feudale, mazzo 13. 43 Ivi, mazzo 11. 44 Ibidem. 45 Ivi, mazzo 13. 46 Ivi, mazzo 11. 47 Ivi, mazzo 13. 48 Ivi, mazzo 11 per una dettagliata relazione sulle vicende ereditarie del marchesato di Quirra., ma cfr. anche Gottardi, op. cit., pp. 17-89. 49 Ortu, Villaggio e poteri signorili cit., pp. 36-37. 50 Tola, op. cit., p. 844. 51 ASDA, Libro di amministrazione della parrocchia di Setzu, vol. 124, fasc. 1. 52 Ibidem. 53 Ibidem. 54 ASC, Regio Demanio, Feudi, vol. 85, cc. 228r-250v. 55 Francesco Loddo Canepa, a cura di, Relazione della visita del Vicerè des Hayes al Regno di Sardegna (1770), Cedam, Padova 1958, pp. 226-27. 56 Ivi, p. 224. 57 Italo Birocchi, Margherita Capra, L’istituzione dei Consigli comunitativi in Sardegna, in «Quaderni sardi di storia», n. 4, 1983-84, pp. 139-58. 58 ASC, Segreteria di Stato, II serie, vol. 398, lettera dell’intendente provinciale Gessa del 9 gennaio 1827. 59 Ivi, vol. 398, Lettera della Segreteria di Stato all’Intendenza di Isili, 16 settembre 1843. 60 Ivi, Reale Udienza, Civili, b. 1805, fasc. 20.204, cc. 138v, 181r. 61 Ivi, Regio Demanio, Feudi, vol. 85. 62 Italo Birocchi, Per la storia della proprietà perfetta in Sardegna, Giuffré, Milano 1982. 63 Isabella Zedda Macciò, Paesaggio agrario e proprietà fondiaria nella Sardegna dell’Ottocento, in AA.VV. Ombre e luci della Restaurazione, Mibac, Roma 1997, pp. 444-97. 64 ASC, Segreteria di Stato, II serie, vol. 398, Lettera del 3 ottobre 1841 e Parere dell’avvocato fiscale del 22 settembre 1841. 65 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 1, Atto consiliare dell’ 8 giugno 1840. 66 Ivi, fasc. 1 67 La ripartizione viene effettuata una prima volta l’11 agosto 1839 e corretta sul finire dell’anno: ibidem 68 Ivi, fascc. 1-8. 69 Raffaella Sarti, Vita di casa, Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 45-49. 70 Ortu, Villaggio e poteri signorili cit., pp. 64-66. 71 Il periodo più lungo senza dati genealogici è compreso tra il 1738 e il 1757, quando i rettori della parrocchia interrompono la registrazione dei battesimi, delle cresime e dei matrimoni, e aggiornano soltanto sporadicamente il registro delle morti. L’altro periodo che resta scoperto, in attesa del reperimento del materiale, è compreso tra il 1827 e il 1866. Tuttavia è stato possibile ricostruire le genealogie delle famiglie con alcuni stati delle anime del periodo. 66 Villaggio scomparso nel territorio di Baressa. ASC, Regio Demanio, Feudi, vol. 85, Osservazioni del consiglio comunitativo, fasc. 2. 74 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 1, Bilancio 1841. 75 Ivi, fasc. 2, Atto consigliare del 17 luglio 1847. 76 Dopo la riforma del 1821 i barracelli sono chiamati anche Cacciatori Provinciali e organizzati per province e distretti, in questo caso rispettivamente di Isili e Sini. Il capitano distrettuale dei barracelli è il cognato di Priamo, don Giorgio Diana di Sini, mentre il capitano provinciale è il ricco aristocratico sardarese don Antioco Serpi. Sui barracelli si veda S. Orunesu, Dalla scolca giudicale ai barracelli: contributo a una storia agraria della Sardegna, Condaghes, Cagliari 2003, e B. Porcheddu, I barracelli: fondazione e legislazione, Edes, Sassari 2003. 77 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 826. 78 ASC, Atti notarili Oristano, sciolti, vol. 1, Michele Angelo Accalay. 79 ASC, Reale Udienza, Civili, pand. 59, vol. 605, fasc. 6995. 80 I dati sono estratti dal registro catastale di Setzu, in ASC, Ufficio Tecnico Erariale, Registri, Matrice Setzu, vol. 63 (2514). 81 Sulla Giara di Gesturi si veda l’articolo di Isabella Zedda Macciò, Considerazioni cartografiche e toponomastiche intorno ad una singolare mappa della Giara di Gesturi, in «Archivio storico sardo», vol. 34, n.2, a. 1984, pp. 157-216. 82 ASC, Reale Udienza, Civili, pand. 54, vol. 288, fasc. 3641. 83 Ivi, pand. 15, vol. 487. 84 Ivi, pand. 59, vol. 605, fasc. 6995 85 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 1, Corrispondenza del consiglio con l’intendente provinciale Gessa, 20 luglio 1838. 86 Ivi, fasc. 1, Atto del consiglio comunitativo di Setzu del 9 settembre 1840. 87 88, Ivi, fasc. 1, Relazione allegata al bilancio del 1841. 88 ASC, Real Corpo di Stato Maggiore, Processi verbali, n. 87, Setzu, fascc. 2 e 9. 89 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 3, Atti consigliari del 14 agosto 1851 e del 22 aprile 1851. 90 Ivi, fasc. 2, Atto consigliare del 6 settembre 1847. 91 ASC, Ufficio Tecnico Erariale, Registri, Sommarione Setzu, vol. 1198. 92 Sui catasti si veda Marco Cadinu (a cura di), I catasti e la storia dei luoghi, Kappa, Roma 2013. 93 I dati catastali sono estratti da ASC, Ufficio Tecnico Erariale, Registro matrice e Sommarione di Setzu (25 e 1198). 94 Nella versione riportata in Giulio Paulis, I nomi di luogo della Sardegna, Carlo Delfino, Sassari 1987, p. 325. 95 Chiuso destinato al pascolo bovino. 96 Terreni che nel passato erano destinati all’abbruciamento delle stoppie. 97 Corongiu indica un sasso di discrete dimensioni. Con tellas si individuano le lastre di pietra. 98 Murdegu è il cisto, pirastu è il pero selvatico, larus l’alloro, su lioni o ioni il corbezzolo. 99 ASC, Reale Udienza, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 19. 100 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 5, Atto consigliare del 3 maggio 1855. 101 Ivi, fasc.7, Atto consigliare del 24 giugno 1866. 102 Ivi, fasc.6, Bilancio del 1859. 103 Ivi, fasc.6, Atto consigliare del 10 maggio 1860. 104 Ivi, fasc.7, Atto consigliare del 24 giugno 1866. 105 Sulla storia della chiesa in Sardegna cfr. Raimondo Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna: dalle origini al Duemila, Città Nuova, Roma 1999. 106 Sulla diocesi di Ales-Terralba, AA.VV., La diocesi di Ales-Usellus-Terralba: aspetti e valori, Fossataro, Cagliari 1975. 107 Sul tema cfr. Gabriel Le Bras, La chiesa e il villaggio, Boringhieri, Torino 1979, e Carlo Tosco, Il castello, la casa, la chiesa: architettura e società nel medioevo, Einaudi, Torino 2003. 108 San Cristoforo è un martire di origine turca, martirizzato a Licia nel 250 d.C.. Esistono diverse 72 73 67 leggende sulla storia del santo, venerato sia dalla Chiesa romana che dalla Chiesa orientale. La sua caratteristica di santo ausiliatore ci fa ipotizzare che sia venerato in Marmilla per la protezione contro la peste: cfr. Bibliotheca sanctorum, vol. IV, Città Nuova, Roma 1995, ad vocem. 109 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10499, f. 53. 110 Ivi, f. 56. 111 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 3, Atto consigliare del 27 giugno 1847. 112 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10.499, f. 3v. 113 ACS, Registro degli atti del consiglio comunitativo, fasc. 4, Atto consigliare del 18 settembre 1854. 114 Ivi, fasc. 6, Atto consigliare del 19 settembre 1858. 115 Ivi, fasc. 8, Bilancio 1873 e Atto consigliare del 2 ottobre 1873. 116 ASDA, Miscellanea Setzu, Lettera del parroco Antonio Setzu al vescovo del 31 marzo 1874. 117 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fascc. 10.497-10.500. 118 ASDA, Libro di amministrazione della parrocchia di Setzu, vol. 124, fasc. 1. 119 ASDA, Miscellanea Setzu, Lettera del rettore Giuseppe Luigi Caria al vescovo dell’11 ottobre 1843 e Lettera del parroco Antonio Setzu al vescovo del 28 dicembre 1860, nella quale si chiede di poter utilizzare il capitale del legato Cadello per l’accensione di un censo di 340 lire con un tasso del 6%. 120 ASDA, Miscellanea Setzu, Copia degli articoli 15 e 17 del testamento di don Luigi Cotza, rogato dal notaio Francesco Pitzalis di Tuili, che istituiscono il legato di San Cristoforo. 121 Ivi, Copia del testamento del sacerdote Giovanni Antonio Murgia, nato a Villamar da Antonio Murgia Lilliu e Itria Maxia (legato a San Cristoforo). 122 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10.499. 123 ASDA, Miscellanea Setzu, Stato del Legato Pio di Setzu e di San Cristoforo presentato da don Marco Olla il 25 giugno 1846. 124 ASC, Ufficio Tecnico Erariale, Registro partite Setzu e Turri. 125 ASDA, Miscellanea Setzu, Lettera al vescovo del 24 maggio 1844. 126 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10.498. 127 Ivi, fasc. 10.497. 128 Sulla famiglia Debosa si veda Francesco Sonis, Villaggi scomparsi in Sardegna. Il caso di Sitzamus nel Settecento, Cuec, Cagliari 2010. 129 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10.499-10.500. 130 ASDA, Miscellanea Setzu, lettera di don Giuseppe Massidda e don Giorgio Diana del 1 dicembre 1821. 131 Ivi, Lettera del vicario diocesano a Caria del 1835. 132 Ivi, Conti della causa pia di Setzu per l’anno 1820, presentati nel 1830. 133 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 827. 134 ASDA, Miscellanea Setzu, Lettera del rettore Caria al vescovo di Ales, 1830. 135 Ivi, Esecuzione contro il rettore Caria, 1841; Lettera del rettore Caria al vescovo del 26 agosto 1845. 136 ASC, Reale Udienza, Criminali, pand. 17, classe III, serie 2, fasc. 10.499. 68 L’abitato di Setzu dal Vecchio catasto 69 III. GENEALOGIE In questa sezione sono proposte le genealogie delle famiglie di Setzu, ricostruite grazie ai dati dei registri parrocchiali conservati presso l’Archivio storico diocesano di Ales (per il periodo dal 1585 al 1838), alcuni stati delle anime tra gli anni quaranta e sessanta del XIX secolo, i registri dell’anagrafe di Setzu (che coprono l’arco temporale tra il 1866 e il 1928) e i registri dell’anagrafe del comune di Tuili (per i dati che vanno dal 1928 al 1945, ovvero fino al limite dei settant’anni previsto dalla normativa vigente). Altro strumento utile per la ricostruzione delle genealogie è stato il censimento del 1921 che ha fornito un quadro completo della comunità tra la prima guerra mondiale e l’avvento del periodo fascista. I registri parrocchiali hanno una discreta continuità: l’unica mancanza importante si ravvisa per il periodo tra il 1738 e il 1750 quando il registro delle nascite e dei matrimoni non viene aggiornato (si trovano solo scritture saltuarie nel registro delle morti). Per la ricostruzione delle genealogie sono stati registrati oltre 5.600 individui, distribuiti su un periodo di circa quattro secoli. In questa sezione sono proposte le genealogie di alcune delle famiglie più significative nella storia del villaggio, tra cui sicuramente si distinguono i Cadello e i Cotza. Le famiglie Addari, Caria, Cotza, Melis e Pibiri evidenziano una straordinaria permanenza nella comunità dal Seicento fino ai giorni nostri. I gruppi famigliari dei Corona, Fadda, Incani, Sitzia, Pala, Pitzalis e Zucca si stabiliscono a Setzu tra il XVIII e il XIX secolo, radicandosi nel villaggio e legandosi alle principali famiglie. Alcune gruppi famigliari presenti già nel XVII secolo (i Lierru, i Macis, i Marongiu, i Mattana, i Muscas, i Puxeddu), i cui esponenti ricoprono talvolta incarichi di rilievo e si affermano economicamente nella Setzu dell’età moderna, si esauriscono o proseguono per linea femminile. Quasi tutte le famiglie contemporanee possono collegarsi, per via patrilineare o matrilineare, a una o più famiglie storiche di Setzu. 71 I Cadello La famiglia Cadello compare a Setzu fin dalla fine del XVI secolo. I dati dei Quinque libri sono inizialmente incerti, anche per i frequenti errori di trascrizione, che li confondono in particolare con la famiglia Puxello o Puxeddu, con i quali peraltro hanno diversi legami di parentela. Secondo un’ipotesi di Vittorio Prunas Tola1, la famiglia Cadello sarebbe originaria del regno di Maiorca, dove ricoprirebbe cariche militari e amministrative sin dal XII secolo. La sua prima comparsa in Sardegna è con un Guantino Cadello, testimone della pace del 1388 tra Eleonora d’Arborea e il sovrano aragonese Giovanni I; un Andrea Cadello è invece nominato in un’ambasciata sassarese al sovrano Alfonso2. I Cadello sono spesso menzionati dai documenti che riguardano i feudi sardi: un Giovanni, probabile discendente dei Cadello di Puigcerdà, arriva nell’isola per amministrare i possedimenti del conte di Quirra. Un altro Giovanni è saliniere dell’Ogliastra fino al 1542 e un suo figlio, Pietro Paolo, è capitano d’Ogliastra (1582-1584); un altro, Diego Sebastiano, è probabilmente inviato a Setzu come ufficiale della baronia di Marmilla3. La prima segnalazione della famiglia nei Quinque libri di Setzu è di una Cadello, di cui ci è ignoto il nome, moglie di Nicolò Manca e madre di Angelina Manca (15921616). La famiglia Manca scompare da Setzu pochi decenni dopo. Il ramo dei Cadello che ha la maggiore continuità inizia con Diego Sebastiano che sposa Giovanna Agostina Puxeddu (m. 1615), dalla quale ha Giovanni Antonio Andrea (m. 1626). Diego Sebastiano è presente come ufficiale della Marmilla e testimone alla stipula dei capitoli di grazia tra il giudicato d’Ogliastra e il marchese di Quirra, avvenuta proprio a Setzu nel 15794. Diego Sebastiano è probabilmente il mossen Cadello, senza indicazione del nome di battesimo, che troviamo nei libri di amministrazione della parrocchia (1595-1597)5. Il figlio di Diego Sebastiano, Giovanni Antonio Andrea, sposa Maria Prunas, che gli dà otto figli (fig. 1). Di questi Agostina sposa don Emanuele Santa Cruz (1614); Antonio, che prende il cognome materno, si stabilisce nel villaggio di Bonorva dando origine alla famiglia Prunas6; Giovanni Salvatore, sposa una Dettori e si trasferisce a Pozzomaggiore; Sebastiano, talvolta preceduto dal titolo di don, forse concesso al padre nel 16227, sposa Mariangela Cocu, dalla quale ha tre figli: Francesca (n. 1642), Antioco (n. 1644), e Giovanni Bachisio (1645-1702). Bachisio sposa Restituta Marras (1650-1701) ed ha due figlie: Maria Giuseppa e Cecilia (n. 1694). I fratelli, Francesca e Antioco, hanno una disputa giudiziaria conseguente alla vendita di Francesca al fratello, per 250 lire, di 43 starelli di terra tra Ussamanna e Turri, sui quali grava però un legato testamentario di 200 lire del nonno Giovanni Andrea Cadello per la celebrazione ogni anno di una messa cantata. Il curato di Setzu, Salvatore Nocu, vorrebbe assicurarsi che il legato sia rispettato anche dal nuovo proprietario, ma Antioco Cadello pretende di condividerne l’onere con la sorella. L’accordo si trova solo nel 16978. La discendenza dei Cadello per linea maschile è garantita da Giovanni Antioco, no- 72 bilitato nel 1645, che sposa Caterina Vacca. La coppia genera ben tredici figli, di cui molti arrivano alla maggiore età (fig. 2). Antioco Lucifero (n. 1648) sposa donna Anna Cugia, che gli dà tre figli: Salvatore Angelo (n. 1695), Giuseppe (n.1693, a Sassari) e Angela Maria, che nel 1732 sposa il cugino Francesco Cadello. Salvatore Angelo si laurea in utroque iure e intraprende la carriera ecclesiastica: diventa rettore dell’Università di Cagliari (1726-1732), canonico della cattedrale di Cagliari, e nel 1741 vescovo della diocesi di Ampurias e Civita9. Giuseppe Cadello acquista dal fisco la villa di San Sperate e ottiene il titolo di marchese (1749)10. È anche giudice della sala criminale della Reale Udienza e docente di leggi dell’Università di Cagliari11. Alla sua morte feudo e titolo passano all’altro ramo della famiglia, e cioè ad Antioco, figlio di Francesco Ignazio12. Antonio Cadello (1637-1679) – che sarà sepolto sotto l’altare della Madonna d’Itria - sposa donna Maria Diana, probabilmente figlia di un Pietro Diana che nel 1592 aveva sposato la setzese Giacomina Puxeddu. Donna Maria Diana muore pochi giorni dopo aver dato alla luce la loro unica figlia, Giovanna Cecilia (1660). Maria Cadello (n. 1635) sposa nel 1653 il marchese di Laconi, Giovanni di Castelvì, mentre la sorella Angela (n. 1633) si unisce nel 1652 ad Antioco Melis. Un’altra sorella, Giovanna Agostina, sposa il nobile Lorenzo Usai Diana di Pauli Arbarei, al quale dà due figli: Lorenzo (n. 1658) e Giovanna Anna Maria Lucifera. Gavino Diego si unisce con donna Caterina Ruggiu e genera due figli: donna Maria Giuseppa, che sposa Giovanni Battista Mocci proseguendo per via femminile il ramo Cadello a Setzu, e don Francesco Ignazio che, dopo il matrimonio con una Borro-Brundu, si unisce in seconde nozze alla cugina Angela Maria, saldando così i due rami della famiglia (fig. 3). Notizie sul patrimonio di Francesco, giudice della Reale Udienza di Cagliari, e della nipote Cecilia, sposata con un Trogu di Oristano, possono ricavarsi dalle liste del mezzo portatico della contrada della Marmilla, disponibili dal 1728 al 176713. Negli anni trenta del Settecento la famiglia Cadello risulta possedere ancora a Setzu circa 50 ettari di terra. Francesco Ignazio Cadello è un giurista di rilievo e come magistrato si è anche occupato della successione del feudo Aymerich-Castelvì, dimostrando la validità della successione per via femminile dei feudi della potente famiglia Aymerich. Le copie a stampa delle relative sentenze sono conservate presso la Biblioteca della Camera di commercio di Cagliari. Nominato giudice della sala criminale (1726) e poi della sala civile della Reale Udienza (1743), Francesco Ignazio viene incaricato dello studio di importanti questioni politiche e giuridiche, tra cui la razionalizzazione e lo snellimento del procedimento giudiziario (1737) e l’immunità dei rei nei luoghi sacri (1747)14. Egli è anche estensore di alcuni testi giuridici sulla giurisprudenza dei tribunali sardi (Stylus Iudicandi e Decisiones Regiae Audientiae ab anno 1715 ad anno 173215). Poiché è uno dei magistrati più apprezzati dalla corte di Torino nel 1749 viene anche proposto per la carica di Reggente di toga del Supremo Consiglio di Sardegna, cui rinuncia per l’età avanzata16. Il Reggente della Reale Cancelleria Filippo Beraudo di Pralormo scrive di Cadello nel suo diario: 73 «Versatissimo nella scienza legale, e massime in quella parte che riguarda il criminale, uomo attentissimo nell’esercizio del suo impiego, niente affatto dissipato, di un segreto impenetrabile, speditivo in tutti gli affari quanto mai possa desiderarsi, vigilante, zelantissimo per servizio del re e della giustizia, inimico inconciliabile dei delitti, vigoroso osservante delle leggi e delle costituzioni che se gli prescrivono, uomo che penetra l’idea del governo e che mirabilmente vi si sa adattare e conformare; né a queste sole cose resta ristretta la sua abilità, perché egli è capace di consigliare sopra qualsivoglia materia di politica e governo e specialmente negli affari ecclesiastici ed è poi di una bontà di vita e di costumi fuori da ogni rimprovero»17. Francesco Ignazio è più volte incaricato della redazione di pareri e norme per aiutare i viceré nelle vicende criminali del Regno. È sempre lui a stendere nel 1736 la bozza del pregone del viceré Rivarolo che prescrive «diverse provvidenze riguardanti la costruzione, e spedizione delle cause criminali»18, attraverso cui il governo sabaudo cerca di riorganizzare l’amministrazione della giustizia nell’isola e regolarizzare lo svolgimento dei processi nelle curie baronali19. Contemporaneamente prosegue la carriera accademica come professore di leggi civili all’Università di Cagliari e nel 1755 è inserito nella giunta per la riforma dell’ateneo cagliaritano, per la quale compila una brillante relazione che ispira l’azione del governo sabaudo20. Dal suo matrimonio con la cugina Angela Maria nascono quattro figli: Saturnino, Antioco, Caterina Anna Maria e Diego Gregorio (1735-1807), futuro arcivescovo di Cagliari e cardinale. Saturnino è anch’egli giudice della Reale Udienza e professore di diritto all’università di Cagliari. Antioco dopo la morte del fratello eredita il marchesato di San Sperate dallo zio Giuseppe. Diego è una delle figure più importanti del clero sardo: nato a Cagliari il 12 marzo 1735, intraprende la carriera ecclesiastica diventando abate di San Giovanni di Sinis, canonico e decano della cattedrale di Cagliari (1788), vicario capitolare (1797), per essere quindi consacrato vescovo di Cagliari nella cattedrale di Iglesias, il 27 maggio 179821. La sua opera pastorale si contraddistingue per la vicinanza alle popolazioni in difficoltà, come nel caso del soccorso ai carlofortini dopo il saccheggio e la deportazione subita nel settembre del 1798, e per la sintonia con la monarchia sabauda, costretta a trasferirsi nell’isola dopo l’invasione napoleonica del nord-Italia. Proprio su indicazione della famiglia reale, il 27 marzo 1803 viene creato cardinale dal pontefice Pio VII, con celebrazione alla presenza di tutto il clero sardo. Tra le sue azioni pastorali bisogna ricordare la visita nella diocesi ogliastrina, allora unita a Cagliari, compiuta tra il 1800 e il 1802, i cui atti costituiscono oggi una importante fonte per la storia locale. Il cardinale Cadello muore a Cagliari il 5 luglio 1807. 74 Fig. 1 75 Fig. 2 76 Fig. 3 Note Vittorio Prunas Tola, I Cadello: lontane ascendenze spagnole di una antica famiglia patrizia sarda, Collegio Araldico, Roma 1942. 2 Francesco de Vico, Historia general de la isla y reyno de Sardeña, a cura di Francesco Manconi, Cuec, Cagliari 2004, vol. V, pp. 299. 3 Francesco Floris, Dizionario delle famiglie nobili della Sardegna, Della Torre, Cagliari 2009, vol. I, pp. 140-41. 4 Libro de todas las gracias, concessiones, y capitulos concedidos, y aprobados por los muy illustres Marqueses condes y condesas de Quirra de feliz memoria al judicado de Ollastre, Agostino Murtas, Cagliari 1738, pp. 110 e sgg. 5 ASDA, Libro di amministrazione della parrocchia di Setzu, vol. 124, fasc. 1. 6 Floris, op. cit., pp. 140-41. 7 Ibidem. 8 ASCA, Reale Udienza, Cause Civili, pandetta 59, b. 30, fasc. 29. 9 Luigi Agus, Le visite pastorali del vescovo Salvatore Angelo Cadello Cugia in Gallura, (1743-1756), Arkadia, Cagliari 2011. 10 Francesco Floris, Feudi e feudatari in Sardegna, Della Torre, Cagliari 1996, vol. II, pp. 555-56. 11 Pierpaolo Merlin, Progettare una riforma: la rifondazione dell’Università di Cagliari (1755-1765), Aipsa, Cagliari 2010, pp. 42-43. 12 Pasquale Tola, Dizionario degli uomini illustri di Sardegna, Chirio e Minia, Torino 1838, ad vocem. 13 ASCA, Regio Demanio, Feudi, Marchesato di Quirra, vol. 85, ff. 570 e sgg. 14 Giuseppina De Giudici, Il governo ecclesiastico nella Sardegna sabauda, 1720-1761, Jovene, Napoli 2007. 15 Ivi, p. 105, e Biblioteca Universitaria di Cagliari, Fondo manoscritti, ms. 205. 16 De Giudici, op. cit., p. 110. 17 Eloisa Mura, Diario di Sardegna del conte Filippo Domenico Beraudo di Pralormo (1730-1734), AM&D, Cagliari 2009, p. 32. 18 Pietro Sanna Lecca, Editti, pregoni, ed altri provvedimenti emanati pel Regno di Sardegna, Stamperia Reale, Cagliari 1775, pp. 153 e sgg. 19 Mura, op. cit., pp. 57-58. 20 Merlin, op. cit., pp. 42-43. 21 Tola, op. cit, pp. 156-58. 1 77 I Cotza La famiglia Cotza è una delle più antiche del villaggio di Setzu e ha mantenuto una straordinaria continuità nel tempo. La sua costruzione patrimoniale affonda le radici nel Cinquecento, proseguendo fino al XIX secolo, quando i Cotza sono i maggiori proprietari del villaggio. I primi Cotza registrati nei Quinque libri sono Pietro e Matteo. Il ramo di Matteo si estingue quasi subito, almeno per quanto riguarda la discendenza maschile. Dal suo matrimonio con Agostina Melis nascono due figli maschi, di cui solo Giovanni Antioco resta in vita e sposa prima Caterina Schirru, poi Lazzara Ibba. L’unica discendenza che prosegue è quella dell’ultima figlia, Maria Lucifera, che contrae matrimonio con Francesco Spada (fig. 1). Il ramo di Pietro Cotza (m. 1589), che prosegue con il figlio Antonio, è quello più duraturo. Antonio (m. 1622) sposa Teresa Casu e ha dieci figli, di cui pochi superano l’adolescenza (fig. 2). Il primo, Sebastiano, sposa Giovannangela Meloni e genera un figlio omonimo, che si unirà a Maria Elena Pitzalis Puxeddu. Questo Sebastiano Cotza Meloni compare anche come contribuente del diritto del vino1. La figlia Fiorenza sposa Antioco Cabras, familiare del Sant’Uffizio (fig. 3). La discendenza maschile di questo ramo prosegue con Giovanni Antioco Leonardo (n. 1722) che sposa Angela Maria Melis. Il loro figlio maschio, un altro Sebastiano (1756-1806), sposa Antonia Melis (1758-1818) e dà vita ai rami di Giuseppe e Antonio Vincenzo (fig. 4). Giuseppe si sposa tre volte: con Rosa Acquas, Maria Rosa Porcheddu e Rosa Vacca (fig. 5). Ma è solo il primo matrimonio a produrre una discendenza: uno dei quattro figli, Francesco Maria (1824-1872), comparirà nel vecchio catasto con una proprietà di 8,55,25 ettari per un valore di 172,12 lire. Egli ha sposato Anna Maria Serra, dalla quale ha cinque figli: Vincenzo, Giuseppino, Enrichetto, Giovannico e Antonio. Giuseppino sposa Cecilia Pillittu e il loro figlio Nemesio (n. 1903) avrà otto figli da Albina Simbula (fig. 6). Enrico si unisce prima a Teresa Gallizio e poi a Maria Luigia Melis: dal primo matrimonio la discendenza prosegue con Massimino sposato a Peppina Pintori; dal secondo nascono otto figli, dei quali solo quattro superano l’infanzia (fig. 7). Giovannico si sposa tre volte, con Caterina Carcangiu Serra, Rosa Addari e Benigna Caterina Elisabetta Pibiri, dalle quali ha una numerosa discendenza che prosegue nel Novecento (fig. 8). Antonio Vincenzo Cotza Melis sposa prima Cristofora Maria Emilia Concu e poi la giovane Barbara Fadda (fig. 9). I figli del primo matrimonio danno origine a diversi rami della famiglia: Domenico Vincenzo sposa Maria Rita Giuseppa Mattana, Francesco Sebastiano Teresa Sanna, Raimondo Colletta Atzei e Rita Atzori, Giuseppe Maria Maria Annica Melis. La figlia di quest’ultima coppia, Sofia, sposata con Francesco Pibiri, morirà assassinata il 31 agosto 18772. Dal secondo Sebastiano Cotza Casu (n. 1610), di Antonio, discende il ramo che si afferma economicamente e politicamente nella comunità setzese del XIX secolo. Sebastiano sposa Giovanna Agostina Puxeddu e ha cinque figli: Michele, che si uni- 78 sce a Caterina Perra e ha tre figlie, Pietro Luigi Cotza (1643), che nel 1685 sposa Maria Mallocci (fig. 10), che gli dà cinque figli, dei quali è importante seguire Sisinnio Antonio Salvatore che in prime nozze sposa Sisinnia Deligia e in seconde Giuseppa Prinzis (fig. 11). L’affermazione economica di Sisinnio Antonio Cotza Mallocci è evidente anche dal testamento dettato al notaio Sebastiano Carracoi di Villamar che conosciamo in sintesi grazie ad una nota riportata a margine nei Quinque libri. Oltre a consistenti lasciti alla chiesa parrocchiale, Sisinnio Antonio destina dei denari per una lapide funeraria e chiede di essere sepolto presso la cappella della Madonna del Rosario e non nella parrocchiale di San Leonardo, come è invece usanza per gli altri membri della comunità. Il figlio di Sisinnio Antonio, Giorgio Cotza Prinzis (1730-1798), diventa escrivent e incrementa il patrimonio della famiglia, probabilmente anche con l’appalto di uffici pubblici. Dalle liste di scrutinio del grano risulta essere tra il 1780 e il 1785 il maggior possidente di Setzu, con 9-12 gioghi di buoi da lavoro, una sessantina di starelli di terra seminati e un raccolto di 360-370 starelli. Sposa Francesca Palmas di Mandas (fig. 12) e i figli maschi che raggiungono l’età adulta si affermano nella Marmilla, conquistando posizioni di prestigio. Luigi Cotza (1759-1821) è rettore parrocchiale di Setzu e lascia un cospicuo legato pio con la dedicazione al santo gesuita Luigi Gonzaga. Fedele Giuseppe diventa notaio e il fratello Ferdinando capitano della milizia: entrambi continuano l’attività “aziendale” di famiglia. Fedele Giuseppe è il maggior contribuente della roadia nel 1817-18, con 3 quarras e 2 imbuti di grano3. La figlia Maria Narcisa Emilia sposa don Raimondo Diana Paderi e si trasferisce a Sini: un loro figlio, don Giorgio Diana, tornerà poi a Setzu per sposare la cugina Maria Luisa Paola Cotza Dedoni. Ferdinando Cotza (17791815) si distingue nella gestione della sua azienda agraria, ereditata in parte dal padre Giorgio. Nonostante non riescano mai ad acquistare i titoli di cavalierato e nobiltà, i Cotza sviluppano importanti rapporti con l’aristocrazia della Marmilla: il padrino di cresima di Ferdinando è il marchese di Tuili. Lo stesso Ferdinando sposa donna Luisa Dedoni (1778-1815), che gli dà otto figli, di cui solo due superano l’infanzia: Maria Luisa Paola e Priamo Antonio Vincenzo (fig. 13). Ferdinando scompare per “morte improvvisa” il 6 maggio 1815 e non ha il tempo di dettare il testamento: il funerale si svolge in pompa magna con l’accompagnamento delle confraternite di Baradili, Genuri e Tuili. Il figlio Priamo influenza pesantemente la vita setzese dell’Ottocento. È il maggiore proprietario terriero: nel Vecchio catasto risulta a suo nome una proprietà di oltre 61 ettari distribuita in circa 60 frazioni, per una rendita complessiva di 1435 lire. Oltre ai terreni seminativi sono da segnalare i due oliveti di Bia Carrus e Bingia Molino, per un’estensione totale di 3,44 ettari e una rendita di 368,72 lire. Ricopre più volte la carica di capitano dei barracelli, di sindaco, di censore e depositario del monte frumentario; ha molti servi che lavorano nella sua azienda e gli consentono di controllare quasi “militarmente” la comunità. Scatena una lotta feroce contro gli oppositori, e in particolare contro colui che considera un serio antagonista nella gestione del patrimonio pubblico, 79 il reverendo Caria, che accusa di malversazione nella gestione della parrocchia, delle terre ecclesiastiche e del monte frumentario. Priamo Cotza sposa prima Giuseppa Luisa Zucca, dalla quale ha due figli, Paola e Ferdinando, poi Anna Massenti, erede di una ricca famiglia sardarese, che gli dà sei figli, tra i quali Paola, sposata a Francesco Vincenzo Antonio Addari (fig. 14). L’altro figlio di Giorgio, il notaio Fedele Giuseppe, sposa nel 1788 donna Rosa Diana, di Battista e Vincenza Massenti del ramo di Forru-Collinas. Giuseppe eredita l’altra grande porzione aziendale del padre e, grazie alla sua abilità, riesce ad incrementarla anche oltre i confini di Setzu. Per diversi periodi dell’anno dimora a Genuri, dove esercita la sua professione e gestisce la sua azienda agraria e zootecnica mediante dei contratti di società. Dal matrimonio tra Giuseppe Cotza e donna Rosa Diana nascono quattro figli, ma solo le due femmine, Francesca e Margherita, proseguono la discendenza. Margherita è la terza sposa di don Raimondo Orrù Lilliu di Sardara, uno dei maggiori possidenti del territorio, che tra la Marmilla, il Monreale e il Parte Montis possiede centinaia di ettari di terra (fig. 15). Maria Vincenza Francesca è data in sposa nel 1817 al nobile Giuseppe Pasquale Massidda di Santu Lussurgiu. Dal matrimonio nascono quattro figli: Nicolò, Giuseppe Luigi, Pietro e Antonia. Nicolò si trasferisce a Mandas, Giuseppe Luigi a Gesturi, mentre Pietro e Antonia convivono con la longeva nonna Rosa nella grande casa oggetto della bardana del 15 settembre 1840. Pietro, che a Setzu ricopre la carica di sindaco per molti anni, sposa donna Stefania Agostina Diana, dalla quale ha tre figli, Giuseppe, Margherita e Filomena (fig. 16). Ricostruendo la mappa delle abitazioni con i dati del Vecchio catasto osserviamo che la famiglia Cotza-Diana-Massidda occupa un intero rione tra San Cristoforo e Mausterna, con una serie di edifici ad uso abitativo o rurale che si sviluppano attorno la chiesetta di San Cristoforo. Dalla descrizione della casa fatta nei verbali della grassazione possiamo arguire che gli edifici fossero quasi fortificati, probabilmente conservando alcune strutture originarie. La famiglia Diana, originaria di Simala, è attratta a Setzu dalle famiglie più dotate di risorse fondiarie, quali i Cotza, i Puxeddu e i Cadello. Pietro Diana, di Simala, sposa la setzese Giacomina Puxeddu, figlia di Michele e di Petronilla Zaccheddu: dalla coppia nasce Monserrato, nobilitato nel 1679-80, capostipite della dinastia Diana diffusa tra Marmilla, Parte Montis, Monreale e Trexenta. Un suo figlio, Francesco Antonio, sposa donna Sebastiana Cadello Vacca, di Giovanni Antioco, il cui fratello, Antonio, sposa pure una Diana, Maria. I rapporti più stretti dei Diana sono con la famiglia Cotza: Maria Emilia Narcisa, figlia di Giorgio, sposa don Raimondo Diana Paderi. Il loro figlio, don Giorgio, sposa una lontana cugina, Maria Luisa Paola, sorella di Priamo Cotza. Da questo matrimonio nasce don Sebastiano, che sposa donna Maria Salis Sanna, figlia del masullese don Nicolò, aggiungendo un’altra maglia alla complessa rete delle parentele nobiliari che governa la Marmilla in età moderna. 80 Fig. 1 81 Fig. 2 82 Fig. 3 83 Fig. 4 84 Fig. 5 85 Fig. 6 86 Fig. 7 87 Fig. 8 88 Fig. 9 89 Fig. 10 Fig. 11 90 Fig. 12 91 Fig. 13 92 Fig. 14 Fig. 15 93 Fig. 16 Note ASCA, Regio Demanio, Feudi, Marchesato di Quirra, vol. 85. ACS, Anagrafe, Registro delle morti, 1871-1880. 3 ASCA, Regio Demanio cit. 1 2 94 Gli Addari La famiglia Addari arriva da Genuri a Setzu con un Sebastiano che nel 1601 sposa Ibitura Marras. Il loro figlio Diego si unisce in matrimonio con Giovanna Agostina Puxeddu, di Giovanni Andrea e di Maria Murru, e i loro figli maschi, Giovanni Battista, Antonio e Salvatore, proseguono la discendenza su tre rami (fig. 1). Il ramo di Giovanni Battista, sposato con Francesca Marras, si sviluppa con un figlio omonimo che si unisce a Sebastiana Saderi, originaria di Samugheo. La discendenza prosegue con Salvatore Angelo, che sposa Margherita Serpi, originaria di Ussaramanna (fig. 2). Antonio Addari Puxeddu sposa Margherita Carta e il loro figlio Leonardo Maria Murroni non ha senza discendenza a Setzu (fig. 3). Salvatore Addari Puxeddu e Maria Perra generano Lucifero Ludovico, sposato prima con Maura Mureddu e poi con Anna Francesca Picchedda. Dal secondo matrimonio nasce Domenico Antonio che si unisce a Teresa Saba, da cui ha Salvatore e Maria Defenza (fig. 4). Salvatore Addari Saba sposa nel 1770 Giuseppa Mureddu e il loro figlio Battista ha sei figli da Narcisa Orrù (fig. 5). Salvatore Addari è uno dei maggiori proprietari del villaggio negli anni ottanta del XVIII secolo: lo scrutinio del grano del 1785 gli attribuisce la disponibilità di due gioghi e un raccolto di 50 starelli di grano. Un figlio di Battista e Narcisa, Francesco Antonio, sposa Paola Priama Pasquala Zucca, dalla quale ha Antonio, che a sua volta ne ha due dal matrimonio con la tuilese Rita Perra, Vincenzo e Maria Francesca (fig. 6). Vincenzo, sposa prima Paola Cotza, poi Maria Pintori. I tre figli maschi Antonio, Giovanni Battista e Francesco, portano avanti il ramo maschile degli Addari (fig. 7). Antonio Addari Pintori sposa Rita Cera, che gli dà due figli, Rosina e Giuseppe (fig. 8). Giovanni Battista Addari Pintori contrae matrimonio con Massimina Lucia Atzei, dalla quale nascono Maria Serafina, Giovanni Battista e Luigi (fig. 9). Il ramo più prolifico è quello di Francesco Addari Pintori e Veronica Apollonia Zaccheddu: uno dei loro tre figli, Francesco Maria, sposa Anastasia Crispo da cui ha otto figli (fig. 10). Un altro ceppo degli Addari inizia con il matrimonio, celebrato nel 1926, tra Salvatore e Desolina Fadda (di Pietro e Caterina Tuveri) dal quale nascono Giustina, Mario e Pietrina. Salvatore si sposa una seconda volta con Elisabetta Erbì, generando Severino, Vitalia, Vittorio e Carmela (fig. 11). 95 Fig. 1 96 Fig. 2 97 Fig. 3 Fig. 4 98 Fig. 5 99 Fig. 6 100 Fig. 7 101 Fig. 8 Fig. 9 Fig. 10 102 Fig. 11 103 I Caria La presenza più antica dei Caria è con un Agostino (m. 1634), che si sposa due volte: la prima con Antonina Cotza, dalla quale ha due figli, Giovanni Angelo e Diego, la seconda con Antonia Podda (m. 1659). Da questo secondo matrimonio nascono Giovanni Agostino, Stefano e Lussorio (fig. 1). La discendenza è quindi proseguita da Stefano e da Lussorio. Il ramo di Lussorio si estingue dopo una sola generazione perchè dal suo matrimonio con Sisinnia Eusebia Lilliu nascono sì dieci figli, ma si sposa solo Margherita, nel 1696, con Gemiliano Melis (fig. 2). Stefano (1623-1684) sposa in prime nozze Lucina Pizalis e in seconde Senzia Lilliu (fig. 3). Il figlio di Stefano e di Senzia, Giovanni Battista Stefano, si lega prima con Michela Zedda (1693) e poi con Maria Itria Geltrude Addis (fig. 4). Il suo primogenito maschio, Francesco Diego, prosegue la discendenza sposando Rosa Angela Zucca, mentre la figlia Maria Grazia si unisce a Leonardo Mureddu. Antonio, figlio di Francesco Diego, sposa nel 1767 Paola Porru, dalla quale ha otto figli (fig. 5). La linea maschile della famiglia è portata avanti dal loro figlio Francesco Giuseppe Ignazio che sposa nel 1806 Sisinnia Clara Marongiu. Il figlio maschio, Francesco Antonio Giuseppe, unendosi a Minia Spada, prosegue la discendenza dei Caria fino al XX secolo (fig. 6) con i rami di Francesco (fig. 7) e Paolo (fig. 8). Fig. 1 104 Fig. 2 105 Fig. 3 106 Fig. 4 107 Fig. 5 Fig. 6 108 Fig. 7 109 Fig. 8 110 I Fadda I Fadda sono presenti a Setzu tra il Cinquecento e i Seicento con diversi esponenti (Battista, Angelo, Baboi, Gaspare, Giovanni, Sebastiano), ma la frammentarietà dei dati non consente una ricostruzione organica della genealogia familiare. Gaspare Fadda è tra gli amministratori dei beni ecclesiastici tra Cinquecento e Seicento. Solo il ramo di Baboi si connota per una certa continuità fino al matrimonio nel 1692 tra Giovanni Antioco Fadda e Praxedia Mattana, proveniente da Genuri. Praxedia è la vedova di Giovanni Maria Macis, e le sue seconde nozze sono celebrate quando ha 35 anni, ma non sembra lasciare nessuna discendenza a Setzu (fig. 1). Un altro ramo dei Fadda si sviluppa dal matrimonio di Pietro, figlio di Giuseppe e di Angela Schirru, con Maria Anna Vincenza Casula (fig. 2). Il loro figlio Domenico sposa Domenica Macis e la discendenza arriva fino al Novecento grazie a Pietro Fadda Macis (fig. 3). La loro figlia, Sofia Rosa Anastasia, si unisce con Domenico Floris Puxeddu, dal quale ha Francesco, che nel 1882 viene ritrovato cadavere nelle campagne del villaggio1. 1 ACS, Anagrafe, Registro delle morti, 1881-1890. 111 Fig. 1 112 Fig. 2 113 Fig. 3 114 I Lierru I Lierru sono una delle famiglie maggiormente presenti nella Setzu secentesca, con i ceppi di Antioco, Domenico e Sebastiano, i cui rami maschili si estinguono tuttavia nel giro di poche generazioni. Il primo ceppo è quello di Antioco, che sposa in prime nozze Isabella Podda, e in seconde Giovannangela Fadda (fig 1). La discendenza maschile è garantita da Francesco, Agostino e Sebastiano, nati dal secondo matrimonio. Francesco sposa Elena Lilliu e ha cinque figli, ma di questi solo Simona contrae matrimonio a Setzu, prima con Battista Mura e poi con Blasio Matta, originario di Genuri (fig. 2). Agostino si unisce a Simona Melis, ma anche in questo caso solo la figlia Maria Lucifera si sposa a Setzu con Pietro Mocci, dal quale ha tre figli: Maria, Clara e Giovanni Battista (fig. 3). Anche il ramo di Sebastiano, sposato con Giovanna Angela Mura, non ha discendenza maschile: le figlie Maria Giuseppa, Mariangela e Francesca si sposano rispettivamente con Francesco Musiu, Francesco Antonio Cannas e Antonio Casula, proseguendo la discendenza per linea femminile (fig. 4). Il ceppo di Domenico si estingue dopo una sola generazione. Egli si lega alla famiglia Cotza per il matrimonio con Monserrata, figlia di Pietro, dalla quale ha tre figli. Giacomina sposa nel 1614 Melchiorre Betzu, ma la loro discendenza non prosegue a Setzu (fig. 5). La discendenza più longeva è quella che muove da Sebastiano Lierru, che nel 1598 sposa Domenica Aroffu. Il loro figlio Pietro Andrea si unisce a Maria Onnis e genera dieci figli (fig. 6). Di questi, Salvatore porta avanti un ramo maschile della famiglia sposando Grazia Murru, dalla quale ha cinque figli. Uno di questi, Gioacchino, sposa Rosa Perseu, e ne ha Salvatore Angelo, che nel 1723 sposa Francesca Pia, che gli dà due figlie, Vincenza Angela e Maria Angela (fig. 7). L’altro ramo è alimentato da Antioco che sposa Grazia Addis, dalla quale ha sette figli, ma non prosegue la discendenza per linea maschile. I rami femminili si legano ai Deias (Mariangela sposa Battista Deias originario di Sini) e ai Melis (Laudemia sposa nel 1685 Demetrio Melis ). 115 Fig. 1 116 Fig. 2 Fig. 3 117 Fig. 4 Fig. 5 118 Fig. 6 119 Fig. 7 120 I Macis I Macis arrivano a Setzu, probabilmente da Genuri, con un Giovanni Maria che sposa Praxedia Mattana. La figlia Maria Rosa sposa nel 1702 Francesco Saderi; il figlio Pietro si unisce nel 1699 a Maria Grazia Puxeddu, di Serafino e di Giovanna Caria (fig. 1). La discendenza per linea maschile è garantita sia dal matrimonio nel 1736 tra Sisinnio Antonio Macis e Sisinnia Paola Pibiri, sia dall’unione tra Giovanni Battista Macis e Giuseppa Leonarda Caria. Il ramo di Sisinnio Antonio prosegue con Cosma e Francesco (fig. 2). Sisinnio, morto nel 1780, viene sepolto nella cappella di San Luigi Gonzaga. Dei figli di Cosma e di Angela Zonca, solo Francesco Elia si sposa, con la tuilese Maria Casu, dalla quale ha Priama, che si unisce a Leonardo Federico Ponziano Melis (fig. 3). Francesco Macis, un pastore, sposa in prime nozze Maria Puxeddu, di Pietro e di Rosa Angela Melis, e in seconde con Francesca Porcheddu/a. Da questa seconda unione si sviluppa il ramo che giunge fino i primi anni del Novecento. Pasquale Domenico Giovanni sposa Greca Maxia e due loro figli maschi, Antonio Luigi Elia e Francesco, si sposano a Setzu, generando una articolata discendenza femminile che si lega ai Corona, ai Melis, ai Medda e agli Zaccheddu (fig. 4). Dagli scrutini del grano del 1847 risulta che Francesco Macis produce 35,2 ettolitri di grano, con un eccedenza di 22,5 ettolitri rispetto al fabbisogno familiare. È il momento di maggiore espansione aziendale della famiglia Macis. 121 Fig. 1 Fig. 2 122 Fig. 3 123 Fig. 4 124 I Marongiu La famiglia Marongiu è presente a Setzu fin dai primi anni del Seicento: un Giovanni Marongiu sposa Sisinnia Campus il 22 agosto 1611, generando Sisinnio Michele che si unisce a Giovanna Mura. Le figlie di questa coppia, Caterina e Clara, sposano rispettivamente Basilio Perdixi e Giacomo Francesco Pibiri. Il figlio Isidoro sposa Margherita Stara, dalla quale ha Giovanni Michele, Maria Rosa, un primo Raffaele (morto poco dopo la nascita), Antonio, un secondo Raffaele e Giuseppe (fig. 1). Giovanni Michele, sposato con Eugenia Melis, ha quattro figli: il maschio, Isidoro, sposa Antonia Pala, generando Maria che si unisce ad Antonio Cabras (fig. 2). Antonio Marongiu Stara sposa Maria Corona, originaria di Baradili: i due figli Salvatore Angelo e Giorgio sposano rispettivamente Sofia Perra e Florenzia Puxeddu (fig. 3). Il ramo di Salvatore si estingue con i figli di Giovanni Angelo, che non proseguono la discendenza a Setzu. Da Giorgio e Florenzia Puxeddu nascono Maria Antonia, Leonarda Angela, Francesco Antonio Ignazio, Pasquala Maria Rosa, Raffaele Antonio, Giovanni Battista Raimondo e Sisinnia Clara. Il ramo maschile prosegue con il figlio di Francesco Antonio e di Maria Rosa Caria, Priamo, che sposa Greca Pulixi, generando Francesco Ignazio, Stefano e Maria (fig. 4). Raffaele Marongiu Stara e sua moglie Maria Rosa Angela Atzori, proveniente da Sini, hanno tre figli: Emilia Florenzia, Francesco Giuseppe Ignazio e Maria. Quest’ultima sposa giovanissima Francesco Leonardo Concu (fig. 5). Nel suo testamento, riportato in sintesi nell’annotazione delle sua morte sul registro parrocchiale, Raffaele istituisce diversi legati: lega una vigna e una casa al nipote Antioco Concu per la celebrazione di otto messe in suffragio della sua anima, e un’altra vigna alle nipoti Antonia e Giuseppa per la celebrazione di quattro messe. Giuseppe Marongiu Stara si unisce a Speranza Cau. I loro tre figli, Maria Antonia, Margherita Angela e Giovanni Battista non proseguono la discendenza a Setzu (fig. 6). 125 Fig. 1 126 Fig. 2 Fig. 3 127 Fig. 4 128 Fig. 5 Fig. 6 129 I Mattana La famiglia Mattana arriva a Setzu da Genuri nei primissimi anni del Seicento con un Giovanni Antioco che sposa prima la setzese Adriana Pala, poi in tarda età Felicia Fenu, di Genuri. Una figlia di questo secondo matrimonio, Praxedia, sposa prima Giovanni Maria Macis, poi Giovanni Antioco Fadda. Il figlio di Giovanni Antioco e Felicia, Sisinnio Mattana Fenu, contrae un primo matrimonio con Rosa Addari, e un secondo con Serafina Angela Addis: dal primo matrimonio nasce Angela (fig. 1). Il ramo di Battista, primogenito di Giovanni e Felicia, si radica nel villaggio e la sua discendenza prosegue sino al primo Novecento. Battista sposa nel 1693 Rosa Pitzalis, mentre il loro figlio Antonio Giuseppe si unisce prima con Sena Zedda, poi con Caterina Angela Cotza (di Sebastiano e di Maria Elena Pitzalis). I figli di questo secondo matrimonio continuano i rami della famiglia: da Pietro Mattana Cotza e Maria Salome Melis, sposati nel 1759, nasce Giovanni Battista; da Sebastiano e Maria Muscas, sposati nel 1770, prosegue una discendenza femminile (fig. 2). Giovanni Battista Mattana Melis sposa Maria Accalai (di Bardilio, proveniente da Turri) e ha due figli, Pietro Antonio Sebastiano e Pasquale Francesco Ignazio. Quest’ultimo sposa Rosa Francesca Antonia Melis e le loro due figlie, Maria Rita Giuseppa e Anna, sposano rispettivamente Domenico Vincenzo Raimondo Cotza e Raimondo Domenico Macis (fig. 3). Il figlio di Pasquale Francesco Ignazio, Battista Mattana Melis, sposa Anna Serra: l’unico loro figlio maschio, Gioacchino, si unisce a Petronilla Floris, dalla quale ha tre figlie, tra cui Maria Chiara che nel 1926 sposa Pietro Corona (fig. 4). 130 Fig. 1 131 Fig. 2 132 Fig. 3 Fig. 4 133 I Melis Il cognome Melis è tra i più diffusi in Marmilla, e anche a Setzu è presente con diverse famiglie. Il ceppo di Gavino, sposato con Agostina Marras, esaurisce il ramo maschile alla terza generazione, ma si lega con i Mureddu, gli Addari e i Mattana (fig. 1). Non sappiamo con certezza se dal ceppo di Gavino derivi anche il ramo di Isidoro: tra i suoi figli troviamo infatti un Isidoro (1668-1728) sposato con Fiorenza Pibiri. Nei Quinque libri si ritrova poi un Isidoro Melis sposato con Rosa Marongiu (1693-1730), che potrebbe essere il medesimo. Il figlio della coppia, Antonio Giuseppe, sposa Maria Teresa Caria. Dei loro figli, Marchesa sposa nel 1777 Francesco Pala, Antonia nel 1774 Sebastiano Cotza, Priama nel 1781 Antonio Vincenzo Demuru di Mandas (fig. 2). Domenico Melis Caria sposa nel 1795 Maria Rosa Angela Concu, proseguendo la discendenza (fig. 3): Priama sposa nel 1814 il mogorese Vincenzo Orgiu (la coppia sarà coinvolta nelle indagini della grassazione a danno di donna Rosa Diana); Giuseppa Rosa si unisce a Demetrio Pulixi; Priama Paola Francesca sposa Domenico Pulixi; Francesco Giuseppe sposa Giuseppa Luigia Mureddu. Da questa coppia discende Francesco Rocco che contrae matrimonio con la levatrice Giuseppa Luigia Melis, dalla quale ha sette figli, che non raggiungono però l’età adulta (fig. 4). La discendenza di Felice, sposato con Vincenza Paulis di Ussaramanna, supera la prima generazione con Fiorenzo, che si lega a Rocchina Pia, e con Vittorio, che si unisce a Martina Macis, ma nessuna di queste famiglie risulta avere discendenti maschili a Setzu. Il terzo figlio maschio, Luigi, sposato nel 1902 con Rita Anna Corona, prosegue invece la sua discendenza fino ai primi del Novecento (fig. 5). Il ceppo di Giovanni Antonio, sposato con Maria Murru, si estingue dopo poche generazioni, legandosi alle famiglie Pibiri e Marongiu (fig. 6). Da Giovanni Melis e Cristina Pitzalis, sposati nel 1609, la discendenza prosegue fino al Novecento senza soluzione di continuità: le due figlie, Francesca e Simona, si legano rispettivamente ad Agostino Melis e ad Agostino Lierru; il figlio Gontini sposa nel 1645 Giovanna Angela Mallocci e continua la discendenza maschile (fig. 7). Un figlio di questa coppia, Giovanni Agostino, sposa Caterina Mura, senza proseguire la discendenza (fig. 8); l’altro figlio, Felice, sposa Serafina Erbì. Da questo matrimonio nasce Lussorio, individuato poi come mayor, sposato con Giuseppa Macis. Il loro figlio Anastasio Melis Macis si lega nel 1778 a Giuseppa Aloisia Concu e ha undici figli (fig. 9). Tra questi, Luigi Elias Lussorio sposa prima una Pala e poi Sisinnia Selis (fig. 10). La famiglia Melis-Selis prosegue con le discendenze di Leonardo Federico Ponziano, Antonio e Gioacchino. Leonardo sposa Priama Macis, originaria di Tuili, dalla quale ha sei figli. Da Antonio Melis Selis, sposato prima con Filomena Francesca Pintori, poi con Rita Tanas, discende Federico che si unisce a Caterina Canargiu di Genuri (fig. 11). Da Gioacchino, sposato prima con Vincenza Mureddu e poi con Nicolina Macis, discende infine Gemiliano Luigi Domenico che nel 1898 si unisce a Severina Dessì Lugas di Tuili (fig. 12). La discendenza di Giorgio, figlio di Lussorio mayor e di Giuseppa Macis, prosegue 134 per linea femminile: la figlia Maria Rita Priama si lega nel 1807 a Raimondo Pasquale Priamo Mureddu (fig. 13). Il ceppo di Giovanni Melis e Antonia Cau si lega ai Cadello nel 1652 con il matrimonio tra Antioco e donna Angela Cadello. Gli altri due figli della coppia, Giovanni Andrea e Salvatore Melis Cau, sposano, il primo Maria Mereu, il secondo Maria Saba e Petronilla Cossu (o Cau) (fig. 14). Dal matrimonio di Salvatore e Maria Saba discendono Ignazio, sposato prima con Rosa Esu e poi con Rosa Paola Pibiri, e Demetrio, sposato con Laudemia Lierru. Il ramo di Ignazio Melis Saba prosegue con Maria Angela Melis, che nel 1723 sposa il cugino Antonio Melis Lierru, di Demetrio, unendo i due rami della famiglia, ma nessuno dei loro figli prosegue la discendenza a Setzu (fig. 15). Delle figlie di Demetrio e Laudemia Lierru, Sebastiana si unisce a Efisio Atzei di Bannari (oggi Villa Verde), Maria Grazia ad Agostino Mureddu e Caterina a Sebastiano Pitzalis (fig. 16). Rosa sposa Lussorio menor, e dà inizio ad un nuovo ramo dei Melis, che si lega ai Pibiri, Perseu e Cabras (fig. 17). 135 Fig. 1 136 Fig. 2 137 Fig. 3 138 Fig. 4 139 Fig. 5 140 Fig. 6 141 Fig. 7 142 Fig. 8 143 Fig. 9 144 Fig. 10 145 Fig. 11 Fig. 12 146 Fig. 13 Fig. 14 147 Fig. 15 148 Fig. 16 149 Fig. 17 150 I Pala La presenza dei Pala a Setzu si riscontra a partire dal XVII secolo, anche se la continuità della successione si interrompe sia sul finire del Settecento, sia nell’Ottocento. Non è quindi possibile ricostruire nel tempo la continuità della famiglia, sebbene possiamo individuare almeno tre ceppi che si radicano nella comunità. Il ceppo più antico inizia dal matrimonio tra Sisinnio e Maria Cannas, negli anni settanta del Seicento: il loro figlio Demetrio si unisce in matrimonio con Maria Itria Addari, di Antonio e di Margherita Carta, ed ha sei figli. I rami maschili della famiglia proseguono con Giovanni Battista, che sposa Sisinnia Paola Marongiu, e con Antonio, unito a Maria Melis. Le figlie femmine di Sisinnio e Maria si legano alle famiglie Mocci, Saderi e Marongiu (fig. 1). Da Giovanni Battista e da Sisinnia Marongiu nasce Vincenzo che nel 1771 sposa Maria Puxeddu. Vincenzo è uno dei maggiori proprietari di Setzu: secondo gli scrutini del grano nel 1780 conta alle sue dipendenze sei servi, dispone di cinque gioghi da lavoro e produce 128 starelli di grano; cinque anni dopo la capacità produttiva della sua azienda si riduce a tre servi, quattro gioghi e un raccolto di 100 starelli1. La discendenza maschile del ramo si esaurisce con questa famiglia: la figlia Sisinnia Rosa Delfina si unisce prima con Giovanni Battista Melis e e poi con Vincenzo Concu. Sulla discendenza femminile si riscontrano legami con le famiglie Coloru e Pibiri (fig. 2). Il ramo di Antonio e Maria Melis prosegue con il figlio Francesco Pala che contrae due matrimoni: il primo con Marchesa Melis, il secondo, nel 1777, con Sofia Raimonda Veronica Melis. Da questa seconda unione nascono Raimondo e Antonio, di cui non si riscontra discendenza nel villaggio di Setzu (fig. 3). Un secondo ceppo dei Pala emerge verso la metà del XVIII secolo con un Francesco Pala che sposa Ignazia Demontis di Turri. Le figlie si legano ai Puxeddu, agli Schirru e ai Turnu di Baradili. Il figlio Domenico sposa Giuseppa Mureddu: della sua prole solo Maria Rosa Margherita prosegue la discendenza sposando Amatore Cera (fig. 4). Il terzo ceppo della famiglia Pala è più recente. Inizia con l’unione tra Massimino Pala, proveniente da Genuri, e Maria Teresa Pibiri. La linea maschile è portata avanti da Vincenzo, sposato nel 1921 con Modestina Incani (fig. 5). 1 ASCA, Reale Udienza, Scrutini del grano, b. 1805, fasc. 20.204. 151 Fig. 1 152 Fig. 2 153 Fig. 3 154 Fig. 4 155 Fig. 5 156 I Pibiri La famiglia Pibiri si distingue per la sua continua presenza a Setzu fino al XX secolo. I capostipiti sono Antioco e Maddalena Cuartu, che hanno quattro figli, ma la loro discendenza continua solo con Giovanni, che nel 1643 sposa la cognata vedova Sisinnia Onnis e genera Giovanna Agostina e Giacomo Francesco (fig. 1). Quest’ultimo sposa Clara Marongiu, di Sisinnio e Giovanna Mura, con la quale ha nove figli (fig. 2); la discendenza maschile prosegue con i rami di Giovanni Tommaso Bonaventura e di Pietro. Bonaventura sposa in prime nozze Maria Antonia Pilloni di Simaxis, e in seconde, nel 1714, Lucia Melis. Dei figli del primo matrimonio, solo Antonio Giuseppe continua la discendenza, sposando Angela Fiorenza Pibiri, di Gemiliano (un ramo dei Pibiri che proviene da Sini), dalla quale ha Raffaele (fig. 3). Dal matrimonio di Bonaventura con Lucia Melis nasce Leonardo che si unisce a Domenica Grazia Tronci, generando Antonio, il quale prosegue la discendenza maschile. Antonio nel 1783 sposa Serafina Antonia Angela Coloru, proveniente da Tuili, mentre la sorella Cecilia nel 1785 sposa Demetrio Melis. Dal ramo Piribi-Coloru nascono Leonardo Giuseppe Vincenzo, Luigi Cristoforo Antonio, Ferdinando Antonio Leonardo e Salvatore Luigi, sposati rispettivamente con Maria Antonia Rita Serra (1814), Maria Lucia Greca Melis (1811), Maria Rita Giuseppa Anna Melis e Maria Francesca Concu (fig. 4). Il ramo di Luigi Cristoforo si esaurisce con i suoi sette figli, nati dal matrimonio con Maria Lucia Greca Melis. Cristoforo ha una certa rilevanza nella comunità: è componente del consiglio comunitativo, viene eletto consigliere delegato alla deputazione provinciale e amministra per diversi anni il locale monte frumentario. Il ramo di Vincenzo e Maria Antonia Rita Serra prosegue con il figlio Francesco, che sposa Francesca Puxeddu, che gli dà Efisino, Gaudenzio, Agostino e Caterina (fig. 6). Agostino sposa prima Anna Maria Erbì di Usellus (1909) e poi Rafaella Zucca (1924), portando la discendenza dei Pibiri nel XX secolo. Il ramo di Fernando Pibiri Coloru, figlio di Antonio, sposato con Maria Rita Giuseppa Anna Melis, prosegue con i figli Efisio, Francesco, Gioacchino e Salvatore (fig. 8). Francesco sposa prima Sofia Cotza e poi Rita Fenu (fig. 9). Nel 1887 Francesco viene ritrovato cadavere nelle campagne di Genuri, in località Putzu Piras1: esattamente un decennio dopo la morte violenta della prima moglie Sofia. Gioacchino, sposato nel 1868 con Maria Zucca (il loro figlio Leonardo sposerà Cicita Vinci), e Salvatore, unito a Maria Adelaide Sitzia, garantiscono la prosecuzione di questo ramo fino al Novecento (figg. 10-11). Un altro ramo dei Pibiri discende da Pietro Pibiri Marongiu, originario di Gonnoscodina (fig. 12). Pietro contrae due matrimoni: prima con Caterina Mura (1705), poi con Maria Grazia Atzei (1723). La discendenza prosegue con il figlio Francesco che sposa Rosa Angela Tronci (fig. 13). Il figlio Giovanni si unisce a Antonia Casti (1772): dei figli, solo Sisinnia alimenta la discendenza sposandosi con Salvatore Priamo Casula nel 1815. Il ramo maschile della famiglia si estingue a Setzu nei primi anni dell’Ottocento. 157 Il terzo ceppo della famiglia Pibiri si sviluppa dal matrimonio tra Sisinnio e Eugenia Piredda nei primi decenni del Seicento. La discendenza prosegue con il figlio Giovanni Sisinnio sposato con Siderica Mallocci (fig. 14). Il figlio di questa coppia, Giandomenico, si sposa una prima volta con Paola Michela Caria, e in seconde nozze con Maria Ignazia Porru, ma il ramo non ha prosecuzione a Setzu (fig. 15). Un altro Giandomenico, figlio della coppia Pibiri-Piredda, diventa curato del villaggio nella seconda metà del Seicento. 1 ACS, Anagrafe, Registro delle morti, 1881-1890. Fig. 1 158 Fig. 2 159 Fig. 3 Fig. 4 160 Fig. 5 Fig. 6 161 Fig. 7 Fig. 8 162 Fig. 9 163 Fig. 10 164 Fig. 11 165 Fig. 12 Fig. 13 166 Fig. 14 167 Fig. 15 168 I Pitzalis I Pitzalis sono presenti a Setzu dalla fine del XVI secolo, ma la loro discendenza maschile si estingue dopo poche generazioni. I rami femminili proseguono legandosi alle principali famiglie del villaggio. Il ceppo di Antonio Pitzalis, sposato con Bonaria Manca, prosegue la linea femminile con Cristina che si unisce a Giovanni Melis, avviando uno dei rami di questa famiglia (fig. 1). Un altro Pitzalis, Giovanni Antonio, sposa prima Valenziana Pinna, poi Maria Sechi, ma la sua discendenza maschile si spegne dopo una sola generazione (fig. 2). Anche il ramo che scaturisce da un Pietro Pitzalis ha la stessa sorte: dal figlio Alessandro, sposato con Angela Puddu, non deriva alcuna linea maschile (fig. 3). Il ceppo più longevo è quello di Diego, proveniente da Tuili: il figlio Antioco Angelo sposa Teresa Annetta Melis (1650) e la sua discendenza maschile prosegue con Sebastiano (che nel 1715 sposa Caterina Melis), Francesco Giuseppe (sposato nel 1720 con Francesca Cadeddu di Guspini) e Giovanni (che nel 1702 si unisce a Enedina Schirru, proveniente da Turri). Giovanni muore nel 1725 e nel suo testamento lega due case per la celebrazione delle messe in suo suffragio. Il ramo di Sebastiano, sposato con Caterina Melis, si interrompe con i figli di Francesco Giuseppe ed Angela Addari; mentre quello del fratello Francesco Giuseppe si estingue con la morte in età infantile del figlio Antioco Angelo. La stessa sorte spetta a Giovanni Antonio, figlio di Giovanni ed Enedina Schirru (figg. 4-5). Il ceppo di Battistino, proveniente da Tuili, e Anna Maria Cotza prende avvio nella prima metà del Novecento. I loro discendenti sono ancora presenti nel paese (fig. 6). Fig. 1 169 Fig. 2 Fig. 3 170 Fig. 4 171 Fig. 5 Fig. 6 172 I Puxeddu La famiglia Puxeddu è presente a Setzu con tre rami fin dalla fine del XVI secolo e si lega alle principali famiglie della Marmilla. Un Giovanni Andrea Puxeddu, sposato con Maria Murru, genera Giovanna Agostina, che nel 1643 si lega a Diego Addari inaugurando uno dei rami setzesi di questa famiglia (fig. 1). Un altro ramo dei Puxeddu inizia con Michele, figlio di Giovanna Casula, che sposa Petronilla Zaccheddu e ha sei figli. Una figlia, Giacomina, sposa Pietro Diana, originario di Simala e capostipite della grande famiglia Diana che si diffonde tra la Marmilla, il Parte Montis, il Monreale, la Trexenta e l’Oristanese. Questo matrimonio è il segno che la famiglia Puxeddu ha una discreta posizione nella Marmilla del primo Seicento, dovuta probabilmente ad una buona dotazione fondiaria. L’altro figlio di Michele e Petronilla, Antioco, sposa Caterina Paderi, dalla quale ha Anna Maria, che va sposa a Cosma Murru di Oristano (fig. 2). Il ramo di Antonio, sposato con Sisinnia Eusebia Lilliu (di Antioco e Caterina Pinna), prosegue con Antonio Efisio Puxeddu, che sposa una prima volta Dorotea Marini di Narbolia, dalla quale ha Raffaele, futuro rettore del villaggio, e in seconde nozze Margherita Cabras di Baradili, dalla quale ha Vincenzo Giulio che sposa Margherita Porchedda e genera a Setzu un solo figlio maschio (fig. 3). Il terzo ramo dei Puxeddu origina dal matrimonio tra Pietro e Elena Ardu (talvoltà Orrù), da cui nasce Melchiorre Raffaele, sposato con Maria Cocu (fig. 4). Il loro figlio Antioco contrae tre matrimoni: dal primo, con una Caterina, nasce nel 1699 Francesco, futuro curato del villaggio; dal secondo, con Mariagrazia Caria, Francesco, Orbina e Pietro; dal terzo, con Maria Addis, Giovanni Battista e Salvatore Angelo (fig. 5). Pietro Puxeddu Caria sposa Rosa Angela Melis, da cui ha un maschio e quattro femmine (fig. 6). Pietro Puxeddu muore il 2 luglio 1776: nel testamento, dettato al notaio Francesco Pitzalis di Tuili, destina un consistente legato pio per la celebrazione di messe in sua memoria, evidenziando così la sua discreta posizione economica e sociale nella comunità. La figlia Emilia sposa lo scrivente Francesco Puddu di Genuri, al quale nel 1780 detta le sue ultime volontà (riprodotte in sintesi da una annotazione sul registro dei morti). Lascia metà delle terre aratorie, delle vigne e della casa alla Causa pia di Setzu, chiedendo di essere sepolta nell’altare di San Luigi Gonzaga. Un’altra figlia di Pietro, Maria Grazia, sposa Antonio Serpi Tomasi, proveniente da Gonnos Muntargia (uno dei due insediamenti oggi compresi nel comune di Gonnosfanadiga), inaugurando a Setzu il ramo dei Serpi Tomasi. È il fratello Antioco, però, ad alimentare la discendenza di questo ramo dei Puxeddu: sposando Giuseppa Masala, dalla quale ha sette figli (fig. 7). Antioco Vincenzo, sposato con Maria Domenica Mureddu, genera Giuseppe Luigi e Francesco Antonio. Il primo si unisce a Maria Giuseppa Rosa Melis, ma la sua linea maschile si esaurisce con il figlio Felice, mentre la discendenza femminile si lega ai Corona, ai Pibiri e ai Caria (fig. 8). Salvatore Puxeddu Masala sposa prima Maria Clara Cotza e poi ha altre due mogli, Priama Emilia Pala e Caterina Cappai, ma la sua discendenza maschile si estingue dopo una generazione (fig. 9). 173 Fig. 1 Fig. 2 174 Fig. 3 175 Fig. 4 176 Fig. 5 177 Fig. 6 178 Fig. 7 179 Fig. 8 Fig. 9 180 Gli Aroffu Alcuni esponenti della famiglia Aroffu, radicata in Marmilla, si trovano nel villaggio già dal Seicento: una Maddalena muore a Setzu nel 1608; un Antioco Aroffu (morto nel 1629) sposa Giovanna Argiolas e genera Leonarda, sposata a sua volta con Pietro Angelo Pinna. Un altro Aroffu, Giovanni, arriva a Setzu nel Seicento per sposare Clara Cau e un altro ancora, Salvatore, sposa negli anni trenta dello stesso secolo Gasparra Fadda, dalla quale ha Agostino e Giovanni Battista. In epoca più recente Antonio Luigi Aroffu sposa nel 1923 Agostina Caria, di Francesco e Pasquala Melis. La famiglia Aroffu oggi presente a Setzu è comunque di recente costituzione: Francesco sposa nel 1967 Sara Aru, di Giuseppe e Bibiana Cancedda (fig. 1). Fig. 1 181 Gli Atzeni La famiglia Atzeni, pur essendo presente a Setzu fin dal Seicento, vi si radica solo nei primi anni del Novecento. Tra i primi esponenti si ricorda una Salvada Atzeni (m. 1622) sposata con Antioco Lilliu, con il quale ha quattro figli: Giovanni, Maria, Sibina e Diego. Questo Diego è probabilmente lo sposo di Antonica Pibiri Medau, dalla quale nel 1626 ha Giovanni Francesco. Il ceppo che in epoca moderna sembra maggiormente stabile inizia con Antioco Atzeni (talvolta Atzei) sposato con Giuseppa Marroccu: il loro figlio Efisio sposa Sebastiana Melis con la quale ha Maria Geltrude, Nicola, Geronima e Pietro Vincenzo. Nel 1897, Sebastiano Atzeni, originario di Turri, sposa Generosa Paulis, di Giuseppe e di Giuseppa Cera. Dal matrimonio nascono Rodolfo, Ermando, Ermanno, Maddalena, Carletto, Romano, Laurentino e Mansueto (fig. 1). La discendenza prosegue con i figli nati dal matrimonio di Rodolfo con Marietta Schirru di Tuili. Fig. 1 182 I Cadeddu La prima presenza dei Cadeddu a Setzu si rileva con una Margherita, la cui morte è registrata nel 1589. Una Francesca Cadeddu, di Antioco e Maria Pistis, sposa nel 1720 Francesco Giuseppe Pitzalis, dal quale ha Augusta Leonarda e Antioco Angelo. Il ramo dei Cadeddu che si sviluppa nel Novecento inizia con Giuseppe che sposa in prime nozze Erminia Corona, nel 1929, e in seconde Priama Melis, nel 1932. Dal primo matrimonio nasce Maria, dal secondo Armida, Giovanni, Geronimo e Agostino (fig. 1). Fig. 1 183 I Congiu La famiglia Congiu, presente a Setzu nel XX secolo, è di recente stabilimento, anche se per linea femminile si collega al ceppo dei Pibiri. Raimondo Congiu e Amelia Pibiri, di Leonardo e Francesca Vinci, si sposano negli anni trenta del Novecento e hanno tre figli: Giovanni, sposato con Maria Teresa Lostia di Santa Sofia, Leonardo e Rita (fig. 1). Fig. 1 184 I Corona La famiglia Corona si stabilisce a Setzu tra il Settecento e l’Ottocento con persone provenienti dai villaggi della Marmilla e del Parte Montis. Il ceppo che si conserva fino al XX secolo è quello derivato da Sisinnio Corona e Rosa Matta, provenienti da Gonnostramatza alla fine del XVIII secolo e che generano Giuseppe, Priamo Francesco Cristoforo, Vincenzo Maria Nicola, Francesco Maria, Domenico Antonio Daniele e Maria Vittoria Generosa (fig. 1). La discendenza prosegue con i figli di Giuseppe, che sposa l’alerese Maddalena Saba: Sisinnio Antonio, sposa Rosa Macis, di Antonio Luigi e Giuseppa Saba, dà origine ad un ramo familiare ancora fiorente nel villaggio (fig. 2). Raffaele, un altro figlio di Giuseppe e Maddalena Saba, si unisce a Maria Cau di Turri e la sua discendenza prosegue con Salvatore e Priama (fig. 3). L’ultimogenito della coppia Corona-Saba, Giovanni, sposa Efisina Pibiri e il loro ramo prosegue con Albino e Pietro (fig. 4). Fig. 1 185 Fig. 2 186 Fig. 3 187 Fig. 4 188 Gli Incani Il cognome Incani è abbastanza diffuso tra la Marmilla e il Parte Montis. Un ramo proveniente da Baradili arriva a Setzu nella seconda metà dell’Ottocento. Un Antioco Incani, di Battista e Maria Grazia Corona, sposa negli anni trenta del XIX secolo Maria Bonaria Salome Melis, di Luigi Antonio e Sisinnia Domenica Cabras. Il loro figlio maggiore, Francesco Efisio, si lega alla famiglia Cotza sposando Dorotea. Il secondo figlio maschio, Giuseppe Luigi, sposa Ritanna Scintu, dalla quale ha otto figli (fig. 1). Un terzo figlio, Francesco, sposa Caterina Coloru di Tuili, dalla quale ha Giuseppe Luigi Salvatore, che sposa prima Luigia Corona e poi Cesarina Pischedda. La sua discendenza maschile prosegue con i figli Edmondo e Giuseppe (fig. 2). È il ramo da cui discendono gli Incani ancora presenti a Setzu Fig. 1 189 Fig. 2 190 I Meleddu Un esponente della famiglia Meleddu di Genuri, Antonio, si stabilisce a Setzu nel 1925 per sposare Maddalena Melis, di Florenzio e Rocchina Pia, originando i rami della famiglia ancora presenti nel paese. Fig. 1 191 I Montis Diverse persone con questo cognome giungono a Setzu durante tutta l’età moderna. Il primo Montis che si stabilisce nel villaggio è Monserrato, proveniente da Ussaramanna, che nel 1609 sposa Maria Clara Manca. Un Gaspare Montis muore a Setzu nel 1610. Sempre nel Seicento, un Giovanni Agostino Montis sposa la setzese Simona Lierru (1630). La discontinuità dei dati non ci permette un collegamento diretto di questi Montis (talvolta De Montis) a quelli che si stabiliscono a Setzu nell’età contemporanea. La prima famiglia che si insedia con una certa stabilità nel villaggio principia dal matrimonio nel 1788 tra Sebastiano De Montis, proveniente da Turri, e Maria Anna Caterina Marongiu (di Salvatorangelo e Sofia Perra). La loro discendenza prosegue con il figlio Raimondo Domenico Antonio che si lega a Caterina Concu; il loro figlio, Giuseppe, sposa Vincenza Addari, ma il ramo si esaurisce alla fine dell’Ottocento (fig. 1). Nella prima metà dell’Ottocento arriva da Turri Luigi Montis, per sposare la setzese Colomba Mureddu, di Luigi e Priama Barbara Pasquala Musiu. Il primo figlio della coppia, Francesco, si unisce a Francesca Pibiri; il secondo, Priamo, con Maria Luigia Serra, da cui ha Francesco. Quest’ultimo sposa Vitalia Montis, che gli dà quattro figli (fig. 3): il ramo maschile della famiglia è portato avanti da Alfonso attraverso il matrimonio con Rita Schirru (di Antonico e di Maria Massa). Fig. 1 192 Fig. 2 Fig. 3 193 I Pillittu Il ceppo dei Pillittu inizia a Setzu con il matrimonio, nel 1912, tra Ernesto e Claudina Zucca (di Giuseppe Maria e Rosa Corona). La coppia è prolifica (genera nove figli), ma solo Flavio prosegue la discendenza maschile sposando Letizia Corona, di Leonardo e Anna Pibiri (fig. 1). Fig. 1 194 I Pintori La famiglia Pintori, originaria di Tuili, si stabilisce a Setzu con Sisinnio, di Battista e Maria Vincenza Maxia, che nel 1800 sposa Maria Luisa Musiu. L’unico figlio maschio della coppia, Antonio Francesco Vincenzo, sposa Agostina Atzori e ne ha nove figli (fig. 1). Il maggiore, Giuseppe, sposa prima Luigia Piras, poi Efisia Marras, generando Francesco e Salvatorico (fig. 2). Degli altri figli di Antonio Francesco Vincenzo, Sisinnio sposa Maria Melis Pitzalis, da cui ha Teresa Rita; Maria Annica è data in moglie a Domenico Pulixi; Antonio si lega a Maria Melis; Filomena Francesca a Antonio Melis; mentre Giuseppe sposa prima Paolina Cancedda poi Cecilia Pibiri. Il ramo che prosegue fino al Novecento per discendenza maschile è alimentato dall’ altro figlio Luigi e dalla moglie Peppica Muscas, di Isidoro, uno dei maggiori proprietari setzesi nell’Ottocento. Dal loro matrimonio nascono Anna Agostina, Gioacchino, Paolo e Demetrio. Gioacchino si lega alla famiglia Pibiri sposando Paolina Anna Margherita e una delle sue figlie, Peppina, sposa Massimino Cotza. Paolo sposa a sua volta Teresa Sini, dalla quale ha cinque figli, tra cui Silvio che unendosi a Priama Manca alimenta il ramo maschile della famiglia fino al Novecento (figg. 3-4). 195 Fig. 1 196 Fig. 2 Fig. 3 197 Fig. 4 198 I Sisti Il setzese Francesco Sisti sposa nel 1926 Giovanna Annetta Sanna di Tuili. Dal matrimonio nascono sette figli: Rosina, Albina, Margherita, Carminetta, Gaudenzio, Enrichetta e Sebastiano. Enrichetta è la seconda moglie dello scrittore, scenografo e autore Marcello Marchesi. Marchesi muore in Sardegna, nel mare di Cabras, il 19 luglio 1978, ed è sepolto nel cimitero di Setzu. Fig. 1 199 I Sitzia La famiglia Sitzia si stabilisce a Setzu alla fine del Settecento con il matrimonio di Tommaso con Sisinnia Emilia Adriana Mocci, di Giovanna e Barbara Macis. La coppia ha sette figli: Giuseppe, Domenico Vincenzo Francesco, Giovanni Battista Francesco, Antonio Raimondo, Baldirio Antonio Pietro, Daniele Antonio e Maria Rosa Saturnina (fig. 1). Giuseppe sposa in prime nozze Giuseppa Luisa Rafaela Zucca, dalla quale ha Margherita, e in seconde Angela Zonca, con cui ha tre figli: Francesco, Luigi e Domenica. Francesco sposa Francesca Mureddu, che gli dà Agata Cecilia, Francesco Maria Giovanni, che si unisce ad Anna Maria Melis, Anna Maria e Salomone (fig. 2). Giovanni Battista Francesco sposa Serafina Rosa Macis (di Basilio e di Antonia Concu), generando Francesco, Vincenza, Lorenzo, Florenzia e Valentina. Francesco sposa Maria Mura di Tuili, mentre Lorenzo contrae un primo matrimonio con Anna Serra e un secondo con Felicita Corona (fig. 3). Il figlio di Francesco e di Maria Mura, Simone, prosegue la linea maschile sposando prima Enedina Fanari, poi Maria Cristina Corona (di Raffaele e di Maria Cau). Dalla prima moglie ha Eugenia, Virginia, Giuseppe e Cecilia; dalla seconda Caio, sposato con la genurese Esterina Piras, e Bibiana, sposata con Gaetano Serra (fig. 4). Antonio Raimondo sposa Veronica Melis, di Pietro Luigi e di Clara Greca Fadda. Dall’unione nascono Salvatore, Maria, Giovanni Antonio e Battistino Crescenziano. La discendenza maschile prosegue con i figli di Salvatore e di Giovanna Schirru, che si sposano nel 1912 (fig. 5): Emilio sposa Luigia Floris e genera Eugenio, la cui discendenza prosegue nel XX secolo (fig. 6). 200 Fig. 1 201 Fig. 2 202 Fig. 3 203 Fig. 4 204 Fig. 5 205 Fig. 6 206 I Zucca Alcuni Zucca, cognome molto diffuso tra Marmilla e Basso Oristanese, si trovano a Setzu già dal Seicento: un Giuseppe Zucca e suo figlio Giovanni abitano nel villaggio tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Uno dei rami più continui risale alla seconda metà del Seicento, quando Giovanni Zucca, figlio di Luigi e Marchesa Sechi (originari di Siapiccia), sposa Eusebia Mallocci, di Giovanni e Ignazia Saba. Uno dei figli, Pietro Francesco, sposa nel 1725 Sisinnia Antonia Saderi: la discendenza prosegue per linea femminile (fig. 1). Pietro Antioco, di Francesco e Senzia Perda (di Baradili) arriva a Setzu per sposare Palmeria Addari, di Salvatore e Maria Perra, con la quale ha cinque figli maschi e una femmina (fig. 2). La discendenza prosegue con i figli di Domenico Ignazio e di Rosa Angela Saderi (fig. 3). Una loro figlia, Viola, sposa Giorgio, della famiglia Deias, presente a Setzu già nei primi anni del Seicento. Nei primi anni settanta del Settecento Raimondo Zucca sposa Rosa Casula, con la quale ha sette figli. La mancanza dei dati nei registri parrocchiali dal 1738 agli anni cinquanta dello stesso secolo non permette di collegare Raimondo Zucca alla famiglia di Domenico Ignazio e Rosa Angela Saderi, ma è verosimile che sia loro figlio. Il ramo maschile prosegue con Battista che sposa in prime nozze Pepa Macis, con la quale ha Francesco, Raimondo, Paola Priama Pasquala e Maria Anna Caterina, e in seconde Lucia Musiu, dalla quale ha Pasca e Giuseppa Luisa Raffaela (fig. 4). Raimondo Zucca Macis sposa Placita Greca Sisinnia Schirru: la coppia ha sei figli, tra cui Giuseppe Antonio. Quest’ultimo si unisce con Enrica Melis (1904) e, rimasto vedovo, si risposa con Giovanna Assorgia (1921). Dal primo matrimonio nascono Cicittu e Terenzia (fig. 5). Il fratello di Raimondo, Francesco Zucca, sposa Angela Efisia Macis (fig. 6), dalla quale ha Giuseppe Maria, che nel 1869 sposa Rosa Corona, e Luigi, che nel 1888 sposa Fortunata Sitzia. Dei figli di Giuseppe Maria e Rosa Corona, Fabiano sposa Genoveffa Accalai (di Priamo, originario di Turri) alimentando la discendenza fino al XX secolo (fig. 7). 207 Fig. 1 Fig. 2 208 Fig. 3 209 Fig. 4 210 Fig. 5 211 Fig. 6 212 Fig. 7 213 Gli Scintu Il capostipite della famiglia Scintu, Salvatore, sposa nella prima metà dell’Ottocento Maria Giuseppa Rosa Mureddu. Una delle figlie, Ritanna, si lega alla famiglia Incani, mentre il figlio Francesco sposa Efisia Vinci (fig. 1) e prosegue il ramo maschile con Salvatore, Francesco Ernesto e Emanuele. Il figlio di Emanuele e Antonia Esu, Livio, contrae matrimonio con Albina Sisti, continuando la discendenza della famiglia. Fig. 1 214 I Serra La famiglia Serra, i cui antenati provengono da Baressa, si stabiliscono a Setzu legandosi ai Pibiri e ai Mureddu. Priamo Serra, figlio di Antonio Giuseppe e Priama Mureddu, si sposa con Maria Sitzia dalla quale ha una numerosa prole (fig. 1). Il loro figlio Giuseppe contrae matrimonio con Paolica Corona nel 1905: le figlie femmine si legano agli Addari, agli Anardu e ai Melis. La discendenza maschile è garantita dal figlio Aurelio. Fig. 1 FOTOGRAFIE 217 Festa di Sant’Ignazio da Laconi. La processione dei fedeli parte dalla chiesa di San Leonardo e si dirige verso il paese (anni ’50). “Sa Xica” (la questua) per la festa di Sant’Ignazio in Piazza Angelica (anni ’50). 218 Via Cagliari, la strada principale di Setzu con il traffico dei carri (anni ’50). Foto di gruppo di una scolaresca (anni ’30). 219 Balli in piazza per la festa di Sant’Ignazio da Laconi (anni ’70). Foto di gruppo dei bambini di Setzu (fine anni ’20). 220 Marcello Marchesi. La famiglia setzese di Marcello Marchesi (anni ’70). INDICE 5 Presentazione, Annarita Cotza 7 Introduzione, Roberto Ibba, Gian Giacomo Ortu 13 Profilo storico, Gian Giacomo Ortu 15 1. Le origini medievali 16 2. Famiglie e aziende 19 3. Il villaggio e il feudo 24 4. Diritti fondiari e organizzazione aziendale 27 5. Le proprietà secondo il catasto del 1851 31 Famiglie e costruzioni genealogiche dello spazio, Roberto Ibba 33 I. Contesti politici 33 1. La Marmilla dal giudicato di Arborea al mosaico feudale 36 2. Setzu dai Montcada ai Carroz 40 3. La comunità di villaggio tra Medioevo ed Età moderna 46 II. Le famiglie 46 1. La famiglia di Setzu 51 2. Proiezioni genealogiche nello spazio agrario 54 3. Lo spazio pastorale 56 4. La fotografia del paesaggio attraverso il Vecchio catasto 59 5. L’abitato 60 6. La chiesa e il villaggio 69 III. Genealogie 71 I Cadello 77 I Cotza 94 Gli Addari 103 I Caria 110 I Fadda 114 I Lierru 120 I Macis 124 I Marongiu 129 I Mattana 133 I Melis 150 I Pala 156 I Pibiri 168 I Pitzalis 172 I Puxeddu 180 Gli Aroffu 181 Gli Atzeni 182 I Cadeddu 183 I Congiu 184 I Corona 188 Gli Incani 190 I Meleddu 191 I Montis 193 I Pillittu 194 I Pintori 198 I Sisti 199 I Sitzia 206 I Zucca 213 Gli Scintu 214 I Serra 215 Fotografie